LA GUERRA DI LIBERAZIONE NEL VICENTINO (8 settembre 1943 – 4 maggio 1945)

 

 

 

 

Aprile 1944

 

di Pierluigi Damiano Dossi 

 

 

Aprile 1944, totale vittime accertate: 18

Rastrellamenti e rappresaglie. La repressione nazi-fascista nel Vicentino. [1]

 

 

7 aprile 1944: Istituto Ortopedico ed Ergoterapico di Mezzaselva – Roana

(Altopiano 7 Comuni).

15 aprile 1944: Zona di Crespadoro (Val Chiampo).

19-20 aprile 1944 – Località Costo – Galleria ferroviaria della Pendola

(Pedemontana Altopiano 7 Comuni).

20 aprile 1944: Preara di Montecchio Precalcino (Alto Vicentino).

21 aprile 1944: Distretto Militare di Vicenza.

22 aprile 1944: Vicenza.

24 aprile 1944: Santorso (Tretto di Schio).

24 aprile 1944: Monte Croce – Montegalda (Basso Vicentino).

24-25 aprile 1944: San Vito di Leguzzano e Torrebelvicino (Val Leogra).

27 aprile 1944 – Alte valli dell'Alpone (Vr), Chiampo e Agno).

28 aprile 1944: Thiene (Alto Vicentino).

30 aprile 1944: Santa Caterina di Tretto.

 

 

Altri episodi minori o poco documentati.

Rastrellamenti e rappresaglie.

 

 

La repressione nazi-fascista nel Vicentino.[1]

 

In primavera la situazione comincia a cambiare: le formazioni partigiane, a causa anche dei bandi di reclutamento di Salò, s’ingrossano repentinamente e danno il via alla lotta armata. Cominciano una serie di azioni sul territorio collinare e montano, dove i partigiani ricevono i primi aviolanci dagli Alleati. 

 

In Val Leogra, ad esempio, la reazione tedesca porta ai due ravvicinati rastrellamenti del 30 aprile e del 18 maggio 1944 nell'area del Tretto. Il 28 aprile, invece, abbiamo un'operazione nell'area di Recoaro. Gli organi di sicurezza tedeschi individuano inoltre, da metà maggio, consistenti forze partigiane nell'area tra Schio e Asiago, dove è lanciata l'Operazione “Montebello”.

 

Si tratta comunque, fino alla fine di maggio, di una situazione assai meno drammatica che in altre zone dell'Italia settentrionale. Le cose cominciano veramente a cambiare a giugno '44, quando l'offensiva partigiana raggiunge un'intensità del tutto nuova. Pensiamo, per fare un esempio, alla prima quindicina del mese in Val Leogra, dove tedeschi e fascisti devono subire una lunga serie di colpi di mano, agguati, esecuzioni mirate, assalti, sabotaggi, con decine di perdite per opera della neonata Brigata “Garemi”.

 

Il traffico militare che attraversa la vallata difficilmente transita indenne. Le fonti partigiane riportano addirittura azioni clamorose, di cui manca però per alcune la conferma da parte tedesca: la cattura dei piani di un'arma segreta, dei progetti delle fortificazioni pre-alpine, di una missione diplomatica giapponese (rappresentanti industria bellica nipponica).

 

E' sicura invece, l'eliminazione del ten. colonnello Klaus Schneider (Erkundungs-Stab Italien), il 15 luglio a Pian delle Fugazze. Sul piano dello sfruttamento economico delle risorse un duro colpo sono, a metà giugno, i sabotaggi alle centrali elettriche della vallata che forniscono energia agli stabilimenti militarizzati.

 

 

Ancora più pesante il sabotaggio al cementificio di Schio, che blocca la preziosa produzione di cemento per diverse settimane. Una quindicina di atti analoghi di sabotaggio accadono pochi giorni dopo anche nella zona di Recoaro-Valdagno.

 

 

I rapporti tedeschi di metà giugno indicano che tutta l'area tra Belluno, Vittorio Veneto, Bassano, la Valsugana, Schio e Rovereto è “fortemente perturbata da bande”. Un rapporto del 29 giugno 1944 dell'Armeegruppe von Zangen, che controlla la confinante Alpenvorland, dice:

 

 

“Non si tratta più di gruppi isolati, bensì di un vero e proprio movimento insurrezionale, organizzato e condotto militarmente dal nemico, secondo i criteri della guerriglia alle spalle del fronte ... La guerriglia si è accresciuta particolarmente intorno al Pasubio, per impedire la costruzione delle opere di fortificazione della «barriera prealpina».... L'estensione dei focolai di resistenza rivela la chiara volontà di interrompere le vie di rifornimento dal Reich. Le contromisure prese sono attualmente insufficienti, ma anche se fossero draconiane non si riuscirebbe a pacificare il territorio”.

 

 

 

Scatta il cosiddetto giro di vite. Gli ordini partono in alto, dove è in atto uno scontro tra Kesselring, che vuole il controllo della repressione, e Wolff, che non vuole rinunciare all'autonomia di SS e Polizia.

Si giunge a un compromesso: le direttive sono emanate da Kesselring, quindi dalla Wehrmacht, ma il responsabile dell'attuazione è Wolff. Ne fa le spese il terzo organismo tedesco in Italia, in altre parole l'autorità amministrativo-militare del generale Toussaint, che ha giurisdizione sul territorio occupato, escluse le zone del fronte e le Zone d'operazione: in sostanza le Militärkommandanturen perdono potere nella lotta alle bande.

 

 

Va detto che il Comando di Piazza di Vicenza e i vari presidi dispongono già di forze utilizzate per il controllo del territorio e per azioni di contro-guerriglia, soprattutto, le Alarmeinheiten (Unità d'allarme) e gli Jagdkommando (Commando caccia). Si tratta di speciali reparti incaricati della repressione immediata: ad esempio l'eccidio di Borga di Fongara dell'11 giugno, con 17 vittime, è scatenato dal Commando caccia di Valdagno agli ordini del tenente Stery Joseph, comandante della colonna attrezzature del Luftnachrichten-Betriebsabteilungen zur besonderen Verwendung 11.

 

 

All’1 giugno 1944, l'organigramma delle forze di primo impiego comprende 13 Commando caccia: 3 a Vicenza, 2 a Thiene, 1 ciascuno a Schio, Marano, Valdagno, Recoaro, Marostica, Bassano e Lonigo. In tutto circa 360 uomini.

 

 

A Vicenza operano un distaccamento dell'aeroporto militare, uno del genio ferroviario e un reparto tratto da un battaglione della riserva; a Thiene, Bassano e Marostica squadre della Flak (contraerea); a Valdagno e Arzignano due reparti addetti a trasmissioni e avvistamenti aerei; a Lonigo un gruppo della Compagnia d'allarme corazzata (Panzer Ausbildungs Abteilung Süd).

 

 

Numerosa è l'unità di Recoaro: 102 uomini della 1^ Compagnia, 3° Btg., 12° Regg. SS Polizia; a Merano un gruppo di 30 uomini e 3 ufficiali del 263° Btg. Orientale (Ost-Bataillon 263), comandato dal tenente Schrick; a Schio, il mar.llo Peters comanda 27 uomini appartenenti a un reparto cantieristico da campo della Luftwaffe.

 

 

Il compromesso prima accennato rimescola le carte. Il territorio è diviso in “Settori di sicurezza”, affidati a “Comandanti di sicurezza”, unici responsabili locali della contro-guerriglia.

 

 

Il 2 luglio '44, mediante ordine di Wolff, il capitano Buschmeyer Fritz, comandante del 263° Btg. Orientale (Ost-Bataillon 263), è nominato Comandante di sicurezza del Settore Vicenza-Nord.

L'area in questione comprende i centri di Recoaro, Valdagno, Arzignano, Schio, Piovene Rocchette, Arsiero, Marano Vicentino, Thiene, Marostica, Bassano del Grappa, Asiago, ed è divisa in due sottosettori: quello “Ovest”, con propria sede a Valdagno, Quello “Est” a Bassano.

 

 

Unico compito di Buschmeyer è la lotta alle bande, e per assolverlo ha a disposizione assoluta tutte le unità che si trovano nel Settore, cioè reparti della Wehrmacht, della Luftwaffe, delle SS di Polizia, dell'Organizzazione Todt, formazioni italiane.

 

 

Gli ordini operativi sono precisi e categorici: ogni unità deve farsi trovare pronta e all'erta, ed è responsabile dell'invio di un rapporto immediatamente dopo ogni atto di forza delle bande, con indicazione chiara di tutti i provvedimenti presi. Sulla cosa si fa un esplicito richiamo: “Non deve pervenire alcuna relazione che non contenga le contromisure adottate”.

 

 

Con l'arrivo dell'Ost-Bataillon 263, la prima operazione investe l'Altopiano di Asiago, il 4-5 giugno. Il 16-18 giugno tocca alla Val Leogra con l'Operazione “263”. E' il terrore, anche per la gente comune: ai morti si aggiunge oltre un centinaio di ostaggi incarcerati e minacciati. D'altronde Kesselring ha appena emanato la sua famosa direttiva, che garantisce l'impunità agli ufficiali subalterni nell'effettuazione delle rappresaglie:

 

 

“La lotta contro i partigiani deve essere combattuta con tutti i mezzi a nostra disposizione e con la massima severità. Io proteggerò quei comandanti che dovessero eccedere nei loro metodi”.

 

 

Ad esempio a Valdagno ne fanno le spese, il 3 luglio, sette antifascisti fucilati per rappresaglia dopo l'uccisione alla Ghisa di Montecchio del tenente Führ Walter, del Reparto trasmissioni aeree per impieghi speciali n° 11 - Luftnachrichten-Betriebsabteilungen zur besonderen Verwendung 11, dislocato con la 4^ Compagnia a Valdagno. Pochi giorni dopo (5-11 luglio '44), è la Val Chiampo a essere investita da un vasto rastrellamento, con 4 partigiani e 75 civili trucidati.

 

 

Nonostante la “pacificazione”, il pericolo partigiano continua a essere fortemente percepito dai tedeschi. A inizio agosto, ad esempio, la Platzkommandantur di Vicenza interviene sulla sicurezza, lamentandosi con i vari presidi che diversi punti di appoggio sono stati scardinati dai banditi, e che truppe e ufficiali sono stati catturati perché non era stata prestata sufficiente cura alle misure di sicurezza. È ordinato di procedere al rinforzo delle postazioni e di incrementare i servizi di guardia. Negli stessi giorni Wolff ordina che sia rinforzata la protezione ai depositi di carburante, e dispone l'assoluto divieto di circolare senza scorta in territori occupati da bande.

 

 

Intanto, in seguito a dei colloqui tra la Platzkommandantur e un incaricato del Vescovo di Vicenza, i tedeschi esigono che sia regolato il suono delle campane: si accusa il clero di essere connivente con i ribelli.

 

 

Nell’Ordine delle Operazioni n. 6/44 per l’Azione “Timpano” si legge la seguente definizione di Bandito: “Bandito è colui che detiene un’arma, porta con sé munizioni, colui dalla cui casa viene aperto il fuoco, chi non è domiciliato in questa zona e non vi ha una propria occupazione”.

 

 

Era ben noto che i bombardamenti sulle città e linee di comunicazione hanno fatto fuggire verso la pedemontana migliaia di profughi privi spesso di documenti e di residenza, né poteva essere ignoto che altre centinaia di persone percorrevano le colline in cerca di cibo per le famiglie in città. Istruzioni come quella riportata dava assoluta carta bianca ai rastrellatori di uccidere, bruciare, saccheggiare, anche se in zona non ci fosse nessun “bandito”.

 

 

A fine luglio il 263° Btg. Orientale partecipa al grosso scontro sul Pasubio e il 12-14 agosto al grande rastrellamento della Val Posina (Operazione “Belvedere”), il cui episodio più conosciuto è quello di Malga Zonta, dove si hanno la maggior parte dei 33 morti partigiani e civili di quei giorni.

 

 

Il 263° Btg. Orientale, torna in azione il 26 agosto '44 a Marola di Chiuppano, dichiarando di aver ucciso 11 ribelli e di aver arrestato 65 sospetti senza riportare perdite. E' in quest'occasione che sono uccisi i partigiani Tarquini e Urbani, seviziati dai russo-ucraini.

 

 

Oltre ai “russi”, arrivano anche le Brigate Nere che apprendono perfettamente il sistema tedesco della rappresaglia, anzi lo arricchiscono di originali varianti. Si uccide con una facilità straordinaria e, se non basta, si svaligiano case, si rapiscono persone, si violentano donne, si mangia e si beve senza pagare nelle case private e infine si portano a casa, alle proprie famiglie, trofei di guerra che consistono in capi di vestiario, scarpe, biancheria, formaggi, salumi, portafogli, orologi, catenine e anelli d’oro … Dove arriva un rastrellamento, passa la spogliazione sistematica e completa.

 

 

I rastrellamenti finivano col prendere la forma della caccia all’uomo. Si ricercavano i renitenti alla leva, gli operai restii ad arruolarsi per il lavoro in Germania, si sparava senza alcun riguardo su ognuno che per paura accennasse a fuggire. Le perlustrazioni, specialmente nelle case di campagna, davano occasione a furti, a rapine, a prepotenze.

