Una breve storia della resistenza cittadina e provinciale

 

Vicenza clandestina - 2

 

Lievore presenta al C.L.N.P. il compagno Bietolini come nuovo rappresentante del PCI. Bietolini si installa nella casa di Olimpia Menegatti che è sempre la base di raccolta di viveri, medicinali e punto d’incontro tra antifascisti, e centro di distribuzione di documenti di identità, carte annonarie, lasciapassare, ecc. forniti dai fratelli Morbin agli sprovvisti, ai compromessi; documenti forniti sempre gratuitamente, mentre risulta purtroppo che qualche elemento, soprattutto con le carte d’identità vendute a lire 100, ne trasse un vergognoso lucro e per carità di patria ne tacciamo il nome.

 

 

 

La missione Rocco paracadutata dal Comando Alleato per i collegamenti con i partigiani è sempre in contatto nella casa di Olimpia Menegatti. I compagni Dorio Vittorio, Zanchetta Leonida, Vittorio Giordana, ormai alla macchia, si prodigano come collegamento e come base di riunione. Bietolini aveva concentrato nel negozio di Cappannari il recapito del partito, del comando militare e delle formazioni della montagna; intanto richiede un ufficiale dell’esercito per dare più carattere militare e maggiore disciplina alle formazioni; salta fuori un tenente già in servizio effettivo che diede il solito risultato negativo già sperimentato.

 

 

 

A Gino Cerchio l’allontanamento giovò alquanto, poiché la caccia alla sua persona si era accanita; dopo essere sfuggito parecchie volte fortunosamente all’arresto, si trasferisce a Sandrigo, ma non tronca i rapporti con i compagni Lievore, Campagnolo, Dorio e Zanchetta e si collega con la missione alleata Puntino, che operava tra le provincie di Padova e Vicenza, trasferendosi tra Sandrigo e S.Pietro in Gù.

 

 

 

Il sole è nero

 

 

 

Sabato 22 Aprile 1944, il sig. Antonio Pedron di Pozzoleo festeggia il matrimonio del fratello Giovanni, che va a convivere nella sua abitazione. Tutto va benissimo, senonchè nella notte, il silenzio, la pace e i piacevoli conversari della felice coppia, vengono turbati da un aereo, che volando a bassa quota compie varie evoluzioni sulla zona. Successivamente, si odono dei tonfi e dopo qualche istante un rumoroso rovinìo di tegole e legno spezzati.

 

 

 

Naturalmente, sia perché in altre faccende affacendati, o anche per il fatto che al mattino successivo avrebbero potuto veder ugualmente cosa era successo, fatto sta che nessuno si muove. Nello stesso momento, nei campi di S.Pietro in Gù, una squadra agli ordini di Giacomo Prandina, sta presumibilmente imprecando contro l’imperizia del pilota di quello stesso aereo.

 

 

 

Al mattino dopo i Pedron vedono che una barchessa di fronte alla casa ha avuto il tetto ed una trave sfondati da un contenitore che è ancora attaccato al paracadute. Nei campi vicini, di proprietà Rigon, ci sono altri contenitori e diverse persone che vanno e vengono svuotandoli del materiale che c’era. I Pedron esaminando il paracadute rotto si immaginano molto fedelmente che cosa era successo, e pertanto l’imperizia del pilota non c’entra; essi si mettono subito al lavoro per occultare il materiale avendo l’accortezza di portare poi il contenitore vuoto ed il paracadute assieme agli altri che come detto sono stati svuotati dai compaesani.

 

 

 

Al lunedì arrivano i carabinieri di Sandrigo, poi la Brigata Nera di Nove, e un gruppo di tedeschi che per tre o quattro giorni perlustrano la zona perquisendo le case alla ricerca delle armi. La casa del Signor Pedron non viene perquisita proprio grazie al fatto di aver portato il contenitore assieme agli altri e di averlo detto subito ai carabinieri. Questi intanto per tutti i giorni dovettero rimanere sul posto avendo il loro da fare ed il Brigadiere stanco e affamato chiede e ottiene dalla signora Genoveffa Pedron della polenta e del salame.

 

 

 

Sta assaporandolo, quando irrompe nell’aia il gruppo della B.N. di Nove che vuole perquisire la casa. Stanchezza, intuizione, o benevolenza del Brigadiere, fatto sta che egli, affermando che la casa era stata perquisita dai tedeschi, riesce a dissuaderli dal loro proposito. Nel frattempo Emilio Lievore viene a conoscenza dei fatti accaduti, si incontra con Gino e lo mette al corrente di tutto. Viene deciso perciò di andare dal signor Pedron per recuperare ciò che riteniamo sia di nostra spettanza.

