LA LOTTA OPERAIA IN PERIODO DI GUERRA E L'IMPEGNO DI BIETOLINI

 

 

 

Gli scioperi del marzo 1944 a Schio e a Valdagno

 
 

di GIANCARLO ZORZANELLO

 

 

 

Verso i primi di febbraio 1944 il Partito comunista decise  di coinvolgere anche la classe operaia nella lotta contro la RSI e l'occupante  tedesco, proclamando uno sciopero generale. 

 

 

I principali  obiettivi erano: -  dare una forte scossa alla Repubblica di Salò, simile a quella che un anno prima (marzo 43) aveva contribuito alla caduta del regime fascista (25 luglio 43) - ricompattare la classe operaia sotto l'egida del partito comunista, dimostrando come le aperture sociali del Regime di Mussolini dopo l'8 settembre non avevano fatto breccia nella massa - affiancare alle pattuglie partigiane, che già combattevano fascisti e tedeschi, la grande forza della classe operaia.

 

 

Non erano esclusi, anzi auspicati, ulteriori sviluppi: come l'inizio dell'Insurrezione nazionale con conseguente caduta del Regime neofascista, difficoltà per l'occupante tedesco, tali da costringerlo a ritirare truppe dal fronte per sedare rivolte nelle città e ripristinare le vie di comunicazione con la Germania. 

 

 

Il PCI aveva fatto pressione sugli altri partiti del CLN, specie sul PSI e il Partito d'Azione, che riteneva più vicini alla classe operaia,  affinchè aderissero allo sciopero. Non nascondeva però la sua intenzione di proclamarlo  anche unilateralmente e per questo  aveva fissato la data di inizio per il 21 febbraio 1944. Nel vicentino il Partito aveva una discreta organizzazione a Vicenza e nei centri industriali di Schio e Valdagno, dove gravitava una massa operaia rispettivamente di più di 8000 operai nel primo e più di 7000 nel secondo centro. 

 

 

Erano passati però almeno vent'anni da quando queste masse avevano aderito all'ultimo sciopero. Nemmeno si erano mosse in occasione dello sciopero generale dell'anno prima (marzo 43). E anche per questo Mussolini aveva inviato il seguente telegramma al capo della provincia :

 

 

"Dal rapporto dei mesi di aprile, maggio, giugno [1943] risulta che nella vostra Provincia le manifestazioni più o meno generiche di antifascismo sono state nulle aut insignificanti. Dato l'attuale periodo ciò è significativo e depone a favore della coscienza nazionale e fascista delle popolazioni. Mentre elogio voi Capo della provincia Vi autorizzo ad estendere tale elogio al Federale ed alle Gerarchie del Partito al Questore e a tutte le forze di polizia dei principali comuni - Mussolini".[1] 

 

 

Nel febbraio 1944 però la situazione era cambiata. Il partito aveva migliorato considerabilmente l'organizzazione: tra l'altro era riuscito a costituire un distaccamento garibaldino operativo prima a Fontanelle di Conco  e successivamente sui monti di Recoaro. Era discretamente radicato nelle fabbriche, per cui non poteva eludere una sfida qualificante come quella di portare  gli operai allo sciopero.

 

 

Secchia, commissario politico delle brigate Garibaldi in un giro di ispezione nel Veneto, trasmise personalmente ai dirigenti regionali la direttiva del Centro di Milano di dare priorità all'organizzazione dello sciopero generale. 

 

 

Ed è quasi sicuramente lui che invia a Vicenza Antonio Bietolini, un compagno iscritto al partito fin dalla fondazione del partito con alle spalle esperienze di confino e di carcere, per coordinarne e sovraintenderne l'organizzazione dello sciopero.[2]

 

 

 

Antonio Bietolini 

 

 

 

Prima di entrare nel merito dello sciopero, riteniamo opportuno  tracciare un breve profilo di Antonio Bietolini, dato che non solo sarà uno dei principali organizzatori degli scioperi di marzo 44, ma anche uno dei principali propugnatori della ripresa e sviluppo della resistenza armata dopo il rastrellamento di malga Campetto (16 febbraio 1944) e fino al 3 luglio 1944: data della sua esecuzione a Valdagno. Inoltre ci dà un'idea di quale tempra erano fatti alcuni militanti sui quali poteva contare il Partito comunista.

 

 

Nato a Perugia nel 1900, aveva frequentato scuole tecniche, trovando lavoro in fabbrica come operaio meccanico. Si iscrisse al PCI fin dalla sua fondazione (1921) e per questo subisce persecuzioni e rappresaglie dai fascisti della sua città. Si trasferisce a Lecco e successivamente a Milano, dove sposa Giuseppina Sacchelli, vedova con una figlia e dalla quale avrà un figlio: Spartaco. Si trasferisce successivamente a Torino, dove è arrestato e condannato per 3 volte dal Tribunale speciale per propanganda antifascista e proselitismo comunista, l'ultima delle quali a 13 anni di carcere. 

 

 

Amnistiato nel 1940,  si trasferisce di nuovo a Milano, dove è assunto come operaio in una fabbrica meccanica. Nel marzo 1943 lo troviamo tra gli organizzatori degli scioperi nella Pirelli e nell'Alfa Romeo. 

 

 

Dopo gli scioperi, e cioè verso la fine di aprile/primi maggio 43, è inviato dal Partito in Friuli per prevenire un eventuale suo arresto dovuto al suo attivismo nello sciopero. 

 

 

Nel Friuli prende contatti con i partigiani comunisti sloveni che già dal 1942 avevano fatto la loro comparsa sui quei monti.[3] È lui che per primo mette in contatto le varie federazioni del Triveneto con il Centro di Milano. Dopo l'8 settembre forma parte del Gruppo dirigente veneto del partito con Clocchiatti (comandante dei distaccamenti garibaldini) - Banchieri, Lizzero ecc., che si costituisce a Padova. Il Centro sa di poter contare su di lui per la sua esperienza nel mondo delle fabbriche e per la sua dedizione alla lotta di classe. 

 

 

 Completiamo questo schizzo collocando Bietolini in seno alla sua famiglia, dato che questa  ebbe certamente una parte rilevante nella sua maturazione ideologica e nel sostegno delle sue attività politiche. A Roma nel 1930 aveva passato con la sorella Anna un certo periodo di tempo in carcere sotto l'accusa di aver favorito il tentativo di espatrio della moglie del leader comunista umbro Armando Fedeli. L'accusa cadde per i due per insufficienza di prove .

 

 

Bietolini a 30 anni è sposato con Giuseppina Sacchelli, maggiore di lui di 7 anni, comunista e vedova di un comunista; la sorella Anna è maggiore di lui di 5 anni, ragioniera contabile, anch'essa comunista: sarà successivamente condannata al confino a Ponza e a Ventotene per la sua attività politica, dove avrà modo di conoscere Giani (Raimondo Zanella), futuro comandante del Gruppo di Malga Campetto; la figlia del primo matrimonio della moglie, Antonietta, di 10 anni e il figlio naturale, Spartaco di 4 anni.

 

 

Bietolini riesce a conciliare l'attaccamento alla famiglia, confermato dalla testimonianza della figlia Antonietta, con la vita di rivoluzionario di professione. Ce ne possiamo fare un'idea dalla lettera che scrive alla figlia Antonietta, nel giugno del 1943 subito dopo una visita di quest'ultima in Friuli.

 

 

Ecco gli spunti più significativi:  "....La lotta contro il fascismo impone a noi dei veri sacrifici e da essi la bellezza della vita scaturisce con inaudita violenza nei brevi istanti che è dato viverla.[si riferisce alla visita della figlia] E quando nei rari momenti di questa gigantesca e feroce lotta si ha la possibilità di godere degli affetti, di questi si sente la prepotente necessità di goderli senza avarizia. ....La lotta che chiama già la mia partecipazione in modo più abile e deciso è il conforto della vostra lontananza. E in questa lotta, state tranquilli, infonderò la mia esperienza e la volontà per raggiungere da parte dei proletari, la vittoria. ....Speriamo bene che un giorno non più lontano abbiamo a riunirci e godere tutti assieme attimi di felicità veramente conquistata".[4] 

 

 

Dalla lettera è evidente la graduatoria dei valori a cui ispira la sua vita - gli affetti famigliari che cerca di godere senza avarizia quando ne ha la possibilità - prima di questi però pone la lotta (ripete la parola due volte in poche righe), che impone veri sacrifici specie nel campo degli affetti - che esige la sua partecipazione alla lotta in modo più abile e deciso rispetto al passato - la felicità degli affetti famigliari potrà essere goduta, quando sarà conquistata, cioè quando il comunismo vincerà sul fascismo.

