QUADERNI DELLA RESISTENZA 

Edizioni "GRUPPO CINQUE" Schio - Maggio 1978 - Grafiche BM di Bruno Marcolin - S.Vito Leg.

 

 

Volume IV 

 

 

IL RASTRELLAMENTO DI VALLORTIGARA

17 -18 giugno 1944

 

 

Inchiesta di E. Trivellato

 

 

LA BATTAGLIA DI VALLORTIGARA . I DUE FERITI « CRINTO » E « LANCIA » - LA CATTURA DI GHISI e VIGONI - RENZO GHISI - ANGELO LOVATO E MARIO CICCHELERO - GUIDO VIGONI - BRUNO BRANDELLERO - GIOVANNI CERVO E GUIDO CORTIANA.

 

 

Durante i venti mesi di occupazione tedesca dell’Italia del Nord e di governo della Repubblica Sociale Italiana (R.S.I.) la presenza dei « ribelli » o « banditen » fu una costante preoccupazione tedesca e fascista, in particolare del generale Wolff in qualità di comandante delle S.S. e quindi responsabile dell’ordine pubblico alle spalle della Wehrmacht.

 

 

La lotta contro quello che i Tedeschi chiamavano il ban­ditismo (« Bandenkrieg ») ebbe periodi cruenti e sanguinosi alternati ad intervalli relativamente tranquilli; si acuì in alcune zone o vallate, si affievolì in altre, di solito in rapporto con l’aggressività locale della guerriglia partigiana oppure con la segnalazione di zone di concentramento di ribelli.

 

 

Oltre ad alcuni posti di blocco fissi in luoghi di transito obbligato, alle ronde notturne in città ed alle retate improvvise, i Comandi germanici ordinavano saltuarie perlustrazioni nelle contra­de e nei paesi di montagna, utilizzando la polizia trentina, propri reparti di stanza nelle vicinanze, compagnie della Guardia Nazionale Repubblicana (G.N.R.), truppe ucraine militarizzate dai Tedeschi. Durante queste perlustrazioni in forza succe­devano abbastanza spesso degli scontri a fuoco con i partigiani, si avevano delle razzie nelle case, più o meno giustificate dall’accusa di favoreggiamento ai ribelli, si incendiava qualche stalla o fienile e venivano catturati alcuni ostaggi.

 

 

I veri e propri « rastrellamenti » differivano dalle « perlustrazioni » per il fatto che i primi venivano studiati a tavolino dai Comandi germanici e fascisti alla stessa stregua di un’operazione militare: si aveva la concentrazione prelimi­nare di truppe in pianura, nella città a valle della zona da rastrellare, la designa­zione dei reparti che dovevano intervenire, lo studio dei percorsi, la messa in moto dei servizi logistici, la richiesta di carri armati o di autoblindo e relativo rifor­nimento di carburante, l’approvvigionamento di munizioni. In sostanza si dava l’avvio a tutte quelle operazioni che precedono un’azione di guerra.

 

 

In Val Leogra un primo rastrellamento di questo tipo massiccio si ebbe il 18 maggio 1944 (« rastrellamento dell’Ascemione ») e fu coinvolta, come si è detto, la zona dei Tretti e del Novegno. Dopo perlustrazioni e rastrellamenti lo­cali di minore rilievo, la seconda grossa operazione militare avvenne il 17 e 18 giugno 1944 (« rastrellamento di Vallortigara ») con uno spiegamento di forze no­tevole su di un’area molto vasta, in pratica tutta la vallata del Leogra ed i monti soprastanti.

 

 

In assenza di notizie dagli archivi dei Comandi tedeschi locali, non è possibile valutare l’entità delle forze impiegate sulla base di dati concreti, ma ri­mane un elemento di giudizio importante, cioè il fatto che l’Agenzia Stefani abbia raccolto e diffuso la notizia in sede nazionale, come appunto si è riferito nell’In­chiesta sul mese di giugno del 1944.

 

 

Il rastrellamento di Vallortigara, così chiamato perché la contrada fu epicen­tro di eventi drammatici, operò in effetti su di una vasta zona, per cui in tutta la vallata del Leogra, compresa la zona dei Tretti, è possibile raccogliere ancor’oggi numerose testimonianze sia di partigiani che di civili. Le sole famiglie dei resi­denti a quel tempo a Vallortigara potrebbero, con le loro traversie, fornire ma­teriale per un volume. Pertanto, nella presente Inchiesta, sono stati riportati alcuni eventi di maggior rilievo e quelle testimonianze che sono apparse più incisive, in parte anche più disponibili. Ciò non esclude comunque che altre notizie vengano raccolte, nel corso delle ricerche, e quindi pubblicate in un secondo tempo.

 

 

Innanzitutto si è dato spazio alla « battaglia di Vallortigara », cioè allo scon­tro a fuoco che ebbe luogo all’alba del 17 giugno e che si concluse con un tragico bilancio di morti e con l’incendio dell’intera contrada. Poi si è intese seguire in modo particolare la vicenda di due feriti, « Crinto » e « Lancia », in quanto da questa vicenda si ha veramente una documentazione testimoniale, quasi cinema­tografica, dei sacrifici e dei rischi che un’infinità di persone andarono incontro per salvare la vita ai due partigiani, in una lunga serie di micro-storie che si snodano nel tempo da Vallortigara fino a Schio, quasi in un affresco di solidarietà corale.

 

 

Spicca poi nel rastrellamento la figura ed il comportamento di Bruno Brandellero, medaglia d’oro della Resistenza, che offrì la sua vita e si dichiarò un capo-parti­giano pur di salvare gli ostaggi dalla fucilazione. Vi è inoltre la drammatica vicenda di Renzo Ghisi (« Scapaccino») di Ostiglia, legato dagli ucraini ad un carretto e trascinato per un lungo percorso fino alla chiesetta di S. Sebastiano, dove lo si finì con una raffica di fucile mitragliatore. Tuttora misteriosa rimane invece la storia di Guido Vigoni, il conterraneo di « Scapaccino », catturato, ucciso e sepolto in un cimitero della nostra zona ancora ignoto. Ed accanto a queste figure « storiche » della Resistenza in Val Leogra vi sono altri caduti e feriti che la presente In­chiesta ha voluto doverosamente ricordare.

 

 

 

 

I. LA BATTAGLIA DI VALLORTIGARA

Lo scontro a fuoco della « Pattuglia di Valli »con i Tedeschi. Vallortigara

 

17 giugno 1944

 

Domenico Chiumenti (« Lince »), Enrico Penzo (« Crinto ») ferito a Vallor­tigara, Antonio Trentin (« Battaglia ») della contrà Pietra, raccontano l’arrivo della Pattuglia a Vallortigara, il pernottamento e l’attacco tedesco.

 

« Nel pomeriggio inoltrato del 16 giugno 1944 eravamo arrivati in dieci uo­mini in contrada Vallortigara (7-8 famiglie). Il tempo era sereno e fummo accolti bene da tutti gli abitanti. In quel periodo la nostra pattuglia era più in contatto con la zona di Recoaro, dove operavano i partigiani del Btg.ne “Stella”; invece dopo il rastrellamento di Vallortigara fummo collegati a Schio e si entrò nel Btg.ne “Apolloni”.

 

Quel venerdì eravamo partiti da Valli d. P. ed era convenuto che a Vallortigara sarebbe venuta una staffetta per accompagnarci verso il Novegno, dove appunto si doveva costituire un nuovo distaccamento. L’armamento non era dei migliori: carabine, fucili 91, alcune bombe a mano, il machine-pistola che Brandellero aveva tolto all’Ammiraglio tedesco catturato alla Tagliata; a Malga Campetto sopra Recoaro ci avevano requisito le nostre armi automatiche dicendo che ne sarebbero arrivate delle altre con alcuni prossimi lanci sul Novegno.

 

Que­sto fatto ci mise in condizioni di inferiorità nello scontro con i Tedeschi. Venuta la sera e dopo aver cenato in contrada, “Ciccia” e “Lince” disposero per i turni di guardia, ma il padrone della “tezza” (detto il Braca) dove gli uomini si sistema­rono a dormire, s’accorse che eravamo stanchi morti e quindi si offrì di far la guar­dia con qualche altro della contrada, come appunto fecero per tutta la notte. Al mattino presto, poco prima dell’alba, il Broca corse affannato ad avvisarci: “Tusi via subito, che xe qua i tedeschi!”. Purtroppo i rastrellatori vennero su senza far rumore e quando il Broca era corso ad avvisarci i Tedeschi avevano già circon­dato tutta Vallortigara.

 

Il Broca stava scendendo dalla scala appoggiata alla tezza e fu chiamato da un tedesco, il quale poi cominciò a salire; “Lince”, “Fiamma” e “Pedro” spararono contemporaneamente ed il tedesco cadde morto. Nella tezza c’erano: 1. Bruno Brandellero (“Ciccia”) - 2. Domenico Chiumenti (“Lince”) - 3. Enrico Penzo (“Crinto”) - 4. Luciano Dalle Mole (“Lancia”) - 5. Antonio Tren­tin (“Battaglia”) - 6. Piazza Paolo (“Pedro” detto Paolina) - 7. Alcide Roso (“Gallo”) - 8. Alessandro Piazza (“Nostrano”) - 9. Silvio Cortiana (“Fiamma”) - 10. Enrico Zambon (“Scimmia”) di Posina. »

 

 

Con l’inizio dello scontro a fuoco si svolgono varie azioni individuali o a gruppi. « Crinto » racconta infatti che dopo l’uccisione del tedesco:

 

« Dalla tezza siamo saltati giù in quattro: “Ciccia”, “Nostrano”, “Scimmia” ed io. Bruno Brandellero (“Ciccia”) cominciò subito a sparare, “Scimmia” e “No­strano” furono uccisi, io venni ferito. Infatti appena saltato giù mi misi a correre e ricordo che davanti c’era un giovane della contrada che scappava verso il bosco. Lo seguo, mentre i Tedeschi sparano a raffiche. Ad una ventina di metri dal bosco il giovane volta via, io mi giro e torno indietro ma proprio in quel momento sono colpito ad una gamba. Ho fatto appena in tempo a vedere “Ciccio” che maneg­giava il machine-pistola che si era inceppato e “Nostrano” che sparava con la carabina (tre colpi) e che poi restò ucciso. Gravemente ferito riesco ad infilarmi nel bosco e rimanere nascosto: colavo sangue, avevo una gran sonnolenza, ma non persi completamente conoscenza ».

 

 

A questo punto dello scontro, dei quattro che si erano buttati fuori dal fie­nile, due erano stati colpiti dai Tedeschi ed erano rimasti uccisi (Piazza Mario Alessandro e Zambon Enrico), uno era riuscito a riparare nel bosco ‘gravemente ferito (Penzo Enrico), infine il quarto aveva trovato un riparo con l’arma incep­pata (Brandellero Bruno). Gli altri sei intanto si erano sistemati sotto un portico a sparare.

 

Domenico Chiumenti (« Lince ») ed Antonio Trentin (« Battaglia ») raccontano:

 

« Dal portico si sparava appena veniva avanti qualche tedesco ma, per la scarsità di munizioni, cercavamo di tirare dei colpi precisi ed in questo modo ne abbiamo fatti fuori parecchi (quelli della contrada hanno parlato di una quindi­cina). Allora i Tedeschi hanno cominciato a lanciare bombe incendiarie, la tezza prese fuoco e fummo costretti a spostarci in un’altra, sempre continuando a spa­rare; “Battaglia” lanciò una “balilla” che non partì (anzi dopo abbiamo control­lato e ci siamo accorti che era falsa).