 

 

 

Va Gino, ma pur fraternizzando col signor Pedron, che sia detto per inciso non è mai stato fascista, non riesce a persuaderlo. Ciò è spiegabile col fatto che egli teme di trovarsi di fronte ad una trappola della B.N. di Nove, in quanto Gino parla con accento piemontese. Gino non sa cosa fare, però si guarda intorno e notando un apparecchio radio chiede se qualche volta ascolta Radio-Londra. Il signor Pedron nicchia un po’ e poi dice di sì, ma di sfuggita. Gino coglie la palla al balzo e gli fa questa proposta: “Se io le faccio dire da Radio-Londra un messaggio dettatomi da lei ciò vuol significare che la merce è nostra".

 

 

 

Il proprietario è d’accordo e suggerisce il messaggio: - Il sole è nero – Gino ritorna dalla Missione e fa la sua richiesta. Qualche giorno dopo Radio-Londra fra i tanti messaggi speciali trasmetteva “Il sole è nero”. Al mattino successivo rientravamo in possesso della merce paracadutata. Dobbiamo dire che dopo qualche tempo la Brigata Nera di Nove, chissà per quale motivo, arrestava il signor Antonio Pedron picchiandolo selvaggiamente e quando lo rilasciarono dovette firmare una dichiarazione con cui egli versava lire 10.000 per il miglioramento mensa della Brigata Nera!

 

 

 

Le formazioni partigiane

 

 

I gruppi di patrioti dislocati in ogni punto della provincia con l’aiuto del C.L.N. e del C.M.P. (Comitato Militare Provinciale, n.d.c.) che si prodigano per coordinarne la loro attività, si sono organizzati in battaglioni e brigate. Italia Libera Val Brenta, Matteotti, Gramsci, Italia Libera Val Piave, operano sul Grappa; la Mameli e Mazzini nella zona di Thiene; la Sette Comuni ad Asiago; la Garemi con la Stella, Val Leogra, Pino, Pasubiana, Marzarotto, ecc. che copre il settore nord ovest della provincia, controllano l’ampio territorio di Tonezza – Schio – Pasubio – Recoaro e la Valle dell’Agno.

 

 

 

La Garemi avrà pure parecchi reparti dislocati in altre provincie. Tutte queste formazioni riconoscono l’autorità del C.L.N. e vi si dichiarano aderenti sia sul piano provinciale che regionale. C’è però nella vallata del Chiampo una formazione Vicenza, che diverrà in seguito Pasubio, che malgrado i ripetuti richiami del C.L.N. si proclama autonoma. Ciò è causa di incresciosi incidenti e di notevoli danni alla popolazione della zona.

 

 

 

Il C.L.N.P. dopo aver interpellato il C.L.N.R.V. decide di emettere una sentenza contro il suo comandante Marozin “Vero”. La sentenza, stilata da Ettore Gallo e firmata da Gino Cerchio, non venne eseguita in quanto che, a seguito di un pesante rastrellamento subìto, la Pasubio si trasferì fuori provincia. La gran parte dei suoi componenti confluirono allora nelle adiacenti Brigate Stella, Rosselli,ecc.

 

 

 

A Santa Caterina di Tretto avviene uno scontro tra le nostre squadre e le forze fasciste; risulta che due fascisti feriti, elementi poco raccomandabili anche da civili, vengono portati all’Ospedale di Schio. Su suggerimento di Bietolini i partigiani di Tretto nella notte del 9 Giugno 1944 entrarono nell’ospedale trucidando i due e riportando vario materiale come bottino. Il fatto, anche se non sublime, impressionò favorevolmente la popolazione, che constatò la forza che si sprigionava dai componenti della resistenza.

 

 

 

I fratelli Tagliaferro

 

 

 

Il 15 Maggio 1944, i fascisti repubblicani e i militi della cosiddetta “Compagnia della morte” di Vicenza, uccidono i due fratelli Aldo e Gerardo Tagliaferro di Campiglia dei Berici. Il bieco duplice omicidio, avvenuto per ordine diretto da Vicenza, voleva colpire ancora e materialmente stavolta un altro loro fratello, Mons Girolamo Tagliaferro, Arciprete di Schio. Infatti in precedenza e cioè il 19 Gennaio 1944 “Il Popolo Vicentino” aveva pubblicato una “Lettera aperta a Mons. Tagliaferro” firmata da un certo Padre P. Lino Corbetti (ma forse si tratta di una firma apocrifa) e certo non per fargli dei complimenti sulla sua attività.

