UNA RIVISITAZIONE STORICA SU QUEI DRAMMATICI AVVENIMENTI 

 

Ultimi giorni di guerra a Dueville e la falsa rappresaglia tedesca - 27 -29 aprile 1945

 

 

di Pierluigi Damiano Dossi

 

 

E’ dalla pubblicazione di "Cronaca di una rappresaglia: Dueville 27 aprile 1945", di Francesco Binotto [1], che desideravamo tornare su una vicenda che coinvolge direttamente non solo Dueville, ma anche Novoledo di Villaverla e Levà di Montecchio Precalcino.

 

Sino ad oggi le ricostruzioni verbali e scritte di questi fatti, sono state contraddittorie, confuse e imprecise. Gli avvenimenti, particolarmente articolati, che coprono l’arco di un’intera giornata e che si sviluppano in luoghi diversi, sono stati trasformati e deformati in un singolo, breve episodio, molto lontano da quanto è realmente accaduto.

 

 

La lapide di via Garibaldi, che “L’Amministrazione Comunale di Dueville pose il 25 Aprile 2007” sulla parete dell’ex Osteria “Alla Berica”, “in memoria delle vittime dell’eccidio del 27 Aprile 1945”, riporta i nomi solo di 14 vittime. Inoltre, 6 di esse non sono morte durante l’eccidio, e alcune nemmeno lo stesso giorno, come Giuseppe Bertinazzi, Ferdinando Bozzo, Nicola Dal Santo, Francesco Giaretton, Giovanni Palsano e Bortolo Rossato.

 

 

Viceversa, 5 sono i Caduti di quel 27 aprile che sono stati totalmente dimenticati dalla manipolata storiografia locale, essi sono Giovanni Dari, Giuseppe Brambilla, Guido Marillo, Dimitri Micailov e Francesco Rizzato.

 

 

E se le lapidi devono parlare e sopravvivere agli uomini, è nostra responsabilità di cittadini fare in modo che non siano menzognere:

 

 

 

 

[Questi sono i nomi dei caduti che compaiono nella lapide a Dueville]

 

In memoria delle vittime dei giorni della Liberazione di Dueville 27 - 28 - 29 Aprile 1945

Giuseppe Bertinazzi, partigiano; Ferdinando Bozzo, civile; Giuseppe Brambilla, partigiano; Nicola Dal Santo, partigiano; Giovanni Dari , partigiano; Isaia Frazzini, partigiano; Ettore Giacomin, civile; Guido Giacomin, partigiano; Francesco Giaretton, partigiano; Guido Marillo, partigiano; Dimitri Micailov, partigiano; Gaetano Militti , partigiano; Giovanni Palsano, civile; Giuseppe Pasciutti, partigiano; Folco Portinari, civile; Francesco Rizzato, partigiano; Bortolo Rossato, civile; Pasquale Ruffo, partigiano; Alberto Visonà, partigiano

 

 

 

Ai non pochi errori, di nomi, di date e di luoghi, a questa manipolazione che ha trasformato la ricostruzione dell’intera vicenda in un autentico “falso storico”, hanno concorso direttamente e indirettamente vari fattori:

 

- la forte contrapposizione ideologica tra le varie anime di una giovane e debole democrazia, sorta dopo vent’anni di fascismo e di vergognose guerre d’aggressione;

- la ricerca da parte di molti di dare una qualche giustificazione all’“attendismo” espresso dalla “maggioranza silenziosa” della popolazione durante la “Guerra di Liberazione”, del tipo: “S’hada aspettà, Amà. Ha da passà ‘a nuttata!”;[2]

- la volontà di rivincita dei troppi fascisti locali e l’esigenza degli approfittatori, arricchitisi con la guerra e il “mercato nero”, di distogliere da loro l’attenzione;

- e certamente, il comprensibile desiderio di gran parte della popolazione di dimenticare le sofferenze patite durante la guerra.

 

 

 

Per motivare meglio questo nostro convincimento e per tentare di ricostruire cosa è avvenuto realmente a Dueville in questi ultimi giorni di guerra, è indispensabile iniziare con un inquadramento degli avvenimenti che si sviluppano in zona, e alcune considerazioni sulle formazioni partigiane operanti nell’area.

 

 

 

 

 

Gli avvenimenti in zona

 

 

 

 

Già da domenica 22 aprile 1945 è iniziato il ripiegamento tedesco dalla “Linea Gotica” e, anche nel Vicentino, i nazi-fascisti hanno cominciato ordinatamente a defluire verso nord. La ritirata germanica, che molti definiscono erroneamente una “rotta caotica” (ma tale forse solo per i parametri tedeschi), segue viceversa percorsi ben prestabiliti, dove i reparti si dividono in gruppi più ridotti, percorrono spesso arterie stradali secondarie per poi ricongiungersi in prossimità degli imbocchi delle valli.

 

 

 

Riprova di questa eccezionale organizzazione, nonostante la tragica situazione militare, la troviamo anche nel nostro territorio:

 

 

- A Dueville, dove il “pronto soccorso” tedesco con sede a Villa Da Porto garantisce ai reparti in transito copertura logistica e militare sino a tutto il 28 aprile, svolgendo successivamente funzioni di retroguardia e di ostacolo all’avanzata americana.

 

- A Montecchio Precalcino, in piazza, presso Villa Tretti,[3] già dal 25 aprile e sino a tutto il 28 si acquartiera una speciale unità tedesca che ha il compito di fornire ai reparti di passaggio assistenza, vitto e alloggio; dal 26 aprile a tutto il 28 una “squadra panettieri” germanica si insedia al Forno Zanuso [4] e inizia a produrre e distribuire pane alle truppe di passaggio, per un totale di almeno 33 q di farina lavorata; a Villa Nievo Bucchia, l’Ospedale Militare tedesco continua a operare sino a tutto il 28 aprile; dalla “Bastia”, il reparto trasmissioni tedesco, lì acquartierato da tempo, con l’ausilio di una fotoelettrica, continua a dare indicazioni ai reparti in ritirata.[5]

 

- A Dueville, come a Montecchio Precalcino, sono posti sotto sequestro idonei alloggi per i reparti bisognosi di riparo e riposo.[6]  Non male per un esercito in “rotta caotica”. Negli ultimi giorni di guerra l’Alto Vicentino ha assunto un ruolo chiave nell’ambito della ritirata dei tedeschi dal fronte del Po: disturbare la loro ritirata e tentare di scardinare la loro organizzazione è fondamentale per impedirne la ritirata verso la Germania, o peggio, il riposizionamento sulle nuove linee difensive delle Prealpi Venete e delle Alpi.

 

 

 

Nella notte tra il 25 e il 26 aprile i guastatori della Divisione “M. Ortigara” fanno saltare due ponti sul torrente Timonchio: il ponte sulla Strada Provinciale “del Costo”, alla periferia di Villaverla, e il “ponte Rosso” in cotto, attraverso il quale si entra dalla stessa strada a Novoledo.

 

 

 

L’obiettivo di questo tipo di azioni è di intralciare la circolazione, cercando nel contempo di spingere le colonne in ritirata verso percorsi che le rendano più vulnerabili soprattutto agli attacchi aerei, nonché per poter isolare alcune aree abitate tentando di preservarle da saccheggi e violenze.

 

 

 

Il mattino di giovedì 26 aprile la squadra che ha eseguito il sabotaggio ai ponti, rinforzata da partigiani di Novoledo, si posiziona al “Pontaron”, una leggera altura lungo la strada che dalla Strada “del Costo” porta a Capovilla di Caldogno: fermano una macchina tedesca con una bomba “signorina” [7], cui segue una violenta sparatoria contro una colonna tedesca che sale da Capovilla.

 

 

 

Lo scopo di questo tipo di attacchi è di disturbare la ritirata rendendo insicure le vie di comunicazione, ma soprattutto per demoralizzare il nemico.

 

 

 

A tutte queste azioni partecipa direttamente anche il Comandante Chilesotti “Loris”. [8]

 

 

 

Alla "polveriera di Cà Orecchiona" in loc. "Moraro" di Montecchio Precalcino, i repubblichini di guardia scappano già la sera del 25 aprile, e il responsabile tedesco si allontana senza eseguire l’ordine di distruggere la fabbrica.

 

 

 

Il mattino del 26 aprile, per iniziativa di due patrioti (Giuseppe Pigato e Rino Grazian) la “polveriera” è occupata e le guardie giurate disarmate [9]; in seguito, per difendere la fabbrica da eventuali attacchi, la vigilanza viene riarmata e rinforzata con altri partigiani del Btg. “Campagnolo” della “Mameli” di Levà.[10]

 

 

 

Con l’intensificarsi del transito per il territorio di Montecchio Precalcino delle truppe tedesche in ripiegamento, gli uomini della “Mameli” e della “Loris” provano a contenere i saccheggi a danno della popolazione [11], attaccando i gruppi nazi-fascisti più piccoli, tentando di deviare dai centri abitati i reparti più consistenti e disarmando i brigatisti locali.

 

 

 

In quei giorni a Povolaro, Dueville, Novoledo e Montecchio Precalcino sono catturati qualche centinaio di tedeschi e repubblichini, subito occultati in improvvisate prigioni nascoste nella campagna e in collina. [12]

 

 

 

A Novoledo, in via Vegre, in uno scontro a fuoco con i partigiani della “Loris” organizzati a posto di blocco, restano uccisi un capitano e un maresciallo della contraerea Luftwaffe (Flak); uno dei quattro soldati che erano con loro e che riescono a fuggire, ferito mortalmente, muore successivamente all’Ospedale Militare della Luftwaffe di Caldogno. [13]

 

 

 

La sera del 26 aprile Dueville subisce l’ultimo bombardamento Alleato: l’obiettivo è ancora la Stazione ferroviaria e il Lanificio Rossi con i suoi magazzini militari.[14]

 

 

 

La notte tra il 26 e 27 Aprile la squadra di Novoledo della “Loris” tenta di disarmare i tedeschi dell’aeroporto in località Braglio di Thiene, ma l’azione fallisce e viene ferito a morte il partigiano Fortunato Spinella.

 

 

 

Dall’alba di venerdì 27 aprile il transito dei vari reparti in ritirata inizia ad aumentare e con essi anche i saccheggi a danno della popolazione:

 

- a Novoledo centro vengono sottoposte a razzia almeno 7 famiglie [15];

 

- a Montecchio Precalcino perlomeno 6 famiglie sono danneggiate; eccetto una in via Palugara, a Preara, le altre sono tutte del capoluogo, tra Villa Nievo Bucchia, il Villino Forni Cerato e il centro del paese [16]

 

- nel territorio di Dueville si contano 4 omicidi e oltre 34 famiglie colpite (metà delle razzie le rileviamo nella direttrice Vivaro–Dueville, metà lungo la Strada Provinciale “Marosticana”- Povolaro e Passo di Riva) [17] sono escluse da questo conteggio le almeno 46 famiglie di Dueville centro, di cui parleremo più avanti.

 

 

 

 

Il mattino del 27 aprile a Montecchio Precalcino, lungo via Roma, tra Contrà Capo di Sotto e la chiesa parrocchiale, tre caccia-bombardieri americani attaccano in picchiata una colonna di paracadutisti germanici (Fallschirmjäger) che, partiti dall’Ospedale Militare tedesco di Villa Nievo-Bucchia, sono diretti a Thiene, in località Barcon.[18]

 

 

 

I partigiani della Brigata “Loris” di Montecchio, guidati da Giuseppe Lonitti “Marcon”, approfittano della situazione per attaccare anche da terra.

 

 

 

Gli automezzi germanici che sfuggono all’assalto congiunto partigiano-americano, giunti in via Astichello (attuale Strada Provinciale) subiscono un secondo attacco aereo.

 

 

 

Sebbene i tedeschi, prima di abbandonare i mezzi danneggiati, tentino di distruggere il materiale, le armi e le munizioni in essi contenuti, notevole è la quantità recuperata, tra cui un cannone Flak 37 da 88 mm, una mitraglia da 20 mm, e ben dieci automezzi tra auto e camion.[19]

 

 

 

Vista la tipologia dell’attacco, anche se non vi sono conferme, è facile ipotizzare che le perdite tedesche in vite umane non siano state poche.

 

 

 

Sempre il mattino del 27, tra Novoledo e Dueville, alla curva “Dal Molin”, la “Loris” istituisce un posto di blocco, lo stesso dove verso le ore 10:00 “Ermes” Farina e Nalin, incontrano Chilesotti e Carli. E’ anche lo stesso posto di blocco dove è recuperata l’automobile che servirà ai Comandanti per tentare di raggiungere Longa di Schiavon, e dove è fermata un’ambulanza con due tedeschi a bordo: uno, che parla italiano, viene trattenuto come interprete, l’altro è fatto proseguire con l’automezzo di soccorso.[20]

 

 

 

Le formazioni partigiane

 

 

 

Il Comandante della Divisione partigiana “Monte Ortigara”, Giacomo Chilesotti “Loris”, e il Commissario della Divisione, Giovanni Carli “Ottaviano”, nei giorni dell’insurrezione sono in zona Villaverla-Dueville. [21]

 

 

 

Questa loro presenza in pianura sembrerebbe confermare una riorganizzazione della Divisione “M. Ortigara”, che per meglio coordinare i reparti in vista delle ultime delicate fasi della guerra, divide il suo Comando per aree geografiche e collabora operativamente con due vicine brigate garibaldine della “Garemi”, la “Pino” e la “Mameli”.

 

 

 

Giulio Vescovi “Leo”, il vice comandante del Gruppo Brigate “7 Comuni”, sottolinea che: 

 

 

“La posizione della divisione Ortigara, posta a cavallo della linea difensiva costruita dai tedeschi […]. La deprecata ipotesi che il nemico, abbandonata la linea del Po, riuscisse ad attestarsi sulla linea predisposta […] era quanto mai probabile. In tal caso la divisione Ortigara sarebbe rimasta divisa in due tronconi senza possibilità di poter fruire della collaborazione di tutti i suoi reparti. Bisognava quindi che le brigate di pianura attaccassero decisamente i reparti tedeschi in transito per disorganizzarli, che le formazioni della pedemontana impedissero l’attestarsi dei reparti nella zona fortificata, che quelle di montagna impedissero l’accesso ai monti…”.[22]

 

 

 

E la stessa relazione finale della Missione Alleata ci conferma che: “Dal 26 aprile in avanti Giulio, vice comandante della divisione e comandante del gruppo brigate Sette Comuni, ha preso personalmente il comando di tutte le formazioni dell’Altopiano, inclusa la Brigata Pino della Divisione Ateo Caremi”.[23]

 

 

 

Il territorio dell’Alto Vicentino coordinato dalla Divisione partigiana “Monte Ortigara” è stato quindi suddiviso in due aree geografiche:

 

 

- A nord, sull’Altopiano di Asiago e parte della pedemontana, il comando delle operazioni viene affidato ad Alfredo Rodighiero “Giulio”, vice comandante della Divisione e comandante del Gruppo Brigate “7 Comuni” (brigate “Fiamme Verdi” e “Fiamme Rosse”). La Brigata garibaldina “Pino” della “Garemi” opera congiuntamente al “7 Comuni”, come in località Castelletto, Costo/Paù e in zona Enego-Valsugana: lo spirito è quello del “massimo affiatamento e la più stretta, patriottica collaborazione”, un rapporto non nuovo in Altopiano e nella pedemontana tra “Garemi” e “7 Comuni”.

 

 

 

A sud, sotto il comando di Giacomo Chilesotti “Loris”, comandante della Divisione, operano le formazioni che agiscono nella pedemontana e in pianura: la Brigata “Giovane Italia” e le brigate “Martiri di Granezza” e “Loris” del Gruppo Brigate “Mazzini”. La Brigata garibaldina “Mameli” della “Garemi” opera congiuntamente all’ “Ortigara” in più località dell’Alto Vicentino.

 

 

 

Nella Pedemontana la “Mameli” opera nei giorni della Liberazione (25-29 Aprile ’45) in appoggio ai reparti della Brigata “Martiri di Granezza”, collaborando alla Liberazione di Zugliano e Breganze, la “Mameli” libera Caltrano, Chiuppano, Carrè, Zanè e Centrale, mentre la “Martiri di Granezza” libera Calvene, Lugo, Fara, Salcedo, Molvena e Sarcedo, poi Thiene e Villaverla.[24] 

 

 

 

Anche nella pianura più a sud, nonostante le relazioni difficili esistenti tra i comandi della “Mameli” e della “Loris” (tra Roberto Vedovello “Riccardo” e Italo Mantiero “Albio” non corre buon sangue da quando “Albio” ha denunciato ai fascisti alcuni partigiani garibaldini di Dueville) [25], la collaborazione tra le due formazioni sembra dare comunque buoni frutti: un reparto della “Mameli”, comandato da Vincenzo Lumina “Villa”, Capo di Stato Maggiore della Brigata, opera in sintonia con “Falco”, Fulvio Testolin, alla Liberazione di Zugliano.

 

 

 

Una squadra della “Mameli”, comandata da “Juna”, Luisa Urbani, vice commissario della Brigata, già la notte del 25 aprile libera Caltrano, prende possesso del ricco magazzino della Todt, elimina la resistenza repubblichina e il capo del locale distaccamento della BN, Romolo Mancini; il giorno successivo consegna il paese già rastrellato agli uomini della Brigata “Martiri di Granezza”.

 

 

 

A Montecchio Precalcino, già dal 26, “Mameli” e “Loris” disarmano casa per casa i fascisti della locale squadra d’azione delle “brigate nere” e tentano di proteggere i centri abitati dalle scorribande dei nazi-fascisti in ritirata; il 29 aprile Montecchio Precalcino è liberata congiuntamente e, di comune accordo è nominato come “Comandante militare della Piazza”, a turni di quindici giorni ciascuno, prima il Comandante del Btg. “Livio Campagnolo” della “Mameli”, Vinicio Cortese “Nereo”, successivamente il Comandante locale della “Loris”, Giuseppe Lonitti.[26]

 

 

 

Sempre il 29 viene liberato dalla “Loris” il paese di Novoledo e dalla “Mameli” Caldogno.

 

 

 

Dueville viene liberato congiuntamente dalla “Loris” e dalla “Mameli”, anche se poi la gestione non sarà collegiale come viceversa a Montecchio Precalcino. 

 

 

 

Un esempio del clima non idilliaco esistente, prima e dopo la guerra, tra la “Mameli” e la “Loris", lo troviamo nel memoriale di Italo Mantiero, dove nel tentativo di motivare l’inaffidabilità dei garibaldini, riporta una lettera che il comandante della Divisione “M. Ortigara” Giacomo Chilesotti “Loris” avrebbe scritto il 14 aprile 1945 al comandante della “Mameli”, Roberto Vedovello “Riccardo”:

 

 

"Caro Riccardo, è d'altronde una utopia sperare che le cose si risolvano da sé col passare del tempo. Ti dirò che ho sperato questo e come risoluzione pensavo ad una collaborazione mutua e sincera tra le nostre formazioni. Ciò non è mai avvenuto poiché forse non è neppure possibile. Allora con Alberto ci siamo rimessi alla volontà del Comando Regionale, il quale, e credo che oramai ne sarai stato reso edotto, ha deciso la comunque annessione della Mameli alla Divisione Ortigara. Non penso di risolvere per lettera una questione così delicata ed importante, perciò t’invito ad un appuntamento che puoi stabilire consigliandoti con Nereo, incaricato di farti avere la presente. Ti prego di fissare possibilmente come luoghi i dintorni di Levà. Cordiali Saluti.(Nettuno)".[27] 

 

 

 

Quell'incontro avviene nei pressi della stazione ferroviaria di Montecchio-Villaverla, in un boschetto di acacie, ma sia nel “diario” della Brigata “Mameli”, sia nelle testimonianze di Palmiro Gonzato e del dott. Arrigo Martini “Ettore”, che vi hanno partecipato con altri partigiani di Levà per garantirne la sicurezza, il convegno si è tenuto verso la fine del marzo 1945, cioè almeno due settimane prima della data riportata nella lettera (14 aprile 1945).

 

 

 

Non solo la data è errata, ma anche il contenuto della lettera solleva dubbi di autenticità, così come di obiettività l’intero capitolo che Mantiero ha dedicato alla “Mameli”.[28]

 

 

 

Nella lettera è citata per iscritto la zona dove organizzare l’incontro, un fatto che cozza contro ogni più elementare principio di sicurezza. A nostro giudizio Chilesotti non lo avrebbe mai fatto, così come non è da Chilesotti utilizzare un linguaggio così poco diplomatico.

 

 

 

La lettera è firmata Nettuno, che è il primo “nome di battaglia”di Chilesotti, ma un nome che Chilesotti non utilizzava più dall’autunno 1944 perché troppo noto alle polizie nazi-fasciste, e che ha sostituito con “Loris”, in ricordo dell’amico Rinaldo Arnaldi caduto a Granezza.

 

 

 

La frase della lettera,“Allora con Alberto ci siamo rimessi alla volontà del Comando Regionale, il quale, e credo che oramai ne sarai stato reso edotto, ha deciso la comunque annessione della Mameli alla Divisione Ortigara”, non corrisponde a verità.

 

 

 

Infatti, probabilmente a metà aprile Chilesotti “Loris” chiede a “Puntino” della Missione MRS, che il Comitato di Liberazione Nazionale Regionale del Veneto gli faccia avere “…quella dichiarazione nei confronti della Mameli”; nella risposta di “Puntino”, datata 19 aprile 1945, si legge:

 

 

“Caro Loris, ho parlato con Piz circa la questione Mameli. Spera di fare qualcosa in tuo favore …”.

 

 

Quindi nessuna decisione definitiva di “annessione” della “Mameli” alla Divisione “Monte Ortigara” è mai stata assunta dal Comitato Regionale. [29]

 

 

 

 

 

Per quanto riguarda “l’azione comune” che Mantiero scrive essere avvenuta la sera del 24 aprile nei pressi di Lupia di Sandrigo, secondo “Riccardo” Vedovello è stata attuata solo da uomini della “Mameli” (tra cui “Riccardo” e i f.lli “Bonomo”), non c’era né Chilesotti, né tantomeno donne “molestate”, i morti tedeschi (SS del BdS-DS) sono stati almeno quattro, e la borsa con gli importanti documenti trovata nella macchina, è stata consegnata subito a “uno dei referenti della Loris”, probabilmente allo stesso Mantiero, perché la consegnasse a Chilesotti e questi agli Alleati tramite la Missione “MRS”. [30]

 

 

 

Se quanto scritto da Mantiero nel suo memoriale è spiegabile vista l'intransigenza e caparbietà dell’uomo politico, “campione della Resistenza antigaribaldina ed anticomunista”, altre affermazioni fatte a riguardo della Brigata “Mameli” da alcuni “storici di valore” contemporanei, risultano scritte o senza la necessaria conoscenza dell’argomento, o mancante di quell'impostazione "scientifica" da loro tante volte richiamata. [31]

 

 

 

Solo alcuni esempi:

Affermare che la “Mameli” ha una sua storia “solo” dall’autunno inoltrato del 1944, perché nascerebbe dopo il “Convegno di Villa Rospigliosi” dell’11 novembre 1944 e con lo scopo primario di annettersi territori e uomini già della “Mazzini”, è un’accusa strumentale e facilmente confutabile. [32]

 

 

 

Infatti, le brigate garibaldine “Mameli” e “Pino”, come d'altronde molte brigate “autonome”, nascono tutte nell’autunno 1944, e tutte dalla necessità di riorganizzarsi del movimento resistenziale vicentino dopo i duri rastrellamenti dell’estate-autunno 1944.

 

 

 

Il Battaglione “7 Comuni” diventa Brigata, e nell’inverno Gruppo Brigate, riorganizzato su due brigate (Br. “Fiamme Verdi” e Br. “Fiamme Rosse”); la Brigata “Mazzini” diventa Gruppo Brigate, riorganizzato su due brigate (Br. “Loris” e Br. “Martiri di Granezza”); è costituita anche la Brigata “Giovane Italia” a est;

 

 

 

La Brigata “Garemi”, diventa nell’agosto ’44 Gruppo Brigate, su due brigate (Br. “Stella” e Br. “Pasubiana”) e vari battaglioni autonomi, si riorganizza promuovendo a brigate anche la “Mameli” e la “Pino”, già reparti della Brigata “Pasubiana”, oltre alle brigate “Martiri della Val Leogra”, “Avesani”, “Pierobon”, “Manara”, “Argiuna”, “Crestani” e “Martiri di Grancona”, già reparti della Brigata “Stella” o battaglioni autonomi.

 

 

 

Anche il racconto dell’avvenuta annessione a Montecchio Precalcino di partigiani della “Mazzini” da parte della “Mameli” è infondato e strumentale. Chi lo riporta sa bene che a Levà esistevano due gruppi partigiani, uno di Levà Alta, di Gonzato e Baccarin, che era legato alla “Mazzini” di Mario Saugo “Walter” da Thiene, e uno di Levà Bassa, di Cortese e Martini, che era già legato ai GAP garibaldini Luigi Cerchio “Gino”.

 

 

 

Rotti i contatti con “Walter”, a causa dei rastrellamenti della tarda estate, e non dopo Villa Rospigliosi, i due gruppi di Levà si unificano nel Btg. “Livio Campagnolo” della “Mameli”.

 

 

 

Una unificazione che comunque non recide il legame tra i partigiani di Levà e il Btg. “Thiene”, come è dimostrato dall’azione comune di autofinanziamento compiuta ai danni della polveriera Sareb di Montecchio Precalcino nel febbraio 1945, e nei giorni della Liberazione con l’adesione di alcuni partigiani della “Mameli” di Levà alla neo-Brigata “Martiri della Libertà” di “Walter” Saugo, prima denominata Btg. “Thiene” della “Mazzini”.[33]

 

 

 

Definire la “Mameli” una Brigata SAP (Squadre d’azione patriottica), o Brigata “territoriale”, cioè che opera principalmente in pianura come la “Loris”, è cosa non esatta perché la “Mameli” è una brigata mista, costituita cioè da reparti partigiani che operano nella pedemontana e reparti “territoriali” che operano in pianura. Anche gli effettivi delle due brigate sono ben diversi: la “Loris” conta poco più di un centinaio di partigiani, contro gli oltre cinquecento della “Mameli”: l’intera Brigata “Loris” ha una consistenza pari al solo Battaglione Territoriale “Livio Campagnolo” della “Mameli”.[34]

 

 

 

Sino ad oggi le ricostruzioni verbali e scritte sugli ultimi giorni di guerra a Dueville, hanno sempre raccontato gli avvenimenti come un singolo e breve episodio, ma al contrario si tratta di tre fasi ben diverse che si sviluppano in un arco di ben 48 ore, dall’alba del 27, alle prime ore del 29 aprile:

 

- la prima, quella dell’attacco tedesco a Dueville, che inizia all’alba del 27 aprile e termina circa alle ore 15:00;

 

- la seconda, quella dell’attacco partigiano a Dueville, che comincia circa alle ore 16:00 e finisce alle ore 19:00;

 

- e la terza, che interessa i giorni 28 e 29 aprile.

 

 

 

 

Dueville, cronaca di una strage e di un falso storico: la rappresaglia tedesca del 27 aprile 1945

 

 

Chi ne ha già parlato?

 

Nell’aprile 1984 il prof. Italo Mantiero, il Comandante “Albio” della Brigata “Loris”, dà alle stampe il suo memoriale: "Con la Brigata Loris. Vicende di guerra 1943-1945". 

 

 

 

Giulio Vescovi “Leo” [35], con sincerità intellettuale e diplomazia afferma nella presentazione che il libro di Mantiero non può “allontanarsi dai sentimenti di chi ha vissuto le vicende narrate, né può essere estraneo alle emozioni di chi vi è stato in mezzo”.

 

 

 

Sempre nell’aprile 1984, stimolato dal libro di Mantiero, il mensile di Dueville “Metro”, con un articolo a firma di Luigi Fabris tenta una prima ricostruzione “storica” dei fatti accaduti a Dueville quel tragico 27 aprile. Le conclusioni parlano da sole:

 

 

 

“Ancor oggi, la gente ne parla mal volentieri, spesso rifugiandosi nell’anonimato, perché … è una questione delicata che può urtare tante persone”.

