COMMERCIO IN TEMPO DI GUERRA A SCHIO

Guerra,soldi, vita quotidiana

 
di Luca Valente
 
 
 
PARTE PRIMA
 
Nella notte tra il 9 ed il 10 settembre 1943 truppe tedesche entravano a Schio, occupavano la caserma Cella, disarmando il presidio italiano, e davano inizio al drammatico periodo dell’occupazione: 20 lunghi mesi in cui la città ed il suo circondario vissero direttamente la durezza della dominazione straniera. Tralasciando i risvolti prettamente militari e politici del difficile e sanguinoso periodo, anche la normale vita degli scledensi ebbe a soffrire per le ristrettezze causate dal proseguimento della guerra (nonostante l’armistizio dell’8 settembre) e dalla rinascita repubblicana del fascismo a fianco dell’occupante.
 
 
La grande maggioranza della popolazione era unicamente interessata ad uscire sana e salva dal conflitto, e aspettava l’agognata pace affrontando quotidianamente i problemi della sopravvivenza. In tale contesto le attività commerciali degli scledensi furono messe a dura prova: i proprietari di negozi, rivendite, magazzini ed osterie dovevano sottostare alle dure leggi della guerra, cercando di restare a galla nonostante le requisizioni, i prelievi dei partigiani, la cronica scarsità delle merci, il poco denaro circolante, i mancati pagamenti da parte delle autorità, mentre nel sottobosco cittadino fioriva il mercato nero (rispetto al quale qualche commerciante o fornitore non era estraneo), ed il baratto diventava pratica diffusa. Ma il commercio nella zona di Schio, seppur strangolato dalle contingenze di guerra, riuscì a sopravvivere.
 
 
Regolamenti per i negozi
 
 
Il 10 settembre 1943, primo giorno dell’occupazione tedesca, viene affisso in ogni angolo della città il primo manifesto tedesco, che invita alla calma e al ritorno alle normali occupazioni. Nel testo si legge: "I negozi di ogni genere devono essere subito riaperti e riprendere l’attività normale, pena la decadenza delle licenze di commercio. L’attività di bar, caffè, osterie e comunque di spacci di bevande alcooliche, esclusi i ristoranti, che somministreranno solo vivande, è sospesa sino a nuovo ordine".
 
 
La vita cittadina cambia repentinamente: per ogni cosa occorre il permesso dell’occupante. La prima richiesta è avanzata dal produttore di carni Francesco Stiffan, che si rivolge al Municipio, e quest’ultimo alla Kommandantur, per ottenere un’autorizzazione di viaggio a Vicenza. I tedeschi, da parte loro, esigono di avere a disposizione, quotidianamente, una copia di tutti i giornali, e prima che siano posti in vendita. L’ordine viene subito notificato al giornalaio Gualdo Romano. Il 14 settembre un secondo manifesto, firmato dal capitano Indenbirken, Comandante di Presidio, disciplina gli orari d’apertura dei negozi: dalle 8 alle 12 e dalle 15 alle 19. Indenbirken, minacciando la chiusura degli esercizi e punizioni severe per i trasgressori, proibisce anche ogni aumento di prezzo. 
 
 
Alberghi e alloggi
 
 
Le requisizioni di alberghi e alloggi cominciano fin dai primi giorni dell’occupazione. A farne le spese, il 13 settembre, è l’intero albergo Dolomiti, il più lussuoso di Schio: tutti gli ospiti devono andarsene per fare posto al personale del Comando Germanico, al quale non devono essere fatti mancare vino, fiori e sigarette.
 
 
Secondo il bando di Indenbirken alberghi, osterie e caffè devono chiudere alle 22,30; alberghi e pensioni sono invitati a tenere in perfetta regola il registro delle presenze. Anche la Repubblica Sociale tenta di ritagliarsi un angolino in città: l’11 ottobre 1943 gli alberghi Due Mori e Vittoria sono requisiti con decreto del Prefetto di Vicenza e messi a disposizione degli Enti Economici dell’Agricoltura.
 