 

 

Le popolazioni, inermi ed indifese, erano spaventate, preoccupate per la sorte dei loro uomini e delle loro cose. Quando si delineava la minaccia di un rastrellamento in questa o quella zona, in questo o in quel paese, era una fuga generale di tutti gli uomini dai sedici ai sessant’anni, che cercavano scampo nei boschi, nelle campagne, nelle caverne, in tane precedentemente scavate sotto terra. Scoperti, erano arrestati e deportati e non raramente fucilati sul posto. [2]

 

 

A questo punto le forze d'occupazione hanno riacquistato una certa supremazia sul territorio. Il 4 settembre '44, Buschmeyer riceve una comunicazione dalla “Sezione lotta alle bande” del Quartier Generale di Wolff: in sostanza, grazie alla posizione di forza ottenuta (si parla di “incipiente stanchezza delle bande e spossatezza della popolazione”), si ordina che ogni tentativo di trattativa sia respinto, salvo che i ribelli non intendano arrendersi immediatamente.

 

 

Ma è un successo effimero: l'offensiva partigiana riprende poco dopo con vigore. E immediatamente si scatena la reazione, più feroce che mai.

 

 

E' il ciclo dei grandi rastrellamenti di settembre, che provoca nel complesso centinaia di morti e feriti. Si parte con l'Operazione “Hannover” sull'Altopiano di Asiago il 5-7 settembre, sfociata nella battaglia di Granezza. Contemporaneamente, dal 2 al 16 settembre è la volta dell'Operazione “Timpano”, il 9 s’inizia con il rastrellamento di Piana di Valdagno e dal 12 al 16, tocca di nuovo a Piana, ma con obiettivo finale le valli del Chiampo e dei Lessini veronesi.

 

 

La Brigata “Stella” della “Garemi” è pesantemente colpita, la Divisione “Pasubio” di Marozin è distrutta. Il rastrellamento più conosciuto, e disastroso per le formazioni della Resistenza, è però quello del Grappa, l'Operazione “Piave”, eseguito tra il 19 e il 27 settembre 1944, a danno delle Brigate “Italia Libera” e “Matteotti” e del Btg. “Montegrappa” della “Gramsci”.

 

 

Le conseguenze sono tragiche per le forze partigiane, i resoconti tedeschi riportano 385 perdite inflitte al nemico. A tutte queste operazioni oltre all'Ost-Bataillon 263, partecipa la Legione “Tagliamento”, che dipende direttamente da Wolff.

 

 

In generale le operazioni di settembre causano grossi disastri alle formazioni partigiane. D'altronde sono impiegati qualche migliaio di uomini contemporaneamente, non più centinaia come nelle azioni di qualche mese prima.

 

 

7 aprile 1944: Istituto Ortopedico ed Ergoterapico di Mezzaselva Roana (Altopiano 7 Comuni).

 

La vittima:

- Tarcisio Gonzato “Furia”, cl. 21, nato a Magrè e residente a Torrebelvicino, già Artigliere Alpino della “Julia”, uno dei primi partigiani della Val Leogra.

 

I fatti:

Rastrellamento nazi-fascista che interessa il territorio dei comuni di Caltrano e Cesuna di Roana.

Ai primi di aprile, 15-16 partigiani della “Garemi”, pattuglia “fondo Torre” (tra cui Tarcisio Gonzato “Furia”, il fratello Tranquillo “Teppa” e Antonio Nardello “Thomas), sono saliti in Altopiano per recuperare armi e materiali paracadutati dagli Alleati. La pattuglia è ancora nei boschi a sud dell’Altopiano, quando il 7 aprile inizia il rastrellamento nazi-fascista.

 

 

In questi frangenti, forse “I tusi, entusiasti di avere tra le mani le armi che avrebbero permesso loro di difendersi, hanno fretta di conoscere il funzionamento e studiano i nuovi fucili. … inavvertitamente da un parabellum parte un colpo che raggiunge al ventre il partigiano Furia”; forse nella necessità di doversi difendere urgentemente dai rastrellatori, utilizzando quelle nuove armi che non conoscono (Sten), sta di fatto che resta ferito gravemente il partigiano Tarcisio Gonzato “Furia”. 

 

 

Il partigiano è trasportato da persone locali nella Clinica di Mezzaselva e operato con buon esito dal prof. Campiglio, ma i nazi-fascisti di Asiago lo individuano: Bruno Caneva lo interroga e lo malmena; Tarcisio muore il 7 aprile 1944.

 

Durante il rastrellamento, tra l’altro, Malga Boscon in territorio di Cesuna viene saccheggiata: è di proprietà di Raimondo Dal Zotto di Giacomo da Cogollo del Cengio, e dall’ottobre ‘43 alla primavera del ’44 è a disposizione del CLN di Asiago per alloggiarvi 4 partigiani e 4 ex prigionieri inglesi; a Camisino di Caltrano sono saccheggiate, la cantina di Agostino Brazzale di Pietro e l’abitazione di Massimiliano D’Adam di Gio Maria.

 

La Memoria:

Una targa murale con foto sulla strada per l’Istituto di Mezzaselva di Roana ricorda il partigiano “Furia”.

 

Luogo della Memoria:

L’ Istituto Ortopedico ed Ergoterapico di Mezzaselva di Roana, è stato un presidio di eccellenza ortopedica nazionale per la cura di malattie molto diffuse considerate fino ad allora inguaribili. Diretto dal primario chirurgo prof. Alfredo Campiglio, nato a Tortona (Al), durante il 1943-45 l'Istituto accoglie soldati italiani, tedeschi, ucraini russi, e clandestinamente anche ex prigionieri Alleati e partigiani. Nell'agosto del ‘44, di ritorno da Asiago, il prof. Campiglio viene arrestato davanti all'ospedale di Mezzaselva dalle SS tedesche, con l'accusa di curare i partigiani, soprattutto di notte, nei boschi e nella valli dell'Altopiano, tra le caverne e i ricoveri della Valdassa, a Campolongo, al Ghertele, in val Galmarara, o altrove al lume di torce elettriche. In un primo momento fu condotto nel carcere del “Boia di Marano” e successivamente al vecchio carcere di Padova, in piazza Castello. Dopo un mese di detenzione il prof. Alfredo Campiglio è fatto fuggire dal carcere.

 

I nazi-fascisti coinvolti: [3]

- Presidio “germanico difesa impianti” di Asiago, reparto noto anche come la “Banda Caneva”.

- Carlo Bruno Tripoli Caneva.

 

Bibliografia e fonti:

- Luca Valente, Un paese in trappola. Occupazione, fascismo e Resistenza a Torrebelvicino (1943 -1945), Ed. Menin, Schio (VI) 2003, pag. 58, 62-63.

- Quaderni della Resistenza, n°5 Luglio 1978, Ed. “Gruppo Cinque” Schio (VI), pag. 253-254.

- AA.VV., Eroi della Val Leogra, Ed. Arti Gr. Bozzo, Schio (VI) 1946, pag. 3.

- Comitato Veneto-Trentino, Brigate d’assalto “Garemi”, Padova 1978, Elenco Caduti, pag.164.

- Benito Gramola, Tino Marchetti, Maria Grazia Rigoni, “Tu che passi sosta e medita”. Monumenti, cippi e lapidi della Resistenza sull’Altopiano, Ed. AVL, Quaderno n° 3, Vicenza 2003, pag. 121-122.

- Federica Bertagna, La Patria di riserva. L’emigrazione fascista in Argentina, Ed. Donzelli, Roma 2006.

- Emilio Franzina, La Parentesi. Società, popolazioni e Resistenza in Veneto (1943.1945), Ed. Cierre- IVrR, Sommacampagna (VR) 2009.

- Pierantonio Gios, Controversie sulla Resistenza ad Asiago e in Altopiano, Ed. Tip. Moderna, Asiago 1999.

- Pierantonio Gios, Il Comandante “Cervo”, capitano Giuseppe Dal Sasso, Ed. Tip. Moderna, Asiago 2002.

- Virgilio Panozzo, La Resistenza in Tresché Conca, 1943-1945, Australia 2010.

- Archivio di Stato di Vicenza (ASVI), Fondo Danni di guerra.[4]

- L’Altopiano. La voce degli 8 Comuni (www.giornalealtopiano.it).[5]

- Banca Dati Centro Studi Storici “Giovanni Anapoli” di Montecchio Precalcino (Vi);

 

 

 

 

15 aprile 1944: Zona di Crespadoro (Val Chiampo).

 

Azioni partigiane.

 

I fatti:

“Il 12 corrente, alle ore 24, in Cornedo, elementi ribelli costrinsero i coniugi Guiotto [Luigi Guiotto e Giuseppina Zarantonello] e il loro figlio Danilo, milite della GNR, a seguirli verso Quargnenta di Trissino. Il milite riuscì a fuggire nella stessa notte.”

 

 

Il 13 aprile '44, durante il mercato settimanale del giovedì, il comandante del Btg. “Danton”, Giuseppe Marozin “Vero”, arriva in piazza a Crespadoro con una ventina di partigiana. Attaccano il locale Distaccamento della GNR e li costringono alla resa. Poi, “Vero”, si presenta ufficialmente alla popolazione con un discorso dal balcone del Municipio, da dove giustifica pubblicamente anche la necessità di prelevare il prediale (imposta sui terreni e fabbricati agricoli), già riscosso dagli esattori fascisti, e il denaro di riserva all'Ufficio Postale, per affrontare le spese del suo reparto. Denaro che sarebbe stato restituito dopo la Liberazione.

 

In risposta a queste continue azioni partigiane, non ultima quella del sequestro del segretario politico di Altissimo, Ernesto Cortese, avvenuto nel marzo precedente, è assegnato a Crespadoro non più solo un Distaccamento, ma un Presidio della GNR, con il mandato di rastrellare tutta la zona.

 

 

Infatti, già il 15 aprile, il nuovo Presidio della GNR inizia un rastrellamento che, tra l’altro, in Contrà Repele di Crespadoro, causa il saccheggiato e l’incendio del fabbricato rurale di Giuseppe Repele di Arcangelo. Di seguito i repubblichini salgono anche a Marana, ma qui i partigiani li affrontano. Ne nasce una fitta sparatoria, e i militi prima asserragliati nell'alberghetto della piazza, sono poi costretti a fuggire e rientrare a Crespadoro; feriti si contano da entrambe le parti.

 

I nazi-fascisti coinvolti: [6]

- Distaccamento, poi Presidio della GNR di Crespadoro.

- Ernesto Cortese, Luigi Guiotto, Giuseppina Zarantonello, Danilo Guiotto.

 

 

Bibliografia e fonti:

- Mario Gecchele, Delio Vicentini, Il dolore della guerra. Vicende e testimonianze in val d’Alpone e dintorni, Amm. Comunali della Val d’Alpone, 1995, pag.114-115.

- Archivio di Stato di Vicenza (ASVI), Fondo Danni di guerra.[7]

- Banca Dati Centro Studi Storici “Giovanni Anapoli” di Montecchio Precalcino (Vi).

19-20 aprile 1944 – Località Costo – Galleria ferroviaria della Pendola

(Pedemontana Altopiano 7 Comuni).

 

 

Azione partigiana e rastrellamento nazi-fascista.

 

I fatti:

Alla ricerca di un “gerarca tedesco”, secondo la moglie del “Broca”, o secondo altre fonti di un “noto comandante fascista di Asiago”, un “capitano”, un gruppo partigiano (Federico Covolo “Brocca”, Antonio Frigo “Tango”, Ferruccio Manea “Tar”, Ismene Manea “Bruno”, Carlo Marchioro “Bufalo”, Bruno Zanin, Guerrino Panozzo “Renga”, Aldo Saugo “James” e Mario Saugo “Bill” e altri), in accordo con il CLN di Asiago, la notte del 19 aprile si apposta all’uscita della Galleria della Pendola, lungo il Costo, dove il convoglio a cremagliera, a causa del tratto molto ripido, deve procedere quasi a passo d’uomo. 

 

Saliti in treno, intimano ai passeggeri di non muoversi e di esibire immediatamente i documenti. A un rapido esame, risulta che il comandante nazi-fascista non c’è.

 

 

Un milite della GNR forestale cerca di opporre resistenza, sparando con la sua pistola. Ne segue una sparatoria, dove rimane ferito il partigiano Bruno Zanin da Schio e il milite repubblichino riesce a fuggire. Alla fermata di Campiello, 4 passeggeri “trovati in possesso della tessera repubblichina, furono fatti scendere e costretti a seguire i partigiani nel bosco. Si aspettavano tremanti chissà quale sorte. Dovettero solo lasciare giù le scarpe e indumenti, eccetto quelli più essenziali, e filare a piedi scalzi verso Cesuna”.

 

Il giorno successivo si portano in zona intorno a Treschè Conca camion di fascisti e tedeschi guidati da Bruno Caneva e i suoi “collaborazionisti”.

 

Nel rastrellamento, presso la “casara” di Giacomo Zorzi “Rocco” scoprono il partigiano Zanin, ferito alla gola e con la pallottola nel cranio. Zanin e Zorzi sono caricati su un camion e la “casara” data alle fiamme. Nel tardo pomeriggio, finito il rastrellamento, i tedeschi danno anche l’ordine di bruciare le case di una parte di Treschè Conca e concedono mezz’ora di tempo per salvare qualcosa, ma verso mezzanotte arriva il contrordine e il permesso di rientrare nelle case.

 

Nel contempo, Bruno Zanin riesce a farsi passare per vittima dei partigiani, e portato all’ospedale tedesco di Caldogno, è operato con successo. Lo Zorzi, condotto a Vicenza a disposizione dei tedeschi, sarà rilasciato dopo qualche settimana di carcere.

 

 

I nazi-fascisti coinvolti: [8]

- Standortkommandantur – Comando tedesco di Zona di Asiago.

- Presidio “germanico difesa impianti” di Asiago, reparto noto anche come la “Banda Caneva”.

- Carlo Bruno Tripoli Caneva.

