Tre imboscate

 

di E. Trivellato

 

 

Gli spostamenti dei partigiani, da soli o in coppia o in pattuglia, erano sempre pericolosi. Ci si poteva imbattere casualmente in gruppi di Tedeschi o di Fascisti o addirittura questi si trovavano in agguato come conseguenza di segnalazione o di delazioni. Durante la notte ogni ombra avrebbe potuto far partire una raffica e molti incontri fra gli stessi partigiani non si conclusero tragicamente proprio per un soffio. Solo un istinto quasi animalesco nel fiutare il pericolo ed un’attenzione vigile ad ogni fruscìo, sasso smosso o stormir di foglie, consentirono a molti partigiani di fuggire ad incontri mortali; in alcuni esisteva un sesto senso o presentimento che in certe situazioni faceva scattare un campanello d’allarme. Purtroppo venti mesi di tensione sono lunghi da trascorrere e vi è sempre il momento di disat­tenzione o « momento de baùco» che in una certa occasione poteva essere fatale.

 

 

Fra le tante vicende di agguati e di imboscate avvenute nella giungla del tempo (ho ritenuto interessante riferire un po’ più ampiamente di un’imboscata avvenuta alla Riva di Staro ai primi di maggio del 1944, di un’imboscata a Campogrosso in (luglio e di un agguato a S. Caterina in agosto.

 

 

Imboscata alla Riva di Staro

 

 

8-9 maggio 1944

Una pattuglia di partigiani della Val Leogra doveva portarsi in Valle dell’Agno per raggiungere Malga Campetto. Durante lo spostamento, in una notte pioviggino­sa, il gruppo di 10-12 persone si fermò alla Riva, un grumo di case appena sotto Staro paese. Era venuti su dal Mulin del Broca, si erano portati sulla strada fer­mandosi in mezzo alla contrada davanti alla casa dei Gusela, dove alcuni di loro si misero a chiamare la Rosina Gusela. In seguito sarebbero scesi in valle per ri­salire ai Buselati evitando il passaggio di Staro. L’anziana Rosina non aprì subito la finestra del piano superiore dove dormiva e quando lo fece e si affacciò non poté probabilmente, data anche l’oscurità, avvisare i partigiani che in contrada poche ore prima era giunto un automezzo con 4-5 fascisti armati; questi si erano furtivamente sistemati in una barchessa proprio davanti alla casa dei Gusela, al di là della strada e stavano aspettando il passaggio dei partigiani. Non sembra quindi vi siano dubbi sul fatto che l’imboscata conseguiva ad una precisa delazione sul luogo e sulla sera del passaggio; corre voce che sotto ci fossero faccende di donne, piuttosto complesse. Quando i fascisti sotto la barchessa si resero conto che il gruppo di par­tigiani era molto consistente, non se la sentirono di attaccare, forse erano anche dei giovanissimi non troppo esperti di guerriglia.

 

 

Purtroppo i due o tre che si erano recati a chiamare la Rosina – non si sa per  quale motivo – a causa della pioggia erano arretrati sulla strada ed i fa­scisti pensarono che volessero ritirarsi sotto la barchessa. Di qui le prime raffiche, il ferimento di tre partigiani, il successivo lancio di bombe a mano. La Rosina stava aprendo la porta d’ingresso al piano terra e, se lo avesse fatto un secon­do prima, avrebbe ricevuto in pieno uno sventaglio di pallottole. Tra i partigiani ne furono colpiti quattro: Domenico Roso («Binda») di Valli del Pasubio, che era a capo della pattuglia locale (in prevalenza giovani di S. Antonio); Nino Stella («Traingher») di Torrebelvicino, anch’egli capopattuglia; Severino Sbabodi Staro; «Cervino», un bersagliere piemontese. Quel crepitio improvviso di armi automa­tiche, del tutto imprevedibile, ed il lancio di bombe a mano provocarono un fuggi fuggi generale e la dispersione, attraverso le stradine della contrada, dei partigiani nei sentieri e nei boschi circostanti.

