LA REPRESSIONE MILITARE TEDESCA NEL VICENTINO 1943-1945

 

 

 

Occupazione

 
 
 
 
 
 
 
 

di Luca Valente

[Quaderni Istrevi, n° 1, ottobre 2006]

 

 

La politica di repressione militare messa in atto dalle autorità tedesche in Italia dipese in larga misura dalle fasi di sviluppo dell’attività partigiana. Anche per quanto riguarda la provincia di Vicenza (qui l’argomento è affrontato in un’analisi parziale ed appena abbozzata) possiamo dire sostanzialmente lo stesso. Dopo l’effettiva occupazione del territorio vicentino - tra il 10 ed il 12 settembre del ’43 - segue un periodo di relativa calma.

 

 

 

Le unità stabilitesi inizialmente, anzi, passata la prima fase di normalizzazione, vengono addirittura ridotte: alcune partono per il fronte o vengono assegnate ad altre zone. Nei primi mesi il controllo del territorio è compito di forze tutto sommato esigue. Si cercano soprattutto antifascisti e badogliani, o ex prigionieri di guerra alleati fuggiti dai campi di detenzione.

 

 

 

La prima operazione di un certo livello contro un movimento partigiano agli albori è quella effettuata tra il 14 ed il 17 ottobre 1943 dalle truppe da montagna (Gebirgsjäger) stanziate a Schio: la zona interessata comprende alcune contrade di Torrebelvicino, Valli e Tretto. Vi sono un ferito grave ed una quarantina di arresti.

 

 

 

Una seconda operazione viene effettuata sull’Altopiano di Asiago il 10-12 gennaio 1944 ancora da truppe da montagna, unità campali della Luftwaffe e forze fasciste. Sono rastrellati i paesi di Conco, Fontanelle e Rubbio: quattro degli arrestati vengono condannati a morte a Marostica il 14 gennaio. A proposito dell’impiego di uomini della Luftwaffe: diverrà una costante. Il personale di terra degli aeroporti, della Flak - la contraerea -, delle officine tecniche, costituisce infatti un vasto serbatoio al quale attingere per operazioni di controguerriglia. 

 

 

 

In primavera la situazione comincia a cambiare: le formazioni partigiane, a causa anche dei bandi di reclutamento di Salò, si ingrossano repentinamente e danno il via alla lotta armata. Comincia una serie di azioni sul territorio collinare e montano, dove i partigiani ricevono i primi aviolanci dagli alleati. In Valleogra, ad esempio, la reazione tedesca porta ai due ravvicinati rastrellamenti del 30 aprile e del 18 maggio 1944 nell’area del Tretto. Nel primo, per il quale sembra potersi riconoscere la partecipazione di reparti del 3° Battaglione del 12° Reggimento SS di Polizia di Verona, vengono bruciate alcune abitazioni a S. Caterina e fucilato il padre di un partigiano (tra l’altro il giorno precedente la seconda operazione, il 17 maggio, va registrato uno scontro a fuoco tra partigiani e una pattuglia di bersaglieri, in missione per ordine del locale Comando tedesco, sempre al Tretto).

 

 

 

Il 28 aprile, invece, abbiamo un’operazione nell’area di Recoaro: per l’uccisione di un militare sono bruciate le contrade Storti, Cornale e Pace, oltre 500 persone rimangono senza un tetto. Il rapporto tedesco relativo a quel giorno, peraltro, parla di 7 partigiani fucilati, 3 catturati e 307 civili arrestati nella zona di Recoaro; di due partigiani uccisi e 12 catturati, contro un morto e due feriti, in un’azione nella stessa zona successiva di dieci giorni. Gli organi di sicurezza tedeschi individuano inoltre, a partire da metà maggio, consistenti forze partigiane nell’area tra Schio e Asiago, dove viene lanciata l’operazione "Montebello", che porta all’arresto di 37 sospetti partigiani. 