 

Bibliografia e fonti:

- Giulio Vescovi, Resistenza nell’Alto Vicentino. Storia della Divisione Alpina “Monte Ortigara” 1943 -1945, Ed. La Serenissima, Vicenza 1975 e 1997, pag. 61.

- Romeo Covolo (a cura di), Rigoni Pasqua Marina “Zurla”. La moglie del partigiano. “Ricordi e confessioni della moglie del Comandante “Broca”, Ed. AVL, Quaderno n. 10 Luglio 2014, pag. 25-.

- Pierantonio Gios, Resistenza, Parrocchia e Società nella diocesi di Padova 1943-1945, Ed. Marsilio - Ivsrec, Venezia 1981, pag. 117-118, 137.

- Pierantonio Gios, Controversie sulla Resistenza ad Asiago e in Altopiano, Ed. Tip. Moderna, Asiago 1999, pag. 77-79.

- Archivio Parrocchia di Cogollo del Cengio, Libro Cronistorico, 19 aprile 1944.

- Banca Dati Centro Studi Storici “Giovanni Anapoli” di Montecchio Precalcino (Vi).

 

 

 

20 aprile 1944: Preara di Montecchio Precalcino (Alto Vicentino).

 

 

La vittima:

- Livio Mario Campagnolo di Valentino e Margherita Martini, cl. 22, nato e residente a Montecchio Precalcino; studente universitario e partigiano. Medaglia di Bronzo al Valor Militare alla memoria.

 

I fatti:

Giovedì 20 aprile, è convocata dal commissario prefettizio Giuseppe Vaccari “Bacan Tinon” e dal reggente il PFR Ludovico Dal Balcon detto “il gobbo”, una riunione di propaganda presso la Casa del Fascio a Preara di Montecchio. Scopo della conferenza è convincere i capi-famiglia, e tramite loro i soldati “sbandati” dopo l’8 settembre e rientrati a casa, così come i giovani della classe del ‘25 chiamati per la prima volta alle armi, ad arruolarsi nei reparti della RSI. A scortare l’oratore ufficiale, il maggiore Pier Angelo Stefani, ci sono almeno 7 elementi la “Compagnia della Morte” di Vicenza: Renato Longoni, Fausto e Danilo Caneva, Adelmo Schiesari, Rodolfo Boschetti, Angelo Girotto e Mario Filippi.

 

“La comitiva si portò sul posto con due automobili. Sul posto fu constatato che la popolazione non voleva saperne di intervenire alla conferenza, onde lo Stefani e il Caneva Fausto, mandarono il Girotto a fare un giro per il paese e a chiamare persone. Il Caneva disse al Girotto: «dai due pignate», cioè botte, e il Girotto schiaffeggiò due uomini. Furono chieste informazioni al reggente del fascio Ludovico Dal Balcon circa gli antifascisti del paese e fra gli altri fu fatto il nome di Campagnolo Livio”.

 

“Al momento di cominciare la conferenza, nella sala, adibita a tale scopo, si trovarono presenti appena 8 o 9 persone, sebbene fossero stati spediti in precedenza inviti personali a tutti i capi famiglia. Allora vennero mandati in giro con una macchina i militi per portare al luogo del convegno i renitenti. Ma questi usando metodi violenti, schiaffeggiando e percuotendo chi non era pronto a seguirli con tale metodo riuscirono a raccogliere un centinaio di persone circa tra giovani, uomini e donne”.

 

Sono circa le ore 21 quando una squadra di 4 fascisti si reca in automobile a casa di Livio Campagnolo, che è sorpreso in cucina con la famiglia. Livio, salta dalla finestra e tenta di scappare per un passaggio esistente tra la siepe e la recinzione che costeggia la roggia, ma è ferito da una raffica di mitra.

“Raccolto sanguinante fu caricato sulla macchina senza guardare che ferite avesse …”.

La macchina, sulla quale fu impedito alla sorella di salire, partì con i quattro e il ferito; ma fece un paio di giri per il paese e si fermò al «dopolavoro» [Casa del fascio].

 

Nonostante le urla di dolore di Livio, chiuso nella macchina, nessuno interviene, nemmeno il medico condotto Gaetano Rigoni, lì presente; solo alla fine della “conferenza” è portato all’Ospedale civile di Sandrigo, ma troppo tardi: Livio Campagnolo muore per dissanguamento alle ore 22:30.

 

Dopo la Liberazione, la magistratura che indaga sull’assassinio di Livio Campagnolo, e nonostante l’evidenza dei fatti non inquisisce né il vice federale Pier Angelo Stefani, né il commissario prefettizio Giuseppe Vaccari; inquisisce inizialmente, ma non processa, né il dott. Gaetano Rigoni, a dispetto della sua chiara “omissione di soccorso” e relativa sospensione dall’Ordine dei Medici, né Ludovico Dal Balcon, capo della locale Squadra d’Azione e mandante con Vaccari della cattura di Livio.

Anche il processo ha uno svolgimento strano e burrascoso, terminando comunque con un’amnistia generale. [9]

 

La Memoria:

Percorrendo via Preara, una lapide con foto ricorda Livio Campagnolo nel luogo dove, vicino a casa, è caricato in auto dai brigatisti. Nel Monumento ai Caduti del capoluogo, il suo nome è riportato tra i Caduti di Montecchio Precalcino nella Guerra di Liberazione 1943-45.

 

Luoghi della Memoria.

L’ex “Casa del Fascio – Dopolavoro fascista”, oggi Centro Socio-culturale Comunale in via S. Francesco a Preara di Montecchio Precalcino, di fronte al quale fu lasciato morire dissanguato Livio Campagnolo; già prima del regime fascista Cooperativa Socialista Falegnami e Circolo Operaio, infine, nel dopo-guerra, Circolo ENAL e poi Circolo ACLI.

Il Cimitero Civile di Montecchio Precalcino: il luogo dove alle 6:00 del mattino di lunedì 24 aprile 1944, nonostante il divieto di celebrare pubblicamente la cerimonia funebre, all'inumazione semi-clandestina di Livio Campagnolo ordinata dalle autorità fasciste, c’è un’eccezionale partecipazione di popolo: anziani, donne, bambini, anche dai paesi vicini, e molti ragazzi "alla macchia" che vi partecipano nascosti dalle pendici del “Monte”.

 

I nazi-fascisti coinvolti: [10]

- 1^ “Compagnia della Morte” di Vicenza.

- Pier Angelo Stefani, Rodolfo Boschetti, Duilio e Fausto Caneva, Renato Longoni, Adelmo Schiesari.

- Squadra d’Azione del PFR di Montecchio Precalcino.

- Ludovico Dal Balcon, Gaetano Rigoni, Giuseppe Vaccari, e altri.

 

 

Bibliografia e fonti:

- Pierluigi Dossi, Montecchio Precalcino. Albo d’Onore dei Combattenti la “Guerra di Liberazione” (8 settembre 1943-29 aprile 1945), Ed. CSSMP, Montecchio Precalcino (Vi) 2006, pag. 245-250.

- Documentario in dvd, Resistere a Montecchio Precalcino. Storia della Guerra di Liberazione 1943 -1945 nei luoghi del presente, Ed. CSSMP, Regia Diego Retis e Pierluigi Dossi, Montecchio Precalcino (Vi) 2011. Lungometraggio storico della durata di 133 minuti e suddiviso in 13 capitoli.

- Pierluigi Dossi, 20 Aprile 1944. L’assassinio di Livio Campagnolo, 

http://www.studistoricianapoli.it/articoli.php?id=78.

- Italo Mantiero, Vicende di guerra 1943-1945. Con la Brigata Loris, Ed. AVL, Vicenza 1984.

- Palmiro Gonzato e Lino Sbabo, C’eravamo anche noi. Ricordi della Resistenza a Montecchio

Precalcino, Ed. ANPI, Vicenza 1996, pag. 71-73, 104 e 121.

- Palmiro Gonzato, Una mattina ci hanno svegliati, Testimonianza raccolta da Stefano Tullia e Stefania Lucrezia Fiorelli, Ed. Lupieri, Torino 2006, , pag. 87-91.

- Archivio di Stato di Vicenza (ASVI), Fondo Corte d’Assise Straordinaria (CAS); [11] Liste di Leva,

 
 
 

 

 

21 aprile 1944: Distretto Militare di Vicenza.

Azione partigiana per l’Anniversario del “Natale di Roma”.

 

I fatti:

“Il 20, alle ore 21, in Vicenza, espose un ordigno a tempo nei locali del distretto militare, provocando il crollo di parte del fabbricato. Nessun danno alle persone” dal Notiziario (“Mattinale”) della GNR di Vicenza al Duce del 25.4.44;

“Il 20, alle ore 21, in Vicenza, ignoti fecero esplodere un ordigno ad alto potenziale nei locali del distretto militare, provocando danni al fabbricato. Nessuna vittima.” dal Notiziario (“Mattinale”) della GNR di Vicenza al Duce del 26.4.44.

 

 

Francesco Urbani “Pat” (di Alessandro e Maria Luisa Vignato, cl.23, nato a Villaga e residente a Canove di Roana, studente universitario di medicina), uno dei futuri comandanti della “7 Comuni”, ai primi di aprile del ’44 è costretto a presentarsi al Distretto Militare di Vicenza, e grazie ad amicizie paterne riesce a essere assegnato all’infermeria dello stesso Distretto.

 

 

Alla sua prima licenza, torna da Canove con una valigia e uno zaino pieno di esplosivo, detonatori e miccia, tutto materiale ottenuto dai primi aviolanci Alleati.

 

Prepara e piazza l’ordigno in un sottoscala del Distretto. L’obiettivo è l’ufficio matricola, e lo scopo è intralciare le chiamate alle armi e rovinare il “Natale di Roma” ai fascisti.

 

Con la collaborazione del caporal-maggiore Bevilacqua, tutti i militari presenti in caserma sono convocati al sicuro presso il “corpo di guardia”; confinante con il sottoscala c’è la “fureria”, nella quale si attarda sempre un maresciallo: “Pat” per accendere la miccia attende che se ne sia andato. Il sottufficiale se ne va alle 21:00, e qualche minuto dopo l’ordigno scoppia: sono sventrati gli uffici del primo piano e la fureria, il casellario è in gran parte distrutto. Nessuna vittima.

 

 

Il giorno dopo tutti i militari sono interrogati, ma le indagini non approdano a nulla e “Pat” può continuare la sua tranquilla vita di caserma.

 

 

A maggio, dopo un bombardamento Alleato, “Pat” e altri militari sono comandati presso la stazione ferroviaria di Vicenza, dove “Pat” trova alcuni spezzoni incendiari inesplosi e se li porta in caserma.

 

Alla successiva licenza si rifornisce a Canove di una bomba al fosforo. Questa volta vuole eseguire un secondo sabotaggio il 24 maggio, giorno dell’entrata in guerra dell’Italia, e questa volta gli sono accanto oltre che il Bevilacqua altri due soldati. Anche questo secondo attentato ha successo con l’incendio di tutta un’ala della caserma, dove ci sono uffici e camerate.

 

 

Dopo qualche giorno, raccoglie una voce che alla caserma “Durando” è arrivato un carico di esplosivo. Con i soliti due soldati riesce a entrare nel deposito, ma lo trova vuoto. Il giorno successivo Bevilacqua lo avverte che il cerchio si sta stringendo: l’infermiere Francesco Urbani è fortemente sospettato di essere il sabotatore. Non gli resta che disertare e raggiungere i compagni della “7 Comuni”.

 

 

Bibliografia e fonti:

- Giulio Vescovi, Resistenza nell’Alto Vicentino. Storia della Divisione Alpina “Monte Ortigara” 1943 - 1945, Ed. La Serenissima, Vicenza 1975 e 1997, pag. 71.

Il Giornale di Vicenza del 15, 16 e 17/1/46; 5, 8, 10, 11, 12, 16, 17 e 18/5/46; Il Gazzettino del 16/12/45, 17/1/46, 1, 11 e 16/5/46;

Il Nuovo Adige – La Voce di Vicenza del 24/1/46.

13 b. 1943-1945, Relazione al vescovo del parroco di Montecchio Precalcino.

14 Avvisi settimanali 1942-55.

15 Ruoli matricolari e Sussidi Militari, b. Presenti alle bandiere e Caduti in guerra, fasc. Livio Campagnolo, b. 131, Verbale Commissione Assistenza Famiglie Militari RSI e Comunicazione al Sindaco dell’avvenuta sospensione dall’Albo del dott. Rigoni Gaetano.

- Emilio Franzina, “la provincia più agitata”. Vicenza al tempo di Salò attraverso i Notiziari della

Guardia nazionale repubblicana e altri documenti della Rsi (1943-1945), Ivsrec, Padova 2008,

pag. 57 e 58.

- Pio Rossi, Ricordi di gioventù. Achtung Banditen. Anni difficili, ma sereni. Episodi di resistenza nell’Alto Vicentino. Considerazioni. Con un saggio di Sonia Residori: “La banalità del massacro”, Ed. Menin, Schio 2005, pag. 109-115.

- Biblioteca Civica Bertoliana di Vicenza, Archivio giornali.[16]

- Banca Dati Centro Studi Storici “Giovanni Anapoli” di Montecchio Precalcino (ACSSMP).[17]

 

 

22 aprile 1944: Vicenza.

La vittima:

- Silvio Apolloni “Leo” di Giuseppe, cl. 24, da Vicenza, Contrà S. Lucia; partigiano del Gruppo di Malga Campetto.