 

 

 

Naturalmente (e non c’è da meravigliarsi di ciò) il “Popolo Vicentino” si guardava bene dal dare la notizia dell’assassinio dei due fratelli Aldo e Gerardo Tagliaferro. Riteniamo doveroso ricordare a tutti, sia pure sinteticamente, la vita e le opere di questo umanissimo sacerdote che, precedendo i tempi dell’abbé Pierre in Francia, dette tutto sé stesso per soccorrere ed alleviare i poveri e i derelitti, ideando e attuando opere sociali di grande valore. Parroco di Aracoeli in Vicenza, pur continuando a vivere con la sorella Adele in una umile e modesta casetta, costruì il primo ricreatorio per ragazzi della città Il ricreatorio comprendeva cinema, giochi di bocce, altalene, giostre, ecc. ma l’attrazione maggiore era il regolamentare campo di calcio su cui si disputarono anche incontri interprovinciali fra la combattiva squadra dell’Aracoeli, la Juventus e le altre maggiori della città e delle città vicine, come la patavina Petrarca e la scaligera Bentegodi,ecc.

 

 

 

Naturalmente per tutti questi motivi l’affluenza di giovani era elevatissima e appunto per questo i fascisti lo presero di mira, specie poi quando egli testimoniò in favore di un suo ex commilitone, nel famoso processo Canella – Bruneri. Nominato Arciprete a Schio il 6 Marzo 1932, vi fece il suo ingresso proprio in quel giorno, continuando la sua attività, costruendo i dormitori economici, le cucine popolari, il teatro Pasubio, le case Vincenziane (case popolari a riscatto) e altre ancora che rimarranno a testimoniare nel tempo la sua feconda operosità.

 

 

 

Nei venti mesi della repubblichina di Salò, Mons. Tagliaferro, pur sempre sorvegliato dai fascisti che gli fecero anche sospendere la pubblicazione del Bollettino parrocchiale, aprì la sua porta ai fuggiaschi, ospitando numerosi ebrei perseguitati che, riconoscenti, anni dopo, vollero ricordare con un attestato l’opera di carità rivolta loro dall’Arciprete. Ci si permetta di ricordarlo anche noi con due frasi che sono state dette da lui stesso: “Sono venuto povero, lascio la terra senza niente”. “La libertà non è mai troppa per l’uomo, quando non ne fa una licenza”.

 

 

 

 

Il battaglione "Guastatori"

 

 

 

Insofferente della sua inattività politica, Gino Cerchio si mette in contatto con dei giovani di Sandrigo e con il loro aiuto, girando di giorno e di notte, riesce a formare delle squadre in tutti i paesi limitrofi. Tramite Barone, Plinio, Nozze, Carlo, Tom e Giordano costituisce un solido collegamento fra queste squadre e quelle già esistenti o in via di costituzione di Vicenza, Altavilla Vicentina, Brendola, Monteviale, Costabissara, ecc. Si viene così a formare un gruppo compatto, fedele e pronto ad agire in qualsiasi modo e momento. Esso è il grosso nucleo centrale del Battaglione Guastatori che con l’andare del tempo diverrà la Divisione Vicenza.

 

 

 

Ce ne sono molti a cui piacerebbe assumersi la partenità di questa formazione, ma dovrebbero bastare ad esempio le imputazioni addebitate a Gino Cerchio e pubblicate su “Il Popolo Vicentino” del 15 Marzo 1945 in cui si chiedeva la forca, affermando che “ideò, costituì, diresse”. Per molti di questi giovani mancano però le armi, esplosivi e la tecnica del loro uso. Gino allora intensifica i suoi contatti particolarmente con l’ing. Giacomo Prandina, che sarebbe diventato un bravo organizzatore per la ricezione dei lanci, conoscendo bene la zona ed avendo molte conoscenze tra gli agricoltori. Si incontra poi con Malfatti e Faccio, propone e chiede l’autorizzazione a dar vita a una formazione attiva nella pianura; avuto il consenso, Gino è d’accordo con Prandina che gli propone, come tecnico, il capitano del Genio Guastatori, Nino Bressan, da lui finalmente convinto dopo diversi incontri.

 

 

 

E così fu che nel Maggio 1944 con l’incontro di queste persone venne realizzata la formazione Battaglione Guastatori. Gino forniva squadre, Prandina il materiale a mezzo di lanci e Bressan istruiva gli uomini. Gino funzionando con Bressan da ufficio operazioni, stabilendo gli obiettivi e l’impiego degli uomini. Al gruppo iniziale costituito dalle squadre Vicenza, Sandrigo, Altavilla Vicentina, ecc. si univano squadre della Mazzini e della Damiano Chiesa.

 

 

 

Con l’attività del Btg. Guastatori si ottengono così due scopi: il primo di danneggiare o distruggere le linee di comunicazione, il secondo, ed è una conseguenza del primo, si evitano in tal modo i bombardamenti alleati su questi obiettivi che essendo vicini alle zone abitate potrebbero causare danni ai civili.