 

Intanto la contrada stava bruciando, si era smesso di sparare, vi fu un periodo di calma: i Tedeschi hanno pensato che non ci fosse nessuno. Del nostro gruppetto rimasto unito eravamo ancora in 6 di validi (Lince, Battaglia, Gallo, Pedro, Fiamma, Lancia). Tre vanno su per le scale a guardare dalla finestra, mentre gli altri tre (Lince, Pedro e Fiamma) restano sotto il giro delle scale.

 

Abbiamo sentito un fascista entrare in latteria e gridare: “Niente ribelli. Qua non c’è nessuno”. Da noi si fa avanti un Tedesco, perché in mezzo al fuoco era scoppiata una bomba a mano, vede Lancia, gli spara una raf­fica colpendolo con 5 pallottole al torace, poi scappa. Le ferite di Lancia erano così gravi che noi lo abbiamo creduto morto. Siamo rimasti lì ancora un poco, tenendo l’ultima pallottola per noi, per non cadere in mano dei Tedeschi. “Pe­dro” si era addirittura piantato la carabina sotto il mento, ma lo abbiamo dis­suaso.

 

Decidemmo allora di fare un’uscita: o restiamo secchi o ci va dritta. Per primo parte Pedro, poi Gallo, poi Battaglia, poi Fiamma, mentre Lince s’accorge che Lancia è ancora vivo e lo sostiene per portarlo fuori, sistemandolo sulla soglia della porta (“Non gli davo 5 centesimi!”). Dal soffitto cadevano travi ardenti, vi erano carboni accesi dappertutto, le case della contrada bruciavano. Sistemiamo Lancia su dei sassi ed avendo trovato una donna le lasciamo in cura il ferito; allora ci siamo dispersi nel bosco.

 

Qui Battaglia trovò Crinto ferito e poco dopo arrivò anche Lince, in seguito anche Fiamma. Crinto dice di andare a S. Antonio ad avvisare un medico e la famiglia; così mentre alcune donne della contrada si presero cura del ferito, i tre si inoltrarono nel bosco dove fischiavano le pallot­tole; più tardi trovarono la “Tiziana” e Dante Danzo (“Spada”), i quali provvidero a far avvisare le famiglie dei due feriti ».

 

 

Per una visione più completa della vicenda era opportuno sentire la versione i qualche abitante della Contrada Vallortigara; infatti la Pierina Vallortigara, che rimase ferita, ha fornito il suo racconto:

 

VALLORTIGARA PIERINA, figlia di Giuseppe (Cl. 1883, agricoltore, ve­va). Nata a Valli d. P. in contrà Vallortigara il 14-3-1924. All’età di 14 anni andò a Castellanza a lavorare nel Cotonificio Cantoni, ma nel 1941 – ricevuta la notizia della morte in Grecia del fratello Giovanni, Cl. 1910 – rimase a casa, la­vorando presso il Lanificio di Pieve e facendo il viaggio a piedi tutti i giorni.

 

« Il mattino di venerdì 16 giugno scesi come al solito da Vallortigara per andare in fabbrica a Pieve ma trovai tutto fermo perché durante la notte i parti­giani avevano fatto saltare da Rillaro; così mi diedero da spazzare gli uffici. A mezzogiorno uscii, andai a cercare qualcosa da mangiare e tornai in contrada verso le cinque e mezzo; la zia Giuditta mi mandò a prendere del sale perché erano arrivati dei partigiani, infatti li ho visti ma non li conoscevo. Si erano fermati in casa dello zio Antonio Santacaterina e dormivano nella tezza. Al mattino presto del sabato 16 giugno sento sparare, corro alla finestra e vedo un partigiano che scappa ed i Tedeschi che gli sparano dietro.

 

Allora metto le pedule e vado dab­basso, ma mio padre dice: “Ferma lì! noialtri semo borghesi e vedémo se vien luri”. In quel momento arrivano i colpi di mitraglia sulla porta di casa, che sem­brava tempesta e mio padre fa: “Spòstete subito!”, mentre la “gaminéla” sul fogolare salta per aria. Mentre stavo per chinarmi vengo colpita alla coscia e la pallottola passò a qualche centimetro dal femore.

 

Casco a terra svenuta e mio padre, con l’aiuto di un cugino, mi porta di sopra a letto; poi mio padre va alla finestra per chiamare aiuto ed arriva una bomba a mano tedesca, di quelle con il manico di legno, che colpisce il telaio ed esplode, colpendo mio padre alla faccia (poi restò completamente cieco all’occhio destro). Dal colpo io mi sveglio e ricordo che i Tedeschi buttavano anche delle bombe incendiarie. In casa c’erano anche mio cugino Pietro Santacaterina (Cl. 1912), inabile ad una gamba, la moglie Teresina Dalla Pozza ed il figlioletto Antonio di tre anni e mezzo.

 

Siccome i Tedeschi spa­ravano attraverso la finestra, ci siamo messi tutti sul “patto” della scala. Intanto vengono su per la scala dei Tedeschi e vedono che sono ferita, per cui uno di loro fa segno di portarmi fuori; mio padre, Pietro, la Teresina vengono radunati vicino alla fontana con tutti quelli della contrada che avevano preso. Mi sistemano su di un prato con il piccolo Antonio lì vicino; accanto c’erano due tedeschi morti ed uno con un’orribile ferita alla coscia. Dallo spavento il piccolo Antonio ebbe anche in seguito difficoltà a parlare.

 

Venne vicino un ufficiale medico tedesco e mi disse: “Stare buona, stare calma”, mi medicò un po’ e mi tamponò la ferita, ma io svenni. Credo fossero verso le cinque e un quarto del mattino. Ricordo che cinque o sei partigiani si erano nascosti di una cantina e quando uscirono ed i Tedeschi li videro vi fu una sparatoria ed un tedesco gridò: “Non sparare! Essere donna ferita!”.

 

 

Da questo momento la Pierina Vallortigara perde i sensi e si risveglia in Ospedale di Schio. La sua vicenda prosegue comunque in questo modo: viene si­stemata su di un carretto a mano con un materasso sotto ed attraverso Prà Lun­go e S. Caterina scende a Poleo dove Gildo Baron con il biroccino la porta al­l’Ospedale di Schio; qui il Prof. Arlotta dispone per una radiografia e la Pierina, semi-incosciente, sente gli assistenti che dicono: « Le pallottole sono uscite, spe­riamo che non faccia infezione ».

 

 

La sera stessa, dice la Pierina, vennero per un interrogatorio ma il Prof. Arlotta fece cenno di no; poi passò il Dr. Andriolo che le sussurrò: « Non parlare ». Negli 8 giorni seguenti ogni tanto venivano ad interrogarla, ma il Dr. Andriolo, mentre faceva le iniezioni, ripeteva sottovoce: « Sempre brava, sempre quelle parole ».

 

Il racconto della Pierina è il seguente:

 

« lo non dovevo contraddirmi. Venivano sia Tedeschi che Fascisti e mi chiede­vano soprattutto di Primo Righele, di Piero Bonollo e di Aldo Santacaterina. Io rispondevo che li conoscevo ma che era qualche anno che non li vedevo; volevano notizie anche di altri partigiani. Un giorno capita in Ospedale un tedesco con l’in­terprete e quest’ultimo dice che la contrada era bruciata e che quindi avevo perso tutto; allora il tedesco tira fuori un pacco di carte da mille seminuove e mi fa dire attraverso l’interprete che sarebbero state mie se dicevo dove si trovavano i tre di S. Caterina. Poi sono venute anche altre persone a chiacchierare, dicendo male dei Tedeschi e dei Fascisti, forse per vedere se riuscivano a cavarmi fuori qualcosa.

 

Io commentavo solo: “È guerra”. Dopo un mese fui dimessa dall’Ospedale e rimasi convalescente e profuga in contrà Laghetto presso la famiglia di Giovanni Santa­caterina. Dopo 5 mesi tornai a lavorare in fabbrica e fui accolta dalla famiglia Giuseppe Grotta di Poleo, che ricordo con riconoscenza, perché non potevo più fare il viaggio a piedi da Vallortigara a Pieve e viceversa. Quando nei posti di blocco mi fermavano e vedevano che c’era scritto Pierina Vallortigara di Vallor­tigara, facevano sempre un monte di storie, perché ormai la contrada si era fatta la fama di un covo pericoloso di partigiani ».

 

 

Ugualmente interessante è quanto la Pierina ed il marito Antonio Dalla Pozza raccontano sulla vicenda di GIUSEPPE VALLORTIGARA, ferito da una bomba a mano e condotto a Schio con gli ostaggi di Vallortigara:

 

« Dopo che Bruno Brandellero si presentò come capo-partigiano i Tedeschi lo mandarono direttamente a Valli con una scorta fenomenale; tre anziani furono lasciati in contrada: Antonio Santacaterina, Domenico e Giovanni Vallortigara. I Tedeschi avevano fretta di abbandonare la contrada, forse avevano paura di essere attaccati, e quindi condussero con loro un gruppo di ostaggi, tra i quali anche Giuseppe Vallortigara, pur ferito alla testa. Giuseppe era capo-uomini nella Malga del Novegno e nell’autunno del 1943 fu aiutato nei lavori di malga anche da “Turco’’, “Marte” e “Brescia”. Un giorno il Casaro di S. Caterina disse a Bepi: “Vedaremo che fine che farà quei tusi là”. Bepi Vallortigara rispose: “Noialtri Italiani l’armistizio lo gavemo fatto, adesso che se range i Tedeschi a far la guerra!”.

 

Da Vallortigara, il 17 giugno 1944, Bepi fu portato con gli altri nella Ca­serma Cella di Schio e qui interrogato. Quando poi si vide messo fra due parti­giani catturati e con il picchetto armato vicino, capì che stavano fucilandolo e chiamò l’interprete per parlare con il comandante. Quest’ultimo, in ufficio, disse di avere un rapporto su Giuseppe Vallortigara, nel quale si diceva che dava da mangiare ai ribelli. Al comandante tedesco egli fece presente che aveva una figlia ferita a Vallortigara e ricoverata in Ospedale e che aveva inoltre perduto un figlio nella guerra di Grecia. Allora gli furono richiesti i dati del figlio, fu imprigionato per un po’ di tempo ed vnne ricoverato in Ospedale per un paio di mesi. Pur­troppo restò completamente cieco all’occhio destro ».

 

 

 

I DUE CADUTI NELLO SCONTRO DI VALLORTIGARA.

 

 

ZAMBON ENRICO (« Scimmia »). Figlio di Giuseppe e di Stedile Maria. Nato a Torrebelvicino il 13-9-1917. Coniugato il 10-5-1941 con Aramini Tere­ina, la quale risulta emigrata il 13-1-1944 nel Comune di Laghi. Dei genitori di Enrico, la madre era morta nel 1923 ed il padre è deceduto nel 1948; il frat­ello Martino è emigrato in Sud Africa nel 1957, il fratello Leopoldo è venuto a Schio nel 1958, mentre la sorella Rita è in Belgio dal 1952. (Tali notizie sono state cortesemente fornite dal Sindaco di Posina Diotto Flora ved. Lissa).

