Con gli occhi di Elia

di Luca Valente

Domenica 29 aprile 1945. È l’ultimo giorno di Schio occupata, uno degli ultimi giorni della 2ª Guerra Mondiale. La città brulica di tedeschi, la maggior parte agguerritissimi paracadutisti della celebre 1ª Fallschirmjäger Division, i difensori di Monte Cassino. In periferia le pattuglie partigiane sono pronte a sferrare l’attacco: qualcuna s’infiltra verso il centro città, deserto. 
 
 
Ore 12: suonano le sirene dei lanifici, che solitamente scandiscono la vita degli operai scledensi: è il segnale aspettato. Nel contempo si odono delle raffiche venire dal monumento in fondo a via Pasini. Anche in vicolo Fusinelle s’incomincia a sparare. Due ufficiali tedeschi sono rimasti intrappolati in cima al vicolo, e da palazzo Toaldi Capra un gruppo di partigiani territoriali, armati di fucile, spara contro di loro. Sono conosciuti come "la banda del Castello". I due tedeschi sincronizzano la loro azione: finché uno spara dall’angolo dell’edificio l’altro viene a caricare l’arma in disparte, proprio sotto la finestra di Elia Carretta. 
 
 
Elia ha quasi 13 anni, ed è un ragazzotto vispo e coraggioso: quando i tedeschi avevano occupato Schio nel settembre di due anni prima aveva avuto l’ardire di gettarsi addosso ad un militare germanico, attaccandosi di peso al suo fucile, per impedirgli che sparasse ad un tenente italiano. Sono passati quasi 20 mesi, da allora, e quel giovane ragazzo ha dovuto conoscere, suo malgrado, tutte le difficoltà e le brutture della guerra. Ora, dal balcone di casa sua, sta assistendo all’epilogo.
 
 
I suoi occhi curiosi, incuranti del pericolo, fotografano la piccola battaglia che è esplosa a pochi metri da lui. 
 
 
I pensieri di Elia si interrompono bruscamente quando, d’un tratto, s’inseriscono nello scontro i colpi di una pistola di piccolo calibro. Il tiro proviene dal vicino palazzo Conte. Elia sbircia dalla finestra, per cercare di capire chi sta affrontando i tedeschi: è il professor Bertollo, che si espone arditamente. Per i due ufficiali il duello diventa su due fronti. Le vetrate vanno in frantumi sotto i tiri delle pistole di grosso calibro, ma il professore risponde imperterrito, finché un sidecar Bmw, armato di mitragliatrice, imbocca il vicolo come una scheggia.
 
 
Probabilmente i soldati che lo guidano credono che sia una strada aperta. Avvedutisi del contrario, l’agile mezzo fa dietro front, ripercorre il tratto di strada fino all’imboccatura del vicolo, frena bruscamente e si ferma. I nuovi arrivati e i due ufficiali cominciano a parlare tra loro, ma quasi subito il guidatore della motocarrozzella viene colpito da un proiettile: seppur ferito dà gas e riparte a razzo. 
 
 
Passa un po’ di tempo, forse sono dei secondi, forse dei minuti. L’attenzione di Elia è rivolta ad un rombo che aumenta sempre più d’intensità. A pochi metri da lui si ferma un camion che traina un cannone su ruote gommate. Agli occhi del ragazzo la bocca da fuoco argentea appare possente e minacciosa. Scendono due artiglieri e puntano la canna verso palazzo Toaldi Capra ma, per quanti sforzi facciano per mettere il pezzo in batteria, non riescono nel loro intento. I partigiani rintanati nell’edificio, infatti, cominciano un fitto lancio di bombe a mano Balilla verso di loro. Elia osserva la traiettoria degli ordigni e si prepara agli scoppi. La prima esplode sulla canna, la seconda colpisce tra l’affusto e la ruota, la terza pure, ma non ci sono danni per il cannone ed i suoi serventi: le Balilla fanno più rumore che altro! 
 
 
I tedeschi sono tutti affannati: il porgitore incita il puntatore gridando finché, caricato il pezzo, quest’ultimo, chino sulla strumentazione, si accinge sparare. "Se non scappano li uccidono tutti", pensa Elia, che sul balcone si contende col fratello l’unico foro di osservazione. Ma succede un miracolo per i partigiani, perché l’ultima Balilla colpisce in alto lo scudo di destra, dove c’è il viso del capopezzo, che si rialza in una maschera di sangue. Subito il porgitore lo trascina al riparo, sul muro di casa Rompato. "Ahimè, ora sono sotto il tiro del professore", mormora fra sé Elia. Ma non si sente partire nessun colpo. "Avrà avuto misericordia o finite le munizioni?". 
 