 

 

 

A Giugno il battaglione è pronto. La sue squadre dislocate in tutta la provincia e anche fuori non aspettano che di mettersi all’opera. Comincia la snervante attesa del materiale ed i comandanti hanno il loro da fare per tener fermi gli uomini. I comandanti sono: Plinio Quirici, Enrico Busatta, Aquilino Nozze, Carlo Segato, Berto (Nani), Bordignon (Nei), Marola (Nigra), Panetti, Moro, Cocco, Zen (Ilio), Mantiero (Albio), Giacomo Zaccaria, Leonardo Beltrame (Tom), Zin (Desiderio), De Giacomi, Zecchetto, Ghellini,, Licisco, De Lai (Sebastiano), Giuseppe Polita.

 

 

 

Finalmente Radio Londra comincia a trasmettere i primi messaggi e Giacomo Prandina, Ermes (Ermenegildo Farina) e Lambe (Lamberto Graziani) passano i giorni in febbrile attività e numerose notti bianche, perché i messaggi positivi sono numerati, ma per varie cause i lanci sono rinviati. Ed ecco nei pressi di San Pietro in Gù il primo lancio; sono venti armi automatiche e tre quintali di esplosivo.

 

 

 

Tutti vogliono essere i primi assegnatari in quanto pensano che i loro obiettivi sono i più importanti e quindi reclamano la precedenza assoluta. Vi sono inoltre i problemi di trasporto e qui sovviene l’apporto delle donne, Nerina, Lidia, Libera, Rina, Rosina, Maria, ecc., nomi semplici nomi grandi di eroine. Quando le prime azioni coordinate dei guastatori fecero un certo clamore, durante una riunione sotto una pioggia torrenziale, cui parteciparono Bietolini, Lievore, Dorio, Gino Cerchio fu riammesso nelle file del PCI e riconosciuto come comandante dei GAP vicentini, ma non volle altri incarichi politici.

 

 

 

Comando Militare Provinciale

 

 

 

Gino lascia invece il suo posto al Comando Militare Provinciale a Giordano Campagnolo, che a sua volta passa a Doro Alcetta la carica di cassiere del Partito, e a Bruno il Soccorso Rosso. Il Comando Militare Provinciale era già installato nella casa di Nino Strazzabosco, che ne era il segretario.

 

 

 

I componenti erano: l’ing. Prandina, il capitano Fiandini (Grigio) e Giordano Campagnolo con la consulenza tecnica di Nino Bressan. A seguito della cattura dell’ing. Prandina al 31/10/1944 il suo posto nel Comando veniva preso dall’ing. Ermenegildo Farina (Ermes). Il Comando Militare Provinciale si avvalse della valente opera di Virgilio Marzot e Igino Fanton che agivano da collegamento fra il Comando stesso e le squadre partigiane in città e in periferia.

 

 

 

Come si vede, la D.C. era in netta supremazia in questo organismo, ma tutto funzionava perfettamente ed era questo che aveva importanza. D’altro canto, come noi non facevamo caso a questioni del genere, anche gli altri non ne facevano al fatto che tutte le squadre erano più o meno guidate dai nostri compagni. Allora si badava solo e soltanto alla lotta comune.

 

 

 

Rischio calcolato

 

 

 

Si era constatato che quando le azioni di sabotaggio erano isolate gli abitanti vicini subivano delle rappresaglie; cosa sarebbe avvenuto se le azioni fossero state massicce e coinvolgenti larghe zone? Si presuppone che non sapendo cosa fare e con chi pigliarsela i tedeschi non possano fare niente contro i civili. E’ un rischio, ma ben calcolato e si decide in tal modo. E’ approvata così una linea di condotta, che avrebbe portato all’intensificazione delle azioni, fatte in gran numero e ben coordinate.

 

 

 

E poiché siamo anche dei sentimentali e romantici, per la prima grande azione, si fissa la data del 14 Luglio, presa della Bastiglia. Per festeggiare la data, si era pensato di far saltare – fra le altre cose – la polveriera di Rossano Veneto. L’esplosione avrebbe certamente recato gravi danni alle case del vicino paese e forse fatto vittime tra la popolazione innocente. Lievore fa presente le conseguenze dell’azione a Gino, perora con calore la causa dei civili ignari, e mette in primo piano l’odio verso i partigiani, che si sarebbe certamente scatenato; l’azione viene modificata, decidendo di incendiare una vasca di tritolo che, come si sa, non esplode e non scoppia se non provocato, poiché è un esplosivo secondario, risparmiando così i civili. L’azione venne poi rinviata per motivi tecnici alla notte fra il 23 e il 24 Luglio 1944.

 

 

 

PIC - NIC

 

 

 

Pic-nic è il nome di battaglia di un giovane alto, elegante, con modi molto raffinati, dal gestire pacato, che si presenta a Giordano Campagnolo facendogli osservare che il significato di questo pseudonimo è “colazione all’aperto”. E’ di Vicenza, ma è aggregato al movimento di Padova, dove fa il segretario di un grosso esponente cattolico locale. E’ insofferente per l’inattività a cui è costretto dall’attendismo colà regnante, pertanto vuole mettersi con noi che sa molto attivi. E’ un altro caso come lo studente Mainardi e i suoi ragazzi di Monte Berico. E’ messo alla prova con dei compiti via via sempre più difficoltosi. E’ bravo, onesto, preciso come un orologio svizzero di marca. Ci si può fidare senza alcun dubbio.