 

 

Domenico Roso, benché gravemente ferito riuscì a trascinarsi ed a nascon­dersi vicino alla contrada, restando lì fino al mattino allorché, allontanatisi i fa­scisti, il marito dell’Adele si fece dare un materasso dai Gusela e con un carrettino lo portò giù fino al Grijo e cercò di far venire il dr. Pontivi; ma il ferito morì poco dopo. Severino Sbabo, colpito alle gambe, si trascinò in contrada e si nascose sotto dei pali di castagno lamentandosi tutta la notte finché al mattino venne catturato dai fascisti, trasportato in Valle dell’Agno e qui seviziato e poi fucilato. Nino Stella, anche se ferito all’addome e con la vescica perforata, scese in Valle e risalì ai Busellati dove fu raccolto da un gruppo capeggiato da «Tarzan» e tra­sportato a Torrebelvicino dai familiari, che lo condussero all’Ospedale di Schio dove morì lo stesso giorno. «Cervino» riuscì anch’egli a riparare ai Busellati, dove fu raccolto, trasferito in Valle dell’Agno e curato.

 

 

L’imboscata della Riva di Staro pone alcuni interrogativi, che purtroppo non hanno trovato una risposta. Innanzitutto pesa l’ombra della delazione e dei motivi che la hanno provocata; in secondo luogo si rivela che la sorpresa, l’oscurità e l’ignota consistenza delle forze fasciste o tedesche esistenti in contrada provocarono una disgregazione della pattuglia ed un « si salvi chi può »; infine nessuno della contrada si arrischiò ad uscire di casa dopo quella sparatoria ed il lancio di bombe a mano; d’altronde i fascisti – a mio giudizio presi essi stessi dal panico – avrebbe­ro sparato alla prima ombra in movimento e nessuno sapeva quanti erano e dove si trovavano in agguato.

 

 

Nel cimitero di Staro una lapide di famiglia ricorda: «Tra rupi e scogli gio­vinezza indomita visse e lottò per la Patria Libera SBABO SEVERINO tradito da iniqui fratelli trucidato da barbari tedeschi - Nato il 22.7.1924 - Morto il 11.5.44 - La famiglia ».

Poiché Nino Stella morì a Schio la sera del 9 maggio 1944 sembra doversi dedurre che l’imboscata ebbe luogo nella notte fra 1’8 ed il 9 maggio.

 

 

 

Le notizie di "Lince"

 

 

 

Domenico Chiumenti («Lince») riferisce che quella sera si trovò in contrada Stonera dove si erano riunite la pattuglia di « Nino Stella» e quella di S. Antonio, comandata da Domenico Roso e da Bruno Brandellero. Si doveva decidere su chi sarebbe partito per Malga Campetto. Alla pattuglia di «Nino Stella» vennero ag­gregati Domenico Roso e Walter Pianegonda; quest’ultimo svolgeva funzioni or­ganizzative e doveva accompagnarli in Valle dell’Agno. Nella pattuglia di Nino Stella c’era un Roso Luigi, che abitava in contrada Cucco in Cavrega e che ora ri­siede in Belgio.

 

 

 

Il racconto di "Tega"

 

 

 

OLIVIERO GIACOMO («Tega»). Nato a Valli del P. il 5.6.1923, residente in contrada Sericati, aiutante agricolo in vari luoghi. Dopo la Liberazione voleva arruolarsi nella Polizia, ma non fu accettato per bassa statura; non riuscì a trovare lavoro per il fatto di essere stato partigiano e per di più comunista. Essendo senza famiglia e solo, decise di emigrare in Francia, dove lavorò negli altiforni a Thion­ville come operaio addetto al servizio trasporti. La seguente testimonianza è stata raccolta il 4.9.1978 in occasione di una sua venuta in Italia

 

 

«Di leva in artiglieria celere a Pordenone, all’8 settembre mi trovavo nella divisione Ariete a Firenze su Monterotondo in partenza per la difesa della Calabria. Dopo l’annuncio dell’armistizio opponemmo quasi 8 giorni di resistenza a fuoco contro i Tedeschi e con l’antiaerea riuscimmo anche ad abbattere due caccia tede­schi. Quando il Colonnello si rese conto dell’impossibilità di sostenere la situa­zione, diede l’ordine di bruciare tutto (fucili, macchine, coperte, fureria) ed in una adunata ci disse che, piuttosto di finire in mano ai Tedeschi, era più giusto tornare a casa. Io partii armato, a piedi e con la ferrovia, e così arrivai ai Sericati. Non mi presentai ai richiami di novembre e l’inverno passò abbastanza tranquillo; verso primavera mi misi in contatto con Staro, Malunga, Recoaro.

