QUADERNI DELLA RESISTENZA 

Edizioni "GRUPPO CINQUE" Schio - Novembre 1978 - Grafiche BM di Bruno Marcolin - S.Vito Leg.

 

 

Volume VI 

 

 

LA BATTAGLIA SUL PASUBIO

 

 

 

Inchiesta di E. Trivellato

 

 

Durante i due mesi estivi che intercorrono fra il rastrellamento di Vallortigara (17 giugno 1944) ed il grande rastrellamento di Posina (12-13-14 agosto 1944) l’avvenimento più significativo della guerra partigiana delle «Garemi» è il costi­tuirsi di una «zona libera» in Val Posina. In quel periodo, tra le molte azioni, come ad esempio quelle di Tonezza, del ponte di S. Colombano e della Strenta, la battaglia sul monte Pasubio merita una descrizione particolare per un insieme di motivi.

 

 

Il nome stesso di «monte Pasubio» appartiene alla grande storia nazionale e rievoca la dura guerra di trincea ed i sanguinosi scontri che ivi si svolsero per mesi e mesi durante la prima guerra mondiale. Chi oggi vi sale trova ancora i sassi sconvolti, i camminamenti tortuosi, le gallerie scavate in roccia, qualche relitto d’arma arrugginita, pezzi di scheletro insepolto. Per una stranezza della storia anche durante il secondo conflitto mondiale si trovarono a fronte sul monte Pasubio i partigiani italiani contro le truppe tedesche.

 

 

Perché i garibaldini della Val Leogra si erano stanziati a Cima Palòn (mt. 2232) dove tutto dintorno appare refrattario ad una stabile permanenza? Chi fronteggiò per due giorni il massiccio attacco delle truppe germaniche? Quali furono i fatti principali e gli avvenimenti collaterali? Come infine si concluse la battaglia? A queste domande si è cercato di dare una risposta con la presente Inchiesta raccogliendo le testimonianze di alcune persone-chiave della vicenda.

 

 

 

I. APPUNTI DEI PROTAGONISTI

 

 

Per una immediata presa di conoscenza dello svolgimento dei fatti riportia­mo integralmente gli «Appunti sui combattimenti sostenuti sul Pasubio dall’“Ismene” il 31 luglio e 1° agosto 1944», stilati dal comandante Ferruccio Manea («Tar») sulla scorta delle notizie fornite collettivamente dai protagonisti:

 

 

«All’epoca, l’ “Ismene” era costituto da tre distaccamenti; uno si aggrego in parte al “conte Serra” il quale, assieme ad uomini del “Barbieri”, si attestò nella zona che fu, più tardi, quella operativa della futura Brigata Mameli: i colli delle Bregonze alle pendici dell’ Altipiano di Asiago.

 

 

I due distaccamenti rimasti si spostarono nella Val Posina; uno di questi giunse sul Pasubio al rifugio “Lancia” e si portò, il giorno seguente, a Cima Palòn per dare il cambio a una pattuglia ivi stanziata e forte di una diecina di uomini, l’altro rimase in Posina al comando del “Marinaio” e si spostò, in seguito, nella zona dei Campiluzzi e Malga Zonta, sull’Altipiano di Tonezza-Folgaria.

 

 

Il distaccamento che si recò sul Pasubio, al comando di “Tar”, ebbe come guida alpina il partigiano “Barba” (Bruno Chiumenti) molto esperto e conoscitore: della zona, che insegnò a localizzare i camminamenti, le gallerie e le opere di for­tificazione e difesa risalenti alla prima guerra mondiale.

 

 

Si provvide al trasporto di reti metalliche dal rifugio Papa a Cima Palòn.

 

 

Il Com.te “TAR l°” fu chiamato al comando di Posina un paio di volte e, in tali casi, egli lasciava il comando al partigiano “Chiodi” (De Guglielmi Giuseppe) che aveva a disposizione 17 uomini a Cima Palòn e 10 a Malga Cosmaion.

 

 

All’alba del 31 luglio 44, la sentinella diede l’allarme e “Chiodi” poté individuare con il binocolo varie colonne di nemici che si dirigevano verso le postazioni partigiane. Nel frattempo si provvide ad occultare il materiale e le scorte di viveri che potevano intralciare i movimenti, mentre i garibaldini prendevano posizione nei luoghi più indonei a sostenere eventuali attacchi a Cima Palòn e si inviò una staffetta per dare l’allarme a Malga Cosmaion ed una al comando di Posina per chiedere rinforzi. Gli uomini di Malga Cosmaion si spostarono a Cima Palòn per rinforzare quella formazione e partecipare al combattimento.

 

 

Intanto il tempo si mise al peggio con fitti banchi di nebbia che consentiva­no al nemico di avvicinarsi senza essere visto. Si udivano le voci dei tedeschi av­vicinarsi sempre più, mentre i garibaldini, bene attestati, tentavano di individuare nella nebbia i bersagli umani dei tedeschi. Il partigiano “Brocchetta” era al mitragliatore ed aguzzava lo sguardo. I capi pattuglia “Temporale”, “Tempesta” e “Gianni” con i loro uomini erano disposti a ventaglio accanto al mitragliatore. Ad un tratto, improvvise raffiche di vento spazzarono via i banchi di nebbia che occultavano il nemico mentre eseguiva una manovra di accerchiamento. Lo scenario apparve impressionante: centinaia di tedeschi apparvero allo scoperto a un tiro di fucile, in un luogo dove non avrebbero potuto compiere rappresaglie sulle popo­lazioni innocenti delle contrade, come accadeva quasi sempre se i partigiani aves­sero sparato.

 

 

Il comando di “fuoco a volontà” non si fece attendere e una valanga di piom­bo investì le fila nemiche. Il nemico, colto di sorpresa, dovette ripiegare verso le posizioni di partenza inseguito dalle fucilate dei garibaldini. I nazifascisti, da cac­ciatori , si erano trasformati in lepri.

 

 

Dalle basi dove si era rifugiato, il nemico, con lancia-bombe e piccoli mortai, bombarda le nostre posizioni senza osare di tornare all’attacco. Intanto, i gari­baldini si spostarono su nuove posizioni da dove potevano controllare meglio le mosse del nemico e, verso il tramonto, fanno una puntata verso Cima Palòn per rendersi conto di cosa stesse facendo il nemico. La prima giornata si concluse sotto una pioggia battente che non valse a fiaccare lo spirito dei garibaldini, fieri di aver messo in fuga i tedeschi in una zona già così ricca di storia.

 

 

Il giorno seguente (l° agosto 44) “Chiodi” vicecomandante alla testa dei suoi uomini, si fece indicare dalla guida “Barba’” tutti i raccordi, camminamenti, gallerie e feritoie del “Dente tedesco” in previsione della eventualità che il nemico avrebbe potuto tornare con forze maggiori e più agguerrite.