 

I fatti:

Il 27 marzo 1944 è arrestato a Malo dalla GNR, Silvio Apolloni “Leo”, partigiano garibaldino del

gruppo di malga Campetto. Processato dal Tribunale Militare Regionale di Guerra di Padova con l’imputazione di renitenza (ai sensi dell’articolo 2 del Decreto del Duce del 18.02.44) e porto abusivo d’armi, è condannato a morte per fucilazione al petto dal Tribunale Speciale di Vicenza in data 20 aprile 1944. La richiesta di grazia è respinta ed è fucilato due giorni dopo, alle 5.41 del mattino presso il poligono di tiro di Vicenza. Tra i giudici che emettono la sentenza, il colonnello Di Vuolo.

Il 17.5.44, a malga Campodavanti di Sotto, uno dei due battaglioni della neonata Brigata partigiana “Garemi” è intitolato a Silvio Apolloni. Una via del quartiere Caile di Schio è intitolata al Btg. “Apolloni”.

 

 

La Memoria:

Busto marmoreo e targa, apposti sulla facciata del civico 21 di Borgo Santa Lucia a Vicenza. La targa reca la seguente iscrizione: “Per infame rappresaglia / un plotone di rinnegati / ha fulminato / il cuore italianissimo/ del giovinetto / Silvio Apolloni / il martirio esalti nel tempo / la gloriosa vittima / della tirannide / 12-9-24 22- 4- 44”.

 

 

I nazi-fascisti coinvolti: [18]

- Reparto repubblichino non individuato.

- Tribunale Speciale di Vicenza.

- Colonnello Di Vuolo.

 

 

Bibliografia e fonti:

- Quaderni della Resistenza - Schio, Ed. "Gruppo Cinque", vol.10, Schio 1980, pag. 536.

- Pio Rossi, Ricordi di gioventù. Achtung Banditen. Anni difficili, ma sereni. Episodi di resistenza nell’Alto Vicentino. Considerazioni. Con un saggio di Sonia Residori: “La banalità del massacro”, Ed. Menin, Schio 2005, pag. 57-58.

- http://www.chieracostui.com/costui/docs/search/schedaoltre.asp?ID=7558.

- Archivio di Stato di Vicenza (ASVI), Fondo Comitato Nazionale di Liberazione (CNLP).[19]

- Banca Dati Centro Studi Storici “Giovanni Anapoli” di Montecchio Precalcino (Vi).

 

 

 

 

24 aprile 1944: Santorso (Tretto di Schio).

 

Rastrellamento nazi-fascista.

 

La vittima:

- Marco Santacaterina di Casimiro, cl.14, da Tretto, operaio, sposato con Amelia Dal Soggio, padre di tre figli.

 

I fatti:

“Nella notte del 24 corrente, aerei nemici lanciarono presso Nogara di Tretto armi e materiali di vestiario. Alle ore 7,30, circa 30 militi della Milizia della strada, di stanza a Piovene, si recarono sul posto,ma, verso le ore 10, vennero attaccati da una banda di ribelli forte di circa 100 uomini. Sopraggiunto un rinforzo di militi della strada (circa 250) venne impegnato un conflitto a fuoco, per cui sembra che altri ribelli si siano mossi dalle località vicine per accorrere in aiuto dei compagni. Riserva di notizie circa l'esito del combattimento. Gran parte dei materiali lanciati dagli aerei (circa 100 Parabellum con munizioni, 3 mitragliatrici e materiali di equipaggiamento) sono stati sequestrati.” dal Notiziario (“Mattinale”) della GNR di Vicenza al Duce del 25.4.44.

 

 

“Nella notte sul 24 corrente, in località Tretto di Schio, aerei nemici lanciarono armi destinate ai ribelli operanti nel territorio. Inviato sul posto un reparto della GNR, alle ore 9, venne attaccato da una banda armata. Nel combattimento che ne seguì, rimase ucciso il milite Leorati e vennero feriti altri due legionari. In seguito all'arrivo di rinforzi, i ribelli volsero in fuga. Venne catturato un bandito armato, successivamente fucilato nella piazza di Santorso. Rinvenuto anche notevole materiale bellico lanciato da aerei.” dal Notiziario (“Mattinale”) della GNR di Vicenza al Duce del 27.4.44.

 

 

“Il mattino del 24 corrente, un plotone della GNR, che durante la notte era stato inviato a recuperare delle armi destinate ai ribelli, aviolanciate dal nemico in località Tretto di Schio, fu attaccato nei pressi di Piane. Nel combattimento successivo trovò la morte l'allievo Legrati e furono feriti altri due legionari. Non è stato possibile precisare le perdite subite dai ribelli. Sul posto fu inviata una compagnia di rinforzo che provvede a rastrellare il terreno, dove si rinvenne un'ingente quantità di materiale bellico. Un uomo, reo confesso di detenere ed occultare bombe a mano ed altro materiale lanciato dagli aerei, fu passato per le armi.” dal Notiziario (“Mattinale”) della GNR di Vicenza al Duce del 28.4.44.

 

 

“Il 24 corrente, alle ore 17,50, in Santorso, nella piazza del municipio, venne fucilato un ribelle, catturato quattro ore prima e trovato in possesso di rilevante materiale bellico di fabbricazione inglese.”

 

“Nella notte del 24 corrente, in località Piane di Vicenza, elementi della GNR eseguirono un'operazione di rastrellamento allo scopo di recuperare armi lanciate da aerei nemici. Venuti a conflitto con un gruppo di ribelli, rimase ucciso l'allievo milite Edoardo Leborati.” dal Notiziario (“Mattinale”) della GNR di Vicenza al Duce del 29.4.44, pag. 43-44.

 

 

“Facendo seguito a quanto riferito nel notiziario del 28 aprile u. s., circa il recupero di materiale aviolanciato dal nemico, nei pressi di Tretto, si è ora informati che notevole quantità di materiale è stato rinvenuto sulle balze dei monti del Summano. Altro materiale bellico, essendo stato rinvenuto nella casa di tale Marco Santacaterina, reo confesso di detenzione occulta in favore dei ribelli, si provvide a fucilare quest'ultimo dopo giudizio sommario. Nell'aggressione verificatasi nella mattinata contro una squadra rinforzata della GNR, rimase colpito in fronte da una pallottola l'allievo milite Evardo Levorati, mentre – dopo essere tornato su di un autocarro preso di mira, per prendervi un fucile mitragliatore rimastovi – si portava in zona scoperta per meglio dirigere le azioni di fuoco contro i ribelli.” dal Notiziario (“Mattinale”) della GNR di Vicenza al Duce del 1.5.44, pag. 28.

 

 

La notte tra il 23 e il 24 aprile 1944 viene effettuato un aviolancio alleato di armi, munizioni, vestiario e cibo nella zona di S. Ulderico di Tretto. Il carico doveva essere sganciato in una zona disabitata più a nord, sul monte Novegno, ma per un disguido il materiale si sparpagliava sul piccolo altipiano del Tretto. Al mattino la notizia del lancio si diffonde: i partigiani garibaldini della pattuglia di S. Caterina scendono verso S. Ulderico, mentre da Piovene sale un autocarro carico di militi del Distaccamento della GNR di Piovene e giovani allievi della scuola di addestramento e specializzazione della GNR della Strada. I fascisti, giunti al Tretto intorno alle 8 del mattino, perlustrano il territorio e compiono numerose perquisizioni. E’ recuperato presso una contrada un bidone intatto, contenente vestiario, armi e munizioni; nel bosco altri due bidoni, già manomessi e in parte svuotati. Tra le case perquisite c’è anche quella di Marco Santacaterina: oggetti vari vengono buttati in cortile, ma nulla di riconducibile all’aviolancio.

 

 

Dopo le ore 9 del mattino, terminate le perlustrazioni, l’autocarro dei repubblichini scende a valle. Giunto in prossimità della frazione di S. Maria del Pornaro è attaccato da un gruppo di partigiani. Nel conflitto a fuoco rimane ucciso l’allievo Evardo Leorati.

 

 

La sparatoria fa scattare l’allarme: avvertito da una telefonata partita dalla fabbrica Saccardo, il comando fascista di Piovene invia a piedi un’altra compagnia di allievi; da Schio viene inviato anche un reparto tedesco. La zona di S. Ulderico viene rastrellata fino al tardo pomeriggio. Intorno alle ore 14 una squadra di fascisti torna nell’abitazione di Marco Santacaterina: stando al rapporto steso dal colonnello della GNR Mario Marinelli, trovano 24 bombe a mano di fabbricazione inglese, vestiario militare e un pezzo di paracadute.

 

 

Al contrario, secondo Amelia Dal Soggio, moglie di Marco Santacaterina, nulla viene trovato. Marco Santacaterina è costretto dai fascisti a scendere a piedi verso valle, dopo essere stato bersagliato con fucilate ai piedi e colpi di pugnale al torso. In prossimità della fabbrica Saccardo, non potendo più camminare, viene buttato sul camion. Giunto nella piazza di Santorso, Marco Santacaterina viene appoggiato al muro delle scuole elementari, contigue al municipio.

 

 

Un ufficiale della GNR, il sottotenente Giuseppe Assirelli, costringe gli scolari ad assistere all’esecuzione. I bambini sono posti dietro e a lato del plotone d’esecuzione, mentre un sacerdote somministra al condannato i conforti religiosi. Alle 17.50 una raffica di mitra alla schiena uccide Marco Santacaterina.

 

Il 12 febbraio '47, la sentenza della Corte d’Assise di Vicenza assolve Giuseppe Assirelli e Gian Letterio Rando per “insufficienza di prove e perché estinto il reato di collaborazionismo per amnistia”, mentre condanna a 13 anni Mario Tacconi, amministrato due anni dopo. “Secondo l'accusa l'uccisione [del Santacaterina] sarebbe stata deliberata da ufficiali [del reparto], mentre il plotone d'esecuzione sarebbe stato comandato dal sottotenente Assirelli”. La supposizione del PM, che non è accolta dalla Corte, è invece fondata come risulta dai documenti all'epoca non consultabili.

 

 

I nazi-fascisti coinvolti: [20]

- Distaccamento della GNR di Piovene Rocchette.

- Primo Gasparini.

- Severino Girardi, Secondo Fabris, Lino Berlato e altri.

- Scuola Alievi Militi - GNR della Strada di Piovene Rocchette.

- Giuseppe Assirelli.

- Gian Letterio Rando.

- Mario Tacconi.

- Evardo Leorati, Pietro Mariotto, Renato Blasina, Giuseppe Basso e altri.

 

 

Bibliografia e fonti:

- Emilio Franzina, Vicenza di Salò. Storia, memoria e politica fra Rsi e dopoguerra, Ed. Agorà, Dueville (Vi) 2008, pag. 86, 110 e 251-253.

- Emilio Franzina, “la provincia più agitata”. Vicenza al tempo di Salò attraverso i Notiziari della Guardia nazionale repubblicana e altri documenti della Rsi (1943-1945), Ivsrec, Padova 2008, pag. 57- 61, 64, 192- 194.

- Pio Rossi, La scuola, il sabato fascista e il fazzoletto rosso. Storie di paese e vicende partigiane a Tretto di Schio, Ed. Menin, Schio 1998, pag. 54.

- Quaderni di storia e di cultura scledense, Ed. Libera associazione culturale “Livio Cracco”, Schio (Vi); n.19, Ugo De Grandis, pag. 1-2.

- Quaderni della Resistenza - Schio, Vol.3, Ed. "Gruppo Cinque", Schio (Vi), pag. 157-161.

- Ezio Maria Simini (a cura di), Quaderni Garemi. Garibaldini dal Garda al Brenta, da Montagnana a Bolzano, Vol.1, Ed. Odeon-Ismos, Schio (Vi) 1990; di Giorgio Bille, Santorso nella Resistenza, pag. 7- 8.

- Archivio di Stato di Vicenza (ASVI), Fondo Danni di guerra.[21]

 - Archivio Tribunale di Vicenza (ATVI), Corte d’Assise Straordinaria (CAS).[22]

- Biblioteca Civica Bertoliana di Vicenza, Archivio giornali.[23]

- Banca Dati Centro Studi Storici “Giovanni Anapoli” di Montecchio Precalcino (Vi).

 

 

 

24 aprile 1944: Monte Croce – Montegalda (Basso Vicentino).

 

Rastrellamento nazi-fascista.

 

La vittima:

- Alfonso Zuecco, cl. 26, da Montegalda.

 

I fatti:

Nella notte del 21 e 22 aprile avviene un lancio Alleato destinato ai partigiani; su segnalazione di Enrico Polver, commissario prefettizio e reggente del fascio locale, il 24 aprile un reparto della GNR al comando del magg. Mentegazzi opera un rastrellamento sul Monte Croce dove è ferito in combattimento il partigiano Alfonso Zuecco; ricoverato in ospedale muore sei giorni dopo.

 

 

“Nella notte sul 24 corrente, aerei nemici lanciarono in località Carbonara di Montegalda, 13 tubi contenenti parti di fucili mitragliatori, bombe a mano, munizioni, materiale incendiario e indumenti militari. Questo materiale, evidentemente destinato ai ribelli, venne recuperato da elementi della GNR.” dal Notiziario (“Mattinale”) della GNR di Vicenza al Duce del 27.4.44.

 

 

“Il 26 aprile u. s., in località Montelungo di Montegalda, pattuglie della GNR in perlustrazione catturarono 4 renitenti di leva, un renitente al servizio del lavoro e un individuo trovato in possesso di materiale bellico nemico. Un renitente, che aveva tentato di fuggire, venne ferito e ricoverato all'ospedale di Vicenza.” dal Notiziario (“Mattinale”) della GNR di Vicenza al Duce del 5.5.44.

 

 

I nazi-fascisti coinvolti: [24]

- Btg. “OP” della GNR di Vicenza.

