COLPITA A SCHIO UNA STRUTTURA ESSENZIALE PER I TEDESCHI

 

 

Il sabotaggio al cementificio 

15-16 GIUGNO 1944

 

 

 

 

VIII. Inchiesta di E. Trivellato

 

 

 

I. Introduzione

 

 

 

L’attacco al Cementificio di Schio del giugno 1944 va considerato nella situa­zione dell’Italia occupata dai Tedeschi. È noto come - durante la seconda guerra mondiale - ogni risorsa agricola, estrattiva o manufatturiera dei paesi occupati dalle truppe germaniche dovesse servire alla macchina bellica tedesca; così dopo l’8 set­tembre 1943 a questa regola non sfuggì nemmeno l’Italia.

 

 

 

Hitler aveva detto:« Che i pantaloni agli Italiani glieli leviamo noi o gli Inglesi è del tutto indiffe­rente ». Anche la massima autorità amministrativa tedesca per l’Italia del Nord, il Gen. Toussaint, ed il Col. Heggenreiner avevano commentato: «Ci dobbiamo convincere che un popolo a cui è stata messa davanti agli occhi la prospettiva della pace non è più capace di portare le armi, ma solo di essere sfruttato per il lavoro» (cfr. F.W. Deakin, op. cit.).

 

 

 

Nemmeno il governo della R.S.I. era soddisfatto del trattamento ai deportati italiani, dei metodi tedeschi e della spogliazione economica del paese. Infatti il Gen. Graziani così scriveva a Mussolini proprio nel giugno del 1944: « 4) Occu­pazione germanica. -... il regime d’occupazione militare è diventato sempre più opprimente, estendendosi in capillarità a tutti i settori della vita nazionale. Tutti sono ormai convinti che il governo (della R.S.I.) non conta nulla, che i veri padroni assoluti sono i germanici ... ».

 

 

 

Al limite del ridicolo è addirittura la lettera di Mussolini a Rudholf Rahn nel settembre del 1944; il Duce gli scrive: «La FIAT produce 50 automezzi al giorno. Ce ne lascino almeno tre e in poco tempo avrem­mo quanto ci occorre per distribuire i generi alimentari alla popolazione. E non ci requisiscano quei pochi vecchi autocarri che ci fosse ancora possibile trovare ».

 

 

I Comitati di Liberazione Nazionale (C.L.N.) usufruivano delle informazioni dirette degli operai, dei ferrovieri, dei trasportatori e degli stessi industriali, che vedevano il loro prodotto trasferito in Germania e tutto questo per alimentare una guerra notoriamente considerata ormai persa.

 

 

 

Venne quindi a crearsi in tutti gli strati sociali, e a volte in seno alla stessa R.S.I., un certo rancore contro i Tedeschi, sul quale giocarono gli Alleati per i loro scopi bellici, stimolando e ri­fornendo la Resistenza armata per l’esecuzione dei sabotaggi. Tali azioni erano indubbiamente rischiose per i partigiani, ma avevano il vantaggio di poter essere programmate in precedenza; eppure ci risulta che molti Comandi partigiani delle nostre zone, almeno quelli più avveduti, non accettavano mai gli incitamenti o le disposizioni superiori dei C.L.N. o i messaggi delle Missioni alleate come ordini superiori da eseguire comunque, ma vagliavano la meccanica esecutiva e soprattutto l’opportunità e le conseguenze.

 

 

 

In particolare nelle zone dove le formazioni erano costituite da elementi e da Comandanti di ambiente operaio, come a Schio, il sa­botaggio industriale diventava un grosso problema per i pericoli ai quali venivano esposti i lavoranti notturni e i custodi, per l’arresto del lavoro e della capacità sa­lariale e per le eventuali rappresaglie. Ad esempio si evitò più volte di far sal­tare i binari della Schio-Rocchette che serviva ai Tedeschi ma portava anche gli operai al lavoro.