PIAZZA MARIO ALESSANDRO (« Nostrano »). Figlio di Domenico, agri­coltore a S. Antonio: Cl.1924. Domenico Chiumenti riferisce che, nello scontro di Vallortigara, « Nostrano » fu colpito alla testa da una bomba a mano; assieme a Bruno Brandellero sparavano furiosamente.

 

 

 

II. I DUE FERITI «CRINTO» e «LANCIA»

Vallortigara - S. Caterina - Poleo - Schio

17-18 giugno 1944

 

 

Nel racconto della «battaglia di Vallortigara» del sabato mattino 17 giugno si è visto come Enrico Penzo (« Crinto ») e Luciano Dalle Mole (« Lancia ») fos­sero rimasti gravemente feriti ed assistiti da alcune donne della contrada, mentre « Lince », « Battaglia » e « Fiamma » si erano dispersi nel bosco.

 

Prosegue così il racconto di « Lince » e di « Battaglia »:

 

 

« A S. Antonio fu avvisato Davide, il padre di Luciano, e venne portata la notizia anche a Domenico, il padre di Enrico. Nel tardo pomeriggio noi tre, Lince­Battaglia-Fiamma, tornammo a Vallortigara. Pioveva forte e passando in mezzo alla contrada c’era ancora qualcosa che bruciava, cadevano travi e mattoni. Giunsero i padri dei feriti, accompagnati da don Luigi Guarato Parroco di S. Antonio: avevano fatto la strada a piedi sotto l’acqua, inoltre con il pericolo dei Tedeschi (infatti an­che Walter Pianegonda era partito da S. Antonio ma per la strada incappò nei ra­strellatori e fu ferito ad una spalla).

 

Don Luigi diede l’estrema unzione e nella notte tornò a S. Antonio: il mattino dopo, durante la cerimonia della Prima Comunione, parlò in Chiesa del fatto di Vallortigara in maniera commovente. Intanto in con­trada arrivarono altre persone, tra le quali Alberto Sartori (“Carlo”) con una pic­cola pattuglia, una decina di uomini, con “Cavour”, un meridionale ed altri. “Carlo” fece delle iniezioni ed organizzò il trasporto verso S. Caterina dei due fe­riti, perché diceva che poteva arrivare un altro rastrellamento. Dopo averli siste­mati su di un carrettino, ci avviammo tutti sotto un diluvio di acqua e “Carlo” si arrabbiò con “Cavour” perché gli sembrava che se la prendesse troppo con calma. Con molta fatica, anche per le gravi condizioni dei feriti, siamo arrivati a S. Cate­rina verso l’alba di domenica 18 giugno.

 

Qui il prete non c’era o non si faceva vivo ed allora “Carlo” tirò un paio di colpi di pistola sulla serratura della porta e così si fece avanti il Parroco, con la candela in mano che tremolava tutta. “Carlo”, forse per rassicurarlo, gli disse: “Se vengono i Tedeschi, dica che abbiamo usato la vio­lenza e che questa serratura è la dimostrazione”. La pattuglia di “Cavour” se ne andò per conto suo e noi tre ci siamo incamminati per tornare dalle nostre parti. “Lince” fa: “Andiamo in Vallortigara a scaldarci un po’ “, ma “Battaglia” non lo ritiene prudente e quindi ci siamo diretti a Manozzo.

 

Una famiglia ci accolse in casa, dove ci siamo asciugati ed abbiamo mangiato pane fatto in casa e caffelatte (“Che pranzo”), dopo un paio di giorni che non si mangiava. Infine siamo andati a dormire sotto il fieno, ma dopo un quarto d’ora arriva una vecchia della contrada con la luna per traverso, e ci dice: “Via di qua perché ci sono i Tedeschi in Val­lortigara e se non ve ne andate, vado giù ad avvisarli”. Abbiamo dovuto sloggiare ed ognuno tornò a casa per conto suo ».

 

 

 

La notizia di Vallortigara che bruciava e che c’erano dei feriti si diffuse pro­babilmente per tutta la vallata e giunse anche a Pale o, dove Ampelio Banato (vedi Inchiesta su Poleo) ci ha raccontato quanto segue:

 

« Ero venuto a sapere dei due feriti e Chicchi Baron, fratello di “Turco”, ven­ne da me con un paio di iniezioni antitetaniche, che aveva avuto da Giuseppe Si­gnore, infermiere del Dr. Bertoldi di Schio, con condotta a Poleo. Chicchi ed io partimmo verso S. Caterina, Prà Lungo, Vallortigara e qui trovammo i due siste­mati dentro una specie di casotto per i maiali su due materassi “bombi” d’acqua e di sangue. Uno aveva una ferita da pallottola esplosiva in una gamba e l’altro sei buchi nel torace. Sul posto c’era anche Alberto Sartori (“Carlo”) che aveva con sé altri tipi di iniezioni, credo per tener su il cuore. “Carlo” era con un gruppo , di 5-6 partigiani, ci disse che potevamo ritornare a Poleo perché avrebbe provve­duto lui, con i suoi uomini, a far trasportare i feriti.

 

Il giorno dopo, la domenica 18, mandai su una persona a S. Caterina, la quale tornò dicendo che andava tutto bene; ma poco dopo venne giù l’Angela Santacaterina raccontando che i Tedeschi , erano tornati con il rastrellamento. lo suggerisco di far preparare intanto delle por­tantine con dei pali. Alla sera arrivai su e, quando vidi che i materassi erano an­cora inzuppati d’acqua e di sangue, tirai giù “quattro oche”. Le portantine non reggevano e quindi si provvide al trasporto con carretti. Con me c’erano Chicchi Baron, Mario Zocca, Bruno De Marchi e qualche altro di Poleo che non ricordo. Li abbiamo portati al Circolo Operaio di Poleo ».

NOTA

1. IL RASTRELLAMENTO DI VALLORTIGARA, pg. 194.

Ettore Marcante rettifica che il trasporto dei feriti da S. Caterina a Poleo fu eseguito da: Ampelio Banato. Ettore Marcante. Angelo Tisato. Mario Zocca, Gli altri nominativi si rife­riscono al trasporto di «Marte» ferito. Sul rastrellamento di Vallortigara vi è una testimonianza interessante di Valentino Borto­loso («Teppa») e La sera prima del rastrellamento io e Arciso Manea (“Morvan”) ci eravamo recati con un pentolone a prendere del mangiare al Masetto. AI ritorno abbiamo trovato lungo la strada uno di Poleo seduto su di un paracarro; sia lui che noi siamo rimasti meravigliati di quello strano incontro nella semi-oscurità ed in quel posto solitario. Ci siamo salutati e noi abbiamo proseguito il nostro percorso. Poiché è chiaro che a Vallortigara vi fu una soffiata (i Tedeschi andarono a colpo sicuro scegliendo la contrada giusta dove dormiva una pattuglia). è rimasto il dubbio che la delazione fosse collegata a quello strano in­contro. Il mattino successivo Vigoni e Scapaccino scesero a prendere il latte ed in se­guito abbiamo sentito una sparatoria. Poi la nostra pattuglia incontrò Alberto Sartori (“Carlo”). uno spilungone che parlava italiano e marciava con un bastone. CI racconto di essere fuggito dalle carceri di Verona e che ora aveva avuto l’incarico di commissario nella nostra zona; lo abbiamo accolto volentieri con noi anche se, a dire la verità vi era una certa diffidenza perché non era delle nostre parti non lo conoscevamo ed il suo ar­rivo non ci era stato preannunciato. Poco dopo abbiamo sentito sparare a Vallortigara e “Carlo” propose subito di scendere giù per creare un diversivo alle spalle degli attaccanti. Noi invece, ignorando che a Vallortigara era giunta una pattuglia, eravamo convinti che là non ci fosse nessuno e che un nostro intervento avrebbe messo in pericolo la popolazione della contrada. Così ci siamo spostati in alto verso la chiesetta. Lì ci hanno portato delle fette di polenta e ricordo che Carlo aveva insistito per distribuirle a tutti prima di lui. ma noi abbiamo detto che eravamo tutti uguali. In seguito siamo scesi a Valmàra dove c’erano “Giulio” Caroti e Bruno “Brescia”. 

 

 

 

 

 

Di particolare interesse è il racconto di Alberto Sartori (« Carlo »), il quale ci ha cortesemente inviato il seguente dattiloscritto del 6-5-1978.

 

« I SUPERSTITI DI VALLORTIGARA - Verso la metà del giugno 1944 avevano da poco tempo sostituito Gino Piva nell’incarico di Commissario politico del Battaglione “APOLLONI” che, con il Battaglione “STELLA” ed il Distacca­mento dell’Altopiano di Asiago, costituiva allora la Brigata d’assalto Garibaldi “A. GAREMI”. Ero tornato alla base, nella zona dei Tretti, da un estenuante giro di ispezione a Malunga - Enna - Colletto di Posina - S. Ulderico, notoriamente sottopo­ste, all’epoca, a massicci rastrellamenti. Ero stremato di forze e fradicio di pioggia : poiché da tre giorni pioveva ininterrottamente e non era pensabile di poter accen­dere un fuoco nei boschi per asciugare gli indumenti. Riparato sotto un piccolo tela da tenda fra le siepi, mi ero svestito e ricoperto con una coperta umidiccia fornitami da Bruno “Brescia” (Bruno Redondi).

 

Verso sera giunse da noi il par­tigiano “Volpe” con alcuni medicinali (fiale e una siringa) che gli avevano fornito a Schio, destinati ai feriti di Vallortigara che, ci disse, era urgente soccorrere. Chi sa fare iniezioni? Bruno Brescia si rivolse a me e ... “tu Carlo!”. Forse aveva sa­puto che, sulle montagne della Tunisia, nel 1943-44, avevo dovuto improvvisar­mi anche “chirurgo” per tentare di salvare alcuni arabi che ci assecondavano nella lotta contro i fascisti di Petain ed i nazi-fascisti italo-tedeschi invasori. Dovetti com­piere uno sforzo grande per rivestirmi con gli indumenti bagnati e partire, guidato da “Volpe”, alla volta di S. Caterina.

 

Avevo deciso di passare di là poiché mi ero reso conto, strada facendo, che “Volpe” non aveva portato né alcool per disinfet­tare, né bende, né garze! Era già calata la notte e decidemmo di chiedere le cose necessarie al Parroco di S. Caterina, dopo esserci sincerati che la contrada non era occupata dai nazifascisti. Il Parroco poté fornirci soltanto un po’ di alcool, essendo privo di garze e bende. Riuscii, però, a convincerlo di darci un lenzuolo pulito con il quale facemmo delle strisce che arrotolammo come bende. Dopo una marcia for­zata sotto la pioggia, giungemmo a Vallortigara in fiamme.

 

La pioggia aveva spento gli incendi soltanto in superficie poiché, di tanto in tanto, qualche pezzo di fienile si staccava sollevando immensi fuochi d’artificio verso il cielo. Era una scena orrenda, dantesca. Nella contrada c’erano gli uomini della pattuglia di “Cavour” affranti e prostrati nel fisico e nel morale. Fummo accompagnati verso un porcile, al limite della contrada, dove c’erano due partigiani feriti: “Crinto” e “Lancia”. Il loro stato era molto serio e mi resi subito conto che le probabilità di salvarli erano poche, specie per uno il cui petto era un colabrodo di fori attraverso i quali “respirava” sollevando il sangue raggrumato.

