QUADERNI DELLA RESISTENZA 

Edizioni "GRUPPO CINQUE" Schio - Maggio 1978 - Grafiche BM di Bruno Marcolin - S.Vito Leg.

 

 

Volume IV 

 

 

Giugno 1944: un mese di fuoco

 

 

Inchiesta di E. Trivellato

 

 

Il mese di giugno del 1944 modificò in maniera determinante il corso della seconda guerra mondiale: vi fu lo sbarco in Normandia.

 

 

7 giugno: « IL GRANDE ATTACCO ANGLO-AMERICANO CONTRO L’EUROPA HA AVUTO FINALMENTE INIZIO ALL’ALBA DI IERI ». Così « Il Popolo vicentino » – quotidiano politico del mattino – annunciava lo sbarco egli Alleati. Dal nuovo fronte le notizie si susseguirono nell’ordine: 8 giugno.

 

 

« L’immane urto contro il Vallo Atlantico» - 12 giugno « La grande battaglia di Normandia » - 15 giugno « Si prepara in Normandia una fase di grandi scontri » - ­23 giugno « Caen e Sto Lò sono i cardini dello schieramento germanico ».

 

 

Ugualmente drammatica è la situazione in Italia: 2 giugno « La battaglia cont­inua violenta dal Tirreno al Valmontone » - 5 giugno « Un messaggio del Duce agli Italiani: la caduta di Roma non fiacca le nostre energie! » - « Tutti gli spettac­oli sospesi per tre giorni » - « Questa sera è stato firmato a Ravello il decreto di abdicazione di re Vittorio Emanuele » - 11 giugno « Rivoltellate a Roma contro il ritornato Umberto» - 15 giugno « Nell’Italia invasa il governo Bonomi trasferito a Salerno» - 20 giugno « Sul fronte italiano la battaglia infuria a sud di Pe­rugia ».

 

 

È difficile che in venti giorni di cronaca giornalistica italiana si trovino riu­niti avvenimenti di tale rilievo: un governo Mussolini al Nord, un governo Bonomi al Sud, la caduta di Roma, l’abdicazione di un re d’Italia, un fronte di guerra a Perugia. Ed in questa bufera di eventi drammatici la provincia di Vicenza, agli occhi dei redattori de « Il Popolo vicentino », appare come un luogo climatico, tranquillo e consigliabile.

 

 

Infatti a Valdagno, il 3 giugno la squadra di calcio della Marzotto batte quella della Luftwaffe per 5 a 1 con grande soddisfazione dei tifosi per averle suonate al grande Reich, almeno a calci. A Schio il 16 giugno viene presentata la stagione d’opera: « Per l’annunciata Fiera di S. Pietro il nostro Teatro Civico aprirà i battenti alla Traviata di Verdi ed alla Gioconda di Pon­chielli sotto la direzione di Federico del Cupolo.

 

 

Il complesso artistico è di prim’ordine e possiamo assicurare la partecipazione del soprano Anny Helm Sbisà, del tenore Maliplero e Prandelli, del baritono Reali, del mezzo-soprano Colasanti e del basso Zambelli ». Dalla tragedia al melodramma. Due giorni dopo compare nel giornale un « Avviso ai cacciatori: è iniziato il tesseramento! »: gran festa quindi fra i cacciatori di Schio e soprattutto di Valli del Pasubio, che in quei giorni ave­vano subito il rastrellamento tedesco di Vallortigara.

 

 

Non dissimile è la situazione sull’Altopiano di Asiago, dove operavano le formazioni partigiane autonome, se il giornale annuncia: « In Asiago mostra d’arte contemporanea promossa dal Comu­ne per valorizzare l’ambiente turistico asiaghese ». Ma la perla del quotidiano fascista è l’annuncio dell’avvenuto rastrellamento in Val Leogra il 17 e 18 giugno.

 

 

La notizia compare solamente il 26 giugno e senza grande sforzo dei corrispon­denti vicentini per la raccolta di informazioni locali sullo svolgimento dei fatti. Il testo del comunicato sul rastrellamento in Val Leogra venne così stilato: « L’Agen­zia Stefani comunica: reparti italiani e germanici hanno eseguito un’operazione di polizia nel territorio a Nord di Vicenza. È stato accerchiato un gruppo di banditi di cui 140 sono stati uccisi e 60 catturati ».