 
Il Commissario Prefettizio di Schio, Giulio Vescovi, fa affiggere due cartelli di "non occupabilità" all’ingresso degli edifici, salvo poi chiedere al Capo della Provincia l’uso dei due alberghi per farvi alloggiare tecnici tedeschi della Luftwaffe. Nel corso dell’anno successivo, essendo aumentata a dismisura la presenza di militari negli alberghi cittadini, il Comune decide di tenere un apposito elenco mensile per il pagamento degli alloggiamenti, annotando nominativi, date, numero dei pernottamenti. Il costo unitario varia a seconda della sistemazione: per l’albergo Dolomiti è di 16,45 lire, per il Due Spade 10,10 lire, per il Due Mori 8,85 lire, per le abitazioni private 6,34 lire. Il totale degli affitti, a carico del Comune, per l’anno 1944, ammonta a ben 384.688,85 lire, quasi tutte non pagate (dopo la fine della guerra diversi alberghi e pensioni fecero richiesta d’indennizzo alla Prefettura per i crediti arretrati). 
 
[Il Marco Polo, dicembre 2001]
 
 
 
 
La bella vita dei tedeschi 
 
 
di Luca Valente
 
 
PARTE SECONDA  
 
 
 
Ai tedeschi le merci migliori
 
 
La politica di approvvigionamento dell’occupante è chiara: la guarnigione tedesca ha la precedenza sui rifornimenti. Fin dalla mattina del 10 settembre 1943 le donne si sono precipitate nei negozi per incrementare le scorte nel timore di razzie. Timore fondato: ben presto la popolazione si trova ad affrontare notevoli problemi alimentari. Scarseggia soprattutto la verdura, e così proliferano le lunghe code davanti agli erbivendoli. La maggior parte degli ortaggi, però, viene accaparrata giornalmente per il mantenimento del presidio tedesco. Lo stesso accade quando arrivano i tanto sospirati tabacchi: i tedeschi lasciano ai cittadini solo le sigarette più scadenti. Così racconta il fatto Giambattista Milani, testimone dell’epoca: «Intanto oggi è stato rifornito il magazzino dei tabacchi. Il comando di piazza ha prelevato "tutte" le migliori sigarette. C’è da pensare che le cuociano con i "krauten", perché, a fumarle, ci vorrebbe almeno un reggimento. Agli scledensi lasciano quelle che spaccano i polmoni, ma per buona fortuna sono pochine».Il Comune, oltretutto, è obbligato a procurare per i tedeschi, rivolgendosi ai negozi della città, zucchero, olio, burro, pastina glutinata e salsicce. I costi, ovviamente, sono a suo carico. 
 
 
Le pretese "gastronomiche" dell’occupante
 
 
In effetti le pretese dell’occupante sono esorbitanti se paragonate ai consumi della povera gente. È ancora Milani a descriverle: «Ecco cosa mangiano gli otto componenti la "Platzkommandantur": olio 20 litri, (per otto persone della popolazione civile l’assegnazione è di litri 1,5 mensili e complessivi, quando ce n’è); 20 kg di burro (per otto civili kg 1,60 al mese); pasta glutinata 20 kg (gli otto civili l’aspetteranno dopo la guerra); zucchero 10 kg (per otto civili 4 kg, quando arriva); formaggio 5 kg (per otto civili, kg 1,600 al mese); carne insaccata 15 kg (i civili non la vedono nemmeno col binocolo); carne di manzo 50 kg ogni quattro giorni (per otto civili 600 gr al mese complessivi); pane kg 4 al giorno, e deve essere bianco (per otto civili kg 1,200); ogni giorno 25 panini imbottiti; di questo ai civili resta il profumo». Ed ancora: «Indenbirken, dopo la cena normale, è stato in grado di ingollare due bistecche grandi come un tovagliolo e poi ci ha bevuto sopra a garganella un fiasco di Chianti. La gente si domanda se abbia la bocca dell’orco o se sia intenzionato ad affamare Schio».
 