 

L’altro aveva un’orribile ferita da pallottola esplo­siva in una coscia e varie ferite nel basso ventre. Medicai quest’ultimo e gli feci due iniezioni. Avevo deciso di risparmiare le fiale per qualche altro ferito, trascu­rando quello colpito al petto e !imitandomi a pulire un po’ le ferite. Un vecchiet­to, in ginocchio vicino a lui, mi disse: “E... me fiòlo, comandante, gnénte punture?”. Stavo per dirgli che era inutile, ma non ne ebbi il coraggio. Sacrificai così le due fiale di scorta.

 

Avevo dato ordine di reperire un paio di scale di legno e delle coperte. Con un’accetta ruppi alcuni pioli e, avvolte le coperte, ne ricavai due portantine sulle quali feci sdraiare i feriti. Trovato un carrettino a mano e stesivi due materassi feci caricare i feriti e ci avviammo per abbandonare al più presto la contrada illu­minata dai bagliori dell’incendio dove le nostre sagome potevano costituire un preciso bersaglio nel caso in cui i nazi-fascisti si trovassero nei paraggi, come te­mevo. Non mi soffermo sulle difficoltà di farmi intendere dagli uomini della pat­tuglia di “Cavour” il cui stato di prostrazione li faceva muovere come automi.

 

Do­vetti comportarmi con tutta la severità possibile per evitare che facessero rumori inutili, parlassero ad alta voce o accendessero fiammiferi lungo la strada. Sbagliam­mo il percorso e si dovette scaricare i feriti nell’erba bagnata per poter girare il carrettino. lo stesso, esausto, dovetti mettermi in mezzo alle stanghe del carretto con la corda in spalla per tirarlo. Nessuno aveva più l’energia necessaria per po­terlo fare.

 

Dove andare? Confidando nella comprensione dimostratami dal Parroco del luogo, decisi di affidare a lui i due feriti e giungemmo cosi presso la canonica di S. Caterina. Cominciava ad albeggiare e i rantoli dei feriti non mi facevano spe­rare granché nella loro possibilità di sopravvivere. Dovetti insistere molto per con­vincere il Parroco ad aprire. Sfondai il balcone di una finestra, mi introdussi in cucina e trovammo il prete tutto tremante in corridoio, con la perpetua. Un uomo si diresse verso la porta di ingresso e la spalancò. Apparve il carretto con i due feriti rantolanti. “No! No!” – gridò il Parroco – ”non qua!” – ”Occorre salvar­li” – gli gridai – “in nome di quel Dio che voi predicate e che ci considera tutti fratelli”. Il Parroco si oppose energicamente.

 

Gli proposi di nasconderli dietro l’al­tare, in chiesa, almeno fino alla notte seguente, poiché avremmo provveduto a por­tarli via. Ma ora non si poteva, era già l’alba e il rastrellamento ci impediva di fare di più. Il prete mi indicò una piccola casetta dove avremmo potuto metterli. Era la casa della Dottrina Cristiana, poco discosta. Li scaricammo e adagiammo su due tavole, raccomandando al prete di non abbandonarli. Feci sparire il carrettino buttandolo in una valletta e ingiunsi a “Cavour” di dirigersi verso il Novegno con i suoi uomini. 

 

Tornai alla base e, poco dopo, dovemmo spostarci per evitare un accerchia­mento dei tedeschi. Ricominciò la lotta, aspra e dura.

Alcuni mesi dopo ritrovai i due partigiani “Crinto” e “Lancia” sul Monte Majo: vivi e salvi! Seppi in seguito che suor Luisa si prodigò oltre ogni dire per curare i feriti in un Asilo di Schio e questo le costò la galera e la persecuzione di quelle stesse “autorità” religiose che debbono a creature come lei se hanno potuto riscattare le molte responsabilità per non aver contrastato il fascismo quando il farlo avrebbe potuto evitare innumerevoli sciagure per il nostro popolo ».

 

Piovene, 5 maggio 1978 - Alberto Sartori « Carlo ».

 

 

L’arrivo e la permanenza a S. Caterina dei due feriti di Vallortigara vennero puntualmente raccontati da don Antonio Morandi nella sua cronistoria parrocchiale:

 

« Il 17 giugno 1944 si hanno i fatti della contrada Vallortigara di Valli del Pasubio. Un gruppo di partigiani, in gran parte di Valli e di S. Antonio, dovevano recarsi in altra zona e pensarono di pernottare in un fienile della contrada Vallor­tigara. Molto probabilmente furono traditi da un compagno, poiché uno di essi si era allontanato con un pretesto e non ritornò. Nella mattina del 17 giugno autocarri carichi di Tedeschi e Russi passano per S. Caterina diretti a Vallortigara. La neb­bia fasciava i campi e le case; l’ora era molto mattutina. Nessuno sospettava ciò che doveva succedere.

 

I partigiani in gran parte furono sorpresi nel sonno; alcuni riuscirono a fuggire, altri, visto il pericolo, si difesero con le armi. Rimasero morti due partigiani e due russi; due partigiani feriti si trascinarono inosservati nei boschi sottostanti; i giovani e alcuni uomini adulti della contrada furono condotti in prigione assieme a qualche partigiano arrestato; fu pure condotto via il bestiame del padrone del fienile in cui avevano dormito i partigiani. Tutte le case della con­trada, con quanto contenevano, furono bruciate.

 

Alla sera sull’imbrunire un giovanotto che si spacciava per studente universita­rio ed ispettore dei partigiani, si presenta, accompagnato da qualche partigiano, al Par­roco al quale chiede alcool e bende per curare i due feriti nei pressi di Vallortigara. Il Parroco gli fornisce quanto richiede. La notte è infernale: nebbia, vento, piog­gia.

 

Alle quattro del mattino del giorno 18 (domenica) il Parroco è svegliato di soprassalto da forti e ripetuti colpi alla porta. Egli si alza e sente che una comitiva di gente sta fuori di canonica. Intanto i colpi si succedono più forti. Egli esita ad aprire: non sa di chi si tratti. Finalmente, avendo la comitiva forzata la porta ed essendo qualcuno penetrato dalla finestra, si decide ad aprire. Si presenta il gio­vanotto della sera precedente, assieme ad un gruppo di partigiani, il quale dice di avere trasportato i due partigiani feriti e gli impone di ricoverarli in casa ca­nonica o in luogo sicuro per un po’ di tempo.

 

I due feriti furono ricoverati in una stanza della casa che sorge di fronte alla facciata della Chiesa, casa che appar­tiene al beneficio parrocchiale. Nella camera, con i feriti, si trovavano i loro padri. Appena partita la comitiva dei partigiani ed il loro ispettore, si vedono salire au­tocarri di truppa tedesca e russa per un rastrellamento. Si fa appena in tempo di fornire ai feriti un litro di caffelatte e di chiudere la porta di quella casa, che già le prime macchine stanno raggiungendo le contrade più vicine della chiesa.

 

Che fare? Trasportare i feriti in altro luogo non era possibile, perché si poteva essere sorpresi dai reparti poco lontani; e d’altronde in quale luogo trasportarli se tutte le case venivano perquisite? E se i feriti fossero stati rintracciati nella casa in cui erano degenti potevano essere fucilati assieme ai loro padri e fucilato pure il Par­roco, come favoreggiatore di partigiani dando ad essi ricetto in una casa sua. Non c’era altro che mettere la faccenda in mano di Dio, perché provvedesse con la sua onnipotenza.

 

E l’intervento di Dio fu veramente miracoloso. Dapprima gli auto­carri si diressero verso Vallortigara e rastrellarono alcune contrade di Valli del Pa­subio, ma poi fu la volta anche di S. Caterina. Frattanto, siccome gli ufficiali che comandavano l’operazione s’erano fermati vicino alla Chiesa, il Parroco li invitò in canonica per ripararsi dal diluvio di acqua che infuriava, onde ammansirli e te­nerli un po’ a bada e, del caso, renderli meno feroci qualora i feriti venissero sco­perti. Erano ufficiali tedeschi che non avevano alcuna conoscenza della lingua ita­liana. Tuttavia Parroco e Ufficiali cercarono di farsi un po’ capire.

 

A mezzogiorno offrì loro un modestissimo pranzo, che essi gradirono. Poi sedettero vicino alla radio e se la passarono ascoltandone le comunicazioni. Ma per il Parroco fu una giornata di agonia. Le pattuglie di rastrellamento avevano perquisito già parecchie case delle contrade ed avevano più volte battuto alla porta della casa dove stavano i feriti; nessuno aprì ed essi neppure la forzarono.

 

Forse, trovandosi vicina la mac­china del comando, ebbero un senso di riguardo. In quella mattina il Parroco ce­lebrò una sola Messa con scarsissimo concorso di popolo; non ebbero luogo le funzioni. Verso sera tutti questi nuovi barbari scesero a Schio, senza avere sco­perto un partigiano o armi, e senza ostaggi, contenti di aver derubato in qualche famiglia salumi, orologi, ombrelli e altre cose ». « ... Il giorno successivo una pat­tuglia di fascisti sale a S. Caterina, blocca le strade, piazza le mitragliatrici e per un’ora tira colpi all’impazzata sui monti, sul campanile, contro le campane.

 

L’an­goscia del Parroco però era un incubo, che lo opprimeva, poiché nella casa su de­scritta giacevano ancora i due partigiani feriti e gli energumeni che sparavano erano a pochi passi da essa. Finalmente dopo varie pratiche intraprese con il Comitato di Liberazione di Poleo, egli poté ottenere il trasporto dei due partigiani, i quali, di notte tempo, da alcuni compagni furono condotti a Schio, in luogo segreto: fu­rono curati e guarirono ».

 

 

ANGELA SANTACATERINA, maestra (v. Inchiesta su S. Caterina), parte­cipò alla sistemazione dei feriti per il trasporto a Poleo e così racconta:

 

« Venne deciso che la sera stessa bisognava portare via i due feriti e quindi furono avvisati quelli di Poleo che venissero a prenderli. Andai da Facci il quale tentò di costruire delle barelle di fortuna che però non reggevano. Allora si pensò di usare un carrettino, sistemandovi sotto degli stracci per evitare gli scossoni ed infatti, con l’aiuto anche di Matilde Righele, si riuscì ad avviare il trasporto. A quanto ricordo, Ii portammo a Poleo la sera stessa ».

 

 

Giunti finalmente i due feriti a Poleo, furono nascosti nel Circolo Operaio, a quel tempo chiamato « Dopolavoro ». Il loro destino, fino alla completa guari­gione, è stato oggetto di ricerca da parte di G.P. Resentera, al quale pertanto si rinvia per un’ulteriore conoscenza dei fatti in Schio, dove i due feriti vennero ac­colti da suor Luisa Arlotti e curati dal dr. Adelmo Lavagnoli.

 

 

 

 

III. LA CATTURA DI GHISI E VIGONI

S. Caterina - Vallortigara - S. Sebastiano

17 giugno 1944

 

 

Questi due giovani partigiani, ex carabinieri nativi di Ostiglia (Mantova), ven­nero catturati a S. Caterina di Tretto nel giorno del rastrellamento di Vallortigara. Essendosi aggregati da poco tempo alle formazioni partigiane, ambedue non erano molto conosciuti dalla gente della zona e quindi i vari testimoni forniscono ognuno solo dei piccoli frammenti di notizie purtroppo insufficienti a ricostruire con esat­tezza la vicenda dei due mantovani.