 

 

 

Si tratta comunque, fino alla fine di maggio, di una situazione assai meno drammatica che in altre zone dell’Italia settentrionale. Le cose cominciano veramente a cambiare a giugno ’44, quando l’offensiva partigiana raggiunge un’intensità del tutto nuova. Pensiamo, per fare un esempio, alla prima quindicina del mese in Valleogra, dove tedeschi e fascisti devono subire una lunga serie di colpi di mano, agguati, esecuzioni mirate, assalti, sabotaggi, con decine di perdite ad opera della neonata Brigata "Garemi".

 

 

 

Il traffico militare che attraversa la vallata difficilmente transita indenne. Le fonti partigiane riportano addirittura azioni clamorose, di cui manca però, per alcune, la conferma da parte tedesca: la cattura dei piani di un’arma segreta, dei progetti delle fortificazioni prealpine, di una missione diplomatica giapponese (si trattava in realtà di rappresentanti commerciali dell’industria bellica nipponica).

 

 

 

È sicura, invece, l’eliminazione di un alto ufficiale, il tenente colonnello Schneider, il 15 luglio, nei pressi del passo di Pian delle Fugazze. Sul piano dello sfruttamento economico delle risorse un duro colpo sono, a metà giugno, i sabotaggi alle centrali elettriche della vallata che forniscono energia agli stabilimenti militarizzati. Ancor più pesante il sabotaggio al cementificio di Schio, che blocca la preziosa produzione di cemento per diverse settimane. Una quindicina di atti analoghi di sabotaggio si verificano pochi giorni dopo anche nella zona di Recoaro-Valdagno. 

 

 

 

I rapporti tedeschi di metà giugno indicano che tutta l’area tra Belluno, la Valsugana, Rovereto, Schio, Bassano e Vittorio Veneto è «fortemente perturbata dalle bande». Un rapporto del 29 giugno 1944 dell’Armeegruppe von Zangen, che controlla il confinante Alpenvorland, dice:

 

 

 

«Non si tratta più di gruppi isolati, bensì di un vero e proprio movimento insurrezionale, organizzato e condotto militarmente dal nemico, secondo i criteri della guerriglia alle spalle del fronte. […] La guerriglia si è accresciuta particolarmente intorno al Pasubio, per impedire la costruzione delle opere di fortificazione della "barriera prealpina". […] L’estensione dei focolai di resistenza rivela la chiara volontà di interrompere le vie di rifornimento dal Reich. Le contromisure prese sono attualmente insufficienti, ma anche se fossero draconiane non si riuscirebbe a pacificare il territorio».

 

 

 

Scatta il cosiddetto giro di vite. Gli ordini partono in alto, dove è in atto uno scontro tra Kesselring, che vuole il controllo della repressione, e Wolff, che non vuole rinunciare all’autonomia di SS e Polizia.

 

 

 

Si giunge ad un compromesso: le direttive saranno emanate da Kesselring, quindi dalla Wehrmacht, ma il responsabile dell’attuazione sarà Wolff. Ne fa le spese il terzo organismo tedesco in Italia, ovvero l’autorità amministrativo-militare del generale Toussaint, che ha giurisdizione sul territorio occupato escluse la zona del fronte e le Zone d’Operazione: in sostanza le Militärkommandanturen perdono potere nella lotta alle bande.

 

 

 

Va detto che il Comando di Piazza di Vicenza e i vari presidi dispongono già di forze utilizzate per il controllo del territorio e per azioni di controguerriglia, soprattutto, le Alarmeinheiten, Unità d’allarme, e gli Jagdkommando, Commando caccia. Si tratta di speciali reparti di immediato impiego, tratti dalle varie unità di presidio ed impegnati anche in missioni di vera e propria controguerriglia nei territori controllati dalle formazioni partigiane. Sono anche i reparti incaricati della ritorsione immediata: ad esempio l’eccidio di Borga di Fongara dell’11 giugno, con 17 vittime, è scatenato dal Commando caccia di Valdagno agli ordini del tenente Stey. La rappresaglia è dovuta all’uccisione del sergente Hermann Georges, che apparteneva allo speciale reparto di incursori "Cacciatori del mare Brandeburgo" (poi diventato Lehrkommando 700) di stanza nella città laniera.