- Paolo Antonio Mentegazzi.

- Squadra d’Azione del PFR di Montegalda.

- Enrico Polver.

 

 

Bibliografia e fonti:

- Emilio Franzina, “la provincia più agitata”. Vicenza al tempo di Salò attraverso i Notiziari della Guardia nazionale repubblicana e altri documenti della Rsi (1943-1945), Ivsrec, Padova 2008, pag. 59, 65.

- Pierantonio Gios, Clero, guerra e Resistenza. Le Relazioni dei parroci delle parrocchie della diocesi di Padova in provincia di Vicenza, Ed. Tip. Moderna, Asiago, 2000, pag. 92.

- Archivio di Stato di Vicenza (ASVI), Fondo Corte d’Assise Straordinaria (CAS).[25]

- Banca Dati Centro Studi Storici “Giovanni Anapoli” di Montecchio Precalcino (Vi).

 

 

 

 

24-25 aprile 1944: San Vito di Leguzzano e Torrebelvicino (Val Leogra).

 

I fatti:

Nel pomeriggio del 24 aprile, il commissario del fascio Innocenzo Passuello, Giovanni Maria Zilio e Raffaele Rech, decidono di compiere una spedizione a Schio. Alle 19:00 viene ordinata la mobilitazione [22-23-24-25] di tutti i fascisti di Bassano e del SSS Aeronautica, e la partenza fissata per le ore 23,00. La spedizione delle Squadre d’Azione del PFR di Bassano e del Sottosegretariato di Stato all’Aeronautica è comandata da Ubaldo Miccolis, coadiuvato da Sergio Caciagli e Giovanni Motta, e vi partecipano oltre 30 brigatisti.

 

 

Alle ore 0,30 del 25 aprile il reparto fascista giunge a Schio, alla "casa del fascio"; si procede per S.Vito, guidati da un fascista del posto. Obiettivo è una ricognizione del centro abitato e riprendere contatto con la pattuglia comandata da Arrigo Lulli, che li aveva preceduti. Alle ore 3,30 i fascisti rientrano a Schio. Dopo una breve sosta il reparto prosegue per Torrebelvicino: divisi in tre pattuglie si appostano sulle strade che portano al paese, sino alle 6,00. Osservate delle luci che si spostano lentamente sui monti verso Valli del Pasubio, il reparto fa una puntata sino all'Albergo delle Acque, improvvisa un posto di blocco e poi torna a Schio.

 

 

Dopo una breve sosta proseguono per Bassano, dove arrivano alle 8:00. Alla "casa del fascio" di Bassano avevano nel contempo prestato servizio Guidi, Nota e Carnazza.

 

 

I nazi-fascisti coinvolti: [26]

- Squadra d’Azione del PFR di Bassano del Grappa.

- Innocenzo Passuello.

- Amerigo detto Arrigo Lulli.

- Raffaele Rech.

- Giovanni Maria Zilio.

- … Carnazza, … Guidi e altri.

- Squadra d’Azione del PFR - Sottosegretariato di Stato all’Aeronautica di Bassano del Grappa.

- Ubaldo Miccolis.

- Sergio Caciagli.

- Giovanni Motta.

- Renato Andreuzzi, Noris Antonelli, Stefano Arfi, Roberto Baccin, Lorenzo Baldieri, Fernando Bartolomei, Mario Basile, Giacomo Bertizzolo, Oliviero Bracci, Ferruccio Bresciani, Ferruccio Brongo, Cesare Cirioni, Enrico Conte, … Dazza, Veniero De Pisa, Fernando Di Giulio, Giuseppe Di Julio, Aldo Di Mauro, Alessandro Di Vincenzo, Antonio Furlanetto, Renato Galbani, … Giannone, Edmondo Liberti, Lauro Lupi, … Negrin, Giacomo Guido Nota, Guido Orio, Pasquale Palermo, Eupsiche Perelli, Vittorio Perocco, Giovanni “Nino” Toniolo, Domenico Verillo, Silvio Viviani, Dante Vazio e altri.

 

 

 

Bibliografia e fonti:

- Benito Gramola e Roberto Fontana, Il processo del Grappa: dall’ergastolo all’amnistia. Elenco, sintesi e antologia delle carte processuali (1946-1949), Ed. Fraccaro, Bassano del Grappa 2011, pag. 85.

- Archivio di Stato di Vicenza (ASVI), Fondo Corte d’Assise Straordinaria (CAS).[27]

- Banca Dati Centro Studi Storici “Giovanni Anapoli” di Montecchio Precalcino (ACSSMP).[28]

 

 

Il Capo della Prov. di Vicenza

d’intesa col Comando della Piazza

AVVERTE

la popolazione che ogni partecipazione alle azioni delle bande, nonché l’ausilio dato, sotto qualsiasi forma, ai componenti delle bande stesse, cadono sotto le sanzioni della legge e perciò i responsabili saranno sottoposti a procedimento penale ed alle gravi pene comminate dalle vigenti disposizioni.

Ad ogni anche pur minima azione contro i soldati germanici, verrà risposto con le più severe contro-misure stabilite dall’Esercito Germanico.

Sappia ancora una volta la popolazione che i responsabili dei delitti sopraindicati ed i loro complici non dovranno farsi illusioni di clemenza perché saranno severamente puniti.

Vicenza, 25 Aprile 1944 – XXII

IL CAPO DELLA PROVINCIA

NEOS DINALE

 

 

 

 

27 Aprile 1944 – Alte valli dell'Alpone (Vr), Chiampo e Agno.

 

Rastrellamento nazi-fascista.

Le vittime:

- Guido Mazzaro “Bocia” di Silvio, cl. 25, da Montebello; partigiano del Btg. “Danton”, fucilato a Crespadoro il 27 aprile ’44.

- Bruno Massignan di Antonio, cl. 20, da Valdagno; civile, fucilato a Crespadoro il 27 aprile ’44.

- Virginio Farinea “Risso” di Antonio, cl. 21, da Quinto Vicentino; partigiano del Btg. “Danton”, fucilato a Crespadoro il 27 aprile ’44.

- Igino Carbon “Arco” di Mario, cl. 25, da Arcole (Verona); partigiano del Btg. “Danton”, fucilato a Crespadoro il 27 aprile ’44.

- Luigi Zordan “Barca” di Antonio, cl. 23, da Valdagno; partigiano del Btg. “Danton”, fucilato a Crespadoro il 27 aprile ’44.

- Giovanni Franceschi “Gian” di Agostino, cl. 23, da Valdagno; partigiano del Btg. “Danton”, fucilato a Crespadoro il 27 aprile ’44.

- Napoleone Marcon “Berto”, cl. 25, da S. Gregorio di Veronella (Verona); partigiano del Btg. “Danton”, fucilato a Crespadoro il 27 aprile ’44.

- Lino Fiori “Volpe”, partigiano del Btg. “Stella”, ucciso in combattimento nei pressi di Contrà Busellati di Recoaro.

- Severino Salita, da S. Pietro Mussolino; partigiano del Btg. “Danton”, catturato durante il rastrellamento del 27-29 aprile 1944 viene deportato in Germania. Muore nel Lager di Mauthausen, in luogo e data sconosciuti.

 

 

I fatti:

Il 27 aprile 1944 una vasta operazione di rastrellamento compiuta da truppe tedesche e repubblichine colpisce la zona a cavallo delle provincie di Verona e di Vicenza (Lessini veronesi e vicentini, valli dell’Alpone, del Chiampo, dell’Agno). Vi partecipano in totale 2005 uomini, di cui 715 tedeschi e 1390 italiani (500 bersaglieri, 790 militi della GNR, 100 agenti della Polizia Ausiliaria), dotati di automezzi, autoblindo, carri armati e pezzi d’artiglieria. Il rastrellamento giunge al termine di un mese costellato da intense azioni partigiane tra il Vicentino e il Veronese, tanto da convincere il comando tedesco di Verona della necessità di riprendere possesso di una vasta aerea controllata dai “ribelli”.

 

Infatti:

- il 4 aprile ‘44, una squadra del Btg. “Danton”, comandata da “Romeo” e “Russo”, attacca a sorpresa e disarma i militi del Distaccamento della GNR di Roncà (Vr);

 

- Il 12 aprile ’44, “alle ore 24, in Cornedo, elementi ribelli costrinsero i coniugi Guiotto [Luigi Guiotto e Giuseppina Zarantonello] e il loro figlio Danilo, milite della GNR, a seguirli verso Quargnenta di Trissino, il milite riuscì a fuggire nella stessa notte.”.

 

- il 13 aprile ’44, è giorno di mercato a Crespadoro, quando una ventina di partigiani, guidati da Giuseppe Marozin “Vero”, scendono da Contrà Cracchi, circondano la piazza, bloccano ogni accesso, e attaccano il Distaccamento della GNR, costringendolo alla resa;

 

- il 15 aprile ’44, “Sporadica attività dei ribelli, un gruppo dei quali riuscì, il 15 corrente, a perquisire il segretario comunale di Vestenanuova, asportando dal municipio diverse tessere annonarie”;

 

- il 19 aprile, una pattuglia del Btg. “Danton”, guidata da Turra Giovanni Francesco “Poker”, e composta da Giuseppe Faccin “Ivo”, Antenore Antemi “Tenore” e Renzo Fiorio, “riusciva a sottrarre una borsa contenente lire 220.000 [250.000] dalle mani del direttore di una ditta mineraria, sig. Ing. Nuvolari [Giacomo]”;

 

- il 23 aprile ’44, scontri a Badia Calavena (Vr);

 

- il 23 aprile ’44, sono catturati nei pressi di Contrà Parlati di Recoaro dai partigiani della “Garemi” due legionari della GNR - Compagnia GGL, Augusto Bertoldi e Giovanni Ervolani.

 

- il 25 aprile ’44, (ore 6,00) circa 50 partigiani del Btg. “Danton”, comandati da “Romeo”, “Vito” e “Tito”, attaccano nei pressi di Campofontana (Vr) una colonna di circa 100 militi della GNR con al comando un maggiore tedesco (probabilmente si tratta del 40° Btg. “Verona”); il combattimento dura un paio d’ore con esito positivo per i partigiani.

 

- il 26 aprile '44, 20 militi della GNR si spostano lungo la valle, ma a Ferrazza di Crespadoro sono affrontati da 7 Partigiani, che favoriti dalla posizione strategica, obbliga i repubblichini alla ritirata.

 

- La direttrice principale del rastrellamento in territorio vicentino, parte da Valdagno con obiettivo Crespadoro; vi partecipano anche i giovani della GGL e il risultato dell’operazione è di circa 40 persone catturate.

- Una seconda direttrice del rastrellamento parte da Castelgomberto con direzione Nogarole, un’operazione che coinvolge tedeschi e un reparto della PAR comandata dal capitano Comparetto Leonardo e dal s.tenente Lombardo Dante; verso mezzogiorno, in zona operazioni è presente anche il questore Linari.

- Una terza direttrice del rastrellamento in territorio vicentino, parte da Valdagno verso Campotamaso per poi puntare su Crespadoro, un’operazione che vede coinvolta anche la GNR di Vicenza. Sul costone di Cima Marana si accende una forte sparatoria, rimangono isolati e circondati sei partigiani e Bruno Massignan, casualmente fra loro. I sette, quasi tutti feriti, sono trascinati fino a Crespadoro.

- Una quarta direttrice si abbatte sulla zona di Recoaro e investe contrada Storti, dove il 24 aprile 1944 sono stati catturati dai partigiani due soldati tedeschi, di cui uno poi ucciso. I rastrellatori, per rappresaglia, distruggono quasi completamente le contrade Storti, Pace e Cornale.

 

 

A Crespadoro, è allestito un improvvisato tribunale straordinario militare presso il locale Presidio della GNR: presidente il ten. colonnello Otello Gaddi, comandante provinciale della GNR; giudici, il maggiore Antonio Mentegazzi e il capitano Gianbattista Polga; cancelliere, il tenente Fabris Danilo Silvano; presente il questore Linari, sono tutti condannati a morte.

 

 

Nonostante i tentativi avanzati dai partigiani per scagionare il civile Bruno Massignani, alle ore 20 del 27 aprile 1944 la sentenza è eseguita. Tutti e 7 gli uomini sono fucilati alla schiena lungo il muro di cinta di “Casa Treghi”.

 

 

Il plotone di esecuzione è comandato dal tenente della GNR Genuino e dal sergente Livio Gaigher, è composto di 21 nazi-fascisti: tre “bersaglieri”, 1 tedesco, il legionario della GGL Danilo Guiotto, il vice brigadiere della GNR Ezio Feletti e i militi Candia, Merola e Dino Zefili, e altri.

 

 

Lo stesso giorno del rastrellamento, un partigiano è trovato dai compagni in possesso di uno schizzo sulla dislocazione e l’entità delle formazioni partigiane della zona, e di una foto del console Ricci, comandante generale della GNR; dopo un processo sommario è condannato a morte per spionaggio l’agente infiltrato Tiberio Ferro; la sentenza è eseguita mediante pugnalate (per non fare rumore), a Durlo di Crespadoro il 27 aprile ’44.

 

 

Nel corso del rastrellamento, oltre agli ingenti danni riportati dai civili, almeno 307 tra partigiani e renitenti sono catturati nella zona di Chiampo, Crespadoro, Altissimo e Recoaro Terme. 80 “sospetti” sono tradotti a Valdagno, due di loro, Antonio Benetti e Severino Salita, sono deportati a Mauthausen.