 

 

Il “Barba” fu quindi inviato a chiedere rinforzi a “Lince” che comandava una pattuglia dell’Apolloni, aggregato alle forze del Monte Pasubio. La giornata era splendida e gli uomini dell’ISMENE si attestarono nel migliore dei modi nei camminamenti e fortificazioni del “Dente tedesco” ed attesero in silenzio le noti­zie degli uomini di guardia.

 

 

Verso le 7 e tre quarti si poté individuare varie colonne di nemici in manovra di avvicinamento a “Cima Palòn” e al “Dente tedesco”. La zona, in poco tempo, brulicò di armati che – con una manovra a tenaglia – si incunearono tra le due località anzidette. Non sentendo nessuna reazione e forse convinti che i garibaldini si fossero definitivamente spostati in altre zone (dopo quanto era avvenuto il giorno precedente), i tedeschi si accamparono e fecero colazione senza alcun timore. Ad un tratto, i garibaldini aprirono il fuoco impedendo ai tedeschi di avvicinarsi alle loro armi pesanti momentaneamente abbandonate.

 

 

I garibaldini, resisi conto che i tedeschi stavano compiendo una manovra di accerchiamento del “dente tedesco”, riuscirono a spostarsi tutti su una altura, a sinistra, e da lì sostennero lo scontro durissimo. Due garibaldini rimasero feriti: “Pasubio” (Cocco Augusto) e “Buffalo” (Marchioro Carlo) e ci si rese presto conto che le munizioni stavano esaurendosi e i rinforzi richiesti non giungevano ancora ...

 

 

La situazione si faceva tragica con la minaccia che il nemico potesse compiere la sua manovra di accerchiamento. Si decise di ripiegare tutti verso la località “piccolo e grande Roite”. Ma in questa manovra era di intralcio la lentezza dei due feriti che si trascinavano a mala pena nonostante l’aiuto dei compagni.

 

 

I garibaldini “Pasubio” e “Bufalo” decisero di rimanere sul posto per com­piere un’azione diversiva, sparando fino all’esaurimento delle munizioni pur di consentire ai compagni di mettersi in salvo, convinti che il minimo ritardo avreb­be compromesso la vita di tutti i compagni.

 

 

La loro decisione fu irremovibile. I compagni si proponevano di tornare a prenderli non appena i tedeschi si fossero ritirati ... Ma questo non avvenne ché gli aspri combattimenti che seguirono impedirono di poterlo fare. I due eroi, immolatisi per la salvezza dei compagni, furono ritrovati sei giorni più tardi dal “Tar” (Manea Ferruccio) che, con i superstiti, provvide a dar loro sepoltura sulle cime del monte Pasubio, dove “fischia il vento e urla la bufera”».

 

 

 

Alla memoria dei due garibaldini fu decretata la medaglia d’argento al valor partigiano.

 

 

ELENCO NOMINATIVO DEI PARTIGIANI PRESENTI A CIMA PALON (31 LUGLIO) E SUL DENTE AUSTRIACO (lo AGOSTO):

 

 

1. DE GUGLIELMI GIUSEPPE («Chiodi») di Malo - 2. COCCO CIRILLO («Temporale») di Monte di Malo - 3. CANEVA MARIO («Tempesta») di Malo - 4. CLEMENTI GIOVANNI («Gianni») di Malo - 5. ELVIERI PIETRO («Pelo») di Malo - 6. STERLE ITALA («Crinto») di Malo -7. ZATTERA DOMENICO («Capriolo») di Monte di Malo - 8. COCCO FRANCESCO SEVERINO («Ismene 2°») di Monte di Malo - 9. COCCO AUGUSTO («Pasubio») di Monte di Malo - 10. MENEGUZZO OTTAVIA («Marco») di Monte di Malo - 11. ALESSI CARLO («Sparese») di Malo - 12. MICHELETTO BRU­NO («Brochéta») di Sanvito - 13. MARCHIORO CARLO («Buffalo») di Malo - 14. CHIUMENTI GIUSEPPE («Bruno» detto Barba) di Valli del Pasubio - 15. SBALCHIERO ERMANNO («Grosso») - 16. FILIPPI EGIDIO («Manello») di Sanvito -17. MENEGUZZO AGOSTINO («Parigi») di Monte di Malo -18. CORTIANA CARLO («Luganega») di Sanvito - 19. FOCHESATO SANTO («Scarpa») - 20. RAVIZZA EZIO («Milan») - 22. STEFANI MA­RINO («Lupo l°») di Monte di Malo - 23. GRASSELLI MARIO («Lupo 20») di Cornedo - 24. FOCHESATO LUIGI («Bòcia») di Malo - 25. CRACCO GINO («Spécio») di Cornedo - 26. BATTILANA NERINO («Battaglia») di Cornedo - 27. Un giovane francese figlio di emigrati italiani.

 

 

NOTA - Al 1° agosto aveva preso posizione al Nido d’Aquila FERRUCCIO MANEA («Tar») di Malo con la pattuglia di Ernesto Vallortigara («Morgan») di Torrebelvicino.

 

 

 

 

II. GLI UOMINI DI MALO E MONTE DI MALO

 

 

Un attento esame dei singoli partecipanti alla battaglia sul Pasubio ha consentito di stabilire che i due scontri del 31 luglio e del 1° agosto 1944 furono sostenuti da partigiani provenienti nella maggior parte da Malo e da Monte di Malo ed inquadrati nel Battaglione «Ismene». Una breve storia degli avvenimenti che li portarono sul Pasubio può essere ricostruita da due testimonianze, quella di Giuseppe De Guglielmi («Chiodi») e quella di Cocco Cirillo («Temporale»).

 

 

A. - LA COSTITUZIONE DELLA PATTUGLIA DEL «TAR»

 

 

Ferruccio Manea («Tar») ed il fratello Ismene, ex garibaldino di Spagna, furono promotori, nella zona di Malo, di uno dei primi gruppi di ribelli fin dal settembre del 1943. Questa pattuglia del «Tar» diventò poi il Battaglione «Ismene», riconosciuto poi come Brigata «Ismene» della Divisione «Martiri della Val Leogra».

 

 

Riportiamo qui la testimonianza del suo vicecomandante Giuseppe De Guglielmi («Chiodi») (cfr. questo Quaderno):

 

«Quando nella primavera del 1944 salii sul Faedo con il “Tar” ci trovammo in una quindicina di persone, suddivisi in gruppetti di 4-5 ed in continuo spostamento sul crinale di Monte di Malo-Montemagrè-Raga. Non mi recai a Malga Campetto, mentre ricordo la faticosa migrazione sull’Altopiano di Asiago per recuperare delle armi dei lanci alleati; mi sembra fosse verso la fine di maggio.