 

 

 

Al 1° giugno 1944 l’organigramma delle forze di primo impiego comprende 12 Commando caccia: tre a Vicenza, due a Thiene, uno ciascuno a Schio, Marano, Valdagno, Recoaro, Arzignano, Marostica, Lonigo. In tutto 328 uomini.

 

 

 

A Vicenza operano un distaccamento dell’aeroporto militare, uno del genio ferroviario e un reparto tratto da un battaglione della riserva.

 

 

 

A Thiene e Marostica squadre della contraerea.

 

 

 

A Valdagno ed Arzignano due reparti addetti a trasmissioni ed avvistamenti aerei.

 

 

 

A Lonigo un gruppo della Compagnia d’allarme corazzata, che dispone di mezzi di fabbricazione italiana (si trattava del Panzer Ausbildungs Abteilung Süd, un reparto corazzato di addestramento che fungeva anche da unità di pronto intervento. Il reparto, nel giugno del 1944, era pronto a muovere un plotone di 80 uomini e due ufficiali con mezzi italiani: 4 carri P40, 4 semoventi L40 e 4 M42, due autoblindo AB41).

 

 

 

Numerosa l’unità di Recoaro: 102 uomini della 1ª Comp., 3° Btg., 12° Rgt. SS di Polizia. Scendendo più nel dettaglio, come esempio, il Commando caccia del 263° Btg. Orientale di Marano Vicentino è comandato dal sottotenente Schrick e può contare su tre sottufficiali e 30 uomini, con due autocarri, armati di due mitragliatrici e un mortaio;

 

a Schio il maresciallo Peters comanda 27 uomini appartenenti ad un reparto cantieristico da campo della Luftwaffe, fornito di un autocarro, una motocicletta, tre mitragliatrici e quattro mitra. 

 

 

 

Il compromesso prima accennato rimescola le carte. Il territorio viene diviso in "Settori di sicurezza", affidati a"Comandanti di sicurezza", unici responsabili locali della controguerriglia. Il 2 luglio, mediante ordine di Wolff, il capitano Fritz Buschmeyer, comandante del 263° Btg. Orientale, viene nominato Comandante di sicurezza del Settore Vicenza-Nord.

 

 

 

L’area in questione comprende i centri di Recoaro, Valdagno, Arzignano, Schio, Piovene Rocchette, Arsiero, Marano Vicentino, Thiene, Marostica, Bassano del Grappa ed Asiago, ed è divisa in due sottosettori: quello "Ovest", con una propria sede a Valdagno, quello "Est" a Bassano.

 

 

 

«Unico» compito di Buschmeyer è la lotta alle bande, e per assolverlo ha a disposizione assoluta tutte le unità che si trovano nel Settore, cioè reparti della Wehrmacht, della Luftwaffe, delle SS, di Polizia, dell’Organizzazione Todt, formazioni italiane.

 

 

 

Gli ordini operativi sono precisi e categorici: ogni unità deve farsi trovare pronta e all’erta, ed è responsabile dell’invio di un rapporto immediatamente dopo ogni atto di forza delle bande, con l’indicazione chiara di tutti i provvedimenti presi. Sulla cosa si fa un esplicito richiamo: «Non deve pervenire alcuna relazione che non contenga le contromisure adottate».

 

 

 

Il Btg. di Buschmeyer, composto da europei orientali, soprattutto russi e ucraini, comandati da ufficiali tedeschi, è stato trasferito il 17 maggio dal Piemonte nel Vicentino, su ordine del generale Plenipotenziario della Wehrmacht in Italia, ovvero Toussaint. Inizialmente, dunque, si è trovato sotto la direzione della Leitkommandantur Verona e quindi della dipendente Platzkommandantur di Vicenza.