 

 

Bietolini  accetta con entusiamo, determinazione e ottimismo  il compito di organizzare gli scioperi nel vicentino che gli viene assegnato da parte di Secchia e del Comitato d 'Agitazione regionale. Già aveva dei contatti nel vicentino. È documentata infatti la sua partecipazione ad una assemblea riguardante la riorganizzazione del partito a Schio durante il periodo badogliano.

 

 

"Nella riunione (con i compagni) - riferisce Silvano Lievore  - si discusse della situazione generale e si convenne per la riorganizzazione del partito di attendere il ritorno di Domenico Marchioro e di mio fratello Alfredo. Avevo conosciuto Bietolini alle Tremiti ...". [5]

 

 

A Schio oltre all'amicizia di Silvano Lievore poteva contare anche su quella di Luigi Sella, Bortolo Ronda, che aveva conosciuto al confino nelle isole Tremiti. 

 

 

Inoltre dopo l'8 settembre era il referente politico/militare dei cugini Zanella di Padova (Raimondo e Romeo Zanella) che, dopo un'esperienza di lotta armata nel Friuli, mette a contatto (verso la fine di dicembre 1943) con i militanti di Vicenza, quando Clocchiatti decide di  rafforzare il gruppo comunista del distaccamento di Fontanelle di Conco.

 

 

"Verso gli ultimi di dicembre - afferma Giani - Bietolini mi mette in contatto con Martello di Vicenza  e parto insieme a Romeo, mio cugino verso il vicentino".[6] 

 

 

 

La ricostruzione storica degli scioperi 

 

 

 

Bietolini nel marzo 1944 invierà al Centro di Milano due relazioni sugli scioperi nel vicentino: una ampia e dettagliata riguardante Schio [7], più ridotta e descrittiva quella riguardante lo sciopero di Valdagno. [8]

 

 

È su questi due documenti che basiamo in gran parte la nostra ricostruzione degli scioperi. [9] Questi ci permettono di legare, (secondo il nostro metodo storico) il chi, il quando e il dove, cioè di seguire Bietolini quasi giorno per giorno nella sua attività di organizzatore dello sciopero, che manifesta - nel cercare di convincere i compagni a mobilitarsi  - nel sensibilizzare la massa operaia sulla situazione politica dell'Italia occupata dai Tedeschi e sulle pessime condizioni di lavoro in fabbrica - nel cercare di trascinare la massa operaia al confronto/scontro con la controparte (potere economico, politico, forze di occupazione ) e, una volta scesa in sciopero, nel dirigerla,  per raggiungere gli obiettivi prefissati. 

 

 

Ecco più dettagliatamente e in ordine cronologico le varie tappe della sua attività nel vicentino, così come siamo riusciti a ricostruirla. 

 

 

 

Vicenza - Lunedì 14 febbraio 

 

 

 

Antonio Bietolini arriva a Vicenza con precise istruzioni da parte del Comitato di Agitazione regionale e cioè : - organizzare lo sciopero nel vicentino - particolarmente nel centro industriale di Schio - entro il 21 di febbraio.

 

 

Quello stesso lunedì 14 febbraio ha la possibilità di farsi un'idea della situazione dell'intera provincia, dato che è invitato a partecipare ad una riunione dei rappresentanti dei principali Centri della provincia  (Vicenza, Schio, Valdagno e Bassano) convocati anteriormente per altri motivi. 

 

 

Approfitta dell'occasione per esporre ai presenti quello che per il partito è il compito più immediato e urgente da risolvere: l'organizzione dello sciopero generale per il 21 febbaio. 

 

 

Innumerevoli sono le difficoltà che i presenti sollevano, che però non scalfiscono  la sua sicurezza e convinzione, qualificandole come "le stesse che ovunque si odono quando i compagni devono passare dalle parole ai fatti". [10]

 

 

Schematicamente le posizioni in questa riunione sono le seguenti: - per i compagni, lo sciopero è impossibile o sarà un insuccesso perchè la situazione degli operai nel vicentino non era la stessa che esisteva a Milano - le masse in genere erano passive, dato che la maggioranza veniva dalla campagna e non sentiva la lotta come quelli della città. 

 

 

Per Bietolini invece le condizioni degli operai nel vicentino erano perfino peggiori rispetto ai maggiori Centri industriali dell'Alta Italia, per cui sarebbe bastato un intenso lavoro dei compagni per renderli coscienti della necessità della lotta, prova ne era che gli operai dello stabilimento Smalterie di Bassano già avevano effettuato spontaneamente degli scioperi.  

 

 

Naturalmente è Bietolini che impone ai rappresentanti dei maggiori centri della provincia la linea, dato che rappresenta il Partito: ottiene infatti che "i compagni si impegnassero ad iniziare un lavoro per la preparazione dello sciopero". [11] 

 

 

 

Schio - martedì 15 - mercoledì 16 febbraio 

 

 

 

Lo stesso lunedì 15 febbraio raggiunge Schio: il centro  industriale che ritiene abbia  la possibilità  più degli altri di organizzare lo sciopero per il 21. Qui il partito ha il maggior numero di iscritti ed è diventato operativo specie a partire dalle riunioni/discussioni coordinate da Anselmo (Giuseppe Banchieri) a seguito del fallimento del distaccamento di Malga Silvagno. Ricordiamo che l'ultima relazione di Anselmo riguardante Schio porta la data del 2 febbraio 1944. [12] 

 

 

In effetti ad un primo contatto con i compagni, Bietolini riconosce che le possibilità (dello sciopero per il 21 febbraio) gli appaiono migliori rispetto al resto della provincia. Passa martedì 15 e mercoledì 16 febbraio ad esaminare con i compagni l'organizzazione politica nelle fabbriche (nota con disappunto che nel Lanificio Rossi, il più importante della zona, i compagni sono solo 5 su 3000 operai e nemmeno organizzati in cellula) e a preparare le rivendicazioni con particolare 

 riguardo a quelle economiche: aumenti per tutti con particolare riguardo per gli operai peggio pagati (manovali e fattorini) e per le donne. 

 

 

Viene redatto e distribuito un primo manifesto come inizio del lavoro di agitazione. Dopo solo due giornate di contatti Bietolini  è convinto che l'obiettivo di portare gli operai della zona di Schio allo sciopero per lunedì 21 è realizzabile. 

 

 

 

Vicenza - giovedí 17  -  sabato19 febbraio

 

 

 

Ritorna a Vicenza giovedì 17  febbraio per vedere se sia possibile coinvolgere anche le fabbriche della città nello sciopero. Il responsabile (probabilmente Gino Cerchio) però gli presenta un quadro negativo della situazione: non vi era nessuna possibilità salvo con lo stabilimento SARA. [13]

 

 

Venerdi 18 e sabato 19 febbraio cerca di correre ai ripari coordinando e dirigendo il lavoro dei compagni vicentini, specialmente redigendo e distribuendo una serie di volantini per le fabbriche per sensibilizzare la massa operaia.

 

 

Quando già i suoi compagni avevano preparato e distribuito a tutti i gruppi  della città il volantino: "domani sciopero", giunge la notizia del rinvio dell'inizio dello sciopero dal 21 febbraio  al 1º marzo. 

 

 

 

Schio - domenica 20 febbraio   

 

 

 

Certamente rilassato per la notizia, Bietolini ritorna a Schio, domenica 20 febbraio, perchè probabilmente già l'aveva programmato in vista dell'inizio dello sciopero per il 21. Ora però con più tempo a disposizione può dedicarsi con i militanti ad un più intenso lavoro nella zona di Schio.

 

 

Durante questo secondo soggiorno, Bietolini ha modo di contattare i capicellule di varie fabbriche - di sentire di prima mano il polso di operai e operaie anche non comunisti. Rimane impressionato dalla determinazione, forza e maturità delle donne, che costituiscono la maggioranza delle maestranze in molte fabbriche tessili: "donne piene di energia e fede che hanno contribuito moltissimo alla riuscita dello sciopero" [14] - dirà nella sua relazione.

 

 

Intanto nella zona di Schio cominciano ad arrivare le cartoline di arruolamento nell'esercito della RSI dei giovani delle classi 1923 - 24 - 25  e quelle della precettazione di operai e operaie da inviare a lavorare in Germania. 

 

 

Costituiranno un aiuto insperato e determinante per la riuscita dello sciopero. 

 

 

 

Valdagno - domenica 27 febbraio

 

 

 

Venerdì o sabato 25/26 febbraio raggiunge Padova per mettere al corrente il Comitato di Agitazione sull'organizzazione dello sciopero. Però già domenica 27  è di ritorno nel vicentino  e si dirige questa volta a Valdagno. Qui prende contatto con il compagno responsabile dell'organizzazione (quasi sicuramente Pietro Tovo) e con il Comitato di zona. 