 

Tornammo con Bren, sipe, armi automatiche individuali e numerose munizioni. In giugno la formazione si ingrossò notevolmente e si fece anche più intensa l’attività di guerriglia contro i tedeschi ed i fascisti. Verso il 10 luglio 1944 arrivò l’ordine da Posina di portarsi colà con tutto il distaccamento: vi furono allora delle grosse discussioni perché alcuni volevano invece restare nella nostra zona, che conoscevano bene. In Raga poi vi fu una tremenda baruffa tra Bruno Viola (“Il Marinaio”) ed il “Tar”, che mi fu raccontata quando la sera arrivai con la pattuglia.

 

lo fui d’accordo con Ferruccio di stare agli ordini del Comando e di andare in Posina, cosicché si decise di partire la sera stessa: Tar, Chiodi, il Marinaio, Gianni, Temporale, Tempesta e tutto il distaccamento. Prima di unirsi a noi “Gianni” (mi sembra fosse Giovanni Clementi) aveva un gruppetto di 2-3 uomini, semi-autonomi, accampati con una tendina vicino a noi ed in proposito c’è tutta una “faccenda” complicata tra “Gianni” ed il “Tar”.

 

Arrivati in Posina, il Marinaio salì a Malga Zonta mentre il “Tar”, “Chiodi”, “Gianni”, “Temporale”, “Tempesta” ed una ventina di uo­mini fummo inviati a Cima Palon, sul Pasubio, a dare il cambio ad una pattuglia dell’ “Apolloni”. Al momento delle consegne io chiesi che 3-4 uomini di loro restassero a Cima Palon perché conoscevano i posti ed in cambio noi avremmo dato 2-3 dei nostri; invece ci lasciarono solo “il Barba” (Giuseppe Chiumenti, NdB “Bruno”, detto “Barba”), fratello di Domenico Chiumenti (“Lince”). Siste­mai una decina di uomini con “Gianni” e “Tempesta” a Malga Cosmagnon ed io restai con “Temporale” in 17 uomini a Cima Palon. Poiché il primo attacco tedesco avvenne all’alba del 31 luglio, la nostra permanenza sul Pasubio fu di una quindicina di giorni circa".

 

 

B. - LA PATTUGLIA DI «TEMPORALE»

 

 

È questo il nome in uso a quel tempo per indicare una pattuglia «locale» costituita da 9 partigiani del Faedo (Monte di Malo), ai quali si erano aggregati 3 giovani di Cornedo (Valle dell’ Agna). La sua composizione era la seguente:

 

1. Cocco Cirillo («Temporale») - 2. Cocco Francesco Severino («Ismene»), fra­tello di Cirillo - 3. Cocco Augusto («Pasubio»), cugino - 4. Cracco Gino («Spécio») da Cornedo - 5. Battilana Nerino («Battaglia») da Cornedo - 6. Grasselli Mario («Lupo 2°») da Cornedo - 7. Meneguzzo Agostino («Parigi») ex carabiniere - 8. Meneguzzo Ottavio («Marco») - 9. Stefani Marino («Lupo l°») - 10. Zattera Domenico («Capriolo») - 11. Un giovane francese (figlio di emigrati italiani con un parente a Torreselle, dopo l’8 settembre si era messo a girare per la zona in cerca di renitenti finché entrò nella pattuglia di Temporale con la quale rimase fino alla Liberazione; poi tornò in Francia).

 

 

La costituzione della pattuglia è raccontata dallo stesso Cocco Cirillo (di Bortolo, agricoltore, e di Pretto Giu­stina, n. a Monte di Malo il 30.12.1921, ivi residente in contrà Chiesa-Faedo, as­sistente tessitura presso il Lanificio G.B. Conte):

 

«Ero guardia frontiera a Plezzo (Gorizia) e dopo l’8 settembre tornai a casa, dove giunsi il 18; qui i Carabinieri di Malo erano già venuti a cercarmi lasciando detto che se fossi tornato, mi dovevo presentare in Caserma. Io invece mi tenni nascosto e durante l’inverno 1943-1944, assieme a mio cugino Augusto, ci costruimmo un tunnel in un canalone sul Faedo verso Musolone di Cornedo. Ai primi di marzo ci riunimmo con altri amici e si cominciò a recuperare qualche arma: io capeggiavo un po’ il gruppo perché, da militare, avevo avuto esperienza dei partigiani jugoslavi a Plezzo.

 

Un primo contatto lo ebbi con il “Negro” con il quale pranzammo assieme e discutemmo di organizzazione; poi conoscemmo gli uomini del “Tar” che circolavano anche sul Faedo, Montemagrè e Raga e furono loro a darci i primi suggerimenti ed a consigliarci l’uso dei nomi di battaglia. In seguito infatti entrammo nel distaccamento e poi nel battaglione del “Tar”. I rapporti con la Valle dell’Agna erano saltuari e solo per scambio di notizie. La zona di Monte di Malo era tenuta dal “Tar” e da “Chiodi” e non c’erano formazioni autonome; non si discuteva di politica e non ho mai letto giornaletti di propaganda, inoltre si cercava di non mettere in pericolo il paese con azioni avventate, smargiassate in osteria o “bagoli de Nane”.

 

La nostra azione più importante fu senza dubbio la “battaglia sul Pasubio”, dove mori mio cugino Cocco Augusto (“Pasubio”). Tra i caduti di Monte di Malo ricordo Cocco Antonio, ucciso a Malga Zonta, inoltre Angelo Dal Medico, che era fratello della vedova di Cocco Antonio. Il primo caduto della zona fu ROMILDO MANDOLFI, ferito in un rastrellamento il 22 marzo del 1944 e poi ucciso con un colpo alla testa vicino al cimitero del Faedo; la sua famiglia abitava al Faedo da alcuni anni ed aveva preso in affitto dei campi dal reverendo Rossato; era amico e coetaneo del prof. Antonio Rossato, ora a Caldogno. Di Romildo non c’è nem­meno una lapide.

 

Lo spostamento della nostra pattuglia sul Pasubio avvenne perché il “Tar” ci aveva avvisato che ci sarebbe stato colà un lancio molto importante con 7 aerei per armare 350 uomini e rinforzare la “zona libera” di Posina. Siamo partiti dal Faedo con una guida di Raga, dove abbiamo fatto una sosta da Pietro Barbieri; il percorso successivo fu: Torre, Capitello, S. Caterina, Xomo, Posina e qui c’era “Giulio”, il “Tar” comandante del nostro distaccamento, “Chiodi” vicecomandante e gli altri. Mi sembra che fosse la notte dell’11 luglio. Siamo rimasti in Posina il giorno dopo e poi siamo ripartiti dritti per Cima Palòn (13 luglio) per dare il cambio ad una pattuglia di S. Antonio».

