QUADERNI DELLA RESISTENZA

Edizioni "GRUPPO CINQUE" Schio - Ottobre 1977 - Grafiche BM di Bruno Marcolin - S.Vito Leg.

 

Volume I

 

LA MISSIONE INGLESE «FRECCIA» (parte prima)

 

 

POSINA: GLI STRANI « OSPITI » DI CASA PERRONE

 

 

II. Inchiesta di E. Trivellato

 

 

Molto è noto della Missione italiana « M.R.S. » (Marini Rocco Service) inviata dagli Alleati nel Veneto e collegata soprattutto agli uomini delle formazioni parti­giane cosiddette « autonome » (Divisione Alpina Monte Ortigara) che operavano sul­l’Altopiano dei 7 Comuni e nella pianura sottostante (Thiene-Bassano, Villaverla, Dueville, Povolaro, Vicenza Nord). Sono stati addirittura pubblicati anche i radio­messaggi in partenza e in arrivo, malgrado l’ordine a suo tempo ricevuto di imme­diata distruzione. Non altrettanto si conosce della Missione inglese « Freccia » si­tuata per mesi a Posina, in contrada Ganna, nell’area quindi delle formazioni ga­ribaldine della « Garemi ». D’altronde la Missione del Major Wilkinson (« Freccia») era – a nostro parere – un intervento « special » del settore mediterraneo del S.O.E. (Special Operations Executive) cioè del Comando Operazioni Speciali, una «organizzazione segreta britannica, costituita nel 1940, per organizzare, armare, rifornire e addestrare le forze di resistenza nei territori occupati dai Tedeschi e dai Giapponesi».

 

I componenti della Missione « Freccia » parlavano e si scrive­vano tra loro in inglese sulle questioni riservate, alcuni radiomessaggi erano in co­dice cifrato, quindi le notizie « top secret » non venivano a conoscenza né dei Comandanti partigiani né delle Missioni di Italiani ad essa collegate (« Marini Rocco Service », « Maggiore Ferrazza », « Conte » ed altri). Durante l’ultima guer­ra il S.O.E. utilizzò vari sistemi per infiltrarsi nelle linee tedesche, appoggiato in questo dalla Resistenza locale, e l’impiego più clamoroso di squadre speciali si ebbe in Francia, prima e durante lo sbarco in Normandia. Ne deriva che ogni ricerca, testimonianza o piccola traccia lasciata nella nostra zona dalla Missione « Freccia » rivestono un interesse particolare nella Storia della Resistenza Veneta, specie ai fini di capire quali furono i compiti e gli scopi di queste « presenze » inglesi in seno alla Resistenza.

 

 

Sull’argomento abbiamo raccolto una prima testimonianza in­teressante, cioè quella della Sign.ra Angiolina Costaganna ved. Ing. Ervy Perrone, la quale ospitò il Maggiore Wilkinson in contrada Ganna (Val Posina in Provincia di Vicenza) ed ebbe quindi modo di conoscerlo nelle sue attività e come figura d’uomo. Il risultato dell’intervista ha fornito soprattutto un quadro « umano » della situazione e, dell’ambiente in cui visse la Missione inglese e ciò per la memoria e l’acutezza di osservazione dell’interpellata. Si tratta ovviamente di un « punto di vista », e forse impreciso in qualche dettaglio, per il tempo trascorso, ma esso co­stituisce comunque un tassello del mosaico « Freccia », che faticosamente cerchiamo di comporre.

 

 

Per inquadrare la testimonianza della Sign.ra Angiolina Costaganna riteniamo necessario però far precedere una lunga « storia » sul perché e sul come il Mag­giore Wilkinson arrivò presso la casa e la famiglia dell’Ing. Ervy Perrone in Po­sina e nella ricostruzione della « storia ». cioè degli antecedenti, ci siamo avvalsi dei documenti e delle testimonianze pubblicate nei due preziosi libri di Anna Chilesotti e di Giulio Vescovi (« Leo »). L’interpretazione e il commento­ dei « fatti » ivi riportati derivano però da una nostra particolare « ottica », a volte diversa da quella che traspare dagli estensori delle due pubblicazioni citate.

