QUADERNI DELLA RESISTENZA 

Edizioni "GRUPPO CINQUE" Schio - Aprile 1979 - Grafiche BM di Bruno Marcolin - S.Vito Leg.

 

 

Volume VII 

 

 

«ARGIUNA»

 

 

di E. Trivellato

 

 

Quattro giorni prima di arrivare ad suo 27° compleanno Fiorenzo Mario Co­stalunga, nato a Padova ma vicentino di adozione, venne fucilato dalla G.N.R. nel Cimitero di Sanvito di Leguzzano. Era il 6 settembre 1944.

 

 

Studente della Facoltà di Magistero nell’Università di Urbino, Fiorenzo aveva frequentato la Scuola sindacale fascista di Firenze e vi aveva ottenuto il diploma il 25 settembre 1942. Nei mesi che seguirono egli si trovò a contatto con i sin­dacalisti vicentini e con l’ambiente operaio: furono probabilmente questi due elementi a spostare la sua iniziale posizione politica ed a portarlo, dopo il 25 lu­glio 1943, nell’area di sinistra.

 

 

In contrasto con il suo atteggiamento chiuso, serio, da giovane già adulto, egli aveva in sé un modo «idealistico» di affrontare i problemi e le situazioni, un modo frequente nei giovani e che va attenuandosi con l’età a suon di delusioni. Purtroppo in tempo di guerra, quando cioè è sempre questione di vita o di morte, gli idealisti parolai diventano alla prova dei fatti molto più cauti, se non oppor­tunisti, mentre sono veramente pochi coloro che riescono, come Fiorenzo, a con­servare un’onesta coerenza tra le parole ed i fatti. Sono questi ovviamente i più vulnerabili: inoltre hanno il curioso destino che, passata la bufera, vengono tac­ciati da ingenui, per un motivo o per l’altro. «Glielo avevo detto! » ripetono in coro i sopravvissuti, cioè i più furbi o i più fortunati.

 

 

Quanti pensieri e quali sentimenti passarono nella mente e nell’animo di Fiorenzo Costalunga durante quel lunghissimo anno di attività resistenziale? dura­mente incarcerato in primavera, salvato per un soffio da un tentativo di suicidio, inseritosi per sua scelta nel rozzo ambiente montanaro, lui uomo di studio, scam­pato al rastrellamento di Posina, Fiorenzo Costalunga incappò a Sanvito in tre blocchi fascisti, venne rilasciato ai primi due ma nel terzo gli fu trovata una pi­stola sotto l’ascella e dopo poche ore era già cadavere nel Cimitero del paese.

 

 

Documenti, testimonianze, scritti sono una porta ben stretta per entrare nella vita breve di «Argiuna» e per capire i valori profondi della sua esistenza ed i significati di ciò che fece o non volle fare. Né la pignoleria dello storico né il piede d’elefante della retorica possono restituirci tutte le complesse sfaccettature di un grande idealista, che visse e morì per sue scelte e convinzioni.

 

 

Ognuno comunque lo ricordi a suo modo, sotto il profilo sociale o politico o partigiano o più semplicemente umano, importante è ch’egli rimanga vivo nel tempo, perché forse proprio questo egli stesso, come tanti altri come lui, voleva morendo.

 

 

 

 

DOCUMENTI

FOGLIO MATRICOLA RE n° 3100 del Distretto di Vicenza

 

 

Costalunga Fiorenzo Mario di Luigi e di Ceccato Maria. Nato a Padova il 10.9.1917, iscritto al Comune di Vicenza. Riformato dagli organi di leva il 15.6.40. Ha fatto parte dal 1.10.1943 al 6.9.1944 delle formazioni partigiane con la Brg. «Argiuna». Deceduto in seguito a fucilazione da parte di reparti della G.N.R. in data 6.9.44 a S. Vito di Leguzzano. Decorato della medaglia di bronzo al valor militare con la seguente motivazione: «Dopo l’armistizio si arruolò tra i primi nelle formazioni partigiane molto distinguendosi per attività organizzativa ed ani­matrice e per coraggioso comportamento. Caduto in mani nemiche mantenne esem­plare contegno durante i duri interrogatori e di fronte al plotone di esecuzione»

 

(S. Vito il 13.8.1944 -Vicenza 14.9.1953). - Nota. La data della fucilazione è errata.

 

 

MEDAGLIA DI BRONZO ALLA MEMORIA

 

N° d’ordine 1220 del Presidente del Consiglio dei Ministri.

 

Roma, 5 agosto 1951  -Nota. Anche in essa la data della fucilazione è errata.

 

 

LAUREA AD HONOREM

Università degli studi di Urbino -Facoltà di Magistero.