 

 

La morte tragica di Renzo Ghisi (« Scapac­cino ») – attaccato con una corda ad un carretto e trascinato morente – colpì pro­fondamente la pietà di alcuni testimoni e di lui si conosce molto di più. Invece di Guido Vigoni (« Il Mantovan ») è tuttora incerto il luogo dell’uccisione e della sepoltura.

 

RENZO GRISI (« Scapaccino »). Figlio di Guglielmo e di Corra di Clementa. Nato ad Ostiglia (Mantova) il 12-6-1920. Morto a Vallortigara (Valli del Pasubio) il 17 giugno 1944.

GUIDO VIGONI (« Il Mantovan »). Figlio di Giuseppe e di Strinasacchi Maria. Nato ad Ostiglia (Mantova) il 6-7-1921. Nel Registro del Comune di Osti­glia vi è la seguente indicazione: « partigiano, morto il 15-6-1944 a Schio, disperso ».

 

 

Il Comune di Ostiglia ebbe cinque Partigiani (Renzo Ghisi, Tommaso Morelli, Lando Sganzerla, Mario Sganzerla, Guido Vigoni) caduti nella lotta di Liberazione e due di questi morirono in Val Leogra. Ciò spiega l’interesse e l’importanza di far nuova luce sulle ricerche che da molti anni sono in corso nella nostra zona sia su Renzo Ghisi che su Guido Vigoni.

 

 

 

A. LA PARTENZA DEI DUE MANTOVANI DALLA «BOCA DEI SASSI ».

 

 

PRIMO RIGHELE (« Bixio »)riferisce:

 

« Scapaccino » e il « Mantovan » erano due giovani ex Carabinieri che erano entrati da poco tempo nella nostra pattuglia, in quanto ce li aveva portati su Gobbi da Poleo. Siccome ero anch’io un ex carabiniere vi fu subito affiatamento e così mi raccontarono le loro peri­pezie. Avevano accettato di continuare il servizio di ordine pubblico, come av­venne per altri Carabinieri dopo l’8 settembre, ed in quel periodo si trovavano a Vicenza, dove Scapaccino era stato appena promosso vice-brigadiere. Ma una notte erano scappati da una finestra della Caserma, annodando le lenzuola, e si erano messi in contatto con l’ambiente di Schio per salire in montagna a fare i partigiani. Li abbiamo tenuti in pattuglia senza particolari incarichi affinché si ambientassero sia al nuovo sistema di vita che ai luoghi. anche se smaniavano per darsi da fare. Quella mattina ci trovavamo alla « Boca dei sassi » sopra i Fassi e li mandai giù a fare rifornimento a S. Caterina; avendo troppa roba da portare su, discesero senza armi (Scapaccino aveva un bidone per il latte da 25 litri). Ri­cordo che furono tutti e due felici per la libera uscita. Quel giorno c’era foschia e nella discesa verso S. Caterina incapparono in un gruppo di rastrellatori. «Scapaccino» si buttò verso i Bonolli mentre il « Mantovan » scese verso i Marsili".

 

B. LA CATTURA.

 

 

PIO ROSSI riferisce:

 

« Quel giorno del rastrellamento si era sistemato in casa mia un Comando di Russi con un Capitano e due subalterni. Mio fratello Alfonso (“Burasca”), che si trovava a letto con un’altissima febbre malarica, fuggì dalla finestra ma fu ripreso e riportato dentro; il Capitano si convinse della ma­lattia e lo rinviò a letto con l’ordine di ripresentarsi appena guarito. In seguito entrarono due Russi con il Mauser e portarono dentro un giovane con giubbetto e calzoni all’inglese ma tinti in blu: altezza media, senza barba, con un vasetto di alluminio da 4-5 litri per latte in mano, disarmato. Dopo l’interrogatorio del Capitano, colsi l’occasione per andargli vicino e gli dissi: “Io ti apro la porta, tu scappi giù e poi giri subito a sinistra”. Lui restò lì come inebetito, sembrava un morto in piedi e non si mosse né parlò: forse era sotto shock.

 

Comunque non aveva contusioni per essere stato bastonato. Più tardi lo portarono via. Il giorno dopo venni a sapere che ne avevano preso un altro (“Scapaccino”) sotto i Bo­nolli e la Mistica campanara ha detto che i Russi sono andati da lei a chiedere una corda per “attaccare i ribelli”; lo hanno percosso a sangue e gli hanno sparato sui piedi e, siccome non si reggeva, gli hanno messo una corda ad un piede e lo hanno legato ad una carretta trascinandolo lungo il seguente percorso: Prà Lungo, Vallortigara, Mantovani, Giotti, Scorzati fino a sotto la chiesa di S. Sebastiano I rastrellatori erano saliti a S. Caterina da Poleo ma Renzo Ghisi e Guido Vigoni furono portati verso Vallortigara e Valli; escludo che Vigoni sia stato portato verso Poleo e Schio».

 

 

 

IV. RENZO GHISI

(« Scapaccino »)

17 giugno 1944

 

 

Nel Registro dei morti di Valli del Pasubio nell’anno 1944 si trova al n. 26: CRISI RENZO - morto il giorno 17 del mese di giugno 1944, figlio di Gugliel­mo e di Corradi Clementa, di anni 24, celibe, SULLA STRADA VALLORTIGA­RA.S. SEBASTIANO, domiciliato in Ostiglia, ebbe esequie nella Chiesa di S. Ma­ria in Valli del Pasubio e fu sepolto nel cimitero di Valli del Pasubio al n° 94 il 22 giugno 1944. Firmato don Carlo Godi.

 

 

Nella grande lapide commemorativa dei Partigiani caduti, situata nel cimi­tero di Valli, figura GHISI RENZO caduto il 17-8-1944 con un evidente errore di datazione.

 

 

 

Il racconto di Pietro Bonollo

 

« La nostra pattuglia è dislocata in località Bocche, poco a ovest della contrà Costenieri, in una baita, “confortevole”. La posizione è buona: vicini cespugli densi, consistenti macchie di bosco che si collegano a quelle più estese di Cannievole, sulle pendici del Novegno; di lì lo sguardo domina per completo il sottostante paese di S. Caterina, fino a Schio ed alla campagna sottostante; a destra Vallortigara e più lontano la Valle del Leogra.

Provati dalle fatiche accumulate nelle numerose azioni dei giorni precedenti, la notte si è riposato a fondo.

Dovrebbero andarci, per turno, Edo e Carletto; ma «Scapaccino» (Ghisi Ren­zo) e « Mantovan », due ragazzi ventiduenni, ambedue ex carabinieri, di Ostiglia, ed insieme arruolatisi di recente nella nostra formazione, insistono per essere loro, più riposati, incaricati del servizio.

I due infatti non hanno preso parte, con gli anziani, a tutte le azioni dei giorni precedenti, essendo consuetudine, sia per ragioni di sicurezza che di addestramento, far partecipare progressivamente i neo-arruolati alle azioni, a cominciare dalle meno pericolose.

Partono, i due giovani, per quella che non risulterà affatto una semplice cam­minata ... Frattanto chi non sta dormendo ancora si dedica al riassetto dei propri capi di vestiario od alla manutenzione delle armi in attesa della colazione: pane con latte; non c’è caffè infatti. Sarebbe ottimo davvero un caffè caldo; benché sia già passata la metà di giugno, la mattina è fredda ed umida. Sono di poco passate le sette e mezza quando s’odono alcuni colpi d’arma da fuoco.

La coltre di nebbia rende difficile indovinare direzione e distanza.

Chi sta riposando balza in piedi; nel giro di qualche minuto tutti hanno rac­colto gli effetti personali e le armi, hanno cancellato le tracce della sosta e san fuori della baita.

Un centinaio di metri ed è raggiunto il bordo della macchia.

Si esplorano con cautela le vicinanze: non sarebbe la prima volta che una pattuglia al risveglio si scopre accerchiata; con la nebbia poi il pericolo è maggiore. Si corre il rischio di battere il naso, da un momento all’altro, in un’arma spianata.

Ma tutto intorno è tranquillo; e la tensione nervosa s’allenta.

E “Scapaccino” e “Mantovan”?

Gli spari venivano certamente dal paese, dove i due s’erano recati; ma già dovrebbero essere sulla via del ritorno. E se si fossero imbattuti in una pattuglia fascista o tedesca? Quei colpi di arma da fuoco avvalorano l’ipotesi.

Sono tuttavia scesi in paese in abiti civili e senza nessuna arma addosso, co­m’è ordine di fare avvicinandoci alle case della popolazione, per evitare incidenti e successive rappresaglie; hanno solo il recipiente del latte, un vaso qualunque, che possono abbandonare e fuggire.

Nell’attesa la pattuglia si sposta all’aperto ed in modo da tenere d’occhio la baita e le vicinanze.

Di nuovo il crepitare di armi da fuoco.

Ma questa volta la sparatoria è molto nutrita e proviene da ovest: Vallorti­gara, Campormò o contrade vicine. Giungono cupe le esplosioni di bombe a mano. È un vero e proprio scontro, violento e prolungato.

Il fatto ci preoccupa in modo particolare; i giorni scorsi s’era installata presso Campormò la pattuglia di “Cavour”; probabilmente vi si trova ancora e può es­sere stata attaccata di sorpresa. L’impulso è di accorrere in aiuto ai compagni; ma con la nebbia che non permette di vedere oltre i 15-20 metri sarebbe un vero e proprio suicidio attraversare la zona boscosa di Cannievole o, peggio ancora, percorrere le strade fiancheggiate da alberi e cespugli, con un rastrellamento in corso. Lo scontro a fuoco dura circa mezz’ora violento, poi diminuisce di intensità, alla fine cessa. Il silenzio che subentra ci lascia senza parole, sbigottiti, nell’incertezza di quanto possa essere accaduto.

Le successive ore trascorrono lente, tese, senz’apportare nulla di nuovo; tutti gli uomini sono fradici per l’insistente piovisco; non pensano alla mancata cola­zione, né al pasto di mezzogiorno, di cui nessuno si preoccupa; non sentono la fame, tanta è l’angoscia provocata dalla tragica incertezza sugli eventi di quel mattino.

Solo a pomeriggio inoltrato siamo messi al corrente dei fatti di Vallortigara, del destino di Bruno Brandellero e finalmente della tragica sorte toccata ai nostri compagni “Scapaccino” e “Mantovan”.

La pattuglia è rientrata nella baita e dinnanzi al fuoco gli uomini asciugano i loro abiti.

Sono tristi e pensierosi; rade le parole, pochi i commenti, inutili.

Cos’era successo a “Scapaccino” e “Mantovan”?

Mettendo insieme il racconto di vari testimoni si è ricostruita la loro triste storia. Per le scorciatoie che ben conoscevano, i due giovani, chiacchierando spreoc­cupati, scendono in paese, attraversano contrà Righele e stanno per sbucare sulla strada comunale, a 50 metri dal caseificio, quando, fantasma nella nebbia, si para loro dinnanzi una colonna di SS. Viene intimato l’alt. I due esitano un istante, sbi­gottiti, quindi fanno dietro-front e si danno a disperata fuga, rifacendo la strada percorsa; all’angolo di contrà Righele si dividono per proseguire separatamente la corsa verso M. Enna.