 

 

 

Comando e grosso delle truppe sono acquartierati a Marano Vicentino, ma una compagnia viene mandata a Santorso e vari nuclei a Schio e S. Antonio del Pasubio; in autunno ci saranno trasferimenti anche ad Arsiero e sull’Altopiano di Asiago.

 

 

 

La prima operazione investe proprio l’Altopiano, il 4-5 giugno, in collaborazione con una compagnia del 3° Btg. 12° Rgt. SS di Polizia e forze fasciste. Il 16-18 giugno è impegnato in Valleogra: l’operazione "263" culmina con l’attacco alla contrada di Vallortigara. Sono i russo-ucraini che catturano Bruno Brandellero e lo portano a Marano, dove viene torturato ed ucciso; sono loro che fanno sparire nel nulla un ex carabiniere mantovano, Guido Vigoni, e seviziano senza pietà un suo collega, Renzo Ghisi, trascinato per chilometri da un carretto.

 

 

 

È il terrore, anche per la gente comune: sono oltre un centinaio gli ostaggi incarcerati e minacciati. D’altronde Kesselring ha appena emanato la sua famosa direttiva, che garantisce l’impunità agli ufficiali subalterni nell’effettuazione delle rappresaglie:

 

 

 

«La lotta contro i partigiani deve essere combattuta con tutti i mezzi a nostra disposizione e con la massima severità. Io proteggerò quei comandanti che dovessero eccedere nei loro metodi».

 

 

 

Ad esempio a Valdagno ne fanno le spese, il 3 luglio, sette antifascisti fucilati per rappresaglia dopo l’uccisione alla Ghisa di Montecchio del tenente Walter Führ, del "Reparto trasmissioni aeree per impieghi speciali n° 11", dislocato con la 4ª Compagnia a Valdagno. Pochi giorni dopo è la Val Chiampo ad essere investita da un vasto rastrellamento, con 4 partigiani e parecchi civili trucidati. 

 

 

 

Nonostante la "pacificazione" il pericolo partigiano continua ad essere fortemente percepito dai tedeschi. Ad inizio agosto, ad esempio, la Platzkommandantur di Vicenza interviene sulla sicurezza, lamentandosi coi vari presidi che diversi punti di appoggio sono stati scardinati dai banditi, e che truppe e ufficiali sono stati catturati perché non era stata prestata sufficiente cura alle misure di sicurezza. Viene ordinato di procedere al rinforzo delle postazioni e di incrementare i servizi di guardia. Negli stessi giorni Wolff ordina che sia rinforzata la protezione ai depositi di carburante e dispone l’assoluto divieto di circolare senza scorta in territori occupati da bande. Intanto, in seguito a dei colloqui tra la Platzkommandantur ed un incaricato del vescovo, i tedeschi esigono che sia regolamentato il suono delle campane: si accusa il clero di essere connivente coi ribelli. 

 

 

 

Il 263° Battaglione Orientale torna in azione il 26 agosto 1944: Buschmeyer ed i suoi, si legge nei rapporti, distruggono un"centro di bande" a Marola di Chiuppano dichiarando di aver ucciso 11 ribelli e di aver arrestato 65 sospetti senza riportare perdite (esistono le foto dei cadaveri di due partigiani, Tarquini e Urbani - era in corso un trasferimento da Raga all’Altopiano - seviziati dai russo-ucraini). Nel frattempo vi sono stati un grosso scontro sul Pasubio a fine luglio ed il grande rastrellamento della Val Posina, il 12-14 agosto, di cui si sa poco o niente da fonti tedesche. L’episodio più conosciuto a riguardo è chiaramente quello di Malga Zonta, dove si ha la maggior parte dei 27 morti partigiani o civili di quei giorni. Sicuramente il Btg. Orientale prese parte alle operazioni, assieme ad altre unità germaniche, al Corpo di sicurezza trentino, a reparti fascisti. 