 

 

 

L’anno successivo (aprile 1985), anche a seguito di una serie di lettere giunte al giornale dopo il primo articolo, [36] “Metro” torna sull’argomento, con un servizio di Fiorenzo Laggioni, Graziano Ramina e Bruno Righetto, ma le cui conclusioni non sono molto diverse: 

 

 

“sui nomi, sulle responsabilità, sulle scelte operate allora, su episodi di fondamentale importanza per la ricostruzione della verità, ci siamo trovati di fronte ad un muro”.

 

 

 

Nel 1990 il dott. Roberto Vedovello, il Comandante “Riccardo” della Brigata “Mameli”, rompe un silenzio durato 45 anni e da Cavalese, nella trentina Val di Fiemme, prende carta e penna e risponde a Mantiero, tracciando il suo resoconto dei fatti accaduti a Dueville. Un intervento che ha ritenuto necessario solo:

 

 

“per impedire che poche, maldestre ed insensate righe di un astioso personaggio potessero anche solamente gettare un’ombra sull’onore degli uomini della mia Brigata”. [37]

 

 

 

Nel 1996, arriva un nuovo contributo: Palmiro Gonzato e Lino Sbabo, partigiani della “Mameli” di Levà, pubblicano il loro memoriale: "C’eravamo anche noi. Ricordi della Resistenza a Montecchio Precalcino".

 

 

 

Un libro che tra molti altri episodi descrive anche l’intervento delle squadre di Levà del Btg. “Livio Campagnolo” della “Mameli” nell’azione del 27 aprile a Dueville.

 

 

 

Nel 2006, in appendice al libro "Memorie Partigiane", curato da Benito Gramola, Francesco Binotto firma: "Cronaca di una rappresaglia: Dueville 27 aprile 1945".

 

 

 

Un “racconto scritto” che sembra solo voler confermare la “versione ufficiale”, visto che nulla, o quasi, di nuovo ha avanzato.

 

 

 

Nel novembre del 2007, per l’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea della Provincia di Vicenza “Ettore Gallo”, Paolo Tagini e Pierluigi Dossi realizzano a Cavalese (Trento) un’intervista filmata con il Comandante della Brigata “Mameli”, il dott. Roberto Vedovello “Riccardo”.

 

 

 

Un mese dopo viene registrato da Pierluigi Dossi anche l’incontro, dopo 62 anni, tra Palmiro Gonzato, partigiano di Levà, e il suo comandante di brigata, Roberto Vedovello.

 

 

 

Nel 2008, Palmiro Gonzato pubblica una breve memoria scritta: Partigiani di pianura “I Territoriali”, allegata alla cartella di stampe: Illustrazioni di episodi avvenuti durante la Resistenza a Montecchio Precalcino e dintorni.

 

 

 

Anche in quest’occasione si parla del tentativo di occupare Dueville, e una stampa lo raffigura.

 

 

 

Nel luglio del 2009, Palmiro Gonzato pubblica anche un breve memoriale: "Appunti sui fatti di Dueville del 27 aprile 1945". [38]

 

 

 

Nel 2011 Giuseppe Bozzo da alle stampe le sue memorie, "Gocce di Storia", dove racconta la terribile esperienza di IMI, sia durante l’internamento in Germania, che nei giorni del suo rientro a casa. Nel libro Bozzo ricorda anche il dolore patito nell’apprendere che il padre era morto poco prima del suo ritorno, ucciso durante i tragici fatti che hanno interessato Dueville negli ultimi giorni di guerra. Il cav. Bozzo parlando di quella vicenda scrive:

 

 

 

“Diciassette furono i civili innocenti che caddero sotto il piombo nazista per un evento bellico che poteva essere evitato. Parecchie furono le testimonianze udite in quei giorni e spesso discordanti fra loro, a seconda del credo politico del narratore o della sua personale incipiente convenienza partitica”.[39]

 

 

 

Sempre nel 2011, il Centro Studi Storici “Giovanni Anapoli” di Montecchio Precalcino, realizza un lungometraggio storico (133 minuti in 13 capitoli) in dvd, "Resistere a Montecchio Precalcino". [40] 

 

 

 

Vi sono raccontate anche le vicende che riguardano l’azione condotta dal Btg. “Livio Campagnolo” per la liberazione di Dueville, con importanti interviste inedite al dott. Arrigo Martini “Ettore”, Commissario del Battaglione, e a Palmiro Gonzato, Capo Squadra di Levà del Btg. “Livio Campagnolo”.

 

 

 

Al mattino del 27 aprile la popolazione saccheggia i magazzini tedeschi.

 

 

 

All’alba del 27 aprile 1945 i tedeschi di presidio a Dueville lasciano il paese in direzione di Villaverla dove si uniscono a quel comando per ripartire assieme il giorno successivo.[41] 

 

 

 

La scarsità di mezzi e la fretta di eseguire l’ordine di trasferimento non consente ai tedeschi di svuotare i magazzini logistici sistemati presso le Scuole Elementari di via 4 Novembre, ma soprattutto i depositi presenti all’interno dei capannoni del Lanificio Rossi, in viale della Stazione, dove sono custoditi preziosi materiali per le trasmissioni (radio e telefoni, antenne, materiali elettrici, batterie, ecc.).

 

 

 

Partiti i tedeschi, sempre più duevillesi cominciano ad entrare nei fabbricati per dare inizio al “trasloco” delle cose più facilmente trasportabili, qualcuno arriva anche con carriole, carrettini e carretti trainati da somari.

 

 

 

Nelle stesse ore del mattino, tra Dueville e Novoledo, alla curva “Dal Molin”, è organizzato un posto di blocco, che secondo Mantiero, è gestito dalla Brigata “Loris”, secondo altre testimonianze e il mensile “Metro”, congiuntamente al Btg. “Livio Campagnolo” della Brigata “Mameli”. [42]

 

 

 

A Dueville il saccheggio dei magazzini continua, e nel timore che tutto sia depredato o distrutto, il locale Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) decide di chiedere l’aiuto dei partigiani. A tale scopo il medico condotto dott. Michele Dal Cengio parte in bicicletta verso Novoledo, dove sa di poterli contattare.

 

 

 

Il dott. Dal Cengio, raggiunge il posto di blocco partigiano alla cuva “Dal Molin” e poi la “Casetta rossa” di Novoledo, divenuta sede del Comando di Chilesotti “Loris”. Incontra anche “Riccardo”, il comandante della “Mameli”, che accetta di intervenire a Dueville. [43]

 

 

 

Intervento anti-saccheggio della “Mameli”.

 

 

 

Circa alle ore 9:00, in centro a Dueville arriva il camioncino della “Mameli” con a bordo il Comandante “Riccardo” Vedovello e altri 9 partigiani. [44]

 

 

 

“Riccardo”, considerato che la ritirata delle truppe nazi-fasciste si sta intensificando e potrebbero anche arrivare in paese inaspettatamente, prima di affrontare il problema dei saccheggi ai magazzini da parte della popolazione, tenta di mettere in sicurezza l’area.

 

 

 

Distribuisce così i suoi pochi uomini in modo da poter tener sotto controllo tutte le vie d’accesso al paese: due partigiani sono inviati in Via Orsole (ora Viale Martiri della Libertà e Viale Vicenza), a sud verso Vicenza; due verso via Molino e Cartiera, a sud verso Vivaro; due agli incroci a nord di Contrà Belvedere e via Morari (ora via Pasubio), e infine ad est, in Via Garibaldi, i due fratelli Guido “Bonomo”.

 

 

 

“Riccardo” Vedovello, aiutato da alcuni elementi del CLN locale, inizia subito dopo "a far ragionare la gente e a convincerla di tornare a casa. Le ruberie cessano, ma molte persone cominciano a sciamare in giro armate e festanti ed inneggiano alla Liberazione […] Preoccupato per la piega che prendevano gli avvenimenti e ben consapevole che non avrei potuto tenere il paese con i pochi uomini che avevo, cercai di convincere la gente a far sparire le armi e a rientrare nelle loro case. Non ci fu niente da fare. Mi chiedevano di restare, mi assicuravano che avrebbero spalleggiato i miei uomini nell’opera di difesa. Rifiutai decisamente ribadendo che me ne sarei andato subito”. [46]

 

 

 

Anche la rivista locale “Metro” ha ricostruito quei momenti:

 

 

 

“Crocchi di persone si formano un po’ ovunque a parlottare e a rassicurarsi vicendevolmente sulla fine della guerra. Gli “imboscati”, coloro cioè che non si erano presentati alle armi ai ripetuti richiami fascisti, uscirono dai loro nascondigli dove per mesi avevano vissuto il terrore di essere presi. Tutti in paese cominciarono a respirare un’atmosfera nuova, un’atmosfera di tranquillità, quella che di solito, purtroppo, precede la tempesta”.[47]

 

 

 

Molte di quelle “persone armate” di cui parla “Riccardo” sono “partigiani territoriali” della sua “Mameli” e della “Loris” di Dueville, e pure gli “imboscati” di cui parla “Metro” sono dei “territoriali”. E saranno proprio loro a pagare il prezzo più alto in questa tragica giornata. [48]

 

 

 

La motocarrozzetta e la colonna tedesca

 

 

 

Circa alle ore 13:00, da Via Garibaldi arriva una motocarrozzetta con due tedeschi a bordo. Quando giunge all’altezza dell’Osteria “alla Berica”, tra i partigiani che presidiano l’accesso a Piazza Monza e i tedeschi inizia uno scambio di colpi di arma da fuoco, che termina in breve tempo con il ferimento e la caduta dalla moto del passeggero, e la fuga da dove era venuto dell’autista. 

 

 

 

Da almeno quattro testimonianze, abbiamo la conferma che a ferire il tedesco sono stati i partigiani a presidio di Via Garibaldi. Un gruppo che al momento dello scontro è costituito, oltre che dai fratelli Guido “Bonomo” (Emilio e Marino), giunti con “Riccardo”, anche dai partigiani “territoriali” che si sono aggregati successivamente: Guido Giacomin, Gaetano Militti, Pasquale Ruffo, Alberto Visonà, Isaia Frazzini, Giuseppe Pasciutti, Giovanni Dari e altri. [49]

 

 

 

Fuggito il motociclista, il secondo tedesco, ferito, viene soccorso dagli stessi partigiani e trasportato all’interno dell’Osteria. È chiamato il dott. Michele Dal Cengio e vi giunge anche un ufficiale medico della Croce Rossa tedesca.

 

 

 

Un testimone oculare, Eugenio Fiorentin, “ricorda i lamenti del ferito, vestito da SS e che aveva un braccio con tanti orologi, forse rubati” (sic!). [50]

 

 

 

 

I tedeschi attaccano Dueville

 

 

 

La motocarrozzetta tedesca è in ricognizione, difatti poco dopo arriva una colonna di camion tedeschi proveniente probabilmente dalla “Marosticana”. [51] 

 

Scrive la rivista “Metro”:

 

“I tedeschi iniziano dalla “Roggia Porto” il loro rastrellamento e non si fecero scrupolo di uccidere qualsiasi malcapitato si fosse affacciato per vedere quel che stesse capitando”.[52]

 

 

 

Anche questa ricostruzione di “Metro” è inesatta, perché i tedeschi non iniziano il rastrellamento dalla Roggia Porto, cioè all’incrocio tra via Garibaldi e via della Cà Bassa-Cà Faccin (ora via D’Annunzio e Abba), all’altezza del “Palazzone”, cioè a circa 1 km da Piazza Monza, ma oltre 500 metri più avanti, all’altezza della fattoria dei Fiorentin e, pur nella drammaticità degli eventi, i tedeschi non uccidono nessun “malcapitato”, almeno sino all’Osteria “alla Berica”.

 

 

 

Come si desume dalle mappe catastali e geografico - militari del periodo, e dai fascicoli del “Servizio danni di guerra” del Ministero delle Finanze, da Piazza Monza sino ai Fiorentin, c’erano allora solo 18 abitazioni, e solo queste hanno subito “danni di guerra”. [53]

 

 

 

I tedeschi smontano dai camion all’altezza della fattoria dei Fiorentin, a meno di 500 metri dall’Osteria “alla Berica”, e iniziano ad avanzare a piedi, a entrare nelle case, e a catturare ostaggi. Cominciano da casa Garbinelli, per poi passare alle case successive dei Mogentale a sinistra e dei De Rosso a destra; subito dopo iniziano anche a incendiare le abitazioni delle famiglie Fabrello, Cogo e Bortolotto, Costa e Capellari.[54]

 

 

 

Se per “malcapitato”, la rivista “Metro” si riferisce all’uccisione di Bortolo Rossato, è bene considerare che il Rossato è stato assassinato all’allora n. civico 60 (ora proprietà Eugenio Motterle e n. civico 213), ancor’oggi l’ultima abitazione sulla sinistra prima di via Astichelli, a 250 metri dalla “Marosticana”. A compiere quindi quel delitto può essere stato uno qualunque dei tanti reparti tedeschi di passaggio in quei giorni.

 

 

 

La manovra tedesca è particolarmente decisa e veloce, e non si sviluppa come un rastrellamento, quanto viceversa come un attacco contro un obiettivo preciso: il presidio partigiano.

 

 

 

Inizialmente i tedeschi si allargano di poco rispetto alla strada, quel tanto che basta per coprire in sicurezza l’avanzata del reparto; successivamente, probabilmente in contemporanea con l’inizio dello scontro a fuoco con il presidio partigiano e degli incendi alle abitazioni, i tedeschi si aprono a ventaglio per i campi, stringendo il fianco ovest del centro del paese da Casa Padovan, in via 4 Novembre, al “campo sportivo” di via Orsole (ora via Martiri della Libertà).

 

 

 

In via Garibaldi, le abitazioni colpite sono nell’ordine quelle di:

- Giuseppe Garbinelli di Cosma;

- Gio Batta Mogentale di Giovanni;

- Giovanni De Rosso Antonio di Carlo;

- Luigi Fabrello di Giovanni (incendio abitazione e magazzino edile);

- Vittorio Cogo di Gaetano (incendio abitazione);

- Giuseppe Bortolotto di Damiano (incendio abitazione);

- Gio Batta Costa di Luciano (incendio abitazione);

- Cesira Cappellari di Silvestro in Coltro (incendio abitazione);

- e l’Osteria “alla Berica” di Ettore Giacomin. [55]

 

 

In totale, almeno 8 abitazioni razziate dei suoi abitanti, di cui le ultime 5 date anche alle fiamme, è gravemente danneggiata anche l’osteria. [56]

 

 

 

Per appiccare il fuoco alle abitazioni i tedeschi utilizzano bombe a mano incendiarie, ma prima fanno evacuare tutte le persone.

 

 

 

Lo scopo quindi non è quello di cercare la strage, come si è sempre sostenuto, ma essenzialmente tattico, psicologico e di copertura, tipico della tecnica militare tedesca nei combattimenti in centro abitato.

 

 

 

A un’attenta analisi dei documenti e delle testimonianze compare quindi con sufficiente chiarezza che il reparto tedesco che avanza su Dueville non è tanto interessato al saccheggio, ne tantomeno alla rappresaglia, quanto piuttosto alla cattura di ostaggi e alla veloce eliminazione dell’ostacolo rappresentato dai partigiani del presidio di via Garibaldi, presso l’Osteria “Alla Berica”.

 

 

 

Roberto Vedovello “Riccardo” nel suo resoconto dei fatti di Dueville scrive: 

 

“A un certo punto venni avvertito che da più direzioni stavano arrivando truppe tedesche. La situazione si faceva critica. Cercai di raggruppare i miei uomini che erano sparsi lungo il perimetro della periferia. Decisi di rendermi conto di persona di quale entità e qualità fossero le forze che ci stavano accerchiando. Vidi, da come i tedeschi stavano avanzando, che si trattava di truppe scelte. Nel saltare un reticolato venni fatto segno da una scarica di mitra. Risposi al fuoco e mi ritirai”.[57]

 

 

 

Durante le due interviste realizzate a Cavalese (Tn), il dott. Roberto Vedovello ha approfondito questa sua ricostruzione:[58]  

 

- quando “Riccardo” parla di un attacco proveniente da più direzioni e di un possibile accerchiamento, è perché i suoi uomini e alcuni cittadini lo avvisano che da sud del paese, da Palazzo Porto Casarotto e da Villa Da Porto a Vivaro, sono in arrivo truppe tedesche, e che da via Garibaldi, ad est del capoluogo, ne stanno avanzando altre; 

 

- i tedeschi, da via Garibaldi sono già arrivati alla periferia del paese, tanto che quando “Riccardo”, attraversando gli orti nel retro degli edifici che chiudono Piazza Monza a est, va a controllare di persona la situazione, è fatto segno di colpi di mitra; 

 

- “Riccardo”, dopo questo primo “rapporto ravvicinato”, per valutare meglio il da farsi decide di salire nella soffitta di uno dei fabbricati, tra via Garibaldi e via 4 Novembre, e da quella posizione panoramica che dà allora sulla campagna, e aiutato dal binocolo, capisce appieno la gravità della situazione; individuato da un tedesco posizionato in un vicino fossato, viene ancora preso di mira e un proiettile lo sfiora penetrando nel vicino trave del tetto; 

 

- le “truppe scelte” di cui parla “Riccardo”, sono identificate per il loro tipico equipaggiamento (elmetto, tuta mimetica e poncio, armamento e insegne ai baveri), come SS-Fallschirmjäger, cioè Paracadutisti-SS: un reparto speciale tedesco, ma soprattutto un reparto d’elite delle SS, uomini di Heinrich Himmler e del suo “servizio di sicurezza”, il BdS-SD. [59]

 

 

 

“Riccardo” scende velocemente dalla soffitta: 

 

“Raggruppai sei dei miei otto uomini e mi sganciai. I due fratelli Guido, che erano rimasti isolati, per liberarsi da una criticissima situazione furono costretti ad abbattere un muro con bombe a mano, dileguandosi quindi per i campi”. [60]

 

 

 

Nelle interviste “Riccardo” conferma che lui e i suoi uomini ripiegano velocemente verso il Lanificio Rossi e, superato il muro che li separa dalla ferrovia, si dileguano per i campi. Viceversa, dimostra di conosce solo genericamente la sorte toccata ai fratelli Guido “Bonomo” e agli uomini che si erano aggregati a loro.

 

 

 

Cosa avviene all’Osteria “alla Berica”

 

 

 

I partigiani del presidio di via Garibaldi, al comando di Emilio Guido “Bonomo”, quando si rendono conto della consistenza del reparto nazista è ormai troppo tardi per riuscire a sganciarsi. Bloccati dal fuoco nemico, dopo un breve tentativo di resistenza, alcuni di loro non trovano altro riparo che all’interno dell’ Osteria, mentre tutti gli altri cercano disordinatamente altre vie di fuga.

 

 

 

Secondo varie testimonianze, in particolare dell’allora ventenne Eugenio Fiorentin e del partigiano Emilio Guido “Bonomo”, entrambi entrati nell’osteria all’arrivo dei tedeschi, i militi nazisti irrompono nel locale, bloccano i presenti, e spingono fuori tutte le donne, compreso un bambino di 10 anni (la moglie del gestore Maria Teresa Grotto in Giacomin, la sorella Anna, le due figlie, Agnese e Giuseppina e il figlio Bruno). 

 

 

 

Gli otto uomini rimasti sono fatti uscire e allineati lungo il muro esterno con le mani alzate, quindi fatti rientrare.

 

 

 

Una volta all’interno dell’osteria le SS levano dal gruppo due persone: 

 

- Gio Batta Grotto (di Antonio), suocero del gestore dell’osteria, è risparmiato forse per l’avanzata età; 

 

- Ultimio Parise, detto “Bìsiga”, viene liberato perché fascista repubblichino e milite della GNR Ferroviaria. [61]

 

 

 

Nel caos di quei momenti, altri due, Eugenio Fiorentin e Emilio Guido “Bonomo”, riescono a scendere e a nascondersi in cantina.[62]

 

 

Sono invece spietatamente assassinati: [63]

 

- il gestore dell’osteria, Ettore Giacomin, civile; 

 

- il figlio Guido Giacomin, partigiano territoriale della “Mameli” di Dueville; Pasquale Ruffo, partigiano territoriale della “Loris” di Dueville; [64]

 

- e Alberto Visonà, partigiano della Brigata Giustizia e Libertà “Rosselli” di Valdagno.

 

 

 

Eccetto il gestore della “Berica, gli altri sono tutti partigiani aggregatisi al presidio di via Garibaldi con i fratelli Guido “Bonomo”. [65]

 

 

 

Per intanto i paracadutisti-SS continuano ad avanzare verso il centro del paese, e a dare la caccia agli altri partigiani in fuga: 

 

- nel cortile dell’Osteria, mentre tenta di scavalcare la rete di recinzione verso il “campo sportivo”, viene colpito a morte il giovane Gaetano Militti, partigiano territoriale della “Mameli” di Dueville; 

 

- nei pressi dell’Osteria è ferito a morte Giovanni Dari, partigiano territoriale della “Loris” di Dueville; muore alle 15,00 all’interno dell’osteria: è il primo dei cinque caduti partigiani “dimenticati” dalla storiografia locale; 

 

- in via Dante, è colpito a morte Isaia Frazzini, partigiano territoriale della “Mameli”; sempre lungo la stessa via, al n. civ. 3, è danneggiata e data alle fiamme, con l’impiego di bombe a mano incendiarie, l’abitazione di Marsilio Giovanni di Ismaele e di Zordan Mistica; [66]

 

- in Piazza Monza, sul sagrato della Chiesa, è colpito a morte Giuseppe Pasciutti, partigiano territoriale della “Mameli”; sempre in piazza, al n. civ. 14 e 15, è danneggiata da una granata anticarro di “Panzerfaust” (“Pugno corrazzato”) la bottega e abitazione di Canevaro Ernesto; [67]

 

- all’inizio di via 4 Novembre, è colpito a morte Folco Portinari, un civile, un ragazzo di 16 anni che tentava di raggiungere casa; le SS entrano anche nel suo alloggio (ospite con la madre e tre fratelli di Casa Padovan), e distruggono tutto.

 

 

 

La madre di Folco, Margherita Navilli, testimonia:

 

“…mentre parte delle SS ci tenevano al muro in terrazza, le altre operavano in casa sparando negli armadi, sugli attaccapanni, sotto il tavolo, nella credenza che trovammo rovesciata con tutto ciò che conteneva e resa inservibile”; e soprattutto “...hanno barbaramente ucciso mio figlio Folco di sedici anni e mezzo”. [68]

 

 

 

Finita la “bonifica” del centro di Dueville, il bollettino finale della strage conta 9 morti (2 civili e 7 partigiani: quattro della “Mameli”, due della “Loris” e uno della “Rosselli”), oltre a 100 ostaggi civili concentrati al “campo sportivo”, e ben 8 fabbricati distrutti o gravemente danneggiati.

 

 

 

Questa strage non è stata una “rappresaglia”

 

 

 

Sino ad oggi le ricostruzioni verbali e scritte di questa vicenda, hanno sempre sostenuto la tesi della “rappresaglia”, causata dal comportamento “avventato” dei partigiani garibaldini della “Mameli” che, sparando contro la motocarrozzetta, avrebbero scatenato l’ira vendicativa teutonica.

 

 

 

Viceversa, a sostegno del nostro convincimento che all’Osteria “Alla Berica” non si è trattato di una “rappresaglia”, possiamo così riassumere quanto sin qui ricostruito: 

 

- La motocarrozzetta è in “avanscoperta” per lo stesso reparto di paracadutisti-SS che poi ha attaccato Dueville. In altre parole, quel reparto si stava già dirigendo verso Dueville, e ciò è dimostrato anche dal breve lasco di tempo che intercorre dallo scontro con la motocarrozzetta e l’arrivo delle SS.

 

- Messi in allarme, i tedeschi scendono dai loro automezzi a circa 500 m dall’Osteria “Alla Berica”. Il loro obiettivo è chiaro: eliminare quell’ostacolo inaspettato rappresentato dal posto di blocco partigiano di via Garibaldi. Entrano nelle case, catturano ostaggi e incendiano 5 abitazioni, ma prima fanno evacuare tutte le persone: lo scopo quindi non è quello della ricerca di una strage, come si è sempre sostenuto.

 

- Anche all’Osteria “alla Berica”, nonostante i quattro morti, di cui tre partigiani, i nazisti non sembrano cercare la strage. Infatti, se l’avessero veramente voluta, non avrebbero certo risparmiato le donne, il bambino e nonno Grotto, e avrebbero risolto il problema dei due “miracolati” in cantina lanciando loro una bomba a mano incendiaria. Anche le altre cinque vittime uccise per le vie del centro, se eccettuiamo il giovane Portinari, sono tutte partigiani.

 

- Il reparto SS che attacca Dueville non è interessato nemmeno al saccheggio: ha fretta, si muove deciso e veloce verso il centro del paese, e riparte subito. Se il vero obiettivo dei paracadutisti-SS, professionisti del crimine e unità di assassini, fosse stata veramente la “rappresaglia”, la strage sarebbe stata molto più dura, uno sterminio di civili, una probabile distruzione totale del paese.

 

 

 

Chiarito che non si è trattato di “rappresaglia”, restano comunque in sospeso molte altre domande: perché tale reparto è entrato a Dueville?; perché tanta fretta di concludere l’azione repressiva? e in fondo, perché così poca ferocia?; ma soprattutto, c’è un collegamento tra la partenza da Dueville delle SS e quella, contemporanea, dei Comandanti partigiani della “Monte Ortigara?

 

 

 

Infine, a proposito della diceria di un comportamento “avventato” dei garibaldini della “Mameli”, ci sembra utile sottolineare che in quei giorni avvengono in zona molte altre azioni partigiane, comunque necessarie e legittime visto lo stato d’eccezione provocato dalla guerra, e che avrebbero comunque potuto causare una ritorsione tedesca, che però non c’è stata: 

 

 

- a Novoledo, in via Vegre, uomini della “Loris” eliminano un capitano, un maresciallo e un soldato tedeschi; 

 

- alla curva “Dal Molin”, tra Dueville e Novoledo, viene ucciso un ufficiale delle SS-Ghestapo; 

 

- a Montecchio Precalcino, alle porte del paese, un reparto della “Loris” attacca una colonna tedesca, causando senza altro delle vittime; 

 

- a Novoledo, uomini della “Loris” tentano di liberare il paese e uccidono due tedeschi in motocarrozzetta; 

 

- infine, è bene rammentare che a Dueville, il presidio partigiano alla “Berica” non è costituito solo da uomini della “Mameli”, ma anche della “Loris”.

 

 

 

I paracadutisti-SS partono da Dueville sostituiti da altro reparto tedesco

 

 

 

L’intera azione di rastrellamento è durata forse meno di un’ora, gli SS-Fallschirmjäger dimostrano di avere fretta di lasciare Dueville, tant’è che risalgono subito sui camion e già alle ore 14:30 sono pronti a partire. 

 

 

 

A confermarci il fatto e l’orario abbiamo una testimone di eccezione, la partigiana “Zaira” Meneghin, Medaglia d’Argento al Valor Militare.