 
Gran baldoria nei locali di Schio
 
 
Ancora Giambattista Milani commenta sarcastico il comportamento dei tedeschi: «Presso la trattoria Stella alpina i militari delle SS hanno gozzovigliato fino a tarda notte, mangiando e bevendo come porci». «Gran baldoria all’albergo Dolomiti. La baraonda è durata fino alle due di stamane e si è conclusa con delle sbornie comatose. Silvio Maraschin ha dovuto servire lingua fredda con funghetti sott’olio, manzo bollito con insalata mista, bistecche ai ferri con contorni vari, pasta asciutta, frutta, dolci, formaggio, un fiume di Chianti, spumante e non si sa quante bottiglie di liquore. Ci sono anche parecchie donnine allegre importate da Vicenza. I componenti il comando sono, alla fine, ridotti ad una compagnia pietosa. I meno sbronzi raccolgono gli altri di sotto le tavole e li tirano per le gambe fino alle camere del piano superiore. Le teste, disarticolate, sbatacchiano ad ogni gradino della scala, ma non c’è verso che si rompano». «Entrano in un caffè di piazza Garibaldi tre sottufficiali tedeschi. Ordinano crema marsala e la trangugiano d’un fiato; replica, replica, replica ancora e poi un’altra replica. "Vov": uno, due, tre, quattro bicchierini. Crema marsala ancora: sei portate. Birra: nove mezzi litri. Conto: 3150 lire, la paga di tre operai in una settimana».
 
 
Il marco d’occupazione
 
 
I tedeschi avviano la circolazione del "marco d’occupazione", che sostituisce la lira nei pagamenti. Il 21 settembre 1943 il Comando Germanico rende noto il corso della lira rispetto al marco: «10 Lire = 1 Marco». Il cambio, per i cittadini ed i commercianti, risulta sfavorevole. Una proprietaria di negozio chiede che le venga saldato un conto solo dopo essersi informata sul corso legale della nuova moneta: viene punita con 1000 lire di ammenda e la chiusura dell’esercizio per otto giorni. Il marco d’occupazione, misura temporanea, cessa di avere corso legale il 1° novembre. La popolazione ne viene informata con un manifesto del Prefetto, che invita anche a cambiare i marchi presso le banche entro due settimane. Gli scledensi si ammassano agli sportelli di cambio, in via Pasini (in una delle foto), ma ben presto la procedura viene sospesa: manca la valuta italiana.
[Il Marco Polo, gennaio-febbraio 2002]
 
 
 
 
 

Il tempo del mercato nero

 
di Luca Valente
 
 
 
PARTE TERZA  
 
 
Quanto costa mantenere i tedeschi! 
 
 
A fine ottobre ‘43 il Comune è alle prese con insormontabili problemi economici, dovuti al mantenimento dell’occupante. Il Municipio si rivolge alla Prefettura, inviandole il lungo elenco delle spese sostenute per il Comando Germanico. Una prima lista raccoglie le prestazioni già liquidate. Molte riguardano esercizi commerciali: l’albergo Dolomiti ha ricevuto per vitto e alloggio 2196 e 6230 lire, il magazzino Monopoli per sigarette e tabacco un totale di 8206 lire, i macellai Drago e Stiffan rispettivamente 1425 e 425 lire, Bettio Assunta e Bettio Gino, per frutta e verdura, 2045 e 128 lire. Ed ancora: la ditta Donà & Miolo ha fornito generi alimentari per 1329 lire, la tipografia Pasubio stampati per 1405 lire, la Croce Rossa Italiana un’autoambulanza per 400 lire, la ditta De Giovannini & C. lavori alla Caserma Cella per 3068 lire.
 