 

 

 

Un giorno comunica a Giordano se possono interessargli le coordinate di Villa Feltrinelli a Gargnano del Garda, dove alloggia il capo della RSI, Benito Mussolini, per un eventuale bombardamento alleato. Giordano gli fa osservare che tale eventualità è del tutto inutile, data la poca autorità di cui godono i fascisti italiani. Comunque ben vengano queste coordinate. Pic-nic gliele porta e gli fa una stupefacente rivelazione; egli ha una relazione particolare con un ufficiale tedesco e se gli possiamo dare tremila lire, questi si impegna a fornirci le coordinate della base di Peenemunde dove vengono fabbricate le V1 e le V2 tedesche.

 

 

 

E’ un colpo di fortuna e Giordano paga subito ottenendo dopo due giorni le preziose indicazioni che vengono immediatamente consegnate a Gino e da questi alla missione che le trasmette al Comando Alleato. Non possiamo certo dire che questa informazione sia stata di importanza decisiva, ma quello che è certo è che 10 giorni dopo Radio Londra annuncia che un massiccio bombardamento a tappeto è stato effettuato sulle fabbriche di Peenemunde distruggendole; noi allora ci congratulammo a vicenda molto soddisfatti.

 

 

 

Non furono solo queste le informazioni fornite agli Alleati. Durante la prima metà del Giugno 1944 in tre fortunate azioni, le pattuglie partigiane della Brigata Stella e Val Leogra riescono a catturare nei pressi di S.Antonio del Pasubio e del Pian delle Fugazze un Colonnello di Stato Maggiore della Wermacht, un Capitano delle S.S., un Ammiraglio col suo seguito, e una missione giapponese composta da due diplomatici e dall’interprete. Vengono presi anche importanti documenti trovati in loro possesso. Viene inviato un emissario a Vicenza che prende contatto con Emilio per consultarsi sulla sorte dei prigionieri.

 

 

 

Viene deciso di trattenerli come ostaggi e trattare a mezzo di un cappellano la loro libertà con le autorità tedesche. Viene richiesta la libertà di tutti i prigionieri politici reclusi nelle carceri di Vicenza. La controparte offre 20.000.000 che vengono rifiutati. Rimangono intanto consegnati a Lievore tutti i documenti trovati in possesso dei prigionieri, sono lucidi piani, relazioni, di congegni di armi e attrezzature militari, che vengono consegnati a Malfatti e da questi al C.L.N.A.I. e infine portati in Svizzera.

 

 

 

Continuano le trattative, i tedeschi arrivano ad offrire 50 milioni, vengono nuovamente rifiutati, si vuole assolutamente la libertà dei prigionieri, si vuole scambiare vita per vita. Si propone la libertà per 50 prigionieri sui 140 esistenti nelle carceri, si accetterebbero 70 prigionieri di nostra scelta tra i più compromessi, ancora controproposte sulla scelta dei prigionieri.

 

 

 

Intanto un reparto armato tedesco, forse all’oscuro, inizia un rastrellamento che costringe i partigiani ad abbandonare le loro basi. Dopo di aver invitato la interprete ad andarsene, al suo rifiuto viene perquisita, e viene trovata una cartina con le postazioni partigiane. I quattro prigionieri, non potendo spostarsi, si devono fucilare forzatamente. Le trattative seguono ancora, ma poi tutto svanì con il succedersi di altri eventi.

 

 

 

Il Servizio Informazioni

 

 

 

Il Servizio Informazioni è di capitale importanza, specie in un organismo segreto come è stata la resistenza. Per questo servizio noi avevamo dei preziosi contatti: in Questura tramite il dott. Luigi Follieri (vedi i casi del tabacco e delle rapine compiute da parte di alcuni elementi della Polizia Ausiliaria). In Municipio, i contatti erano con D’Alessandro, Morbin (vedi tessere annonarie e documenti d’identità di ogni genere).

 

 

 

Al Palazzo Littorio, sede della federazione fascista, avevamo un nostro informatore, senza contare che nella Polizia Ausiliaria comandata dal Capitano Polga vi erano arruolati 17 nostri guastatori. Al Comando tedesco ci aiutò moltissimo un’interprete (vedi la parte riguardante il Monte Grappa) e che ci dette inoltre una informazione sul comandante tedesco, il quale non dette mai seguito alle lettere anonime che purtroppo gli pervennero. Di questa sua correttezza dobbiamo darliene atto.