 

 

 

“Zaira” è anche il quinto testimone che ci conferma che il reparto presente a Dueville è un reparto di SS: “... sostava di fronte a noi un’enorme colonna delle SS tedesche, che supposi essere in partenza da quel momento”. [69]

 

 

 

Altro testimone di eccezione è il comandante partigiano “Ermes” Farina, Commissario politico della Divisione “Vicenza”, Medaglia di Bronzo al Valor Militare, che ci conferma la partenza dei tedeschi dalle scuole di via 4 Novembre: “… stando a metà strada fra il quadrivio e Dueville, noto nel centro l’evacuazione dei tedeschi dalle scuole …devo rifugiarmi più di una volta o dietro lo sbarramento anticarro posto sulla strada o entro il portone di una casa vicina”. [70]

 

 

 

La colonna nazista parte infatti dalle Scuole Elementari del capoluogo all’incirca alle ore 15:00; raggiunge l’incrocio di Contrà Belvedere e prosegue per Passo di Riva. [71]

 

 

 

I paracadutisti-SS, prima di andarsene da Dueville, hanno affidato il controllo del paese e degli oltre 100 ostaggi concentrati presso il “campo sportivo” ad un altro reparto tedesco, quasi certamente il reparto della Flak, la contraerea della Luftwaffe, sotto il cui comando è sia il “pronto intervento logistico-militare” di Villa Perazzolo a Vivaro, che il Comando Piazza di Dueville, e il cui compito è di proteggere militarmente e di appoggiare logisticamente i reparti in ripiegamento. E’ probabilmente lo stesso reparto che dal 27 a tutto il 28 aprile pone il suo Comando (uffici, cucina e alloggio ufficiali) a Dueville, in via Caprera, n. civ. 5, presso l’abitazione di Vittoria Bruni di Egidio ved. Farina, e che per tutta la giornata del 28 aprile, dalle ore 7 alle ore 19, colloca la base logistica per i suoi oltre 300 uomini in via Molino, n. civ. 27, presso l’azienda agricola di Giuseppe Dal Santo di Gio Batta.[72] 

 

 

 

Ed è quasi certamente lo stesso reparto che il 27 aprile uccide il ferroviere Ferdinando Bozzo, affacciatosi alla finestra della sua abitazione in via Caprera n.2 (casello ferroviario), e che il 28 aprile fucila il partigiano della “Mameli” Nicola Dal Santo di Giuseppe, nella la sua abitazione di via Molino n. 27. [73]

 

 

 

E’ con l’arrivo a Dueville di questo nuovo reparto germanico, che iniziano i saccheggi ai danni della popolazione del capoluogo, almeno 46 famiglie, ma anche attività commerciali e artigianali: [74]  

 

 

- In Piazza Monza sono razziati: la Canonica, il bar-caffe di Giorietto Angelo di Pietro e di Parise Vito Modesto di Giuseppe e della moglie Giorietto Caterina in Parise, n. civ. 14; la bottega e l’abitazione di Canevaro Ernesto, n. civ. 15; il negozio di calzature di Tezza Andrea di Giacomo; l’abitazione e il negozio di alimentari e tabacchi di Noale Guido, Giuseppe, Angelo, Alfredo, Bianca e Santa di Francesco, n. civ. 38.

 

- Sono saccheggiate le abitazioni di: Savio Evangelista di Giuseppe e Sbalchiero Maria, n. civ. 6; Sanson Bortolo di Lodovico e Veller Angela, n. civ. 26; Casentini Lucia Maddalena ved. Tonini; Zanotello Ottorino di Francesco.

 

- All’inizio di via 28 Ottobre (ora via Rossi), nei pressi della Piazza e delle Scuole, è saccheggiata l’abitazione di Billo Luigi di Giocondo;

 

- In via 4 Novembre, sempre nei pressi della Piazza e delle Scuole, è saccheggiata la ditta Produzione Liquori e Commercio Vini (già Ditta Brunetti) di Neri Mario di Tertulliano, e razziate le abitazioni di: Parma Aldo di Diodato, n. civ. 1; Tagliaferro Ferruccio di Francesco, n. civ. 2; ZanellaArmido di Giuseppe (proprietario Costa Augusto), n. civ. 3; Pozzan Lucia di Giuseppe in De Antoni, e Gasparini dott. Luigi di Gio Batta, n. civ. 8; Pasciutti Giuseppe di Francesco (sfollato in Casa Padovan – Partigiano caduto il 27.4.45), n. civ. 9; Rigon Antonio di Pietro; Ronzani Pietro di Gregorio; Cavedon Giuseppe di Francesco; Bedin Maria di Antonio ved. Bertollo.

 

- All’inizio di via Corvo, sono saccheggiate le abitazioni di: Copiello Giuseppe di Pietro e Corso Amelia; Copiello Pietro di Domenico e Marchioretto Angela n. civ. 4. - In via Garibaldi, sono saccheggiate le abitazioni di: Nicolin geom. Silvio di Gaetano e Benazzato Antonio di Agostino, da Vicenza, sfollato presso Nicolin, n. civ. 7; l’Osteria “Alla Berica” di Giacomin Ettore, n. civ. 8 e n. civ. 1 di Via Orsole (ora Viale dei Martiri della Libertà).

 

- In via Dante, sono saccheggiate le abitazioni di: Frezza Basilio di Giuseppe, n. civ. 3; Pappalardo Carmela di Salvatore in Subba (Mar.llo dei CCRR Subba Osvaldo di Giuseppe, IMI in Germania), n. civ. 15; Comacchio Costante, n. civ. 18; Pozzolo Francesco di Giuseppe e Valente Lucia di Giovanni, n. civ. 36.

 

- In via Marconi (ora Via Rinaldo Arnaldi), sono saccheggiate le abitazioni di: Arnaldi Giustino di Rinaldo, n. civ. 19; Ramina Francesco, Alessio, Virginio e Mario di Francesco e Turco Santa; Cervo Ernesto di Pietro, n. civ. 50.

 

- In via Roma, sono razziati: l’officina di Borghin Giuseppe di Luigi, n. civ.3; il negozio e officina di Conforto Roberto di Silvio; l’abitazione di Radovich Cellia, n. civ. 6, e l’abitazione di Bressan Angelo di Gaetano, n. civ. 15.

 

- In via Caprera, sono razziate le abitazioni di: Bruni Vittoria di Egidio ved. Farina, n. civ. 5; Stefani Luciano di Gio Batta, n. civ. 7; Ceolato Giovanni di Pietro e Stocchero Angela, agricoltori, n. civ. 14; Zambon Pietro di Giovanni, abitazione e negozio di alimentari, civ. 17.

 

- In via Molino, sono saccheggiate le abitazioni di: Brazzale Antonio di Francesco e Lovato Giovanni di Angelo, venditore ambulante, n. civ. 22; Tagliapietra Giuseppe di Giovanni.

 

- In viale della Stazione, sono razziate: la Trattoria-Albergo di Gasparotto Napoleone di Quirico, n. civ. 6; l’abitazione dell’App. dei Carabinieri Donati Davide di Agostino, IMI in Germania; l’abitazione di Muraro Anna di Serafino e Righetto Maria, n. civ. 5.

 

 

 

Oltre ai 9 morti della “Strage di Dueville”, oltre ai furti e alle violenze di ogni genere, nel duevillese il 27 aprile si contano altre 4 vittime:

 

- Ferdinando Bozzo e Bortolo Rossato, di cui abbiamo già accennato, tutti e due civili, “uccisi senza motivazione apparente, singolarmente e in luoghi fuori dal centro abitato”, da altri reparti tedeschi; [75]

 

- Francesco Giaretton, partigiano della Brigata “Mameli”, e Giuseppe Bertinazzi, partigiano della Brigata “Loris”, di cui parleremo più avanti, tutti e due uccisi fuori dal centro abitato di Dueville, il primo nel tardo pomeriggio in via Villanova, a ovest del paese, e il secondo in Contrà Astichelli-Cappellari, a nord-est del capoluogo.

 

 

 

Queste 4 vittime (due civili e due partigiani), sono state erroneamente accomunate alla “Strage di Dueville”, questo non è esatto perché non sono morte durante quel fatto, ma in altri luoghi e per mano di altri reparti nazi-fascisti.

 

 

 

E quasi in simultanea anche i 3 Comandanti dell’Ortigara partono da Dueville. 

 

 

 

Sono circa le ore 15:00-15:30 quando, dall’incrocio per Novoledo e Levà, i Comandanti della Divisione partigiana “Monte Ortigara”, Chilesotti, Carli e Andreetto, iniziano il loro ultimo tragico viaggio.

 

 

 

Passano per l’incrocio di Contrà Belvedere e sino a Passo di Riva percorrono la stessa strada che è, o sarà attraversata anche dalla colonna dei paracadutisti-SS: l’orario di transito dei due gruppi è molto ravvicinato, quasi s’incontrano.

 

 

 

Una simultanea presenza a Dueville che ci rimanda al precedente capitolo, cioè alla trappola organizzata dal BdS-SD/”Banda Carità” ai danni dei Comandanti, e che possiamo così sintetizzare: 

 

- A Villa Cabianca di Longa di Schiavon sono presenti SS tedesche e dell’“Italienische Sonderabteilung” (“Banda Carità”), ambedue del BdS-SD [Befehlshaber der Sicherheitspolizei und des SD in Italien], il Servizio di Sicurezza delle SS, al comando del maggiore-SS (SSSturmbannführer) Mario Carità.

 

- A Dueville, sono presenti in quei giorni due “discussi” personaggi, probabilmente coinvolti nel tragico gioco che già da tempo il BdS-SD di Carità sta conducendo per distruggere la Resistenza veneta e vicentina: l’ex sergente della X Mas, Antonio Cammarota “Nino”, colui che ha permesso la fuga dalle carceri di Thiene di “Nino” Bressan, “Ermes” Farina e “Zaira” Meneghin; il maggiore Mario Malfatti, ex responsabile del Comando Militare Provinciale, che “Da informazioni precise si sa che …lavora esclusivamente per la SD italiana”, cioè la “Banda Carità”.

 

- A Novoledo di Villaverla, al posto di blocco partigiano della curva “Dal Molin”, sono catturati “due ufficiali della Gestapo”, quindi del BdS-SD, e sequestrata la loro automobile che sarà poi utilizzata daiComandanti per dirigersi verso Longa.

 

- Il personaggio che assieme a “Ermes” invita Chilesotti e Carli a Villa Cabianca, è il sottotenente-SS (SS-untersturmführer) Antonio Nalin, ufficiale del BdS-SD/”Banda Carità” e uomo di fiducia del maggiore-SS (SS-Sturmbannführer) Mario Carità.

 

- Nel viaggio da Dueville a Sandrigo i Comandanti sono pedinati da almeno una motocarrozzetta delle SS.

 

- All’arrivo dei Comandanti, Sandrigo risulta deserta e sotto “coprifuoco” perché un’ora prima è avvenuta una strana retata da parte delle SS.

 

- Lungo la via secondaria scelta per by-passare il centro di Sandrigo, i Comandanti trovano un primo e anomalo ostacolo che chiude loro la strada: è formato da due automobili “quasi addossate” che al loro arrivo si spostano per lasciarli passare. Un centinaio di metri più avanti, alla confluenza con la strada principale, i Comandanti trovano un secondo e altrettanto strano “posto di blocco”, che li costringe a svoltare a destra, in direzione Marostica. Subito dopo, girato l’angolo, un terzo blocco stradale predisposto dalle SS li chiude definitivamente in trappola.

 

- L’ufficiale delle SS che cattura ed elimina i Comandanti, a Bassano consegna “Zaira” Meneghin al BdS-SD di Carità e Perillo, in partenza per Bolzano.

 

 

 

Se a tutto ciò aggiungiamo il fatto che l’attacco tedesco a Dueville non è stata una “rappresaglia”, l’improvviso arrivo/partenza da Dueville del reparto di SS-Fallschirmjäger, e la contemporanea presenza/partenza dei Comandanti, si apre l’inquietante ipotesi che i SS-Fallschirmjäger, siano parte integrante della trappola organizzata dal BdS-SD/Banda Carità per catturare gli ultimi “grandi banditi”, i comandanti Giacomo Chilesotti e Giovanni Carli.

 

 

 

La Brigata “Loris” attacca i tedeschi a Novoledo

 

 

Circa alle ore 15:30, partiti da Dueville i Comandanti della “Monte Ortigara” e i paracadutisti-SS, alcune squadre della Brigata partigiana “Loris”, guidate dal loro comandante Italo Mantiero “Albio”, si riuniscono al posto di blocco della curva “Dal Molin”, per poi dirigersi verso Novoledo: l’obiettivo è occupare il paese e disarmare i tedeschi, asserragliati soprattutto nelle fattorie dei Filippi e dei Mantiero.

Quest’ordine è stato dato ad “Albio”, oralmente e per iscritto direttamente da Chilesotti, poco prima di partire per Longa di Schiavon. [76]

Le tre squadre della “Loris” si posizionano attorno al centro abitato di Novoledo. “Albio” e il suo gruppo si dirigono verso la fattoria dei fratelli Filippi, dove i tedeschi hanno in ostaggio 15 civili, per chiederne la resa. Ma all’improvviso, dalla curva “Barbieri”, sbuca una motocarrozzetta con tre tedeschi a bordo; ne nasce un violento conflitto a fuoco nel quale restano uccisi due soldati germanici, mentre il terzo riesce a tornare incolume in paese.[77]

In quei frangenti anche il prigioniero tedesco dell’ambulanza, che doveva servire da interprete, riesce a fuggire e a raggiungere i suoi camerati a Novoledo. [78]

Le altre due squadre della “Loris”, nel sentire quelle raffiche, pensano sia l’ordine di attacco ed iniziano a sparare, ma i tedeschi, ormai allertati, rispondono pesantemente al fuoco. Nello scontro viene ferito il partigiano Guerrino Vezzaro “Lino”, da Dueville, e viene ucciso un anziano civile, Luigi Donà, abitante del caseggiato detto “Convento”, di fronte alla fattoria Filippi: il Donà, sentiti gli spari e aperto la finestra della camera per controllare, è colpito a morte dai tedeschi asserragliati in casa Filippi.

Vista la mala parata, “Albio” e i suoi uomini decidono di ritirarsi verso il “Bosco”. [79]

 

 

 

 

Il Btg. “L. Campagnolo” della Brigata “Mameli” attacca i tedeschi a Dueville

 

 

 

In contemporanea con l’attacco della Brigata “Loris” a Novoledo, presso l’incrocio di via Morari (oggi via Pasubio) a Dueville, lo stesso incrocio da dove sono partiti i Comandanti della “Monte Ortigara”, provenienti dalle loro basi di Caldogno, Villaverla, Novoledo e Levà, si radunano circa un centinaio di partigiani del Battaglione territoriale “Livio Campagnolo” della Brigata “Mameli”. Il loro obiettivo è occupare Dueville.[80] 

 

 

 

Con i garibaldini pure alcuni uomini della Brigata “Loris”. Anche il gruppo della “Mameli” presente alla curva “Dal Molin” raggiunge i compagni all’incrocio di Dueville.

 

 

 

Questo fatto ce lo conferma, anche se a modo suo, lo stesso comandante della “Loris”, che riparato al “Bosco” dopo il fallito attacco a Novoledo, nel tardo pomeriggio si rende conto: 

 

 

 

“che tutti i garibaldini della “Mameli”, che avevano dichiarato di restare al nostro fianco, alla spicciolata, se ne erano andati per raggiungere il loro comandante di brigata “Riccardo”, e occupare Dueville, come detto in precedenza. Al “bosco” ci rendemmo conto di quanto era successo a Dueville vedendo le colonne di fumo delle case incendiate elevarsi in cielo. Fu quello un triste e non ultimo episodio che si aggiunse a tutte le altre provocazioni della brigata “Mameli”. Costoro volevano anticiparci nella presa di Dueville, anche a caro prezzo, anzi, a qualsiasi prezzo pur di porre un’ipoteca sulla futura direzione del paese: 13 morti e 4 case bruciate furono il risultato della loro intempestiva azione”. [81]

 

 

 

Malgrado il racconto di “Albio” sia chiaramente strumentale e mescoli erroneamente tempi e avvenimenti diversi (l’attacco tedesco e l’attacco della “Mameli” a Dueville), ha comunque il pregio di darci indirettamente anche utili conferme.

 

 

 

Pure un altro testimone, Antonio Giudicotti “Tom”, assicura che il gruppo di garibaldini alla curva “Dal Molin”, “lasciato il posto di blocco, si mosse per occupare Dueville”. [82]

 

 

 

 

Tra i partigiani del Btg. “Campagnolo”, sono presenti anche le due squadre di Levà, forti di almeno 23 uomini. Si sono dati appuntamento nel primo pomeriggio presso il “passaggio a livello” di via Pra Castello a Levà, hanno poi costeggiato la ferrovia raggiungendo prima il passaggio a livello in via Morari e infine l’incrocio di Dueville.

 

 

 

La squadra di Levà Alta, è formata da: Palmiro Gonzato, Gio Batta Baccarin “Titela”, Giuseppe Anzolin “Pino Frate”, Gino Bettanin, Erminio Paolin, Lino Sbabo, Valentino Pesavento “Nino-Duce”, Gio Batta Valerio “Marangon”, Vincenzo Valerio “Marangon”, Antonio Costalunga “Bulo”e altri.

 

 

 

La squadra di Levà Bassa, è composta da: Vinicio Cortese “Nereo”, comandante del Battaglione, Albino Squarzon, Gio Batta Bassan, Egidio Pesavento, Antonio Roncaglia, Bortolo Fina, Giuseppe Gonzato “Consatelo”, Giuseppe Zancan, Pietro Brazzale “Pierin”, Antonio Barbieri, Antonio Moro “Secco”, Lino Vespertini, e altri. Arrigo Martini “Ettore”, commissario politico del Battaglione, quel giorno è in missione, e riceve l’ordine di intervenire a Dueville nel primo pomeriggio da una staffetta della Brigata “Loris”.

 

 

 

“Ettore” decide quindi di raggiungere i compagni in bicicletta, e armato del suo “Sten” arriva all’incrocio da Via S. Anna quando i partigiani di Levà non sono ancora arrivati. 

 

 

 

Ricorda inoltre di essere entrato in una trincea paraschegge, posta tra la Roggia Monza e Via 28 Ottobre (ora Via Rossi e dove oggi vi sono le prime casette popolari a schiera), dove c’era un gruppo di partigiani di Dueville, tra i quali Odino “Nino” Andrighetto “Lopes”, che con il suo “Bren” già sparava contro i tedeschi asserragliati all’altezza del Villino Maccà e della fattoria dei Martini “Petenea”. [83]

 

 

 

Rispetto al fronte d’attacco del Btg. “Campagnolo”, a Dueville i tedeschi sono così posizionati: 

 

- in prossimità della stazione ferroviaria presso il “piano-caricatore” e al Lanificio Rossi; 

 

- all’altezza degli ultimi fabbricati del centro abitato di via 28 Ottobre (ora via Rossi), cioè il Villino Maccà, la Fattoria dei Martini “Petenea” e lo sbarramento anticarro; 

 

- all’incrocio di Contrà Belvedere, poi in via 4 Novembre, in prossimità di Casa Padovan. [84] 

 

 

 

 

Circa alle ore 16:00, i partigiani del Battaglione “Livio Campagnolo” intensificano il fuoco e iniziano ad attaccare i tedeschi da più direttrici:

 

 

- una squadra di Dueville, comandata da Emilio Guido “Bonomo”, vice-commissario del Battaglione, attacca da nord, da via Mazzini, verso via Garibaldi, parallelamente a via 4 Novembre. I partigiani avanzano per la campagna sino ad arrivare a meno di 250 m dal Municipio, e ingaggiando una vera e propria battaglia, che coinvolge direttamente anche “Casa Padovan”. [85]

 

Una squadra di Levà, comandata da Palmiro Gonzato e Gio Batta Baccarin “Titela”, attacca da ovest, parallelamente a via S. Fosca, verso Contrà Belvedere. I tedeschi, dopo un breve ma intenso scontro, probabilmente anche per non restare isolati dal contemporaneo attacco sul fianco est, si ritirano verso il centro di Dueville. Parte della squadra sposta quindi la sua azione verso sud, verso il “brolo” della grande fattoria dei Martini “Petenea”; [86] 

 

una squadra di Dueville, comandata da Giuseppe Andrighetto “Lopes”, comandante del 2° Distaccamento, attacca da nord-nord-ovest, lungo via 28 Ottobre (ora via Rossi), in direzione di Contrà Molina e la recinzione del Lanificio Rossi. Riescono a occupare il Villino Maccà e lo sbarramento anticarro, arrivando a meno di 200 m dal Municipio;[87]

 

 

 

Due squadre, almeno una delle quali di Caldogno, attaccano da nord, da via Morari (ora via Pasubio), passando per la campagna a fianco della ferrovia, si dirigono verso il Lanificio Rossi e verso la Stazione Ferroviaria; entrano nell’area industriale e arrivano al “piano caricatore” della Stazione Ferroviaria, cioè a circa 250-200 m dal Municipio. 

 

 

 

In questo scontro con i tedeschi, cadono quattro partigiani, tutti della Squadra di Caldogno: Francesco Rizzato; Guido Marillo; Giuseppe Brambilla; e il russo Dimitri Micailov.

 

 

 

 

Altre squadre, forse anche della “Loris”, assaltano Villa Porto-Perazzolo a Vivaro, sede del Comando del “Pronto soccorso logistico-militare” tedesco, una grossa base della Flak e della Todt. L’obiettivo è probabilmente quello di alleggerire la pressione tedesca su Dueville e Novoledo e agevolare così i due attacchi partigiani. Nel parco della Villa, dove sono parcheggiati molti automezzi e ci sono le baracche in legno adibite a officine, i tedeschi decidono di distruggere tutto perché non cada in mani partigiane.[88]

 

 

 

Verso le ore 17:30, quando ormai tutte le squadre del Btg. “Livio Campagnolo” hanno raggiunto i primi fabbricati del centro abitato di Dueville, e l’obiettivo di occupare il paese è ormai a portata di mano, giunge inaspettato l'ordine di ritirarsi.[89]

 

 

 

L’ordine sembra trovare giustificazione per l’imminente arrivo da sud di un gruppo di autoblindo tedesche, dalla relativa inadeguatezza delle armi a disposizione dei partigiani, nonché dalla scarsità di munizioni.

 

 

 

Spiegazioni, che sembrano comunque essere messe in discussione dalla contemporanea liberazione da parte tedesca di tutti gli ostaggi del “campo sportivo”, fatto che fa pensare più a un accordo tra le parti che a una ritirata.

 

 

 

Sta di fatto, che tutte le squadre partigiane eseguono l’ordine di sganciamento e di rientro alle basi di partenza. [90] 

 

 

 

 

Sono circa le ore 18:00 quando i partigiani di Levà si riuniscono presso il “passaggio a livello” di via Morari (oggi via Pasubio), da dove poi raggiungono il territorio di Montecchio Precalcino. [91]

 

 

 

Cosa succede agli ostaggi del “campo sportivo”

 

 

 

Come abbiamo già ricordato, circa dalle ore 14:00, al “campo sportivo” di Dueville i Paracadutisti-SS hanno concentrato oltre 100 ostaggi, uomini e donne di tutte le età, catturati in circa un’ora di rastrellamento. Le donne e i bambini sono separati dagli uomini e, stando a una “testimonianza”, i tedeschi minacciano che “avrebbero proceduto alla decimazione”. [92]

 

 

 

Circa alle ore 15:00, gli ostaggi e il presidio del paese passano di competenza del reparto Flak che sostituisce le SS.

 

 

 

Circa alle ore 16:00, inizia l’attacco a Dueville del Btg. “Livio Campagnolo” della “Mameli”.

 

 

 

Subito dopo, per ordine di un ufficiale tedesco le donne e i bambini vengono liberati: un segnale di disponibilità a trattare? 

 

 

 

Al “campo sportivo”, dopo la liberazione dei primi ostaggi, proseguono le trattative per liberare anche tutti gli uomini. Si racconta (vox populi), che nel negoziato sia intervenuto il parroco don Benigno Fracasso, alcune persone che conoscevano la lingua tedesca (“Gigetto” Barbiere, la Sig.ra Costa, tale “Svizzero” che era stato in quel paese a lavorare) e un ufficiale medico tedesco che aveva fatto parte della guarnigione di stanza in paese. [94]

 

 

 

Obiettivamente, un po’ troppi mediatori e interpreti, soprattutto se si pensa che di questi “benefattori”, ai quali dovrebbe la vita così tanta gente, nessuno ricorda nome e cognome, mentre alla sig.ra Costa, dopo la Liberazione, tagliano pure i capelli in quanto fascista e collaborazionista. [95]

 

 

 

A una attenta analisi delle testimonianze è più realistico ipotizzare che la “delegazione trattante” sia stata costituita dal parroco, dall’ufficiale medico tedesco e da qualcuno del CLN di Dueville, probabilmente il dott. Michele Dal Cengio.

 

 

 

La trattativa termina positivamente, non prima comunque che, come raccontano gli ostaggi, i tedeschi li minaccino e li terrorizzino, tenendoli in fila per tre di fronte alle mitragliatrici puntate. [96]

 

 

 

Sono circa le ore 17:30 quando i partigiani si ritirano da Dueville, e circa le ore 18:00 quando finalmente l’incubo finisce con la liberazione di tutti gli ostaggi.

 

 

 

L’area degli scontri tra partigiani e tedeschi e il luogo dove sono concentrati gli ostaggi distano poche centinaia di metri, pur tuttavia non abbiamo testimonianze che i partigiani sapessero degli ostaggi concentrati presso il “campo sportivo”. Sta di fatto però che dopo l’attacco del Btg. “Campagnolo” sono liberate donne e bambini, e dopo il ripiegamento garibaldino sono rimessi in libertà anche gli uomini. Tutte circostanze che confermerebbero l’ipotesi di un accordo tra partigiani e tedeschi.

 

 

 

Infine, il reparto tedesco che occupa Dueville, dopo aver ordinato il “coprifuoco” dalle ore 19:00, non lascia il paese la sera stessa di venerdì 27 aprile, come taluno afferma, ma vi rimane almeno altre 24 ore. [97]

 

 

 

Sabato 28 aprile: la razzia tedesca

 

 

 

Il giorno successivo alla “Strage di Dueville”, sono uccise altre due persone: 

 

- Nicola Dal Santo, partigiano della “Mameli”, ucciso in casa sua, in via Molino, a sud di Dueville, e quasi certamente catturato nel capoluogo il giorno precedente;

 

- Giovanni Palsano, civile ucciso in via Corvo, a nord di Dueville, probabilmente proprio da quel plotone composto da 39 tedeschi che due testimoni ricordano di aver visto passare poco prima per il centro cittadino. [98]

 

 

 

Quel sabato, per le strade del centro e della periferia, transitano anche molti reparti di tedeschi, più o meno consistenti, ma tutti animati dallo spirito “lanzichenecco” di razziare tutto il possibile: oltre ai “danni collaterali” causati dall’aviazione Alleata, soprattutto lungo la provinciale “Marosticana”, [99] i saccheggi nazi-fascisti riguardano oltre 76 famiglie duevillesi. [100]

 

 

 

Il centro di Dueville è ancora pesantemente colpito, così come tutte le sue vie di accesso dalla “Marosticana”, soprattutto da Vivaro. Sono almeno 20 le abitazioni depredate.

 

 

 

In via Molino, a ulteriore conferma della presenza presso la fattoria di Giuseppe Dal Santo del reparto tedesco della Flak, coinvolto nello scontro con la “Mameli” del giorno precedente, particolarmente numerosi, almeno 15, sono i casi di saccheggio ai danni delle famiglie del posto.

 

 

 

A Novoledo, minore è transito di reparti in ritirata e la situazione sembra abbastanza tranquilla. Ciò nonostante, nella notte tra il 27 e il 28, arriva una nuova colonna germanica che vi sosta parecchie ore e compie anche alcuni saccheggi, [101] ma già al mattino del 28 lascia il paese “dirigendosi verso Bassano”. [102]

 

 

 

A sera una seconda colonna germanica arriva a Novoledo, e questa volta gli uomini della “Loris” non se li lasciano scappare. Dopo una serrata trattativa, i tedeschi si arrendono; terminato il disarmo, i 72 tedeschi sono forniti di lasciapassare e lasciano il paese. [103]

 

 

 

Anche per Montecchio Precalcino il 28 è la giornata più dura, con almeno 52 famiglie depredate. [104]

 

 

 

Questi novelli “lanzichenecchi” arrivano soprattutto da Dueville, per via Astichello e via Corvo/via Roma, saccheggiano tutte le contrade attorno al capoluogo, spingendosi sino sulla collina, per poi continuare le loro rapine a S. Rocco, Preara e via Maglio, verso Sarcedo.

 

 

 

La frazione di Levà, se si eccettuano alcuni casi isolati, rimane pressoché esclusa dalle razzie, certamente per la sua posizione più defilata rispetto alle principali linee di deflusso, ma anche per il buon controllo del territorio operato dai garibaldini del Btg. “Livio Campagnolo”. [105]

 

 

 

Domenica 29 aprile: la Liberazione

 

 

 

Il territorio e i centri abitati di Caldogno, Dueville, Novoledo e Montecchio Precalcino dalle prime ore del giorno sono sotto controllo partigiano della Brigata terr. “Loris” e del Btg. terr. “Livio Campagnolo” della Brigata “Mameli”.