 

 

 

A questo punto le forze d’occupazione hanno riacquistato una certa supremazia sul territorio. Il 4 settembre Buschmeyer riceve una comunicazione dalla "Sezione lotta alle bande" del Quartier Generale di Wolff: in sostanza, grazie alla posizione di forza ottenuta - si parla di «incipiente stanchezza delle bande e spossatezza della popolazione» - si ordina che ogni tentativo di trattativa sia respinto, a meno che i ribelli non intendano arrendersi immediatamente. Ma è un successo effimero: l’offensiva partigiana riprende poco dopo vigore. Ed immediatamente si scatena la reazione, più feroce che mai. È il ciclo dei grandi rastrellamenti di settembre, che provoca nel complesso centinaia di morti e feriti. 

 

 

 

Si parte con l’operazione "Hannover" sull’Altopiano di Asiago il 5-7 settembre, sfociata nella battaglia di Granezza: vi prendono parte a fianco di unità fasciste (Brigate Nere, Legione Tagliamento) i soliti russo-ucraini. Il 9 è la volta del rastrellamento alla Piana di Valdagno (stesse formazioni); qualche giorno dopo, tra il 12 ed il 14, tocca alle valli del Chiampo e ai Lessini.

 

 

 

È l’operazione "Pauke" (Timpano), condotta contro la Brigata Pasubio di Marozin, che viene scardinata. Esiste anche un ordine operativo di tale operazione: vi partecipano il Btg. Orientale, forze della Gendarmerie e due Compagnie dell’Einsatzkommando Bürger. Quest’ultima è un’unità speciale antipartigiana comandata dal colonnello delle SS Karl-Heinz Bürger, da poco nominato da Wolff responsabile della sicurezza per il Veneto e la Lombardia orientale. Dopo tale azione può stabilirsi a Recoaro nientemeno che il Comando di Kesselring.

 

 

 

Il rastrellamento più conosciuto, e disastroso per le formazioni della Resistenza, è però quello sul Grappa, l’operazione"Piave", effettuata tra il 19 ed il 26 settembre - a danno delle Brigate "Italia Libera" e "Matteotti" e del Battaglione"Montegrappa" della "Gramsci" - dal 2° Btg. del Rgt. SS-Polizei "Bozen", da unità del Rgt. SS-Polizei "Alpenvorland" e dal Reggimento di Sicurezza della Luftwaffe "Italien" del tenente colonnello Dierich. Le conseguenze sono tragiche per le forze partigiane, che optano per una difesa rigida sul posto. I resoconti tedeschi riportano 385 perdite inflitte al nemico. A tutte queste operazioni partecipa anche la Legione Tagliamento, che dipende direttamente da Wolff. 

 

 

 

Un’analisi dei grandi rastrellamenti di fine estate meriterebbe un approfondito trattamento. In generale va detto che le operazioni di settembre causano grossi disastri alle formazioni partigiane. D’altronde viene impiegato qualche migliaio di uomini contemporaneamente, non più centinaia come nelle azioni di qualche mese prima. In conseguenza di ciò, essendo il territorio passato nuovamente, per la maggior parte, sotto il controllo dell’occupante, quando Kesselring ordina la "Settimana di lotta alle bande" (8-14 ottobre) il Vicentino sembra essere esente da grosse operazioni.

 

 

 

A dir la verità un nuovo rastrellamento lo si trova indicato nei rapporti tedeschi ai primi di ottobre, l’operazione "Settimana verde", con l’impiego dell’Einsatzkommando Bürger, unità addestrative delle SS, un reparto di sicurezza del Corpo Trasporti Speer, forze della Gendarmerie. Un’ulteriore azione si svolge successivamente nel territorio fra Monte Piano-Priabona-Monte di Malo-Raga, ai primi di dicembre: vi prendono parte reparti fascisti, unità della Luftwaffe, i russo-ucraini e la 9ª Compagnia della "Legione India Libera", comandata dal capitano Walter Tödt. Si tratta, quest’ultimo, di un reparto assai particolare, composto da indiani presi prigionieri in Nordafrica ed entrati volontari nella Wehrmacht. Dopo l’impiego al fronte sud, che ha dato scarsi risultati, tali truppe sono state dirottate a proteggere le linee di comunicazione in Veneto e nel Vicentino. 