 

 

Ai fini della propaganda si voleva senza dubbio spaventare i giovani renitenti ai bandi di maggio, però si ammetteva nello stesso tempo la cattura di 200 ribelli armati, sicché il lettore poteva dedurre che in montagna operasse per lo meno qualche migliaio di giovani.

 

 

Vi è poi un’altra considerazione da fare: se l’Agenzia Stefani, malgrado la tendenza a passare sotto silenzio la presenza e l’attività dei ribelli, diramò in sede nazionale il comunicato sopra citato si deve presumere che la « operazione di po­lizia » condotta a Nord di Vicenza abbia avuto luogo con un notevole spiegamento di forze e che i Comandi germanici ed italiani abbiano predisposto una vera e pro­pria operazione militare.

 

 

Si erano avuti nella zona a nord di Asiago il rastrella­mento del 4 e 5 giugno 1944 in località Bosco secco-Castelloni di S. Marco, un se­condo rastrellamento del 9 giugno nella zona Val di Nos-Zingarella-Colombara ed un rastrellamento fascista ad Enego il 12 giugno. A queste tre azioni a carattere locale subentrò, in Asiago, un periodo di calma fino ai primi di luglio, salvo qual­che attacco partigiano a caserme, presidi, autocarri (cfr. G. Vescovi « Leo » - op. cit., pago 209).

 

 

La grande azione di rastrellamento venne concentrata sulla Val Leogra, scattò il sabato 17 giugno 1944 e proseguì nella domenica 18 e nei giorni successivi. A que­sto avvenimento imponente e drammatico è stata dedicata un’apposita Inchiesta nel presente Quaderno (« Il rastrellamento di Vallortigara »).

 

 

Vi furono motivi particolari che indussero i Comandi germanici ad investire tutta la vallata del Leogra con un’operazione militare massiccia? In sostanza cosa avevano combinato i « ribelli » in zona nella prima quindicina di giugno?

 

 

Un resoconto sommario è stato compilato nella Relazione dell’Amministrazione civica di Schio del 1970. Tuttavia, sulla scorta anche di altre fonti, si potrebbe redigere il seguente « Bollettino della guerriglia » della prima metà di giugno:

 

 

 

SCONTRO A MONTE ENNA

Combattimento a M. Enna e rastrellamento respinto con perdite per i Tedeschi.

 

 

LA CATTURA DI UN AMMIRAGLIO

 

Al passo Pian delle Fugazze viene attaccata e distrutta un’auto tedesca in tra n­sito; nello scontro rimane ucciso un ammiraglio della marina tedesca e nella sua borsa sono rinvenuti documenti e disegni, che – tramite un corriere del C.L.N. di Schio – vengono trasmessi a Padova e di lì agli Alleati. Si è saputo che quei documenti rappresentavano studi e schemi di un nuovo tipo di siluro e di una telearma.

 

LA MISSIONE GIAPPONESE

 

In località Tagliata, sopra S. Antonio, sono catturati due alti funzionari di un’ambasciata giapponese (più probabile del Manciukuò) accreditati presso la Re­pubblica Sociale Italiana (R.S.I.); con loro vi è un’interprete italiana. Sulla com­plessa vicenda verrà riferito a completamento di un’Inchiesta in corso da tempo.

 

SCONTRO A SANVITO DI LEGUZZANO

 

Vi è uno scontro armato presso Sanvito di Leguzzano: cadono combattendo due partigiani, imprecisate le perdite dei rastrellatori.

 

AZIONE COMBINATA DI SABOTAGGIO

 

Nella notte fra il 15 ed il 16 giugno vengono paralizzate le industrie della zona di Schio in conseguenza di un’azione combinata di sabotaggio predisposta dai Comandi partigiani:

 

- Sabotaggio al cementificio di Schio con applicazione di cariche esplosive nei trasformatori e blocco della produzione di cemento per parecchi mesi. Un’In­chiesta particolare su questo avvenimento è stata pubblicata nel presente Quaderno.

- Azione alla Centrale elettrica di Marano Vicentino, centro nevralgico della zona.