 

 

 

III. DESCRIZIONE DI UNA BATTAGLIA

 

 

Sul Pasubio le operazioni furono dirette da Giuseppe De Guglielmi («Chiodi») vicecomandante del Btg.ne Ismene. Di lui è il seguente racconto:

 

«La consegna del Comando di Posina era quella di dare il cambio alla pattuglia che si trovava a Cima Palòn e di restare sul Pasubio in attesa degli aviolanci promessi dagli Alleati. Quando i Tedeschi arrivarono sul Pasubio avremmo potuto sganciarsi subito, o perlomeno dopo il primo scontro, ma gli uomini accettarono con entusiasmo di rimanere a combattere in campo aperto con i Tedeschi sia perché vi era da tenere la “posizione” per i lanci sia perché il monte stesso offre buone possibilità di resistenza e di attacco.

 

All’alba del 31 luglio ci trovavamo in 17 uomini nell’edificio di Cima Palòn (“Gianni” e “Tempesta” erano invece in 10 uomini a Malga Cosmagnon); sulla terrazza si trovava di sentinella Italo Sterle (“Crinto”) di Malo, della classe 1907-8, ora deceduto, il quale diede l’allarme appena vide i Tedeschi. Uscii con il binocolo e vidi una colonna che stava salendo. Allora dissi ai “tusi” di prepararsi, cioè di nascondere nelle vicinanze sotto i sassi il materiale superfluo per non svelare la nostra presenza ed evitare così che bruciassero l’edificio.

 

Mandai poi una staffetta ad avvertire “Gianni” a Malga Cosmagnon ed un’altra staffetta al Comando di Posina perché mandassero dei rinforzi. Vennero sistemati gli uomini in postazione ed in particolare “Brocheta”, che aveva il mitragliatore Bren; anche “Gianni” arrivò su e si appostò con i suoi uomini, sempre fermo restando l’accordo di non sparare se non veniva dato l’ordine.

 

Durante l’attesa furono controllate le armi e tenute pronte le munizioni; nel frattempo avanzarono dei banchi di nebbia in mezzo ai quali si sentivano le voci dei tedeschi. Ad un certo punto un colpo di vento spazzò via la nebbia ed allora ve­demmo una marea di tedeschi sparsi in giro fra i sassi e talmente vicini che alcuni erano ad una cinquantina di metri da noialtri. Così ebbe inizio la sparatoria e “Brocheta” con il Bren ne falciò parecchi; i Tedeschi sparavano anche con un cannoncino o un mortaio perché sentivo i proiettili che fischiavano.

 

La battaglia avvenne verso le sette e mezzo-otto del mattino e durò venti minuti-mezz’ora. Probabilmente i tedeschi furono talmente colti di sorpresa che non riuscirono a valutare l’entità delle nostre forze e quindi raccolsero i loro morti e feriti e ripiegarono verso il rifugio Papa, pur continuando a sparare con le armi pesanti. Decisi allora di spostare una parte degli uomini sul Dente Italiano (mt. 2220) per controllare meglio la situazione nel caso che i Tedeschi fossero tornati all’attacco.

 

Più tardi cominciò a piovere a dirotto e le operazioni militari si bloccarono; quando fu l’imbrunire ci siamo avvicinati con cautela a Cima Palòn dove abbiamo trovato dei segni i quali indicavano che i tedeschi erano arrivati fin lì in esplorazione; avevano asportato del burro e qualche altra cosa da mangiare. Durante la notte, a causa dell’umidità e del freddo, ci portammo a Malga Cosmagnon. L’alba del 1° agosto annunciò una giornata chiara e limpida con ottima visibilità. Considerai necessario un nostro spostamento dalla zona che i tedeschi avevano attac­cato il giorno prima né era prudente appostarsi sul Dente italiano perché avrebbero potuto chiuderci dentro dal basso, cioè da Sette Croci.

 

Allora partii con il “Barba” come guida-staffetta per ispezionare il Dente austriaco (mt. 2203) dove c’erano molti camminamenti e gallerie della prima guerra mondiale. In essi ci siamo quindi spostati, d’accordo con i capi-pattuglia: eravamo rimasti in 24 perché due uomini erano partiti come staffette per il Comando di Posina. Ad un certo punto abbiamo visto i tedeschi che avanzavano in colonne in tutte le direzioni e penso che fossero oltre il migliaio di uomini. Inoltre era giunto sul posto un ricognitore tedesco che volteggiava sulla zona per scoprire la nostra ubicazione.

 

Subito spedii la nostra guida-staffetta, cioè il “Barba”, ad avvertire la pattuglia dell’“Apolloni”, che si trovava all’Alpe Pozza sul versante di Rovereto, affinché venissero su di rinforzo. Mentre i tedeschi stavano avanzando, noi abbiamo com­pletato l’appostamento sul Dente austriaco: 1. Una parte della pattuglia di “Tem­porale” si trovava in un camminamento più basso - 2. La pattuglia di “Gianni” era più sopra - 3. lo ed alcuni altri ci siamo sistemati nel punto più alto per os­servare gli spostamenti tedeschi con il binocolo.

 

L’ordine era di non farsi vedere, di tenere le teste basse e di lasciarli avvicinare fino a tiro delle armi leggere; in questo modo potevamo contare sull’elemento sorpresa come era avvenuto il giorno prima. Il nostro armamento era il seguente: un mitragliatore Bren, fucili modo 91, carabine, qualche machine-pistola, numerosi Stens, molte Sipe ed una buona quantità di munizioni che avevamo ricevuto dagli ultimi lanci.

 

I tedeschi si portarono fin sotto il Dente austriaco ed erano probabilmente convinti che dopo lo scontro a fuoco del giorno precedente noi avessimo ripiegato e ci fossimo forse allontanati dalla zona del Pasubio; a mio parere fu un grosso errore tattico dei loro comandanti il mandare tanti uomini allo scoperto in una zona che non conoscevano. Infatti ad un certo punto un buon gruppo di tedeschi mise a terra le armi e gli zaini proprio sotto il Dente, a qualche centinaio di metri dalla pattuglia di Temporale e quando diedi l’ordine di sparare a volontà furono falciati di sorpresa mentre tentavano di recuperare le armi.

 

Durante il combattimento mi accorsi che una colonna stava venendo su dal Dente italiano ed un’altra stava aggirandoci, per cui un gruppetto di noialtri, mi sembra “Capriolo” ed un altro che portava le munizioni, ci siamo portati a sinistra su di una collina, assieme a «Brocheta» con il Bren in maniera da cercare di disperderli.

 

Prima di partire mi ero messo d’accordo con “Gianni” di dare un cenno nel momento che avessero deciso di riti­rarsi. Piazzati sulla collina, a raffiche di Bren siamo riusciti a disperdere la colonna tedesca ma il combattimento diventava sempre più furioso e, per la disparità delle forze, la cosa stava facendosi seria.