 
Intanto l’artigliere, con un pacco di medicazioni, aiuta il compagno: "Come sarà ridotta la sua vista?". Gli occhi di Elia si fissano sulla scena. I due militari sono appoggiati al muro, tremanti, ed il ragazzo ricorda quanto aveva tremato lui, nel settembre del 1943, quando si era gettato addosso al soldato tedesco per salvare il tenente italiano. Fatalità il posto era lo stesso, e la cosa appariva quasi come una rivincita. Arriva un’ultima bomba, una bomba seria questa volta, una Sipe.
 
 
L’ordigno colpisce il ferro del telone che copre il camion, rimbalza via e sbriciola un portante del terrazzo di casa Pietrobelli. Lo spostamento d’aria fa volare il telone del camion, come il tetto di una casa scoperchiata, ed ora fanno mostra di sé i lucidi proiettili del cannone, infilati nelle rastrelliere. «Weg!». «Via!», comincia a gridare l’autista alla guida. Si capisce che è terrorizzato perché, se arriva un’altra Sipe dentro il cassone dell’automezzo, addio via Pasubio! Il cannone è rapidamente riagganciato, ed il camion si allontana a tutto gas. 
 
 
La piccola battaglia sembra esaurita, ma gli occhi curiosi di Elia non sono ancora soddisfatti. Il ragazzo esce di casa e si aggira furtivo in cima a vicolo Fusinelle. Girato l’angolo con via Pasubio si trova la canna di uno Sten puntata in mezzo agli occhi. Il cuore batte a mille, ma c’è anche curiosità, dopo tante chiacchiere, nel trovarsi finalmente davanti un vero partigiano della "Garemi".
 
 
Il partigiano è castano riccio, ha occhi azzurri e un fazzoletto rosso al collo, che un rosso simile Elia, nella sua giovinezza, l’avevo visto solo nelle ciliegie di maggio. Porta una tuta mimetica intera, due Sipe e caricatori al corpo, calzettoni arrotolati, scarponcini. Fa un cenno con la testa: a quel tempo non si usava parlare tanto. "I tedeschi sono scappati", riesce a dire Elia. Il partigiano gli sorride e riprende a scendere via Pasubio, "risigando" le serrande dei negozi, con incedere guardingo. 
 
 
Trascorrono i minuti. Elia, tornato a casa, è sui carboni accesi: vuole recuperare il telone del camion, e benché si oda ancora qualche colpo, temerariamente va all’assalto della sua preda, e la porta a casa prima che a qualcun altro venga la stessa idea. "I predoni adesso sono diventati predati", pensa soddisfatto. Nel frattempo, sul tetto del Toaldi Capra, un partigiano con un mitra Breda ha ingaggiato una sparatoria personale, a colpo singolo, con una sentinella tedesca di guardia al Castello. Il medievale edificio è pieno di bombe di mortaio da 81 mm, ma al tedesco, per fortuna, non passa per la testa di far saltare tutto. 
 
 
Elia riprende il suo girovagare: in fondo rischia molto meno a girare per le vie un ragazzino come lui che un giovane o un adulto. Tutta Schio, infatti, è rintanata al sicuro nelle case. Ad un tratto s’imbatte in una fila di soldati tedeschi che scendono via Pasubio. Elia squadra la colonna: sono ordinati in fila per quattro, e sono talmente tanti che non vede né il principio né la fine del gruppo. "Ma hanno vinto loro?", pensa sgomento il ragazzo. Con le divise immacolate, le Maschinepistolen al petto, stivali ed elmetti lucidi, al tredicenne i soldati paiono quegli automi d’acciaio che vedeva nei fumetti e che, camminando sul fondo dell’oceano Atlantico, occupavano di sorpresa le città degli Stati Uniti. Elia li sfiora con la persona e con gli occhi ma loro, poco più vecchi di lui, vedono solo l’elmetto del camerata davanti. "Forse -pensa Elia- hanno paura dei franchi tiratori".
 
 
Lo sguardo del ragazzo viene attirato da una scena surreale: in cima alla via, davanti al bar "Giocondo Vino", un giovanissimo e allampanato territoriale sembra accompagnare la colonna, ed ogni sei passi compie mezzo giro a sinistra, alza al cielo il fucile ‘91 e grida qualcosa: "Che dica che se qualcuno fa uno scherzo ci pensa lui a sistemarli?", si domanda Elia, che è troppo lontano per distinguere le parole. Ma la sua attenzione è nuovamente indirizzata verso la fila di tedeschi che gli passano vicino. Continua a guardarli, e gli fanno rabbia, perché nessuno di loro lo degna di uno sguardo. Hanno il taglio della bocca chiuso e l’occhio chiaro. Non portano -osserva curioso Elia- il distintivo della campagna d’Italia, come tutti i tedeschi che aveva visto girare per le vie di Schio nell’ultimo anno e mezzo di guerra: forse questi erano appena arrivati dalla Germania. 
 