 
Infine il Comune ha dovuto pagare 5120 lire a sette ditte per prestazioni varie presso il Comando Tedesco, 1091 lire a quattro ditte per alloggi militari e 2720 lire ad altre due ditte per legna da ardere. Le note dolenti, per i commercianti, sono contenute in una seconda lista, comprendente tutti quei negozi ed imprese che il Comune non è in grado di soddisfare per mancanza di liquidi: «Fornitura di tavole d’abete (ditta Smit, £ 442), carta bleu per l’oscuramento (De Munari, £ 135), soda (Dal Dosso, £ 127), mazzi di fiori (Giovanni Martini, £ 45), stampati (tipografia Pasubio, £ 575), paglia (Panizzon, £ 688), lampadario e lampada da tavolo (Zannini, £ 687), salotto e mobile da bar (ditta Pietribiasi, £ 12240), lavori alla Caserma Cella (Ditta Bettero, £ 20), carnami (Drago, £ 946; Co.Pro.Ma. Vicenza, £ 6753), lavori eseguiti dal personale del Comune (£ 5439), carta bleu per l’oscuramento (cartoleria Santacaterina, £ 54), lavori alla Caserma Cella (ditta Gasparini, £ 433; Pieropan, £ 381; Santacaterina, £ 4450), petrolio e avena (Consorzio Agrario Provinciale, £ 306)». E siamo solo a poco più d’un mese dall’inizio dell’occupazione. 
 
 
Il mercato nero
 
 
Comincia intanto a fiorire il mercato "sommerso", al di fuori dei normali (e scarsi) canali di approvvigionamento, come riconosce in un rapporto di fine dicembre ‘43 la Guardia Nazionale Repubblicana: «La distribuzione dei viveri tesserati e contingentati arranca, molti alimenti mancano al consumatore da parecchi mesi, i prezzi del calmiere non vengono rispettati, la legna ed il carbone sono distribuiti in misura irrisoria, il mercato nero è più che mai fiorente». Un analogo resoconto di metà marzo ’44, insiste «sul disagio materiale delle classi lavoratrici che, in conseguenza dell’elevato costo della vita, sono costrette a gravi sacrifici. La situazione alimentare è pesante. Nei negozi scarseggiano i generi: i grassi sono pochi e non sempre le assegnazioni, già insufficienti per se stesse, vengono distribuite tempestivamente. Il mercato della verdura, ad esempio, è scomparso dalla scena, mentre è sempre più attivo il mercato nero».
 
 
Ricatti "commerciali" 
 
 
All’inizio del 1944 si moltiplicano i bandi di chiamata alle armi della Repubblica di Salò. Per convincere i renitenti a presentarsi si adotta qualsiasi metodo coercitivo, comprese le minacce e i provvedimenti di varia natura nei confronti delle famiglie: arresto del capofamiglia, revoca delle licenze commerciali, sequestro delle carte annonarie e di permessi di caccia, requisizione di apparecchi radio, veicoli, fucili da caccia, sospensione del pagamento delle pensioni. Quello che capita allo scledense Amedeo Mazzon, gestore di un negozio di vendita di medicinali all’ingrosso, è significativo: con Decreto Prefettizio del 31 gennaio 1944 il commerciante si vede revocata la licenza di commercio, perché i suoi figli sono renitenti. Mazzon è costretto alla chiusura, e può riaprire solamente quando uno dei suoi figli cede e si presenta agli uffici di leva. Ma sotto c’è lo zampino dei partigiani: Mazzon, segretamente, li rifornisce di medicinali. 
 
 
Prezzi per alloggi
 
 
Il 6 marzo 1944 arriva in Comune una lunghissima Circolare Prefettizia. Oggetto: alloggi per le Forze Armate Tedesche. Il documento fissa le tariffe per le stanze private e per gli esercizi alberghieri. Il 21 marzo l’Ufficio Tecnico Municipale rende noti i prezzi d’affitto. Per i popolarissimi, a muri vuoti, due stanze costano 40 lire mensili, tre stanze 70 lire, quattro 100 lire; i popolari, sempre a muri vuoti, costano rispettivamente 70, 100 e 130 lire. Gli appartamenti civili, a muri vuoti, sono quotati 200 lire per tre stanze, 300 lire per quattro stanze e 400 lire per cinque. Infine il costo delle stanze ammobiliate, quelle riservate agli ufficiali, è fissato in 150 lire al mese per una popolarissima, 210 per una popolare e 350 per una civile. Il tutto a carico del Municipio, sempre che riesca a trovare i soldi per pagare gestori e privati. 
[Il Marco Polo, marzo 2002] 
 
 
PER LA PARTE QUARTA, QUINTA, SESTA clicca su AVANTI
 

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