 

 

 

Per quanto riguarda l’imboscata di Staro dei primi di maggio io mi trovavo ai Busellati ed ho sentito degli spari verso la Riva; non sapendo di che cosa si trattasse proseguii per Rovejana, passai l’Agna e risalii dall’altra parte, dove trovai “Tarzan”, che voleva spararmi perché avevo il cappello da tedesco. “Tarzan” stava aspettando la squadra di Staro e dell’alta Val Leogra, che doveva poi tra­sferirsi con altre forze partigiane nelle montagne veronesi per attaccare in massa le linee di comunicazione tedesche. Viceversa alle 7 del mattino arrivò una staf­fetta che riferì dell’imboscata avvenuta alla Riva di Staro.

 

 

 

“Tarzan” allora riunì 3 partigiani di Recoaro e me, come guida, per fare una puntata fino ai Busellati. Qui abbiamo trovato Nino Stella che vi era giunto da solo e si era nascosto in una tezza in mezzo alle foglie: era ferito alle gambe ed alla vescica. “Tarzan” mandò subito delle staffette a Recoaro, a Valdagno ed a Schio per far venire un medico ma non si vide nessuno e così si decise di portarlo all’Ospedale di Schio; attraverso i sentieri partimmo verso Civillina in 7-8 uomini finché a Torrebelvicino lo abbiamo consegnato a dei civili o ai familiari. Nell’imboscata Severino Sbabo venne ferito alle gambe e verso il mattino fu catturato dai fascisti e trasferito a Re­coaro, poi a Valdagno, poi a Cornedo, dove fu seviziato ed infine ancora a Val­dagno dove venne ucciso.

 

 

 

Nell’imboscata c’era anche “Cervino”, un piemontese, bersagliere, fuggito dalla zona di Trento dopo 1’8 settembre e capitato nelle nostre zone; “Cervino”, ferito da una pallottola alla coscia, era arrivato anche lui ai Busellati e si era na­scosto all’insaputa di Nino Stella e questi di “Cervino”. Di “Tarzan” ricordo che era un tipo “tutto nervi”, atletico, biondo, con spalle larghe e fianchi stretti pro­prio come il Tarzan del cinema; parlava in italiano e, come conferma anche Nero, era piemontese; aveva una forza ed un coraggio fenomenali, anche se spesso era sotto l’effetto dell’alcool e difficilmente in quei momenti si poteva di­scutere con calma, perché si metteva a parlare di vendette e di uccisioni di te­deschi e fascisti».

 

 

 

In aggiunta alla testimonianza di Giacomo Oliviero riportiamo le notizie fornite dalla sorella di Nino Stella: «Verso le 4 del mattino un gruppo di par­tigiani armati trasportò fino a casa nostra mio fratello gravemente ferito; poco dopo giunsero anche il Parroco e il dr. Sandri, il quale consigliò l’immediato trasporto in Ospedale, il che avvenne con una carrozza. Nino purtroppo morì la sera stessa. Per l’imponenza dei funerali di Domenico Roso del giorno prima, i fascisti proibirono il funerale di Nino a Torrebelvicino, che fu quindi sepolto a Schio».

 

 

 

 

Imboscata di Campogrosso

 

 

4 luglio 1944

 

Staro – frazione di Valli del Pasubio – si trova in alta Val Leogra quasi a cavaliere con la valle dell’Agno, a circa un Km. dal Passo Xon, lungo la statale che da Valli conduce a Recoaro. Per la sua posizione il paesetto fu soprattutto un luogo di transito per le pattuglie partigiane operanti a Valli, a S. Antonio, in Malunga, a Recoaro. Tuttavia alcuni staresi, per obblighi di leva o per loro ini­ziativa, si inserirono nelle formazioni partigiane operanti nella zona e per un certo periodo si configurò anche una pattuglia locale capeggiata da Gianpietro Fogazzaro («Folgore») della Villa Rosa, che sposò in seguito Sergia Pagnotti di Schio, cu­gina di Armando («Jura»). La situazione di Staro ed il comportamento della po­polazione durante la guerra partigiana devono considerarsi in rapporto alla po­vertà agricolo-montanara endemica del tempo, al fatto che il paesetto era battuto da «quelli di Malunga» e da «quelli di Recoaro», allo stanziamento di un piccolo reparto della G.N.R. nella Villa Rosa.

 

 

Di rilievo poi è la figura di don Antonio Ziliotto, il parroco di allora, che ebbe un ruolo importante in aiuto dei partigiani ma soprattutto per alcuni tratti del tutto particolari della sua personalità. Tre av­venimenti colpirono Staro in modo drammatico: l’imboscata alla Riva, l’imboscata a Campogrosso, l’attacco alla curva del Gasteghe di una colonna di Tedeschi in ritirata.