 

 

«Mario Fiorenzo Costalunga - nato il 10.9.1917 a Padova, studente della Facoltà di Magistero di questa Università, caduto per la difesa della Libertà il 6 settembre 1944 a S. Vito di Leguzzano (Vicenza), proclamato dott. in materie letterarie honoris causa. Dato a Urbino, addì 14 novembre 1958. Il Rettore Carlo Bo. N° 125 Regr. Gr. Acc. 1958.

 

DIPLOMA DI SCUOLA SINDACALE

Regno d’Italia - Ministero delle Corporazioni - «Scuola Sindacale» - Firenze. Superati gli esami finali il 25 settembre 1942 - XX. Conferito il Diploma di Scuola Sindacale N° 561 dato a Firenze il 5.1.1943-XXI.

 

 

 

 

TESTIMONIANZE

OLIMPIA MENEGATTI

 

 

Figlia di Erminio, tipografo vicentino, e di Vangelista Angela. Nata a Vicen­za il 20.2.1901, operaia al Cotonificio Rossi. Sposata con Antonio Piancastelli (m. 1932) ebbe una figlia Ines (m. 1946). Risiedeva in Corte dei Roda a Vicenza. Fin dal 1919 era della Commissione interna del Cotonificio per il partito socialista; nel 1929 partecipò attivamente ad uno sciopero promosso in relazione alla situazione dei macchinari. Dopo il 25 luglio 1943 fece parte della Commissione Interna e fu in contatto con Domenico Marchioro, appena uscito dal confino, che conosceva fin dal 1919. Durante la Resistenza la casa di Olimpia costituì un punto di riferimento per molte persone e tutti vi trovarono aiuti e collaborazione.

 

 

«Mario era nato prima del matrimonio di Ceccato Maria con Luigi Costa­lunga: quest’ultimo lo aveva legittimato. Mario Fiorenzo era vissuto soprattutto in casa, della zia, una maestra che abitava al Ponte Nuovo. Dopo le Elementari si avviò agli studi magistrali e conseguì il diploma di maestro. Per 3 anni tentò di conseguire il  diploma di Liceo Scientifico al Pigafetta. Si iscrisse poi alla Facoltà di Magistero di Urbino e frequentò la Scuola Sindacale di Firenze. All’8 settembre 1943 si trovava a Vicenza come impiegato e subito si inserì nella Resistenza civile.

 

Arrestato nella primavera del 1944 ed in seguito rilasciato, Mario decise di salire in montagna con i partigiani e, tramite varie persone, si portò in Raga sopra Schio. Ricordo che aveva detto: “Per andare in montagna non so proprio a chi rivolgermi”. Allora gli avevo dato il nome di Domenico Baron e della sorella “Paola”, la quale, aveva a casa mia un punto di appoggio. Dopo il rastrellamento di Posina di metà agosto 1944, Mario Costalunga scese a Vicenza; aveva distri­buito 6.000 lire fra alcuni amici partigiani che avevano famiglia. Si era poi recato a Bolzano Vicentino per parlare con Emilio Lievore, che vi era sfollato; non lo trovò.

 

Dovevano allora trovarsi a casa mia, ma quando Emilio vi arrivò, Mario era già partito per Schio: prima di mettersi in viaggio aveva mangiato pane biscotto e vino bianco. Venni a sapere che era stato fucilato a Sanvito e più tardi mi rac­contarono che aveva chiesto ai fascisti di non essere fucilato in piazza per non spaventare le donne ed i bambini; inoltre lungo il tragitto verso il Cimitero si era tolto le scarpe per darle al campanaro, dicendo che a lui non servivano, e pregan­dolo di consegnare l’orologio a sua madre. Dopo la Liberazione venne trasferito nel Cimitero di Vicenza.

 

Mario Costalunga era un giovanotto molto riservato, piut­tosto chiuso, senza molte compagnie; si dedicava parecchio allo studio e di solito viveva in casa della zia. Per il suo carattere serio e per i contatti con l’ambiente sindacale si era maturato precocemente e penso che non abbia avuto un’infanzia spensierata ».

 

 

 

ANTONIO EMILIO LIEVORE

 

«Gioacchino Roscini, collega alla SITA e fiduciario dei sindacati, mi fece conoscere Mario Costalunga nella prima metà del 1943 quando appunto vari sin­dacalisti fascisti cominciarono a stabilire rapporti, anche di amicizia, con elementi notoriamente di sinistra. La vera e propria apertura si ebbe dopo il 25 luglio du­rante i 45 giorni. A seguito di questi contatti Mario Costalunga si rese conto degli errori politici del fascismo e cominciò ad aderire per simpatia alle idee comuniste.

 

D’altronde l’ambiente sindacale, per il contatto diretto con i problemi operai, fu quasi sempre disponibile anche se di parte fascista. Nell’autunno del 1943, con l’occupazione tedesca, Mario optò per la Resistenza e si dedicò alla stampa clan­destina, in quanto sapeva scrivere molto bene; entrò così in contatto con Gaetano Vangelista, impiegato di banca, e con Gaetano Falcipieri, tipografo, notorio anti­fascista e comunista di vecchia data.