 

 

Non possiamo a questo punto non porci la domanda: perchè Bietolini tarda quasi due settimane da quando riceve l'incarico di organizzare lo sciopero nel vicentino  per recarsi a Valdagno, dato che certamente sapeva che dopo Schio era il centro industriale più importante della provincia? Perchè da Schio, data la relativa vicinanza, non fece una puntata anche a Valdagno  nei 2 periodi in cui vi fece  sosta? 

 

 

Purtroppo a queste domande solo possiamo azzardare delle risposte e cioè: - forse non conosceva la zona di Valdagno e non aveva contatti sicuri - o forse da Padova gli avevano suggerito di dedicare il suo tempo ed impegno principalmente a Schio, dove c'erano reali possibilità di successo dello sciopero - o forse aveva scartato Valdagno a causa del pessimismo del suo rappresentante nella  riunione  del 14 febbraio a Vicenza - o forse per un altro motivo che potrebbe trasparire da quanto esporremo a continuazione.

 

 

Quello che è certo è che solo domenica 27 febbraio avvenne l'incontro tra Bietolini e i militanti di Valdagno e che fu piuttosto teso se non burrascoso. 

 

 

A Valdagno infatti trova che poco o nulla è stato fatto per organizzare lo sciopero: - non esistevano cellule, nè comitati di fabbrica - l'organizzazione del partito gli appare piuttosto rudimentale: i compagni iscritti erano 35, coordinati e diretti da un Comitato composto da 5 elementi. 

 

 

Naturalmente i 5 militanti del Comitato sono concordi nello stabilre che lo sciopero non poteva riuscire [15]. 

 

 

I motivi? I soliti con qualche variante e cioè :

 

- lo sciopero non era sentito dagli operai;

 

- gli operai del lanificio Marzotto stavano bene

 

- la situazione alimentare e salariale della massa operaia era buona.

 

- gli Alleati avanzavano adagio [16]: da intendersi che i militanti ritenevano pericoloso sfidare fascisti e tedeschi organizzando uno sciopero, dato che quest'ultimi avrebbero avuto tutto il tempo per effettuare rappresaglie, vendette, repressioni a causa del ritmo troppo lento nel risalire la penisola degli Inglesi.

 

 

C'è però un altro motivo che riesce più difficile da interpretare: i partigiani avevano agito senza averli avvertiti e avevano impauriti ... i militanti più vecchi [1].

 

 

Come mettere in relazione questo motivo con l'impossibilità di organizzare lo sciopero a Valdagno?

 

 

Premettiamo subito che riguardo a questo motivo, a nostro giudizio, o Bietolini riassunse in maniera spiccia e unilaterale quello che volevano dire i militanti di Valdagno o questi espressero in modo impreciso e lacunoso quello che pensavano o scelsero il momento sbagliato per farlo.

 

 

Dato che l'episodio rappresenta però uno dei pochi collegamenti tra scioperi e partigiani (lotta armata), riteniamo opportuno approfondirlo, anche se siamo coscienti che i collegamenti che proponiamo pur seguendo una certa logica, avrebbero bisogno di ulteriori pezze d'appoggio.

 

 

 

Ecco la nostra spiegazione 

 

 

 

I militanti comunisti di Valdagno da più di un mese e mezzo ospitavano  nelle proprie montagne il distaccamento Fratelli Bandiera.  L'avevano sostenuto con viveri, vestiario, collette nelle fabbriche, armi ecc . 

 

 

Il 16 di febbraio, si era abbattuto sul distaccamento un forte rastrellamento che l'aveva scompaginato. Il partito e la popolazione delle contrade si erano mobilitati per raccogliere i feriti, trovare loro rifugi sicuri, cercare medicine e nascondere gli sbandati.

 

 

Proprio nei giorni perciò in cui Bietolini stava organizzando con i militanti di Schio lo sciopero per il 21 di febbraio,quelli di Valdagno erano occupati in altre priorità.

 

 

Quando Bietolini si presenta a Valdagno, i militanti (perlomeno i più avveduti come il prof. Bruno Gavasso) colsero l'accasione per far presente a un funzionario regionale del Partito quello che non quadrava rispetto al Gruppo di malga Campetto (distaccamento Fratelli Bandiera) e cioè:- il suo carattere eccessivamente aggressivo e - il rapporto  che aveva stabilito con le organizzazioni antifasciste locali.  

 

 

Per quanto riguarda il primo punto, a nessuno sfuggiva che il Gruppo di malga Campetto non era composto da perseguitati politici e sbandati che cercavano di evitare il carcere o l'internamento in Germania come l'aveva fatto passare Pietro Tovo al CLN mandamentale e ai vecchi compagni . Era un distaccamento operativo che combatteva frontalmente e senza indugi Fascisti e Tedeschi con conseguenze facilmente prevedibili per le valli del Chiampo e dell'Agno: prospettiva che  aveva spaventato i vecchi militanti. 

 

 

Nemmeno era chiaro da chi dipendesse il distaccamento sul piano operativo: dal CLN mandamentale e per cui dall'addetto militare ( Pietro Tovo) o dal Comando regionale dei distaccamenti garibaldini, come sembrava, dato che i partigiani agivano senza consultare nemmeno gli iscritti al Partito? 

 

 

Ora certamente Bietolini era al corrente che sulle montagne di Valdagno-Recoaro si stava organizzando un distaccamento garibaldino e che una decina di giorni prima aveva subito un forte rastrellamento (ecco un altro possibile motivo che avrebbe potuto tenere lontano Bietolini da Valdagno: non voleva farsi coinvolgere in problemi che non fossero quelli dell'organizzazione dello sciopero), quella domenica 27 febbraio però era mentalmente indisponibile a spostare il discorso sui problemi che i militanti gli sottoponevano. Era venuto a Valdagno per controllare a che punto erano i preparativi per lo sciopero e a dare le ultime direttive: il resto per lui era fuorviante.

 

 

Con l'autorità che gli conferiva di rappresentare il Partito riporta il discorso sulla possibilita di realizzarlo [lo sciopero] ed il modo di organizzarlo. Non esita a ricorrere anche ad accuse e minacce. L'accusa è di opportunismo che rivolge prima a Tovo, [...] "dalle sue argomentazioni mi apparve l'opportunismo più piatto" [18] - riporta nella sua relazione - e poi al Comitato di Partito.

 

 

La minaccia la esprime con queste parole: [Bietolini] "Fece presente la responsabilità che [il Comitato] si assumeva di fronte al P[artito] se essi non tentavano nulla per realizzarlo" [lo sciopero] [19] 

 

 

Bietolini ritorna a Schio quella stessa domenica 27 febbraio, quasi sbattendo la porta, in segno di disapprovazione e rimprovero.

 

 

 

Schio -  lunedì 28 febbraio  - venerdì 3 marzo

 

 

 

Già domenica 27 perciò Bietolini è di nuovo a Schio. I militanti lo ragguagliano sugli sviluppi dell'organizzazione dello sciopero. Le cartoline per la precettazione di operai e operaie per il lavoro in Germania erano arrivate con scadenze quantomai ravvicinate: già lunedì 28 febbraio operai e operaie del Lanificio Cazzola dovevano passare la visita medica, prerequisito per l'invio in Germania e il giorno seguente, sarebbe stata la volta degli operai della Fonderia.  Il fermento tra le maestranze era tale che  alla ripresa settimanale del lavoro, in varie fabbriche gli operai fermarono spontaneamente il lavoro.

 

 

Di fronte al rischio che l'iniziativa sfuggisse di mano, Bietolini prende la decisione di anticipare l'inizio dello sciopero. Avverte i compagni che lo sciopero inizierà l'indomani 29 febbraio a partire dalle ore 10, invece di mercoledì 1 marzo, come era stato programmato. Siccome  non era possibile distribuire il volantino già preparato quello stesso lunedì 28, viene distribuito il 29 mattino con la modifica, effettuata a mano  delle parole: "domani sciopero" con "oggi sciopero con inizio alle ore 10". 

 

 

Il 29 febbraio (martedì): è un giorno cruciale per Bietolini e compagni: lo sciopero avrebbe dovuto iniziare nelle varie fabbriche alle ore 10. Però ... sarebbero riusciti i militanti a distribuire i volantini a tempo e in tutte le fabbriche? E la massa operaia avrebbe seguito l'invito con così poco tempo per assimilarne il contenuto?Bietolini e compagni attendono con ansia e trepidazione le notizie, che verso mezzogiorno cominciano ad arrivare. Ed è un trionfo. Bietolini enumera con pignoleria e orgoglio ad una ad una le fabbriche che hanno aderito allo sciopero: dai 3000 operai del Lanificio Rossi ai 30 della fonderia Spanevello: il lavoro portato avanti con costanza, entusiasmo, coscienza di essere dalla parte del giusto e della storia, ha dato i suoi frutti.