- Azione su di un pilone dell’alta tensione verso il Timonchio.

- Sistemazione di esplosivo nella roggia della centrale di Rillaro a Pievebelvicino.

- Azione nella roggia della Centrale Cazzo la verso Gisbenti in Alta Val Leogra.

 

 

 

ATTACCO ALLA CASERMA DELLA G.N.R. DI VALLI DEL PASUBIO

 

 

Con un’azione di sorpresa vengono fatti prigionieri una quarantina di militi, avviati poi verso Schio, e sono recuperate armi e materiali di sussistenza.

 

ASSALTO ALLA CASERMA TEDESCA DI COLLE XOMO

 

Nello scontro restano uccisi alcuni Tedeschi ed il cantiere della Todt, iniziato per le costruende fortificazioni sul Pasubio e sul Novegno, viene dato alle fiamme.

 

CATTURA DI UN COLONNELLO DELLA WEHRMACHT

 

Sempre in Alta Val Leogra viene bloccata una macchina tedesca ed ucciso un colonnello della Wehrmacht, il quale aveva con sé un grosso fascio di documenti; si trattava del piano delle fortificazioni dal Garda al Piave, che fu trasmesso al . Comando Regionale di Padova, tramite un corriere del C.L.N. di Schio, per l’inol­tro al Comando alleato, il quale in seguito trasmise il proprio encomio.

 

Da questo scorcio di notizie sulle azioni partigiane che ebbero luogo a Schio nella valle del Leogra nella prima quindicina di giugno del 1944 si può facilmen­te dedurre che i Comandi germanici valutarono immediatamente la pericolosità delle formazioni operanti nella vallata e sui monti della zona. Ne è conferma il fatto che i reparti tedeschi e fascisti concentrati nell’alto Vicentino per una grande azione di rastrellamento, da tempo annunciata dopo la scadenza del bando del 25 maggio, si riversarono in forza nella zona della Val Leogra, dove più aggressiva si era di­mostrata l’attività partigiana in quel periodo.

 

Sul sabotaggio al cementificio di Schio e sul rastrellamento di Vallortigara si è ritenuto necessario, per l’importanza dei due avvenimenti, condurre apposite In­chieste, mentre in questo capitolo vengono riportate le testimonianze di alcune azioni particolari del giugno 1944, rinviando a prossimi Quaderni la descrizione di altri eventi sopra nominati.

 

 

 

LA CATTURA DI UN AMMIRAGLIO

Azione della « Pattuglia di Valli »in località Tagliata

11 giugno 1944

 

 

Il racconto dello svolgimento dell’azione è di tre protagonisti: « Lince », « Bat­taglia »,« Crinto » (5-4-1978).

 

«Era di domenica e gli uomini della pattuglia, una decina, se ne stavano su di una mura a circa una ventina di metri più sotto della Tagliata. Ad un certo momento udirono l’avvicinarsi di un automobile, una 1100 nuova di zecca; nasco­stisi in agguato, improvvisamente saltarono giù sulla strada Bruno Brandellero (“Ciccio”, capopattuglia) e “Scimmia”: alt!

 

L’ufficiale tedesco aveva i calzoni in borghese ma portava la giacca da militare, con i gradi di ammiraglio della Marina; egli tentò di sparare con il machine-pistola ma l’autista, un milanese, gli abbassò la canna. Brandellero. “Battaglia” ed altri quattro avviarono l’ufficiale, che teneva stretta una grossa borsa, lungo il sentiero per andare al Forte Maso, mentre Lince, Crinto, Fiamma, Pedro e l’autista salirono sulla 1100 avviandosi al Ponte Verde.

 

Il gruppetto con l’Ammiraglio aveva l’intenzione di portare il prigioniero al Co­mando in Malunga ed arrivati al Forte Maso, dove c’era un anziano dei Pianegonda che sapeva il tedesco, si cercò di comunicare con l’Ufficiale, ma questi -circon­dato dai partigiani -improvvisamente allargò le braccia con violenza sbilanciando tutti e, sempre tenendo stretta la borsa, si buttò nella strada sottostante e continuò la corsa malgrado l’intimazione di fermarsi.