 

Nei mesi successivi questa attività clandesti­na non passò inosservata ed in conseguenza di una delazione Nello Vangelista e Mario Costalunga vennero arrestati dalla Questura. Mario venne duramente basto­nato e tentò anche di suicidarsi tagliandosi le vene con i vetri di un fiasco d’acqua da bere; riuscirono tuttavia a salvarlo.

 

Il Questore era al corrente dell’attività clandestina svolta ed è probabile che le notizie fossero pervenute alla Questura per indiscrezione o delazione di qualche amico di Mario. In quella occasione Van­gelista fu difeso dall’avo Tozzi, mentre per Mario si interessò l’Ing. Bossini di Bre­scia, che era Segretario dei Sindacati di allora; dopo circa un mese venne rilasciato. Venne da me e disse: “Guarda che non mi sento sicuro. Ormai sono stato iden­tificato ed ho l’impressione di essere pedinato»».

 

Ricordo che proprio in quel pe­riodo (marzo-aprile 1944) i Comandi partigiani lamentavano la difficoltà di tenere a freno i “montanari” e pensavano di organizzare delle riunioni per spiegare gli in­dirizzi e le modalità della lotta; avevano quindi bisogno di qualche persona di cul­tura o di qualche studente. Mario accettò volentieri e così partì per la montagna. Era un bel giovanotto, alto, rosso di capelli, molto serio e già adulto fin dal­l’infanzia».

 

 

 

DOMENICO BARON

 

«Incontrai per la prima volta Fiorenzo Costalunga in Raga dove si fermò per un certo periodo; quando scendeva a Vicenza da Raga era solito fermarsi a casa mia. Quel giorno che fu catturato a Sanvito, si era incontrato a Vicenza con mia sorella Alief (“Paola”), la quale veniva da Padova. Si era accordati di tor­nare a Magrè assieme, viceversa la “Paola” doveva portare un plico ad Arzignano e quindi “Argiuna” partì da solo».

 

 

 

SILVIO MANFRON

 

«Fiorenzo Costalunga venne fermato dai fascisti ad un primo posto di bloccopoco prima di Sanvito venendo da Malo e fu rilasciato perché probabilmente aveva le carte in regola. La seconda volta venne fermato in piazza e nuovamente rilasciato. Siccome era un giovanotto grande e grosso e circolava in calzoncini corti e zaino sulle spalle mi sembrava un po’ troppo pericoloso viaggiare in quel modo a quei tempi. Venne fermato una terza volta all’uscita di Sanvito, proprio davanti all’attuale ENAL, ed anche in questo caso stava per essere rilasciato. Purtroppo un milite pensò di perquisirlo e, nel mettergli le mani sotto le ascelle, sentì la pistola che teneva nascosta.

 

“Argiuna” si buttò a correre verso la casa più vicina, che distava una ventina di metri, e sarebbe riuscito ad eclissarsi attraverso i campi se il cancello sul retro fosse stato aperto; invece fu costretto a riparare nella stalla dove i militi della Tagliamento lo trovarono poco dopo. Fu scortato verso la piazza e qui rimase circa un’ora, forse meno, prima che lo portassero al Cimitero per fu­cilarlo.

 

Non fu trasferito in caserma ed io penso che i fascisti sapessero chi era; inoltre ho sentito dire che il capitano non voleva fucilarlo, ma fu un famigerato ser­gente, detto “il Boia”, ad imporsi per la fucilazione. Durante il percorso verso il Cimitero “Argiuna” mantenne un contegno molto fiero, quasi spavaldo. Egli era venuto con noi in Posina e personalmente conservo di lui un ottimo ricordo: è una figura della Resistenza che merita di essere ricordata con particolare rilievo ».

 

 

 

 

 

LA RELAZIONE «ARGIUNA»

 

Premessa

 

La raccolta di notizie su Fiorenzo Costalunga si era già conclusa allorché Alberto Sartori («Carlo») aveva recuperato e ci ha trasmesso una relazione datti­loscritta di «Argiuna» per il Commissario di Brigata, per il Comitato del P.C. di Padova e per il Comitato Federale di Vicenza: in essa il Costalunga espone al­cune osservazioni e constatazioni da lui fatte durante la sua permanenza nelle for­mazioni partigiane «della zona veneto-tridentina ». Gli accenni al rastrellamento di Posina (12-13-l4 agosto 1944) la fanno ritenere posteriore a tale avvenimento e poiché «Argiuna» fu fucilato a Sanvito il 6 settembre, sembra evidente che la relazione fu meditata ed elaborata nella seconda quindicina di agosto del ’44.

 

 

Di testa vi è una nota manoscritta di Carlo: «Ricevuto da Argiuna il 5 settembre 1944» ed alla fine in calce vi è un’altra nota: «Trasmesso al Comando Gruppo Brigate il 9 settembre - Vedere l’operato di Sergio Carlo».