 

 

 

Con l’inverno, comunque, la situazione si è stabilizzata: la stagione rigida limita la ripresa dell’attività di guerriglia, molti partigiani si sistemano alla Todt, e oltretutto l’arretramento del fronte sulla Linea Gotica ha portato in Veneto moltissime nuove truppe e comandi di retrovia, il che consiglia prudenza; gli stessi tedeschi, infine, si rendono conto che il pugno di ferro non ha comunque dato i risultati sperati, anzi è stato alla fine controproducente. Negli ultimi mesi di guerra, dunque, si riduce la violenza dei metodi repressivi, anche se in modo incostante. Per la verità direttive più morbide erano state stabilite dal Comando supremo della Wehrmacht fin dall’estate precedente, ma erano state bloccate da Kesselring, che anzi ancora a febbraio del ’45 emana ordini assai restrittivi poi sospesi dal suo successore, von Vietinghoff. 

 

 

 

Completamente diverso, infine, sarà lo scenario delle ultime due settimane di guerra: per i tedeschi ritorna vitale il controllo del territorio, onde garantirsi una sicura ritirata, per cui lo scontro con le formazioni partigiane divamperà nuovamente feroce e violento, talvolta con tragiche conseguenze.

 

Volontari, n° 11, giugno-luglio 2006

 

L’SS-WEHRGEOLOGEN-BTL. (MOT) 500

 

 

 

Nelle cronache degli ultimi giorni della 2ª Guerra mondiale in Italia compare il riferimento ad una poco conosciuta unità delle SS, l’SS-Wehrgeologen-Btl. (mot) 500.

 

 

 

[...] Il maggiore Otto Laun della 1ª Fallschirmjäger Division, comandante a Schio della Schule für den Kampf der verbundenen Waffen (Scuola per armi congiunte) del 1° Fallschirmkorps:

 

nei primi mesi del 1945 nella cittadina del Vicentino venivano inviati gli ufficiali ed i sottufficiali che erano stati trasferiti ai paracadutisti dalla Luftwaffe e dalla fanteria, e che mancavano dell’addestramento necessario al combattimento sul terreno e all’impiego congiunto di mitragliatrici e mortai. 

 

 

 

Il maggiore Laun, intorno al 22 aprile 1945, ricevette un perentorio ordine dal generale Richard Heidrich, comandante del 1° Corpo: tenere aperta a tutti i costi la "porta" di Schio per permettere la raccolta e il deflusso verso il Trentino della 1ª e della 4ª Divisione paracadutisti, in ritirata dal fronte del Po. Ecco quello che l’ufficiale scrisse nel suo diario alla data del 24 aprile: 

 

«Per due giorni e due notti non ho trovato pace. Ma tutto funziona. Gli uomini sanno di cosa si tratti senza che io abbia detto alcunché. Sono semplicemente fantastici. Come lo possono essere solo dei paracadutisti! Gli ufficiali del corso si mettono agli ordini di soldati di rango inferiore, ma ricchi di esperienza, senza alcuna difficoltà. Tutto si svolge senza dover sprecare parole. Due ex ufficiali della contraerea non riescono a concepirlo, ma preferiscono non dire niente. 

Ad un certo punto mi si presenta un Obersturmführer delle SS. Appartiene ad un battaglione di "geologi" militari che, a quanto dice lui, si trova a Trento. Ha il compito di far saltare i ponti e gli stabilimenti industriali di Schio.

 

Dice che i ponti sono già stati preparati da tempo per essere fatti esplodere, e che ha con sé tutti i piani. Per quanto riguarda le fabbriche, porterà con sé tutto il necessario. Il suo manipolo di genieri giungerà nel giro di circa un’ora.