 

 

 

Comunque fu a mezzo di queste persone che venimmo a conoscenza dell’arresto dei Carabinieri progettato fra il 5 e 6 Settembre 1944 dai fascisti. Immediatamente li avvertimmo e molti di essi poterono mettersi in salvo, mentre altri che non ci prestarono fede andarono purtroppo a finire nei campi di concentramento, oppure si arruolarono nella Guardia Nazionale Repubblicana (fascista).

 

 

 

Il contributo dei ferrovieri

 

 

 

Per quanto riguarda le Ferrovie dello Stato, si sa da tempo immemore che i ferrovieri sono sempre stati all’avanguardia del movimento operaio e pertanto nella stragrande maggioranza favorevoli alla nostra causa (vedi la segnalazione del treno dell’Olmo e i numerosi casi delle fughe dai treni dei militari italiani deportati in Germania). La S.I.T.A., ora SIAMIC, aveva fra i propri dipendenti Lievore e Roscini, i quali avevano fatto un ottimo lavoro di proselitismo  fra i colleghi e che copriva con la sua rete di autotrasporti gran parte della provincia di Vicenza con ramificazioni a Padova (vedi i collegamenti con Lievore e Cerchio a San Germano dei Berici e i trasporti delle mitragliatrici a Fara e a Salcedo).

 

 

 

Le Tramvie Vicentine, ora Ferrovie e Tramvie Vicentine, con la loro rete che si estendeva da Vicenza a Noventa –Montagnana per km.45, Sandrigo-Marostica-Bassano per km. 35, Valdagno-Recoaro per km.42, con la deviazione da Monteccio S.Vitale per Arzignano-Chiampo con ulteriori km.11.

 

 

 

Ognuna delle numerose stazioni di questa imponente rete tramviaria era collegata direttamente, con telefono per uso interno con la stazione di Vicenza. I dipendenti delle Tramvie avevano avuto per tanti anni, come presidente, il conte Gaetano Marzotto, e come direttore l’avv. Mario Rezzara, detto il Barba, che ricordiamo autore della circolare al personale esaltante la libertà riconquistata al 25 Luglio 1943 e che doveva portarlo in carcere, dopo l’8 Settembre 1943, per un certo periodo di tempo.

 

 

 

Di conseguenza avvennero dei cambiamenti alla direzione. Il nuovo direttore ing. Ugo Guido Taverna, anche lui antifascista convinto, era sorretto e incitato dalla moglie Dina (cognata dell’avvocato Rezzara) e figlia dell’onorevole Mazzoni, degnissima figura del liberalismo vicentino nei decenni a cavallo del XX secolo.

 

 

 

La totalità dei tramvieri era con noi e gli unici due che la pensavano diversamente, è doveroso dirlo, pur vedendo e immaginando si può dire tutto quello che succedeva, non hanno mai fatto alcuna delazione. Ecco perché Giordano viene informato subito dell’arresto di Bietolini e si dispone per l’agguato sulla strada Tavernelle-Montecchio (vedi l’episodio dei sette martiri di Valdagno) e di tante altre notizie molto preziose, specie se si pensa, che l’opera dei tramvieri si svolse in tutte le attività collaterali e cioè: trasferimenti di ebrei, di ex prigionieri alleati, che venivano effettuati con carri merci chiusi da Montagnana a Bassano e di lì passati ad altre organizzazioni, trasporti di viveri, armi, munizioni, queste molte volte sottratte ai tedeschi che le depositavano nel bagagliaio del treno.

 

 

 

Portiamo un esempio: un carico partiva da Vicenza per Recoaro e a mano a mano che progrediva nel suo viaggio, il personale del treno era tempestivamente informato dell’evolversi della situazione su tutta la linea. Se a Cornedo c’era un posto di blocco, il carico veniva messo temporaneamente a Brogliano o a Cereda (stazioni precedenti) per essere ripreso a via libera dal personale di un altro treno. Nei pressi di Recoaro in una delle innumerevoli curve che fa la strada, a un fischio prestabilito del treno fra il capotreno e il guidatore, il convoglio rallentava ed il carico veniva gettato ai partigiani appostati e pronti ad accoglierlo.

 

 

 

Fare dei nomi oggi è molto difficile, si correrebbe il rischio di dimenticare qualcuno. Quel che è certo è che tutti avrebbero meritato dei riconoscimenti, specie se si pensa che anche sotto i bombardamenti, essi si mettevano nelle buche, in attesa e pronti ad ogni eventualità, solo preoccupati dei preziosi carichi e, come abbiamo detto, talvolta anche umani a loro affidati. Purtroppo per l’oblìo di taluni di noi i valorosi tramvieri non ebbero nessun ringraziamento.