 

 

Quel «Vedere l’ope­rato di Sergio» fa pensare che la nota in calce sia dell’epoca e che i commenti di Argiuna sui Comandi partigiani abbiano fatto scattare in Carlo l’idea di verificare più attentamente il comportamento di Sergio (Attilio Andreetto). È altresì da no­tare che Argiuna indirizza la relazione innanzi tutto al Comando di Brigata, poi al Comitato del P.C. di Padova ed infine al Comitato Federale di Vicenza. A sua volta Carlo la postilla con la dizione al «Comando Gruppo Brigate» (alias «Al­berto» e «Lisy»). Va infine premesso che la relazione fu elaborata da Argiuna proprio nel clima che seguì al massiccio rastrellamento di Posina e quindi in un momento difficile, potremmo dire calante, che induceva emotivamente ad un certo sconforto e pessimismo sia i giovani partigiani che lo stesso autore della relazione. Al testo integrale qui sotto riportato ho fatto seguire alcuni brevi commenti, a ti­tolo di proposta per una chiave di lettura.

 

 

 

 

AL COMMISSARIO DI BRIGATA - AL COMITATO DEL P.C. PADOVA -AL COMITATO FEDERALE -VICENZA

 

Prima di riprendere la mia attività in seno alle formazioni da cui sono forzatamente lon­tano a seguito le operazioni di rastrellamento intraprese nella zona veneto-tridentina, dopo aver accompagnato una parte del battaglione «L. Marzarotto» fuori di questa, con­sidero opportuno esporre alcune osservazioni e constatazioni da me fatte durante la mia permanenza presso i partigiani o molto spesso da questi stessi espressami.

 

Son convinto che non tutto della mia relazione sarà gradito, pure sento l’utilità ai fini del miglioramento della nostra organizzazione, di parlare con sincerità perché così si potran­no capire le ragioni per cui non si è potuto stabilire un saldo fronte partigiano sino ad oggi nella zona veneto-trentina, (cioè nella zona più delicata, militarmente parlando di tutta l’Italia invasa) nonostante le straordinarie qualità di coraggio degli uomini e il nu­mero veramente notevole delle loro azioni. Per render più chiaro l’esposto lo suddividerò in rapporto ai problemi che più interessano la nostra organizzazione e la cui non chiara e precisa risoluzione hanno causati non pochi danni ad essa.

 

UNITÀ e COMANDI

L’Unità fondamentale odierna della nostra formazione, l’unica veramente efficiente, almeno in questa zona è la Pattuglia, emanazione diretta della Banda, formazione spon­taneamente costituitasi nei primi mesi dal movimento con fisionomia locale. Con poche armi, qualche pistola e qualche moschetto, racimolati durante la debacle dell’otto set­tembre, i giovani più audaci delle classi renitenti, guidati da vecchi elementi politici antifascisti si sono riuniti in bande e si sono ulteriormente riforniti di armi togliendo le a carabinieri, gruppi isolati di fascisti, tedeschi e a privati: la loro forza numerica era variabile come pure l’armamento e le riserve di fuoco (sempre però molto scarsa): l’arma più reale di questi ragazzi, è stato il coraggio, il motivo fondamentale che li ha spinti alla guerra partigiana è stata la rivolta contro il fascismo che voleva ancora mandarli al massacro per i tedeschi e costringerli ad una vita militare insopportabile.

 

Queste Bande hanno compiuto le imprese più notevoli nella nostra provincia senza alcuna predisposi­zione tattica e così esse hanno assolto il compito di disturbare i tedeschi e di costrin­gerli ad azioni estenuanti di polizia, conoscitrici dei posti, agili, queste pattuglie passano con facilità attraverso le maglie dei rastrellamenti e galvanizzano le popolazioni in un profondo istintivo odio antifascista essendo formate di elementi essenzialmente proletari e conducono la forma di guerra che più piace agli operai e che i più appoggiano, la guerriglia locale. I capi di queste unità sono eletti spontaneamente dagli uomini in si­lenzio, per il loro coraggio, la loro forza fisica, la loro astuzia, il criterio culturale ed accademico qui, per fortuna, non ha importanza e tutta la pattuglia assume l’impronta personale del capo (anche esterna talvolta).

 

Con queste bande non esistevano gravi problemi militari ma solo problemi politici di dare ad esse una fisionomia di legalità e di politicità, i problemi militari san sorti quando si san formati, con esse, i battaglioni e le brigate: con queste è sorto il problema dei comandi e della dotazione di armi atte a formarne l’ossatura e a rendere queste unità forze tattiche di impiego, ciò che non è stato finora mai possibile.