 
Intanto arriva il "guardiano" del branco, il capocolonna, e gli dice qualcosa a mezza voce: forse è un invito a tornarsene a casa. Elia lo fissa, stranito: è pallido almeno quanto lui. "Chi aveva affidato quell’immane compito a quel giovane ragazzo?", sembra chiedersi Elia. Il suo pensiero corre velocemente a quando anche lui aveva marciato cantando le canzoni del Regime, o a quando aveva scavato fosse anticarro a Lozzo Atestino, nel Padovano, nel giugno ’44, o ancora a quando aveva lavorato con l’esplosivo creando gallerie in Brazome, sotto la Todt, a mille lire al mese. E poi guarda ancora quei giovani soldati di quell’esercito che solo alcuni anni prima aveva pensato di sfilare sulla Piazza Rossa o a Piccadilly Circus, e invece ora si trova imbottigliato nella "Sareo Strasse". 
 
 
Più tardi Elia si dirige verso il Lanificio Rossi. Davanti al complesso tessile vede tante persone ed un tavolino: sembra un tribunale dei partigiani. Nelle vicinanze vi sono dieci fascisti, appena catturati. Due, nel gruppo, stanno un po’ in disparte. "Chi sono?", azzarda timidamente il ragazzo. "Quei due sono i Rizzello, gran fascisti -dice un partigiano con un fazzoletto rosso-. Abbiamo dovuto combattere per farli prigionieri". Elia li guarda come se osservasse dei samurai. Il più anziano dei due, il padre, ha una giacca doppiopetto; il figlio sorregge il genitore, che è stato colpito di striscio alla tempia sinistra. Il sangue gli scorre sull’orecchio. "Questi si sono difesi: gli altri hanno messo le ali ai piedi", conclude il partigiano. 
 
 
Nel frattempo la battaglia si è esaurita. In Municipio le febbrili trattative tra partigiani e tedeschi si sono concluse con un accordo firmato nel tardo pomeriggio: quel che resta della Wehrmacht a Schio può ritirarsi verso il Trentino senza timore di essere attaccato, a patto che qualsiasi atto ostile sia risparmiato verso la popolazione, e qualsiasi atto di sabotaggio verso gli impianti industriali. Non è una vera e propria resa, ma rimane un fatto eccezionale che i tedeschi abbiano accettato di trattare. Per la città sventolano le bandiere bianche, e corre il suono festoso delle sirene. 
 
 
Arrivano però i marò della X Mas, la fanteria di marina di Junio Valerio Borghese. Sono decisi a non abbandonare la lotta, e vogliono raggiungere Rovereto. Alle Asse, bloccati dal ponte distrutto, vengono accerchiati dai partigiani, che intendono disarmarli. Il capitano Franchi, che non vuole cedere la sua pistola, viene ferito mortalmente nella breve sparatoria che esplode. La X Mas è costretta a passare la notte sul posto e poi a fare dietro front, ma riesce infine a conservare le armi. Intende arrendersi ufficialmente solo agli americani. 
 
 
Il giorno seguente gli uomini della Decima sono tutti prigionieri allo stadio Lanerossi. Elia, che non è stanco di curiosare, si avvicina allo stadio. La scena che gli si para davanti è inquietante: i marò sono tutti armati, alcuni addirittura hanno la nota arma anticarro tedesca, il Panzerfaust. Fanno paura, sono circa un centinaio, ma vi sono anche una quindicina di ausiliarie, armate e fiere pure loro. Elia si guarda attorno: sulle mura i partigiani sono appostati, e tengono sotto tiro i marò. In cima al tetto della palestra della piscina è posizionato con il Bren un partigiano al quale i tedeschi hanno fucilato il padre l’anno prima. Elia lo conoscerà solo dopo qualche tempo: è "Bixio", e probabilmente ha una voglia matta di fare fuoco. 
 
 
Il ragazzo è vicino alle mura, a pochi passi dai partigiani schierati, ma questa volta ha davvero paura. La tensione, infatti, è alle stelle, basta un gesto per scatenare una carneficina. Ad appesantire la situazione arrivano anche i partigiani di Carrè, che vorrebbero eliminare i responsabili della fucilazione dei cinque ostaggi avvenuta in quel paese l’8 aprile. "Questa volta è meglio cambiare aria", pensa saggiamente Elia, mentre i prigionieri vengono avviati verso la Caserma Cella, dove saranno prelevati due giorni dopo dagli americani. Ormai la guerra è finita. Anche quella strana guerra passata attraverso gli occhi curiosi e un po’ incoscienti di un ragazzino di quasi tredici anni.
 
Luca Valente 
 
 
[Schio Numero Unico, 2001]

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