 

 

 

In questo capitolo dedicato ai tramvieri sarà bene ricordare anche chi li affiancò a Recoaro, e cioè la valorosa guida alpina Gino Soldà che compì, grazie appunto alla sua bravura e competenza, vari trasferimenti in Svizzera. Egli completava successivamente la sua opera militando in una brigata partigiana nel Basso Vicentino, mantenendo i contatti con noi tramite la moglie che lo aveva sempre aiutato. A questo proposito, e cioè del contributo fondamentale dato dalle donne alla resistenza, sarà bene che qualche storico una volta o l’altra se ne occupi; è un dovere che deve essere assolto (gli autori del saggio hanno dimostrato di anticipare i tempi ed è doveroso segnalarlo, n.d.c.).

 

 

 

Sette martiri

 

 

 

Al due Luglio 1944 sono indette due riunioni, una a Schio e una a Valdagno e poiché per Emilio Lievore  è più comodo andare a Schio, Bietolini si reca a Valdagno. Il caso aveva voluto che nella notte fra sabato e domenica fosse stato ucciso in località Ghisa un ufficiale delle S.S. provocando un rastrellamento e Bietolini, fermato dai tedeschi  e trovato in possesso di materiale propagandistico, viene arrestato con altri sette. Siamo informati quasi subito e nella stessa notte dal 2 al 3 Luglio 1944 le squadre di Altavilla, Brendola e Montecchio comandate da Carlo Segato sono in agguato per liberarli nel caso che gli otto arrestati venissero portati nelle carceri di Vicenza. Invece alle ore 18 del 3 Luglio, per rappresaglia tutti e otto vengono condotti davanti al plotone di esecuzione. Uno di essi, Raffaele Pretto (Brusin) riesce fortunosamente a fuggire, gli altri sette vengono fucilati. Essi sono: Alfeo Guadagnin, Ferruccio Baù, Virgilio Cenzi, Antonio Bietolini, (Bruno Morassuti), Giovanni Zordan, Francesco Rilievo, Marino Ceccon. Siamo molto addolorati, ma la lotta deve continuare.

 

 

 

Gruppo Brigate Garibaldine

 

 

 

Il 5 Luglio 1944, nelle vicinanze della stazione di Villaverla-Montecchio Precalcino, c’è una importante riunione, allo scopo di delimitare le zone di influenza e di operazione delle brigate di montagna e quelle di pianura. Ciò risulta necessario in quanto possono succedere delle interferenze fra le formazioni stesse, con grave pregiudizio delle azioni in via di svolgimento e ad evitare degli eventuali scontri fra partigiani, in azione contemporanea nella stessa zona.

 

 

 

Gli esponenti maggiori delle Brigate discutono il modo migliore per ovviare a tali eventualità e la cosa viene risolta, facendo confluire tutte le unità in un unico organismo. Esso viene denominato “Gruppo Brigate Garibaldine” S.A.P. (Squadre d’Azione Patriottica) con un comando composto da: Nello Boscagli (Alberto) – Comandante, Luigi Cerchio (Gino) – Vice Comandante, Elio Busetto (Guglielmo) – Commissario, Orfeo Vangelista (Aramin) – Vice Commissario, Giordano Campagnolo (toto) – Commissario intendente. Ci sembra di aver trovato un ottimo trampolino di lancio per l’unificazione di tutte le forze partigiane.

 

 

 

 

Baruffe in famiglia

 

 

 

Per sostituire Bietolini, Emilio vorrebbe che ritornasse Gino, ma questi decisamente rifiuta, perché troppo impegnato nella parte militare. Si propone dunque Lievore, che accetta a condizione che il Regionale Veneto ne dia conferma e ciò per evitare nuove nomine dal Regionale stesso.

 

 

 

Dopo qualche giorno Lievore convocato si reca a Padova. Ritorna con la conferma da parte del Regionale Veneto e deve subito correre a S.Pietro in Gù per una riunione nel campo di Prandina. E qui oltre a Gino e Prandina trova una trentina di persone vestite nelle fogge più disparate, ce n’è uno perfino in divisa da ufficiale della B.N. Essi sono i comandanti dei vari gruppi di partigiani dislocati sul Grappa.

 

 

 

Scopo della riunione è quello di designare un comandante unico di tutta la zona. Quando finalmente Emilio e Gino riescono a farsi ascoltare essi in primo luogo deplorano la presenza di così tante persone che hanno certamente dato nell’occhio a qualcuno. Poi fanno osservare ai presenti che è sufficiente che essi stessi nominino fra di loro  chi deve essere il comandante. Apriti cielo! Poiché ci sono tenenti e capitani ognuno in cuor suo vorrebbe esserlo, ma gli altri non vogliono sottostare a un pari grado. Bisogna perciò cercare e trovare un ufficiale di grado superiore.

 

 

 

Infine si prospettano le difficoltà di tenere saldamente il Grappa, soprattutto per ragioni logistiche; ma si obbietta che fra le formazioni c’è una missione inglese e che essa potrebbe servire alla bisogna con richieste di lanci e appoggio aereo. Gino, Emilio e Prandina dichiarano di ignorare la presenza di tale missione, che non è stata segnalata dalle altre missioni operanti in zona. Pertanto stiano all’erta. La riunione termina in un modo molto tranquillo.