 

 

Nell’ottobre del 1943 un Comando alleato addetto al Servizio Informazioni del settore mediterraneo ritenne importante inviare anche nelle nostre zone una « squadra » speciale di due Italiani muniti di una rice-trasmittente con il compito di raccogliere notizie sui molti prigionieri anglo-americani sbandati subito dopo 1’8 settembre e di istituire per essi alcune « piste di evasione » verso la Svizzera o verso le « zone franche » dei partigiani jugoslavi. Secondo l’esperienza del S.O.E. (Special Operations Executive) in Francia, i due Italiani inviati in avanscoperta avrebbero dovuto anche trasmettere ogni possibile informazione raccolta localmente nelle retrovie tedesche e mettersi subito in contatto con le eventuali persone di assoluta fiducia che intendessero collaborare alla rete informativa.

 

 

Per questi scopi multipli l’incarico fu affidato al Tenente Renato Marini; come capomissione, e al­l’operatore marconista Angelo Rocco, il quale aveva il vantaggio di avere un fra­tello, Elio, nella zona di Cittadella (Pd). Sbarcati sulla costa adriatica, i due emis­sari risalirono faticosamente l’Italia occupata dai Tedeschi, giunsero in casa di Elio, Rocco e cominciarono a darsi da fare per stabilire i primi contatti. Elio era un reduce della sfortunata campagna di Russia, come lo era l’Ing .Giacomo Chilesotti di Thiene (Vi), e ciò spiega l’incontro e gli accordi fra i due amici a Belvedere di Cittadella, verso la fine di ottobre del 1943, nonché la successiva visita del Tenente Marini a Thiene nella casa del Chilesotti. Il Marini si rese conto della serietà dell’Ingegnere, del suo desiderio che l’Italia venisse liberata dai Tedeschi occu­panti e delle sue doti di intraprendenza.

 

 

Se il Marini fu un vero « agente segreto », riteniamo sia venuto a conoscenza che l’Ing. Chilesotti era stato un buon soldato, aveva coadiuvato nella FUCI e nella S. Vincenzo ed era iscritto a Padova alla spe­cializzazione di Elettrotecnica. I due divennero addirittura buoni amici. Nel frat­tempo si erano costituiti i CLN. locali ed il CL.N. regionale di Padova, mentre sui colli e sui monti delle nostre zone si erano formati i primi gruppi armati, raci­molando le armi disperse nella confusione dell’8 settembre.

 

 

Sembra logico che il Ten. Marini abbia cercato di mettersi in contatto subito con questa nascente « resi­stenza civile e armata» appoggiandosi soprattutto ai canali ed alle amicizie dell’Ing. Chilesotti, come persona di acquisita fiducia. Sarebbe però interessante conoscere quali furono invece i primi rapporti del Ten. Marini con quei gruppi armati che i si erano costituiti nell’Alto Vicentino per il preminente impulso dei « comunisti » (ex combattenti delle Brigate Internazionali in Spagna, usciti dal confino politico dopo il 25 luglio, ai quali abbiamo appunto dedicato un’apposita inchiesta, almeno per la zona di Schio.

 

 

Sembra che il Vescovi (« Leo ») non voglia approfondire l’argomento quan­do scrive: «A Schio la richiesta collaborazione con Marchioro non approdò a concreti risultati ». Noi siamo invece dell’avviso che un chiarimento sugli eventuali contatti fra la Missione M.R.S. e i « comunisti » sia importante, soprattutto per vedere se la « politica » del Tenente Marini, unico gestore dei rapporti fra il Co­mando alleato e i Partigiani dal novembre 1943 all’agosto 1944, fu la stessa – ad esempio in tema di distribuzione degli aviolanci nell’Alto Vicentino – di quella seguita dopo dal Maggiore « Freccia », politica che il Capt. J.H.E. Ore-Ewing (« Dardo ») chiamava la « Wilkinson’s policy ». Non vi dubbio che il Tenente­ Marini si diede da fare alacremente e con efficienza, se infatti nello stesso novembre del 1943 spedì al Comando Alleato il seguente Messaggio:

 

 

« n. 7 - Preso contatto con comitato nazionale liberazione alt Sua attività comprende costituzione formazioni at carattere militare esecuzione sabotaggi assistenza militare anche inglese alt Attendo direttive alt ».