 

 

Antonio Benetti, dopo dure sofferenze, viene estratto a sorte per lavorare nei campi ed ha così la possibilità di avere salva la vita, mentre il suo amico Severino non ha più fatto ritorno. Il padre per il resto della sua esistenza è sceso tutti i giorni sotto la contrada ad aspettare, seduto su di un sasso, il ritorno del figlio.

 

 

“ Il 27 corrente, alle ore 7, nel territorio di confine fra le province di Verona e Vicenza, iniziarono vaste operazioni di rastrellamento. Parteciparono all'operazione 790 elementi della GNR, 500 bersaglieri, 100 agenti di PS e 715 militi germanici (totale 2.005). Riserva di ulteriori notizie.” dal Notiziario (“Mattinale”) della GNR di Vicenza al Duce del 30.4.44.

 

 

“Giorno 27 aprile Comando Germanico Vicenza ha effettuato azione contro ribelli della valle dell'Agno e del Chiampo con partecipazione di 2.000 militari tedeschi e 70 soldati italiani e 4 ufficiali italiani. Frazione Storta [Storti] incendiata. 7 ribelli armati fucilati nella piazza di Crespadoro. Fermati 307 renitenti e disertori. Catturati tre inglesi.” da fonogramma S. M. dell'Esercito, firmato gen. Mischi.

 

 

“Il 27 aprile u. s., nel territorio di Crespadoro, un reparto misto, formato da elementi della GNR, bersaglieri e militari germanici, eseguì un rastrellamento. In frazione Marana, un pattuglione di militi e bersaglieri, attaccò un gruppo di ribelli, disperdendolo. Vennero catturati 7 banditi, successivamente  fucilati nella piazza del paese.”; “ Il 27 aprile u. s., reparti germanici, per rappresaglia contro l'uccisione di un soldato tedesco, avvenuta il giorno 24 detto mese nella località Storti del comune di Recoaro, appiccarono il fuoco a 92 case della frazione Storti e Pace, distruggendole. Durante tale rastrellamento, eseguito da elementi della GNR, bersaglieri e militari germanici, vennero fermate 200 persone sospette.” dal Notiziario (“Mattinale”) della GNR di Vicenza di Vicenza al Duce del 4.5.44.

 

 

“... alba di stamane venne iniziata un'azione di rastrellamento su tutto il territorio di questo comune da parte di un forte contingente di militari germanici, bersaglieri e milizia dell'esercito repubblicano italiano, con l'impiego di autoblinde e pezzi di artiglieria contraerea, operazione che ebbe termine nel pomeriggio di oggi stesso con scarso risultato per quanto riguarda le catture di ribelli. Vennero fermate invece circa 200 persone un'ottantina delle quali furono autotrasportate in direzione a Valdagno, non si sa se dirette in detto abitato o altrove. Per ordine del locale Comando tedesco, verso mezzogiorno di oggi venne appiccato il fuoco alle abitazioni delle contrade Cornali [Cornale], Storti e Pace di questo comune nelle vicinanze delle quali fu catturato e ucciso il soldato tedesco, composte complessivamente di: 92 case, 104 famiglie e 517 abitanti che rimasero pressoché sul lastrico. Vennero incendiati inoltre diversi casolari e fienili di montagna... ” dal promemoria “riservato personale” del Distaccamento GNR di Recoaro al Comando Raggruppamento Presidi di Vicenza, Comando Gruppo Presidi GNR di Vicenza e Comando Presidio GNR di Valdagno del 27.4.44.

 

 

Nel “Mattinale” veronese del 9.5.44 (O) si ricava che la “vasta azione di rastrellamento” aveva interessato solo marginalmente la provincia di Vicenza essendosi dispiegata “nelle zone di Selva di Progno, Badia Calavena, Vestenanova, S. Giovanni Ilarione, Roncà” e avendo comportato l'impiego di 592 e non 790 militi della GNR. L'operazione, si precisava, aveva portato alla “cattura di tre prigionieri inglesi e di 190 renitenti o disertori. Altri sei elementi, trovati con le armi in pugno, [erano] stati fucilati”.

 

 

Il 28 e il 29 aprile ’44, ancora scontri tra partigiani e nazi-fascisti in zona Marana di Crespadoro.

 

I nazi-fascisti coinvolti: [29]

- Reparti tedeschi non individuati, probabilmente il 3° Btg. del 12° Regg. di Polizia SS di stanza a Verona, e il suo reparto ausiliario, il Polizei-Freiwilligen-Bataillon Verona (40° Btg. d'allarme mobile “Verona”).

 

Approfondimenti nel capitolo: Uomini e reparti nazifascisti.

- Corpo di Sicurezza Trentino (CST).

- Pio Piva.

- 1.Wachbataillon Waffen SS Bersaglieri – 1°Btg. Bersaglieri Volontari “B. Mussolini”, di stanza a Verona.

- GNR - 619 Comando Provinciale di Vicenza.

- Otello Gaddi.

- Danilo Fabris.

- Btg. “OP” della GNR di Vicenza.

- Paolo Antonio Mentegazzi.

- … Genuino.

- Tiberio Ferro.

- Francesco Burin, … Candia, Giovanni Ceccato, Alcide, Marco, Riccardo e Tranquillo Celsan, Ottorino Cortese, Mario De Antoni, Luigi Fornasa, Mario Fortuna, Livio Gaigher, Luigi Manni, Giovanni Menti, … Merola, … Michelin, Romolo e Gino Pelettiero, Serafino Peretto, Costantino Perlotto, Serafino Pretto, Enrico e Luigi Scalzotto, Primo Soldà, Dino Zefili, Renato Zin e altri.

- Compagnia GGL della GNR di Vicenza.

- Vittorio Bernar.

- Augusto Bertoldi, Giovanni Evolani, Danilo Guiotto e altri.

- “Compagnia della Morte” del PFR di Vicenza.

- Luigi Vezzaro, Italo Zattera e altri.

- Squadre d’Azione del PFR di Montebello.

- Adone Brunello, Danilo Castegnaro, Giuseppe Sinico e altri.

- Squadre d’Azione del PFR di Recoaro.

- Elisabetta Benetti in Bertoldi e Dora Bertoldi, Giacomo Bertoldi, Arturo Scappilati, Pietro Marchioro e altri.

- Polizia Ausiliaria Repubblicana di Vicenza.

- Giovanni Battista Polga.

- Leonardo Comparetto.

- Dante Lombardo.

- Giuseppe Floriani.

 

 

 

Bibliografia e fonti:

- Sonia Residori, Il coraggio dell'altruismo. Spettatori e atrocità collettive nel Vicentino 1943-’45, Ed. Centro Studi Berici-Istrevi, Sossano (VI) 2004, pag. 57.

- Emilio Franzina, “la provincia più agitata”. Vicenza al tempo di Salò attraverso i Notiziari della

Guardia nazionale repubblicana e altri documenti della Rsi (1943-1945), Ivsrec, Padova 2008, pag. 62 e 194-197.

- AA.VV. (a cura di), Riservato a Mussolini. Notiziari Giornalieri della Guardia Nazionale Repubblicana. Novembre 1943 – giugno 1944, Ed. Feltrinelli, Milano 1973, pag. 406.

- Lorenzo Rocca, Verona repubblichina. Politica e vita quotidiana negli anni della Repubblica di Salò attraverso i Notiziari della Guardia Nazionale Repubblicana, Sommacampagna (Vr), Ed. Cierre, 1996, pag. 82, 85.

- AA.VV., San Pietro Mussolino, Vol. I, Il territorio e la storia, Ed. Amm. Comunale, 2006, pag. 163-164.

- Lino Rigoni, Giorni d’inferno nell’Alta Valle del Chiampo. Verità di un eccidio, Arzignano 1989, pag. 14-15.

- Quaderni di storia e di cultura scledense, Ed. Libera associazione culturale “Livio Cracco”, n. 34, Schio (Vi) 2014, di Ezio Maria Simini, Eccidi e stragi di militari, civili e partigiani nell’Alto Vicentino (1943-1945), pag. 13.

- Elena Carano, Oltre la soglia. Uccisioni di civili nel Veneto, 1943-1945, Ivsr-Università di Padova, Padova, 2007, pag. 77-80.

- Archivio di Stato di Vicenza (ASVI), fondi: Corte d’Assise Straordinaria (CAS); Danni di guerra.[30]

- Archivio Tribunale di Vicenza (ATVI), Sentenze.[31]

- Banca Dati Centro Studi Storici “Giovanni Anapoli” di Montecchio Precalcino (Vi).

 

 

 

 

28 aprile 1944: Thiene (Alto Vicentino).

 

La vittima:

Giovanni Zanchi, cl. 1889, da Venezia, residente a Thiene; ferroviere, antifascista. Ferito a Thiene il 28 aprile, muore esule a Losanna (Svizzera) il 12 novembre ’44.

 

I fatti:

A Thiene, alle ore 10 del mattino del 28.4.44 è giustiziato dal partigiano gappista Silvio Bassano “il biondino”, [32] il farmacista Mario Dal Zotto, titolare della farmacia di via S. Maria Maddalena, commissario prefettizio e già segretario del fascio locale.

 

 

Nel pomeriggio i fascisti si scatenano a Marano Vicentino e Thiene in un rastrellamento di rappresaglia: a Marano, brigatisti locali e della “Compagnia della Morte” di Vicenza catturano una diecina di antifascisti, tra cui: Riccardo e Silvio Manea, Maria Lebosi, Berto Maccà, ... Colle, Marco Dall'Amico; a Thiene, i fascisti della locale Squadra d'Azione del PFR e degli Enti Economici dell’Agricoltura, fermano altre 12 persone, scelte da una “lista nera” di antifascisti locali: Giovanni Corrà, Bortolo Dalla Fontana (proprietario di una fabbrica di cioccolato e dolciumi in Via Bosco De Preti), Pietro Fabris di Valentino (proprietario della distilleria in Via Trieste), Antonio Finozzi, Francesco Gamba di Francesco, Livio Gemmo, Gio Batta Leder, Alberto Munarini (proprietario delle Concerie Munarini di Via De Muri), Onorio Pacini, il notaio Cesare Rossi, Antonio Spillere (commerciante), e Riccardo Vecelli. Nel tentativo di catturarlo i repubblichini feriscono gravemente Giovanni Zanchi, che riesce a fuggire e a espatriare in Svizzera, ma per le ferite riportate muore a Losanna il 12.11.44.

 

Responsabili del ferimento dello Zanchi sono gli squadristi, Antonio Munari, Fortunato Saugo, Arrigo Tommasi e Francesco Zironda; viceversa, la scelta dei nomi da arrestare è da attribuirsi alla “pentarchia” e ai dirigenti del fascio di Thiene: Oreste Domerillo, Marco Munarini, Vincenzo Monti, Carlo Scalco e Valentino Rossi.

 

 

La rappresaglia fascista, che doveva finire con la fucilazione di tutti gli arrestati, è un’iniziativa partita dal fascio locale, ma con il consenso del federale di Vicenza Giovanni Caneva: “Lascio al fascio di Thiene di fare tutto ciò che crede”.

 

 

Nonostante sia la stessa famiglia Dal Zotto a interessarsi subito perché quella strage non sia compiuta, è il tenente tedesco della Flak, Knöbel, che pressato da tanti cittadini, va a Vicenza nel pomeriggio per interessare il Comando tedesco (Plazcommandatur): la prima volta non ci riesce per la resistenza delle autorità repubblichine, ci riprova verso sera e ottenne il veto alla fucilazione.

 

 

 I nazi-fascisti coinvolti: [33]

- Standortkommandantur di Thiene.

- tenente … Knöbel.

- “Compagnia della Morte” del PFR di Vicenza.

- Giovanni Caneva.

- Angelo Girotto.

- Squadra d’Azione del PFR di Thiene, Marano Vicentino e degli Enti Economici dell’Agricoltura.

- Mario Dal Zotto.

- Oreste Domerillo, Marco Munarini, Vincenzo Monti, Carlo Scalco, Valentino Rossi.

- Guido Sartori, Antonio Munari, Fortunato Saugo, Arrigo Tommasi, Francesco Zironda.

- Oreste Collariani, Rinaldo Contro, Giulio Cunico, Pietro De Toni, Danilo Silvano Fabris, Silvano Faccin, Fausto Ferruglio, Karanfil Wart, Giuseppe Lain, Egidio Martini, Matteo Meneghini, Ettore Munarini, … Nicastro, Michele Pietribiasi, Guglielmo Portelli, Bernardino Ricciardi, Ezio e Gaspare Rosin, Ezio Signorini, Ottorino Vecelli e altri.

 

Bibliografia e fonti:

- Pierantonio Gios, Resistenza, Parrocchia e Società nella diocesi di Padova 1943-1945, Ed. Marsilio-Ivsrec, Venezia 1981., pag. 270, note.

- Archivio di Stato di Vicenza (ASVI), fondo Comitato di Liberazione Nazionale Provinciale (CLNP).[34]

- Banca Dati Centro Studi Storici “Giovanni Anapoli” di Montecchio Precalcino (Vi).

 

 

 

 

30 aprile 1944: Santa Caterina di Tretto.

 

 Le vittime:

- Riccardo Righele di Pietro, cl. 1896, da S. Caterina di Tretto, contadino; patriota, sposato con Maria Nervo, padre del partigiano Primo Righele “Bixio” e di altri sei figli, è fucilato presso la Chiesa di S. Caterina il 30.4.44.

- Federico Indovino, cl. 21, da Valguarnera Caropepe (En), maestro elementare; patriota, già ufficiale del Regio Esercito, dopo l’8 settembre si rifugia a S. Caterina dove è assunto con il falso nome di Antonio Grillo presso le scuole elementari; catturato, è deportato prima a Fossoli (Mo), poi a Bolzano, infine, con il “Trasporto n. 82” del 5 agosto ’44 a Mauthausem; muore a Gusen il 23.4.45.