 

 

 

È infine da ricordare che nella politica resistenziale degli Alleati il sabotaggio figurò sempre al primo posto, mentre la « guerriglia» armata vera e propria, specie quella delle formazioni «rosse », fu riguardata con sospetto perché veniva consi­derata un’arma a doppio taglio («Questo era un problema di grande delicatezza e complessità oltre che gravido di conseguenze politiche per il futuro » scrive A.C. Brown, op. cit.). L’esperienza greca ed i gravi problemi creati dalla Resistenza francese avevano suscitato negli Alleati un’allergia ai « guerriglieri » troppo orga­nizzati ed armati; invece furono sempre ampiamente incoraggiati i «sabotatori» e riforniti di esplosivi. In questa situazione complessa va quindi inserito l’attacco al Cementificio di Schio del 15 giugno 1944, sul quale abbiamo appunto cercato di raccogliere soprattutto quelle notizie e testimonianze che permettessero una vi­sione del «fatto» da più angolature.

 

 

 

II. La cementeria di Schio

 

 

 

La situazione delle Industrie scledensi nel 1938 è documentata, nel suo insie­me, da una rassegna fortunatamente pubblicata in un Numero Unico locale (G.U. Ziliotto, Rivista dell’Industria scledense, Schio, Tip. Pasubio, 1938). È altresì noto che nel 1940 le zone di Schio e Valdagno erano le più industrializzate di tutto il Veneto (le industrie alimentari rodigine occupavano 11.891 addetti, quelle tes­sili a Treviso 14.166, a Schio e Valdagno vi erano 28.604 addetti, mentre Marghera ne occupava 17.000). Per quanto riguarda la CEMENTI S.A. di Schio riportiamo la situazione del 1938, come appunto riferita da G.U. Ziliotto:

 

 

 

« Particolare importanza ha pure detta Società che sorta negli anni del dopoguerra si è venuta rapidamente sviluppando; oggi la S.A.C.S., con un capitale di 6 milioni, ha sede a Schio ed amministrazione a Bergamo ed è controllata dalla « Italcementi » di Bergamo. La S.A.C.S., mentre ha aperto numerose cave a Montemagrè per l’estrazione del mate­riale greggio, ha fatto sorgere nella periferia sud della nostra città un importante e gran­dioso stabilimento ove trovano lavoro continuamente un buon numero di operai.

I si­stemi di escavazione delle materie prime, di preparazione e cottura della miscela, di macinazione, di insaccamento e caricazione rappresentano quanto di più moderno e per­fetto sia stato introdotto fino ad oggi nella industria del cemento. La S.A.C.S. ha una produzione di circa un milione di quintali annui di cemento ad alta resistenza, cemento Portland e agglomerati cementizi.

Da notare, a tutto onore di questa nostra grande indu­stria, che tali prodotti, completamente autarchici, sono ottenuti con materie prime e combustibili totalmente nazionali. L’esclusività di vendite è affidata al Consorzio delle Tre Venezie di Padova ».

 

 

 

Il nostro concittadino CESARE MAZZA, ispettore dell’Italcementi, ha corte­semente aderito alla nostra richiesta di "notizie" ed ha svolto anche una piccola ma difficile ricerca in quel di Bergamo. Per non alterare di una sola virgola l’ac­curatezza e l’obiettività della sua risposta riportiamo testualmente quanto ci scri­ve; sono state solo aggiunte in calce alcune note.

 

 

 

"Egregio Dottore, rispondo con ritardo, forse troppo, alla sua del 24 agosto scorso e tuttavia spero che le notizie qui unite le siano di qualche utilità. Di meglio e più presto non mi è stato possibile fare: per lunghi periodi mi son dovuto assentare per lavoro; negli archivi della mia Società ho trovato poco o niente (ormai da anni vengono siste­maticamente passati al macero le documentazioni e la corrispondenza senza più alcun in­teresse) e, quindi, volendo comunque esserle utile, mi son assunto la briga di rintrac­ciare ed interrogare alcuni vecchi dirigenti della « Italcementi », ora in pensione, i quali, pur da lontano, hanno per dovere d’ufficio seguito le vicende belliche della Cementeria di Schio.

Gli appunti che le accompagno seguono l’ordine delle domande, così come sono state poste nella sua predetta e, se pur lontani dalla desiderata completezza, le saranno di qualche utilità. Così almeno spero. Spiacente di non poterle dare maggiori notizie, lascio alla sua esperienza il compito di « legarle », queste poche, nel migliore dei modi. Confido di aver presto occasione per conoscerla di persona e la lascio quindi con l’augurio di un Felice Anno Nuovo. - Bergamo, 29 dicembre 1977 - Cordialmente - Cesare Mazza".

