SETTEMBRE 1943 L’ASSALTO DELLE SS ALLA CASERMA CELLA DI SCHIO

 

 

 

Così avvenne l'8 settembre a Schio 

 
 
 
 
 
 
 

di Luca Valente

 

Abbiamo rintracciato un testimone dell’arrivo dei tedeschi a Schio dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943. Ecco la testimonianza inedita di Emanuele Cascone, livornese classe 1921

 

 
 
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Centinaia di soldati italiani all'interno della caserma "Cella" di Schio l'11 settembre 1943; foto sotto: il sottotenente Emanuele Cascone

 

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"Ero all’interno della caserma Cella, a Schio, la notte fra il 9 ed il 10 settembre 1943, quando i tedeschi vi fecero irruzione: fui disarmato e assistetti impotente alla resa del nostro presidio, preludio della deportazione".

 

 

A parlare è Emanuele Cascone, livornese classe 1921, all’epoca sottotenente del Regio Esercito. Merito della figlia Gianna, geologa, che ha trovato su internet notizie e foto sull’8 settembre scledense, risvegliando nel padre la voglia di raccontare pubblicamente, per la prima volta, di quei drammatici eventi in cui fu coinvolto giusto 67 anni fa.

 

 

"A Schio ero arrivato da poco - precisa Cascone - trasferito da Vicenza l’ultima settimana di agosto col compito di fare da istruttore alle reclute del ’24 del 57° Reggimento fanteria. Non alloggiavo in caserma, perché gli ufficiali dovevano trovarsi una propria residenza esterna, quindi presi in affitto una stanza. Ma ebbi poco tempo per familiarizzare con gli abitanti e con i luoghi: la sera dell’8 settembre arrivò come un fulmine a ciel sereno la notizia dell’armistizio".

 

 

All’annuncio di Badoglio è grande festa a Schio, si suonano le campane, si improvvisano comizi. Dalle case, dalle osterie, escono centinaia di persone, impazzite dalla gioia, e si riversano per le strade. È solo un’illusione. 

 

 

"La notte stessa - continua Cascone - noi ufficiali ma anche i soldati cominciammo ad ipotizzare piani di fuga in montagna, ma non trovammo riscontro nelle indicazioni dei superiori, tra cui il maggiore in comando, che ci ordinò di non prendere iniziative e di aspettare. Venni poi a sapere che era un convinto fascista. Analogamente, il giorno dopo, il Comando di Vicenza, cui ci rivolgemmo per sapere come comportarci, ci ribadì di attendere. Sospettammo che fossero i tedeschi a rispondere. Anche gli alpini che si unirono a noi nel pomeriggio del 9, provenienti da Rovereto, non sapevano cosa fare: li mettemmo a dormire al piano terra della caserma".

 

 

In effetti è proprio il comandante, il maggiore Ferdinando Jeri, a far disarmare la truppa - un migliaio tra fanti del 2° Battaglione, avieri e gli alpini appena arrivati - con la scusa di evitare disordini. Così 1430 fucili, 28000 cartucce, 1600 bombe a mano, 25 mitragliatrici pesanti e 30 leggere e un cannone anticarro - un arsenale di tutto rispetto - vengono accantonati, mentre gli ufficiali sono rispediti nei loro alloggi privati. Addirittura Jeri respinge in malo modo una delegazione di cittadini che, allarmati dopo le notizie dei primi scontri coi tedeschi in Trentino, viene a chiedergli che intenzioni abbia.

 

 

 
 
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Nella notte seguente, verso le 4, un’unità di Waffen-SS proveniente da Vicenza (il numero di posta militare dei documenti rimasti in Comune, 08917, la identifica come il 1° Reparto semoventi della 1ª Divisione corazzata delle SS "Leibstandarte Adolf Hitler") assalta la caserma.

 

 

I tedeschi mitragliano le finestre dello stabile, quindi fanno irruzione nelle camerate: chi cerca di opporsi viene abbattuto. Alla fine, oltre a nove feriti, si devono contare quattro caduti: l’aviere goriziano Giuseppe Moretto, in servizio di sentinella, subito freddato, e il fante diciannovenne Masiero Marchi della provincia di Pesaro, l’aviere napoletano Vincenzo Bernardi di 27 anni e l’alpino diciannovenne Bruno Zavarise, di Cornuda, deceduti in ospedale. Nel frattempo vengono disarmati anche i presidi delle scuole Marconi e di via Porta di Sotto ed occupati l’Ufficio postale in via Pasini e il centralino telefonico della Telve in piazza Statuto. 

 

 

"Durante l’irruzione notturna - racconta l’ex sottotenente di Livorno - gli alpini furono tra i primi ad essere bersaglio degli spari ed uno di loro fu colpito a morte. Il presidio cedette pressoché subito, perché le reclute erano tutte senz’armi. Io ero tra i pochi ufficiali rimasti in caserma quella notte, ma venni subito disarmato: l’indomani fui accompagnato dai tedeschi nel mio alloggio per prendere i miei effetti personali. Ricordo bene l’impotenza che provai il 10 settembre, in balia delle SS, dentro la mia caserma".

 

 

Nel frattempo il panico si è diffuso tra la popolazione: al mattino le donne si precipitano nei negozi a far scorta di generi alimentari. Intanto il capitano delle SS Indenbirken si presenta in Municipio, annunciandosi come "Platzkommandant" e chiedendo l’elenco dei comunisti presenti in città e la pubblicazione di un bando per tranquillizzare gli scledensi. La rabbia, però, monta. Nel pomeriggio una folla tumultuosa si raduna davanti ai cancelli della caserma. Ceste di pane e sacchi di viveri sono fatti pervenire ai soldati che bivaccano nel cortile: alcuni pacchi contengono abiti civili, con i quali diversi militari riescono a camuffarsi e fuggire. Ma niente può evitare la sorte riservata ai più.

 

 

La mattina dell’11 settembre, 54 autocorriere arrivano in via Rovereto per caricare il presidio italiano. Verso le 10, lentamente, la colonna inizia a muoversi lungo le vie Pasubio e Garibaldi, gremite di gente e di operai usciti dalle fabbriche. Si verificano ovunque scene di tensione, con il torpedone continuamente bloccato poiché gli scledensi, che hanno eretto alcune barricate, tentano in tutti i modi di aiutare i militari dando loro cibo e denaro e raccogliendo le improvvisate lettere gettate dai giovani fuori dai finestrini. In piazza Rossi i tedeschi sono costretti a sparare in aria per disperdere la folla. Poi la colonna lascia la città. 

 

 

Conclude Cascone: "Fummo trasferiti in un grande campo di smistamento nei pressi di Mantova, dove erano già stati concentrati altri militari italiani prigionieri: lì divisero i soldati dagli ufficiali. Quindi ci caricarono su carri bestiame e dopo un viaggio di una settimana giungemmo al campo di Thorn. Fu il primo dei sei lager tra Polonia e Germania dove trascorsi la mia prigionia, rifiutandomi sempre di collaborare coi nazisti. Ma portai a casa la pelle: mi liberarono gli inglesi, a Wietzendorf, il 16 aprile 1945".

 

 

Nelle foto: il sottotenente Emanuele Cascone a Trieste il 10 dicembre 1941; la deportazione del contingente italiano dalla caserma Cella la mattina dell’11 settembre 1943.

 

 

di Luca Valente

[Pubblicato sul mensile "Schio" del settembre 2010]

 


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