 

 

 

A Montecchio Precalcino, occupato il Municipio e sistemata a difesa la mitragliera da 20 mm, preda di guerra della “Loris”, i responsabili partigiani e il CLN concordano che il comando militare del paese, il “Comando Piazza”, venga assunto a turno: prima da Vinicio Cortese “Nereo”, comandante locale della Brigata “Mameli”, e successivamente da Giuseppe Lonitti, comandante locale della Brigata “Loris”.

 

 

 

È stabilito anche il potenziamento delle iniziative finalizzate a dare soluzione al problema della difesa dei centri abitati e della popolazione dalle violenze e dai saccheggi dei nazi-fascisti in ritirata: sono potenziati i posti di blocco agli accessi principali e contemporaneamente organizzato un servizio di staffette che in contatto con i paesi vicini, siano in grado di segnalare tempestivamente eventuali gruppi di nazi-fascisti in movimento.

 

 

 

In tarda mattinata, poche ore prima dell’arrivo dell’avanguardia americana, una prima staffetta arriva in Municipio a Montecchio Precalcino con la notizia che un gruppo di circa 15-20 tedeschi, facendosi precedere da alcuni civili presi come ostaggi, dalla periferia nord di Dueville stanno salendo per via S. Anna in direzione di Levà: un inseguimento che inizia subito e avrà termine in Contrà Maldi, sulle colline di Sarcedo, con la liberazione degli ostaggi e la cattura di 47 tedeschi che lì si erano asserragliati. [106]

 

 

 

Poco dopo, in Municipio a Montecchio Precalcino arriva una seconda staffetta: porta la notizia che da Contrà Capellari-Astichello è in arrivo un gruppo di tedeschi, già distintosi in violenze e razzie nel territorio di Dueville: nel tentativo di fermarli perde sfortunatamente ed eroicamente la vita Giuseppe Lonitti, il comandante locale della Brigata “Loris”. Una morte che con quella della giovane Irma Gabrieletto, rendono tragica una giornata che doveva essere finalmente di festa. [107]

 

 

 

A Caldogno il “Comando Piazza” è assunto dalla Brigata “Mameli”.

 

 

 

A Villaverla il “Comando Piazza” è assunto dalla Brigata “Martiri di Granezza”.

 

 

 

A Sarcedo il “Comando Piazza” è assunto dalla Brigata “Martiri di Granezza”.

 

 

 

A Breganze il “Comando Piazza” è assunto dalla Brigata “Martiri di Granezza”, Btg. “Cinque Martiri”, in accordo con il Btg. terr. “Antonio Marchioretto” della Brigata “Mameli”. [108]

 

 

 

A Sandrigo il “Comando Piazza” è assunto dalla Brigata terr.le  “2^ Damiano Chiesa” della Divisione partigiana “Vicenza”.

 

 

 

A Dueville, dalle ore 5:00 del mattino è occupato il Municipio, e la Brigata “Loris” e il Btg. “Livio Campagnolo” della “Mameli” presidiano i vari accessi al paese per bloccare gli ultimi gruppi di tedeschi in ritirata e prevenire ulteriori saccheggi. [109]

 

 

 

 

Verso le ore 10:00 arrivano in Piazza Monza tre carri armati americani, che dopo una breve sosta, ricevuti in consegna alcuni prigionieri tedeschi, continuano la loro strada verso Bassano. [110]

 

 

 

Il 30 aprile 1945, esclusa ogni rappresentanza della “Mameli”, Italo Mantiero “Albio” assume la carica di “comandante militare della piazza di Dueville”.

 

 

 

Nei giorni successivi, Mantiero nomina personalmente un nuovo CLN locale: una procedura anomala e non conforme alle direttive del CLN Alta Italia e del CLNP di Vicenza.

 

 

 

Il CLN di Dueville, così nominato da Mantiero, elegge a sua volta il Sindaco e la Giunta Municipale provvisoria.

 

 

 

E’ una grave forzatura politica, perché la nomina del CLN locale spetta ai rappresentanti dei partiti antifascisti di Dueville, con la successiva convalida del CLN Provinciale, e la nomina del Sindaco e della Giunta provvisoria spetta al CLN locale, previo consenso del CLN Provinciale.

 

 

 

Queste scelte portano “Albio” e il suo gruppo in rotta di collisione con il CLN Provinciale, Democrazia Cristiana compresa.

 

 

 

La sensazione è che, con la morte dei Comandanti, mancando l’opera mediatrice e di comando di Chilesotti e Carli, a Dueville prenda il sopravvento l’intransigenza di Italo Mantiero e di chi a lui fa riferimento.

 

Ma questa è un’altra storia.

 

 

Pierluigi Damiano Dossi

 

 

 

Questo saggio è stato pubblicato nel sito (http://www.studistoricianapoli.it/index.php) del Centro Studi "Giovanni Anapoli" - Montecchio Precalcino (Vicenza) con il titolo: Aprile 1945 - Ultimi giorni di guerra a Dueville" - l'autore è Pierluigi Damiano Dossi "Busoi" che ringraziamo per avere concesso (a tutti) l'uso e la ripubblicazione.

 

 

 

 

NOTE

1 In B. Gramola, Memorie Partigiane, cit., pag. 99-118.

2 Celebre frase con cui si conclude una commedia di Edoardo De Filippo, e che sta a significare che è meglio attendere,senza esporsi troppo, che il peggio passi.

3 Villa Tretti. Vedi Approfondimenti al Cap. IV.

4 Forno Zanuso. Vedi Approfondimenti al Cap. IV.

5 In G. De Vicari, Centenario della Latteria Sociale, Diario di Biagio Buzzacchera, cit., pag. 80.

6 Alloggi sequestrati. Vedi Approfondimenti al Cap. IV.

7 Bomba “signorina”: grappolo di bombe a mano “balilla”, rinforzate con il plastico, e raccolte in una calza da donna.

8 In I. Mantiero, Con la Brigata Loris, cit., pag. 189-190; in B. Gramola, Memorie Partigiane, cit., pag. 86-87.

9 Le guardie giurate sono: Girolamo Gonzato ed Enrico e Antonio Bettanin.

10 In P. Gonzato – L. Sbabo, C’eravamo anche noi, cit., pag. 103-104; in PL. Dossi, Albo d’Onore, cit., pag. 229; in dvd- Resistere a Montecchio Precalcino, cit.

11 Il 26 aprile primi saccheggi a Dueville e Novoledo. Vedi Approfondimenti al Cap. IV.

12 In ACSSMP, b. 7, Relazione della Brigata “Loris”.

13 In Storia Vicentina, di G. Marenghi, L’ultimo giorno di guerra del capitano X, cit., pag. 4-5; in B. Gramola, Memorie Partigiane, cit., pag. 93; in I. Mantiero, Con la Brigata Loris, cit., pag. 151-165; in G. Pendin, Villaverla. La Resistenza 40 anni dopo, cit., pag. 38. Le vittime sono il capitano Wilhelm Dörfer, il maresciallo Wilhelm Abel e il soldato Joseph Witzel. Il giorno dello scontro a fuoco non è il 28 come riportato da Gramola in Memorie Partigiane, bensì il 26, come riportato nei certificati ufficiali di morte dei tre soldati tedeschi. La squadra partigiana che ha ingaggiato lo scontro a fuoco era composta da Antonio Giudicotti “Tom”, Pierino Mantiero e Michele Zolin, successivamente vengono raggiunti anche da Italo Mantiero “Albio” e Valentino Fabris “Scala”.

14 In ASVI, Danni di guerra, b. 277, fasc. 18788, danni abitazione e osteria di Faresin Arduino di Antonio, Via Roma, n.14; in Z. Meneghin Maina, Tra cronaca e storia, cit., pag. 27; in G. De Vicari, Centenario della Latteria Sociale, Diario di Biagio Buzzacchera, pag. 79.

15 Famiglie saccheggiate a Novoledo il 27 aprile ’45. Vedi Approfondimenti al Cap. IV.

16 Famiglie saccheggiate a Montecchio Precalcino il 27 aprile ’45. Vedi Approfondimenti al Cap. IV.

17 Famiglie saccheggiate nel territorio del Comune di Dueville il 27 aprile ’45. Vedi Approfondimenti al Cap. IV.

18 In L. Valente, Dieci giorni di guerra, cit, pag. 231.

19 In ASVI, Danni di guerra, b. 208, fasc. 14414, danneggiata l’abitazione di Zenere Lucia di Luigi, via Astichelli, 6; in G. Vescovi, Resistenza nell’Alto Vicentino, cit., pag. 174; in P. Dossi, Albo d’Onore, cit., pag. 17 (foto); in dvd, Resistere a Montecchio Precalcino, cit.; In G. De Vicari, Centenario della Latteria Sociale, Diario di Biagio Buzzacchera, pag. 80-81.

20 In Il Patriota, articolo di Angelo Fracasso, Invito ad Ermes Farina, cit.; in F. Binotto e B. Gramola, L’ultimo viaggio dei Comandanti, cit., pag. 37-38; in G. Pendin, la Resistenza 40 anni dopo, cit, pag. 47-48; in I. Mantiero, Con la Brigata Loris, cit., pag. 196; in B. Gramola, Memorie Partigiane, cit., pag. 88.

21 In I. Mantiero, Con la brigata Loris, cit., pag. 189-190, 224; in B. Gramola, Memorie Partigiane, cit., pag. 86-87, 89.

22 In G. Vescovi, Resistenza nell’Alto Vicentino, cit., pag. 165.

23 In IVSREC, f. 17, b. 2-HS6/848, British military Mission Western Veneto, pag. 13; in E. Ceccato, Patrioti contro partigiani, cit. pag. 237.

24 In ASVI, CAS, b. 7, fasc. 543; in ASVI, Danni di guerra, b. 27, 142, 156, 252, fasc. 1433, 9248, 10268, 17219; in www.inilossum.eu/cadutiRsi; in ACSSMP, b. 7 Loris e Mameli, fasc. Cronistoria della Brigata, e in Archivio inf., Brigate Nere, Romolo Mancini; in Aramin, Rapporto Garemi, cit., pag. 89; in P. Gios, Resistenza, Parrocchia e Società, cit., pag. 330; in M Cimino, E. Serio, G. Cardaci, La Sicilia nella Resistenza, cit., pag. 53-58. Un reparto della “Mameli”, comandato da Vincenzo Lumina “Villa”, Capo di Stato Maggiore della Brigata, opera in sintonia con “Falco”, Fulvio Testolin, alla Liberazione di Zugliano. Una squadra della “Mameli”, comandata da “Juna”, Luisa Urbani, vice commissario della Brigata, già la notte del 25 aprile libera Caltrano, prende possesso del ricco magazzino della Todt, elimina la resistenza repubblichina e il capo del locale distaccamento della BN, Romolo Mancini; il giorno successivo consegna il paese già rastrellato agli uomini della Brigata “Martiri di Granezza”.

25 In I. Mantiero, Con la Brigata Loris, cit., pag. 100-105; in G. Giulianati, a cura di L. Carollo, Fra Thiene e le colline di Fara, cit., pag. 64-65; in E. Gasparotto, Il sapore amaro della libertà, cit., pag. 33-37. E’ un’azione di autofinanziamento dei GAP di Gino Cerchio, che il 12 settembre 1944 porta alla confisca di una grossa partita di tabacco a Vivaro di Dueville; un’azione che viene però ritenuta da “Albio”, delittuosa, tale da portarlo a denunciare alle autorità fasciste i partigiani colpevoli, e farli arrestare. Una grave “ripicca” che trova le sue motivazioni in quella che Mantiero considerava un’azione compiuta senza la sua autorizzazione in un territorio di sua giurisdizione. Per comprendere appieno la vicenda, si ricorda anche che l’utilizzo del tabacco, da vendere poi al “mercato nero”, fu un’importante risorsa di autofinanziamento per tutto il movimento partigiano.

26 Di fatto non sarà poi Giuseppe Lonitti ad assumere il “Comando Piazza” di Montecchio Precalcino” dopo “Nereo”, infatti, Lonitti muore in combattimento il pomeriggio del 29 aprile e quell’incarico sarà poi assunto da Angelo Maccà.

27 In I. Mantiero, Con la Brigata Loris, cit., pag. 183; in AAVV, In risposta al Rapporto Garemi di “Aramin”, cit., pag 53-55; in ACSSMP, b. Mameli-Loris, copia lettera. “Alberto”, è il nome di battaglia di Nello Boscagli di Angelo, comandante della Divisione garibaldina “Ateo Garemi”. “Nereo”, è il nome di battaglia di Vinicio Cortese, comandante del Btg. territoriale “Livio Campagnolo” della Brigata garibaldina “Mameli”. Levà, è una frazione del Comune di Montecchio Precalcino, a circa 2,5 km a nord-est di Novoledo, frazione di Villaverla.

28 In ACSSMP, b. Mameli-Loris, diario Brigata “Mameli”; in I. Mantiero, Con la Brigata Loris, cit., pag. 183-185; in Archivio. Rivista sulla storia di Thiene, di R. Corrà, Giacomo Chilesotti, nel centenario della nascita; in ACSSMP, Testimonianze ISTREVI, intervista a R. Vedovello; in ACSSMP, Testimonianza, incontro R. Vedovello-P. Gonzato; in P. Gios, Il comandante “Cervo”, cit., pag. 203.

29 In AMRRV, b. 5, fasc. 15, Biglietto di Loris a Puntino (senza data); in AIVSRCC, b. 56, Biglietto di Puntino per Loris (19 aprile 1945); in E. Ceccato, Freccia, una missione impossibile, cit., pag. 143-156, 168. “Puntino”, è il nome di battaglia di Elio Rocco, componente la Missione Militare “MRS”, in contatto con il CLNR Veneto. Piz, cioè “Pizzoni”, è il nome di battaglia del colonnello Cesare Sabatino Galli, comandante militare regionale dal marzo 1945.

30 In I. Mantiero, Con la brigata Loris, cit., pag. 184; in R. Caporale, La Banda Carità, pag. 208-212; in ACSSMP, Testimonianze ISTREVI, intervista a R. Vedovello; in ACSSMP, Testimonianze, intervista a R. Vedovello e P.Gonzato. Tra i documenti sequestrati anche l’organico della “Banda Carità”.

31 In E. Ceccato, Patrioti contro partigiani, cit., pag. 212; in B. Gramola, Storia della “Mazzini”, cit., pag. 133.

32 In B. Gramola, Storia della “Mazzini”, cit., pag. 126-127.

33 In B. Gramola, Storia della “Mazzini”, cit., pag. 127; in P. Gonzato e Sbabo, C’eravamo anche noi, cit., pag. 75, 86-87, 93-94, foto pag. 129, 133 e tabella a pag. 138; in D. Restiglian, Thiene nel periodo della seconda guerra mondiale, cit., pag. 102. L’azione di autofinanziamento è organizzata congiuntamente da uomini della “Mameli”, Btg. “Livio Campagnolo” (Palmiro Gonzato, Lino Sbabo, Aldo Pesavento) e uomini della “Mazzini”, Btg. “Thiene”, sotto il comando di Mario Saugo “Walter”. Le paghe degli operai della “Polveriera SAREB” venivano prelevate in una banca di Thiene da un certo Bussolan e portati in bicicletta in una borsa di cuoio. Alcuni partigiani vestiti da militi fascisti si appostarono in località Cà Orecchiona e, bloccato il Bussolan e la sua scorta repubblichina, recuperarono la bella cifra di 375.000, tre moschetti e quattro biciclette.

34 In B. Gramola, Storia della “Mazzini”, cit., pag. 127; in I. Mantiero, Con la Brigata Loris, cit., pag. 302-304; in ACSSMP, b. Mameli-Loris, fasc. Comando Brigata “Mameli”, Ufficio Stralcio: situazione forza mensile e distinta comandanti (ottobre ’43-aprile ’45).

35 Vescovi Giulio “Leo”, comandante della Brigata “Fiamme Verdi” e vice-comandante del Gruppo Brigate “7 Comuni”; “storico” Presidente dell’AVL di Vicenza, con Francesco Urbani “Pat”, vice-comandante della Brigata “Fiamme Verdi” e dirigente dell’ANPI vicentino, sono anche i “padrini” dell’Associazione Partigiani & Volontari della Libertà “Livio Campagnolo”, Sezione Unitaria ANPI-AVL-ANEI-ANED di Montecchio Precalcino.

36 In Metro, novembre 1984 – Appunti a “Storia di una rappresaglia” di Gabriele Maddalena, cit.; in Metro, dicembre 1984 - La lettera di Gabriele Maddalena si presta unicamente a una denuncia, di Italo Mantiero - Ultimi spari a Dueville, di Gabriele Maddalena - “Sia indetto un dibattito per chiarire la verità”, del Comitato Partigiani Vicentini.

37 In U. De Grandis, Il “Caso Sergio”, cit., pag. 299-302.

38 In P. Gonzato, Appunti sui fatti di Dueville, cit.

39 In G. Bozzo, Gocce di Storia. Storia, cit., pag. 87.

40 In dvd, Resistere a Montecchio Precalcino, cit..

41 In I. Mantiero, Con la Brigata Loris, cit., pag. 203. Il Presidio tedesco di Dueville aveva sede presso le Scuole Elementari di via 4 Novembre ed era comandato dall’ufficiale più anziano dei presidi della zona, e quindi con prerogative di coordinamento: StO-Gruppenältester.

42 In I. Mantiero, Con la Brigata Loris, cit., pag. 196.

43 In Metro, rivista mensile, aprile 1985, cit., pag. 8; in B. Gramola, Memorie Partigiane, cit., pag. 106. In base alle nostre testimonianze, rispetto alla ricostruzione di Binotto, il “duevillese” è il dott. Michele Dal Cengio, e la pattuglia garibaldina della “Mameli” entra a Dueville verso le 9:00-9:30, e non alle 11:00.

44 In B. Gramola, Memorie Partigiane, cit., pag. 106. La pattuglia garibaldina della “Mameli” è composta da 10 uomini e non 30 come affermato da Binotto. Infatti, a Dueville, “Riccardo” arriva con 6 partigiani di scorta e con 3 partigiani territoriali di Dueville come guide, i fratelli Emilio e Marino Guido detti “Bonomo” e Giuseppe Coltro detto “Nane Pelandra”. Quest’ultimo è della classe 1907, la mamma è un’Andrighetto (nota famiglia socialista e antifascista duevillese), residente in Contrà Morari di Dueville, vicino all’Osteria “alla Renga”, dopo il passaggio a livello verso Novoledo, e storica base logistica della “Mameli”.

45 In B. Gramola, Memorie Partigiane, cit., pag. 106-107; in P. Gonzato e L. Sbabo, C’eravamo anche noi, cit., pag. 104 -107. Nella ricostruzione di Binotto, i presidi della “Mameli” hanno come obiettivo “di avanzare verso il centro di Dueville”, e che “il gruppo dei fratelli Guido (“Bonomo”), nell’entrare …ingaggiò alcune sparatorie…”. Con tale ricostruzione Binotto, oltre a confondere i tempi degli avvenimenti (la mattina con il pomeriggio), travisa completamente quanto realmente è scritto nel memoriale di Gonzato e Sbabo.

46 In U. De Grandis, Il “Caso Sergio”, cit., pag. 301.

47 In Metro, rivista mensile, aprile 1985, cit., pag. 9.

48 Per comprendere perché “Riccardo” non sembri riconoscere quali “partigiani” i “territoriali”, rimandiamo all’approfondimento di fine capitolo sulla figura di Roberto Vedovello “Riccardo”. Per la ricostruzione di “Metro”, che dimostra scarse conoscenze del movimento resistenziale, tanto da definire i partigiani di pianura degli “imboscati” che sino ad allora hanno vissuto nel “terrore di essere presi”, rimandiamo all’approfondimento di fine capitolo sui i partigiani di pianura, i “Territoriali”.

49 In B. Gramola, Memorie Partigiane, cit., pag. 107, nota 10; in ACSSMP, Testimonianze di Emilio Guido “Bonomo”, Giuseppe Andrighetto “Lopez”, Maria Andrighetto ved. Guido (Emilio) e Eugenio Fiorentin, raccolte da Palmiro Gonzato e Pierluigi Dossi. Binotto scrive che “in paese si sussurrano anche i nomi degli sparatori, ma nell’economia della presente ricerca non ci sembra questo undato importante sia perché dubbio sia perché il nostro proposito è quello di capire il fatto”. Viceversa,“nell’economia” della nostra ricerca, ci sembra importante fare nomi e cognomi di queste persone, perché non sono solo “degli sparatori”, ma uomini che hanno pagato con la loro vita, partigiani, “Volontari della Libertà” a cui riteniamo spetti tutto il nostro riconoscente ricordo, e non certo l’oblio a cui li avevano condannati le mistificazioni di una leggenda di paese.

50 In B. Gramola, Memorie Partigiane, cit., pag. 107, nota 11.

51 Ivi, pag. 108. Binotto scrive che la motocarrozzetta giunge a Dueville alle 12:00 e che “dopo un paio d’ore”, quindi alle ore 14:00, “siudirono i primi spari provenienti dalla campagna in direzione sud-est nord-ovest”, preludio alla rappresaglia tedesca. Binotto, confondendo sempre tempi e avvenimenti, e soprattutto non motivando come e da dove desume ciò che afferma: anticipa di circa un‘ora lo scontro tra i partigiani e i tedeschi della motocarrozzetta; dilata di circa due ore l’intervallo di tempo trascorso tra il primo scontro “alla Berica” e l’attacco tedesco a Dueville; esagera l’area interessata dall’azione tedesca di rastrellamento, cioè un inverosimile attacco al paese di 180°, da sud-est a nord-ovest, quasi corrispondente all’attuale sviluppo di tutto viale della Repubblica.

52 In Metro, rivista mensile, aprile 1985, pag. 9.

53 In ASVI, Catasto Italiano 1935-39, Comune di Dueville, Sez. A, Fogli 3, 7 e 8, Registri delle Partite; in Istituto Geografico Militare, Foglio 50 delle Mappe d’Italia, Dueville - tav. IV N.0., agg. 1935; in ASVI, Fondo “Danni di guerra”, b. 50, 154, 202, 239, 264, fasc. 2619, 2909, 2910, 10071, 10074, 13951, 16329, 17957. La fattoria Fiorentin era un grande fabbricato rurale, ora abbattuto, che sorgeva tra l’attuale incrocio con semaforo di via Garibaldi e viale della Repubblica e l’incrocio di via Garibaldi e viale dello Sport.

54 Casa Garbinelli: fabbricato ancora esistente in via Garibaldi, subito dopo l’incrocio con viale dello Sport, verso il centro, attuali n. civici 72, 74 e 76.

55 In ASVI, Fondo “Danni di guerra”, b. 272, fasc. 18514. Ingenti i danni all’Osteria “alla Berica” con la distruzione del “banco”, 23 sedie, 4 quadri, 3 stufe, 3 mastelle da 2 hl, 4 tini da 14 e 20 hl e 6 botti da 25 hl, armadi, credenza e cassettone e utensili e vasellame da cucina, 80 bottiglie di vino e 45 bottiglie e fiaschi vuoti; vengono inoltre saccheggiati 150 kg di mais e 50 kg di frumento, 1 impermeabile, 2 cuscini, 20 sedie e oggetti preziosi, 2 biciclette.

56 In B. Gramola, Memorie Partigiane, cit., pag. 92, 109; in I. Mantiero, Con la Brigata Loris, cit., pag. 198. La scarsa precisione e l’inattendibilità di gran parte delle testimonianze raccolte a troppa distanza di tempo dagli avvenimenti, e l’eccessiva affidabilità concessa ai “sentito dire”, porta Binotto a parlare di due sole abitazioni incendiate. Antonio Giudicotti parlala di due case bruciate e motiva erroneamente il fatto perché da esse sarebbero“partiti i colpi”; il mensile “Metro” scrive di “alcune case”, e Mantiero di un totale di“4 case bruciate”.

57 In U. De Grandis, Il “Caso Sergio”, cit., pag. 301.

58 In ACSSMP, Testimonianze ISTREVI a R. Vedovello, cit.; in ACSSMP, Testimonianza, incontro tra R. Vedovello e P. Gonzato.

59 In Z. Meneghin Maina, Tra cronaca e storia, cit. pag. 27; in ASVI, Danni di Guerra, b. 24, fasc. 1242; in Metro, rivista mensile, aprile 1985, pag. 9; in B. Gramola, Memorie Partigiane, cit., pag. 107, nota 11 e pag. 112. Altre conferme che quel reparto fosse di SS, oltre da “Zaira” Meneghin”, le abbiamo almeno da altri quattro testimoni: Margherita Navilli ved. Portinari, Rina Costa, Eugenio Fiorentin ed Ermes Zancan, che si sono dichiarati certi del riconoscimento perché ricordano le mostrine del bavero con lo stemma SS.

60 In U. De Grandis, Il “Caso Sergio”, cit., pag. 301.

61 In ACSSMP, b. 3, Agosto ’44: Elenco iscritti PFR di Dueville; in B. Gramola, Memorie Partigiane, cit., pag. 109. La provvidenziale caduta, il ferimento “di striscio”, e il corpo di un ucciso che avrebbe “miracolato” il Parise, è solo una delle tante bugie con cui è stata successivamente infarcita l’intera vicenda.

62 In P. Gonzato, Appunti sui fatti di Dueville, cit., pag. 10. Eugenio Fiorentin e Emilio “Bonomo”, nascosti in cantina, sono comunque visti dai tedeschi, che però non cercano di stanarli, ma lanciano all’interno del locale sotterraneo solo alcune bombe a mano. Emilio e Eugenio ne usciranno incolumi perché si sono riparati dietro alle grandi botti di vino.

63 In B. Gramola, Memorie Partigiane, cit., pag. 109; in P. Gonzato, Appunti sui fatti di Dueville, cit., pag. 10.

64 In B. Gramola, Memorie Partigiane, cit., pag. 107, nota 12. Binotto scrive che Guido Giacomin e Pasquale Ruffo sono tornato a Dueville dalla prigionia in Germania solo il giorno prima. Sbagliato, perché a parte il fatto che la deportazione in Germania non avrebbero certo permesso loro di rientrare in piena ritirata tedesca, Ruffo, Giacomin, e anche Giovanni Dari, il 26 sono a Vicenza. Infatti, catturati tempo prima dai tedeschi e destinati alla deportazione in Germania, sono reclusi alla Caserma “Sasso” di Vicenza, sede della Feld-Gendarmerie tedesca. Il 26 aprile, grazie alla confusione creata dalla ritirata nazi-fascista, riescono ad evadere e a raggiungere Dueville e la “Berica” il mattino del 27 aprile. Tutti e tre si aggregano poi al presidio partigiano di via Garibaldi, e tutti tre vengono uccisi dalle SS tedesche.

65 In B. Gramola, Memorie Partigiane, cit., pag. 111, nota 18. L’appartenenza al Corpo Volontari della Libertà della gran parte dei Caduti nei fatti di Dueville del 27 e 28 aprile ’45, posta in discussione da Francesco Binotto, oltre che essere dimostrata dalle testimonianze e dai documenti, trova risposta proprio nella domanda che si pone lo stesso Binotto: “…perché non tutti ?”. Che poi fossero patrioti (cioè fiancheggiatori e collaboratori della Resistenza) o partigiani (cioè combattenti già operativi), ha poca rilevanza, il titolo di “partigiano combattente” se lo sono comunque guadagnato “sul campo” con il loro sacrificio.

66 In ASVI, Danni di guerra, b. 175, fasc. 11787. Via Dante, è una strada parallela a via Garibaldi, che dal “campo sportivo” sbuca di fronte alla Chiesa in Piazza Monza; via Dante è raggiungibile dalla “Berica” percorrendo i primi 50 metri di via Orsole (ora viale Martiri della Libertà).

67 In ASVI, Danni di guerra, b. 186, 346, fasc. 13392, 24593. Il fabbricato è proprietà di Mazzaggio Annibale di Massimiliano.

68 In ASVI, Danni di guerra, b. 24, fasc. 1242.

69 In Z. Meneghin Maina, Tra cronaca e storia, cit. pag. 27.

70 In L. Carli Miotti, Giovanni Carli, cit., pag. 262-263. La casa di cui parla “Ermes” è la grande fattoria dei Martini “Petenela” (oggi in gran parte abbattuta per far posto alle Scuole Medie), o il prospiciente Villino Maccà (oggi Biblioteca), allora erano i primi due fabbricati del paese da via 28 Ottobre (ora via Rossi).