 

 

Risposte ad un questionario

 

 

 

1. - Produzioni cementi nella Cementeria di Schio:

- anno 1943 q. 416.000

- anno 1944 q. 285.000

- anno 1945 q. 215.000

 

 

 

Nel 1944 la produzione media giornaliera è stata di q. 2.000 e la normale attività produttiva si è svolta per 136 giorni su 365.

 

 

 

Fermate nella produzione: dal 16 gennaio 1944 al 10 febbraio 1944 arresto totale per mancanza di combustibile dallo al 28 marzo 1944 arresto totale per restrizione sui consumi di energia elettrica

 

 

 

- dal 15 giugno 1944 al 19 luglio 1944 arresto totale per distruzione della cabina elettrica ed incendio del reparto « saccheria ».

 

 

 

Dal 20 luglio 1944 la ripresa è parziale: l’attività interessa solamente i re­parti « insaccamento » e « servizi generali ». Quindi, non si produce. La ripresa della completa attività, prevista per la fine del mese di novembre 1944, non si verifica a causa dell’azione partigiana, che si conclude con il danneggiamento dei pali n° 12 e 13 della teleferica. La definitiva ripresa totale della produzione avviene il 9 dicembre 1944.

 

 

 

- Destinazione dei cementi: I cementi prodotti, per tassative disposizioni delle autorità governative e di occupazione, venivano destinati su disposizioni del­l’Ufficio Cementi di Milano (Ente governativo) pressoché totalmente ad im­prese che lavoravano alla costruzione di opere di guerra sul territorio vi­centino.

 

 

 

- Archivio: Purtroppo nessuna notizia su eventuale corrispondenza fra la Dire­zione ed il Comando Tedesco. Gli archivi della Società sono stati « allegge­riti » – ormai da parecchi anni – della corrispondenza e dei documenti an­teriori al 1955.

 

 

 

- Dirigenti responsabili, in qualità di direttori, della conduzione tecnico-ammi­nistrativa della Cementeria di Schio: dal 1940 al 1942 il dr. Luigi Pasinetti (non si sa dove risieda presen­temente) dal 1943 al luglio 1945 il dr. Lauro Rossi (defunto) dal settembre 1945 al 1948/49 il g. Giovanni Cavalleri (defunto).

 

 

 

5. - Situazione operaia: Le difficoltà di vita, i sempre crescenti allarmi aerei, le diversità di opinioni influirono negli anni di guerra – e specialmente negli ultimi – sull’impegno lavorativo degli operai, al cui scontento contribuì in modo non lieve il reclutamento per i lavori a Recoaro ed in altre zone, alle dipendenze della O.T.

 

 

 

Tuttavia nulla venne allora lasciato intentato dalla Direzione della Cemente­ria di Schio per ridurre al minimo tale reclutamento. Il solerte interessamento della Società non solo evitò ogni partenza per la Germania, ma ottenne di riavere al lavoro tutti i dipendenti, nessuno escluso. Anche durante l’inattività forzata della Cementeria fu mantenuto invariato l’orario di 48 ore lavorative alla settimana. Le maestranze vennero adibite a lavori di manutenzione e di riassetto della fabbrica e cos1 fu evitato il pericolo del reclutamento. Benché i tempi fossero oltremodo tristi, e proprio per questo, venne praticata un’assistenza a favore dei dipendenti e delle loro famiglie, tal che le soffe­renze e le difficoltà di vita fossero alleviate.

 

 

 

La Direzione praticò nel limite del possibile e con non pochi rischi scambi di merce (cessioni di cemento per ottenere altre merci). Tali scambi sareb­bero stati ben .più consistenti se la mancanza di prodotti non avesse provo­cato la sospensione delle consegne di cemento anche alle forze armate tedesche ed alle autorità locali, che vollero sincerarsi della situazione, facendo effet­tuare delle perquisizioni di accertamento dai loro organi di polizia. Ad onta di ciò nel secondo periodo dell’anno 1944 vennero distribuiti a ciascun ope­raio almeno: 1 taglio d’abito (2 a quelli con più di due figli) - 10 litri di vino - 24 Kg. di granoturco - 2,5 Kg. di marmellata - 1 paio di scarpe - 650 g. di cuoio ­- 3 Kg. di riso e altro.

 

 

 

La mensa aziendale fu in grado di distribuire ogni giorno una abbondante minestra, sulla qualità della quale non si ricordano lamentele di sorta.