 

Allora gli fu sparato dietro e purtrop­po fu colpito mortalmente; sepolto nella zona, in modo che non fosse ritrovato in un eventuale rastrellamento, la sua borsa con i documenti fu portata al Comando e vi si trovarono alcuni progetti per un siluro ed una telearma. Nell’auto c’era anche un cesto di ciliege.

 

I quattro che erano saliti in macchina con l’autista mi­lanese, proseguirono dalla Tagliata verso il Ponte Verde, ma dopo un Km. circa Crinto scese ed accompagnò a piedi, lungo un sentiero, il milanese fino al Coman­do in Malunga; di qui fu condotto a Recoaro e rifornito di soldi per il viaggio fino a casa. Lince, Fiamma e Pedro continuarono invece la gita in automobile ma verso il Passo Xomo rimasero senza benzina; allora diedero fuoco alla macchina e poi la spinsero nel bosco lungo un canalone, ricoprendo la carcassa di rami. In seguito i Tedeschi perlustrarono la zona senza risultato, ma non trovarono né l’Ammiraglio né l’auto: era sparito tutto! ».

 

 

 

ATTACCO ALLA G.N.R. DI VALLI

Azione della « Valanga» di Malunga nelle Scuole di Valli

 

 

 Alba del 15 giugno 1944

Il racconto dell’ azione è di Lince, Battaglia, Lombardo, Crinto, i quali vi par­teciparono in modi diversi (5-4-1978):

 

1. - AZIONE DI « SCALABRIN » La « pattuglia di Valli » guidata da Bruno Brandellero (“Ciccio”) e la pattu­glia di Malunga, detta poi « La Valanga », comandata da Albino Gaspari (« Scala­brin ») avevano progettato di attaccare assieme il distaccamento della G.N .R. di stanza a Valli nelle Scuole Elementari, situate in paese fra la strada Statale per il Pian delle Fugazze ed il Leogra. Viceversa « Scalabrin » partì il giorno prima ed attaccò con 3-4 uomini (« Rolando », « Mastrili », « Licio » ed un altro).

 

Era di mattino presto è militi della Tagliamento, pare una quarantina, si trovavano beatamente a letto (ore 5 -5,30). Scalabrin, dopo aver piazzato un uomo dietro le Scuole, gettò una bomba a mano nella terrazza antistante e circondata da un basso recinto (alcuni segni dello scoppio si notano ancora sulle lapidi della fac­ciata); poi cominciò a gridare: « Pattuglia uno, al posto! Pattuglia due, al posto! » fingendo un attacco in forza. Non essendovi stata una reazione armata da parte dei militi, vi fu un’irruzione ed i prigionieri vennero riuniti in una stanza e tenuti a bada. Scalabrin mandò allora uno in Malunga ad avvisare che venissero giù per il trasporto delle armi.

 

 

2. - L’ARRIVO DI QUELLI DI MALUNGA

 

Appena la gente di Malunga seppe del buon esito dell’attacco si precipitò lun­go i sentieri ed in poco tempo fu in paese a Valli, dove intanto anche Lombardo si era unito per dare una mano. Vennero subito raccolte le armi: 10 mitra,  numerosi moschetti, pistole e bombe a mano. La carovana con le armi si incamminò sul costo a lato della Statale, con Scalabrin e Lombardo di retroguardia per controllare la situazione; infatti, dopo le sei ad operazione finita, Lombardo riferisce di aver visto dal bosco il transito di tre camions di truppa tedesca, sicuramente avvisata dell’attacco.

 

 

3. - « SERGIO » E LA « PATTUGLIA DI VALLI »

 

« Battaglia » racconta che in Malunga, ai Casarotti, appena avuto notizia del­l’attacco di Scalabrin alla G.N.R., il comandante « Sergio » (Attilio Andreetto) riunì gli uomini e scese lungo la strada; poco prima di imboccare la Statale a Gisbenti, sistemò gli uomini lungo la mura, e partì in osservazione, tornando poco dopo per avvertire: « Ci sono tre camions di Tedeschi! ». Allora tutta la pattuglia si disperse subito nel bosco per evitare uno scontro, soprattutto in prossimità delle case. È evi­dente, dal racconto, che Scalabrin, Lombardo e la gente di Malunga, scesa per le scorciatoie, furono molto più veloci nel recupero delle armi e riuscirono quindi ad inoltrarsi nel bosco verso Malunga prima dell’arrivo dei Tedeschi.

