FURONO TANTI GLI EPISODI DI TORTURA EFFETTUATI DA DIVERSE POLIZIE

 

 

 

 

1943-45: dentro alla guerra civile l'incubo delle torture

 
 
 
 
 
 
 
 
 

di Luca Valente

 

 

«Mi obbligarono a sedere a dorso nudo a cavallo di una sedia e mi percossero con un tubo di gomma; visto che in tale maniera non aprivo bocca mi passarono sulla schiena un ferro da stiro rovente, e notato il mio continuo silenzio mi aizzarono contro una feroce cagna lupa, che mi si avventò addosso lacerandomi la carne della coscia sinistra, dopodiché, all’estremo delle forze, persi i sensi. Tre giorni dopo, con l’ultimo massacrante interrogatorio, fui ridotto in fin di vita: gli agenti tedeschi mi percossero a sangue con una frusta da carrettiere fino a che di questa non rimase che un solo filamento. Dopo giorni e giorni di coma mi svegliai all’Ospedale civile di Schio».

 

 

 

Sono le parole del partigiano Antonio Canova, arrestato dalla polizia tedesca il 28 novembre 1944. Un’esperienza drammatica di 60 anni fa, eppure estremamente attuale. Perché le immagini shockanti delle torture eseguite dagli americani nelle prigioni dell’Iraq hanno portato alla ribalta un’aberrante consuetudine in uso in ogni regime totalitario, e qualche volta anche delle grandi democrazie. Orrori diffusi anche nel Vicentino, nel biennio 1943-1945, quando dal vortice della guerra civile uscirono violenze di ogni genere. Tra esse tanti, troppi episodi di tortura, pratica comunemente esercitata dagli organi repressivi fascisti e tedeschi per estorcere informazioni nei confronti di partigiani o sospetti tali. 

 

 

 

L’esperienza di Canova non fu dunque un episodio isolato. Se lui riuscì a scamparla -venne liberato con un colpo di mano-, ad altri andò peggio: sempre a Schio, il 12 luglio 1944, furono uccisi dopo lunghe torture in caserma Cella i partigiani Ismene Manea e Gianni Penazzato.

 

 

 

A metà aprile del 1945, un paio di settimane prima della liberazione, una tragica fine toccò a Giacomo Bogotto: catturato dalle Brigate nere scledensi, fu portato nella caserma di via Carducci e sottoposto a crudeli sevizie, infine sepolto, forse ancora vivo, nel cortile interno dell’edificio con una grossa pietra sul ventre. Il 18 gennaio dello stesso anno era stato ucciso suo fratello Germano: catturato a Schio e condotto alle Carceri giudiziarie di Vicenza, era spirato dopo essere stato a lungo seviziato con la corrente elettrica.

 

 

 

L’uso di elettrodi era pratica comune. Così depose sulla sua esperienza Girolamo Zaltron di Santorso, catturato dai militi del Battaglione "Firenze": «Mi si applicò tosto alle orecchie un apparecchio elettrico; un milite mi immobilizzò su una sedia, rovesciandomi la giacca sullo schienale e tenendomi strettamente le braccia dietro allo stesso. Per effetto dell’elettricità che mi si scaricava addosso, aumentata in forza dell’acqua che, di quando in quando, mi veniva versata nelle orecchie, in gola e sulla schiena, venni a perdere i sensi».

 

 

 

Sempre nell’Alto Vicentino tristemente note erano le prigioni del 263° Battaglione orientale, i russi (od ucraini) di Marano Vicentino. Decine di disgraziati vi passarono e molti vi uscirono cadavere dopo terribili patimenti, come ad esempio Bruno Brandellero, il partigiano che aveva salvato la contrada di Vallortigara da rappresaglia il 17 giugno 1944.

 

 

 

In quella tragica estate venne temporaneamente dislocata in zona anche la Legione "Tagliamento", con sedi a Recoaro, S. Vito di Leguzzano, Valli del Pasubio, Torrebelvicino. In quest’ultima operava l’Ufficio politico investigativo (Upi) del reparto. Due staffette, Miranda Baron ed Elena Cavion, furono picchiate selvaggiamente: morirono pochi anni dopo la fine della guerra per i postumi delle percosse.

 

 

 

Tra i tanti uomini imprigionati significativa la vicenda di Adorino Vallortigara, bastonato a sangue, ridotto in fin di vita e lasciato appeso a testa in giù, infine ricoverato con gravissime emorragie interne submeningee. Anch’egli morì nel 1955, a soli 36 anni. 

 

 

 

Simili erano i metodi dell’Upi della Decima Mas a Thiene. Metodi spesso disapprovati da molti marò, ma che si praticarono fino alla fine della guerra. Tra le vittime il parroco di Nove di Bassano, don Luigi Panarotto.

 

 

 

E la staffetta Zaira Meneghin, detenuta nel marzo del 1945: «L’omone afferrò l’arnese, me lo appoggiò sull’occhio destro ed attaccò la spina. Sentii come un risucchio... Su quell’arnese ne inserirono un altro con dei fili che sprigionavano scintille elettriche, mi spogliarono e mi bruciarono tutta la faccia, poi i seni, continuarono giù per tutto il corpo... Dopo un po’ scorsi confusamente una figura femminile con in mano un ferro da stiro: mi girarono a faccia in giù e la ragazza mi appoggiò per ben due volte il ferro bollente sulle scapole. Il dolore mi diede uno strappo al cuore».