 

 

 

Il rifornimento di copertoni per bicicletta si mantenne abbastanza regolare e tutti gli operai ne usufruirono. All’inizio e durante l’inverno divenne un pro­blemail rifornimento di legna per le famiglie dei dipendenti: l’assoluta man­canza di mezzi di trasporto rendeva vano ogni tentativo di rifornimento di­retto, nonostante l’interessamento degli stessi operai. Le autorità si disinte­ressavano in forma totale e non prestavano orecchio a tutte le possibili sol­lecitazioni. - Cesare Mazza.

 

 

 

« SABOTAGE »: azione di disturbo o di danneggiamento intesa ad ostacolare il normale svolgimento di un lavoro produttivo o di un servizio. La parola deriva dal francese sabot (« zoccolo  ») e letteralmente significa disturbare con gli zoccoli, ad esempio una riunione o una funzione religiosa.

 

 

 

Ma nel giugno del 1944 i partigiani della Val Leogra disturbarono i Tedeschi in maniera ben più rumorosa: nella notte fra il 15 ed il 16 giugno una pattu­glia di partigiani penetrò armata nel Cementificio di Schio, fece uscire gli operai e si­stemò alcune cariche di esplosivo nei trasformatori paralizzando la produzione di cemento per parecchi mesi. 

 

 

 

In quella notte ­– con un’azione combinata – altri fuochi d’artificio si ebbero in Val Leogra: nella roggia, sotto un pilone d’alta tensione ed in alcune centrali elettriche; inoltre in quei giorni di giugno un’altra pattuglia aveva colto in un’imboscata al Pian delle Fugazze un Colonnello della Wehrmacht con la sua scorta e ritrovò nella vettura un grosso fascio di documenti e cioè il piano delle costruende fortificazioni tedesche dal Garda al Piave, segnato su carta topografica al 25.000 – fortificazione per for­tificazione – e corredato di disegni e di fotografie.

 

 

 

I documenti vennero trasferiti al Co­mando Regionale Veneto (C.R.V.) di Padova tramite corrieri del C.L.N. di Schio e da Padova giunsero al Comando Alleato, il quale mandò il proprio encomio. A causa delle azioni dei partigiani, e non le sole di quei giorni, i Tedeschi nel giro di ventiquattr’ore si ri­trovarono senza il piano delle fortificazioni, senza Colonnello e senza cemento: l’avveni­mento fu talmente clamoroso che è ancora nella memoria di molti Scledensi e trova riscontro in vari libri di storia della Resistenza Veneta.

 

 

 

L’attacco al Cementificio di Schio si inserisce nelle frequenti azioni di sabotaggio dei partigiani veneti contro i Tedeschi, tuttavia merita, a nostro avviso, di essere approfondito non solo per l’importanza del fatto in sé nel contesto storico nazionale ma soprattutto come « punto » per un’analisi della situazione locale, della realtà operativa, delle conseguenze e delle reazioni dei co­mandi tedeschi.

 

 

 

III. Il parere di "Alberto"

 

 

 

 

Da un dattiloscritto a firma autografa di Nello Boscagli (« Alberto ») comandante del gruppo divisioni « Garemi »:

 

 

 

« Basterebbe soltanto ricordare che è grazie alla lotta tenace e tempestiva dei partigiani scledensi, con i sabotaggi alle centrali elettriche, che rifornivano di forza motrice gli stabilimenti, per far desistere i comandi alleati dai bombardamenti a tappeto di Schio, come avevano più volte deciso durante l’estate del 1944.

Senza quelle azioni, ardite qualche volta, la città di Schio sarebbe scomparsa con i suoi stabilimenti, il che voleva dire la morte per l’intera zona; è necessario ricordare il sabotaggio alle fortificazioni, iniziate nella zona pedemontana, e quello al cemen­tificio perché quest’ultima azione fece mancare alla Todt duemila quintali di ce­mento al giorno che avrebbero rappresentato, per i tedeschi, mille metri cubi di fortificazioni ogni giorno. E quindi, venendo loro a mancare questa materia prima indispensabile, non poterono più portare avanti la serie di fortificazioni dove in­tendevano assestarsi durante la ritirata e stabilirvi una linea di resistenza.

Senza le azioni dei partigiani, testé citate, i tedeschi avrebbero senza dubbio portato a ter­mine le loro opere di fortificazioni. Se ciò fosse stato loro possibile e le residue truppe naziste vi si fossero attestate, anche per pochi giorni, avrebbe avuto come conseguenza la distruzione, come è avvenuto a Cassino, di Schio e di tutti gli altri centri abitati della zona ».