 

Si sono creati così i comandanti di battaglione e di Brigata, ma questi in quanto tali lo sono stati più in apparenza che in realtà e ciò è confermato dal fatto che questi non sono spesso conosciuti dagli uomini e che moltissime azioni ven­gono fatte a loro insaputa (ad esempio gli ultimi a conoscere i particolari dell’attacco a Tonezza sono stati i comandanti di battaglione e di Brigata e quasi mai per azioni secon­darie, come quelle di attacchi alle macchine è stato chiesto il parere al comando, senza comprendere che questi potevano determinare un rastrellamento nella zona nel momento meno opportuno, magari alla vigilia di lanci.

 

Unità come battaglione e brigata comportano poi un comando tecnico che invece manca a noi, data la quasi assoluta assenza di uomini di categorie intellettuali nelle nostre for­mazioni e di persone anziane di salda esperienza; evidentemente i giovani borghesi pensano di far del patriottismo imboscandosi in ville di campagna, certi poi di poter comperare il brevetto di partigiano come i loro padri hanno acquistato quello di squa­drista, evidentemente i vecchi politici, invece di costituire il nerbo dei commissariati partigiani ed educare e guidare i giovani delle formazioni, preferiscono sognare le eie­zioni e discutere in seno alle loro famiglie la forma di governo dell’Italia nuova.

 

E veramente con dei comandanti di 20-24 anni e dei commissari non molto più anziani già sono rari i giovani sulla trentina e rarissime le persone oltre i 40 anni) vissuti in pieno clima fascista, come si possono guidare sempre con buon senso giovani talvolta non ancora ventenni? I pochi intellettuali presenti portano poi talvolta con se delle tendenze borghesi ed ufficialesche che i partigiani non apprezzano essendo in gran parte proletari (qualche commissario e per di più comunista ad esempio avrebbe preteso dagli uomini il lei e si sarebbe fatto portare lo zaino e queste inezie, ricordiamolo, sono osservate dagli uomini).

 

EFFICIENZA DELLE UNITÀ

Ogni unità militare esiste ed ha un valore soprattutto in funzione dell’impiego tattico per cui è stata creata: ora i nostri battaglioni, essendo quasi sprowisti di armi pesanti, esi­stono più come unità di collegamento, di zona e di propaganda (per suddividere i rifor­nimenti dei lanci, delle requisizioni, per i servizi staffette, per il controllo dei prelievi) che come unità tattiche. Tutti questi compiti sono di pertinenza dei commissari e non hanno nulla a che fare con il criterio dell’impiego in funzione del quale in primo luogo esse dovrebbero essere costituiti; inoltre poi gli organici di tali brigate e battaglioni sono variabili al massimo e quasi mai corrispondenti agli effettivi delle corrispondenti (di nome unità degli eserciti regolari) sicché in definitiva la loro istituzione è più formale che sostanziale.

 

La zona di pertinenza di queste unità è spesso così vasta che non è raro il caso che altri gruppi nominalmente similari si formino entro di esse, magari con una decina di effettivi (così ad esempio ad Asiago); ciò determina delle interferenze militar­mente assurde e dannose perché esse spesso nascondono antagonismi e rivalità che hanno causato credo le dolorose esperienze di Asiago e quindi la diffidenza degli an­glosassoni e la conseguente scarsità di lanci, causa prima della scarsa potenza delle nostre formazioni ad alcune seconde per coraggio (ed il paragone con i bollettini delle altre brigate lo dimostra) ma tatticamente poco efficienti.

 

ARMAMENTO E PROPAGANDA

Parecchi compagni, durante l’ultimo rastrellamento mi han ripetuto di essere stati traditi come ad Asiago: «Anche ad Asiago ci avevan promesso armi e di trovare un’intera di­visione e ci sian dovuti ritirare tra molte sofferenze e pericoli mentre molti dei respon­sabili si san sbandati per primi lasciandoci a noi stessi ». Anche questa volta san giunti nella zona molti uomini che si son trovati al momento del combattimento disarmati: an­che questa volta si son volute illudere delle persone con una forza che non possediamo. Comprendiamo la diffidenza degli inglesi a seguito i fatti di Asiago, ma se essi si con­vincessero che sono a migliaia i giovani disposti ad entrare nelle formazioni, se ci fossero armi comprenderebbero l’opportunità di non lasciarli disarmati in preda alle pro­messe e alle crudeltà dei nazifascisti.

 

Noi non conosciamo quel che si ripromettono gli alleati nel nostro settore, certamente poco se credono che poche mitragliatrici e qualche raro mortaio ed una minima dotazione di munizioni per le armi personali pos­sano tenere testa ad un nemico armato di cannoni e di carri armati; contro queste armi che cosa possono uomini armati di parabellum (gittata massima 150 metri efficaci e con 4-5 caricatori a testa) mentre è risaputa l’estrema velocità di sgranamento di simili armi: la zona tenuta da noi sino a qualche giorno fa sarebbe ancora in mano nostra se avessimo avute armi con cui dirigere un fuoco incrociato di mitragliatrici ed un fuoco di interdizione con mortai da 81.