71 In B. Gramola, Memorie Partigiane, cit., pag. 111. Binotto afferma, ma sempre senza indicarne le fonti, che la fine della strage all’Osteria “alla Berica” e per le strade di Dueville ha luogo circa alle ore 16:00: una differenza di almeno un’ora e mezza della nostra ricostruzione.

72 In ASVI, Danni di guerra, b. 58, 148, 306, fasc. 3489, 9602, 20892.

73 In B. Gramola, Memorie Partigiane, cit., pag. 111. Binotto, ricco di particolari, ma non delle fonti da dove trae le notizie, racconta che “Pattuglie tedesche si erano piazzatenei due incroci alle uscite nord del paese con fusti di benzina, minacciando di bruciare tutto e terrorizzando la popolazione, obbligandola così a rimanere rinchiusa in casa”. E ancora, che i tedeschi vogliono “passare per le armi 10 abitanti rastrellati ogni tedesco uccisosecondo la famigerata legge del taglione”. Ricostruzioni che appartengono forse alla memoria orale duevillese, ma vox populi non è vox Dei: il presidio tedesco all’incrocio “Belvedere” viene certamente costituito, ma è una esagerazione la storia dei fusti di benzina e la relativa minaccia di bruciare tutto, non fosse altro per la scarsità della materia prima; un avamposto tedesco all’incrocio per Novoledo e Levà è viceversa da escludere, e questo per almeno due circostanze, la presenza in quel luogo di un “posto di blocco” partigiano (prima con la presenza dei Comandanti della “Monte Ortigara” e poi del Btg. garibaldino “Livio Campagnolo”), ma soprattutto perché tale incrocio è a quel tempo fuori dal centro abitato, in aperta campagna. Premesso che la legge del taglione (lex talionis) è un principio di diritto in uso presso le popolazioni antiche, e consistente nella possibilità riconosciuta a una persona che abbia ricevuto un'offesa di infliggere all'offensore una pena uguale all'offesa ricevuta, se anche i tedeschi avessero minacciato di applicare l’ordine di Hitler di 1 a 10, mancano i morti tedeschi che lo possono giustificare. Infatti, morti germanici accertati ci saranno solo più tardi, durante lo scontro del pomeriggio, e che termina con la liberazione di tutti gli ostaggi.

74 In ASVI, Fondo “Danni di guerra”, b. 40, 50, 104, 106, 110, 116, 122, 123, 131, 172, 173, 174, 175, 176, 179, 180, 186, 208, 219, 232, 238, 248, 249, 251, 296, 336, 346, 350, fasc. 2186, 2917, 2918, 6579, 6681, 6682, 7011, 7330, 7332, 7333, 7767, 7824, 7825, 7826, 8363, 11444, 11583, 11704, 11730, 11795, 11845, 12040, 12135, 12137, 12138, 12169, 13392, 14419, 15101, 15875, 16252, 16970, 17052, 17144, 20088, 23717, 24593, 25025.

75 In B. Gramola, Memorie Partigiane, cit., pag. 110.

76 In I. Mantiero, Con la Brigata Loris, cit., pag. 193 e 196; in F. Binotto e B. Gramola, L’ultimo viaggio dei Comandanti, cit., pag. 22. Gramola e Binotto, malgrado quanto scritto dallo stesso Mantiero che parla di aver ricevuto l’ordine di “trattare la resadei tedeschi di Novoledo”, asseriscono viceversa che Chilesotti ha sì dato, “alcune disposizioni operative scritte ed orali ad ItaloMantiero “Albio”, ma “(non sappiamo quali)”. (sic!) Tale ultima affermazione, oltretutto correlata di una nota che spiega esattamente quali disposizioni Chilesotti avesse dato ad “Albio”, sembra essere solo un escamotage per non contraddirsi con l’altra affermazione inesatta: “Italo Mantiero “Albio”, comandante della brigata “Loris”, operante in zona edin procinto d’entrare in Dueville per liberarla”. Ma Chilesotti aveva dato l’ordine alla “Loris” di liberare Novoledo?

77 In I. Mantiero, Con la Brigata Loris, cit., pag. 196; in B. Gramola, Memorie Partigiane, cit., pag. 90.

78 In I. Mantiero, Con la Brigata Loris, cit., pag. 196-197.

79 Ivi, pag. 197.

80 In ACSSMP, Intervista filmata al dott. Arrigo Martini in dvd, ottobre 2010; in ACSSMP, video in dvd, Resistere a Montecchio Precalcino, cit.; in ACSSMP, testimonianze del dott. Arrigo Martini, commissario politico del Btg.“Campagnolo”, di Gaetano Pianezzola “Sassari”, vice-comandante del Btg “Campagnolo”; di Domenico Brazzale“Rino”, Comandante del Btg “Dueville” della “Loris”, di Giuseppe Andrighetto “Lopes”, comandante di 2°Distaccamento del Btg. “Campagnolo”, raccolte negli anni da Palmiro Gonzato e Pierluigi Dossi.

81 In I. Mantiero, Con la Brigata Loris, cit., pag. 198, 183-187.

82 In Metro, rivista mensile, aprile 1985, pag. 9.

83 In ACSSMP, Intervista filmata al dott. Arrigo Martini in dvd, ottobre 2010; in ACSSMP, video in dvd, Resistere a Montecchio Precalcino, cit.; in ASVI, Danni di guerra, b. 296, fasc. 20018.In Via Morari (ora Via Pasubio), nella proprietà di Gio Batta Marola di Camillo, sono state realizzate dalla Todt duetrincee “paraschegge” e una piazzola protetta per l’antiaerea.

84 In ASVI, Danni di guerra, b. 59 e 268, fasc. 3502 e 18254. La Todt ha realizzato trincee e postazioni per armi automatiche anche nei terreni di Padovan Garibaldo di Pietro, in prossimità della sua casa in Via 4 Novembre, e all’incrocio di Contrà Belvedere, nella proprietà di Fiorentin Francesco di Pietro.

85 In ASVI, Danni di guerra, b. 59, fasc. 3502. Il fabbricato rurale annesso all'abitazione di Garibaldo Padovan di Pietro viene distrutto dai tedeschi con bombe incendiarie nel tentativo di stanare i partigiani; inoltre una bomba a mano è lanciata dai tedeschi nel salotto dell’abitazione.

86 In P.Gonzato e L. Sbabo, C’eravamo anche noi, cit., pag. 105; in P. Gonzato, Appunti sui fatti di Dueville del 27 aprile 1945, cit., pag. 4-5; in ACSSMP, video in dvd, Resistere a Montecchio Precalcino, cit. Gonzato, responsabile della squadra di Levà di Montecchio Precalcino, acquisito il controllo dell’incrocio di Contrà Belvedere, è avvisato da una donna che in casa ha un tedesco ferito. Giunto sul posto lo disarma e lo consegna a un ufficiale medico tedesco della Croce Rossa, arrivato in ambulanza e accompagnato da una persona con una fascia tricolore al braccio, probabilmente un membro del locale CLN. Il “brolo” dei Martini “Petenea” era tutto circondato da un muro alto circa tre metri che racchiudeva una vasta proprietà coltivata a prato e vigna; il “brolo” era quasi a forma di triangolo, i cui lati confinavano: a nord con i cimiteri civile e inglese; a est con Via 4 Novembre e i pochi fabbricati allora esistenti, tra cui l’abitazione del medico condotto, di fronte a Casa Padovan, l’asilo e le scuole elementari; a ovest con Via 28 Ottobre (ora Via Rossi) e a sud con la fattoria Martini.

87 In P. Gonzato e L. Sbabo, C’eravamo anche noi, cit., pag. 105; in P. Gonzato, Appunti sui fatti di Dueville del 27 aprile 1945, cit., pag. 5-6; in ACSSMP, video in dvd, Resistere a Montecchio Precalcino, cit..

88 Pronto soccorso logistico-militare” tedesco. Vedi Approfondimenti al Cap. IV.

89 In ASSMP, Intervista filmata e registrata in dvd di D. Retis e PL Dossi al dott. A. Martini, ottobre 2010, cit.; Testimonianza filmata e registrata in n.2 dvd di P Tagini e PL Dossi al dott. R. Vedovello, del 29.11.2007, cit.; Testimonianza/incontro registrato in 2 nastri da PL Dossi, tra il dott. R. Vedovello e P. Gonzato, del 16.12.2007, cit.; in P. Gonzato, Appunti sui fatti di Dueville del 27 aprile 1945, cit., pag. 7-9; nel video in dvd, Resistere a Montecchio Precalcino, cit.. Su chi ha ordinato l’attacco e la ritirata ai garibaldini del “Campagnolo”, cioè chi abbia comandato quell’azione, non abbiamo certezze. “Riccardo”, comandante della “Mameli”, conferma di essersi ritirato da Dueville con l’arrivo dei paracadutisti-SS in Piazza Monza, e di aver poi raggiunto le Bregonze, asserisce inoltre di non aver dato lui l’ordine di attaccare Dueville, anzi è sua convinzione che sia stata una decisione autonoma del Comando di Battaglione. “Ettore”, commissario del Btg. “Campagnolo”, conferma che “Riccardo” non è presente durante l’attacco partigiano a Dueville, mentre Gonzato, capo squadra di Levà, si dice viceversa certo della presenza di “Riccardo”, nonché di “Juna”, cioè di Luisa Urbani vice commissario della Brigata. A noi sembra più plausibile che a comandare il Btg. “Campagnolo” fosse il suo comandante, Vinicio Cortese “Nereo”, come è più realistico che “Riccardo” sia rientrato sulle Bregonze a svolgere le sue funzioni di comandante di una Brigata impegnata con propri reparti, non solo a Dueville, ma in tutta l’area pedemontana. Per quanto riguarda “Juna”, abbiamo conferme che quel giorno è in zona Caltrano, al comando di un reparto della “Mameli”.

90 In P. Gonzato – L. Sbabo, C’eravamo anche noi, cit., pag. 104-108.

91 In P. Gonzato, Appunti sui fatti di Dueville del 27 aprile 1945, cit., pag. 6; nel video in dvd, Resistere a Montecchio Precalcino, cit..

92 In Metro, rivista mensile, aprile 1985, pag. 9. Una testimonianza discutibile visto che Rina Costa è iscritta come il padre, la madre e la sorella al partito fascista repubblichino (in ACSSMP, b. 3, Elenco iscritti PFR di Dueville, Agosto ’44).

93 In Metro, rivista mensile, aprile 1985, pag. 9.

94 In B. Gramola, Memorie Partigiane, cit., pag. 112.

95 In Metro, rivista mensile, aprile 1984.

96 In B. Gramola, Memorie Partigiane, cit., pag. 112.

97 In B. Gramola, Memorie Partigiane, cit., pag. 112. Binotto, viceversa scrive che “i tedeschi ripresero la strada della ritirata, non prima d’aver intimato il coprifuoco”.

98 In B. Gramola, Memorie Partigiane, cit., pag. 110 e 114.

99 In ASVI, Danni di guerra, b. 73, 146, fasc. 4467, 9463. A Passo di Riva, in via Vegre, danni all’abitazione di Cadore Antonio di Antonio; due mucche ferite proprietà di Dal Maso Anna di Giovanni, ved. Todescato, cl. 1885.

100 Famiglie saccheggiate nel territorio di Dueville il 28 aprile ’45. Vedi Approfondimenti al Cap. IV.

101 Famiglie saccheggiate a Novoledo il 28 aprile ’45. Vedi Approfondimenti al Cap. IV.

102 In ASVI, Danni di guerra, b. 289, fasc. 19508; in I. Mantiero, Con la Brigata Loris, cit.., pag. 202.

103 In I. Mantiero, Con la Brigata Loris, cit., pag. 203-206; in B. Gramola, Memorie Partigiane, cit., pag. 96.

104 Famiglie saccheggiate a Montecchio Precalcino il 28 aprile ’45. Vedi Approfondimenti al Cap. IV.

105 In P. Gonzato – L. Sbabo, C’eravamo anche noi, cit., pag. 108-110; in dvd, Resistere a Montecchio Precalcino, cit. Il 28 aprile, nel territorio di Levà, la locale squadra del Btg. “Livio Campagnolo”, che già controlla la “Polveriera” in loc. Moraro, istituisce un posto di blocco presso la Stazione FFSS di Villaverla-Novoledo ed esegue vari arresti di tedeschi presso Villa Franzan e in altre abitazioni della frazione.

106 In I. Mantiero, Con la Brigata Loris, cit., pag. 209; in P. Gonzato – L. Sbabo, C’eravamo anche noi, cit., pag. 111-113; in dvd, Resistere a Montecchio Precalcino, cit.. Gli ostaggi sono: Brusamarello e Bortoli da Dueville, e Baccarin Francesco da Levà, e un quarto sconosciuto.

107 In APMP, Avvisi settimanali 1942-1955. Domenica IV^ di Pasqua (29-4-45). In questa domenica furono celebrate solo due S. Messe nella chiesa parrocchiale, alle 7 e alle 9 ½= a S. Rocco niente; e questo a causa della confusione che regnava in paese per la ritirata tedesca e dell’entrata dei partigiani. Anche lefunzioni del pomeriggio furono sospese. La giornata fu funestata dalla morte di un partigiano colpito da arma tedesca mentre da soloinseguiva quattro soldati per disarmarli. A sera la calma era stabilita. […] Domenica V^ di Pasqua (6.5.45). […] Buona usanza def.to Lonitti: £3050 < 1550 asilo – 1500 S. Vincenzo; …Gabrieletto Irma: £1946 < 946 asilo – 1000 S. Vincenzo. I genitori £500 all’asilo. I fratelli £200 S. Vincenzo. I cugini Campagnolo Santo e Girolamo £200 = S. Vincenzo. Si ringrazia.

108 In C. Maculan, n. 27, Anni cruenti, Quaderni Breganzesi n. 27, cit., pag. 58.

109 In ACSSMP, b. Testimonianze; in Metro, rivista mensile, dicembre 1984, cit., pag. 14-15. Varie testimonianze parlano ancora di gruppi di tedeschi e repubblichini in fuga: la testimonianza di Palmiro Gonzato e “Pino” Anzolin sul gruppo che proviene da Via S. Anna e passa per Levà; le testimonianze della fam. Buzzacchera sul gruppo che sale da via Astichello; la testimonianza di Remo Sanson, giovane partigiano della “Loris”, che ricorda la cattura di un gruppo di repubblichini al “piano caricatore” della Stazione di Dueville; Gabriele Maddalena “Sandro”, comandante del 4° Btg. della “Loris”, in una sua lettera, racconta della cattura, in collaborazione con un gruppo della “Mameli”, di sette tedeschi, che provenienti da Vicenza per via Orsole (oggi viale Vicenza), si stanno dirigendo verso il centro di Dueville; i tedeschi tentano la fuga lungo la ferrovia, ma vengono bloccati al passaggio a livello di via Roma-via Caprera, dal gruppo della “Mameli” che al comando di “Bepin Bonomo”, Giuseppe Guido, è lì di presidio.

110 In I. Mantiero, Con la brigata Loris, cit., pag. 206-208; in Metro, rivista mensile, dicembre 1984, cit., pag. 14-15. La ricostruzione dell’arrivo degli americani a Piazza Monza ha due versioni contrapposte: di Italo Mantiero “Albio” e Gabriele Maddalena “Sandro”. I prigionieri tedeschi consegnati agli americani sono sei, uno è ferito, e un settimo è morto in via Orsole; gli americani probabilmente li consegnano a loro volta al campo di concentramento istituito presso le fornaci di Passo di Riva, prima del ponte sul torrente Astico.

111 In M.G. Maino, Politica e Amministrazione nella Vicenza del dopoguerra, cit., pag. 181 e 190; in ASVI, Fondo CLNP, b. 15, 21, 25.

 

 

 

 

Approfondimenti al Cap. IV: persone, avvenimenti, luoghi, reparti, …

 

 

1. Bassan Giovanni Battista Ferdinando di Gio Batta e Dalle Mezze Maria, cl. 24, nato e residente a Levà di Montecchio Precalcino. Arruolato nell’agosto 1943 nel 92° Regg. Fanteria, Div. “Superga” a Borgo di Susa in Piemonte; “sbandato” in seguito agli avvenimenti sopravvenuti all'armistizio dell'8 Settembre '43. Chiamato alle armi dalla “Repubblica di Salò”, è infiltrato nella Polizia Ausiliaria Repubblicana di Vicenza nel febbraio 1944. Patriota a cui non manca certo l'iniziativa, riesce a far carriera e a diventare il sottufficiale di collegamento tra la PAR e il BdS-SD, i servizi di sicurezza tedeschi e la “Banda Carità”. E’ un preziosissimo informatore per la Resistenza, che collabora tra l’altro alla cattura e alla condanna dei componenti di una banda di fascisti denominata la “Banda Polga” e all’eliminazione, il 28 novembre 1944, dello stesso capitano Giovan Battista Polga, comandante della Sq. Politica della Questura repubblichina. Nel gennaio 1945, Bassan, sospettando di essere stato individuato, decide di disertare ed entrare in clandestinità. In aprile lo troviamo operativo nel Battaglione "Livio Campagnolo", della garibaldina "Mameli", con cui partecipa alle ultime azioni e all'insurrezione. Dopo la Liberazione è in servizio quale componente l'Ufficio Politico della Questura, con cui parteciperà tra l’altro alle indagini sulla morte di Livio Campagnolo e al recupero delle armi nascoste dai partigiani nell’oratorio di S. Michele Arcangelo in Via Vignole a Levà. Termina la sua carriera come Capo della Squadra Mobile di Belluno. (in ASVI, Ruoli Matricolari, Liste Leva, Libri Matricolari, Schede Personali; in PL Dossi, Albo d'Onore, pag. 305-306; in ACSSMP, b. 8 – Originali, Tessera PAR e Foto; in I. Mantiero, Con la Brigata Loris, cit., pag. 302; in P. Dossi, Albo d’Onore, cit., pag. 305-307; Documentario in dvd, Resistere a Montecchio Precalcino, cit.).

 

 

 

2. Bertinazzi Giuseppe, cl. 20, nato a Grumolo delle Abbadesse e residente a Dueville, agricoltore fittavolo, già soldato in Jugoslavia. Partigiano “Territoriale” della Brigata “Loris”; con lui in quello scontro c’e anche il fratello Guido, cl. 24, e altri che riescono a salvarsi.

 

 

 

3. Bozzo Ferdinando, cl. 1889, nato a Brendola e residente a Dueville, presso il casello ferroviario di via Caprera, n. 2. Il 27 aprile 1945, è assassinato da soldati tedeschi mentre è alla finestra della sua abitazione. Come nel caso di Rossato, anche Bozzo è probabilmente ucciso,“senza motivazione apparente, singolarmente e in luoghi fuori dal centro abitato”, da truppe in ritirata o, come nel suo caso, forse proprio dagli uomini del reparto che sostituisce le SS della strage, e che da sud, da Via Caprera, entrano a Dueville.

 

 

 

4. Bozzo Giuseppe di Ferdinando, cl. 24, n. Dueville, ex IMI in Germania (n.10560) presso lo Stammlager VII/B di Memmingen.

 

 

 

5. Brambilla Giuseppe, probabilmente lombardo, partigiano “territoriale” (dall’aprile 1944) della Brigata “Mameli”, Btg. “Livio Campagnolo, 1° Distaccamento, squadra di Caldogno. (in ACSSMP, b. Mameli-Loris, cnn - Elenco Partigiani e Patrioti “Mameli” e anzianità di servizio e in Comitato Veneto-Trentino, Brigate d’assalto Garemi, cit., pag. 161-173).

 

 

 

6. Cammarota Antonio “Nino”; napoletano, sergente disertore della X Mas, aiuta “Nino” Bressan, “Ermes” Farina, “Zaira” Meneghin e la staffetta friulana “Elsa, “a evadere dal carcere di Thiene la notte del 23-24 marzo ‘45; rimane poi nascosto a Novoledo e Dueville dove collabora con la Brigata “Loris”. La presenza in zona di Cammarota è testimoniata anche da “Albio” Mantiero: “prima di Pasqua [1 aprile ‘45] mi viene a prendere Momi, il marito di mamma Teresa, per un incontro con Ermes, Nino Cammarota, Nino Bressan e Giacomo Chilesotti”. Dell’aiuto avuto da Cammarota, interessante è quanto afferma “Ermes” Farina: “In carcere trovai poi un milite della X Mas che si offrì di farmi scappare con gli altri, non so se per convincimento o sentimenti di pietà”. (in Z. Meneghin Maina, Tra cronaca e storia, cit., pag. 23; in I.Mantiero, Con la brigata Loris, cit., pag. 243; in B.Gramola, A. Maistrello, La divisione partigiana Vicenza, cit., pag. 78-79; in E. Ceccato, Patrioti contro partigiani, cit., pag.220-221).

 

 

 

7. Cortese Vinicio “Nereo” di Bernardino e Battistella Anna, cl. 23, nato a Bassano e residente a Montecchio Precalcino; studente universitario di giurisprudenza; nipote di Benvenuto Cortese "Valmari", ultimo Sindaco di Montecchio Precalcino prima del regime fascista (1920-25). Consegue il Diploma di Maturità Classica nella sessione autunnale dell'anno scolastico 1942-43. Chiamato alle armi dalla “Repubblica di Salò”, Corsi AUC (Allievi Ufficiali di Complemento), non si presenta; “renitente”, entra in contatto con “Gino Cerchio” del CLN di Vicenza, che riesce a farlo arruolare come infiltrato nella Polizia Ausiliaria Repubblicana il 28 febbraio 1944, 1^ Compagnia (comandata dal patriota, capitano Leonardo Comparetto), 2° Plotone. Già dal 6 aprile risulta Allievo Ufficiale di Pubblica Sicurezza. Il 7 agosto 1944 è però licenziato per sospetto antifascismo, e destinato al Distretto Militare di Vicenza, dove viene arruolato nel 26° Comando Misto Provinciale, Compagnia Bersaglieri di Schio. Nel novembre 1944 partecipa alla riunione costitutiva della SAP di Levà di Montecchio Precalcino, e il 7 gennaio 1945 diserta, entra in clandestinità e diventa il Comandante “Nereo” del Btg. “Livio Campagnolo” – Brigata “Mameli” – Div. “Garemi”. Dopo la Liberazione rappresenta i partigiani nel CLN locale. In seguito, per ordine di Roberto Vedovello "Riccardo", è sostituito nel comando di Battaglione. (in ASVI, CLNP, b. 1, fasc. Informazioni Varie 3, Segnalazioni CLNP del 7.6.45 e 30.7.45; in b. 18, fasc. Schede Matricolari Polizia Repubblicana; in b. 20, fasc. Schede Matricolari Polizia Repubblicana, Zardo Franco; in ACMP,

Ruoli Militari, fasc. C; in ASVI, Ruoli Matricolari, Liste Leva, Libri Matricolari, Schede Personali; in PL Dossi, Albo d'Onore, pag. 235, 372).

 

 

 

8. Costa Augusto; come la moglie e le figlie è iscritto al partito fascista repubblichino di Dueville. (in ACSSMP, b. 3, Elenco iscritti PFR di Dueville, Agosto 1944).

 

 

 

9. Dal Santo Nicola di Giuseppe, cl. 03, nato a Caltrano e residente a Dueville, agricoltore. Partigiano “territoriale” della “Mameli” di Dueville. Dalle ore 7,00 del 28 aprile 1945, 300 soldati tedeschi si stabiliscono presso l’azienda agricola del padre, Giuseppe di Gio Batta, e vi rimangono sino alla sera alle ore 19,00. Nicola, viene catturato e legato con altre due persone nella stalla, dopo un tentativo di fuga, viene ucciso e la sua casa saccheggiata. Nicola Dal Santo potrebbe essere quel membro del CLN di Dueville di cui parla “Riccardo” Vedovello: “Ce n’era uno, fasciato di un tricolore, che pareva particolarmente agitato e felice. Mi sembra che fosse membro del CLN di Dueville (verrà fucilato il giorno successivo dai tedeschi)”. (in ASVI, Danni di guerra, b. 58, fasc. 3489; in Comitato Veneto-Trentino, Brigate d’assalto “Garemi”, cit., pag. 161-173; in U. De Grandis, Il “Caso Sergio”, cit., pag. 301).

 

 

 

10.Dari Giovanni di Giuseppe e Pasqua Ricciardelli, cl. 25, nato e residente a Castel Bolognese (Ra). Di questo 9° Caduto della “Strage di Dueville” del 27 aprile 1945, la nostra storiografia locale aveva perso totalmente memoria, ed è solo grazie alla segnalazione e collaborazione di Andrea Soglia, storico e compaesano di Giovanni Dari (www.castelbolognese.org – Storia di Castel Bolognese), che è stato finalmente possibile ricostruire la sua vicenda. Il 26 novembre 1943, con la chiamata alle armi della RSI, è costretto a presentarsi al Distretto Militare di Ravenna. Viene assegnato inizialmente all’ Ar.Co (Artiglieria Contraerea Territoriale dell'Aeronautica Nazionale Repubblicana) in Lombardia. Nel luglio del 1944 il suo reparto è ceduto alla Flak, la contraerea tedesca, e destinato in Germania (Operazione “Ursula”). Durante il trasferimento riesce a disertare e a raggiungere la zona Vicenza, dove entra in contatto con la Resistenza. Partigiano territoriale della Brigata “Loris” di Dueville, viene catturato nella primavera del 1945 dai tedeschi e imprigionato presso la Caserma “Sasso” di Vicenza, sede del Comando della Feld-Gendarmerie nazista, nonchè luogo di detenzione prima della deportazione in Germania. La madre, per ben due volte, riesce a far visita al figlio in carcere a Vicenza. Nei giorni della ritirata tedesca, assieme ad altri due partigiani di Dueville, Pasquale Ruffo e Guido Giacomin, riesce a evadere e al mattino del 27 aprile a raggiungere Dueville e l’Osteria “Alla Berica”, locale gestito dalla famiglia Giacomin. Tutti e tre i partigiani, Dari, Ruffo e Giacomin, dopo essersi aggregati al presidio partigiano di via Garibaldi, trovano tragica morte durante lo scontro con le SS tedesche: Giovanni viene ferito a morte nei pressi dell’Osteria “Alla Berica” e, ricoverato poi al suo interno, cessa di vivere alle ore 15:00. Con la morte di tutti i partigiani evasi con lui dalla Caserma “Sasso” e che conoscevano probabilmente la sua identità, “privo di qualsiasi documento atto alla identificazione”, e mancando altre persone a conoscenza delle sue generalità, il 28 aprile 1945 l’Ufficio di Stato Civile del Comune di Dueville comunica al Tribunale di Vicenza il ritrovamento di un cadavere non identificato, “morto in seguito ad azione di guerra”. L’11 settembre 1945, con sentenza n. 29/1945, il Tribunale di Vicenza autorizza la trascrizione dell’atto come “cadavere di persona non identificata”. Dopo la guerra, grazie alla caparbietà di sua madre e l’aiuto del loro parroco, la famiglia viene a sapere che a Dueville c’è il corpo di uno sconosciuto.

 

La madre Pasqua Ricciardelli, raggiunto il vicentino, con l’ausilio di una fotografia e la collaborazione del Comando della Brigata “Loris”, il 4 dicembre 1945 ottiene da Giuseppina Giacomin, Giuseppe Bozzo, Giuseppe Zocca ed Evangelista Savio, il riconoscimento in quel cadavere del figlio Giovanni Dari. Il 3 aprile 1946, previa sentenza n. 5/1945 della Procura del Regno di Vicenza, l’Ufficio di Stato Civile di Dueville modifica la precedente registrazione negli Atti di Morte, e il 4 maggio 1949, viene autorizzato il trasporto e la tumulazione della salma dal Cimitero Comunale di Dueville a quello di Castelbolognese. (in ACD, Registro degli Atti di Morte, Anno 1945, parte II, Sez. C, n. 13 – Cadavere di persona non identificata; in Registro degli Atti di Morte, Anno 1946, parte II, Sez. C, n. 4 – Dari Giovanni; in ACD, Permesso di Seppellimento n. 31 del 4 maggio 1949 – Permesso di trasporto e tumulazione di Dari Giovanni dal Cimitero Comunale di Dueville a quello di Castelbolognese; in ASFC, Foglio Matricolare di Dari Giovanni; in Centro Documentale Esercito Italiano di Bologna, Scheda personale di Dari Giovanni; in I. Mantiero, Con la Brigata Loris, cit., pag. 302 - Elenco partigiani Brigata “Loris”; in AA.VV., Gloria eterna ai Caduti per la Libertà della Provincia di Ravenna, Ed. ANPI, Ravenna 1951; Testimonianza di Domenico Dari, fratello di Giovanni, raccolta nel novembre 2014 da Andrea Soglia a Castelbolognese).