 

 

Il 1º marzo allo sciopero aderiscono anche le fabbriche che non l'avevano fatto il giorno prima. Anche in questa occasione Bietolini  enumera fabbrica per fabbrica quelle che vi aderiscono: dai 400 operai della Saccardo ai 15 della Carrozzeria Dalla Via. Il compito che gli aveva affidato il partito di portare gli operai di Schio allo sciopero per il 1º di marzo era stato realizzato. 

 

 

Bietolini però non ha tempo per congratularsi con se stesso e con i militanti, perchè immediatamente, e cioè lo stesso mercoledì 1 di marzo, deve affrontare un compito molto più complesso e delicato: quello di dirigere la massa operaia che era scesa in sciopero. 

 

 

Con l'aiuto dei suoi compagni riesce ad organizzarla in commissioni e comitati spontanei per affrontare nel modo più agguerrito possibile la controparte: dirigenti delle fabbriche, autorità e sindacalisti  fascisti e Tedeschi armati di tutto punto. 

 

 

Nel confronto verbale ed emotivo che segue all'interruzione del lavoro all'interno delle fabbriche gli operai controbattono punto per punto gli argomenti delle autorità della RSI (console Gaddi, ing. Bossini, il fiduciario Cappelletti accompagnato da un ufficiale tedesco) anzi ne mettono in evidenza contraddizioni e posizioni fraudolente. 

 

 

La svolta avviene verso le 17 del 1º marzo quando Cappelletti invita alcuni operai che si erano messi in evidenza nelle discussioni a recarsi a Vicenza nella sede dei sindacati per trattare. Nonostante la volontà contraria di buona parte delle maestranze la mattina di giovedì 2 marzo parte per Vicenza una delegazione di una quindicina di operai  in rappresentanza di tutte le fabbriche di Schio. 

 

 

Qui, dopo una prima schermaglia con le autorità fasciste sullo stile di quello che era avvenuto il giorno prima a Schio, si produce un completo cambio di scena quando fa la sua presenza la vera controparte: un ufficiale delle SS che intervenne facendo andar via i rappresentanti del sindacato e prendendo lui la gestione della trattativa [20].

 

 

Dopo aver ascoltato brevemente i motivi dello sciopero dal rappresentante degli operai (Giuseppe Sandonà) non ribattè con uno dei soliti discorsi allo stile fascista, come afferma Bietolini, bensì cala sul tavolo una carta pesante e decisiva: la prospettiva immediata e reale dell'uso della forza sia sulla Commissione lì presente che sulla massa operaia. 

 

 

L'ufficiale si esprime in questi termini:

 

- Lo sciopero era politico e non economico: sottinteso:  andava contro la RSI e il Terzo Reich con tutte le conseguenze. 

 

- Per cui se entro 5 minuti lo sciopero non cessava avrebbe preso i seguenti provvedimenti: - arresto dei membri della Commissione - decimazione degli operai scioperanti - invio di una parte degli operai nei campi di concentramento in Germania.

 

 

Le minacce dell'ufficiale delle SS apparvero subito ai membri della commissione reali e incombenti per cui lo spazio per la strattativa divenne subito molto stretto

 

 

Qualcuno comunicò a Schio l'ingiunzione dei Tedeschi, mentre l'accordo con la controparte veniva raggiunto a spron battuto. Si basava in gran parte su promesse con l'unica concessione concreta riguardante le donne [che] non saranno inviate in Germania  [21] -  e non era una concessione da poco.

 

 

Lo sciopero terminò nel pomeriggio del 2 di marzo, quando la Commissione ritornò a Schio e trasmise i punti dell'accordo e le circostanze che l'avevano accompagnato.

 

 

"Il risultato è buono" [22] fu la formula fatta diffondere tra gli operai. 

 

 

Però il risultato era buono?

 

 

Nonostante le critiche di Bietolini ai compagni sulla - costituzione della Commissione incaricata di trattare, - sul mancato intervento degli operai per impedire la sua partenza per Vicenza  - sull'accettazione affrettata e prematura dell'accordo imposto dai Tedeschi, se ci mettiamo dalla parte della massa operaia, il risultato dello sciopero era positivo.

 

 

Gli operai di Schio infatti per la prima volta dopo 20 anni avevano reagito uniti a condizioni di lavoro e di vita che ritenevano inaccettabili. Sopratutto avevano affermato  con i fatti che non avrebbero  tollerato senza reagire di essere portati al macello (e l'invio in Germania era considerato poco meno). 

 

 

Nel loro scontro con la controparte erano arrivati al limite quando a Vicenza la Commissione  si era trovata di fronte all'ufficiale delle SS. Anche se le  direttive di Bietolini di non trattare fossero state messe in pratica,  il limite forse avrebbe potuto essere spostato in avanti di qualche mezza giornata, però sempre, o prima o poi, gli operai si sarebbero trovati di fronte ad un "ufficiale delle SS". 

 

 

Superare quel limite voleva dire o subire la reazione violenta dei Tedeschi: - arresto - invio in campi di concentramento - decimazione o combattere con le armi in pugno. A questa prospettiva la massa operia non era preparata, per cui bastarono le frammentarie e poco convincenti spiegazioni della Commissione per  far terminare lo sciopero. Intuitivamente, e, a nostro giudizio, con tempismo, la massa operaia si era fermata al limite del baratro. 

 

 

La domanda però che di seguito viene spontanea è la seguente: era disposto Bietolini sorpassare questo limite?

 

 

La domanda ci permette, anche per Schio, di introdurre l'argomento del rapporto (se ci fu) tra partigiani, (che avevano soprassato il limite) e la massa operaia.

 

 

Nella sua testimonianza Giulio (Valerio Caroti) si riferisce a questo rapporto  in questi termini: "...nei giorni precedenti [allo sciopero] era scoppiata una grana. Attorno alle colline di Schio erano già stanziate alcune pattugliette di partigiani e qualche testa calda aveva deciso che il giorno dello sciopero quelle pattugliette sarebbero scese nelle fabbriche a dare man forte agli operai. La notizia me l'aveva portata tutto orgoglioso lo stesso studente belga [Armando Pagnoti, nb. Iura]. Esplosi. "Vogliamo rovinare tutto: se potessi metterei al muro chi ha dato quest'ordine pazzesco". Quello, gasato, aveva finto di non sentire. Corsi da Meneghetto Baron che cadde dalle nuvole. Fortunatamente con la sua autorevolezza, bloccò l'enorme pazzia e lo sciopero ebbe pieno successo nonostante i blindati nazisti presenti nel cortile del lanificio Rossi e così poterono sopravvivere le prime pattuglie partigiane." [23] 

 

 

Ora riguardo a questa testimonianza riteniamo che Caroti fraintese quello che disse Pagnotti. Infatti l'unica pattuglia operativa che poteva essere presente a fine febbraio/inizio marzo sulle colline di Schio non poteva che essere che quella di "Marte" (Garbin Giovanni). E Marte, dopo il rastrellamento di Malga Campetto,  non era certo nelle condizioni di farsi coinvolgere in azioni armate a sostegno degli operai in sciopero. Ci sono testimonianze inoltre che ai primi di marzo si trovava nella valle dell'Agno, da dove seguendo le direttive del nuovo Comandante del distaccamento, "Giani" (Raimondo Zanella), si diresse con la pattuglia Ubaldo (Molon Mario) verso Posina. 

 

 

Probabilmente Iura (Armando Pagnotti), se parlò di partigiani con Caroti  si riferiva ai GAP (Gruppi di Azione Partigiana) e non ai partigiani di montagna: i due gruppi in questo periodo avevano Comandi e Organizzazioni distinte. 

 

 

Ecco come si esprime Iura (Armando Pagnotti):"Alberto [Nello Boscagli, comandante regionale dei GAP] chiese il mio passaggio per un'attività esclusivamente militare; ma siccome in quel frattempo il PC mi aveva nominato responsabile del partito nella zona di Schio, tenne a che rimanessi ancora in quella carica fino agli scioperi in preparazione per il mese di marzo 44. Perciò la mia attività in quel periodo fu e militare e politica; ma parlerò qui unicamente dell'attività militare". [24]

 

 

Anche Bietolini conferma l'intervento dei GAP a sostegno dello sciopero, quando si riferisce alla fabbrica di cemento, forzata allo sciopero da un colpo dei Gap che hanno fatto saltare una parte superiore di una antenna della teleferica che porta il materiale greggio dalla montagna [25] non accenna però in nessun punto della sua relazione al coivolgimento di pattuglie partigiane nello sciopero.