 

Avevo imparato, sul fronte greco-albanese, da un maggiore degli Alpini, un milanese di nome Confalonieri insegnante alla Scuola di Bassano, che in uno scontro bisogna tenere sempre un buco aperto per la ritirata. E quando “Gianni” fece il segnale che avrebbe ripiegato, anche noi ci siamo buttati giù in picchiata prima che i Tedeschi raggiungessero il Dente austriaco. Qui era stato ferito Augusto Cocco (“Pasubio”) ed anche Carlo Marchio­ro (“Buffalo”).

 

Malgrado l’insistenza di “Gianni” perché venissero con lui, vollero restare sul posto per coprire la ritirata, lanciando delle sipe e sparando tutti i colpi del parabello. Quando ci siamo. riuniti su di un pianoro verso il rifugio Lancia abbiamo fatto l’appello: 21 uomini. Siamo scesi quindi al Comando di Posma dove mi sono fermato 2-3 giorni prima di ritornare nella zona di Malo».

 

 

 

Al racconto di «Chiodi» va aggiunta la narrazione di “Temporale”, che nella notte fra il 31 agosto ed il l° luglio, cioè dopo il primo scontro con i Tedeschi, si era recato anche lui a pernottare a Malga Cosmagnon:

 

«Verso la sera del 31 luglio ci siamo avvicinati con cautela a Cima Palon e qui abbiamo trovato del pane scuro tedesco, mentre era sparito mezzo sacco di nostre pagnottelle; quindi i tedeschi erano venuti fino a Cima Palòn e si erano fermati per un po’ di tempo.

 

Durante la notte sono sceso alla Malga bassa di Cosmagnon a mangiare alcuni pa­nini preparati ancora dal mattino e del latte che si trovava in un “caldiéro”; abbiamo dormito lì. All’alba abbiamo ricevuto l’ordine da “Chiodi” di portarci sul Dente austriaco per fronteggiare un eventuale secondo attacco tedesco; ricordo che accolsi l’ordine con una certa perplessità perché mi sembrava un posto abbastan­za scoperto; c’erano però delle gallerie e dei buoni camminamenti.

 

Con la mia pattuglia mi sistemai nella parte bassa del Dente, dove c’era un camminatoio incassato in roccia che portava ad una slavina e che quindi ci offriva una possibilità di fuga. “Chiodi” invece si trovava nella parte alta per poter prendere visione del Palòn con il binocolo. Quando il mattino del l° agosto i tedeschi ritornarono all’attacco, vidi molto bene la scena perché era più in basso: avanzavano in fila indiana ed una colonna si portò sotto di noi.

 

Poi hanno messo giù le armi e si sono messi a far colazione, senza sospettare che noi eravamo in agguato. Partì per primo il Bren ed a questo seguì una violenta scarica delle nostre armi individuali. Dopo una bella sparatoria che durò parecchio tempo si fu d’accordo di ripiegare perché vi era il pericolo di restare accerchiati. Siamo andati verso il Lancia e di qui in Posina. Mi sembra di ricordare che partii la sera stessa per ritornare nella zona di Monte di Malo; mi pare che “Gianni” sia partito da Posina un paio di giorni dopo per tornare anche lui sul Faedo».

 

 

Interessante per lo svolgersi degli eventi è anche il racconto di Carlo Alessi («Sparese») n. a Malo il 24.5.1925 che ai bandi di maggio si aggregò al “Tar”:

 

«La sera del 31 luglio scesi anch’io a Malga Cosmagnon a pernottare. All’alba del 1° agosto “Chiodi” era andato in ispezione sul Dente austriaco ed aveva dato l’ordine di spostarsi colà. In Malga Cosmagnon restammo solamente in tre: 1. Ales­si Carlo (“Sparese”) - 2. Stefani Marino (“Lupo l°”) - 3. Sterle Itala (“Crinto”). Stavamo preparando qualcosa da mettere sotto i denti quando abbiamo sentito che in alto sparavano.

 

Allora siamo corsi su faticosamente ma quando siamo arrivati sul Grande Roite, lo scontro con i Tedeschi era già terminato e “Chiodi” e tutta la pattuglia aveva già ripiegato. Sul Grande Roite trovammo il “Barba” con altri due che non conoscevo; nel frattempo i tedeschi erano sempre in perlustrazione della zona e li avevamo alle spalle. Io ed il “Barba” abbiamo fatto una raffica, poi ci siamo tutti dileguati: io, il “Barba”, “Lupo” e “Crinto”.

 

Scesi giù per una slavina e in fondo alle “Buse” trovai 4 partigiani che non conoscevo, del quali uno aveva un berretto rosso da bersagliere: “Cosa fate qui?! Non vedete che i tedeschi vengono giù a valanga?! Scappiamo”. Dopo un colletto abbiamo trovato tutto il gruppo con “Chiodi”, “Temporale” e “Gianni”. Verso le 13-14 è stato fatto l’appello e poi siamo scesi in Posina».

 

 

 

Sui tre uomini rimasti a Malga Cosmagnon esiste una divergenza, in quanto «Temporale» afferma che fra i tre non c’era Itala Sterle («Crinto») ma Ottavio Meneguzzo («Marco»). A parte questa divergenza e malgrado qualche dettaglio che è tuttora oggetto di discussione, gli eventi fondamentali della «battaglia sul Pasubio ed il ruolo avuto dai singoli partecipanti sembrano tracciati con chiarezza e fedeltà dalle testimonianze sopra riportate. L’argomento potrebbe anche chiudersi a questo punto, ma contemporaneamente alla «battaglia», in quei due giorni ed in quelli successivi, si ebbero alcuni fatti «collaterali» che meritano di essere riferiti per completezza dell’Inchiesta.

 

 

 

 

IV. AVVENIMENTI «COLLATERALI»

 

 

In premessa si è già detto che la battaglia sul Pasubio si inserisce nel quadro più grande della «zona libera» di Posina. Per tale motivo è opportuno riportare il parere di «Giulio» sulla necessità o i criteri tattici seguiti nell’inviare stabilmente delle pattuglie sul monte Pasubio.

 

 

 

A. LO STANZIAMENTO SUL PASUBIO.

 

 

Valerio Caroti afferma: «La zona libera di Posina era già un fatto acquisito e come tale costituiva un punto di attrazione. A prescindere da ciò, per consolidare la zona libera, pur rimanendo fedeli al criterio di elasticità tattica, occorrevano ancora uomini, possibilmente partigiani sperimentati. Per tale motivo chiamai il “Tar” ed i suoi uomini, circa una sessantina. In Posina dovetti dividere il gruppo per certi dissapori scoppiati al suo interno. Mandai un gruppo, di cui faceva parte il Marinaio, a rafforzare le posizioni dei Campiluzzi dove c’era già sul luogo un validissimo comandante, il “Turco” e mandai il “Tar”, comandante parimenti valido, sul Pasubio con una trentina di uomini.