 

 

4. - IL DESTINO DEI MILITI DELLA G.N.R.

 

Dopo essere stati riuniti in una stanza delle Scuole Elementari, i militi ven­nero scortati e trasferiti in piazza a Valli e quindi nel cortile dell’Albergo Belve­dere. Ciò verrebbe a spiegare perché i Tedeschi, transitando lungo la Statale non trovarono nulla di insolito ed in seguito ritornarono a Schio. « Nero » racconta che, sentita la notizia del disarmo, parti per Valli con Francia, Calabria, Bari e forse anche Boraccia; qui giunti e trovati i Fascisti al Belvedere, il gruppo pensò di re­cuperare le scarpe, per cui ne riempirono un sacco e lo portarono verso Savena, distribuendo poi le preziose calzature ai vari partigiani, tramite Florindo Filippi Farmar (« Barba »). « Nero » racconta inoltre di aver sentito dire che i militi della G.N.R., postisi in cammino verso Schio senza scarpe, incapparono verso Torrebel­vicino nella pattuglia di « Tarzan », il quale, essendo i suoi uomini a corto di cal­zoni, lasciò i militi in mutande. Nel tratto da Torre a Schio non trovarono per loro fortuna alcuna pattuglia a corto di mutande.

 

 

5. - L’ULTIMA INCURSIONE

 

La vicenda si concluse solo a tarda notte, perché la « Pattuglia di Valli », rien­trata nel bosco con « Sergio » all’arrivo dei Tedeschi, tornò sul far della notte in paese e trovò le Scuole incustodite. Qui c’erano ancora vari materiali di casermag­gio, specie le coperte, che potevano servire per l’equipaggiamento delle pattuglie, le quali si trovavano sempre con una grande scarsità di mezzi. Venne allora cer­cato un carrettino e si preparò un carico.

 

 

Crinto racconta che il gruppo si avviò spingendo lungo la Statale fino ai Chiumenti, dove – appena passato il ponte ­­– vennero investiti dallo spostamento d’aria di una violenta esplosione e da una grande quantità d’acqua che usciva dalla grossa conduttura che alimenta la Cen­trale elettrica Cazzola. Infatti un’altra pattuglia, aveva sabotato la Centrale proprio in quel momento.

 

 

Fu lasciato lì il carrettino ed il materiale venne recuperato in un secondo tempo. Considerando che l’azione combinata di sabotaggio nella zona di Schio ed in Val Leogra ebbe luogo nella notte fra il 15 ed il 16 giugno, sembra do­versi dedurre che l’attacco alla G.N.R. di Valli da parte di « Scalabrin » abbia avuto luogo il mattino del 15 giugno e che nella notte del 15-16 giugno « Crinto » e gli altri siano stati investiti dall’esplosione.

 

 

« Lince » e « Pedro » salirono invece al di là del Leogra e lungo il sentiero udirono un gruppetto di uomini che scendevano chiacchierando; per fortuna all’« alto là! » di « Lince » si fecero riconoscere: era il « Guastatore» con altri 4-5. La pattuglia di Bruno Brandellero restò a dormire in località Cason nella tezza di « Lince » ed il giorno successivo, il 16 giugno, par­tì per Vallortigara dove appunto arrivò nel pomeriggio (vedi la battaglia di Val­lortigara ).

 

 

Nei pressi del ponte ai Chiumenti, quella notte del 15-16 giugno ci voleva qualcuno a regolare il traffico partigiano dal momento che Primo Righele (« Bixio ») e Pietro Bonollo (« Dorigano ») così raccontano: « Con la pattuglia ci siamo recati alla Centrale Cazzola sopra i Gisbenti e si voleva far saltare l’impianto; un operaio­ custode ci disse che per la sostituzione del macchinario bisognava farlo venire dal­l’estero e quindi sarebbe arrivato alcuni anni dono la fine della guerra; ci consigliò di far saltare la roggia perché senz’acqua non si produce corrente e perché si po­teva riparare con i nostri muratori. Così abbiamo fatto, salvo sparare una raffica dimostrativa contro i trasformatori. Nel ritorno abbiamo visto degli uomini con una carretta, che furono investiti dall’acqua della roggia; pensando che fossero dei russi abbiamo commentato: “Sperémo che i se neghe!” ». (Nda - Invece erano i partigiani della pattuglia di Valli).