“Mantovan” si lancia verso Sud, per attraversare i campi in direzione di con­trà Xausa; dalla lunga colonna di militari e carrette (si tratta delle tristemente fa­mose forze ucraine, aggregate alle W-SS, dell’armata del generale Vlassov) si stac­cano numerosi gli inseguitori; la nebbia, ricacciata dalla corrente d’aria della valle, sembra allearsi ai tedeschi, diradandosi. Vengono sparati solo alcuni isolati colpi d’arma da fuoco; l’erba e la terra, bagnate, sono scivolose; Mantovan cade e le SS gli sono addosso. Viene calpestato, percosso selvaggiamente e trascinato verso la colonna in marcia.

Da quel momento del giovane “Mantovan” non si è saputo più nulla, fino a parecchio tempo dopo la guerra, quando si ebbe notizia della sua morte in un Lager tedesco. Nessuno ha saputo mai dirci come e per quale tragitto egli abbia raggiunto la caserma degli ucraini a Marano, per essere poi spedito in Germania, se abbia mai saputo, ovvero se sia stato testimone della sorte toccata al suo amico “Scapaccino” .

Questi frattanto aveva presa la via del Pralungo, con le SS alle calcagna. Lo inseguono senza sparare; certo temono, con sparatorie, di far fallire la sorpresa che, grazie alle informazioni di una maledetta carogna di spia, stanno preparando ad una pattuglia partigiana in contrà Vallortigara.

Giunto all’imbocco di contrà Bonolli egli taglia attraverso il gruppo di case; la leggera discesa gli permette di accelerare l’andatura; poche centinaia di metri lo separano dal pendio del M. Enna; poi un tratto di ripida costa nuda; lì i te­deschi o si decideranno a sparargli o lo lasceranno raggiungere il bosco. Nell’un caso o nell’altro non cadrà vivo nelle loro mani. Un filo di speranza lo riprende.

Ma è di breve durata; sorpassate le abitazioni scorge la colonna tedesca che, per­corsa la strada sotto contrà Bonolli, si snoda per il Pralungo verso Vallortigara, sbarrandogli irrimediabilmente la via alla fuga. La forza che l’ha sostenuto, crolla. Disperato s’appoggia al muro di una latrina, le braccia abbandonate lungo il corpo, le unghie confitte nei palmi. È un gran bel giovane “Scapaccino”: di statura superiore alla media, robusto e svelto insieme; viso dai lineamenti marcati, giovanili ma nel contempo da uomo che già conosce la vita; sempre allegro, espansivo, pronto in ogni momento ad aiu­tare, a sacrificarsi per i compagni. Ed ha ventidue anni; credeva nella vita, così come crede negli ideali per i quali ha scelto liberamente di combattere. Ora s’è reso conto che la sua fine è giunta. Il suo volto è contratto; sembra invecchiato nei pochi minuti durante i quali ha sentito la trappola chiudersi intorno a lui. Nei brevi attimi che gli rimangono il suo pensiero è per i compagni che tran­quilli, ignari, riposano nella baita, per l’amico “Mantovan” che probabilmente si trova nelle sue stesse condizioni, tradito dalla leggerezza, dalla mancanza di suf­ficiente precauzione e di diffidenza, indispensabili ad un Partigiano per sopravvivere. Avesse ora un revolver, un caro, prezioso, vecchio revolver a salvarlo dalla cattura! In pochi balzi gli sono addosso. Con le braccia, con le gambe egli si difende, li respinge; sputa loro in faccia e lancia loro i peggiori insulti, nella speranza che, perdendo il controllo, gli scarichino addosso le armi. Ma un violento colpo alla tempia, dal calcio di un fucile, lo tra­mortisce; perde coscienza e s’accascia al suolo. Quando riapre gli occhi è di nuovo in piedi, immobilizzato. Degli sgherri che lo circondano almeno uno è italiano, anche se camuffato da ufficiale delle SS: parla correttamente l’italiano, con accento chiaramente vicentino. Vuole sapere dove sono i suoi compagni, dov’è insediato il comando Partigiano. Appena gli riesce, “Scapaccino” risponde ancora con insulti. Ad un cenno dell’ufficiale una gragnuola di colpi di ogni genere si abbatte su di lui. Frattanto lo trascinano verso alcune carrette che, staccatesi dalla colonna, hanno sostato per la sua cattura. Le botte non cessano per tutto il percorso. Dalla tempia gli cola il sangue. Alcune donne della contrada, che dalla soglia o dalla finestra delle loro case seguono la scena, impietosite, non possono trattenere le lagrime. “Scapaccino” viene accostato ad una delle carrette; l’italiano gli rinnova le domande: dove si trovano i suoi compagni, dov’è il comando. Egli non ha più la forza di ingiuriare, tanto meno di reagire. Inutilmente tornano ad infierire contro di lui. Il suo volto è già una maschera di sangue; il suo corpo è tutto un unico atroce dolore, martoriato dagli scarponi, dalle percosse con i fucili; quelle belve sembrano ricevere una voluttà indescrivibile dalla loro macabra opera: lo testimo­niano i loro ceffi demoniaci, il loro entusiasmo nel prodigarsi in brutalità. Dalla bocca di “Scapaccino” non esce più una parola. Estraggono una corda robusta, la passano al collo del giovane, fanno un nodo

non scorrevole e fissano l’altro capo dalla traversa posteriore della carretta. La corda è corta, tanto da obbligare Scapaccino ad una posizione curva. Le carrette si mettono in moto. Ai primi strattoni Scapaccino inciampa, cade, viene trascinato per alcuni metri; le mani si lacerano sull’acciottolato della strada. Con sforzi sovrumani riesce a riprendersi, a rimettersi in piedi, fra le risa degli aguzzini.

Il famigerato italiano-SS ha un’idea geniale: fa nuovamente fermare il gruppo di carrette, rivolge a “Scapaccino” per l’ennesima volta la richiesta:

“Dimmi dove sono i tuoi compagni, dov’è il tuo comando. Se ti decidi a ri­spondermi ti carichiamo in carretta; viaggerai ottimamente; caso contrario intensi­ficheremo il trattamento”.

“Scapaccino” non apre bocca. Il suo volto è irriconoscibile: ferito, tumefatto, coperto di sangue raggrumato; lo sguardo è spento, rassegnato. Il tenente estrae il revolver, guarda negli occhi Scapaccino, sul cui volto s’è delineata una smorfia di sorriso. “No, non ti liquido; ne hai troppa voglia; faremo qualcosa di meglio”. Abbassa il revolver, lo avvicina ad un piede, che il primo colpo perfora. Poi è la volta dell’altro piede. Facendo uno sforzo estremo di volontà, facendo anche perno sulla corda che lo prende al collo, egli riesce a mantenersi in equilibrio, in piedi . La carretta riparte e “Scapaccino” crolla a terra, impossibilitato a muovere i piedi, le gambe.

Per un po’ i vestiti lo proteggono dalle punte acuminate delle pietre. Ma dopo qualche centinaio di metri i panni cominciano a cadere a brandelli; le carni restano nude, indifese e comincia il peggiore strazio che mente umana possa con­cepire.

“Scapaccino”, con sforzi disperati, riesce ad aggrapparsi con una mano alla traversa della carretta; gli pare di provarne un momento di sollievo.

Calci di fucile s’abbattono sulla sua mano che, disperatamente serrata, non molla; finché le dita frantumate non hanno più presa.

Poi è la volta dell’altra mano a subire la sorte della prima.

Fra le sghignazzate divertite degli sgherri Egli torna a rotolarsi per la strada, in balia della fune e dei ciottoli.

Non ha più vestiti addosso, dalla cintura in giù; l’essere la fune corta, gli preserva il tronco.

Lungo la strada che conduce a Vallortigara si svolge la scia del suo sangue, della sua carne.

Egli non ha più forza per reazione alcuna; il dolore ha superato i limiti della umana capacità di soffrire.

Passano a lato di Vallortigara già in fiamme e saccheggiata dalle SS; ma egli non s’avvede di nulla; non ha più la percezione di dove si trova, né del tempo.

Le carrette sostano brevemente, poi proseguono verso Campormò, quindi in direzione di Colle Xomo, fino al Colletto di Posina dove, sempre trascinando il macabro fardello, iniziano la discesa per Valli del Pasubio.

Giungono alla prima contrada, Scorzatti, dove la strada compie un tornante.

Alcune donne, per lo più anziane, messe in allarme dal passaggio delle prime carrette, sono uscite in margine alla strada. Assistono al passaggio della prima parte della colonna con volto serio e nel contempo indifferente.

Quando vedono giungere, trascinato da una carretta, quello che stentano a riconoscere per un essere umano, sbarrano gli occhi incredule. Mai avrebbero pen­sato di potersi trovare, nella loro vita, dinanzi a simile spettacolo.

Una di loro non sa trattenersi ed avanza fino alla carretta.

“Uccidetelo! Non si può fare una cosa simile di una persona! Non vedete com’è ridotto!” esclama la donna, pur senza sapere se si tratta di un vivo o di un morto.

“Non avete una mamma voi, una moglie? Certo, anche lui ce l’ha, come ce l’avete voi. Uccidetelo! Uccidetelo! Fatela finita!” aggiunge ancora.

Anche un’altra donna, ed un’altra ancora uniscono la loro protesta, ormai incuranti del pericolo della reazione fascista; e frattanto si sono avvicinate alla carrette che il conducente ha fatto fermare, mentre sorpreso e dubbioso si gira, cercando con sguardo interrogativo, il comandante".

(Qui finisce, incompleto, il racconto di Pietro Bonollo).

 

 

 

 

V. ANGELO LOVATO E MARIO CICCHELERO

S. Sebastiano

17 giugno 1944

 

 

Nel tratto di strada che è posta sotto la contrà Tomasi e la chiesetta di S. Se­bastiano vennero uccisi a raffiche di arma automatica i due giovani Angelo Lovato (23 anni) della Valle dell’Agno e Mario Cicchelero (22 anni) di Valli del Pasubio. Sul luogo, a lato della strada verso monte, vi è la seguente lapide commemorativa:

 

 

« QUI VENNERO TRUCIDATI LOVATO ANGELO DI ANNI 23 DA RECOARO E CICCHELERO MARIO DI ANNI 22 DA VALLI DEL PASU­BIO – 17 GIUGNO 1944 – I FRATELLI HANNO UCCISO I FRATELLI – DIO MISERICORDIOSO ACCOLGA NELLA SUA PACE LE ANIME BENEDET­TE E DONI RASSEGNAZIONE AL DESOLATI CONGIUNTI ».

 

 

Nel giorno del 25 aprile, vicino ai fiori di campo, vi è un nastrino tricolore. Scolpiti nella grande lapide del Cimitero di Valli del Pasubio vi sono i nomi di Lovato Decimo e di Cicchelero Mario, ambedue caduti il 17 giugno 1944.

 

 

Di Angelo Lovato sono state raccolte le seguenti testimonianze e notizie:

 

DALLA POZZA ANTONIO (« Ganzio »). Fu Elia (agricoltore). Nato a Valli d. P. - contrà Pozza - il 6-12-1921. « All’8 settembre mi trovavo a Tarvisio, Arti­glieria Frontiera. Fui catturato dai Tedeschi ma riuscii a fuggire dal treno che ci portava in Germania. Entrai nelle pattuglie nel gennaio del 1944 nella zona dei Scorzati, collegati a Poleo ed a “Brescia”. Ricordo anche Angelin Losco (“Boa”), “Danzo, “Biso”, “Stròpoli” dai Giotti, Lanza (“Brisa”).