 

 

A fronte di una richiesta di direttive, è da tenere presente che il Settore In­formativo alleato disponeva, sulla incipiente Resistenza italiana, di notizie prove­nienti da molti canali. Infatti Kennet Strong, un’autorità in materia, perché al War Office e ufficiale inglese allo spionaggio durante l’ultima guerra, scrive che ogni informazione veniva sempre confrontata in parallelo con quelle di altre fonti.

 

 

Vi è poi un altro rilievo da fare, cioè il frequente accenno del Tenente Marini, nei suoi radiomessaggi, a problemi « inglesi », il che farebbe pensare che la Missione M.R.S. sia stata di estrazione inglese: una puntualizzazione che meriterebbe di es­sere confermata ai fini di uno studio degli strani rapporti fra Inglesi e Americani, alleati sul piano militare e contingente contro i Tedeschi ma ognuno con una pro­pria « idea » sulla Resistenza italiana, sulla presenza in essa della componente « rossa », sul problema degli Slavi e di Trieste, sull’assetto da dare all’Italia alla fine della guerra. Ci risulta infine che gli Inglesi, fra l’altro esperti del ribellismo boero e irlandese, consideravano gli Americani dei principianti in fatto di servizi segreti. Alla richiesta del Ten. Marini di direttive, il Servizio Informazioni al­leato volle sapere qualcosa di più e così il Marini rispose:

 

 

« n. l3 – Rif. Vostro mr. 3 alt Comitato formato esponenti partiti politici alt Preso contatto con comitato regionale veneto capeggiato Rettore Università di Pa­dova Marchesi alt Comitato affiancato comando militare cui forza et necessità ver­ranno trasmesse apposito agente alt ».

 

 

Sarebbe utile conoscere ciò che riferì a voce l’agente e se il Servizio Informa­zioni alleato prese informazioni sul Marchesi. Relativamente o affatto interessati a queste sottili distillazioni, i militari del Comando Regionale Veneto (C.R.V.) e i primi capi dei nascenti gruppi armati capirono che non si poteva lottare contro i Tedeschi unicamente con le armi e le munizioni trafugate nei giorni dell’8 set­tembre oppure ottenute assaltando le casermette. La Resistenza armata doveva con­tare solo sugli aviolanci. Di qui le affannose richieste in tal senso.

 

 

Ma il settore mediterraneo del S.O.E., prima di far paracadutare armi e materiali alla cieca, volle sapere per molti canali a « chi» andavano queste armi, cioè se finivano in mano di persone o « bande » disposte a sottostare alle direttive alleate. Inoltre i rapporti fra Comando Alleato e C.L.N.A.I. (Comitato Liberazione Nazionale Alta Italia) si definirono il 7 dicembre 1943 con la sigla tura dei Protocolli di Roma, e quindi giunse solo nel dicembre del 1943 al Ten. Marini la richiesta alleata di indicare una base di ricevimento del primo aviolancio. Fu così che il Marini e il Chilesotti sali­rono sull’Altopiano di Asiago per studiare assieme la zona più adatta e venne scelta la testata di Val Galmarara a Nord di Asiago; i due con il « punto di lancio », comunicarono anche la richiesta di viveri, di sigarette e di denaro. Il Servizio In­formazioni rispose che il lancio avrebbe avuto luogo ai primi di gennaio del 1944 e allora i due amici si sistemarono stabilmente in un albergo di Asiago alternando le escursioni sciistiche con le attese notturne e vi rimasero quasi tre mesi senza che nulla piovesse dal cielo.

 

 

 

Il Ten. Marini più tardi scriverà: « Finalmente il 19 marzo (1944) giunse il tanto atteso rifornimento ». Pur propensi a considerare, in questa lunga attesa di tre mesi, altre motivazioni di parte alleata, dobbiamo accettare la versione che il tempo e la stagione erano disagevoli per gli aerei. È altrettanto vero però che la nomina di un governo italiano efficiente nel Sud si ebbe solo con decreto dell’Il febbraio 1944, che gli Alleati avranno pensato alla stagione invernale come alla meno adatta alla guerriglia in montagna, che il Servizio Informazioni volle avere notizie più consistenti sui « ribelli » dei 7 comuni.