 

 

 

LA CATTURA DI UN COLONNELLO DELLA WEHRMACHT

CON I PIANI DELLE FORTIFICAZIONI

 

 

Azione della « Valanga» di Malunga a Pian delle Fugazze

giugno 1944

 

In « Eroi della Val Leogra » l’azione viene così descritta:

 

« La pattuglia dalle novanta azioni di guerra, la “Valanga”, è dislocata a Dolomiti col compito di eli­minare tutte le macchine tedesche che fossero passate: ma, il 15 giugno 1944, ha avuto ordine di far riposo per onorare la nascita della “Scalabrina”, figlia pri­mogenita del Comandante la pattuglia. Così ha ordinato il giorno innanzi “Scalabri­no” nell’andare a casa per vedere la neonata. Il 15 giugno, egli e altri due com­pagni stanno risalendo a Dolomiti su un camion per rientrare in pattuglia, quando, nei pressi dell’osteria di Pian delle Fugazze, sentono il rumore di una macchina; improvvise una raffica e l’esplosione di una sipe, e una voce che si leva dai pressi della cappellina: “Ocio la macchina!”. È la “Valanga” che ha attaccato, dimentica degli ordini ricevuti. Al tornante spunta una vettura tedesca in piena velocità; scan­sa il camion, “Scalabrino” spara, ma il mitra inceppa, e allora, fulmineo, “Mastrilli” col mitragliatore annaffia la macchina che va a ruote levate; e con essa un colon­nello dello Stato Maggiore della Wehrmacht e un capitano delle S.S. Con loro han­no tutto il piano delle costruende fortificazioni dal Garda al Piave, segnato su carte al 25.000, corredato da fotografie, disegnato fortificazione per fortificazione. Lo Stato Maggiore tedesco è in confusione ».

 

 

I. LA TESTIMONIANZA DI « ROMAGNOLO »

 

 

L’azione e la composizione della pattuglia che operò al Pian delle Fugazze sono state ricostruite sulla scorta di un memoriale di Corzato Ferruccio (« Roma­gnolo ») di Valli del Pasubio:

 

« La mia prima azione di guerra, nella pattuglia “La Valanga”, è stata la cattura di un Colonnello tedesco, che faceva parte del Quartier Generale sul fronte tra Firenze e Bologna. L’abbiamo preso alle Dolomiti del Pa­subio con tutti i piani di guerra. lo, ragazzi, avevo tanta paura, perché inesperto di guerra, ma con la forza di volontà ebbi il coraggio di disarmare da solo il suo aiutante, un sergente, perché il Colonnello era stato ferito a morte alla nuca. Re­cuperammo i documenti segreti e li portammo al nostro comando. All’azione par­teciparono: Scalabrin, Rolando, Mastrili, Dumas, Ivano, Piper, Franco, Geo, Ada, Romagnolo, Fiore, Poli, Calabria, Narciso e il Vecio. Quella volta fu bruciato il rifugio della Stella Alpina del Pasubio, naturalmente per rappresaglia tedesca ».

 

 

Alcune notizie preliminari su « La Valanga » sono state riportate nell’Inchiesta su «Valli del Pasubio », alla quale si rinvia. In merito alla data precisa di questa azione non sembra facile ricostruirla; anche il riferimento alla nascita della figlia di « Scalabrin » non è probante, dal momento che Eleonora Gaspari di Albino e di Luigia Gaspari nacque il 7 luglio 1944.

 

 

 

II. LA TESTIMONIANZA DI « GIULIO »

 

 

« Sono trascorsi circa 34 anni, si possono dimenticare cose di contorno come chi c’era e chi non c’era in quell’istante, ma l’avvenimento è uno di quelli che non. si dimenticano. Mi pare che quando arrivò la “roba”, ma questo non lo ricordo bene, ci fosse assieme a me anche Alberto Sartori (“Carlo”) e forse anche Igino Piva (“Romero”), ma ricordo con certezza che il fascio di carte lo portò Luigi Sella (“Rino”), che, di solito serio e compassato, era molto euforico.