 

« Angelo Lavato partiva da S. Quirico per venire sul Novegno ad aiutare il fratello “Dovilio che gestiva la malga Ronchetta di proprietà del Comune di Valli. Di solito faceva tappa in contrà Pozza e dormiva in un fienile portando uno zaino con viveri per sé e per Dovilio. Quel mattino di Vallortigara lo vedo mentre sta ,scendendo dalla scala del fienile e gli faccio cenno di scappare. Lui mi risponde: “Ma mi go le carte in regola e bisogna che vada ad aiutare me fradélo su in malga”. Mi sembra che fosse della classe 1921. Quando arrivò nella strada che viene da Vallortigara venne bloccato dai Tedeschi, gli sequestrano lo zaino, gli riti­rarono i documenti e lo misero assieme agli altri, partigiani catturati ed ostaggi. Il comandante dei rastrella tori se ne va per un qualche motivo e successivamente sopraggiunge un altro comandante, inviperito per i morti tedeschi dello scontro di Vallortigara, che probabilmente aveva appena visto nelle carrette; questi trovò il malghese Angelo senza documenti (prelevati dal comandante precedente), sicura­mente non volle sentire ragione e diede l’ordine di fucilarlo. Il malghese venne ucciso lungo il tratto di strada, sotto contrà Tomasi, che salendo viene subito dopo il tornante dei Lorenzi ».

 

 

PIAZZA MARIA in Tomasi della contrà Tomasi, posta sopra il tratto di strada dove vennero uccisi Lovato, Cicchelero e Ghisi, riferisce:

 

« Quel giorno del rastrellamento di Vallortigara eravamo tutti spaventati e si cercò di non uscire di casa. Personalmente ho visto dall’alto quando hanno ucciso con una o due raffiche il Mantovano (NdA - Renzo Ghisi) proprio dove c’è la “curva de la Crose” sotto i Tomasi. È morto subito e lo hanno lasciato lì. Non ho visto invece i due uccisi lungo la strada ma ho sentito le raffiche; quel giorno pioveva molto e mi sembra che siano rimasti sotto la pioggia anche durante la notte, anche se non ne sono certa perché non ci si fidava di uscire di casa ».

 

 

Su MARIO CICCHELERO sono state raccolte da « Lince » le seguenti no­tizie:

 

«Mario (Cl. 1922), che abitava in contrà Tisati nel Quartiere Val Maso, era un ragazzo intelligente, serio, che leggeva molto ed aveva una buona parlantina; egli faceva parte della nostra pattuglia ma vi era già l’intenzione di metterlo al comando di una nuova pattuglia che doveva costituirsi proprio in quelle settimane. La notte precedente il rastrellamento Mario era rimasto con “Cavour” in una tezza verso Camparmò perché doveva aspettare un Comandante, in quale arrivò infatti verso l’alba. Subito dopo Mario Cicchelero scese verso Vallortigara per riunirsi a noi ma cadde in mezzo al rastrellamento in corso e fu catturato dai Tedeschi: es­sendo armato di parabello o di moschetto venne sicuramente identificato come par­tigiano ».

 

 

 

 

VI. GUIDO VIGONI (« Il Mantovan »)

17 giugno 1944

 

 

La vicenda di Guido Vigoni è tuttora insoluta. Nativo di Ostiglia (Mantova), classe 1921, ex carabiniere, egli si era aggregato con Renzo Ghisi (« Scapaccino »), suo compaesano, alla pattuglia di Primo Righele (« Bixio » che operava nella zona di S. Caterina di Tretto.

 

 

Essendo ambedue incappati nel rastrellamento del 17 giugno 1944, Vigoni cercò di riparare verso contrà Marsili ma fu catturato e portato dal Comandante tedesco della squadra di rastrellatori, che si trovava ai Marsili in casa di Gregorio Rossi. Qui il giovanissimo Pio Rossi gli parlò e cercò anzi di farlo fuggire, ma Vigoni era sotto shock. Secondo la versione di Pio Rossi sarebbe stato riunito sotto scorta a Renzo Ghisi, questo pure catturato ai Banali, ed ambedue avviati verso il Prà Lungo, Vallortigara, S. Sebastiano.

 

 

Anche la zia di Pio, Maria Santacaterina, nel suo poema dialettale che descrive i fatti del tem­po, viene a scrivere testualmente: « I gà fermà du tusi verso i Banali ». « Dopo i se nà a fusilarli a S. Bastian ». Evidentemente la Maria non fu testimonio oculare della fucilazione ma il fatto le fu raccontato da qualcuno.

 

 

Infatti lungo la strada che scende proprio sotto la chiesetta di S. Sebastiano e sotto contrà Tomasi venne ucciso con una raffica Renzo Ghisi (« Scapaccino ») alla curva « de la Crose »; del fatto fu testimone oculare la Piazza Maria dei Tomasi esattamente al momento della scarica. Una cinquantina di metri più sotto furono uccisi altri due giovani: il malghese Angelo Lovato e Mario Cicchelero, dei quali a ricordo vi è tuttora una lapide. Ne consegue che i morti di S. Sebastiano furono « tre », però nes­suno dei tre risulta essere Guido Vigoni.

 

In proposito è stata raccolta la seguente testimonianza:

 

POZZA IRENE (« Juna » - staffetta). Figlia di Alessandro (stradino). Nata a Valli del Pasubio il 22-12-1921 ed allora residente in contrà Pieriboni. Operaia tessile. Entrò nella lotta partigiana soprattutto per spirito di avventura.

 

 

« Il giorno del rastrellamento di Vallortigara pioveva e c’era nebbia. lo par­tii da casa, mi sembra nel pomeriggio, perché mi avevano detto che i Tedeschi avevano ucciso uno dei due fratelli di Malga Ronchetta, che io conoscevo e con i quali spesso avevo mangiato assieme. Quando arrivai verso la chiesetta di S. Se­bastiano trovai tre morti e di questo sono certissima: uno era il malghese e si trovava nel fossetto a lato della strada con un foro alla tempia, mentre gli altri due si trovavano sul prato ma non li conoscevo né posso ricordare se uno aveva il vestito blu ».

 

 

Non vi sono quindi dubbi sul fatto che i giovani uccisi a S. Sebastiano sono stati tre: Lavato, Cicchelero, Ghisi. Dei primi due vi è conferma nella lapide colà esistente tuttora, mentre di Ghisi (« Scapaccino ») vi è il documento di seppel­limento nel Cimitero di Valli al n. 26 del Registro dei morti, con esequie nella Chiesa di S. Maria in Valli ed inumazione il 22 giugno al n. 94.

 

 

Pertanto Guido Vigoni non fu ucciso a S. Sebastiano. In quel giorno vi furono altri due morti (oltre ai due caduti Zambon e Piazza nello scontro di Vallortigara) e cioè i due uccisi verso il Rifugio Balasso: Giovanni Cervo di Posina e Guido Cortiana di Valli. Quest’ultimo, nel Registro dei morti, risulta al n. 28 a matita come « Igno­to » e fu sepolto nella stessa fossa n. 93 di Cervo; con tutta probabilità l’addetto al Registro non provvide in seguito a compilare i dati di identificazione; essendo stati ritrovati dopo circa un mese dall’uccisione, questo fatto spiega il loro sep­pellimento in data 18 luglio (vedi capitolo Cervo e Cortiana).

 

 

In conclusione nel corso del rastrellamento di Vallortigara vi furono 7 uccisioni (Piazza, Zambon; Ghisi, Lavato, Cicchelero; Cervo, Cortiana) e di ciascuno sono noti ed accertati sia i luoghi dove furono uccisi sia l’identificazione della salma. Viene pertanto a cadere l’ipotesi che Guido Vigoni sia stato ucciso in Comune di Valli il giorno del rastrellamento.

 

Diventa allora preziosa la versione di Pietro Santacaterina, at­tualmente a Milano Linate e colà interpellato da Primo Righele alcuni mesi fa.

 

SANTACATERINA PIETRO fu Antonio, nato a Valli d. P. il 22-10-1912, riformato per una lesione ad una gamba, residente a quel tempo a Vallortigara e qui rastrellato assieme al cugino Vallortigara Gino di Santorso (Cl. 1915). Il San­tacaterina ha riferito a Righele che durante il percorso, sotto scorta, verso Valli furono uccisi sulla strada nei pressi di S. Sebastiano: un malghese della Valle del­l’Agna, il mantovano « Scapaccino » ed un altro che gli sembra fosse da S. An­tonio; dopo che gli ostaggi vennero riuniti a Valli, vi fu il trasferimento a Schio e qui – poco prima della Caserma Cella – il Santacaterina e suo cugino furono portati a Vicenza, mentre Bruno Brandellero ed altri seguirono una diversa desti­nazione. Secondo il Santacaterina è probabile che questo Guido Vigoni, manto­vano, sia finito con Brandellero a Schio; lui non lo conosceva, ma dalla descrizio­ne fattagli da Primo Righele, ricorda che c’era un tizio con caratteristiche simili.

 

 

Secondo i parenti di Bruno Brandellero, questi fu trattenuto in Caserma Cella di Schio per un paio d’ore e poi trasferito a Vicenza, dove rimase alcuni giorni per essere interrogato; infine venne portato a Marano Vicentino e qui torturato, fucilato e sepolto il 26 giugno 1944 (vedi B. Brandellero).

 

 

Se effettivamente Guido Vigoni seguì la sorte di Brandellero i possibili luoghi della sua uccisione, in quanto catturato come ribelle con divisa inglese tinta in blu e sembra senza documenti, dovrebbero essere: Schio o Vicenza o Marano Vi­centino. In questi luoghi sono pertanto in corso alcune ricerche.

 

 

 

 

VII. BRUNO BRANDELLERO

Medaglia d’oro

 

 

Nello scontro a fuoco in contrada Vallortigara la situazione diventa tragica. Due Partigiani sono stati colpiti dalle raffiche dei Tedeschi ed uccisi, uno è nel bosco con una pallottola esplosiva nella gamba, un altro ha ricevuto una raffica di sei colpi al torace, cinque martigiani hanno tentato una sortita e sono riusciti a disperdersi nel bosco, mentre Bruno Brandellero con il machine-pistola inceppato è riuscito a trovare un riparo, nel mezzo della sparatoria.

 

 

Intanto i Tedeschi puntano le mitragliatrici sulle finestre e le porte delle case, gettano bombe a mano, snidano dalle case gli abitanti, donne, vecchi e bambini, e riuniscono gli ostaggi attorno ad una fontana. Sul prato vi è una ragazza ferita, con un bambino vicino, un tedesco gravemente colpito e due morti. I rastrellatori lanciano bombe incendiarie ed il fuoco divampa nei fienili, nelle scale di legno, sulle travature che cominciano a crollare.

 

 

Il comandante tedesco che dirige l’operazione ordina il trasporto a valle dei numerosi militari morti e fa capire chiaramente che avrebbe fatto fucilare gli abitanti della contrada come favoreggiatori dei ribelli e corresponsabili di tutti quei tedeschi uccisi. Vi è anche una certa fretta, perché di solito i comandanti dei ra­strellamenti non avevano esatta cognizione del numero di partigiani presenti nella zona e spesso temevano degli attacchi di sorpresa. Quindi si stava già per disporre la fucilazione degli ostaggi.