 

 

Nell’estate del 1944 la piccola pattuglia capeggiata da «Folgore» era solita rifornirsi di latticini presso una malga sopra Campogrosso, a volte dietro paga­mento in denaro a volte senza corrispettivo. Il 4 luglio vi salirono 4 partigiani sta­resi (Dalle Mese Narciso, Pianalto Antonio, Massignani Ernesto, Tessaro Guerri­no), mentre Gianpietro Fogazzaro che si era messo in cammino con loro era stato costretto a tornare perché colto da dolori addominali. Appena i quattro uscirono dalla malga furono investiti da nutrite scariche di armi automatiche, in quanto nu­merosi soldati tedeschi si erano appostati fra le rocce ai lati della conca dove si trovava la malga. Sembra evidente che i prelevamenti di latticini erano stati se­gnalati al Comando tedesco. Dalle Mese e Pianalto si rifugiarono verso la Sisija e raggiunsero una nicchia, ma furono uccisi sul posto, mentre Massignani e Tes­saro vennero catturati, tradotti a Recoaro e qui interrogati e seviziati, poi trasfe­riti a Verona, dove furono fucilati in Cimitero cinque giorni dopo.

 

 

DALLE MESE NARCISO («Bandino») Cl. 1925. Di Antonio. Il fratello Domenico (Cl. 1921) era morto in Russia il 24.12.1942, mentre il fratello Romano risiede ai Cubi.

 

PIANALTO ANTONIO («Topo di Attila»)

Cl. 1919. Riformato alla visita di leva per un’imperfezione congenita ad una gamba, si era aggregato ai partigiani per amicizia con i compaesani. Il fratello Quintino era morto in Russia ed un fratello Fiore risiede a S. Quirico.

 

MASSIGNANI ERNESTO («Berno»)

Cl. 1925. Rivedibile. Il padre, emigrato in Francia, era un grande invalido del lavoro in conseguenza dello scoppio di una mina. Un fratello era caduto in guerra ed un altro era stato internato in Germania. Quando Ernesto venne fucilato, il parroco don Antonio raccontò al padre, sofferente di cuore, che il figlio era stato in Germania e la notizia della morte fu data solo un anno dopo.

 

TESSARO GUERRINO detto Rino («Brusaferro») Cl. 1918. Di leva nel 1939, si trovava con il coetaneo Silvio Trettenero a Sambuco in Piemonte come guardia frontiera ed il 10 giugno 1940 i due amici staresi entrarono in Francia. In seguito Silvio finì in Albania mentre Rino partì nella «Julia» per la Russia, donde tornò ferito.

 

 

Nel Cimitero di Staro la Brigata «Stella» ha dedicato ai quattro caduti di Staro una lapide con la scritta: «I vostri compagni d’armi vi ricordano».

 

 

Le notizie su Staro sono state raccolte da più persone dell’ambiente ed in particolare presso l’attuale parroco don Luciano Fabris detto «Giacomo» di S. Tornio di Malo, presso l’anziana Maria Tessaro perpetua di don Antonio Ziliotto detta «la Maria del prete», presso la Lucia Dalla Riva detta «Cia Momi», della Riva, Silvio Trettenero e la moglie Lina dei Musi, Enrichetta Tessaro detta «RichettaBajolina», Silvestro Dalla Riva falegname e la moglie Luigia Sbabo, Arturo Sbabo fratello di Severino, Rosina Dalla Riva ed il fratello Francesco in occasione di un suo rientro dall’Argentina, Angelo Dalla Riva detto «Angelin Coli» minatore ad Auboné (Fr), Giancarlo Busellato («Ciccio»).

 

 

 

 

Imboscata di S.Caterina

 

 

20 agosto 1944

 

Nell’agosto del 1944 il paese di S. Caterina fu colpito da un fatto sanguinoso: l’uccisione di un partigiano in un’imboscata e di un civile. In quel periodo il Par­roco don Antonio Morandi («don Luigi») era assente, su consiglio del Vescovo, come si è detto in precedenza. La sua cronistoria riporta comunque il fatto del 20 agosto, anche se non è stato possibile sapere se il racconto derivi da appunti del sostituto elaborati in seguito o da informazioni raccolte di seconda mano da suoi parrocchiani. Riportiamo innanzitutto la narrazione del Parroco:

 

 

I. IL RACCONTO DEL PARROCO. «Il 20 agosto 1944, durante il periodo di assenza del Parroco, un gruppo di partigiani locali ed altri dei dintorni ha promosso in S. Caterina una festa campe­stre, sopra il costo di un monticello all’aperto, con danze e bevute. Forse la cosa fu deferita al comando fascista di Schio da qualche spia o da qualcuno di passag­gio. Sta il fatto che verso sera una pattuglia della milizia fascista di Schio si di­resse verso S. Caterina per catturare, disperdere ed uccidere i partecipanti alla festa.