 

 

I fatti:

La notte tra il 29 e il 30 aprile 1944 un aviolancio alleato, il terzo nella zona del Tretto dall’inizio del mese, cade nei dintorni di S. Caterina. I partigiani, con l’aiuto della popolazione civile, riescono a occultare tutto il materiale lanciato, ma il passaggio dei velivoli nel cielo è notato anche dai fascisti e dai tedeschi.

 

 

Il 30 aprile, infatti, una pattuglia nazi-fascista salita a perlustrare la zona sorprende alcuni partigiani in prossimità di contrada Facci. Nonostante questi riescano a scappare, le autorità fasciste e tedesche di Schio decidono di rastrellare S. Caterina e dintorni: due camion carichi di militari salgono la strada Poleo - S. Caterina, ma all’altezza di Contrà Corobolli vengono attaccati dai partigiani. Un tedesco rimane ucciso e uno ferito. Un tentativo partigiano di minare le pareti rocciose che costeggiano la strada, con l’intenzione di interrompere la stessa, fallisce. Da Schio sono inviati anche due carri armati, armi pesanti (cannoncini trainati, mitragliatrici) e altra truppa. Le strade intorno a S. Caterina sono bloccate mentre i militari sparano in direzione dei monti. Gli abitanti di S. Caterina e di contrada Facci sono ammassati [34 - 35] sul piazzale della chiesa. Alcuni immobili di Contrà Facci sono incendiati; fortunatamente le fiamme sono domate, non arrivando al deposito di armi partigiane che era stato ricavato nella contrada.

 

 

È prelevato Riccardo Righele, padre del partigiano Primo Righele “Bixio”. L’uomo, con le mani legate dietro alla schiena, è condotto in canonica e sottoposto a un interrogatorio perché accusato di aver favorito i ribelli. Un italiano, ma in divisa tedesca, smentisce Riccardo Righele: “Cosa vuoi dire di no! Non mi riconosci? Hai pure dato da mangiare e da dormire anche a me, travestito da ribelle!”.

 

 

Un plotone d’italiani agli ordini di un ufficiale italiano esegue la condanna a morte, sotto lo sguardo della moglie e di alcuni dei figli del condannato. Riccardo Righele è fucilato alla schiena contro il muro della chiesa di S. Caterina il 30 aprile 1944, e la sua casa data alle fiamme.

 

 

Sempre a S. Caterina, è catturato anche Federico Indovino, maestro elementare siciliano, già ufficiale del Regio Esercito; “sbandato” dopo l’8 settembre ’43, è assunto con il falso nome di Antonio Grillo presso le scuole elementari del paese. Accusato di connivenza con i partigiani è prima deportato a Fossoli, poi a Bolzano e infine a Mauthausen, dove muore nel sottocampo di Gusen il 5 agosto 1944.

 

 

Sono inoltre arrestati cinque uomini dei dintorni: Angelo Costa, Riccardo Costa, Francesco Costeniero, Pietro Costeniero e Virginio Righele, rilasciati dopo una settimana. Sono saccheggiati e distrutti anche vari immobili, tra cui: a S. Caterina al Tretto, in Via Gonzati sono bruciate e completamente distrutte le case di Riccardo Righele e di Facci Francesco di Giovanni, ed è dato alle fiamme l’albergo, trattoria e abitazione di Pietro Santacaterina di Angelo ed Erminia Rossi; in Contrà Ravagno, sono bruciate alcune abitazioni, e in Contrà Facci, le case di Maria Cervo ved. Righele e di don Luigi Morandi di Pietro, parroco di Tretto; in Val Grande del Summano, nel territorio montano di Santorso, i tedeschi incendiano per rappresaglia il bosco, proprietà di Valentino Broccardo di Antonio.

 

 

La Memoria:

Lapide sul luogo dell’assassinio di Riccardo Righele, lungo la parete esterna destra della chiesa di S. Caterina di Tretto. Reca il nome e le date di nascita e morte dell’ucciso, insieme ad una foto dello stesso.

 

 

I nazi-fascisti coinvolti: [35]

- Jagdkommando – Commando caccia.

- Probabilmente agenti italiani (come Severino Canale, Alfredo Perazzolo, Cirillo Zalunardo detto “Balbo”, Angelo Gozzi e Giuseppe Rigon) del BdS-SD – Befehlshaber der Sicherheitspolizei und des SD di Schio.

 

 

Bibliografia e fonti:

- Quaderni della Resistenza - Schio, Vol. 3, Ed. "Gruppo Cinque", Schio (Vi) 1978, pag. 138-142.

- Pio Rossi, La scuola, il sabato fascista e il fazzoletto rosso. Storie di paese e vicende partigiane a Tretto di Schio, Ed. Menin, Schio 1998, pag. 50, 52, 71-75.

- Pio Rossi, Ricordi di gioventù. Achtung Banditen. Anni difficili, ma sereni. Episodi di resistenza nell’Alto Vicentino. Considerazioni. Con un saggio di Sonia Residori: “La banalità del massacro”, Ed. Menin, Schio 2005, pag. 61-62, 69.

- Luca Valente, La repressione militare tedesca nel vicentino, in Quaderni Istrevi, n. 1, Vicenza 2006, pag. 42-43.

- Elena Carano, Oltre la soglia. Uccisioni di civili nel Veneto, 1943-1945, Ivsr-Università di Padova, Padova, 2007, pag. 126-128.

- Archivio di Stato di Vicenza (ASVI), Fondo Danni di guerra.[36]

- Banca Dati Centro Studi Storici “Giovanni Anapoli” di Montecchio Precalcino (Vi).

 

 

 

Altri episodi minori o poco documentati.

 

Primi di Aprile 1944 – Altissimo (Valle del Chiampo). Rastrellamento del Btg. “NP” della X^ Mas. Arrivati in Contrà Ronga, scendono e cominciano a sparare contro un camion, presso cui alcuni “renitenti” stavano caricando della ghiaia. Fortunatamente i giovani riescono tutti a dileguarsi.

 

1 Aprile 1944 – Lusiana (Altopiano 7 Comuni). Rastrellamento nazi-fascista; tra l’altro, a Velo di Lusiana, è saccheggiata l’Osteria-Tabacchi di Antonio Tescari di Domenico (ASVI, Danni di guerra, b. 343 fasc. 24281).

 

2 Aprile 1944 – Zona Montorso (Prelessini Meridionali). Rastrellamento nazi-fascista; tra l’altro è danneggiato un fabbgricato di Silvio Luigi Bastianello di Giovanni, e a Villa di Montorso è danneggiato il fabbricato di Pierina Fabbris di Giuseppe (ASVI, Danni di guerra, b. 46, 127, 279, fasc. 2637, 8101, 18861).

 

3 Aprile 1944 – Torreselle di Isola Vicentina e Valli di Piazzon (Prelessini Orientali).

 

 

Rastrellamento GNR, Btg. “OP”:

GNR-Comando Provinciale di Vicenza, Ufficio I°, Sezione 2^ (OP), N° 69/I°/6/OP;

Vicenza, 31 Maggio 1944/XXII;

 

Oggetto: relazione attività antiribelli; 3/4/1944 sono state rastrellate le zone di Valli di Piazzon e Torreselle di Isola. Forza impiegata: 20 militi della GNR; Risultati ottenuti: nessuno; Nostre perdite: nessuna; nessun ribelle colpito. (S. Fortuna e G. Refosco, Tempo di guerra. Castelgomberto, cit., pag. 55-56).

 

 

3/4 Aprile 1944 – Valle S. Felicita (Pedemontana del Grappa). Nella notte, rastrellamento nazi-fascista con rappresaglia contro la popolazione (ASVI, Danni di guerra, b. 135, fasc. 8685, 8686, 8687).

 

4 Aprile 1944 – Valle del Chiampo: Crespadoro, Contrà Repele di Crespadoro (Valle Chiampo). Rastrellamento tedesco: è saccheggiata tra l’altro l’abitazione di Fiorindo Repele di Francesco (ASVI, Danni di guerra, b. 249, fasc. 17047).

 

7-8 Aprile 1944 – Zona Monte di Malo (Prelessini Orientali). Rastrellamento nazi-fascista; tra l’altro, a Priabona, è saccheggiata l’abitazione di Margherita Crosara di Giuseppe, e a Faedo, è saccheggiata l’abitazione di Antonio Marchioro di Emilio (ASVI, Danni di guerra, b. 324, 355, fasc. 22565, 25467).

 

10 Aprile 1944 (Pasquetta) – Valproto di Quinto Vicentino (Est Vicentino). Lungo la strada Valproto – Quinto, Rossi Antonio “Capellaro”, agente della “Squadra Politica” della Questura, partecipa con la Feldgendarmerie tedesca all’arresto di Luigi Visentin, Adriano Dartardi e Bartolomeo Fiorilli; i tre sono prima portati alla caserma Sasso, caserma della Feldgendarmerie tedesca, poi a S. Biagio (ASVI, CLNP, b. 10 fasc. 8).

 

11 Aprile 1944 – Contrà Fosse di Sotto – Enego (Altopiano 7 Comuni). Rastrellamento delle Squadre d’Azione del PFR di Bassano ed Enego; tra l’altro, in località Monte Tombal è saccheggiata e bruciata l’abitazione di Gio Batta Ceccato in loc. M. Tombal (ASVI, Danni di guerra, b. 197, fasc.13496).

 

14 Aprile 1944 – Contrà Gobbi Alti di Cornedo (Prelessini Orientali). Rastrellamento tedesco; tra l’altro, è saccheggiata l'abitazione di Mario Savegnago di Pietro (ASVI, Danni di guerra, b. 108, fasc. 6875).

 

14 Aprile 1944 – Località Ponte Alto di Vicenza. Azione partigiana e reazione tedesca (Gendarmerie Zug di Vicenza, plotone comandato dal mar.llo maggiore della Artur Beutling e una Alarmeinheiten - Unità d'allarme): "Verso le 4,20 del mattino, quando il treno passeggeri Verona-Vicenza si è arrestato nei pressi di Ponte Alto a causa di un’azione di sabotaggio ed è stato assalito da una banda abbastanza consistente, Beutiling ha fatto intervenire immediatamente il suo plotone di gendarmeria forte di 14 uomini e altri 85 della Sicurezza e ha messo in fuga i banditi, senza subire neanche una perdita. Dal treno sono stati estratti 11 morti e 14 feriti gravi. L’azione contro le bande è proseguita nel corso della mattinata e Beutiling è riuscito a rintracciarne una scheggia [un gruppo] e a uccidere quattro banditi nello scontro a fuoco”. (L. Gardumi, Feuer!, cit., pag. 60).

 

16 Aprile 1944 – Valli del Pasubio (Val Leogra). Azioni partigiane. Sono disattivate le due centrali idroelettriche (loc. Ceolati e Chiumenti) che forniscono energia elettrica al Lanificio Cazzola (ASVI, Danni di guerra, b. 145, fasc. 9433).

 

16 e 18 Aprile 1944 – Bassano del Grappa e Pove (Bassanese). Al comando del mar.llo Antonio Melloni della GNR di Bassano, viene eseguita una perquisizione all’abitazione di Lucia Olivo in Settin, alla ricerca del marito. Non trovandolo viene rubato un maiale, la radio, la bicicletta e £ 10.000; l’UPI della GNR di Bassano, arresta e fa deportare in Germania, Pietro Pegoraro di Domenico (ASVI, CLNP, fasc. 19; ASVI, Danni di guerra, b. 355, fasc. 25443).

 

17 Aprile 1944 – Novoledo di Villaverla (Alto Vicentino). Rastrellamento organizzato dalle Squadre d'Azione di Thiene, Caldogno, Villaverla e dalla GNR di Thiene. Il giorno di Pasqua (9 aprile ’44), la casa del fascista repubblichino Francesco Giuseppe Crosara, è depredata dai ladri (si saprà dopo essere stati i due domestici); il giorno successivo, per rappresaglia, viene organizzato un rastrellamento; sono arrestate varie persone, tra cui tre renitenti: Pendin Pietro di Fiorindo e Zocca Bruno di Antonio da Caldogno, poi deportati in Germania, e viene ferito alle gambe Donà Ottorino di Olinto da Novoledo. In sostituzione di altri giovani che erano riusciti a fuggire furono catturati alcuni parenti che sono imprigionati a Thiene (I. Mantiero, Con la Brigata Loris, cit., pag. 51; B. Gramola, Memorie Partigiane, cit., pag. 75).

 

20 Aprile 1944 – Marano Vicentino (Alto Vicentino). Rastrellamento nazi-fascista a cui partecipa la Squadra d’Azione del PFR di Thiene e di Marano, tra loro anche Guido Sartori.

 

20 Aprile 1944 – Nogarole (Prelessini Occidentali). Rastrellamento nazi-fascista; tra l’altro in Contrà Mastrotti, località Premonte, è data alle fiamme la malga di Igino Mastrotto di Luigi (ASVI, Danni di guerra, b. 359, fasc. 25829).

 

23 Aprile 1944 – Asiago (Altopiano dei 7 Comuni). Rastrellamento repubblichino.

Le Squadre d'Azione nel PFR di Bassano, Pove e del SSS Aeronautica, sotto il comando di Domizio “Aldo” Piras dell'Aeronautica repubblichina, esegue un rastrellamento in zona Asiago (ABCCR, b. 7 fasc. 11; ATVI, CAS, Sentenza n. 116/46-121/46 del contro Caron Giuseppe e altri 7 imputati).