 

 

 

IV. L'azione al cementificio

 

 

 

La Pattuglia che eseguì l’azione di sabotaggio al Cementificio di Schio era così composta:

 

-GIOVANNI CAVION(« Glori ») capopattuglia

-BIAGIO PENAZZATO(« Bob ») vice-capopattuglia

-ITALO CISCATO(« Ghandi »)

-ALBINO COSTA(« Mazzini »)

-GIUSEPPE COSTENARO(« Volpe »)

-GINO DAL LAGO(« Lupo »)

-ROMANO F ACCIN(« Pelloni »)

 

 

 

Sulla scorta delle testimonianze di alcuni protagonisti è stato possibile rico­struire la dinamica dell’azione nei suoi fatti essenziali. Innanzitutto si era con­venuto che l’esplosione ai Cementi dovesse precedere tutte le altre al fine di per­mettere alla Pattuglia di uscire dall’ambiente urbano di Schio prima che si met­tessero in movimento i Tedeschi ed i Fascisti di stanza in città.

 

 

 

Questo era nei patti, ma quella notte fu ricca di imprevisti e di contrattempi. Il plastico era già stato preparato con la miccia innestata e sistemato in uno zainetto. All’imbrunire cominciò la lunga marcia della Pattuglia attraverso i campi fino al Boldòro e la zona di SS. Trinità, in mezzo alle siepi e scavalcando i fossi. Uno della Pattuglia vi cadde dentro e fu il primo inconveniente.

 

 

 

L’ora dell’esplosione ai Cementi era stata fissata per le due di notte, ma i nostri amici furono già sul posto fra la mezzanotte e l’una, nascosti lungo una siepe ad aspettare, tutti tesi a causa delle difficoltà e degli eventuali imprevisti che comportava un’azione così rischiosa. Poco dopo l’una, il silenzio della notte venne squarciato da un’esplosione verso il Ti­monchio, dove un’altra Pattuglia aveva avuto il compito di far saltare un pilone dell’alta tensione: avevano capito male oppure si erano sbagliati d’orario?

 

 

 

Fra gli uomini appostati ai Cementi vi fu del malumore, perché quel botto anticipato poteva compromettere la loro azione. Allora fu lasciato trascorrere un po’ di tempo e quando tutto ritornò calmo e silenzioso, si decise di iniziare l’operazione. A partire da questo punto la dinamica si fa veloce e, nella tensione del mo­mento, ognuno dei componenti la Pattuglia ricorda in particolare la sua parte avuta nell’insieme. Ai Cementi, come in altre industrie scledensi militarizzate, vi era un guardiano notturno, al quale il Comando tedesco aveva consentito di por­tare un’arma.

 

 

 

Per prima cosa bisognava quindi neutralizzarlo ed infatti venne bloc­cato nella sua guardiola, parabello alla mano, e scortato poi fino al luogo dove si trovavano gli operai del turno di notte, che erano all’incirca una ventina. Dopo averli riuniti e tenuti sotto controllo ci si accorse che ne mancavano tre e di conseguenza non si poteva certo far saltare gli impianti del Cementificio senza sapere dove fossero andati a finire quei tre operai; dopo aver perso del tempo per cercarli furono trovati a dormire sui sacchi di cemento.

 

 

 

A questo punto, mentre alcuni partigiani controllavano l’intera situazione, un gruppetto formato da Gio­vanni Cavion (« Glori »), Biagio Penazzato (« Bo b») ed Albino Costa (« Maz­zini ») si recò, portandosi dietro il guardiano, nella sala dei trasformatori, che co­stituiva il centro vitale di tutta la fabbrica. Qui vennero sistemati i pacchetti di plastico e dopo aver dato fuoco alle micce fu lanciato l’avviso: « Via tutti! ».

 

 

 

Vi fu appena il tempo di precipitarsi fuori che un’esplosione violenta squar­ciò la notte e successe il finimondo. Gli operai si precipitarono al cancello facen­do ressa per allontanarsi nei campi, mentre le fiamme divampavano dalle fine­stre della stanza dei trasformatori. I componenti della Pattuglia si riunirono ed iniziarono il cammino di ritorno, lungo il Boldòro, dandosi fretta per evitare un eventuale imbottigliamento da parte dei Tedeschi e dei Fascisti messi in allarme dall’esplosione. Vi fu un’attesa per attraversare lo stradone di Santorso perché si temeva un’imboscata, ma appena al di là ognuno si sentì più al sicuro, nel proprio ambiente, finché giunsero al campo di partenza alle Guizze, mentre altre esplo­sioni si susseguivano in Val Leogra.