 

 

 

Questi però furono appena avvertiti in tempo da una ragazza, che si accorse del movimento della pattuglia, e poterono mettersi in salvo. Ma i fascisti, giunti al centro del paese, bloccarono le strade con mitragliatrici e si appostarono presso la contrada Bonolli, nascosti dietro le siepi, per sorprendere i partigiani di pas­saggio. Dopo un’ora, un partigiano, insieme ad un altro compagno, ambedue ignari dci blocco e dell’insidia, perché non appartenevano al gruppo di coloro che parte­ciparono alla festa, si partì da una contrada di Valli o di Posina o dal suo nascondiglio per acquistare un po’ di latte in S. Caterina. Appena tutti e due furono a tiro delle armi fasciste, furono investiti da una raffica di mitraglia: uno di essi, certo Conforto, fu ucciso sul colpo, l’altro ferito leggermente, si diede alla fuga e si salvò. Il morto apparteneva alla parrocchia di Santorso.

 

 

 

I fascisti non levarono subito il blocco, ma continuarono l’appostamento fino a tarda ora, forse nella speranza che il compagno fuggito o altri, venisse a ricuperare la salma del morto. Il coprifuoco era fissato per le ore 22. Prima di quest’ora, quindi in tempo ancora permesso alla circolazione, Marcante Pietro di qui, esercente l’osteria al Capitello, faceva ri­torno da Enna, dove si era recato nel pomeriggio. Quando fu vicino alla salma del morto, abbandonato sulla strada, forse si sarà fermato per considerare chi fosse l’ucciso. Non si può dire con sicurezza ciò che sia avvenuto poiché la gente, invasa dal terrore, se ne stava tappata in casa. A un certo momento si sentì una scarica di mitraglia: i fascisti uccisero il Marcante forse giudicandolo un partigiano venuto per assistere il compagno e per recuperarne la salma.

 

 

 

Il Marcante aveva i docu­menti in regola per la libera circolazione e non era a conoscenza di quanto acca­deva a S. Caterina, finché rimase ad Enna. Fu un vero miracolo se non avven­nero altre uccisioni, poiché una compagnia di tre uomini in quel pomeriggio si era recata a fare una gita e a bere un bicchiere in una contrada di Valli; an­ch’essi erano all’oscuro di quanto successe a S. Caterina. Stavano per tornare e non erano molto lontani dal luogo in cui avvenne il delitto, quando, sentendo la sca­rica di mitraglia, intuirono il pericolo e, invece di proseguire, tornarono indietro e pernottarono in una famiglia di conoscenti di una contrada di Valli. Il mattino successivo, essendo ormai libere le strade e il paese, la popolazione, uscita dalle case, poté rendersi conto di quanto era accaduto».

 

 

II. LA VERSIONE DEI SANTACATARINESI.

 

 

La versione del Parroco di una «festa campestre con danze e bevute» ha suscitato, negli ex partigiani di S. Caterina, un incidente paesano. «Figurémose se gavevino voja de far festa! » – dice Primo Righele – «diossà chi che gà contà al Paroco ste storie». Nella seconda riunione la faccenda venne chiarita un po’ meglio, altrimenti c’era addirittura l’intenzione di una sottoscrizione pubblica. Ri­portiamo le varie testimonianze:

 

 

 

PIO ROSSI - «Quella sera dovevamo trovarci per discutere alcune cose ed infatti ci riunimmo di fianco alla contrada Zausa sopra la casa di “Churchill”; io dovevo dare a Pietro Bonollo un rullino di una Kodak a soffietto da far sviluppare. Eravamo in 5-6: Attilio Andreetto (“Sergio”), Pietro Bonollo (“Dorigano”), Pio Rossi e qualche altro che esattamente non ricordo. Non c’erano ragazze e non avevamo certo voglia di far festa, anzi si doveva decidere dove andare a dormire. Primo Righele (“Bixio”) era sul Bocche con una decina di uomini. Ad un certo punto abbiamo visto due razzi ed al secondo abbiamo sentito alcune raffiche – “Ecco il rastrellamento” – ed allora siamo spariti nel bosco».