 

Un pensiero mi attraversa come un lampo la mente: "La telefonata!". Apostrofo il tenente in modo duro e gli chiedo da chi abbia ricevuto tale ordine. Risponde che gli è stato impartito dal suo comandante di Battaglione, che gli ha dato pure i piani. Mi guardo bene dal fare cenno alla telefonata e cerco di calmarmi un po’. Devo far sì che Schio resti percorribile. Non deve accadere niente, poiché la 1ª e la 4ª Divisione paracadutisti devono passare di qui. 

 

Il tenente mi dà l’impressione di essere un tipo a posto, evidentemente è più un uomo di scienza e di cultura che un soldato. Gli spiego che non permetterò in nessun caso che si effettuino delle esplosioni, dal momento che ciò sarebbe in netta contraddizione con gli ordini che io stesso ho ricevuto.

 

Tenta allora di dimostrarmi che le esplosioni non bloccherebbero le strade e che i ruscelli, visto il basso livello dell’acqua, si sarebbero potuti attraversare anche a fianco dei ponti. A questo punto voglio sapere che senso ha, allora, far saltare i ponti. Lui fa nuovamente riferimento ai suoi ordini.

 

All’esterno c’è già confusione, il camion delle SS è arrivato, gli italiani hanno iniziato a fuggire e a rifugiarsi nelle chiese. 

 

Di fronte, nel seminario dei sacerdoti, noto un significativo movimento. Anche i seminaristi vengono condotti nella chiesa. Su tutti i volti è possibile leggere la paura.

 

Adesso devo stare veramente in guardia. È tutto in ballo. Se si rompono le invisibili barriere che trattengono un attacco dei partigiani, allora resta ben poco da fare, se non vendere la pelle più caramente possibile. Cosa accadrà se la strada per i compagni che si trovano al Po verrà sbarrata?

 

Ordino al tenente delle SS di mandare immediatamente il suo camion oltre la postazione di Torrebelvicino. Quanto a lui, deve distruggere in mia presenza i piani di distruzione delle fabbriche e darmi la sua parola d’onore che nessuna carica verrà fatta brillare per far saltar ponti o altro.

 

Quindi, preparate due vetture con doppie MG, faccio condurre il tenente e i suoi uomini fino al Pasubio. 

 

Si fa intanto sera: dalle montagne sparano contro i miei uomini per la prima volta. Le mitragliatrici rispondono crepitando. Durante la notte tra il 24 e il 25 aprile salta in aria il ponte a Magrè. Ciò significa quindi che anche i partigiani sono al corrente dell’esistenza di camere per mine già pronte. A Schio continua a regnare la quiete, ma si percepisce il brulichio, si scorge la paura degli abitanti, e noi stessi siamo assai cauti e pronti a tutto» (dal libro "Dieci giorni di guerra", pp. 89-90). 

 

 

 

Molto simile, anche se con data e particolari diversi, la testimonianza del giornalista del Gazzettino Giuseppe Mugnone, all’epoca capo dell’Ufficio arruolamento e propaganda delle SS italiane con sede a Vicenza: 

 

 

«Per quanto riguarda la zona di Schio i tedeschi avevano ordinato la distruzione del ponte di Magrè, di tutte le industrie di Schio, di Piovene Rocchette, di Arsiero e di Torrebelvicino. [...] Alla mattina del 28 aprile arrivò a Schio un battaglione tedesco di SS guastatori con l’ordine scritto di distruggere il ponte sul Leogra e le industrie, cominciando dal lanificio Rossi.

 

L’ordine fu presentato al dott. Vescovi e dopo al maggiore Laun. Fu allora che il dott. Vescovi, intervenendo presso il magg. Laun, ottenne da questi un ordine scritto diretto al comandante del Battaglione guastatori a cui si imponeva di sospendere l’opera di distruzione.