 

 

 

Dal racconto di questa azione di sabotaggio così importante e rischiosa na­scono spontanee alcune considerazioni. Vi parteciparono uomini che combattevano per un ideale di libertà, quasi tutti semplici operai, nativi di Schio, dotati di grande coraggio e decisi a lottare, con le armi e con gli esplosivi, contro un ne­mico inferocito, nella speranza che le loro azioni affrettassero la conclusione di una guerra infausta, al termine della quale fosse finalmente possibile ricostruire dalle rovine una società migliore..

 

 

 

Il parere del "tecnico" 

 

 

 

Per una valutazione dei danni arrecati agli impianti dalle cariche di esplo­sivo abbiamo ricercato la testimonianza del « tecnico» che li rilevò subito dopo in quanto capo-elettricista responsabile del Cementificio.

 

 

 

DALLA VECCHIA GIUSEPPE. Di Schio. Nel 1944 abitava all’interno della Cementi S.A. ed era capo-elettricista in servizio diurno e notturno.

 

 

« In quel periodo parecchio materiale cementizio veniva ritirato mediante “buoni tedeschi per l’esercito” e trasportato con carri trainati da buoi nel Basso vicentino. Ricordo benissimo la notte dell’esplosione. I partigiani avevano siste­mato delle cariche nei due grossi trasformatori (1500 Kw l’uno) situati al piano­terra; essendovi sotto una vasca di raccolta del lubrificante presero fuoco circa 10 quintali di olio minerale.

 L’edificio è in cemento armato e le fiamme uscirono dalle finestre fino alla completa combustione dell’olio, malgrado i nostri tentativi di spegnere l’incendio con la polvere di cemento. Restò salvo il terzo trasformatore che si trovava al piano superiore. Il mattino successivo un Ufficiale tedesco venne ad accertare i danni ed io riferii che i trasformatori, ormai sventrati, potevano essere buttati nel “fero vecio”.

Per interessamento del Direttore Ing. Rossi, un sardegnolo, giunse poi da Cividale un piccolo trasformatore di fortuna da circa 20 Kw che servì solo ad insaccare il cemento già cotto. Dopo quel sabotaggio fu sistemato all’interno del Cementificio un presidio di giovanissimi toscani della Muti. In quella occasione venne a Schio anche il Consigliere Delegato Ing. Paolo Radici, però la produzione si riassestò solo dopo la fine della guerra.

 La direzione non effettuò licenziamenti né mise in “cassa integrazione”, come si dice oggi, ma cercò di adibire gli operai a manutenzioni interne, a volte non proprio indispensabili. Penso che volessero tenere occupati gli uomini perché non andassero a finire in Germania. Mi sembra anche interessante ricordare che in precedenza, verso il marzo del 1944, i partigiani avevano fatto saltare qualche pilone nei paraggi della cava di argilla; ricordo in particolare che il ponte teleferica in fondo a via Pio X, verso S. Vito di Leguzzano, restò inclinato per l’esplosione e i Tedeschi, se vole­vano passarci sotto con i camions, furono costretti a farlo saltare del tutto. In quella occcasione fui costretto a riparare tutto il tratto di linea elettrica che cor­reva sopra la teleferica ».

 

 

 

Il comando tedesco

 

 

 

Il sabotaggio al Cementificio di Schio suscitò sicuramente nei Tedeschi un comprensibile disappunto; lo documenta una lettera del Comandante tedesco della Provincia di Vicenza al Vescovo Mons. Zinato in occasione dell’eccidio di Fongara (Recoaro), lettera datata 4 luglio 1944 e nella quale, per inciso, si fa cenno del sabotaggio di Schio avvenuto una ventina di giorni prima.