 

 

Un radiomessaggio del Febbraio 1944, inviato dalla Missione M.R.S., chie­deva: « Gruppo 2000 uomini Altopiano 7 Comuni comando tenente Carli Gio­vanni chiedono mille moschetti cento mitragliatori cento moschetti mitra trenta mitragliatrici cinquemila bombe mano duecento bombe anticarro munizioni oltre viveri et mezzi finanziari alt Zona lancio un Km. nord Monte Zingarella at Nord Asiago alt etc ». Però il « manico » della caffettiera lo avevano gli Inglesi e il primo lancio lo fecero, come si è detto, il 19 marzo. Un secondo era previsto per la notte del 23 marzo, ma la buona stella della Missione M.R.S. si spense. La polizia « fa­scista » si recò nell’albergo per « pescare » i due strani ospiti; nell’aprile vi fu la cattura di un loro corriere, Giuliano Benassi; ai primi di maggio fu arrestato e tradotto a Padova Angelo Rocco.

 

 

La ricetrasmittente fu trasferita e l’Ing. Chile­sotti cominciò a sistemare allo scopo una sua casa sui Colli Berici, dove l’energia era fornita da un’improvvisata dinamo a pedali. Malgrado queste le obiettive difficoltà la Missione M.R.S. riuscì ugualmente a mantenere il collegamento per i 9 lanci che ebbero luogo nei mesi di marzo, aprile, maggio 1944. Era già qualcosa. In questo periodo e in seguito fu ventilato un sommovimento del fronte italiano e la Mis­sione M.R.S. si trovò impegnata nei contatti fra gli Alleati, il C.L.N. regionale veneto, i capi-partigiani e militari, ai quali era stata affidata sull’ Altopiano di Asia­go l’organizzazione logistica di un grandioso piano militare, il cosiddetto « Piano Vicenza ». Esso prevedeva che – in concomitanza di un’offensiva alleata e della ritirata dei Tedeschi dall’Italia che sembravano prossime – l’Altopiano di Asiago dovesse costituire un’isola di resistenza alle spalle della Wehrmacht.

 

ù

Le formazioni partigiane avrebbero dovuto ripulire l’Altopiano da Tedeschi e da Brigate nere, bloccare le strade di accesso e proteggere un tranquillo aviosbarco anglo-americano sul campo di aviazione di Asiago. Per dirimere il dubbio se questo « Piano Vi­cenza » fosse un’utopia locale o una effettiva tecnica alleata di guerra abbiamo ricercato un caso simile avvenuto realmente durante la seconda guerra mondiale. In realtà in occasione dello sbarco in Normandia (giugno 1944) il Ten. Col. W. Fraser del 1° Reggimento della Brigata S.A.S. (Special Air Service), alla quale appunto apparteneva anche il Maior Wilkinson, costituì un campo trincerato in mezzo ai Tedeschi dopo aver fatto paracadutare jeeps blindate, artiglieria leggera, 18 uffi­ciali e 136 soldati, i quali agirono assieme ai maquisards francesi insidiando i Te­deschi che dalla Costa Azzurra rifluivano verso la Normandia.

 

 

Nel nostro caso però la « verità » sull’operazione « Asiago » è sepolta negli archivi segreti del Mi­nistero della Guerra inglese: se cioè fu una « finta » per ingannare i Tedeschi nel­l’area mediterranea oppure un’operazione che doveva realmente aver luogo. Sicu­ramente nemmeno il Maggiore Wilkinson lo sapeva. Da parte del C.L.N. e dei capi-partigiani il desiderio di veder concludersi una guerra così cruenta e l’entu­siasmo di trovarsi al centro di una grossa operazione militare infiammarono gli animi e per giudicare oggi obiettivamente bisognerebbe aver vissuto di persona l’ambiente e il clima del momento.