 

 

 

A Vicenza era famigerato il nome della Banda Carità, che aveva sede in via Fratelli Albanese, alla cosiddetta "Villa Triste".

 

 

 

Il Natale ’44 di Carlo Segato fu una discesa in un girone dantesco: venne percosso e torturato a più riprese con la corrente elettrica, con degli elettrodi prima applicati ai polsi, poi alle orecchie, infine ai genitali. Svenuto più volte dopo aver provato dolori indicibili, umiliato dalla presenza di numerosi "osservatori" sghignazzanti, tra cui alcune ausiliarie, Segato dovette sopportare sevizie senza fine: «Mi immobilizzarono disteso sul tavolo: con sadica ferocia infilavano gli aghi sotto le unghie degli alluci».

 

 

 

Episodi simili accaddero centinaia di volte in quell’epoca nefanda. Ma le torture non finirono col 25 aprile 1945. Vennero le violenze contro i fascisti, vennero quelle degli americani, come ebbe modo di sperimentare Valentino Bortoloso, arrestato per aver preso parte all’eccidio di Schio. Per fargli rivelare i nomi dei compagni coinvolti nella barbara uccisione di 54 fascisti, si diedero da fare carabinieri e Military Police: «Mi hanno pestato tremendamente: sberle, pugni, calci. Mi torcevano le basette, poi mi montavano sulle ginocchia, che flettevano all’indietro. La seconda volta hanno usato una cassetta con sopra dei sassolini aguzzi: io vi ero appoggiato con la schiena nuda, legato con delle catene, e loro a flettere ancora. E poi le sevizie ai testicoli, le sigarette spente su di una coscia fino all’osso, gli scarafaggi che volevano far entrare nell’ombelico... Si preoccuparono quando sbattei la testa sul pavimento, non volevano che morissi».

 

 

 

Bortoloso rimase dieci anni in carcere. Ma al processo, rinviato di una decina di giorni perché non si vedessero i segni delle botte, gli avvocati decisero di non parlare del trattamento subito per non indisporre gli americani: «L’avvocato Tricarico -racconta Bortoloso- disse che tutte le polizie del mondo torturavano e che sarebbe stato controproducente parlarne: temeva, per reazione, una condanna a morte immediata ».

 

 

 

In Iraq, invece, i processi contro i militari colpevoli di maltrattamenti sui prigionieri sono cominciati. Ma questa è un’altra storia. 

 

 

 

Seviziatori anche fra i partigiani: le violenze di MAROZIN

 

 

 

Sistemi vessatori furono comunemente usati dagli organi di polizia tedeschi e fascisti nel biennio 1943-1945. La tortura, intesa come metodo per estorcere informazioni, fu invece raramente praticata, salvo isolati sadismi di singoli, dai partigiani, che non disponevano di prigioni e, solitamente, liquidavano subito eventuali militi repubblicani o soldati della Wehrmacht catturati. Talvolta anche con metodi brutali, comunemente usati dalle parti coinvolte in quella che fu una vera e propria guerra civile. 

 

 

 

In alcuni casi elementi partigiani si resero protagonisti di sevizie. Ciò avvenne soprattutto nei confronti di fascisti o loro familiari, piuttosto che verso militari tedeschi delle truppe d’occupazione. Spesso, in situazioni del genere, entravano in gioco conflitti personali, gelosie, vendette.

 

 

 

Un caso trattato da don Pierantonio Gios ed anche dalla stampa in anni recenti, suscitando aspre polemiche, fu quello della levatrice di Enego, Maria Frison, prelevata dalla sua casa la notte del 12 agosto 1944 e poi scomparsa nel nulla. Si seppe poi che era stata violentata ed uccisa, non perché colpevole di specifici fatti, ma «per vendicare su un membro innocente della famiglia vecchie ruggini e vecchie discordie di natura privata».

 

 

 

Maria Stoppele, in un’intervista di un paio d’anni fa, così descrisse la discussa figura di Giuseppe Marozin, comandante della Brigata"Pasubio": «Torturava i prigionieri. Spesso tagliava prima le guance per riuscire a "lavorare" meglio con la pinza all’interno della bocca. E quando non erano i denti, staccava le unghie. Alla fine portava quei disgraziati (spesso anche partigiani ritenuti traditori, nda) giù ad un laghetto e gli sparava il colpo di grazia».

 

 

 

Ma i casi di violenza nei confronti di fascisti subirono un’impennata repentina dopo il 25 aprile, a guerra finita: anche nel Vicentino furono decine e decine gli episodi di pestaggi e torture, talvolta sfocianti nella morte di chi li subì. Tremenda fu la sorte di Antonio Mioli, Riccardo Roso, Domenico Marchioro e Anselmo Canedi, soppressi dopo sevizie inumane a Pedescala pochi giorni dopo la strage.

 

 

 

[Pubblicato sul Giornale di Vicenza dell’8 giugno 2004]

 

 

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