 

Erano previsti, come imminenti, lanci anche di notevole entità sul Novegno, ai Campiluzzi e sul Pasubio. Ne capitò invece uno solo e sul Novegno. Pertanto i motivi della decisione di mandare il distaccamento “Ismene” sul Pasubio, dove nei pressi dell’Alpe Pozza c’era già la pattuglia di S. Antonio comandata da “Lince”, furono due: 1. Occupare la parte più alta della sacca libera costituita dalla parte sommi tale del Pasubio, sia come avamposto, sia come punto di osservazione, sia a scopo di copertura. Non era pensabile lasciare scoperta la zona più alta con il pericolo che qualche battaglione di Alpenjaeger si riversasse all’improvviso sulle valli sottostanti.

 

La formazione di stanza sul Pasubio doveva avere una certa consistenza, ma non troppa, doveva essere agile nei movimenti e nelle manovre; infatti la superficie del Pasubio alveolata da chilometri di trincee, camminamenti e caverne e rotta in cen­tinaia di conche e valloncelli avrebbe consentito ad un reparto partigiano di far impazzire il nemico anche se numeroso e poi sganciarsi. - 2. Per la vastità dei pianori e delle conche, per la possibilità di difesa degli accessi mediamente impervi, il Pasubio costituiva il terreno ideale per lanci di vasta portata, anche diurni. Il materiale poteva essere nascosto ovunque e portato velocemente nelle grandi zone boscose da reparti accorrenti dal basso, per esempio dalla Val Terragnolo.

 

Il grosso del distaccamento, secondo le direttive ricevute, si sistemò nel rifugio militare del Cogolo Alto (mt. 2200) che oltre ad offrire un buon riparo era punto di osservazione e posizione strategica dominante a tutti gli effetti. I rifornimenti salivano dalla val Posina. Fu stabilito un collegamento tra gli uomini del “Tar” e quelli di “Lince”, con il quale ultimo si trovava anche il capitano Pio Marsigli (“Pigafetta”) di Rovereto con il compito di stabilire agganci nel basso Trentina. Il 31 luglio il “Tar” si trovava in Posina per servizio ed il comando sul Pasubio era tenuto da “Chiodi” (De Guglielmi Giuseppe) uomo che apprezzavo molto per capacità, serietà ed efficienza anche se aveva un carattere un po’ spigoloso.

 

Quando giunse la notizia dello scontro, non ebbi un istante di dubbio che “Chiodi” avrebbe combattuto intelligentemente e tenacemente ma che al momento giusto si sarebbe sganciato. E in realtà fu così: la battaglia fu condotta con sagacia ed estremo coraggio causando perdite gravissime al nemico che, il giorno dopo lo scontro, aveva già sgomberato la montagna che tornò in mano nostra, anche se affidata ad altro reparto più piccolo e mobile al massimo. Per quei combattenti, a guerra finita, avanzai alcune proposte di ricompense al valor militare, tra cui la medaglia d’argento per “Chiodi”.

 

Sono felice che quest’ultimo l’abbia avuta perché, almeno attraverso di lui, c’è un riconoscimento per tutti i valorosi che egli in quella occasione aveva così brillantemente guidato. Per i due caduti Cocco Augusto e Marchioro Carlo avevo proposto la medaglia d’oro alla memoria, perché il loro comportamento la giustificava pienamente».

 

 

 

 

B. «TAR» e «MORGAN» AL NIDO D’AQUILA.

 

 

I partigiani dell’«Ismene» giunsero a Cima Palòn il 13 luglio 1944 e diedero il cambio alla pattuglia ivi stanziata in precedenza. Subito si resero conto che la permanenza sul Pasubio, oltre i duemila metri di altezza, era ben più disagevole delle colline di Malo, Monte di Malo e Montemagrè. Il «Tar» scese quindi in Posina per procurare delle coperte e per mantenere anche i contatti con il Comando di Posina; qui si trovava allorché all’alba del 31 luglio scattò il rastrellamento tedesco sul Pasubio.

 

Infatti Ernesto Vallortigara («Morgan») della pattuglia di Fondo Torre riferisce:

 

«In quei giorni mi trovavo in Posina a Bettale, vicino al Comando, con 20-25 uomini, e ci fu una riunione con “Giulio” per definire tra i comandanti gli incarichi, le competenze, la sistemazione delle pattuglie e penso che il “Tar” fosse in Posina anche per questo. Ad un certo punto, ma non ricordo esattamente l’ora, giunse qualcuno dal Pasubio portando la notizia dell’avvenuto attacco tedesco ed allora “Giulio” mi chiese di partire con degli uomini per dare man forte a quelli che si trovavano sul Pasubio.

 

Mi accordai con quelli della pattuglia e si formò un gruppo di una quindicina; due ufficiali dei bersaglieri, che avevano disertato la R.S.I., nicchiavano con la scusa di un forte mal di testa ma sbattei loro sulle spalle una cassetta di munizioni dicendo che il mal di testa sarebbe passato lungo la strada.

 

Assieme con il “Tar” siamo quindi saliti su per gli Scarubi». Secondo Ferruccio Manea il percorso sarebbe stato quello della Val del Pruche fino al Passo degli Alberghetti (mt. 1950) dove si sa­rebbero fermati a pernottare per la nebbia (notte del 31 luglio-1° agosto). A questo punto è da vedere se il percorso di risalita sul Pasubio di «Tar» e «Morgan» sia stato il più idoneo. Certamente fu il più veloce per arrivare da Posina sul Pasubio ma il gran numero di Tedeschi presenti sulla montagna e la loro disposizione sparsa impedirono poi un ulteriore avanzamento di «Tar» e «Morgan», i quali d’altronde al momento della partenza da Posina non potevano co­noscere la situazione esistente sul Pasubio.

 

Secondo “Chiodi” comunque avrebbero dovuto salire dal Passo della Borcola in modo da arrivare nella zona dei Denti. Continuando il racconto di «Morgan» questi riferisce: «In seguito ci siamo portati verso il Nido d’Aquila (mt. 2078) ed abbiamo notato che la zona era tutta piena di tedeschi in perlustrazione, i quali ci hanno sicuramente individuato; tuttavia non ci hanno attaccato e ad un certo punto si sono ritirati. Noi siamo rimasti fino all’imbrunire e poi siamo tornati in Posina».

 

 

A completamento del racconto il «Tar» afferma:

 

«All’alba del l° agosto siamo partiti dagli Alberghetti per spostarci verso il Nido d’Aquila ed un 300 metri prima abbiamo sentito una sparatoria. Noi allora ci siamo portati nei camminamenti, ma di sicuro i tedeschi ci hanno individuato, anche se non hanno pensato di attaccarci. Ho mandato uno degli uomini di “Morgan”, un ex pugilatore, giù in Posina per portare su un mortaio 81. Andò verso Malga Pasubietto in modo da fare Val Sorapache ed essere a Lissa, sede del Comando, per la via più breve. Ma sul Pasubietto fu accolto da scariche dei Tedeschi e fu costretto a tornare; ricordo che negli ultimi 15 metri era talmente senza fiato che abbiamo dovuto tirarlo su nel camminamento. C’era un sole battente ed avevamo solo qualche borraccia d’acqua e qualche compressa di simpamina per tenerci su. Nel pomeriggio i Tedeschi abbandonarono la zona e verso l’imbrunire siamo tornati anche noi in Posina».