 

 

Alberto, nella sua biografia conferma il sabotaggio della fabbrica di cemento da parte dei GAP e ne indica la paternità. I gappisti di Gastone colpiscono il cementificio di Schio, facendo mancare completamente ai tedeschi i rifornimenti di cemento per le fortificazioni di cui avevano inziato la costruzione nella zona pedemontana. [26]

 

 

Da quanto sopra si può dedurre, anticipando rapporti della futura formazione partigiana "Ateo Caremi" che la relazione tra Pagnotti (Iura) e Alberto (Nello Boscagli) quasi sicuramente ebbe origine proprio con gli scioperi del marzo 44. Alberto apprezzò l'equilibrio e la personalità del Pagnotti tanto che chiese al Partito il suo passaggio all'organizzazione GAP, che gli fu negato (in agosto invece non troverà ostacoli per imporlo come comandante della brigata Stella alla morte del comandante Dante, Luigi Pierobon) - quasi sicuramente, anche Alberto è presente anche se in maniera defilata, a Schio  nel periodo degli scioperi,  assicurando l'appoggiò dei Gap allo sciopero con alcuni sabotaggi ben mirati: oltre alla fabbrica di cemento anche di tre piloni telefonici. [27] 

 

 

Anche se non fu possibile coinvolgere le pattuglie di montagna negli scioperi rimane la domanda: Bietolini era disposto a superare il limite dello scontro?

 

 

Risposta: fino a quali limiti Bietolini volesse portare la massa operaia nel suo scontro con i Tedeschi ed i Fascisti è difficile dirlo. Per capire le sue intenzioni però può servire il ricordare che l'ideale che muoveva le sue azioni era la conquista del potere con la violenza da parte del proletariato, che avrebbe portato alla realizzazione di una società comunista sul modello dell'URSS : obiettivo a cui lui stesso aveva sacrificato gli affetti famigliari, come abbiamo visto, ed era disposto a sacrificare anche la sua vita, come in effetti avvenne. 

 

 

 

Valdagno - venerdì 3 - lunedì 6 marzo 

 

 

 

Certamente le esortazioni, minacce e accuse effettuate da Bietolini, domenica 27 febbraio ai compagni di Valdagno non caddero nell'indifferenza. Anzi furono come una sferzata che diede nuove energie ai compagni di Valdagno: bastarono 5 giorni infatti (dal 27 febbraio  al 3 marzo) per recuperare il tempo perduto e portare la massa operaia sulla soglia dello sciopero. 

 

 

Si distribuì stampa e foglietti inviati dal Comitato federale e altri se ne stampò in loco - lo si fece reparto per reparto, macchina per macchina - e approfittarono del contatto con gli operai per informare e discutere.

 

 

Ecco alcune testimonianze che documentano questo lavoro.

 

 

Italo Rossi (Pedro) ricorda il suo contributo con queste parole: "Assieme ai compagni che ho ricordato innanzi [Aldo Bicego, Danese Antonio, Visonà Severino] iniziai a Maglio, a Valdagno e nei dintorni un'intensa attività basata su riunioni e diffusione di volantini e giornali clandestini. In questo modo demmo il nostro contributo alla riuscita degli scioperi del marzo 44 negli stabilimenti Marzotto di Valdagno e Maglio, alla Valdol e alla miniera Pulli, proclamati dal CLN nazionale e dal CLN di Valdagno. Torrente Rino (Dalcol) ed io dovemmo provocare  il guasto della conduttura di energia elettrica che alimentava la Filatura  di Maglio all'altezza di Santa Maria di Panisacco perchè in fabbrica alcuni elementi filofascisti si opponevano allo sciopero."  [28] 

 

 

Giovanni Dante Perlati (Giove) altro compagno, che lavorava nel lanificio di Maglio di sopra testimonia: "All'interno della fabbrica [di Maglio di sopra] ho collaborato con Zordan Pasquale (Sette) alla preparazione e alla riuscita degli scioperi del marzo 44".  [29] 

 

 

Lo Zordan a cui fa riferimento sarà arrestato e fucilato assieme al Bietolini e altri 5 compagni il 3 luglio successivo.

 

 

Raffaele Preto ( Rifles) dà ulteriori dettagli sul lavoro di organizzazione all'interno della fabbrica: "Dovevamo muoverci con grande cautela [all'interno degli stabilimenti] per la presenza dei tedeschi e della Polizia della Repubblica di Salò (a Valdagno aveva sede la Direzione generale di Polizia del Ministero degli Interni; c'era pure un gruppo dell'OVRA, il cui archivio era stato posto sopra la Rinascente). Gli scioperi del marzo 44 alla Marzotto, alla Valdol, alla Caolino e alla miniera Pulli avevano creato discussioni e fermento, sia pure seguiti dal trasferimento forzato di circa 80 operai dalla Marzotto alla Germania". [30] 

 

 

Anche Lorenzo Griffani (Tigre), che sarà uno dei primi capipattuglia del riorganizzato distaccamento Fratelli Bandiera, prestò il suo contributo alla organizzazione degli scioperi, prima di salire in montagna: "Alla fine di febbraio presi parte fra gli organizzatori dello sciopero di Valdagno nei lanifici Marzotto che durò per tre giorni". [31] 

 

 

Però, come il Comitato dei 5 militanti aveva prospettato a Bietolini domenica 27 febbraio, il partito non era in grado di proclamare lo sciopero per il 1º marzo a Valdagno "....ad aiutare - riporta Bietolini nella sua relazione - venne la notizia della precettazione e conseguentemente della deportazione dei lavoratori e delle donne in Germania, questo portò molto fermento tra le masse lavoratrici in prevalenza femminili." [32]

 

 

A questo punto anche i militanti di Valdagno come quelli di Schio sono costretti ad intervenire, stabilendo l'inizio dello sciopero per venerdì 3 marzo alle ore 14, in concomitanza con il cambio di turno all'interno degli stabilimenti. 

 

 

La decisione era tempestiva: le maestranze erano sufficientemente informate e sensibilizzate - la prospettiva della precettazione di operai da inviare in Germania era reale e incombente -  aiutavano le notizie, dello sciopero in atto nelle fabbriche della vicina Schio. 

 

 

Per la prima parte dello sciopero  si ripetono le sequenze che avevano caratterizzato lo sciopero di  Schio.

 

Ecco come le descrive Bietolini:

 

 

"Parte dei lavoratori e delle lavoratrici che erano entrati nei reparti [alle ore 14 del secondo turno] stavano fermi presso le loro macchine e parte raggruppati nei cortili. Subito la direzione interveniva prima col far funzionare le macchine ai capireparto e agli assistenti e in seguito interpellando i lavoratori raggruppati nei cortili e presso gli stabilimenti. Si formarono lì per lì alcune commissioni di numero vario, una prima di dieci elementi per le donne, una seconda di circa quaranta elementi, anche in questa numerose le donne. Visto che non riuscivano a concludere i dirigenti sindacali locali e la direzione della fabbrica facevano intervenire le autorità tedesche, neppure i tedeschi riuscivano a concludere nulla di buono..".  [33]

 

 

Lo stallo nel confronto viene rotto da una decisione improvvisa e imprevedibile. Veniva allora dichiarata la serrata dello stabilimento e gli stabilimenti venivano occupati da forze armate tedesche e fasciste.

 

 

La decisione era improvvisa perchè presa mentre ancora operai e dirigenti stavano trattando, imprevedibile perchè era difficile immaginare che i Tedeschi accettassero che una fabbrica che lavorava per il Terzo Reich e per questo dichiarata protetta, potesse interrompere spontaneamente la produzione; e le maestranze potessero scendere in sciopero, senza che intervenissero con la forza.

 

 

A questo riguardo la nostra spiegazione è la seguente: il tenente collonnello Fritz von Trippe, comandante, del presidio tedesco di Valdagno, accettò le proposte dei dirigenti della Marzotto, dato che ben conosceva con che tipo di operai aveva a che fare e cioè con operai/contadini, che in genere alternavano il lavoro in fabbrica con quello di qualche magro campicello montano/collinare. La fabbrica per le famiglie di questi contadini/operai significava la sicurezza della continuità di un reddito, che invece non assicurava il lavoro agricolo.   

 

 

In effetti, continua sempre Bietolini nella sua relazione, "la serrata sgomentò alquanto le masse, che si sentirono minacciate nel loro interesse economico".

 

 

La direzione degli stabilimenti che sicuramente aveva previsto lo sconcerto della massa operaia cala sul tavolo del confronto una seconda carta, che risulterà quella definitiva. Eccola descritta ancora da Bietolini.

 

 

"Intanto la direzione emetteva un manifesto ove si leggeva: "Lo stabilimento resterà chiuso fin tanto che non si abbia raccolto un numero sufficiente di firme in apposisto registro collocato alla sede sindacale, comprovante la buona volontà dei lavoratori di riprendere il lavoro e garantire l'apertura degli stabilimenti".  [34]

 

 

Fino a questo punto quasi sicuramente le informazioni che Bietolini riporta nella sua relazione sullo sciopero di Valdagno sono di seconda mano, dato che sembra rimanga a  Schio fino a sabato 4 marzo. Lo prova la critica che rivolge ai compagni del Lanificio Rossi che sino al giorno 4 [notare la data] non avevano discusso con gli operai [35] sulle gravi negligenze della Commissione inviata a Vicenza. 