 

 

Bruno Brandellero abbandona il suo rifugio e si presenta ai Tedeschi: « Sono io il capo dei partigiani! Quelli della contrada non hanno alcuna colpa ».

 

 

Il comandante tedesco sospende la fucilazione, rilascia tre ostaggi, avvia alcuni altri a Schio per un interrogatorio e fa accompagnare Bruno Brandellero a Valli, circondato da una scorta armata. Di qui viene trasferito prima a Schio e poi nella famigerata Caserma di aguzzini di Marano Vicentino, dove lo torturano ed alcuni giorni dopo lo fucilano in cimitero.

 

 

Quelli di Vallortigara sanno, e ricordano ancor’oggi, che Brandellero salvò le loro vite affrontando i Tedeschi e che la scelta fu un atto di profondo amore per la sua terra e per la sua gente.

 

 

 

 

PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI

 

N° d’ordine 1959. Il Presidente della Repubblica con Suo Decreto del 1° dicembre 1952 -Visto il Regio De­creto 4 novembre 1932, n. 1423 e successive modifiche, Visto il Regio Decreto Legge 23 ottobre 1942, n. 1195; - Visto il Decreto Legislativo Luogotenenziale 21 agosto 1945, n. 518; Sulla proposta del Presidente del Consiglio dei Ministri, ha concesso la MEDAGLIA D’ORO « alla memoria », al Valor Militare coll’annesso soprassoldo di Lire millecinquecento annue al partigiano BRUNO BRANDELLERO di Emilio. « Nel corso di un duro rastrellamento condotto da ingenti forse tedesche ed ucraine re­sisteva valorosamente in contrada Vallortigara al comando di tredici partigiani contro alcune centinaia di nemici, infliggendo gravi perdite. Incendiato Il borgo, morti cinque dei suoi uomini, con generoso slancio balzava sparando contro il nemico, attirando su di sé l’attenzione e consentendo ai superstiti di disimpegnarsi. Ferito, catturato e duramente seviziato, manteneva contegno fiero ed esemplare ed, al fine di indurre il tedesco a non esercitare ulteriori rappresaglie sulla popolazione, affermava di aver costretto, armi in pugno. i civili a dar ricovero ai partigiani. Portato pressoché morente. davanti al plotone di esecuzione. trovava ancora la forza per inneggiare alla Patria Italiana ». a Tretto (Vicenza). 16 giugno 1944.

 

 

Il Presidente del Consiglio dei Ministri rilascia il presente brevetto per attestare del con­ferito onorifico distintivo. Roma. addì 18 aprile 1953 -Registrato alla Corte dei Conti addio 5/5 1953 - Registro Pre­sidenza 76 foglio 299 - Pubblicato nel Boll. Uff. 1953 disp. 30 pago 2613 - Presidente del Consiglio dei Ministri - Firma illeggibile.

 

 

 

NOTA

La motivazione rispecchia l’essenziale degli eventi secondo il frasario che è di consue­tudine nelle motivazioni militari. È comunque da puntualizzare che lo scontro a fuoco avvenne a Vallortigara in Comune di Valli del Pasubio e non a Tretto e che la data dello scontro fu il 17 giugno 1944.

 

 

BREVE PROFILO

 

Bruno Brandellero appartiene a quella famiglia di giovani di montagna che, fin dai primi passi, debbono fare i conti con il terreno in pendìo: è fatica scen­dere, salire, addirittura è fatica il mantenersi in equilibrio per poter stare in piedi. S’impara presto, dall’ambiente stesso, che la vita è difficile, che la scuola è lon­tana, che tutti in contrada e in famiglia devono lavorare per vivere.

 

E così i figli crescono ruvidi e ben radica ti alla terra come l’erica, o meglio il « brocòn ». La montagna non permette di diventare « adulti » con comodo, in esperienza e buon­senso, perché ci pensano i padri stessi a sbatterti il cappello con la penna in testa ed a mandar ti all’osteria quando ancora i moccoli ti colano dal naso.

 

 

Bruno morì a ventidue anni ma, dal racconto degli amici, egli aveva già raggiunto quella maturità montanara delle cose essenziali che di rado s’incontra nei giovani di città, più svegli e più colti ma meno solidi. Equilibrato e serio per temperamento, egli appariva alle volte addirittura severo, specialmente dopo che la morte tragica del capopattuglia ed amico Domenico Roso nell’imboscata di Staro lo aveva fortemente addolorato e messo a capo della « pattuglia di Valli » in un momento iniziale di difficile orga­nizzazione della Resistenza armata. Questo suo atteggiamento non gli impediva di essere comunicativo e cordiale, a volte anche scherzoso ed affabile, ma l’aspetto più evidente del suo carattere, quello che è veramente rimasto nella memoria degli amici, è la sua costante preoccupazione per i componenti della pattuglia.

 

 

Due fatti, raccontati da « Lince », sono illuminanti e significativi. Un mezzo­giorno in casa Chiumenti era stato preparato per Bruno e per « Lince », che erano di passaggio, un pranzetto speciale ed i due amici stavano già attaccando in forza quando d’un tratto Bruno si fermò, si fece serio in viso e disse che stava pensando ai « tusi » che si trovavano nelle caverne del Pasubio senza niente da mangiare; allora raccolse in un tovagliolo il pranzo, vi aggiunse delle pagnotte e volle partire subito per raggiungerli. Un altro giorno invece arrivò in contrada e vide che in una casa alcune ragazze avevano messo in funzione un vecchio fonografo e si stava bal­lando, mentre nel versante opposto della valle si udivano delle raffiche di arma automatica: si infuriò con tutti dicendo che non era il momento di ballare quando in valle c’era forse qualcuno che stava morendo.

 

 

Quel giorno tragico di Vallortigara Bruno Brandellero si trovò a decidere da solo: forse poteva rimanere nascosto, forse poteva tentare una sortita disperata, forse poteva nascondere l’arma inceppata e presentarsi con le mani alzate. Ma la scelta più coerente con il suo carattere, più responsabile di sé verso gli abitanti della contrada, più coraggiosa fu quella di dire: « Sono io il capopartigiano! ». Non fu il colpo di testa dell’avventuroso o del disperato, ma una decisione cosciente. I nove giorni di calvario di Bruno Brandellero dalla corte di Vallortigara alla fossa di Marano Vicentino convinsero probabilmente i Comandi tedeschi di aver sradi­cato dalla Val Leogra e trascinato in pianura un castagno di quei monti, ruvido, compatto, resistente. Quando finì l’incubo della guerra Bruno Brandellero fu ri­portato fra i suoi boschi d’infanzia e le genti delle contrade cominciarono a rico­struire con fatica quanto di già modesto si era bruciato e distrutto: la montagna aveva vinto.

 

 

NOTIZIE FAMILIARI

 

Emilio Brandellero, nato nel 1874 e deceduto nel 1954, aveva avuto in prime nozze il figlio Giovanni; in seguito, risposatosi con Angela Lissa-Dal Prà, ebbe due figlie (Ester e Caterina) e due maschi: Bruno (Cl. 1922) e Luigi detto « Gino ». Quest’ultimo, durante la seconda guerra· mondiale, restò prigioniero degli Inglesi, mentre Bruno entrò nella pattuglia partigiana di Valli e fu ucciso a Marano Vicen­tino. Presso Gino e Giovanni sono state raccolte le seguenti notizie: a) le sorelle Ester e Caterina, ora defunte, appena informate del trasferimento di Bruno nella caserma di Marano Vicentino, vi si recarono per parlare con il Comandante ed evitare la fucilazione, ma non furono ascoltate; b) l’uccisione ebbe luogo il 26 giu­gno 1944 e nello stesso giorno la sepoltura, alla quale fu presente soltanto l’af­fossatore; c) Bruno Brandellero fu sepolto come « ignoto » e tale risulta tuttora nel Registro dei morti del Cimitero di Marano Vicentino alla data del 26 giugno 1944; d) l’esumazione si ebbe tre o quattro mesi dopo la fine della guerra e la salma fu riconosciuta dai familiari per la lunga barba che Bruno portava nei mesi precedenti all’uccisione e per il fatto che lo stesso affossatore indicò subito e con precisione il luogo dov’era sepolto; e) la sua salma fu trasferita a Valli del Pasu­bio; f) quantunque fosse già nota l’assegnazione, la pratica amministrativa connessa alla medaglia d’oro ebbe conclusione, con rammarico dei familiari, poco dopo che il padre Emilio era morto.

 

 

 

 

VIII. GIOVANNI CERVO E GUIDO CORTIANA

Ponte Verde-Xomo/Tornante Belvedere

17 giugno 1944

 

 

Nel Registro dei morti – anno 1944 – del Cimitero di Valli del Pasubio al n. 27 risulta la seguente annotazione:

«n. 27 - CERVO GIOVANNI: morto il giorno 17 del mese di giugno 1944, figlio di Leopoldo e di Benetti Maria, di anni 30, SULLA STRADA PONTE VERDE-XOMO verso il Km. 4, celibe, domiciliato in POSINA, ebbe le esequie nella Chiesa di S. Oratorio, fu sepolto nel cimitero di VALLI DEL PASUBIO al n. 93 il 18 luglio 1944 - firmato don Carlo Godi ».

 

 

 

Il Sindaco di Posina Diotto Flora vedo Lissa ha cortesemente inviato dati seguenti:

 

« CERVO GIOVANNI fu Leopoldo e fu Benetti Maria. Nato a Gruiten (Germania) il 14-3-1914, celibe. Il padre è deceduto in Germania nel 1918, la madre in Valdastico nel 1957. Il Cervo aveva altri fratelli: Antonio, deceduto nel 1973; Maddalena, deceduta nel 1974; Maria, emigrata in Francia nel 1938. Nessun congiunto del Cervo risulta risiedere in questo Comune -Posina, 26 aprile 1978 ».

 

Nel Registro di Valli si trova inoltre scritto a matita al n. 28: « Ignoto - Il giorno 17 ... come CERVO GIOVANNI n. 27, fu sepolto nel Cimitero di Valli del Pasubio al n. 93 il 18 luglio 1944 - firmato ... ».

 

Domenico Chiumenti riferisce: « Guido Cortiana (Cl. 1918) aveva spesso operato come staffetta, in quanto non fu soggetto al servizio militare perché man­cava di un occhio a causa di un incidente nell’infanzia. Quel giorno era andato a far legna nel bosco per la famiglia e portava in testa un cappello da alpino, che a quel tempo era un simbolo dei partigiani. Una pattuglia di polizia trentina in perlustrazione gli diede il “chi va là?”; purtroppo Guido ebbe l’istinto di scap­pare e fu raggiunto da una pallottola, che lo uccise. I poliziotti non si resero conto di averlo colpito a morte e probabilmente pensarono che fosse riuscito a fuggire. Questo avvenne sopra il tornante Belvedere (ora curva del Cristo), dove fu ritrovato molto tempo dopo da Giuseppe Pianegonda detto “Bessi”, che aveva la malga Prà, e da Luigi Penzo ». « Invece Giovanni Cervo di Posina era un brac­ciante che aiutava in malga, tagliava legna nel bosco ed andava ad opere presso qualche famiglia, a giornata. Di preciso non so come e perché sia stato ucciso ».

 

 


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