 

 

 

C. -UN BLOCCO TEDESCO.

 

 

Cocco Cirillo («Temporale») racconta che il mattino del 31 luglio suo fratello Francesco Severino («Ismene 2°», assieme ad un pastore pratico dei luoghi, stavano venendo da Posina lungo gli Scarubbi con un carico pesante di vestiario di lana ricevuto con i lanci. Improvvisamente udirono l’alt dei Tedeschi. Il pastore si tolse rapidamente lo zaino lasciandosi cadere lungo il sentiero e l’altro fece altrettanto subito dopo.

 

 

I Tedeschi allora cominciarono a sparare furiosamente contro i due fuggiaschi e per fortuna Francesco fu colpito solo al tacco di una scarpa ed ebbe una leggera abrasione al calcagno, mentre il pastore venne toccato di striscio sulla fronte da una pallottola di rimbalzo dalla roccia. Ambedue ritornarono precipitosamente in Posina e poco prima di arrivarci Francesco svenne e fu raccolto con una barella. Il fatto di incappare in posti di blocco era una eventualità abbastanza frequente ed i due non avevano certo avuto modo di rendersi conto della consistenza numerica dei Tedeschi. Nulla potevano quindi riferire della situazione sul Pasubio in quel mattino del 31 luglio. Sembra che la notizia del primo scontro con i Tedeschi (Cima Palòn) sia arrivata in Posina attraverso le informazioni di alcuni malgari. Di qui la partenza di «Tar» e di «Morgan» con i suoi uomini alla volta del Pasubio.

 

 

 

 

D. - LA PATTUGLIA SULL’ALPE POZZA.

 

 

Come si è detto, Domenico Chiumenti («Lince») prima di spostarsi in un’altra zona lasciò a Cima Palo n il fratello Giuseppe («Bruno») detto Barba che era un ottimo conoscitore dei luoghi.

 

 

La testimonianza di «Lince» è la seguente:

 

«Dopo il rastrellamento di Vallortigara del 17 giugno i superstiti passarono sotto l’“Apolloni” e “Giulio” mi nominò capo-pattuglia aggiungendo 7-8 uomini ai 5 rimasti. Fummo in seguito inviati sul Pasubio in previsione di aviolanci e per svolgere propaganda partigiana nel Trentina. Ci siamo allora sistemati nel rifugio militare di Cima Palon, poi al rifugio Lancia e nelle baite dell’Alpe Alba. Al rifugio Lancia c’era già Pio Marsigli (“Pigafetta”) che con quelli del Comitato di Rovereto aveva costituito una pattuglia, con quadri e ruoli, per una costituenda brigata autonoma, la “Cesare Battisti”. “Pigafetta” intendeva mettersi in contatto con quello della “Garemi”.

 

In quel periodo scendevo in Posina una volta la settimana per fare rapporto a “Giulio” e ricordo che in una riunione fui avvisato di sistemare sul Pasubio il distaccamento “Ismene”, che mi pare avesse appena ricevuto tale denominazione. Infatti un giorno sono arrivati sul Pasubio il “Tar”, “Chiodi”, “Temporale” e “Gianni” (quest’ultimo qualcuno lo chiamava Marinaio). Lasciai con i nuovi venuti mio fratello Giuseppe, mentre con la nostra pattuglia ci portammo oltre il Lancia sull’Alpe Alba. Siamo rimasti in quella zona assieme con Pigafetta ed i suoi uomini.

 

Alcuni giorni prima del rastrellamento tedesco sul Pasubio, mi sembra addirittura il 30 luglio, erano venuti da noi anche 3-4 uomini della pattuglia di “Guido” (Domenico Ruaro di Montemagrè) e di “Tom” (Franco Dal Medico di Schio) per prendere latticini e burro dalle malghe. Dopo tanti anni non ricordo il giorno esatto ma un mattino abbiamo sentito sparare furiosamente verso la zona di Cima Palòn e dei Denti ed allora ci siamo messi in marcia per andare a vedere cosa stesse succedendo.

 

Quando siamo giunti oltre il rifugio Lancia abbiamo incontrato mio fratello, tutto trafelato, il quale ci avvisò che un migliaio di Tedeschi erano saliti sul Pasubio per un rastrellamento e che stavano sparando, per cui dovevamo portarci in avanti. Allora abbiamo raggiunto la Sella Ovest, fra il Grande Roite (mt. 2144) ed i Campiluzzi (mt. 2040) attestandoci su di una mulattiera dell’altra guerra».

 

 

 

V. CONSIDERAZIONI SULLA «BATTAGLIA»

 

 

Da quando si scrive di storia militare l’argomento “battaglia” è sempre stato uno dei più affascinanti, per chi scrive e per chi legge. Anche la «battaglia del Pasubio» non sfugge a questa regola ed alla conseguente sequela di pareri individuali sulla conduzione migliore dei singoli interventi.

 

 

Se consideriamo i risultati finali non vi è alcun dubbio che, in proporzione ai rapporti di forze e di armamento fra Partigiani e Tedeschi, la vittoria fu nettamente dei Partigiani e basti pensare al gran numero di Tedeschi caduti nelle due sparatorie a sorpresa del 31 luglio e del 10 agosto rispetto ai due soli Partigiani caduti.

 

 

L’errore madornale dei Comandanti tedeschi fu quello di essere saliti sul Pasubio in gran forza contando sul numero ma di conoscere il monte solo sulla carta e di non aver considerato che il Pasubio è si un monte sassoso e brullo e quindi battibile con i binocoli, i ricognitori, le mitragliere ed i mortai ma è anche un monte di vecchia storia militare tutto «incarolà» di camminamenti incassati in roccia e di gallerie, dove pochi uomini con un Bren potevano tener testa ad intere compagnie.

 

 

Una tattica più prudente avrebbero sicuramente tenuto i vecchi comandanti tedeschi della prima guerra mondiale. Per quanto riguarda i Partigiani la strategia seguita da «Chiodi», «Gianni», «Temporale» e dai loro uomini non fa una grinza: attacco di sorpresa il primo giorno, spostamento ed attacco di sorpresa il secondo giorno, invio di staffette per chiedere rinforzi e mantenimento di un corridoio di fuga per il ripiegamento.

 

 

Il problema tuttora argomento di discussione è invece quello dei «rinforzi», che a detta di «Chiodi» arrivarono nel luogo meno adatto o non entrarono in funzione. Alla luce dei fatti, come riferiti dalle varie testimonianze, questo risentimento di «Chiodi» è, dal suo punto di vista, in un certo senso giustificato: effettivamente salirono in molti sul Pasubio ma, per un insieme di motivi, nessuno capito nel punto o nel momento cruciale dell’attacco.