 

 

Solo domenica 5 marzo Bietolini raggiunse Valdagno in tempo per assistere (si fa per dire) alla messa di monsignor Zaffonato, da poco nominato vescovo di Vittorio Veneto, nel duomo di S. Clemente. La predica del prelato è un chiaro invito a firmare il manifesto della Direzione degli stabilimenti.

 

 

Alla domenica il locale vescovo in chiesa invitava i lavoratori a riprendere il lavoro previa la firma. [36]

 

 

Data l'egemonia culturale e morale che i preti esercitavano sulla società vicentina particolarmente nelle zone rurali, il suo invito significava la fine dello sciopero. In effetti "... al lunedì - riporta Bietolini - un poco l'influenza della chiesa che ha in questo caso preso una netta posizione a favore di Marzotto, il lavoro dei dirigenti e degli assistenti, la presenza delle forze armate, le mancanze di direttive precise ed energiche faceva sì che una maggioranza di operai e operaie firmasse e accettasse il ritornare al lavoro avendo però ottenuto che fosse sospesa la deportazione delle donne in Germania". [37]

 

 

Lo sciopero a Valdagno era durato un giorno e mezzo (dalle h. 14,00  di venerdi 3 a sabato 4 febbraio) poi era iniziata la serrata, esattamente come quello di Schio. Aveva avuto però uno svolgimento e una conclusione molto diversi: a Schio tra la massa operaia e tedeschi non avevano trovato spazio i sindacati fascisti  e i dirigenti delle fabbriche: gli operai si erano trovati ben presto di fronte  alla repressione dura e cruda, rappresentata dall'ufficiale delle SS. A Valdagno invece tra la massa operaia e i Tedeschi avevano mantenuto il loro ruolo di mediazione la direzione degli stabilimenti e i preti. Quasi agendo di comune accordo: la direzione aveva convinto i Tedeschi (di Valdagno) a rimanere in un secondo piano al tavolo delle trattative, mentre i preti avevano spinto la massa operaia al tavolo "del registro delle firme". 

 

 

Conclusione: martedì 7 marzo: la Direzione Marzotto comunicava con un altro manifesto [38] la fine della serrata  e la massa operaia  metteva termine allo sciopero. Premio di consolazione: il ritiro della precettazione delle donne, esattamente quello che avevano ottenuto gli operai di Schio. 

 

 

Al rientro in fabbrica gli operai si trovarono di fronte a un Von Trippe (il comandante del presidio locale) ben diverso rispetto quello che il sabato precedente si era confrontato con loro. Non è azzardato pensare che nel frattempo avesse ricevuto dal Comando da cui dipendeva nuove istruzioni e forse fosse stato pesantemente redarguito per il suo atteggiamento troppo conciliante con gli scioperanti. [39] 

 

 

Tenne un discorso [40] molto simile a quello che il maggiore delle SS aveva tenuto con la Commissione di Schio a Vicenza venerdì 2 marzo. 

 

 

Ecco i punti qualificanti: "Con gli operai in sciopero non ci sarebbe stata più discussione in futuro. Io non voglio più fare discussioni con voi perchè nei limiti del possibile quello che voi potete ottenere sarà ottenuto per merito di quegli operai che non hanno scioperato ... gli scioperi da qualsiasi motivo originati erano e saranno illegali perchè contro gli interessi del Terzo Reich. Noi non ammettiamo scioperi assolutamente perchè un altro sciopero non sarebbe tollerato. In caso di disobbedienza le sanzioni sarebbero cominciate dalla deportazione in Germania del 20% delle maestranze in sciopero. Io dovevo arrestare il 20% delle maestranze scioperanti per inviarle in Germania".

 

 

Termina il discorso con una sfida sinistra: "Io concludo dicendo: provate a fare ancora uno sciopero!" [41]  

 

 

Ad Arzignano poco più di una ventina di giorni dopo (il 30 marzo) gli operai ci provarono. Il motivo era lo stesso che aveva spinto gli operai di Schio e di Valdagno scioperare e cioè opporsi alla precettazione di operai da inviare in Germania. La reazione dei Tedeschi però fu brutale: 4 operai furono arrestati immediatamente e fucilati nel castello di Romeo a Montecchio. La mattina dopo un maggiore delle SS (forse lo stesso che aveva affrontato la Commissione di Schio a Vicenza) arringava gli operai riuniti nel cortile della fabbrica con gli stessi argomenti dell'Ufficiale delle SS che si era contrapposto alla Commissione di Schio a Vicenza e di quelli di Von Trippe nel suo discorso agli operai di ritorno al lavoro l'8 marzo.

 

 

Rimase soddisfatto Bietolini del risultato dello sciopero di Valdagno?

 

 

Per rispondere dobbiamo rifarci alle aspettative di Bietolini. Come abbiamo visto, aveva puntato tutte le sue carte sull'organizzazione dello sciopero a Schio, dove il partito era più consistente e meglio organizzato. Aveva scartato la zona di Bassano, alla quale non aveva effettuato nemmeno una visita e Valdagno, riservando invece qualche possibilità per il capoluogo.

 

 

A Valdagno, come abbiamo visto, effettua una veloce puntata domenica 27 febbraio durante la quale si conferma nel suo pessimismo sulla possibilità di riuscita dello sciopero. Il 4 marzo, ormai dando per concluso lo sciopero a Schio redige per il Centro la sua ampia e articolata relazione riguardante la sua missione nel vicentino fino a quel giorno. Inaspettatamente però riceve la notizia che a Valdagno era in atto dal giorno prima lo sciopero delle maestranze degli stabilimenti Marzotto. Vi si sposta immediatamente, però poco possono i suoi consigli, direttive e pressioni contro le prediche dei preti. 

 

 

Non gli rimane che redigere una seconda relazione, quasi un' appendice alla prima,  che intitola "Relazione sugli scioperi di Valdagno. Situazione del PC". [42]

 

 

Anche in questa, traccia un bilancio dello sciopero appena concluso. Riporta la soddisfazione dei compagni e della massa operaia per l'esito dello sciopero non tanto per i risultati ottenuti quanto per la dimostrazione, dopo tanti anni di oppressione, della riuscita di uno sciopero. Elogia, come per Schio, "le donne [che] sono state attivissime benchè non esiste nessuna organizzazione femminile".

 

 

Nessuna considerazione invece per i compagni di Valdagno che dopotutto, con metà di iscritti al Partito di Schio, con l'aiuto di elementi del CLN mandamentale, in pochi giorni erano riusciti, contro ogni pronostico, a portare la massa operaia allo sciopero generale.

 

 

Anzi in una riunione successiva allo sciopero propone senza mezzi termini ai 5 militanti del Comitato la preparazione di un nuovo sciopero.

 

 

È la risposta alla domanda posta all'inizio: Bietolini era così poco soddisfatto dello sciopero di Valdagno che proponeva ai compagni di organizzarne un altro a breve termine.

 

 

Pur abituato alle facce scettiche dei militanti alle sue proposte non può non notare quelle piene di sgomento (usa proprio questa parola, cioè facce che manifestavano: grave e ansioso turbamento in conseguenza di avversità, timori e preoccupazioni [43] dei "compagni del Comitato". 

 

 

Anticipando i fatti, i militanti avevano buoni motivi per essere sgomenti infatti, qualche mese dopo (e precisamente il 3 luglio 44), individuati per il loro attivismo, 4 dei 5 componenti il Comitato, con Bietolini in testa, si trovarono al campo di tiro di Valdagno davanti ad un plotone di esecuzione. 

 

 

 

La precettazione delle donne e lo sciopero 

 

 

 

Come abbiamo visto, sia per Schio che per Valdagno  la precettazione delle donne per lavorare in Germania fu la causa scatenante dello sciopero, anzi costrinse il partito a cambiare velocemente i piani se non voleva essere scavalcato. È chiaro che per la società vicentina di cui la massa operaia condivideva la cultura, inviare donne a lavorare in Germania non era lo stesso che inviare uomini. Le donne non erano semplice manovalanza da usare nelle fabbriche della Germania. Perchè? 

 

 

Anche se la risposta ci può spostare da un discorso storico a uno più sociologico/morale non vogliamo procedere senza fare un tentativo, e per questo cercheremo di delineare uno schizzo del ruolo della donna nella società vicetina al tempo della resistenza. Le donne specie nelle zone rurali collinari e di montagna occupavano un posto centrale nella comunità: erano la base della famiglia. Infatti gli uomini potevano esserci e non esserci: - si allontavano da casa per il servizio militare, - spesso erano richiamati nell'esercito per le numerose guerre, da queste a volte non tornavano o tornavano disabili -  non era raro che fossero costretti ad allontanarsi dalla famiglia anche per anni per lavorare all'estero o lontano da casa.  La donna era la costante imprescindibile della famiglia: metteva al mondo i figli, li manteneva, li educava, teneva in ordine la casa, spesso dava una mano nei lavori agricoli; anche da sola (senza il marito) costituiva la famiglia mentre non era lo stesso per un uomo: il vedovo con figli piccoli normalmente era spinto a cercarsi una nuova sposa, che fungesse da madre, o a cedere ai parenti prossimi i figli in tenera età.