 

26 Aprile 1944 – Vicenza. E’ assassinato dalla “Compagnia della Morte” di Vicenza il patriota Lucio Bonifacio; gli autori del delitto sono Duilio Caneva, Angelo Bruno Girotto, Romeo Scalco, Flavio Mastellotto e Plinio Pegoraro (ASVI, CAS, b. 16 fasc. 991).

 

27 Aprile 1944 – S. Rocco di Tretto; rastrellamento nazi-fascista; tra l’altro sono saccheggiati animali da cortile a Cristiano Dalla Vecchia di Giovanni (ASVI, Danni di guerra, b. 329, fasc. 23077).

 

28 Aprile 1944 – Fellette di Bassano (Bassanese); rastrellamento fascista presso l’Osteria di Margherita Celo ved. Bertoncello, con l’arresto di due fratelli renitenti: Domenico Disegna (cl. 16) e Giuseppe (cl. 22); Giuseppe riesce successivamente a fuggire, Domenico è deportato ai lavori coatti in Germania; esecutori dell’arresto due noti nazi-fascisti bassanesi: Raffaele Rack e Giovanni Maria Zilio (B. Gramola – R. Fontana, Il processo del Grappa, cit., pag. 102.

 

 

NOTE 

1 L. Valente, La repressione militare tedesca nel vicentino, cit., pag. 42-49; M. Dal Lago, Valdagno 3 luglio 1944, cit., pag. 30. 

2 In dattiloscritto di don L. Caliaro, La città e la diocesi di Vicenza dal settembre 1943 al maggio 1945, c/o Biblioteca del Seminario di Vicenza, pag. 55.

3 Approfondimenti nel capitolo: Uomini e reparti nazifascisti.

4 ASVI, Danni di guerra, b. 129 fasc. 8277.

5 L’Altopiano del 12 marzo 2012, articolo di Giorgio Spiller, Alfredo Campiglio e l’Istituto di Mezzaselva, pag. 9.

 

6 Approfondimenti nel capitolo: Uomini e reparti nazifascisti.

7 ASVI, Danni di guerra, b. 336, fasc. 23780.

8 Approfondimenti nel capitolo: Uomini e reparti nazifascisti. 

 

9 - Il processo presso la Corte d’Assise Straordinaria (CAS) di Vicenza, vede come imputati 23 elementi della “Banda Caneva”, appartenenti alla famigerata “Compagnia della morte” durante il periodo in cui è federale di Vicenza Giovanni Caneva. Sono processati perché implicati nell’omicidio di Livio Campagnolo, ma anche di altri delitti: l’assassinio dei fratelli Tagliaferro a Campiglia dei Berici del 5/5/44, l’Eccidio di Grancona dell’8/6/44, la cattura di due ex prigionieri inglesi, poi consegnati alle SS, e altri fatti minori. Il processo contro l’ex federale di Vicenza è subito stralciato già in istruttoria, e inviato per competenza alla Corte d’Assise di Reggio Emilia, città in cui Giovanni Caneva è stato “capo della provincia” (prefetto), e in cui ha terminato la sua attività criminale. Anche un 24° complice, Mario Conforto da Vicenza, non è processato perché muore suicida il 4/5/45. I 23 imputati sono: i fratelli Fausto, Giacinto (latitante) e Duilio Caneva di Pietro, tutti da Asiago; Adelmo Schiesari di Giovanni, da Rovigo; Angelo Bruno Girotto di Giuseppe, da Vicenza; Rodolfo Boschetti (latitante) di n.n., da Vicenza; Paolo Indelicati (latitante) di Giuseppe, da Bari; Ferdinando Gaetano “Nello” Donatello di Bortolo, da Vicenza; Antonio Zanin di Angelo, da Vicenza; Bruno Londani di Ulderico, da Valdastico; Renato Longoni (latitante) di Antonio, da Sondrio; Mario Filippi di Umberto, da Valdastico; Giuseppe “Ciacia” Conforto di Isaia, da Vicenza; Corrado Levorato di Giovanni, da Noventa Vicentina; Walter Rizzato di Luigi, da Vicenza; Mario Chemello di Nicola, da Arzignano; Vittorio Carlotto di Beniamino, da Valdagno; Guido Bisognin di Antonio, da Sarego; Ferruccio Spoladore di Vittorio, da Grancona; Francesco Bellizzi di Giovanni, da Cosenza; Giovanni “Gino” Brogliato di Antonio, da Vicenza; Aldo Alias (latitante) dalla Sardegna.

Il processo ha uno svolgimento burrascoso. Inizia presso la CAS di Vicenza il 15/1/46 mentre due tra i principali responsabili sono latitanti: Rodolfo Boschetti e Renato Longoni. Quest’ultimo è già stato condannato a morte per altri delitti. All’inizio del processo gli undici difensori chiedono il rinvio del processo al tribunale militare, la perizia psichiatrica per l’imputato Bruno Girotto, e lo stralcio del processo contro Longoni perché già condannato a morte con sentenza passata in giudicato, ma la Corte, presieduta dal dott. Guerrazzi, respinge le richieste di rinvio e inizia l’audizione degli imputati.

Durante l’interrogatorio, tutti gli imputati presenti cercano di scagionarsi dalle accuse gravissime, addossando la responsabilità sui latitanti; negano la partecipazione ai delitti e più di uno ostenta persino benemerenze anti-fasciste. Nella seconda giornata del processo sono sentiti i primi testimoni, i quali confermano la gravità dei crimini commessi. Al termine dell’udienza l’avv. Edoardo Tricarico, difensore d’ufficio dell’imputato Adelmo Schiesari, mentre sale le scale del suo ufficio è ucciso con un colpo di pistola da un ignoto assassino che lo attende nell’ombra. L’avv. Tricarico non ha ancora preso la parola durante il processo “Caneva”, se non per fare alcune domande ai testi. Tuttavia nasce il sospetto che il delitto sia in relazione con il processo in corso: infatti, non è ritrovata sul cadavere la borsa personale del difensore, contenente gli appunti del processo. Tale sospetto, pur dimostrandosi infondato quando la borsa è ritrovata intatta nella Cancelleria della Corte d’Assise dove l’avvocato l’aveva depositata, è decisivo per lo svolgimento del processo: il 17/1/46 l’udienza è sospesa in segno di lutto e il processo aggiornato. Nella seduta del 23/1/46 la Corte torna a riunirsi per riprendere il processo, ma poiché due difensori non accettano la difesa di Adelmo Schiesari, il processo è nuovamente aggiornato per dar modo all’avvocato nominato d’ufficio (avv. G. Toso) di preparare la difesa. Sennonché, nel frattempo, un gruppo di difensori chiede il trasferimento del processo “per Legittima Suspicione” ad altra sede. La domanda è accolta e il processo fissato a Venezia per il 7/5/46.

A Venezia, 2 dei 5 latitanti, Longoni e Boschetti sono questa volta alla sbarra, catturato il primo e costituitosi il secondo. Dopo sei udienze, il 17/5/46, la Corte di Venezia condanna: Caneva Fausto, Schiesari Adelmo, Boschetti Rodolfo, alla pena di morte mediante fucilazione nella schiena; Girotto Angelo Bruno alla reclusione per anni trenta e al ricovero in casa di cura e di custodia per anni dieci; Indelicati Paolo, Londani Bruno, Rizzato Walter, Caneva Giacinto, Brogliato Giovanni, Alias Aldo alla pena dell’ergastolo con isolamento per anni due; Zanin Antonio alla reclusione per anni trenta;

Spoladore Ferruccio alla reclusione di anni ventisei; Levorato Corrado, Chemello Marco, Carlotto Vittorio alla reclusione per anni ventiquattro; Donadello Ferdinando alla reclusione di anni dieci e mesi otto; Conforto Giuseppe alla reclusione per anni dieci; Bellizzi Francesco alla reclusione per anni sei e mesi otto; Filippi Mario alla reclusione per anni cinque. Condanna tutti all’interdizione perpetua dai pubblici uffici e all’interdizione legale per la durata della pena, e i condannati a pene non inferiori a dieci anni anche alla libertà vigilata per non meno di tre anni, tutti sono tenuti al pagamento delle spese processuali.

Ordina la confisca a vantaggio dello Stato di tutti i beni dei condannati a morte, all’ergastolo e alla reclusione per anni trenta. Assolve: Longoni Renato e Chemello Nicola dalle imputazioni ascrittagli per non aver commesso il fatto (sic!); Caneva Duilio e Bisognin Guido dalle imputazioni loro ascritte “per insufficienza di prove”. In seguito, le condanne a morte sono tramutate in ergastoli e poi gli ergastoli in 30 anni di carcere. Grazie al D.P.R. del 19.12. 1953, n° 922, art. 2, per i reati di collaborazionismo e concorso in omicidio pluriaggravato, le pene da 30 anni sono ridotte a 10. Chi, condannato è rimasto latitante, per “mancanza di legale costituzione del processo processuale”, la Corte di Cassazione nel ‘51 annulla la sentenza di Venezia e rimanda la causa per un nuovo giudizio alla Corte d'Appello di Firenze. Per i pochi ancora in “libertà provvisoria”, e persino per chi è rimasto latitante, con il Decreto Legislativo dell'11/7/59, n° 460, art. 1 e 12, sono dichiarati “estinti i reati e cessata l'esecuzione della condanna e delle pene accessorie... ” (sic!).

 

10 Approfondimenti nel capitolo: Uomini e reparti nazifascisti.

11 ASVI, CAS, b. 16 fasc. 952 e 991.

12 Il Giornale di Vicenza del 15, 16 e 17/1/46; 5, 8, 10, 11, 12, 16, 17 e 18/5/46; Il Gazzettino del 16/12/45, 17/1/46, 1, 11 e 16/5/46; Il Nuovo Adige – La Voce di Vicenza del 24/1/46.

13 b. 1943-1945, Relazione al vescovo del parroco di Montecchio Precalcino.

14 Avvisi settimanali 1942-55.

15 Ruoli matricolari e Sussidi Militari, b. Presenti alle bandiere e Caduti in guerra, fasc. Livio Campagnolo, b. 131, Verbale Commissione Assistenza Famiglie Militari RSI e Comunicazione al Sindaco dell’avvenuta sospensione dall’Albo del dott. Rigoni Gaetano.

16 Il Giornale di Vicenza del 16.4.1994, articolo di Sandro Sandoli, Sono stato io a sabotare la caserma del Distretto.

17 ACSSMP, Testimonianza registrata di Francesco Urbani “Pat”.

18 Approfondimenti nel capitolo: Uomini e reparti nazifascisti.

19 ASVI, CLNP, b. 15 fasc.3, b. 25 fasc. Varie1.

20 Approfondimenti nel capitolo: Uomini e reparti nazifascisti.

21 ASVI, Danni di guerra, b. 326, 348, fasc. 22841, 24827.

22 ATVI, CAS, Sentenza n. 6/47178/47 del 12.2.47, contro Assirelli, Rando e Tacconi.

23 Il Popolo Vicentino del 25.4.44, 13.3.47 e del 28.4.44; Il Giornale di Vicenza del 13.3.47.

24 Approfondimenti nel capitolo: Uomini e reparti nazifascisti.

25 ASVI, CAS, b. 19 e 24, fasc. 1187 e 1498;.

26 Approfondimenti nel capitolo: Uomini e reparti nazifascisti.

27ASVI, CLNP, b. 15 fasc. Pratiche Politiche.

28 ACSSMP, b. Fascisti, fasc. Documenti Vari, “Documento Segreto del Ministero Aeronautica” del 1 Marzo '46 e 28 Maggio '46.

29 Approfondimenti nel capitolo: Uomini e reparti nazifascisti.

30 ASVI, CAS, b. 8 fasc. Contabilità CAS, b. 9, fasc. 620, b. 10 fasc. 655 e 667, b. 11 fasc. 725, b. 13 fasc. 828 e 890, b. 14 fasc. 888, [...]  e molti altri fascicoli riguardanti le contrade Storti, Pace e Cornale.

31 Sentenza Tribunale di Vicenza del 30 giugno 1960 contro il Comandante “Vero”, Giuseppe Marozin,e i suoi compagni.

32 - Bassano Silvio “il biondino”, cl. 21, nato a Pontecagnano (Salerno); diplomato in Ragioneria a Thiene; il papà, barbiere, viene a risiedere a Centrale di Zugliano, paese della moglie. “Il biondino”, è un partigiano ancora coperto da un alone di mistero: ha giustiziato molti fascisti, tra loro il farmacista di Thiene Mario Antonio Dal Zotto, la guardia comunale Claudio Stecco e il serg. magg. della X^ Mas Carlo Tommasi; dopo la Liberazione uccide il figlio repubblichino del fornaio di Grantorto (Pd). Arrestato, la Corte d’Assise di Vicenza lo condanna all’ergastolo, più 45 anni di carcere e 2 di segregazione diurna. Ricorso in appello, la pena è ridotta a 30 anni, dei quali 14 li fece a Montelupo Fiorentino e poi a Portolongone nell’Isola d’Elba; muore nel’69 dopo aver finalmente ottenuto l’amnistia (P. Gios, in Resistenza, Parrocchia e Società, cit., pag.270, note).

33 Approfondimenti nel capitolo: Uomini e reparti nazifascisti.

34 ASVI, CLNP b. 15 fasc. 6, 8 e 18.

35 Approfondimenti nel capitolo: Uomini e reparti nazifascisti.

36 ASVI, Danni di Guerra, b. 47, 95, 156, 162, 163, 164, 243, 262, 310, fasc. 2750, 5956, 10256, 10799, 10851, 10880, 16633, 17885, 21257.


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