 

Dannoso è poi lasciar propalare notizie circa forze nostre enormi: il tedesco non si in­ganna: esso capisce che  in una zona dove possono vivere alcune centinaia di persone non possono abitare migliaia di armati e manda truppe in rastrellamenti esplorativi che finiscono con l’accertarsi circa l’entità delle forze.

 

Dannosa è ancora tenere una posizione abitata, installarsi in essa quando questa non può essere tenuta: a contatto con borghesi poi i nostri si infiacchiscono e compromet­tono la popolazione e finiscono con non compiere alcuna azione di rilievo (vedi Posina) e finiscono con subire l’azione del nemico e perdere armi e munizioni che dovevano ser­vire invece per disturbare al massimo il nemico. Non potremo tenere alcuna zona, crediamolo, senza armi pesanti ed inoltre come a Posina paralizzeremo la guerriglia che è la forma più conforme ai nostri mezzi della no­stra guerra per creare una zona di corona protettiva intorno alla zona controllata. Quando si è piccoli bisogna agire come tali mi dicevano gli uomini prima che si veri­ficassero i fatti di Posina.

 

I RAPPORTI DELLE COMPETENZE

La suddivisione delle competenze politiche e militari ed ultimamente educative (quelle del dirigenti di partito) dei comandanti e dei commissari posti su di un piano paritetico non e compresa dal partigiani che con la parola identificano tutti coloro che danno delle disposizioni (poi in realtà riconoscono solo il loro capopattuglia o capobanda). Per una organizzazione ancora embrionale come la nostra la direzione a due non serve che a creare confusioni ed interferenze e contestazioni tacite e palesi di competenze che nei momenti facili si reclamano e nei difficili si respingono.

 

La creazione poi del dirigente o responsabile di partito é intempestiva perché, o in seno alla formazione vi sono tutti e cinque i dirigenti dei partiti, e allora si rischia di creare in nuce del parlamentarismo buffo in una organizzazione militare o vi è un solo responsabile di partito ed allora la sua propaganda può o potrebbe urtare (in realtà san rari i partigiani aderenti ed iscritti ad un partito politico) i compagni che hanno un modo diverso di pensare politicamente. In realtà sarebbero più che sufficienti, i commissari politici (e di questi v’è pure molta penuria) la cui idea corrispondesse, sulle linee generali, a quella fondamentale degli uomini della formazione presso cui svolgono la loro opera e che militarmente agissero secondo le direttive del C.D.L.N. che è alleanza militare dei partiti ai fini della guerra e non assorbimento di essi. Se ad esempio le formazioni sono di tendenza comunista ab­biano un commissario comunista di fiducia del C.D.L.N. e non sia tolta loro quella fisio­nomia politica per cui combattono.

 

Perché si è voluto, ad esempio uniformare i distintivi, assumere un unico saluto quello militare quando molte bande san sorte con una precisa impronta politica ed un loro colore che voglion conservare. Molti uomini si san rifiutati di togliersi le stelle rosse lampeggianti sulle loro camicie e continuare a salutare con il pugno chiuso perché essi dicono di aderire sì a liberare l’Italia dal tedesco e dal fascista ma per la loro idea, distinta delle altre idee. Perciò per la coesione di ogni formazione sarebbe bene anche che i comandanti compartecipassero delle simpatie po­litiche dei loro uomini i contrasti non potrebbero che creare disistima.

 

LA PREPARAZIONE POLITICA

D’altra parte non possono esistere divergenze ideologiche chiare e precise per il sem­plice motivo che l’impreparazione politica degli uomini è profonda e generale: ho stu­diato ad esempio il filocomunismo dei miei compagni: esso non nasce da convinzioni ideologiche e dottrinarie ma dalla semplice ragione che esso è per eccellenza un movi­mento antifascista e che comunista è la nazione che più di ogni altra ha dato prove di grandezza e di potenza in questa guerra, la Russia. La Russia vince perché ha trattato bene gli operai ed ha agito con giustizia pensano i miei compagni.

 

La Russia è co­munista, segno dunque che il comunismo è il miglior regime e noi per questo siamo comunisti: essi sono stati convertiti al comunismo dall’armata rossa e dalla tirannia fascista che per 22 anni non ha fatto che blaterare della debolezza sovietica. Ciò non significa che questi giovani siano refrettari ad assorbire un comunismo più positivo anzi il loro comunismo primitivo, germinato dalla miseria economica e dalle umiliazioni, con il loro desiderio di benessere economico e di godere del medesimo confort delle classi più abbienti, è il terreno più propizio per accogliere il comunismo scientifico, che si potrà però insegnare solo in una sede più calma che non quella del fronte. D’altra parte oltre il bisogno di giustizia i partigiani esprimono anche un bisogno che confina con la licenza, di libertà molto conforme al carattere degli italiani.