 

 

La morale corrente (elaborata dalla religione) aveva rafforzato questo ruolo della donna nella società, investendolo di valori e tabù. Ecco perciò: - il culto della Vergine/madre - i valori della purezza e della verginità - quelli del sacrificio  e le rigorose prescrizioni morali in gran parte di carattere sessuale: - il sesso solo all'interno del matrimonio - solo in funzione della procreazione - il divieto dei rapporti prematrimoniali ecc.  Tabù comprensibili in quanto  il sesso era il maggior pericolo per la "stabilità" della famiglia, una divagazione che la vita della povera gente non poteva permettersi.  Una donna non poteva essere buona madre,  buona sposa, buona parrocchiana se non sapeva tenere sotto controllo i suoi impulsi sessuali. La religione d'altra parte le offriva una notevole quantità di sublimazione nelle pratiche religiose: -  messe, rosari - cerimonie e ricorrenze liturgiche frequenti  - prediche, novene e tridui - adorazioni, confessioni, meditazioni ecc. 

 

 

Per la società vicentina permeata di questa cultura/morale la precettazione delle donne significava rompere tabù consolidati, toccare qualcosa a stretto contatto con il sacro: era un atto sacrilego.

 

 

Il volantino del CLN di Valdagno distribuito nella notte tra il 3/4 marzo tocca in maniera manifesta questo nervo scoperto della società vicentina. 

 

 

Questo il testo del volantino: "Anche le nostre donne, il patrimonio più sacro alla nostra dignità, vengono inventariate fra la mercanzia di esportazione. Non si tratta più ormai di subire imposizioni economiche politiche o militari: ora è in gioco la dignità personale di ciascuno di noi, il nostro onore di sposi, di fratelli di padri. Cittadini! insorgiamo di fronte all'estremo insulto ..".  [44] 

 

 

Nelle fabbriche il fermento [45] cresce, quando arrivano le lettere di precettazione delle donne; Bietolini usa questo termine, fermento, nelle due relazioni, collegandolo in manera appropriata al bollire dell'uva nei tini quando è pestata dai contadini. I Tedeschi avevano calpestato la cultura/morale diffusa della società vicentina. 

 

 

Da qui la reazione spontanea, immediata, senza dubbi e incertezze della massa operaia. 

 

 

Anche se il Partito comunista era convinto di aver diretto e organizzato lo sciopero erano le donne che non solo lo scatenarono, ma che si trovano in prima fila nel mobilitarsi e nel mobilitare la massa. Riprendiamo le affermazioni di Bietolini: "Donne piene di energia e fede che hanno contribuito moltissimo alla riuscita dello sciopero in specie nel lanificio Rossi". [46] 

 

 

"Le donne sono state attivissime [nello sciopero di Valdagno] benchè non esiste nessuna organizzazione femminile". [47]

 

 

Però sono anche loro che ne stabiliscono i limiti. A Schio tra le cause del brusco termine dello sciopero Bietolini accenna al timore dato dalla presenza delle SS con le armi nei pressi dell'officina "in specie in parte delle donne". [48] 

 

 

A Valdagno gli inviti di mons Zaffonato non potevano trovare che accettazione tra le donne. 

 

 

Anche i Tedeschi capiscono che toccare le donne voleva dire scuotere dalle radici la società rurale/conservatrice vicentina.

 

 

A questo proposito suscita un certo stupore che, un ufficiale della Sicherheitsdienst (Servizio di sicurezza delle SS, dislocato Verona), un certo Ladinser, possa cogliere con particolare acume questo aspetto della società veneta in un suo rapporto del 15 marzo 44 al Comando superiore.  

 

 

Questa la sua analisi: "A Verona e secondo le informazioni di diversi informatori anche in altre località regna una grande agitazione tra la popolazione perchè le donne di varia età sono obbligate a lavorare come manodopera nel Reich. Si parla di rapimento e deportazione e diversi informatori hanno semplicemente dichiarato che se questa iniziativa non viene fermata ci si devono attendere conseguenze molto serie. In questa iniziativa non si vede altro che un rapimento delle donne che nel Reich sono esposte non solo a pericoli fisici, ma ancor pìù a pericoli morali. Ci si attende o si crede che se si arriva a tanto, esse possano diventare poi solo selvaggina per i soldati tedeschi, anzi già ora ci si immagina il destino di queste donne nei colori più neri". [49]

 

 

I tedeschi comprendono che se volevano mantenere una certa pace sociale nel vicentino, necessaria al normale funzionamento delle fabbriche e alla produzione industriale non dovevano toccare le donne. 

 

 

E così fecero ...  e lo sciopero ebbe  termine.

 

 

 

 

 

Appendice: Documenti allegati

 

 

 

 

1. Relazione sugli scioperi di Valdagno. Situazione del PC.  [50]

 

 

L'organizzazione del partito negli stabilimenti non esiste, benchè su 35 compagni quasi 30 compagni lavorino negli stabilimenti, quindi non esistono cellule di fabbrica e tanto meno comitati di fabbrica; tutta l'organizzazione è diretta da un Comintato di zona composto di 5 compagni, quattro curano il lavoro politico e sindacale, uno il lavoro sportivo. I compagni, dopo della visita del compagno responsabile di zona a Vicenza, il comitato locale si è riunito e si è discusso la possibilità di riuscita, dello sciopero, i pareri furono concordi nello stabilre che lo sciopero non poteva riuscire perchè le parole d'ordine del partito non erano troppo sentite causa la buona situazione alimentare e salariale della massa locale. 

 

 

A buon conto la stampa inviata dalla segreteria del Comitato federale è risultata sufficiente, anzi abbondante e tempestiva e localmente ne produssero ancora, purtroppo mancano i giustificativi, la stampa venne distribuita in ogni reparto, macchina per macchina, ma questo lavoro non sembrava atto a generare lo sciopero, così si superò il primo marzo senza che si potesse proclamare lo sciopero; ad aiutare venne la notizia della precettazione e conseguentemente della deportazione dei lavoratori e delle donne in Germania, questo portò molto fermento tra le masse lavoratrici in prevalenza femminili, i nostri compagni stabilirono che si dovesse cessare il lavoro al giorno tre alle quattordici, quando avveniva il cambio del turno. 

 

 

Mentre il turno smontante usciva turbolento dallo stabilimento, comunicava l'agitazione al turno montante che parzialmente lasciava lo stabilimento. Parte dei lavoratori e delle lavoratrici che erano entrati nei reparti stavano fermi presso le loro macchine e parte raggruppati nei cortili. Subito la direzione interveniva prima col far funzionare le macchine ai capireparto e agli assistenti e in seguito interpellando i lavoratori raggruppati nei cortili e presso gli stabilimenti  si formarono lì per lì alcune commissioni di numero vario, una prima di dieci elementi per le donne, una seconda di circa quaranta elementi, anche in questa numerose le donne. 

 

 

Visto che non riuscivano a concludere i dirigenti sindacali locali e la direzione della fabbrica facevano intervenire le autorità tedesche, neppure i tedeschi riuscivano a concludere nulla di buono. Veniva allora dichiarata la serrata dello stabilimento e gli stabili venivano occupati da forze armate tedesche e fasciste. La serrata sgomentò alquanto le masse, che si sentirono minacciate nel loro interesse economico. Intanto la direzione emetteva un manifesto ove si leggeva: lo stabilimneto resterà chiuso fin tanto che non si abbia raccolto un numero sufficiente di firme in apposisto registro collocato alla sede sindacale, comprovante la buona volontà dei lavoratori di riprendere il lavoro e garantire l'apertura degli stabilimenti.

 

 

Tutto questo nelle prime 24 ore di sciopero. Nel pomeriggio circa 200 operai si recavano a firmare, ad alta sera un anonimo rimasto sconosciuto distruggeva le pagine conteneti le firme. Alla domenica il locale vescovo in chiesa invitava i lavoratori a riprendere il lavoro previa la firma. 

 

 

Così al lunedì un poco l'influenza della chiesa che ha in questo caso preso una netta posizione a favore di Marzotto, il lavoro dei dirigenti e degli assistenti, la presenza delle forze armate le mancanze di direttive precise ed energiche faceva sì che una maggioranza di operai e operaie firmasse e accettasse il ritornare al lavoro avendo però ottenuto che fosse sospesa la deportazione delle donne in Germania. 