 

 

 

Il Coman­dante scriveva al Vescovo: « Vi sono noti gli attentati dinamitardi effettuati negli ultimi tempi a Schio e a Valdagno. Con questi si vogliono immobilizzare le fabbriche che danno pane e mercede a 7000 famiglie in Schio e a 6000 famiglie a Valdagno. Per causa di essi soffrono l’indigenza 13 .000 operai italiani e cri­stiani credenti. lo ho parlato con alcuni operai di queste fabbriche che mi hanno pregato in modo supplichevole di liberarli dai ribelli per poter ritornare al loro pacifico lavoro ai telai. Nella mia qualità di Comandante della Provincia di Vi­cenza ho promesso a questi operai di offrire loro protezione ed aiuto; considero come il più nobile dei miei compiti di essere protettore ed aiuto di ogni pacifico cittadino nei suoi bisogni, ma di essere altresì rigido contro chiunque turbi la quiete o distrugga la vita umana ».

 

 

Ma la « realtà » delle cose, sia sull’eccidio di Fon­gara che sulla deportazione di manodopera e sulla produzione spedita in Ger­mania, era ben nota al Vescovo di Vicenza Mons. Zinato, il quale – con l’espe­rienza secolare del clero in materia epistolare – così rispose al Comandante tede­sco: « Permettetemi, signor Comandante, di parlarvi con la stessa franchezza con la quale voi mi avete risposto. Da quanto Voi mi comunicate e che in parte è in completa opposizione a quello che io stesso ho visto e constatato non posso de­durre che questa conseguenza, e cioè che, conoscendo la severità con cui codesto Comando usa punire ogni infrazione ai suoi ordini, si è temuto di rendervi edotto della verità ».

 

 

 

L’eleganza della forma e l’uso ineccepibile delle parole lasciano ugualmente trasparire il vero pensiero del Vescovo.

 

 

 

Sul piano militare la « reazione » armata del Comando germanico ebbe attua­zione due giorni dopo il sabotaggio al Cementificio con un vasto rastrellamento che investì tutta la Val Leogra, il Monte Novegno e la zona dei Tretti.

 

 

 

Il rastrellamento fu conseguente però a tutta una serie di azioni partigiane che si erano intensificate nella prima quindicina del giugno 1944: scontro al Monte Enna, uccisione di un ammiraglio tedesco e recupero di documenti segreti per un siluro ed una telearma, cattura di una missione giapponese in località Tagliata, scontro a S. Vito di Leguzzano, assalto alla Caserma della G.N.R. di Valli del P. ed alla Caserma tedesca di Colle Xomo, uccisione di un Colonnello della Wehrmacht a Pian delle Fugazze e recupero del piano di fortificazioni dal Garda al Piave. (Di alcuni di questi avvenimenti si è riferito in apposita Inchiesta).

 

 

 

Obiettivamente – dal punto di vista del Comando germanico – esistevano fondati motivi per una ripulitura della zona dai « ribelli ».

 

 

 

È infine interessante accennare alle misure anti-sabotaggio messe in atto dai Comandi tedeschi; infatti ai primi di agosto 1944 il feldmaresciallo Kesselring ema­nò alcuni « ordini » contro il banditismo (cfr. F.W. Deakin, op. cit., p. 963) tra i quali rileviamo:

 

 

 

« 5) Per atti di sabotaggio a cavi e contro pneumatici devono essere fatti responsabili i villaggi in vicinanza. La migliore sicurezza contro tali atti di sabo­taggio sono le squadre di sicurezza composte dalla popolazione civile dei paesi stessi ».

 

 

Anche il Comando tedesco di Schio fu sollecito ad attuare le direttive di Kesselring, come appunto si nota dal seguente documento datato 4 agosto 1944: Cartolina-precetto (Tip. Pasubio) intestata « Comune di Schio » e indirizzata al Sig. Anzolin Albino di Giuseppe, Via Collareo, 1 - Schio.

 

 

 

« D’ordine del Comando Germanico siete comandato in servizio di vigilanza lungo la linea ferroviaria, nel tratto Schio-Marano Vicentino. Per ricevere le nec­essarie istruzioni Vi troverete in Stazione il 7 agosto 1944-XXII alle ore 20, mun­ito della carta di identità. In caso di mancata presentazione sarete punito secon­do le leggi di guerra germaniche. Se l’individuo cui la presente è diretta non può presentarsi dovrà farsi sostituire da un familiare (anche donna). Schio, 4 agosto 1944-XXII - Il Comm.rio Prefettizio Vescovi. La presente serve quale foglio di riconoscimento e lasciapassare durante le ore del coprifuoco ».

 

 

[Estratto dal volume IV dei QUADERNI DELLA RESISTENZA]


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