 

 

Fiammetta

 

 

 

Il 23 Luglio mattina, prima riunione della Federazione diretta da Emilio in località Polegge nei campi. Molto allarmato arriva Giordano che porta la notizia (risultata poi inesatta) che ha sentito in città dell’arresto di un componente del C.L.N. Avverte Emilio di rimanere nascosto finchè non si venga a sapere qualcosa di più preciso. La riunione ha inizio, ma arriva Gino che accompagna una ragazza, Stella (Fiammetta), che è stata paracadutata con la missione Puntino.

 

 

 

Viene sospeso l’ordine del giorno in quanto la ragazza inviata dal Comando Alleato comunica che si prevedeva per settembre la liberazione dell’Alta Italia. Con le carte alla mano si studia la possibilità di raccogliere sia sul massiccio del Grappa, sull’Altopiano di Asiago, che sulle cime del Pasubio, dai 2 ai 3 mila uomini, purchè gli Alleati si fossero impegnati a fornire, paracadutandolo, tutto il necessario, viveri, vestiario, armi e in talune zone anche l’acqua; è stabilito un messaggio: C’è una fiamma nel cielo – che avrebbe confermato la buona riuscita dell’attraversamento delle linee, e un secondo messaggio, l’accettazione del piano.

 

 

 

Fu nella serata stessa consegnato un piano dettagliato, che non è altro che la riesumazione ampliata e modificata di quello redatto dal Gen. Maglietta, con cartine e richieste precise e l’impegno di tenere dette posizioni almeno una settimana, utile per impegnare i tedeschi in ritirata e permettere agli Alleati di raggiungere i contrafforti alpini, furono pure consegnati i lucidi delle opere della TODT (fortificazioni, strade, ecc.).

 

 

 

Si riprende l’ordine del giorno interrotto, con la malcelata ammirazione e stima di Fiammetta, che poco dopo riparte in bicicletta, scortata da un nostro compagno, per Bologna, in quanto che in quella città aveva i contatti necessari per passare le linee. Sentimmo dopo qualche giorno il messaggio citato, erano riusciti ad attraversare le linee, ma non avemmo mai disposizioni per preparare una forte resistenza sui monti. Gli Alleati tenevano il fronte italiano in seconda linea impegnati come erano in Francia.

 

 

 

23 Luglio 1944

 

 

 

Alle dieci di sera cominciano a scoppiare le prime mine. Il Btg. Guastatori è all’opera e a giudicare dal numero degli scoppi agisce veramente bene e a lungo. L’azione termina alle cinque della mattina con le casematte di tritolo di Rossano Veneto. Vedere dalla relazione del Btg. Guastatori l’elenco delle azioni compiute. E’ un successo strepitoso ed ora aspettiamo gli eventi.

 

 

 

I tedeschi e i fascisti non sanno che pesci pigliare e perciò a quanto ci risulta non pongono in atto alcuna rappresaglia. E’ esattamente quanto avevamo previsto. L’unica reazione è un inasprimento del coprifuoco che viene esteso dalle ore 21 alle 5 del mattino. Per il resto c’è uno sfogo su “Il Popolo Vicentino” del 26 Luglio 1944 con uno stelloncino dal titolo significativo: “NON PRAEVALEBUNT!”.La notte sul 24, ad opera dei soliti, famigerati manigoldi che tuttora infestano la nostra provincia, sono stati compiuti numerosi atti di sabotaggio a pro del nemico e altre gesta di delinquenza comune. Sono in corso adeguate misure di repressione”.

 

 

 

Sella il settario

 

 

 

Come se non ci fosse altro da fare si deve anche perdere del tempo per le intemperanze di elementi faziosi. Infatti la buona armonia creatasi fra Bressan, Prandina e Gino Cerchio è minacciata dal settarismo di un certo Sella, compagno di Schio, per una questione di lanci. Non ha ancora capito che la lotta contro i nazifascisti è e deve essere unitaria. E’ una bega grossa che può compromettere lo sviluppo delle azioni dei Guastatori e che minaccia una rottura in seno al Comando Militare Provinciale. Giustamente, in una riunione a San Pietro in Gù, viene richiesto a Gino di garantire il comportamento del PCI. Gino fa osservare che non può farlo, perché non è lui il responsabile politico, ma che chiederà subito l’intervento di Lievore, successore di Bietolini nella segreteria del partito.

 

 

 

In una pacata riunione Lievore può garantire la buona fede ed il leale comportamento dei comunisti e di tutti i componenti le squadre da essi guidate. L’elemento perturbatore viene allontanato. Chiarificate così le rispettive posizioni si continua a perfezionare l’organizzazione dei Guastatori.

 

 

(continua nel prossimo articolo "Vicenza clandestina III)


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