 

 

Una parte della massa fu molto compiaciuta del soddisfaciente esito dello sciopero non tanto per i risultati ottenuti tanto per la dimostrazione dopo tanti anni di oppressione che a tutti pareva impossibile anche un minimo tentativo di sciopero. Solo pochisimi deprecarono lo sciopero. Le donne sono state attivissime benchè non esiste nessuna organizzazione femminile. A sentire i compagni locali nessun elemento si è distinto durante l'agitazione. Per quanto riguarda nuovi reclutamenti si sono presi in considerazione alcuni elementi e fatti entrare nelle file del partito.

 

 

In una riunione successiva dello sciopero il Comitato locale riparlò delle riuscite dello sciopero e dei risultati ottenuti, si è parlato con loro della preparazione di un nuovo sciopero, ma essi sono un poco sgomenti perchè le operazioni militari vanno a rilento e la reazione è fortissima.

 

 

 

 

2. Due volantini del CLN di Valdagno.

 

 

 

1º. Volantino del CLN di Valdagno, distribuito la notte tra il 3 e il 4 marzo  [51] 

 

 

 

Operai! La barbarie tedesca calpesta da tempo la nsotra terra, domina con altezzosa superbia e disprezza la nostra umiliazione passiva. Oggi finalmente essa scopre tutta la sua infamia derubandoci del prezioso macchinario delle nostre fabbriche, acquistate con il sangue dei nostri padri.

 

 

Ma quello che maggiormente ripugna al nostro cuore e alla nostra mente è la deportazione in terra straniera dei nostri fratelli: colà essi saranno esposti a tutta la violenza dei bombardamenti, alla fame e al tormento peggiore che è quello del disprezzo di un padrone inumano.

 

 

Anche le nostre donne, il patrimonio più sacro alla nostra dignità, vengono inventariate fra la mercanzia di esportazione. Non si tratta più ormai di subire imposizioni economiche poliche o militari: ora è in gioco la dignità pesonale di ciascuno di noi, il nostro onore di sposi, di fratelli, di padri.

 

 

Cittadini! Insorgiamo di fronte all'estremo insulto, seguiamo l'esempio delle grandi città Milano, Torino, Genova e anche di quelle cittadine che non hanno avuto come noi la sciagura di una dominazione feudale come Schio e Malo ecc. 

 

 

Scuotiamo l'inerzia apatica cosicchè il paese dell'agnello divenga la tana del lupo contro i padroni tedeschi e i suoi servi fascisti!

 

 

Operai dei lanifici Marzotto! Tenete in mente i motivi dello sciopero: - 1° Revoca della chiamata alle armi dei giovani, - 2°Revoca delle disposizioni per l'invio degli operai in Germania, - 3° Aumento degli stipendi e disciplina dei prezzi; - 4° Aumento dei grassi e del latte per i nostri bambini.

 

 

 

2º Volantino del CLN di Valdagno, distribuito tra il 5 e il 6 marzo [52]

 

 

Operai! In 43 province d'Italia 6 milioni di vostri fratelli hanno scioperato come un solo uomo. Tutte le industrie dell'Italia settentrionale son paralizzate. Ora sentite: il popolo lavoratore è sceso ad acclamare nelle piazze. Il popolo ha prodotto e combattuto per la guerra dell'Asse. Egli ha sofferto e pazientato come un giumento; come un capro espiatorio egli ha portato il peso di gravissime umilianti conseguenze per i falli e la pazzia di pochi. Cosa deve fare ancora di più? Dopo avergli levato i muscoli e la pelle, volete divorargli anche le ossa e fin l'anima?

 

 

Allora operai lo sciopero deve continuare finchè non saranno soddisfatte le richieste dei lavoratori.

 

 

1º Nessun lavoratore deve partire per la Germania, mentre c'è ancora chi si diverte e gode del vostro lavoro.

 

2ºAdeguamento dei salari al costo della vita.

 

3º Aumento delle razioni dei viveri e specialmente dei grassi.

 

 

 

Operai! Se in quest'ora non pensiamo agli avvenimenti, ah, sorgeranno sin dalle tombe innumeri nostri martiri della civiltà per maledirci sul capo dei piccoli figli che noi tradiamo. Non credete alle lusinghe, alle promesse che non si avvereranno mai. Nessuna defezione, nessuna viltà. A noi vilipesi e calpestati, digiuni e inermi, resta la forza della nostra massa.

 

 

 

NOTE 

 

 

 

1 - Da Vittoriano Nori, Arzignano nel vortice della guerra, Arzignano, 1989, p.17

2 ".... ma di sicuro Bietolini [Antonio], dopo la breve visita di Secchia a Padova, venne inviato a Vicenza - conseguentemente alla decisione del CLNAI di proclamare per il 21 febbraio (su proposta del PCI che agì con determinazione per vincere i dubbi degli altri partiti antifascisti) lo sciopero nelle fabbriche dell'Italia occupata -." [Giuseppe Pupillo, Il pesciolino rosso, p. 25]

3 Notizie tratte da Dal Lago Maurizio, in Il campanile, mensile di Valdagno, luglio/agosto 2011 e dal Dizionario biografico umbro dell'Antifascismo e della Resistenza.

4 da Maurizio Dal Lago in Istrevi.it/archivio/articoli

5 E. Trivellato, Quaderni della resistenza, n. 9, p. 436

6 Faggion, Ghirardini, Unziani, Malga Campetto nella storia della brigata Garemi, Schio, 1989, p. 36

7 Riportata in maniera frammentata nei "Quaderni di storia e cultura scledense", ottobre 2011 n. 19 con il titolo: Ugo De Grandis, Gli scioperi del marzo 44 a Schio, alla quale faremo riferimento in questa ricostruzione.

8 In FIGR (Fondazione Instituto Gramsci, Roma), Direzione nord, Veneto 1943 - 45, d. 19.11.3 Relazione sullo sciopero di Valdagno e situazione del PCI. Documento non firmato, che riportiamo completo in appendice.

9 Consideriamo la presente ricostruzione complementaria rispetto a quella effettuata da Marizio Dal Lago in Valdagno tedesca 1943 - 1945, Vicenza, 2014 pp: 87 - 97 e da Ugo De Grandis in "Quaderni di storia e cultura scledense", ottobre 2011 n. 19; titolo del fascicolo: Gli scioperi del marzo 44 a Schio . 

10 De Grandis, p. 30

11 De Grandis p. 31

12 De Grandis, Malga Silvagno, p. 237, nota 387

13 De Grandis, p.35

14 Ibidem, p. 34

15 Relazione sullo sciopero di Valdagno in Appendice

16 De Grandis, p. 36

17 Ibidem, p. 36

18 De Grandis, p. 36

19 Ibidem, p. 36

20 De Grandis, p. 45

21 De Grandis, p. 48

22 Ibidem, p. 49

23 Da Valerio Caroti, Vicende di una storia dimentica, Schio, 1998  p. 36

24 In Archivio Zorzanello

25 De Grandis, p. 42

26 Faggion, p. 166

27 V. Franzina, p. 42

28 Faggion, cit. p 62

29 Faggion, cit. p. 69

30 Ibidem, p. 115

31 V. Relazione Griffani in Archivio Zorzanello

32 Relazione sullo sciopero di Valdagno in appendice

33 Ibidem

34 Ibidem, in appendice

35 De Grandis, p. 50

36 Relazione sullo sciopero di Valdagno

37 Relazione sullo sciopero di Valdagno

38 in M. Dal Lago, cit. pp. 94 - 95

39 Non è azzardato nemmeno pensare che il suo comportamento nello sciopero delle fabbriche Marzotto sia stato il motivo principale della sua sostituzione nel Comando del presidio di Valdagno con il maggiore Ludwig Diebold, avvenuta proprio ai primi di marzo.

40 Riportato in Dal Lago, cit.  pp. 95 – 96

41 Ibidem, p. 96

42 In appendice

43 Dal dizionario Devoto/Oli

44 In M. Dal Lago, cit. p. 91

45 [lunedì 28] ll fermento tra le maestranze è tale che 4 volte si fermano dal lavorare nel corso della giornata (De Grandis, p. 38) [A Valdagno la precettazione] portò molto fermento tra le masse lavoratrici in prevalenza femminili (Relazione sullo sciopero di Valdagno)

46 De Grandis, p. 34

47 Relazione sullo sciopero di Valdagno

48 De Grandis, p. 44

49 In M. Dal Lago, cit. pp. 96 – 97

50  In FIGR (Fondazione Instituto Gramsci, Roma), Direzione nord, Veneto 1943 - 45, d. 19.11.3 Relazione sullo sciopero di Valdagno e situazione del PCI. Documento gentilmente concesso per la consultazione da Maurizio Dal Lago.

51 Riportato in Dal Lago, cit. p. 90 - 91

52 Ibidem, p. 93

 


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