 

Ma il comandante del Battaglione non voleva riconoscere quell’ordine ed è facile immaginare perché, se si pensa al fatto che i reparti guastatori di ogni esercito, specialmente in caso di ritirata, hanno ordini particolari già ben definiti. A Schio solo in seguito alle molte insistenze del maggiore Laun e del dott. Vescovi, che ne spiegarono i motivi, i guastatori si allontanarono dalla città senza toccare gli obiettivi segnalati» (dal libro "Dieci giorni di guerra", p. 91). 

 

 

 

Mugnone nel 1959 scrisse "Operazione Rossa. Il processo della Corte Alleata per l’eccidio di Schio (Analisi storica degli eccidi e dei delitti isolati compiuti in Italia dal 1945 al 1948)", ovvero la prima storia del massacro dei fascisti avvenuto nelle carceri della cittadina vicentina nella notte tra il 6 ed il 7 luglio 1945 ad opera di un commando partigiano. Nella sua ricostruzione intervenne a difesa di Giulio Vescovi, Commissario prefettizio di Schio, vittima dell’eccidio, mettendo in luce i meriti suoi e del maggiore Laun, che di fatto impedirono che le fabbriche della città, specie i famosi Lanifici Rossi, fossero fatte saltare. 

 

 

 

Ad ogni modo i "geologi" dell’Obersturmführer (tenente) delle SS citati da Mugnone e da Laun appartenevano all’SS-Wehrgeologen-Btl. (mot) 500 (Battaglione genio fortificazioni), di stanza nella primavera del 1945 sul vicino altopiano di Folgaria, in Trentino, a breve distanza dal confine con Vicentino e Veneto. L’unità era comandata dall’Obersturmbannführer der Reserve (tenente colonnello della riserva) Höhne, nato il 26 settembre 1908, già membro della divisione delle Waffen-SS "Prinz Eugen". 

 

 

 

Dall’ottobre del 1944, inoltre, la 2ª Compagnia del Battaglione, comandata dall’Hauptsturmführer (capitano) Wasmuth, era dislocata ad una decina di chilometri da Schio, nel paese di Valli del Pasubio in Alta Val Leogra, con il compito di sovrintendere i lavori di fortificazione della linea di difesa prealpina (Blau Linie) e tenere a bada la minaccia partigiana nel territorio dove essa veniva costruita. Il reparto aveva come Feldpostnummer (numero di Posta militare) il 40184 (si veda anche Luca Valente, Paolo Savegnago, "Il mistero della Missione giapponese. Valli del Pasubio, giugno 1944: la soluzione di uno degli episodi più enigmatici della guerra nell’Italia occupata dai tedeschi", Cierre Edizioni). 

 

 

 

Nel novembre/dicembre del 1944 una parte della Compagnia fu distaccata sulle vicine alture del Tretto, a S. Ulderico, incaricata di preparare camere di mine lungo la strada di accesso alla zona, e fu coinvolta nella rappresaglia di contrada Laita (29 novembre), nella quale vennero fucilati cinque civili a seguito dell’uccisione da parte partigiana di un interprete italiano e di un membro del reparto. 

 

 

 

Tornando ai fatti degli ultimi giorni di guerra, tra il 28 ed il 29 aprile del 1945 la zona di Schio fu raggiunta dai resti della 1ª e della 4ª Divisione paracadutisti, alla guida del generale Heidrich. Il maggiore Laun era riuscito fino a quel momento a conservare il controllo della città, anche grazie a serrate trattative con i partigiani della Brigata "Martiri della Val Leogra" che la circondavano. Il 29, completata la raccolta, i paracadutisti si avviarono verso il Trentino, ma furono coinvolti in una dura battaglia al termine della quale una cinquantina di morti giacevano sul terreno. Nuovi colloqui tra vertici partigiani e tedeschi sancirono infine il libero allontanamento di questi ultimi dalla città in cambio dall’astensione da ogni distruzione ed atto ostile. 

 

 

di Luca Valente

 


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