 

Non ricordo dove fosse andato a ritirare la “roba” ma la notizia del colpo ben riuscito ci era già giun­ta in precedenza. Man mano che sciorinavo le carte, i miei amici ed io andavamo rendendoci conto con crescente stupore dell’importanza della merce che stava pas­sandoci per mano. Come ex ufficiale degli Alpini ed appassionato della materia, ero discretamente esperto in topografia.

 

Una prima carta comprendeva l’intera zona prealpina dal Garda al Piave e riportava spesso vecchi toponimi austriaci. La carta era tutta segnata da cerchi e linee spezzate rosse e blu e da molti numeri romani. Essa era poi sviluppata in numerosi fogli in scala 1:25.000 o anche 1:10.000 e su questi l’indicazione e l’ubicazione delle opere difensive apparivano con straordi­naria evidenza: cerchi e semicerchi rossi e blu e altri segni più complessi e numeri romani.

 

C’era inoltre una notevole quantità di fogli numerati i quali riportavano con teutonica precisione i disegni e le caratteristiche di singole fortificazioni: mi­sure, feritoie con la proiezione, almeno cos1 sembrava, dei campi di tiro, ingressi, coperture ed anzi, a fianco di qualche disegno più complesso, era riportata una pian­tina del territorio in scala molto maggiorata. Decisamente eravamo in presenza di un lavoro eccezionalmente perfetto e completo ed il possesso del progetto ci ap­parve subito di somma importanza per gli Alleati.

 

Infatti, dopo il colpo di mano dei Partigiani, non è che i Tedeschi potessero variare di molto la ubicazione delle loro opere difensive, perché in terreno montuoso è la montagna stessa che impone la scelta dei luoghi. Ed avemmo la prova del nove di questo asserto: il cantiere te­desco della Todt a Colle Xomo, sotto il Pasubio, che era molto grande, fu assal­tato e distrutto una prima volta in quel fortunato giugno del 1944 da un distac­camento partigiano dell’allora battaglione “Apolloni”.

 

Nei due mesi successivi non si parlò più di cantiere perché la zona era sta­bilmente nelle nostre mani. Dopo il grande rastrellamento di Posina i Tedeschi impiantarono nuovamente il cantiere nello stesso posto e ripresero i lavori.

 

Poi il cantiere fu assaltato altre due volte dai partigiani dell’ “Apolloni” fino ad essere definitivamente distrutto. Ritornando ai piani delle fortificazioni, passati e ripassati i documenti, il vecchio Luigi Sella (“Rino”), con aria sorniona, si riprese le carte per portarle giù a Schio; sembrava quasi che noi non dovessimo sapere, per ragioni di segretezza, quale strada avrebbe preso il malloppo. Solo il Comitato di Schio doveva saperlo! Infatti soltanto dopo qualche tempo seppi che quelle carte erano state portate al Comando Regionale di Padova da una nostra staffetta, Baron Alief, sorella di Menegheto Baron, e da Padova erano pervenute agli Alleati ».

 

 

ALIEF BARON (« Paola ») racconta che a Padova il punto di riferimento era Piazza Eremitani in un recapito vicino all’arrivo delle corriere, dove veniva ad aspettarla un’altra staffetta. In seguito vi fu l’ordine di spostare l’incontro in una casa privata, ma un giorno la « Paola » stava per entrare e vide che erano stati arrestati tutti. Poi incontrò per caso la Lina Cheso di Schio, che si trovava a Padova per l’arresto del marito, perito tessile Dalle Molle, e del dr. Costa. La Lina accompagnò l’Alief in un Convento, dove trovò alloggio. Un giorno però l’Alief, in luogo del Convento, trovò un ammasso di macerie. Verso la fine della guerra fu stabilito un contatto diretto con alcuni componenti del Comitato di Li­berazione. I documenti che la « Paola » portava a Padova giungevano di solito ai Comandi alleati attraverso la Svizzera. 


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