 

 

ANGELA SANTACATERINA, maestra - « Ricordo il gruppetto perché qual­cuno in paese disse: “Quei tusi là, se li sente!”, ma escludo la festa campestre con danze e bevute».

 

 

PIETRO BONOLLO - «Non posso ricordare se qualcuno di noi ha alzato la voce, ma è certo che quella sera a S. Caterina non vi furono né balli né feste. Fra l’altro ero l’unico, tra i partigiani di S. Caterina, che sapeva un po’ ballare. Siamo rimasti lì una mezz’ora, al massimo 3/4 d’ora».

 

 

Dall’insieme delle testimonianze di quelli di S. Caterina e di Romolo Dalla Vecchia di S. Ulderico (vedi dopo) sembra doversi ipotizzare che la perlustrazione fascista ebbe luogo senza motivi specifici, che l’idea del Parroco di una spiata era usuale in quei tempi per giustificare un avvenimento, che la festa campestre non ci fu ed infine che il gruppetto di partigiani in contrada Zausa fu anch’esso colto di sorpresa dai razzi e dalle raffiche ad imboscata avvenuta. Si è ritenuto di dilungarsi su tale vicenda per puntualizzare come il racconto  del Parroco,  il quale in sostanza costituisce «documento», derivi da informazioni dei parrocchiani molto di seconda mano e non sia disgiunto da consideraziori moralistiche del fatti («danze e bevute»).

 

 

ANGELA SANTACATERINA, maestra - « I tre che, udite le raffiche, torna­rono indietro e si fermarono a dormire al Masetto furono: Ettore Righele della contrada Piazza, Matteo Righele di Costantine, Ilarione Righele detto il “diavolo rosso”».

 

 

 

 

III. IL RACCONTO DI ROMOLO DALLA VECCHIA («Genna»).

 

 

Nell’imboscata Basilio Conforto («Milo) di Santorso (n. 30.1.1922) restò ucciso all’istante mentre Romolo Dalla Vecchia («Genna») di S. Ulderico venne ferito ma riuscì a scomparire nel sottobosco. Questa è la testimonianza di Romolo:

 

 

«Ferito nel rastrellamento di Posina ed ancora convalescente, chiesi a “Tom” (Franco Dal Medico di Schio) di rientrare a casa, per cui ci si accordò con “Milo” per fare il viaggio in due. Partimmo da Val Terragnolo, con le scarpe legate da fili di ferro, verso le 13-14, orientandoci nei boschi alla meglio e ricordo che Posina fumava ancora. Si arrivò a Vallortigara all’imbrunire e poco dopo incon­trammo uno dei nostri, con un moschetto, che rientrava in contrada, pacifico, con il vestito da festa perché era domenica ed era andato a fare una partita a carte. Le ultime parole che dissi a “Milo” furono queste: “Desso xé le 9 e 1/4 e credo che par le 10 arivo a S. Ulderico, che ancò xé la sagra”.

 

 

Improvvisamente vedo un gran fuoco davanti agli occhi e “Milo” che si gira sui reticolati. Allora io, che mi trovavo verso la masiéra, mi metto a correre e mi infilo in mezzo al sorgo: on­deggiava dalle raffiche di mitragliatore. Mi ributto fuori e, durante il percorso, vedo i buchi sul terreno delle pallottole; riesco a rotolare’ via, mi accorgo del braccio umido di sangue e da allora la memoria è confusa. Mi sembra che abbiano lanciato dei razzi e di aver sentito dei passi lenti su di un sentiero (“Ecoli, i xé qua!”), ma credo fosse Piero Marcante detto Carollo, che passava, perché poco dopo ho in­travisto un lampo e sentito due raffiche.

 

 

Avevo una grande sete ed a poco a poco mi diventò tutto scuro: “Qua son morto”. Avevo l’impressione di trovarmi in quel posto da anni. Finalmente mi svegliai a casa. Venni a sapere che la Ida ed una ragazza bionda di S. Caterina, le quali passavano per andare in cerca di Primo Righele, mi videro e si interessarono per farmi portare nel “buso” ed il mattino dopo a S. Ulderico. Siccome avevo un braccio trapassato da una pallottola fu chiamato il Dr. Papesso che mi curò fino alla guarigione».

 

(Tratto da QUADERNI DELLA RESISTENZA - volume VII)


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