 

 

 

11.Frazzini Isaia, cl. 18, nato a Siena, sfollato a Dueville presso la famiglia Visonà, impiegato. Partigiano territoriale (dal maggio 1944) della Brigata “Mameli”, Btg “Livio Campagnolo, 2° Distaccamento. (in ACSSMP, b. Mameli-Loris, Elenco Partigiani e Patrioti “Mameli” e anzianità di servizio; in Comitato Veneto-Trentino, Brigate d’assalto Garemi, cit., pag. 161-173).

 

 

 

12.Gabrieletto Irma di Antonio e Campagnolo Caterina, cl. 26, nata e residente a Montecchio Precalcino. Il 29 aprile 1945, alle prime ore del mattino, presso il Mulino Cortese “Valmari” e la bottega dei Martini “Petenea”, i resistenti di Levà si ritrovano per raggiungere assieme il Municipio. Nell’attesa di partire, mentre si fanno gli ultimi controlli alle armi, per una tragica fatalità (come confermeranno le successive indagini dei Carabinieri e l’archiviazione decisa dalla Magistratura), al patriota Erminio Paulin parte un colpo di pistola che colpisce e ferisce a morte la ragazza. Anche in questo caso, spesso in paese si è parlato a sproposito della vicenda. (in PL Dossi, Albo d'Onore, cit., pag. 23; nel video in dvd, Resistere a Montecchio Precalcino, cit.).

 

 

 

13.Giacomin Ettore di Giovanni, cl. 1884, nato a Rovolon (Pd) e residente a Dueville; capo reparto al Lanificio Rossi di Dueville; la sua famiglia è proprietaria e gestore dell’Osteria “alla Berica”.

 

 

 

14.Giacomin Guido di Ettore, cl. 25, nato e residente a Dueville, studente e partigiano territoriale (dal dicembre 1944) della Brigata “Mameli”, Btg. “Livio Campagnolo”, 2° Distaccamento. Catturato dai tedeschi nella primavera del 1945 e in attesa di essere deportato in Germania è imprigionato alla Caserma “Sasso” di Vicenza, sede della Feld-Gendarmerie tedesca. Assieme ad altri due partigiani, Giovanni Dari e Pasquale Ruffo, sfruttando la confusione della ritirata tedesca, riesce a evadere e al mattino del 27 aprile a raggiungere Dueville e l’Osteria “Alla Berica”. Tutti e tre, dopo essersi aggregati al presidio partigiano di via Garibaldi, nello scontro con le SS vi trovano una tragica morte. (in ASVI, CLNP, b. 10, fasc. 8, Segnalazioni del CLNP all'Uff. Politico Questura del 15.5.45; in ASVI, Danni di guerra, b. 62, fasc. 3712; in E. Franzina, “La provincia più agitata”, cit., pag. 182; in ACSSMP, b. Mameli-Loris, Elenco partigiani e patrioti “Mameli” e anzianità di servizio; in Comitato Veneto-Trentino, Brigate d’assalto Garemi, cit., pag.161-173; in B. Gramola, Memorie Partigiane, cit., pag. 107, nota 12).

 

 

 

15.Giaretton Francesco, cl. 1900, nato a Bolzano Vicentino e residente a Dueville, macellaio. Partigiano territoriale” della “Mameli”, Btg. “Livio Campagnolo” di Dueville. Nel tardo pomeriggio, dopo il ripiegamento del suo Btg. dal centro di Dueville, è ucciso in Via Villanova, a ovest di Dueville, in aperta campagna, da tedeschi in ritirata e saccheggio. (in Comitato Veneto-Trentino, Brigate d’assalto “Garemi”, cit., pag. 161-173).

 

 

 

16.Gonzato Palmiro Domenico di Girolamo e Rigon Bellinda, cl. 26, nato e residente a Levà di Montecchio Precalcino. Lavora alla “polveriera” SAREB, ma il 14 giugno è licenziato perché chiamato, prima al lavoro obbligatorio in Germania, poi alla leva militare per la “Repubblica di Salò”: non si presenta e il 23 gennaio 1945 è dichiarato ufficialmente “renitente”. Partigiano combattente dal marzo 1944, è tra i primi organizzatori della lotta armata a Levà. 

 

Aderisce alla prima cellula resistenziale legata alla “Mazzini” che si stava costituendo a Preara di Montecchio Precalcino attorno alla figura del “garibaldino di Spagna” Francesco Campagnolo "Checonia"; poi, con il gruppo di Levà Alta, entra in contatto con il gruppo della “Mazzini” di “Walter” Saugo da Thiene, ma rotti i contatti a causa dei continui rastrellamenti, nel novembre 1944 confluisce con i suoi compagni nel Btg. “Livio Campagnolo” della Brigata "Mameli". Svolge un'intensa attività partigiana organizzando e partecipando a numerose azioni, ultime delle quali riguardano la cattura di 8 fascisti, 61 soldati tedeschi e la liberazione di quattro ostaggi; azioni che lo fanno proporre per la Medaglia di Bronzo al Valor Militare. 

 

Dopo la Liberazione entra nel servizio ausiliario (Polizia Partigiana) a fianco dei Carabinieri di Dueville sino al 31 maggio 1945. Arrestato nell'ottobre 1945 per attività legate alla Resistenza non ritenute lecite in un periodo di “restaurazione” e “caccia al partigiano”, Palmiro viene condannato a 2 anni e 5 mesi di carcere; è scarcerato nel marzo 1948 dopo aver scontato per intero la pena. Nei primi anni '50 tutti i “banditi”, con sentenza della Corte d'Appello di Venezia, vengono assolti e “riabilitati” (sic!). Dopo la scarcerazione, non trovando lavoro, emigra a Torino; frequenta per due anni (1948-50) la Scuola "Convitti della Rinascita", riservata a partigiani e reduci. Si diploma "disegnatore meccanico", diventa capotecnico e responsabile sindacale alle Carpenterie Ansaldo-Barbero di Torino.

 

E’ eletto consigliere nella Circoscrizione “Barriera di Milano” di Torino per due legislature. Già dirigente del P.C.I. negli anni del terrorismo, è per molti anni il responsabile dell'Ufficio Sicurezza e Vigilanza della Federazione di Torino, un organismo che deve garantire la sicurezza delle sedi di partito e sindacali, l'incolumità dei più autorevoli dirigenti nazionali ed esteri (Longo, Berlinguer, Natta, Occhetto, D’Alema, Veltroni, Fassino, lo spagnolo Carillo, il francese Marchais) in visita, e degli avvocati impegnati nei processi alle Brigate Rosse. Da pensionato, infaticabile nel suo impegno di salvaguardia della memoria della Resistenza, è dirigente dell'ANPI di Torino, e tra gli animatori e fondatori della Sezione Partigiani & Volontari della Libertà "Livio Campagnolo" di Montecchio Precalcino. Assieme all'amico Lino Sbabo e ad altri "resistenti" ha scritto e pubblicato "C'eravamo anche noi", un'importante libro di memorie sulla Resistenza a Montecchio Precalcino. In seguito pubblica “Una mattina ci hanno svegliati”, libro che racconta della vicenda che lo ha portato in carcere dopo la Liberazione, e infine una geniale pubblicazione a disegni, “Partigiani di pianura: i Territoriali”, dove parla ad immagini di alcuni episodi resistenziali avvenuti a Montecchio Precalcino e zonelimitrofe. (in ASVI, Ruoli Matricolari, Liste Leva, Libri Matricolari e Schede Personali; in PL Dossi, Albo d'Onore, cit., pag. 237-238).

 

 

 

17.Grazian Pietro (Rino) di Giovanni e Graziani Orsola, cl. 21, patriota della “Mameli” di Levà.

 

 

 

18.Guido “Bonomo” Emilio di Emilio e Sassaro Teresa, cl. 21, vice commissario del Btg. “Campagnolo” della “Mameli”.

 

 

 

19.Guido “Bonomo” Giuseppe di Emilio e Sassaro Teresa, cl. 25, partigiano della “Mameli” di Dueville.

 

 

 

20.Guido “Bonomo” Marino di Emilio e Sassaro Teresa, cl. 27, capo squadra della “Mameli” di Dueville.

 

 

 

21.Guido “Bonomo” Pietro di Emilio e Sassaro Teresa, cl. 14, comandante del 1° Distaccamento del Btg. “Campagnolo” della “Mameli”.

 

 

 

22.Lonitti Giuseppe “Marcon” di Bortolo e Marcon Caterina, cl. 20, nato e residente a Montecchio Precalcino (Via Bastia). Per non sguarnire eccessivamente il “Comando Piazza” in Municipio dei pochi uomini rimasti a presidio, il comandante militare della “Loris” di Montecchio, Giuseppe Lonitti, 25 anni, già dirigente dell’Azione Cattolica e con una notevole esperienza di guerra alle spalle, prende il suo fucile mitragliatore e molti caricatori e decide di raggiungere via Astichello da solo. Non è avventato e sa bene i rischi che corre, conta soprattutto sull’intervento in appoggio dei partigiani che presidiano l’accesso alla “Marosticana”. Giuseppe arriva nei pressi di Casa Buzzacchera prima dei tedeschi e ha tutto il tempo di scegliersi un’ottima posizione: leggermente rialzata rispetto la strada, riparato dal canale della roggia e con la possibilità eventualmente di ritirarsi sfruttando i vari fossati che si diramano. All’intimazione dell’”Alt!”, i tedeschi reagiscono immediatamente, ma sono costretti a tenere la testa bassa, inchiodati dal tiro preciso di Giuseppe; ogni tentativo tedesco di coglierlo di sorpresa è prontamente respinto.

 

Tutto sembra procedere secondo i piani di Giuseppe, ma a un certo punto il suo mitra s’inceppa e i tedeschi ne approfittano: Giuseppe è crivellato di colpi. Spesso in paese si è parlato a sproposito di questa vicenda, sta di fatto che l’ufficiale tedesco che comanda il gruppo, prima di cambiare strada e raggiungere gli argini dell’Astico, ha reso a Giuseppe Lonitti gli “Onori Militari” e ha riportato l’accaduto sul suo taccuino personale, oggi al Museo della Resistenza di Vicenza. 

 

Il 1° maggio 1945, al suo funerale, con una grande partecipazione di popolo, gli sono tributati gli “Onori Militari”. E’ insignito di tre Croci al Merito di Guerra e di Medaglia di Bronzo al Valor Militare alla Memoria: "Partigiano e sabotatore di grande ardimento, volontario per numerose azioni, dimostrava sempre magnifiche doti di equilibrio e coraggio. Solo affrontava una grossa pattuglia tedesca resistendo ad esaurimento delle munizioni.

 

Sebbene ferito gravemente, in un supremo sforzo, brandiva l'arma e si gettava contro il nemico soverchiante, trovando morte gloriosa" Montecchio Pr., 29 aprile 1945”. Un cippo ricorda il suo sacrificio sul luogo dove è caduto (un tempo campagna, ora piazzale di Via S. Segato - Zona Produttiva Astichello). E’ sepolto tra i “Caduti per la Patria” nel Cimitero di Montecchio Precalcino. (in ASVI, Ruoli Matricolari, Liste Leva, Libri Matricolari, Schede Personali; in ACMP-Ruoli Matricolari Leva, Libri Matricolari e Sussidi Militari; in PL Dossi, Albo d'Onore, cit., pag. 24, 120 e 253-254).

 

 

 

23.Malfatti Mario. Da una comunicazione scritta e datata 7 aprile 1945 di “Beppo-Silva” (Nicolussi), comandante della Brigata “Martiri di Granezza”, indirizzata a “Loris” (Chilesotti), si legge: “Da informazioni precise si sa che il maggiore Malfatti lavora esclusivamente per la SD italiana. Si sa che si trova non abitualmente in Dueville”. (in IVSREC, b. 43, Biglietto di Silva a Loris; in M.G. Maino (a cura di), Politica e amministrazione nella Vicenza del dopoguerra, cit., pag. 33, 130, 140, 182-183, 185; in E. Ceccato, Patrioti contro Partigiani, cit., pag. 212; in B. Gramola, Le donne e la Resistenza, cit., pag. 186).

 

 

 

24.Mantiero Italo “Albio” di Luigi e Filippi Giustina, cl. 17, nato a Novoledo di Villaverla; Medaglia di Bronzo al Valor Militare; cattolico-democratico; ha frequentato il ginnasio presso il Seminario di Thiene, il Liceo Scientifico “Pigafetta” a Vicenza, e si è laureato in Lettere e Filosofia a Padova nel 1941. Dopo il corso ufficiali a Spoleto, nell’aprile 1942 viene destinato in Jugoslavia; l’8 settembre si trova in Slovenia, ma con varie peripezie riesce a raggiungere Novoledo. Dopo le prime riunioni organizzative, ai primi di giugno del 1944 partecipa al convegno organizzato presso il Collegio Vescovile di Thiene, dove viene costituita ufficialmente la Brigata “Mazzini”. Col nome di battaglia di “Albio” è incaricato di organizzare un gruppo partigiano in zona Villaverla. Dopo una serie di sabotaggi compiuti contro la linea ferroviaria Vicenza-Schio e linee telefoniche e telegrafiche, riceve l’ordine di raggiungere gli accampamenti di montagna. Parte la sera del 5 settembre, con 22 compagni, e raggiunge la mattina seguente Bocchetta Granezza; riesce a sfuggire al rastrellamento e rientra a Novoledo. La notte del 18-19 ottobre 1944, a Val di Sotto, la “Mazzini” si riorganizza in Gruppo Brigate, costituito su due brigate e un battaglione autonomo: la Brigata “Martiri di Granezza”, la Brigata “Loris” e il Battaglione Autonomo “Berici”; “Albio” assume il comando della Brigata “Loris”. Assieme a Guido Revoloni, organizza la distruzione del ponte di ferro della ferrovia Vicenza-Schio (15 ottobre) e in seguito, il vicino cavalcavia di Povolaro (9 novembre); seguono poi una lunga serie di sabotaggi sino a giungere alla distruzione dei ponti sul Timonchio (25/26 aprile 1945). Dopo alla Liberazione si dedica tre anni all’insegnamento e nel 1949 entra come impiegato nella Banca Cattolica del Veneto. Dopo essere stato vicesegretario provinciale dell’ANPI unitario, nel 1948 collabora alla costituzione dell’AVL regionale e provinciale. La sua attività è volta soprattutto all’assistenza degli ex partigiani e delle famiglie dei Caduti. Presidente dell’AVL di Vicenza dal 1963 al 1967, muore nel 1987 dopo aver dedicato la mattinata all’organizzazione della cerimonia di Granezza. (in ACSSMP, b. Mameli-Loris, Biografia di Italo Mantiero della figlia Antonia; in I. Mantiero, Con la Brigata Loris, cit.).

 

 

 

25.Marillo Guido, nato a Castelnovo (VR). Partigiano territoriale della Brigata “Mameli”, Btg. “Livio Campagnolo” di Caldogno. Per una strana assonanza del nome e del cognome, Guido Marillo è stato spesso confuso con uno dei fratelli Guido “Bonomo”, Marino, anche lui morto per cause belliche nel 1945 (scoppio di una bomba a farfalla che stava tentando di disinnescare). (in Comitato Veneto-Trentino, Brigate d’assalto Garemi, cit. pag. 161-173).

 

 

 

26.Martini Arrigo Umberto “Ettore” di Giovanni “Petenea” e Rigoni Rosina, cl. 23, nato e residente a Levà di Montecchio Precalcino. Consegue il Diploma di Maturità Classica nella sessione estiva dell'anno scolastico 1942-43. Chiamato alle armi dalla “Repubblica di Salò”, Corsi AUC (Allievi Ufficiali di Complemento): non si presenta ed è dichiarato “renitente”. In contatto con “Gino” Cerchio del CLN di Vicenza, entra in clandestinità. Partigiano dal maggio 1944, dal novembre 1944 è nominato commissario politico del Btg. “Livio Campagnolo” della Brigata “Mameli”. Dopo la guerra si laurea in Medicina, terminando la sua carriera presso

l’Ospedale Civile di Thiene. (in PL. Dossi, Albo d'Onore, cit., pag. 236).

 

 

 

27.Micailov Dimitri “Dimitrio”, nato in Urss (Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche). Partigiano territoriale della Brigata “Mameli”, Btg. “Livio Campagnolo” di Caldogno. (in Comitato Veneto-Trentino, Brigate d’assalto Garemi, cit. pag. 161-173).

 

 

 

28.Militti Gaetano, cl. 18, nato e residente a Dueville, partigiano territoriale (dal febbraio 1945) della Brigata “Mameli”, Btg. “Livio Campagnolo”, 2° Distaccamento, capo nucleo. Operaio e guardia ferroviaria, è ricordato come “il più bello del paese”. (in ACSSMP, b. Mameli-Loris, Ufficio Stralcio “Mameli”: Distinta Comandanti “Mameli” ed Elenco Partigiani e Patrioti “Mameli” con anzianità di servizio; in B. Gramola, Memorie Partigiane, cit., pag. 109).

 

 

 

29.Navilli Margherita ved. Portinari di Domenico, cl. 1897, nata a Berra (Ferrara), residente a Ferrara, sfollata con la famiglia (4 dei 6 figli), prima a Vicenza, poi a Dueville presso Casa Padovan, insegnante elementare. Il marito Luciano è morto a Dueville nel febbraio 1945, due suoi figli sono internati in Germania e Folco gli viene ucciso dalle SS: un destino tragico per una famiglia fascista che con l’avanzata Alleata era fuggita da Ferrara al nord, prima a Vicenza e dopo il bombardamento del Natale ’43 a Dueville, dove nell’agosto del ’44 il padre Luciano, la madre Margherita e la figlia Luciana risultano iscritti al partito fascista repubblichino (PFR), e probabilmente anche gli altri tre figli minorenni appartenevano alla gioventù repubblichina. (in ASVI, Danni di Guerra, b. 24, fasc. 1242; in ACSSMP, b. 3, Elenco iscritti PFR di Dueville, Agosto ’44).

 

 

 

30.Palsano Giovanni, cl. 1892, nato a Vicenza e residente a Dueville, agricoltore fittavolo. Secondo notizie avute dalla famiglia, sarebbe stato adottato in gioventù dalla fam. Dalla Riva.

 

 

 

31.Parma Aldo di Diodato e Battistella Teresa, cl. 05, nato a Sandrigo e residente a Dueville (Via 4 Novembre); iscritto al partito fascista repubblichino (PFR), “reggente del fascio repubblicano” di Dueville e comandante della locale Squadra d'Azione della Brigata Nera, con cui partecipa al rastrellamento del Grappa del settembre ’44. Nell'ottobre 1944 sostituisce il prof. Enrico Moneta nella carica di commissario prefettizio, carica che conserva fino alla Liberazione. (in ASVI, CAS, b. 11, fasc. 728; in ASVI, CAS, b. 18, fasc. 1113; in ASVI, CLNP, b. 15, fasc. 2 – Pratiche Politiche, Elenco detenuti Caserma Sasso nel giugno ’45; in fasc. Elenchi persone rilasciate dall’Ufficio Politico, Procura del Regno: Elenco persone discriminate, 14.8.45; in ASVI, Danni di guerra, b. 131, fasc. 8416; in ACSSMP, b. 3, Elenco iscritti PFR di Dueville, Agosto ’44; in B. Gramola – R. Fontana, Il processo del Grappa, cit., pag. 110).

 

 

 

32.Pasciutti Giuseppe di Francesco, cl. 20, nato a Lacedonia (Avellino), sfollato a Dueville presso la famiglia Padovan, studente. Partigiano territoriale” (dal luglio 1944) della Brigata “Mameli”, Btg “Livio Campagnolo”, 2° Distaccamento. (in ASVI, Danni di guerra, b. 296, fasc. 20088; in ACSSMP, b. Mameli-Loris, Elenco Partigiani e Patrioti “Mameli” e anzianità di servizio; in Comitato Veneto-Trentino, Brigate d’assalto Garemi, cit., pag. 161-173).

 

 

 

33.Pigato Giuseppe di Tommaso e Sanson Luigia, cl. 27, staffetta della Brigata “Loris” di Montecchio Precalcino.

 

 

 

34.Portinari Folco di Luciano e Margherita Navilli, cl. 28, nato a Migliorino (Ferrara), residente a Ferrara, sfollato con la famiglia prima a Vicenza, poi a Dueville presso Casa Padovan, studente. Vedi anche la madre, Navilli Margherita. (in ASVI, Danni di Guerra, b. 24, fasc. 1242).

 

 

 

35.Rizzato Francesco di Giovanni e Dal Maso Anna, cl. 23, nato e residente a Zanè. Partigiano (dal luglio 1944) del Btg. “Urbani” della “Mameli”. Il 27 aprile è in missione a Caldogno, si aggrega al Btg. “Campagnolo” e partecipa all’attacco a Dueville. (in ACSSMP, b. Mameli-Loris, Ufficio Stralcio “Mameli”: Elenco Partigiani e Patrioti “Mameli” e anzianità di servizio; in Comitato Veneto-Trentino, Brigate d’assalto Garemi, cit., pag. 161-173; in ACSSMP, b. Mameli-Loris, dichiarazione Comandante Btg. “Urbani”).

 

 

 

36.Rossato Bortolo, cl. 1884, residente a Dueville, Via Garibaldi, n. 60; ucciso nell’orto di casa da tedeschi in ritirata; quanto affermato in B. Gramola, Memorie Partigiane, cit., pag. 111, e cioè che è ucciso dagli stessi tedeschi che rastrellano il centro di Dueville, non trova nessuna conferma attendibile. Se se si analizza la stessa testimonianza richiamata, si evince che se il ferito è stato portato in centro dal dott. Dal Cengio e poi all’Ospedale di Montecchio Precalcino, difficilmente questo sarebbe stato possibile durante, ma prima o più probabilmente dopo l’azione delle SS tedesche su Dueville. Inoltre, i tedeschi che da Via Garibaldi penetrano verso Dueville, arrivano in camion e scendono, entrano nelle abitazioni, fanno ostaggi e incendiano le case dai n. civici 17 e 16, cioè a 500 metri da Piazza Monza, il Rossato abitava al n. civico 60, quindi in zona “Marosticana”, a circa due chilometri dal centro di Dueville.

 

 

 

37.Ruffo Pasquale, cl. 20, nato a Napoli e residente a Dueville, studente e partigiano territoriale della Brigata “Loris” di Dueville. Catturato dai tedeschi, è imprigionato presso la Caserma “Sasso” di Vicenza, sede del Comando della Feld-Gendarmerie, luogo di detenzione prima della deportazione in Germania. Assieme ad altri due partigiani, Giovanni Dari e Guido Giacomin, riesce a evadere e il mattino del 27 aprile a raggiunge Dueville e l’Osteria “Alla Berica”. Tutti e tre, dopo essersi aggregati al presidio partigiano di via Garibaldi, nello scontro con le SS vi trovano tragica morte. (in I. Mantiero, Con la Brigata Loris, cit., pag. 304 – Elenco partigiani Brigata “Loris”).

 

 

 

38.Sbabo Lino, di Domenico e Pretto Teresa, cl. 26, nato e residente a Levà di Montecchio Precalcino. Diplomato alla Scuola d'Arte e Mestieri, lavora alla SAREB sino al 14 giugno '44, quando è licenziato per la chiamata al lavoro coatto in Germania e in seguito alla leva militare obbligatoria per la “Repubblica di Salò”. Partigiano dal marzo 1944, prima nella “Mazzini”, poi nella “Mameli”, Btg. “L. Campagnolo, Divisione “Garemi”. Dopo la Liberazione confluisce nel Btg. “Martiri della Libertà”, Div. “Garemi”, svolgendo a Thiene compiti di ordine pubblico. E' decorato con Croce al Merito di Guerra. Nel dopoguerra, successivamente ad una saltuaria occupazione da meccanico, entra nelle Ferrovie dello Stato come operaio fucinatore; diplomatosi in ragioneria, termina la sua carriera come Segretario Superiore delle FFSS. Oggi, pensionato, vive a Verona e si dedica alla pittura, sua latente passione fin da giovane, con ottimi risultati e successi.

Sue opere si trovano in varie collezioni private in Italia e all'estero. Assieme all'amico Palmiro Gonzato ha inoltre pubblicato il già citato "C'eravamo anche noi". (in ASVI, Ruoli Matricolari, Liste Leva, Libri Matricolari e Scheda Personale; in ACMP, Militari, b. 94, cnn; in PL Dossi, Albo d'Onore, cit., pag. 241-242).

 

 

 

39.Spinella Fortunato di Luigi e Margherita Dall’Igna, cl. 17, Medaglia di Bronzo al Valor Militare. (in ASVI, Danni di guerra, b. 202, fasc. 13911, 13895, cnn; in I. Mantiero, Con la Brigata Loris, pag. 190-191; in B. Gramola, Memorie Partigiane, cit., pag. 88; in G. Pendin, Villaverla. La Resistenza 40 anni dopo, cit., pag. 71-75).

 

 

 

40.Stefani Luciano di Gio Batta, è iscritto al partito fascista repubblichino e componente la locale Squadra d'Azione della Brigata Nera di Dueville, con cui partecipa al rastrellamento del Grappa del settembre 1944. (in ACSSMP, b. 3, Elenco iscritti PFR di Dueville, Agosto 1944).

 

 

 

41.Tagliaferro Ferruccio di Francesco e Lunardoni o Lunardi Clotilde, cl. 1890, nato a Caldogno e residente a Dueville; iscritto al partito fascista repubblichino (PFR) di Dueville. Dopo la Liberazione viene arrestato e imprigionato alla Caserma Sasso, divenuta sede della Polizia Partigiana; nell’estate viene scarcerato grazie a varie amnistie approvate a favore dei fascisti. (in ASVI, CLNP, b. 15, fasc. 2 – Pratiche Politiche, Elenco detenuti Caserma Sasso nel giugno ’45; in fasc. Elenco persone rilasciate dall’Uff. Politico, Elenco detenuti usciti Caserma Sasso nel maggio ’45, in ACSSMP, b. 3, Elenco iscritti PFR di Dueville, Agosto ’44).

 

 

 

42.Vedovello Roberto “Riccardo” di Luigi e Tironi Iside, cl. 24, nato a Marano Vicentino; studente di Medicina a Modena; di idee “azioniste” (Partito d’Azione). Comandante della Brigata "Goffredo Mameli" della 1^ Divisione Garibaldina d'Assalto “Ateo Garemi”. Muore nel 2014. Il padre, di origini veronesi, è il direttore della Lanerossi di Marano Vicentino, nel dopo-guerra lo diventerà di tutta l’Azienda; la madre è di origini bergamasche. Frequenta il Ginnasio presso il Collegio Vescovile di Thiene (dove entra in amicizia con Francesco Urbani “Pat”, Francesco Zaltron “Silva” e Alberto Sartori “Carlo”), e il Liceo Scientifico a Bergamo. Nel 1942, è destinato alla Regia Aeronautica, come Aviere addetto ai “servizi”, ma è posto in congedo illimitato provvisorio, perché studente in medicina.

L’8 settembre 1943 si trova a Bergamo, dove collabora con il prof. Giovanni Zelasco, futuro rappresentante militare delle formazioni partigiane in seno al CLN bergamasco. Nell’ottobre del 1943 è costretto a rientrare in famiglia a Marano ma, preso di mira dalle autorità fasciste del paese, decide di entrare in clandestinità riparando sull’Altopiano di Asiago, a Malga dei Coronetto, assieme a Francesco Urbani “Pat”, uno dei futuri comandanti della “7 Comuni”, il fratello Antonio Urbani “Gatto”, Giuseppe Dal Ferro e i due fratelli Dal Zotto, figli del proprietario della malga. 