 

Noi dobbiamo lavorare su questi due istinti per guidarli verso una forma più razionale e più civile. I giovani hanno bisogno di un’educazione morale e civile oltre che politica essendosi troppo abituati al sangue: per tale opera necessiterebbero uomini maturi che vivessero con i più giovani ed invece questi mancano: questi non ci sono e scarseggiano anche i commissari che sappiano intrattenere gli uomini in questioni di politica generale. Lasciati ai propri istinti alcuni di questi giovani non potrebbero divenire domani i pre­toriani di interessi capitalistici come lo sono divenuti ieri gli ex combattenti inquadrati nei fasci di combattimento? Considerino anche questa ipotesi gli anziani che pensano all’avvenire del proletariato pregustando le vittorie elettorali e similia o si ricordino che i giovani si sentano molto lontani da essi: la incomprensione dei partigiani verso i comitati è una prova.

 

RAPPORTI TRA COMITATI E FORMAZIONI

Sin dal mio primo contatto con le formazioni ho intuito l’antagonismo che separa i comi­tati dalle formazioni. I partigiani per lo più accusano i comitati locali di ostacolare le azioni per i loro in­teressi, di contendere alle formazioni le armi dei lanci e di fare dell’affarismo: certo tali accuse sono esagerate e sorgono dalla sottovalutazione che ciascuno dà al compito degli altri per esaltare il proprio, però io pure ho avuto la sensazione che non tutti i com­ponenti dei comitati con cui ho preso contatto fossero indenni dal cercare di fare i propri interessi all’ombra di quelli comuni. Perciò i comitati superiori dovrebbero meglio controllare l’operato dei loro aderenti, e in primo luogo si diano aiuti più sensibili alle formazioni che sinora, salvo alcuni contingenti di medicinali, si sono approvvigionate quasi sempre con i loro mezzi. I comitati debbono lavorare di più per creare una atmosfera di reciproca fiducia che ora non esiste.

ALCUNE PROPOSTE

Le proposte che sono conseguenza di osservazioni e di conclusioni possono essere esa­minate. Vista la scarsa dotazione di armi pesanti, si dovrebbe per ora rinunciare a fare delle brigate e dei battaglioni delle vere unità tattiche (con esse non si potrebbero svol­gere mai ugualmente delle azioni di vasto respiro) ma rimangono i loro comandi in funzione logistica propagandistica politica od informativa alle dipendenze del commissari e si identifichino con i comandi di zona sotto le cui direzioni passino pure i comitati le competenze dei responsabili militari (da non confondersi con quelle dei capipattuglia che sono fondamentali) siano limitate allo studio dei campi di lancio, delle postazioni e per le proposte di azioni collegate con altre zone ed al controllo dell’armamento.

 

Per il controllo politico e disciplinare, per la creazione di una matricola partigiana, mancanza sentita in quanto senza di essa non potremo creare un’assistenza ai mutilati e alle fami­glie dei caduti e distinguere i veri dai falsi garibaldini) per la propaganda si dovrebbero creare dei commissari mobili o ispettorati, i quali, su di un programma stabilito dal com­missario di Zona o brigata, dovrebbero in un tempo limitato visitare periodicamente le formazioni e svolgere la loro attività politica di controllo, presso le formazioni ed i comitati ed esaminare la situazione degli approvvigionamenti e delle requisizioni e delle emissioni dei buoni. Quindi dovrebbero riferire al Commissario di Zona.

 

Questi giri di ispezione dovrebbero essere svolti da un commissario e da un vice, uno per i rapporti politici e di propaganda e per le direttive l’altro per la parte burocratica (inquadramento delle formazioni, ruoli no di marcia dei garibaldini) ed il lavoro che di solito i capipattuglia non fanno.

 

Con un numero esiguo di Commissari legati però ad una disciplina di tempo e responsabili verso il Commissario di Zona o Brigata queste attività si po­trebbero svolgere con sicurezza e continuità, e non resterebbero inevase, come è avve­nuto sino ad oggi, in gran parte. l! desiderio di veder perfezionato il nostro movimento, di limitarne i difetti, il pensiero di evitare perdite di uomini e di materiali, nel ricordo dei compagni sepolti sotto le mughe, dopo avvenimenti dolorosi per le nostre formazioni, ho redatto la presente relazione.

ARGIUNA NARODIN

 

 

 

 

Commento

 

 

L’ordine rigoroso nella trattazione degli argomenti e la completezza dell’in­sieme fanno apparire la relazione «Argiun » come un sistema teorico-pratico, una summa della guerriglia.