 

 

Dobbiamo però considerare un fattore negativo geografico-logistico e cioè che il Pasubio, fino a prova contraria, non é in pianura e che tra le pattuglie partigiane non esisteva un radio-telefono. Qualsiasi spostamento per accedere o circolare sul Pasubio è sempre lungo e faticoso, quindi l’invio di staffette e l’arrivo dei «nostri» al momento voluto doveva essere già in partenza, per la natura del monte, più una speranza che una certezza sulla quale poter contare. I contrattempi erano inevitabili ed abbastanza prevedibili. A ciò si aggiunga che il vespaio di Tedeschi esistente sul monte non favoriva certo gli spostamenti e sembra sia stato infatti la causa principale dell’irrigidimento dei «rinforzi».

 

 

È di ogni evento storico complesso, per la contemporaneità delle azioni, che vi si discuta sopra in continuazione con i «se» ed i «forse», ma considerando la battaglia del Pasubio nel suo insieme restano pur sempre validi, ed in primo piano, il brillante comportamento, e la tenacia di quella ventina di Partigiani che combatterono a Cima Palòn e sul Dente austriaco il 31 luglio ed il 10 agosto. Questo è ciò che conta e che rimane in sostanza documentato nella storia partigiana della Val Leogra.

 

 

 

 

VI. IL RECUPERO DEI DUE CADUTI

 

 

Si è detto che Cocco Augusto («Pasubio») di Monte di Malo e Marchioro Carlo («Buffalo») di Malo restarono feriti e, rimasti sul posto, coprirono il ripiegamento dei loro compagni sparando fino ad esaurire tutte le munizioni. Il giorno successivo, cioè il 2 agosto, «Giulio» decise di salire personalmente sul Pasubio con una pattuglia sia per cercare di recuperare i due caduti sia per rendersi conto sulla eventuale permanenza di Tedeschi sulla montagna.

 

 

Per questa azione fu convocata a Lissa la pattuglia che sarà poi il futuro battaglione «Ramina», che in quel momento si trovava sotto il monte Alba. Sul Pasubio sali una decina di uomini. Il problema era quello del percorso più adatto per arrivare sul monte evitando possibili imboscate tedesche.

 

 

Fu scelta allora una via insolita, e cioè una cresta rocciosa fra la Val Caprara e la Valle del Pruche, che in certi punti richiedeva una vera e propria arrampicata. Difatti per alcuni che portavano le cassette di munizioni o che soffrivano di vertigini l’erta salita non fu una cosa facile, tanto che il ricordo della sfaticata e del brivido è tuttora vivo. Arrivati al passo dell’Ometto e scesi all’Arco Romano ed ai Denti, non trovarono anima viva, né Tedeschi né partigiani.

 

 

Per la vastità della zona non fu possibile identificare il luogo dov’erano caduti Cocco e Marchioro, per cui non restò che tornare in Po­sina e questa volta per una via più comoda. Giunsero a Lissa all’imbrunire. Guido Galletto («Falco») di Schio racconta inoltre: «Mentre eravamo al Nido d’Aquila comparve improvvisamente un Messerchmitt in ricognizione ed allora ci siamo buttati dentro una galleria; siccome portavo un mitragliatore Breda e sapevo maneggiarlo bene, mi preparai per sparare contro l’aereo, ma “Giulio” mi fermò subito; fu una fortuna perché più tardi a valle, quando provai il mitragliatore si inceppò ai primi colpi. Rammento inoltre che sul Pasubio, per la gran sete, abbiamo barattato con un pastore una bottiglia di doppio Kummel in cambio di un po’ d’acqua».

 

 

Il 3 agosto vi fu una puntata sul Pasubio del «Tar», «Sparese» ed altri 3-4 uomini, ma anche questa non ebbe risultato e quando fu buio il gruppo tornò in Posina.

 

 

Il «Tar» racconta:

 

«Con “Giulio” avevo detto che non avrei lasciato il Pasubio se non trovavo i due caduti. Ed il 7 agosto feci una seconda puntata assieme a “Sparese” da Sanvito ed una decina di maladensi, portando su due mitragliatori. Siamo saliti per Val del Pruche e dopo aver superato il Nido d’Aquila ci siamo spinti verso l’Arco Romano ed i Denti. In un vallone verso Cosmagnon, dove c’è la casara, abbiamo visto una macchia scura: era Cocco! Aveva le gambe fracassate. Penso che fosse stato ferito e che, saltando giù dalla slavina, si sia spezzato le gambe; con le mani si era scavato una buca e di lì aveva continuato a sparare col 91 e con una pistola. C’erano 20 caricatori vuoti e quattro erano esplosi.

 

È probabile che si sia sollevato per lanciare una Sipe e sia stato falciato a tracolla del petto da una raffica tedesca che lo uccise sul colpo e gli fece esplodere i quattro caricatori. Nel Piccolo Roite, in una nicchia, abbiamo trovato Carlo Marchioro (( Buffalo») in posizione rannicchiata. Si vedeva che era stato colpito ad una gamba ed al mento, inoltre aveva un foro in direzione del cuore con una bruciatura all’orlo. Lui stesso diceva che non sarebbe caduto in mano dei Tedeschi.

 

Esaminando l’armamento osservai che aveva lanciato le Sipe e sparato tutte le munizioni perché trovai solo una pallottola inesplosa che era sfuggita dal caricatore. Provvidi a far preparare due tumuli di sassi con due croci di legno sulle quali venne fissata una scatola di latta per il tabacco con il loro nome inciso.

Furono riesumati dopo la Liberazione».

 

 

 

 

NOTA. I familiari di Cocco Augusto ci hanno fatto pervenire il seguente do­cumento:

 

 

COMANDO DISTRETTO MILITARE DI VICENZA -Sezione Matricola Sottufficiali e Truppa - Oggetto: Croce al merito di guerra.

AL SIG. COCCO Augusto Cl. 1923 residente nel Comune di FAM. M. di Malo - Trasmetto in allegato, il brevetto n° 3680 di croce al merito di guerra ed insegna metallica, conferita alla S.V. - Mi è gradito esprimerLe, unitamente al vivo compiacimento del Ministero della Difesa Esercito, le mie personali congratulazioni. IL COMANDANTE col. Giovanni Rensi (firma) - Allegato: N. 3680 d’ordine del registro concessioni -ESERCITO ITALIANO - È concessa al Parto Deceduto COCCO Augusto. Nato a Monte di Malo il 13/11/1923 D.M. Vicenza, la Croce al Merito di Guerra, in seguito ad attività partigiana - 1a concessione - VICENZA addì 4 luglio 1966 - IL COLONNELLO COMANDANTE Giovanni Rensi (timbro del Distretto e firma). 


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