 

A Dicembre 1943, prende i primi contatti con il CLN tramite l’ing. Giovanni Carli e don Angelo Dal Zotto, ma a gennaio 1944 è costretto a scendere in pianura, nascondendosi a Marano con Francesco Urbani. In febbraio torna a Bergamo, ma catturato come “renitente”, è inviato a Casale Monferrato. Posto di fronte alla scelta di arruolarsi volontario come allievo ufficiale pilota dell’aeronautica con corso in Germania o consegnato per i lavori coatti ai tedeschi, sceglie la seconda. Caricato su un vagone bestiame, si ritrova a Bologna, dove è impiegato nelle opere di fortificazione e telecomunicazione per la Todt. Nel marzo 1944 riesce a tornare a Marano Vicentino, dove conosce Mario Prendin “Lama”, ed entra a far parte della Brigata garibaldina “Pasubiana”. Di fatto diventa il luogotenente, la guardia del corpo di Alberto Sartori “Carlo”, commissario politico della Brigata, che in quel periodo è impegnato a consolidare e sviluppare i contatti tra le varie formazioni; a maggio-giugno sono unificati i gruppi già organizzati di Zanè, Grumolo e Fara, il futuro Btg. “Francesco Urbani”.[112]

 

Nell’agosto 1944 , “Carlo” Sartori e “Riccardo” Vedovello, sono incaricati di trovare un luogo sicuro e di proteggere il Comando della Divisione “Garemi”, e la loro radio clandestina. Tale sistemazione è trovata a Breganze, a casa delle famiglie Valerio, Pigato e Barbiero. Ai primi di settembre scorta a Granezza il Comando “Garemi” a un incontro con “Freccia”, capo della Missione Alleata “Ruina/Fluvius”, e in seguito anche con i responsabili delle formazioni “Mazzini” e “7 Comuni”: sono i giorni che precedono il grande rastrellamento. Riescono a sganciarsi in tempo e a portare in salvo il Comando “Garemi” e la Missione Alleata presso le basi del Btg. “Pretto” (futura Brigata “Pino” della Divisione “Garemi”). Dall’ottobre-novembre 1944 è costituita la Brigata “Mameli” e “Riccardo” ne assume il comando. Dopo la guerra, nel 1946, Roberto Vedovello è candidato nella lista della Sinistra unita “Sole nascente” per le Elezioni Amministrative di Marano Vicentino; nel 1949 torna a Bergamo e si laurea in Medicina e Chirurgia all'Università di Modena; si specializza in Pediatria e termina la sua carriera come Primario di Pediatria presso l’Ospedale Civile di Cavalese (TN). (in ASVI, CAS, b. 14, fasc. 875; in ASVI, Danni di guerra, b. 257, fasc. 17554; in ACSSMP, Fondo F. Urbani; in b. Mameli-Loris, Cronistorico di Roberto Vedovello e Cronistorico Brigata “Mameli”; in Testimonianze, incontro registrato Vedovello-Gonzato; in ISTREVI, intervista filmata e registrata Roberto Vedovello; in I. Mantiero, Con la brigata Loris, cit., pag. 74; in A. Urbani, Anni Ribelli, cit., pag. 26-27, 73-79; in Aramin (Orfeo Vangelista), Rapporto Garemi, cit., pag. 30-62; in AA.VV.In risposta al rapporto Garemi, cit., pag. 28-34; in P. Gios, Il comandante “Cervo”, cit. pag. 80, 91; in F. Binotto e B. Gramola, L’ultimo viaggio dei Comandanti, cit., pag. 101).

 

“Riccardo”: partigiano delle montagne. Il giudizio che ha espresso nei confronti dei partigiani “territoriali” Roberto Vedovello, se non si conosce l’uomo, si possono portare a conclusioni errate. “Riccardo” ha da sempre avuto famigliarità con la montagna, e quando è il momento, è in montagna che si rifugia. Le sue prime esperienze resistenziali sono in montagna, dove la Resistenza si vive in gruppo, dove si combatte, si rischia, si soffre e si gioisce, si mangia e si dorme tutti assieme, gomito a gomito, ventiquattro ore su ventiquattro. “Riccardo” è indubbiamente legato al territorio dove opera come partigiano (l’Altopiano, la Valle dell’Astico, la Pedemontana e le Bregonze), un legame profondo che lo porta ad identificare i ribelli con le montagne e le colline, in opposizione ai luoghi ostili e pericolosi che sono in pianura, i paesi e le città occupate come la sua Marano, Vicenza, Thiene e Bergamo. La montagna e la collina sembrano simboleggiare per “Riccardo” la distanza assoluta del mondo partigiano da quello cittadino e di pianura, l’idea di ribellione da quella di asservimento. 

 

Dall’autunno 1944, “Riccardo” è posto al comando della Brigata “Mameli”, che è una brigata inizialmente costituita da gruppi partigiani distribuiti sulla Pedemontana e sulle Bregonze, a cui si aggiungono in seguito altri gruppi SAP (Squadre d’Azione Patriottica), di pianura o “territoriali”, che hanno un’operatività e una vita clandestina molto diversa dai primi. “Riccardo” non considera i combattenti di pianura dei partigiani di “serie B”, visto che considera ad esempio i fratelli Guido di Dueville, “tra i miei migliori uomini”, semplicemente è più legato ai suoi “guerriglieri” di montagna. Indubbiamente, il fatto di essere al comando di una Brigata “mista”, non ha mai entusiasmato molto “Riccardo”, che comunque per le sue funzioni è spesso in pianura, ma per poi risalire al più presto “in alto”. Inoltre, col passare degli anni, questo concetto di diversità tra la pianura e la montagna, e di riflesso tra partigiani di pianura e di montagna, in “Riccardo” non poteva che radicalizzarsi. Nei Piccoli maestri, Gigi Meneghello, spiega il significato di questa opposizione tra montagna e pianura, è come fosse un’opposizione tra pubblico e privato, dove il pubblico è il bene collettivo, e si associa all’idea di Resistenza, mentre il privato è sopravvivenza individuale che diventa una passiva connivenza con i nemici.

 

Quando i Piccoli maestri decidono di salire sui monti, Meneghello scrive: “Non c’era niente di pubblico in Italia; niente di ciò che normalmente si considera la cultura di un paese. Restavano bensì, (oltre ai nuovi istituti di parte neofascista, sentiti come corpi estranei, morbo, minaccia) gli istituti privati, le famiglie rintanate nelle loro case, i nascondigli domestici, il lavoro delle donne; e poi ancora le chiese, i preti, i poeti, i libri, chi voleva poteva ritirarsi in questi bozzoli privati e starsene lì ad aspettare. Questo non era per noi e non ci venne mai in mente. L’unica cosa su cui potevamo orientarci, in mezzo al paese crollato, era quella che faceva di noi un gruppo, il legame con l’opposizione culturale e intellettuale. […] Ci sentivamo soltanto neofiti e catecumeni, ma ci pareva che ora toccasse proprio a noi prendere questi misteri e portarceli via dalle città contaminate, dalle pianure dove viaggiavano colonne tedesche, dai paesi dove ricomparivano, in nero, i funzionari del caos. Portarci via i misteri, andare sulle montagne”. 

 

Per il partigiano di montagna il suo territorio è strategico per la guerriglia, è una posizione indispensabile per condurre la lotta. In generale la posizione rialzata permette di controllare gli spostamenti del nemico, di anticipare o di sfuggire a un attacco, di avere il tempo per organizzarsi strategicamente; la posizione geografica è vitale, determina un vantaggio sostanziale contro un esercito più numeroso e più forte. Meneghello scrive: “Si entrava nella zona alta, dove comandavamo noi”; e ancora: “La pianura apparteneva a loro, almeno di giorno e lungo le strade; qua in cima, a un tiro di fionda, il piccolo reame delle colline apparteneva a noi […] Noi potevamo andar giù a nostro rischio, e infatti ci andavamo; loro potevano venir su a rastrellare un po’, e infatti qualche volta vennero”. 

 

Gigi Meneghello, dopo i grandi rastrellamenti, cambia però idea: “Io ero sceso dall’Altipiano per cercare notizie degli altri; prendevo per sottointeso che poi saremmo tornati su, che il nostro posto era sui monti alti. Quando fui giù cambiai idea. Lassù era troppo facile; bisognava fare la guerra in mezzo al paese reale, non in Tebaide”. “Riccardo”, viceversa, continua a vivere e lottare “in alto”, anche dopo, così come per tutta la sua vita: a Cavalese in Val di Fiemme, sui Lagorai e il suo baito sotto le Cime del Diavolo, sulle colline toscane, come prima sull’Altopiano dei 7 Comuni e sulle Bregonze, ma mai più in pianura. (in L. Meneghello, I piccoli maestri, cit., pag. 39-40, 123, 175, 179).

 

 

 

43.Visonà Alberto, cl. 23, nato e residente a Valdagno, studente di giurisprudenza, in contatto già prima del 1943 con Antonio Giuriolo in quanto militante del Partito d’Azione clandestino. Nell’aprile 1943 è arrestato con altri giovani di Valdagno, ma è liberato il 27 luglio alla caduta del regime fascista. Partecipa alla lotta partigiana nella Brigata di Giustizia e Libertà “Rosselli”, nelle valli del Chiampo e dell’Agno. A Dueville è in missione, ospite dello zio, direttore del locale Lanificio Rossi, e quel 27 aprile interviene in appoggio dei fratelli Guido “Bonomo” di presidio in Via Garibaldi. (in I. Mantiero, Con la Brigata Loris, cit., pag. 304; in B. Gramola, Memorie Partigiane, cit., pag. 108-109, nota13; in B. Gramola (a cura), La formazione del Partito d’Azione vicentino. La brigata “Rosselli”, cit.; in R. Camurri, Antonio Giuriolo e il “partito della democrazia, cit.; in A. Trentin, Antonio Giuriolo, cit., pag. 81, 104, 115, nota 30; in G. Giulianati, a cura di L. Carollo, Fra Thiene e le colline di Fara, cit., pag. 59).

 

 

 

44.Zanotello Ottorino di Francesco; maestro elementare e maggiore dell’esercito repubblichino, è addetto alla Censura Militare presso il Distretto di Vicenza. Iscritto al partito fascista repubblichino (PFR) è sfollato da Vicenza a Dueville. Poco prima della Liberazione ha percepito stipendi anticipati pari a sette mensilità (70.000 lire), quale premio di "mimetizzazione", cioè per entrare in clandestinità con l’arrivo degli Alleati: quei soldi provengono dalla rapina alla Banca d'Italia, compiuta a Vicenza dalla Brigata Nera. Nonostante la sua fedeltà all’alleato germanico, a Dueville quel 27 aprile subisce saccheggio da parte tedesca. (in ASVI, CLNP, b. 10, fasc. 5, Segnalazioni del CLNP alla Comm. Epurazioni del 17.8.45; in b. 14, fasc. 6 – Epurazioni, CLNP a Comm. Epurazione, 14.6.45; in ASVI, Danni di Guerra, b. 40, fasc. 2186).

 

 

 

45.Villa Tretti, in via Stivanelle n. 2-4 a Montecchio Precalcino, proprietà di Tretti Alberto di Arturo e Munari Lucia, cl. 18, nato e residente a Montecchio Precalcino, patriota; quando i tedeschi se ne vanno, saccheggiano e danneggiano la Villa. (in ASVI, Danni di guerra, b. 152, 155, fasc. 9917, 10208, cnn).

 

 

 

46.Forno Zanuso, in viale Vittorio Emanuele III (ora don M. Chilese) a Montecchio Precalcino, proprietà di Maria Carli di Pio ved. Zanuso. I tedeschi hanno con loro oltre 30 q di farina e altri 3 q.li sequestrano al forno, obbligano il fornaio a collaborare alla produzione del pane e quando se ne vanno portano con sé tutto ciò che rimane; fatto simile avviene anche presso il Forno di Giovanni De Marzi di Eugenio, in Via Marconi n. 6 a Pievebelvicino, dal 27 al 29. (in ASVI, Danni di guerra, b. 180, 326, fasc. 12127, 22846; In L. Valente, Dieci giorni di guerra. Cit., pag. 55-60).

 

 

 

47.Alloggi sequestrati. Alcuni esempi: a Dueville in Via Molino (fam. Dal Santo), un reparto di 300 uomini, dalle ore 7:00 alle 19:00 del 27 aprile; in Via Caprera (fam. Bruni-Farina), un reparto di 150-200 uomini, dal pomeriggio del 27 alla mattina del 28 aprile; (fam. Ceolato), 70 tedeschi si accampano e consumano 50 l di vino, 10 kg di pancetta, 2 q. di fieno per i loro cavalli, e 1 q di legna per cucinare; a Montecchio Precalcino, Villino Forni Cerato (fam. Tracanzan-Grendene), un reparto di 100 uomini, dal pomeriggio del 28 sino alla mattina del 29 aprile. (in ASVI, Danni di guerra, b. 58, 148, 224, fasc. 3489, 9602, 15356).

 

 

 

48.Il 26 aprile 1945, primi saccheggi a Dueville e Novoledo, soprattutto biciclette: a Dueville, a danno di Lunardi Giacomo di Bortolo, via Carlesse n. 6, e di Rigo Agnese di Alessandro, Piazza Monza; il saccheggio in via Roma nell’abitazione e nel panificio di Antonio Peruzzo di Carlo; a Novoledo, a danno di Dal Zotto Lucia di Luigi e di Pierin Luigi di Giovanni; in via Roare, presso l’azienda agricola di De Pretto Antonio e f.lli di Gio Batta, vengono asportate sette biciclette, due cavalle, una carrozza, una carretta a due ruote e un carrettino. (in ASVI, Danni di guerra, b. 200, 240, 295, 296, 309, 347, fasc. 13800, 16423, 19984, 20016, 20046, 21187, 24670).

 

 

 

49.Famiglie saccheggiate a Novoledo il 27 aprile 1945: in via Chiesa: Giaretta Enrico di Ferdinando e Campagnolo Maria; Lazzaro Maria di Fabiano; Filippi Antonio e gli sfollati Fanton Virginio di Giuseppe e Di Meglio Alfredo di Silvano; a Marenda Giuseppe di Giovanni rubato un carro agricolo; in via Cimitero n. 3, Ciscato Romolo di Emilio. (in ASVI, Danni di guerra, b. 119, 127, 135, 153, 200, fasc. 7546, 8103, 8656, 10045, 13779).

 

 

 

50.Famiglie saccheggiate a Montecchio Precalcino il 27 aprile 1945: in via Palugara: Campagnolo Giuseppe di Gio Batta; in via Venezia: Giorio Orsola di Francesco e Saccardo Angela, ved. Dall’Amico, cl. 1895; in via Marconi (già Contrà Giudea): Doppieri Francesco di Giovanni e Retis Margherita, cl.05; Campagnolo Giuseppe di Valentino e Carlesso Angela, cl. 07, n. civ. 1; in viale Vittorio Emanuele III (ora don M. Chilese): Buzzacchera Biagio di Biagio e Giaretta Caterina, cl. 1881, mentre è in corso il mitragliamento e l’attacco partigiano contro la colonna dei paracadutisti tedeschi e mentre tutta la famiglia è rifugiata in cantina; Garzaro Igino di Domenico.(in ASVI, Danni di Guerra, b. 119, 128, 180, 231, 232, 246, 348, fasc. 7556, 8152, 12176,15791, 16288, 16896, 24784, cnn).

 

 

 

51.Famiglie saccheggiate nel territorio del Comune di Dueville il 27 aprile 1945 (escluso il centro del capoluogo): in via Porto: Palazzo Porto-Casarotto, di Casarotto Rino di Alessandro; in Contrà Campagna (ora via Da Porto): Dalla Vecchia Ferdinando di Gaetano; in via Villanova: Brazzale Francesco di Gio Batta; Zeribetto Rosa di Antonio in Sanson; Parise Giuseppina di Francesco ved. Guerra; in via Carlesse: az. agricola di Lalloni Guido di Valentino, n. civ. 22; in via S. Anna: Panozzo Francesco di Luigi, n. civ. 40; in via Morari (ora Via Pasubio): Faccin Cesare di Francesco; Battistella Attilio di Francesco, n. civ. 25, Campagnolo Gio Batta di Matteo; a Vivaro, in loc. Vaccheria, tedeschi in ritirata danno alle fiamme la fornace per la costruzione di laterizi, gestita dai fratelli Antonio, Ferruccio e Mosè Tagliaferro di Francesco, noti fascisti repubblichini; a Vivaro: Bettanin Giovanni di Giuseppe, sfollato da Vicenza; Aver Giacomo di Giulio e Sorgato Amalia, gestore e proprietario di un’Osteria; a Vivaro-via Milana: al n.civ. 4, di Marcante Pietro di Amedeo; a Passo di Riva: Marchiori Ettore di Vittorio; Bressan Vittorio di Antonio;

 

a Povolaro-via Marosticana: Conforto Silvio di Marco, furto di due biciclette; Villa Pedrina, del prof. Francesco Pedrina di Riccardo; a Povolaro-via S. Vito: Polato Rosimbo di Girolamo; Casabianca Giuseppe di Antonio, n. civ. 5. (in ASVI, Danni di guerra, b. 50, 61, 116, 133, 136, 153, 154, 174, 175, 181, 182, 185, 186, 261, 264, 267, 338, fasc. 2911, 3702,7329, 7331, 8494,8730, 10007, 10070, 10074, 11712, 12253, 12281, 12284, 13347, 13443, 17788, 18007, 18211, 23895).

 

 

 

52.Famiglie saccheggiate nel territorio di Dueville il 28 aprile 1945: in via Cartiera: al n. 14, Farina Andrea di Gio Batta; in via Caprera: Pietrobelli Eugenio di Luigi e Strullato Rosa, macellaio; al n. 5, Bruni Vittoria di Egidio, ved. Farina; in via Villanova: al n. 6, Nardello Carlo di Angelo; Strazzer Primo di Gio Maria; in via Molino: Dal Santo Giuseppe di Gio Batta, cui uccidono il figlio Nicola; n. 27; Fabris Antonio di Antonio e Campagnaro Santa, n. 39; Lanaro Girolamo di Francesco, n. 28; Fioravanzo Maria di Antonio, n. 26; Forestan Virginio di Giovanni, n. 25; Farina Aurelio di Antonio; Farina Antonio di Luigi; Brazzale Antonio di Francesco; Brazzale Pietro di Francesco; De Lai Francesco di Giovanni da Vicenza, sfollato presso Viotto Guido, di fronte alla Latteria Sociale; Valente Francesco di Giovanni; De Boni Benedetto di Antonio; Motterle Giuseppe, Giovanni e Francesco di Francesco; Moraro Luigi di Eugenio; Tagliapietra Giuseppe di Giovanni; in via Roma: al n. 3, Borghin Giuseppe di Luigi, abitazione e bottega artigiana; al n. 15, negozio alimentari di Fabris Luigi di Luigi e l’abitazione di Bressan Angelo di Gaetano, macellaio (fascista repubblichino, ha partecipato anche al Rastrellamento del Grappa); al n. 19, Bassan Domenico di Pietro; Fanchin Italo "Marenda" (fascista repubblichino); in via Garibaldi: Parise Natale di Valentino; Fiorentin Arcangelo di Pietro; in Piazza Monza: al n. 6, Savio Evangelista di Giuseppe e Sbalchiero Maria, n. a Malo, cl. 1894; dott. Pietro Galuppo; al n. 14, bar-caffè di Giorietto Angelo di Pietro, 2° saccheggio; in via 28 Ottobre (ora via Rossi): al n. 24, Battistello Francesco di Giovanni; in viale della Stazione: al n. 6, Trattoria e Albergo di Gasparotto Napoleone di Quirico; in via Dante,: al n. 15, Cason Cesare di Agostino, calderaio; in via Marconi (ora via Rinaldo Arnaldi): al n. 55, Valente Maria di Giuseppe e Forestan Orsola ved. Cappellari; in via 4 Novembre: al n.4, Pozzan Lucia ved. De Antoni Antonio; a Bedin Maria di Antonio ved. Bertollo; Gasparini dott. Luigi; al n. 110, De Antoni Gioacchino di Sante; in via Corvo: al n. 3, Stella Vittorio di Sante; in via Morari (ora via Pasubio): al n. 16, Martini Lorenzo di Bortolo; Cappellari Menotti di Silvestro; Cavedon Giovanni di Francesco; al n. 23, Valente Rodolfo di Luigi; in via S. Anna: al n. 22, Panozzo Giuseppe di Giuseppe; in via Astichelli: Guerra Angelo di Andrea; Tessari Gioacchino e Giuseppe di Giovanni; in via Orsole (ora viale Martiri della Libertà e viale Vicenza): al n. 4, Bagarella Giovanni di Girolamo; in via Marosticana: al n. 55, Rigoni Leonardo di Pietro; al n. 11, Brugnaro Venturina di Pasquale ved. Dando (Gio Batta); in via Borgo Zucco (ora via Bellini): Silvestri Cecilia di Daniele ved. Dalla Riva; in via Sacchette (ora via Prati): Moretto Giovanni di Girolamo; in via Molinetto: al n. 7, Sanson Eugenio di Giuseppe; in Piazza Redentore: Muraro Carlo di Eugenio; Frigo Francesco, tessitore; Secco Pietro, contadino; in via Vegre: al n. 18, Marchiori Gio Batta di Francesco; in via Cadorna: al n. 11, case statali, Luigia Bozzo in Battistella, sfollata , insegnante elementare; a Passo di Riva: Menin Antonio di Giuseppe; Magazzino idraulico di Notarangelo Giuseppe di Matteo; Perdoncin Pietro di Domenico; Giacometti Caterina Angela di Luigi; in loc. Pilastroni, in via Marosticana – via Chiupese: al n. 8, Dal Ferro Antonio di Egidio; in loc. Pilastroni, in via Marosticana – Stradon del Porto (ora via Pilastroni): al n. 8, Benetti Francesco di Gio Batta; Vendramin Agostino di Antonio; in via Marosticana - via Cresole: al n. 2, Giacomello Antonio di Luigi; in via Due Ponti di Vivaro (fittavoli del conte Da Schio): Munaretto Emilio e Ottaviano di Luigi; Matteazzi Francesco di Francesco, Munaretto Antonio di Giacomo; in via Chiesa di Vivaro: Grigenti Luigi di Massimiliano e Dal Molin Cecilia di Giobbe, cl. 1869; Meneghello Ermenegildo, Domenico e Lino di Antonio; al n. 6, Meneghello Domenico di Antonio; in loc. Vaccheria di Vivaro: Antonio, Ferruccio e Mosè Tagliaferro di Francesco (fascisti repubblichini); in via Milana di Vivaro: al n. 4, Marcante Pietro di Amedeo, fittavolo di Perazzolo avv. Francesco Agostino. (in ASVI, Danni di guerra, b. 39, 46, 50, 58, 59, 62, 77, 88, 96, 110, 111, 118, 119, 123, 136, 137, 148, 153, 154, 169, 174, 175, 176, 180, 196, 214, 215, 216, 231, 238, 243, 247, 264, 269, 273, 298, 304, 305, 307, 360, fasc. 2099, 2101, 2617, 2672, 2915, 2916, 2917, 2922, 3471, 3489, 3503, 3525, 3732, 4824, 5471, 6039, 7007, 7010, 7012, 7013, 7014, 7034, 7475, 7476, 7544, 7545, 8801, 8849, 9601, 9602, 10009, 10010, 10013, 10066, 10067, 10069, 10072, 11664, 11704, 11707, 11708, 11767, 11795, 11845, 12169, 12195, 13379, 14781, 14865, 14888, 15853, 16234, 16603, 16619, 16926, 18007, 18341, 18559, 20227, 20774, 20832, 21017, 25977).

 

 

 

53.Famiglie saccheggiate a Novoledo il 28 aprile 1945: in via Chiesa, Giaretta Enrico di Ferdinando e Campagnolo Maria; Ferracin Andrea di Giuseppe, sfollato da Vicenza; in via Cimitero, al n. 23, Bressan Cirillo di Benedetto; in Via Bosco, Zambon Francesco di Francesco e Alberton Marcella. (in ASVI, Danni di guerra, b. 188, 289, 310, 353, fasc. 12701, 19508, 21283, 25311, cnn).

 

 

 

54.Famiglie saccheggiate a Montecchio Precalcino il 28 aprile 1945: in via Roma: al n. 7, Carlesso Domenico di Antonio e Malgarin Caterina, cl. 1884; al n. 8, Pauletto Margherita di Giovanni ved. Garzaro (Rocco); in via Scamozzi, (già via Stramorta): Benincà Guido di Ernesto; in via Marconi (già Contrà Giudea): al n. 5, Brazzale Maria di Riccardo e Marangoni Caterina, Ved. Dall’Osto, cl. 18; al n. 5, Caretta Orsola di Giovanni e Poianella Orsola, in Garzaro; al n. 5, Pauletto Antonio di Antonio; al n. 8, a Giorio Rosa di Francesco e Lubian Serafino di Giuseppe; in via Capo di Sotto: al n. 3, Pigato Giuseppe di Angelo; in via Venezia: presso l’annesso rustico, ora Tagliapietra, di Villa Forni Cerato, Ronzani Antonio di Gregorio; presso l’annesso rustico di Villa Nievo Bucchia (ora Moro-Gnata), Marchiorato Pietro di Gio Batta; al n. 3, Binotto Gio Batta di Giovanni; al n. 4 (Villino Forni Cerato), a Tracanzan Teresa di Mansueto ved. Grendene; al n. 6, Zanin Gio Batta di Luigi e Rizzato Maddalena, cl. 06; al n. 10, Storti Bortolo di Enrico; al n. 12, Bonato Francesco di Antonio e Costa Erminia; in via Bentivoglio: Giaretta Bernardo di Savino e Todeschini Vittoria, cl. 1890; Gabrieletto Caterina di Antonio ved. Peruzzo; al n. 3, Boscato Olivo di Gaetano; in via Astichello: al n. 5, Duso Francesco di Giuseppe e Storti Giulia, cl. 1897; al n. 15 (Palazzon), Cerbaro Giuseppe di Antonio; Laggioni Bortolo di Fortunato; Osteria “Belvedere (incrocio con via Guado) di Pauletto Giuseppe di Sante e Zorzetto Amalia, cl. 1888; in via Palazzina: al n.5, Velgi Miro di n.n., cl. 1885, n. a Legnago, sp. Farina Stella, papà del Partigiano Emilio; in Piazza Vittorio Veneto: al n. 2, Maccà Francesco di Francesco; in via Stivanelle: al n. 7, dott. Altieri Everardo di Giovanni, sfollato in casa Tretti Alberto; Tretti Alberto di Arturo; Ferracin Maria Anna di Giovanni Giuseppe e Cattelan Maria, cl. 02; Duso Domenico Michele di Giuseppe, mezzadro di Tretti Arturo; in via S. Pietro: Laggioni Angelo di Fortunato; al n. 9, Garzaro Giuseppe di Giovanni; in via Murazzo: Campagnolo Antonio di Andrea; al n. 9, Gnata Bortolo di Paolo; Balasso Erminia di Bernardo ved. Parise; Marchiori Giacomo di Francesco; in via S. Rocco: al n. 1, a Zanotto Girolamo di Giovanni e Testoline Lena, cl. 14; al n. 5, a Borin Giovanni di Marco e Gasparini Lucia, cl. 1883, n. a Fara; Campese “Campeseti” Giovanni di Antonio, officina biciclette; Zuccato Rinaldo di Ferdinando; in via Palugara: Boschiero Gilberto di Stefano; in via Lovara: Gigli Bonaventura; in via Preara: al n. 22, Stella Benedetto di Valentino, Osteria e Alimentari; Caretta Giovanni di Cerbaro Maddalena, cl. 08, sp. Marchiorato Elisa; Mazzon Domenico di Isidoro e Cerbaro Maddalena; Dall’Osto Isidoro di Antonio; Maragno Antonio di Giovanni; in via Maglio: al n. 12, Campese Francesco di Giuseppe; al n. 37, Campese Luigi di Antonio; Marchiorato Maria di Giuseppe ved. Fabrello; Benincà Vittorio di Antonio; in via Prà Castello (Levà): al n. 3, Dal Zotto Giuseppe di Sebastiano e Gonzato Maria, cl. 1890; in via Vegre (Levà): Grazian Francesco, Giovanni, Gaetano ed Antonio di Bortolo. (in G. De Vicari, 1914-2014 Centenario della Latteria Sociale, Appendice 1 - Diario di Biagio Buzzacchera, pag. 80; ASVI, Danni di guerra, b. 50, 53, 55, 60, 93, 102, 110, 112, 122, 123, 139, 148, 152, 155, 174, 175, 178, 179, 180, 181, 224, 231, 241, 297, 334, 344, 348, 349, 351, 353, 359, 369, fasc. 2620, 2908, 3270, 3628, 5837, 6425, 7009, 7107, 7108, 7109, 7787, 7811, 8971, 9610, 9612, 9613, 9917, 9921, 10208, 11694, 11745, 11749, 11786, 11791, 11998, 12039, 12052, 12061, 12103, 12118, 12120, 12156, 12160, 12183, 12200, 12234, 15356, 15834, 16491, 20142, 20145, 23541, 24366, 24805, 24842, 24846, 24850, 25069, 25071, 25269, 25849, 27908).