 

 

Tale relazione, a mio avviso, non va presa così com’è ma va posta in rapporto alla cultura, alla personalità ed alle vicende dell’autore: mae­stro, studente di filosofia ad Urbino, diploma di scuola sindacale fascista a Firenze, adesione alle idee comuniste dopo 1’8 settembre 1943, periodo di carcerazione nella primavera del ’44, salita in montagna con funzioni di acculturamento presso le formazioni, impatto violento di un intellettuale con una realtà montanara imprevista, trauma e sconforto conseguenti al rastrellamento di Posina; a ciò si aggiun­pno alcune sue note caratteriali come la scarsa comunicatività, la mentalità da adulto senza una corrispettiva esperienza, un certo rigore morale e soprattutto una, spiccata componente «idealistica», aliena dal considerare la viscosità e preca­rietà della situazione partigiana.

 

 

Ad un certo punto della relazione («I rapporti delle competenze»), Fio­renzo Costalunga accenna all’idea di un responsabile di partito in seno a ciascuna formazione per ognuno dei cinque partiti politici; ma subito si rende conto del rischio che venga a crearsi un parlamentarismo «buffo» in un’organizzazione mili­tare; egli suggerisce quindi che nella formazione ci sia un solo commissario politico, ma che le idee di quest’ultimo corrispondano in linea generale alle idee politiche fondamentali degli uomini della formazione.

 

 

In altri termini, una pattuglia di pre­valenza cattolica doveva avere un commissario politico cattolico, una pattuglia sim­patizzante per il Partito d’Azione un commissario di analoghe idee e, di conse­guenza, solo le pattuglie fondamentalmente comuniste avrebbero avuto un commis­sario politico comunista.

 

 

Non so con quanto entusiasmo Nello Boscagli («Alber­to») abbia accolto un suggerimento del genere. Il compito di qualsiasi partito è di far proseliti e non di coltivare e favorire le idee degli altri partiti, specie se questi sono carenti sulla piazza; inoltre in situazioni vantaggiose ogni partito cerca di escludere tutti gli altri dai ruoli di comando e di influenza. Il suggerimento di «Argiuna» appare nobile ma sostanzialmente utopistico. Va comunque a suo merito il fatto di aver recepito che il problema del commissario politico sarebbe stato fonte di contrasti.

 

 

Con analogo rigore morale Argiuna mette il dito sui rapporti fra le formazioni di montagna ed i Comitati di Liberazione locali, alcuni componenti dei quali ultimi sarebbero accusati dai partigiani combattenti di curare i propri interessi all’ombra della lotta partigiana. Pur facendo egli stesso la cresta alle querimonie dei par­tigiani, Argiuna ebbe tuttavia la «sensazione» che in qualche caso vi fosse un fondo di verità. Nel corso delle ricerche ho avuto modo di constatare che il pro­blema è tuttora vivo a distanza di oltre trent’anni.

 

 

La notazione poi di Argiuna che i comandanti partigiani sono molto giovani (20-24 anni), che mancano gli intellettuali, che i giovani borghesi sono imboscati in campagna, è reale ma non tiene conto che la vita partigiana di montagna poteva essere sostenuta solo da pochi e cioè da giovani dotati di qualità fisiche e psichi­che eccezionali (stomaco di ferro, resistenza prolungata alle intemperie ed ai disagi, saldezza di nervi di fronte a qualsiasi fatto di sangue, istinto di sopravvivenza) qua­lità insomma che non è facile trovare fra gli intellettuali di buona famiglia bor­ghese o fra gli adulti che hanno superato la trentina.

 

 

Le sue osservazioni di carat­tere militare manifestano una simpatia piuttosto relativa per i Comandanti senza che ciò sia ampiamente discusso come nel caso dei problemi politici. È tuttavia abbastanza chiaro che «Argiuna» non si rese conto del tipo di guerriglia adatto alle nostre zone («rapido colpo di mano ed immediata sparizione»). Egli lamenta invece che gli Alleati non inviassero armi pesanti e scrive testualmente che «la zona (Posina) tenuta da noi fino a qualche giorno fa sarebbe ancora in mano no­stra se avessimo avuto armi con cui dirigere un fuoco incrociato di mitragliatrici ed un fuoco di interdizione con mortai da 81».

 

 

Dove invece Fiorenzo Costalunga coglie il segno con acutezza di osservazione è nell’affermare che l’unità portante della lotta partigiana erano le pattuglie ed i capi-pattuglia, che derivavano dalle «bande» costituitesi spontaneamente dopo l’8 settembre. L’elogio della pattuglia stilato da Argiuna (vedi «Unità e Comandi») sottolinea una realtà che è stata in genere sottovalutata dagli estensori di scritti e di storie della Resistenza, forse per dare più risalto ai problemi ideologici ed al ruolo dei Comandi.

 

 

La relazione «Argiuna» offre senza dubbio la possibilità di numerose altre notazioni e commenti, ma l’accettabilità delle osservazioni va subordinata, a mio avviso, alla conoscenza dei fatti a vari livelli e per altre fonti. Solo così i vari documenti e rapporti partigiani in circolazione acquistano validità e significato. 


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