 

 

 

55.La Todt o OT: di questa organizzazione sono state date due definizioni molto efficaci: - è stata il più grande cantiere edile dell'Europa in guerra; - costituiva il primo girone del sistema concentrazionale tedesco. La prima definizione suggerisce la dimensione su scala continentale dell'organizzazione, perché ovunque fossero gli eserciti del Reich, dalla Francia alla Russia, la c'era anche la Todt che provvedeva alla costruzione delle fortificazioni, alla riparazione dei ponti distrutti, al ripristino della viabilità stradale ferroviaria e aeroportuale, ovvero provvedeva a tutto quanto era indispensabile ad alimentare la macchina da guerra tedesca. La seconda definizione rimanda invece ai metodi utilizzati da questa organizzazione, perché la Todt era parte integrante del sistema oppressivo della Germania nazista e rappresentava il primo livello del sistema di sfruttamento delle popolazioni occupate. L'Organizzazione Todt fu creata verso la fine degli anni '30 per volontà dell'ingegner Fritz Todt, quando, con il profilarsi della crisi europea, l'esercito tedesco sentì la necessità di dotarsi di una linea fortificata ai confini con la Francia, da contrapporre alla linea Maginot. Todt e la sua agenzia del lavoro si occuparono della realizzazione della Linea Sigfrido a tempo di record. Nel febbraio del 1942 il gerarca nazista uscì di scena morendo in un incidente aereo. Con la morte di Todt l'Organizzazione passa nelle mani di Albert Speer che, nominato contemporaneamente ministro per la produzione bellica, divenne uno degli uomini più potenti del Terzo Reich e anche una delle figure più compromesse con il sistema di sfruttamento. Gli italiani appresero che questa organizzazione era arrivata nella penisola alla fine di agosto 1943. A pochi giorni dall'armistizio italiano, i tedeschi avevano già messo in moto i piani di occupazione della penisola. Evidentemente anche la Todt rientrava nei disegni dell'esercito tedesco, perché essa doveva entrare in azione immediatamente dopo la presa di possesso del territorio italiano. Da questa data e fino alla conclusione della guerra i compiti assolti dalla OT in Italia non saranno diversi da quelli svolti negli altri territori dell'Europa occupata: mantenere in efficienza tutte le infrastrutture viarie indispensabili, da una parte per l'approvvigionamento dell'esercito al fronte e, in senso inverso, per consentire il trasporto verso la Germania di tutto quanto fosse asportabile (attrezzature industriali, beni di prima necessità, prodotti agricoli, realizzare i rifugi corazzati per le telecomunicazioni e lo stato maggiore, infine, attuare il programma difensivo).

(in P. Savegnago, L’ombra della Todt sulla provincia di Vicenza,. cit; in P. Savegnago, Le organizzazioni Todt e Pöll, Vol. I e II, cit.).

 

 

 

56.Pronto Soccorso logistico-militare germanico. Nella nostra zona era sito in un’area che va da Palazzo Porto-Casarotto a Villa Da Porto-Perazzolo, da loc. Trescalini a loc. Vaccheria. Il Palazzo Porto-Casarotto, proprietà di Casarotto Pietro di Rinaldo, è occupato e i terreni utilizzati per una grande segheria di legnami, magazzini e depositi della Todt. La Villa Da Porto Perazzolo, proprietà dell’avv. Francesco Agostino Perazzolo, è occupata da truppe tedesche dal 17 settembre 1943 al 27 aprile ’45. La Villa è adibita a Comando di presidio della Flak, la contraerea tedesca (Dienststelle L 29165, Lg Pa. Muenchen 2 – Der Standort Gruppenäelteste Vivaro oppure StO-Gruppenältester Vivaro) che svolge anche il ruolo di Comando Piazza Dueville).

 

La Villa ha funzionato anche come convalescenziario e come Comando del “Pronto soccorso” della Todt, gestito da personale austriaco, e dove è “allestito un Centro di Raccolta per centinaia di lavoratori, con cucine, mense e camerate con letti a castello, sorvegliato da militari tedeschi e guardie civili italiane armate […] Dovevamo ripristinare strade, linee ferroviarie, sgomberare macerie dopo le incursioni aeree, ecc.”. “Vicino al nostro campo vi era poi acquartierato un gruppo di collaborazionisti cecoslovacchi che erano tenuti senza armi perché considerati dai tedeschi poco affidabili, infatti, spesso qualcuno disertava e pure loro venivano utilizzati nei lavori”. 

 

Nel parco di Villa Da Porto, sostano in permanenza automezzi in dotazione e in riparazione, sono installate baracche in legno adibite a officine. In loc. Trescalini, a sud delle due ville, la Todt (Fpn 50011) ha realizzato postazioni contraeree per la Flak (Fpn L/53759, Lg Pa. Munchen II – Der Standortgruppenaeteste Dueville); in loc. Vaccheria è costruita una pista di decentramento aerei, larga 16 m, che si raccorda con la “Marosticana”; vengono costruite strade militari, trincee, buncher e riservette per le munizioni in cemento armato; la fornace per laterizi, gestita dei fratelli Antonio, Ferruccio e Mosè Tagliaferro di Francesco, noti repubblichini locali, è requisita dai tedeschi ad uso magazzino, tra cui ricambi d’aereo, per la Luftwaffe e Flak, dal 14 giugno 1943 all’aprile 1945. 

 

Tutta la base ha copertura contraerea e nebbiogena. Il "Pronto Soccorso logistico-militare germanico" di Villa Da Porto-Perazzolo, con le sue officine di riparazione per motori di autocarri e l’autoparco, è segnalato agli Alleati nel febbraio 1945, tramite la Missione “MRS”, che trasmette il seguente marconigramma: “nr.633-nr 27 …Alt Due Ville lat 45° 37' 03'' long. 0° 54' 33'' autoparco oltre cento automezzi et officina riparazioni alt. 140012; sempre in febbraio 1945 sono segnalati i depositi della Todt: “nr.635-nr37 At 1,800 km da Dueville lat 45°37’ 16’’ long 0°53’ 44’’ W grande deposito materiali TODT dico TODT alt 141012”; già nel novembre 1944 era stato segnalato che in loc. Vaccheria, presso la Fornace, sono immagazzinati 400 motori Junker, “nr.15-nr.27 …013525”. Tra le guardie armate civili, come soprattutto tra i lavoratori, ci sono molti partigiani infiltrati. Uno di questi, il partigiano della “Mameli” Bortolo Fina di Lorenzo, da Levà di Montecchio Precalcino, si è specializzato nel sottrarre documenti intestati e nel falsificare con una abilità sorprendente i timbri tedeschi, per poi fornirli al Comando “Mameli”, a tutta la “Garemi” e al CLN Provinciale. (in ASVI, Danni di guerra, b. 50, 132, 153, 176, 213, 217, 228, 250, 306, 307, fasc. 2911, 8430, 10011, 11842, 14722, 14986, 15612, 15621, 17113, 17114, 20892, 20997, con mappe; in E. Rocco, Missione “MRS”, cit., pag. 115 e 201; in P. Gonzato e L. Sbabo, C'eravamo anche noi, cit., pag. 64-65; in PL Dossi, Albo d'Onore, cit., pag. 295 e 308; in G. Tonini, La mia terra. Autobiografia Parte 2^ - La giovinezza, Ed Gr. Leoni, Breganze 2013, pag. 16).

 

 

 

57.Divisione partigiana “Monte Ortigara”. Viene costituita il 22 febbraio 1945, a Povolaro di Dueville, presso la canonica di don Luigi Pascoli, unificando il Gruppo Brigate “7 Comuni”, il Gruppo Brigate “Mazzini” e la Brigata “Giovane Italia”. (in G. Vescovi, Resistenza nell’Alto Vicentino, cit., pag. 148-153; E. Ceccato, Freccia, una missione impossibile, cit., pag. 55- 61; E. Ceccato, Patrioti contro partigiani, cit., pag. 95-97; G. Chilesotti jr., La Brigata Mazzini, cit., pag. 88-90).

 

 

 

58. La Brigata “Loris”, viene costituita nell’ottobre-novembre 1944 con la riorganizzazione della Brigata “Mazzini” in Gruppo Brigate, organizzato su due brigate: la “Martiri di Granezza”, reparto prettamente partigiano, che opera essenzialmente nella pedemontana, da Caltrano a Breganze; la “Loris”, reparto “territoriale” di pianura, organizzata in 4 battaglioni, che nella primavera ’45 raggiunge un organico di un centinaio di unità, tra partigiani e patrioti. Comando della Brigata “Loris”: comandante Italo Mantiero “Albio”; commissario Angelo Fracasso “Angelo”, che alla morte di “Nettuno-Loris” sarà nominato Comandante della Divisione “M. Ortigara”; vice-comandante Attilio Andreetto “Sergio”; comandanti di battaglione, Domenico Brazzale “Rino” (1° Btg – Zona Dueville-Vivaro), Giuseppe Lonitti e Antonio Sabin, (2° Btg – Zona Montecchio Precalcino-Preara), … (3° Btg – Zona Povolaro-Passo di Riva), Gabriele Maddalena “Sandro” (4° Btg – Zona Novoledo-Caldogno). L’elenco completo dei componenti la Brigata in I. Mantiero, Con la brigata “Loris”, cit., pag. 302-304.

 

 

 

59.La Brigata "Mameli" viene costituita nell’ottobre-novembre 1944 unificando il Battaglione "Francesco Urbani”, già appartenente alla Brigata "Pasubiana", e altri piccoli gruppi sparsi nella zona pedemontana. A questo primo nucleo si aggiungono vari gruppi SAP (Squadre d’Azione Patriottica) o “territoriali”, in gran parte già organizzati da Gino Cerchio e unificati nel Btg “Livio Campagnolo” e nel Btg “Antonio Marchioretto”. La Brigata "Mameli" è anche conosciuta come la "Brigata sparsa", proprio per la sua capillare presenza in un territorio assai vasto che andava dalla fascia pedemontana e collinare sotto l'Altopiano dei 7 Comuni, da Mason a Cogollo del Cengio, fino all'aperta pianura, da Thiene a Dueville, comprendendo Zanè, Marano, Villaverla, Montecchio Precalcino e Caldogno, con i torrenti Timonchio, Igna e Astico a fare da filo conduttore e unificante. Questa formazione, fin dall'inizio si dimostrò particolarmente vivace negli atti di sabotaggio. Una particolare e importante attività svolse l'ufficio stampa: infatti, nel gennaio 1945, usciva anche il primo numero del giornale "Fratelli d'Italia", curato da “Juna” Luisa Urbani. Il Comando della Brigata "Mameli" nella primavera 1945 risulta così costituito: comandante Vedovello Roberto “Riccardo”; commissario politico Mario Prendin "Lama"; vice comandante Marcello Sperotto “Mario”; vice commissario e capo servizio stampa Luisa Urbani "Juna"; capo di Stato Maggiore Vincenzo Lumina "Villa"; intendente Giovanni Carollo “Vasco”; ispettore Bortolo Busato “Gatto Moro”; capo servizi sanità Teodoro Marini “Feo”; capo servizi collegamento Aldo Saugo “Bill”; capo servizi informazioni Antonio Simonato “Rustico”; capo servizi logistici Ferrante Ghirardello. Il bunker del Comando si trovava in località Rosa, nel comune di Lugo, presso la famiglia di Gnatta Esterina. Un secondo bunker Comando si trovava alla Cà Vecia, sempre sulle Bregonze, ma in comune di Carrè. La Brigata "Mameli", nella primavera 1945, raggiunge un organico di 501 unità, tra partigiani e patrioti, e conta 18 Caduti E’ costituita in 4 Battaglioni: Btg. "Francesco Urbani" – Zona Bregonze-Caltrano, Chiuppano, Centrale, Grumolo, Zugliano (com. Giovanni Ravagno “Curzio”; commiss. Bortolo Carollo “Pedro”); Btg. "Martiri di Carrè", ex "Oberdan" – Zona Carrè-Zanè (com. Fulvio Severini; commiss. Armando Sanbastian); Btg. "Marchioretto" – Zona Breganze - Mason (com. Rino Rossi "Fulmine"; commiss. Domenico Barbiero “Tempo”); Btg. "Campagnolo"- zona Caldogno – Villaverla – Montecchio - Dueville (com. Vinicio Cortese "Nereo"; commiss. Arrigo Martini “Ettore”). L’elenco completo dei garibaldini della “Mameli” in ACSSMP, b. Mameli-Loris, fasc. Comando Brigata “Mameli”, Ufficio Stralcio: situazione forza mensile e distinta comandanti (ottobre ’43-aprile ’45).

 

 

 

60.Il Btg “Livio Campagnolo”, è un Battaglione SAP “territoriale” della Brigata garibaldina “Mameli”, Divisione d’assalto “A. Garemi”.

 

E’ costituito nel novembre ’44, ma i primi incontri tra i futuri comandanti del Btg., Cortese e Martini, e Luigi Cerchio “Gino”, allora vicecomandante del Btg. Guastatori “Vicenza”, iniziano già nell’aprile del 1944, presso l’azienda agricola dei Moro, tra il torrente Igna e la Stazione Ferroviaria di Montecchio-Villaverla. 

 

Il Comando del Btg. “Livio Campagnolo” nell’aprile 1945 è così costituito: comandante, Vinicio Cortese “Nereo”; commissario, Arrigo Martini “Ettore”; vice-comandante, Gaetano Pianezzola “Sassari”; vice-commissario, Emilio Guido “Bonomo”; forza: 144 tra partigiani e patrioti. 

 

1° Distaccamento (61 Partigiani): comandante, Pietro Guido “Bonomo”; commissario, Camillo Campagno; capi sq.: Palmiro Gonzato, Gio Batta Baccarin, Albino Squarzon, Ennio Nardello, Marino Guido “Bonomo”; capi nucleo: Alessandro Campagnolo, Gaetano Militti, Gino Sperotto, Domenico Pianezzola, Alessandro Abenite, Masetto Vincenzo. 

 

2° Distaccamento (70 Partigiani): comandante, Giuseppe Andrighetto “Lopes”; commissario, Giulio Gattene; capi sq: Alfredo Grazian, Attilio Binotto, Alfio Lorenzato; capi nucleo: Francesco Balasso, Antonio Battistello, Arturo Pesavento, Adele Lucchin, Bruno Lana, Giovanni Berlato. 

 

 

 

Rispetto al goffo racconto dell’annessione di alcuni partigiani della “Mazzini” di Levà da parte dei garibaldini della “Mameli”, da Benito Gramola così mal motivato e strumentalizzato in "Storia della Mazzini", più produttivo ai fini di una seria ricerca storica risulta a nostro giudizio un approfondimento dei rapporti intercorsi, almeno nei giorni della Liberazione, tra il Btg. “Campagnolo” della “Mameli”, la Divisione “Monte Ortigara” e la Brigata “Loris”. 

 

 

 

Comprendere se il Btg. “Campagnolo” abbia operato alle dipendenze della Divisine “Monte Ortigara” e di Giacomo Chilesotti, al fine di per meglio coordinare i reparti in vista delle ultime delicate fasi della guerra, o se viceversa, i comandanti Cortese e Martini abbiano tentato di operare una vera e propria scissione del “Campagnolo” dalla “Mameli”, a favore della “Loris”, non sarebbe cosa da poco, e certamente questa ricerca ci aiuterebbe a comprendere meglio le vicende di quei giorni e a chiarire probabilmente molti punti oscuri che ancora permangono. 

 

 

 

Alcuni elementi da cui è possibile partire, pochi e deboli se si vuole, ma certamente interessanti, sono a nostro giudizio i seguenti: - A fine marzo 1945, a Levà di Montecchio Precalcino, nei pressi della Stazione ferroviaria è organizzato un incontro tra ”Ortigara” e “Mameli”. Motivo del convegno è l’organizzazione di azioni comuni e il coordinamento dei reparti in vista della Liberazione. Al di là dei dubbi già sollevati riguardo alla veridicità della lettera che Chilesotti avrebbe indirizzato a “Riccardo”, interessante risulta in questo caso la frase: “ti invito ad un appuntamento che puoi stabilire consigliandoti con Nereo, incaricato di farti pervenire la seguente”.

 

 

 

“Nereo”, è Vinicio Cortese, cioè il comandante del Battaglione “Campagnolo” della “Mameli”, che dal tono della lettera sembra in confidenza con Chilesotti, o forse con “Albio”, il probabile post-autore della lettera.

 

 

 

All’alba del 27 aprile 1945, tra Dueville e Novoledo, alla curva “Dal Molin”, è organizzato un posto di blocco, che nel racconto di Mantiero è gestito dalla Brigata “Loris”, ma secondo altre testimonianze, anche dalla Brigata “Mameli”. Tale seconda eventualità confermerebbe il rapporto di collaborazione esistente tra “Ortigara” e “Mameli”.

 

- In una dichiarazione raccolta da Gramola a proposito del tipo di mezzo utilizzato dai Comandanti nel loro ultimo viaggio, Gianni Pesavento, il figlio di Teresa Zolin della “Casetta rossa” di Novoledo, ricorda che“era un furgoncino…e vi salirono in parecchi”. 

 

 

 

Questo ricordo infantile, ritenuto oltretutto “contraddittorio”, perché anomalo rispetto alle altre dichiarazioni che parlano di un’automobile, potrebbe invece risultare esatto: certamente non riferito all’auto usata dai Comandanti, ma a un altro mezzo utilizzato dai partigiani quel giorno. Infatti, “Riccardo” e i suoi uomini arrivano a Dueville con un camioncino. 

 

 

 

Si potrebbe quindi ipotizzare che al mattino del 27, “Riccardo” e il suo gruppo di partigiani, prima di arrivare a Dueville, siano passati per la “Casetta rossa” di Novoledo, dove Chilesotti “Loris” potrebbe aver concordato l’intervento antisaccheggio. Anche tale eventualità confermerebbe il rapporto di collaborazione esistente tra “Ortigara” e “Mameli”. 

 

 

 

Nel contempo, un altro elemento è da considerare: a circa 600 m dalla curva “Dal Molin”, prima del passaggio ferroviario che porta a Dueville, c’è Contrà Morari e l’Osteria “alla Renga”, allora gestita dalla famiglia Capellari. Questa località è una delle basi logistiche del Btg. “Livio Campagnolo” della “Mameli”, e vi abitano anche le famiglie dei fratelli Andrighetto, detti “Lopez”, e di Giuseppe Coltro, detto “Nane pelandra”, e qui “Riccardo” potrebbe aver incontrato anche il dott. Dal Cengio.

 

- Nel pomeriggio del 27 aprile, verso le ore 15:30, partiti i Comandanti per Longa di Schiavon, Italo Mantiero “Albio” e gli uomini della “Loris” si dirigono verso Novoledo con l’obiettivo di occupare il paese e disarmare i tedeschi lì asserragliati. Quell’ordine è stato dato ad “Albio” direttamente da Chilesotti. Nello stesso momento, il Battaglione “Campagnolo” attacca i tedeschi a Dueville. Considerato che Vinicio Cortese “Nereo”, comandante del Btg. “Campagnolo”, per poter riunire tutte le sue squadre nel primo pomeriggio (Dueville, Levà, Villaverla, Novoledo e Caldogno), deve aver ricevuto l’ordine almeno al mattino, quegli attacchi a Novoledo e Dueville devono essere stati decisi già prima. Preso atto che Roberto Vedovello “Riccardo”, comandante della “Mameli”, afferma che non ha mai dato l’ordine di attaccare Dueville, e se questo è avvenuto è stata un’iniziativa autonoma del Btg. “Campagnolo”. E’ probabile che a “Nereo”, anche l’ordine di attaccare Dueville sia stato dato da Chilesotti.

 

- Alcuni uomini del Btg. garibaldino “Campagnolo”, sono legati anche alla Brigata “Loris” e ai dirigenti della Resistenza provinciale moderata.

 

 

 

Infatti, il partigiano garibaldino Giovanni Battista Bassan, prima di entrare in clandestinità, è stato un uomo di fiducia del CLNP di Vicenza, tanto da essere infiltrato nella Polizia Ausiliaria Repubblicana come sottufficiale di collegamento con il BdS-SD/”Banda Carità. Dopo la Liberazione lo troviamo inserito nell’Ufficio Politico della Questura, e risulta iscritto nei ruoli sia della “Mameli” che della “Loris”. Un tale personaggio, che ci faceva come semplice partigiano territoriale di Levà?

 

 

 

Perché anche i partigiani Antonio Moro “Secco” e Alessandro Campagnolo risultano nei ruoli sia della “Mameli”, che della “Loris”?

 

- Infine, perché dopo la Liberazione, “Riccardo” destituisce dal comando del Btg “Livio Campagnolo” sia Cortese “Nereo” che Martini “Ettore”?

 

 

 

Tutti interrogativi e spunti d’indagine che potrebbero aiutarci a chiarire alcuni degli aspetti rimasti in sospeso sia sugli ultimi giorni di guerra a Dueville, sia sulle successive vicende del dopoguerra. La strada per porre la parola “fine” è ancora lunga. (in ACSSMP, b. Mameli-Loris, Ufficio Stralcio “Mameli”: Distinta Comandanti con relativa forza mese di aprile 1945; in I. Mantiero, Con la Brigata Loris, cit., pag. 62, 98, 183, 196; in B. Gramola, Storia della “Mazzini”, cit., pag. 127; in P.

Gonzato e Sbabo, C’eravamo anche noi, cit., pag. 75, 93; in F. Binotto e B. Gramola, L’ultimo viaggio dei Comandanti, cit., pag.38; in U. De Grandis, Il “Caso Sergio”, cit., pag. 300).

 

 

 

61.CLN (Comitato di liberazione nazionale - 1943-1946). Organismo interpartitico antifascista clandestino italiano, creato a Roma il 9 settembre 1943, presieduto da Ivanoe Bonomi e composto dai rappresentanti di Dc, Pci, Psiup, Pd'A, Pli e Democrazia del lavoro. La divisione del paese dopo l'armistizio impose la formazione di un CLN dell'Alta Italia (Clnai), che da Milano occupata ha diretto nella clandestinità la guerra di resistenza ed ebbe, per delega, poteri di governo nei giorni dell'insurrezione nazionale; sono inoltre istituiti numerosi organismi locali e aziendali: CLN Regionale, Provinciale, Comunale o Locale, Aziendale.

 

 

 

Dopo la liberazione di Roma (giugno 1944), il CLN centrale assunse responsabilità di governo con la presidenza del consiglio affidata allo stesso Bonomi, poi sostituito, subito dopo la Liberazione (25 aprile 1945), dal dirigente della guerra partigiana Ferruccio Parri. I rappresentanti del Partito d'Azione furono i più tenaci sostenitori di un ruolo "rivoluzionario" dei CLN, concepiti come organi di potere dal basso piuttosto che come coalizioni interpartitiche: la loro proposta, che si basava sul ruolo effettivamente svolto dai CLN nel corso della guerra al nord, venne nei fatti rifiutata dagli altri partiti. Nel dopoguerra, pertanto, anche prima delle elezioni del 1946, i CLN vennero privati di ogni funzione e quindi sciolti ufficialmente nel 1947.

 

 

 

62.I Partigiani di pianura, i “territoriali”. Una caratteristica importante della lotta partigiana è che è una guerra combattuta per la propria terra, la propria casa, a difesa della famiglia e delle proprie risorse. L’esercito volontario della Resistenza che si forma e si aggrega in montagna non è scisso dai gruppi clandestini che si organizzano in città, nelle fabbriche e in pianura, anche se i modi di lotta e la natura dei combattenti sono profondamente diversi. 

 

 

 

La guerriglia di città e nelle fabbriche, organizzata nei GAP (Gruppi d’Azione Patriottica), o nei paesi e nelle campagne, organizzata nelle SAP (Squadre d’Azione Patriottica), attraverso azioni di sabotaggio e attentati a uomini, strade, ferrovie, fabbriche, depositi, arsenali, aeroporti, cerca di minare la stabilità militare, politica e psicologica dei nazi-fascisti.

 

 

 

I Partigiani di città e di pianura cercano quindi di sopportare quei mesi d’occupazione e di “Guerra di Liberazione” nascosti e attenti, consapevoli di dover gestire una guerra sotterranea che non potrà mai diventare frontale. E’ chiaro che un esercito per bande è inconciliabile con uno spazio che sia la città, la fabbrica o l’aperta pianura; un territorio dove agiscono ingenti forze nemiche (X Mas, Brigate Nere, GNR, Polizia SS e “Banda Carità”, reparti anti-guerriglia come la “Tagliamento” o il “battaglione orientale, l'Ost-Bataillon 263, ecc.), repubblichini locali, spie e delatori di ogni genere. Santo Peli, a proposito dell’autunno-inverno del 1944, scrive:

 

 

 

 

“Anche dal punto di vista umano la condizione del combattente di pianura era psicologicamente più impegnativa e difficile di quella del Partigiano di montagna che viveva in una collettività di uomini fra i quali poteva trasmettersi l’entusiasmo, che potevano sostenersi a vicenda e godersi momenti di riposo, non erano quotidianamente sottoposti a stressante pressione dei fascisti e tedeschi né dovevano ogni momento temere che le spie o il caso fortuito ne mettessero a repentaglio i rifugi, la loro vita e quella di chi li ospitava”. 

 

 

 

Questi partigiani sono in gran parte renitenti alla chiamata alle armi della RSI (Repubblica Sociale Italiana), ma vivono in semi-clandestinità vicino alle loro case e alle loro famiglie, lavorano spesso nelle fabbriche militarizzate (come la Lanerossi, la Laverda o la Sareb) o per la Todt, cosa che permette loro di guadagnare qualcosa e di ottenere un lasciapassare che aiuta nel muoversi più tranquillamente, per raccogliere informazioni e talvolta recuperare prezioso materiale.

 

 

 

Il loro contributo alla Lotta di Liberazione è stato essenziale anche per i reparti partigiani di montagna: nella raccolta e requisizione di armi, vestiario, soldi e medicinali; come supporto logistico e combattente nelle azioni di sabotaggio più impegnative o per dare assistenza e rifugio sicuro durante gli spostamenti, i rastrellamenti e i duri inverni. Alla Liberazione, molti cittadini hanno pensato che questi partigiani di pianura, che si facevano vedere come tali solo ora, quando prima vivevano normalmente in mezzo a loro, fossero tutti “partigiani dell’ultima ora”. Certamente alcuni sono saliti all’ultimo momento sul carro dei vincitori, e alcuni, non abituati alla disciplina dei reparti di montagna, possono aver commesso anche degli errori, ma troppi hanno creduto, o hanno voluto credere, alle fantasie e alle maldicenze diffuse ad arte da chi aveva qualcosa da nascondere o da giustificare, come i fascisti locali, i veri “imboscati”, le spie e i collaborazionisti, quelli che per 10 kg di sale hanno venduto un partigiano, quelli che si sono arricchiti con il “mercato nero”, quelli che hanno “prelevato” nei magazzini tedeschi, ... Nel lavoro di ricostruzione storica della “Guerra di Liberazione” nella nostra zona, tutte, e sottolineiamo tutte, quelle vicende che in qualche modo hanno tentato di gettare un’ombra, un’onta sui partigiani, non solo sono risultate false, ma anzi hanno dimostrato, ancor di più, la grandezza morale e civica delle donne e degli uomini della Resistenza. (in S. Peli, La Resistenza in Italia, cit., pag.118; in AAVV, Dizionario della Resistenza, cit.; in P. Gonzato, Partigiani di pianura “I Territoriali”, cit., pag. 6).

 


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