 

 

È infine da sottolineare che l’arrivo di « Freccia » e delle varie missioni inglesi sembrò confermare pienamente che gli Alleati, per la zona di Asiago, avessero progetti militari concreti. Comunque, se noi leggiamo con animo disincantato il radiomessaggio n. 125031/7 inviato dal Comando Alleato non ci sembra che il testo e lo spirito del messaggio fossero così entusiasmanti da elaborare quella grossa strategia che venne messa in moto, spostando addirittura da altre zone centinaia di partigiani e concentrandoli sull’Altopiano di Asiago prima ancora dell’arrivo di un quantitativo adeguato di armi pesanti, ma confidando uni­camente sulle promesse degli Inglesi. Il testo del messaggio alleato diceva: « Spe­riamo (sic) lanciare nuclei paracadutisti per rinforzare bande (sic) sulle monta­gne ( ... ) alt Compito organizzazione sarà di scendere (sic) dalle montagne quando diamo ordine et impedire ritirata tedesca » ... « Però le bande vostra zona non devono aspettare grossi rifornimenti su vostri campi nel prossimo mese come ini­ziando dal 27 agosto alt Fate sicuro che siete pronti alt Vogliamo anche mandare ufficiali inglesi di collegamento alt Preparate campi di lancio et anche in montagna alt ... « Per ora limitate (sic) vostre bande sole azioni di sabotaggio sulle vie di co­municazione ( ... ) ».

 

 

In fatto di aviosbarchi di truppe gli Alleati erano già stati « scottati » dagli Italiani nei giorni dell’8 settembre 1943, quando inviarono il Gen. D. Maxerll Taylor a controllare di persona la situazione attorno a Roma, con gli esiti che sappiamo. È certo che il Comando alleato non avrebbe arrischiato un congruo numero di paracadutisti sull’Altopiano di Asiago, senza prima controllare la situazione partigiana in loco con una squadra di S.A.S. Troops (organizzazione militare britannica per l’esecuzione di missioni speciali dietro le linee nemiche: Special Air Service).

 

 

Ne consegue che il Comando Alleato con l’invio di « Frec­cia » volle conferma dei dati copiosamente forniti dal Tenente Marini, dai fratelli Rocco e da quanti altri gravitavano attorno a loro, questo non per  mancanza di fiducia ma perché il Tenente Marini era giustamente portato a caricare un po’ le dosi sul numero e sull’efficienza dei partigiani dell’Altopiano (vedi precedente ra­diomessaggio) allo scopo di ottenere i sospirati aviolanci. E allora si spiega l’arrivo dell’osservatore militare « Freccia ». Ma a noi sembra che questa giustificazione della presenza « inglese » in seno alla Resistenza Veneta sia piuttosto semplici­stica.

 

 

Vi furono più complessi e lungimiranti motivi per cospargere il Veneto di squadre inglesi S.A.S. guidate da uomini di alto livello e provata esperienza come il Major J.B. Wilkinson (« Freccia »), il Major H.W. Tilman scalatore dell’Everest nel 1938, il Capt. Brietsche (e non Bridge o Brechs come di solito si trova scritto), il Capt. J.H.E. Ore-Ewing (« Dardo »), il Capt. Christopher Wood (« Colombo ») ed altri. Di ciò verrà riferito in altra inchiesta.

 

 

 

Preannunciato da un radiomessaggio, il Major Wilkinson fu paracadutato nella notte fra 1’11 e il 12 agosto 1944 a Granezza (Asiago) in Val Carriola assieme a « Colombo », un marconista inglese « Bill », il Maggiore Ferazza, un giovane mar­conista italiano. Il Maggiore « Freccia » si fermò sull’Altopiano per circa un mese, fino al massiccio rastrellamento del 5-6-7 settembre 1944 (« Granezza ») poco prima del quale si eclissò con alcuni garibaldini della « Garemi » colà convenuti; « Frec­cia » scese con loro in Val d’Astico e risalì a Laghi dove si sistemò provvisoria­mente in un casolare, che  costituì anche in seguito un suo abituale punto di ap­poggio e di convegno. Egli si trasferì poco dopo in contrada Ganna sopra il paese di Posina nella casa dell’Ing. Ervy Perrone e qui appunto arrivò in divisa, giub­betto, zainetto. Nella fretta della sua « fuga dall’Altopiano » aveva lasciato colà il suo corredo personale.

 

E.T.

 

 

Sign.ra ANGIOLINA COSTAGANNA, ved. Ing. ERVY PERRONE


Intervista a cura di E. Trivellato in Posina, contrada Ganna, 24 agosto 1977.

 

 

« Mio marito era piemontese, io invece sono nativa di Posina. Fino al gennaio 1943 abitavamo a Torino, dove l’Ing. Perrone aveva avviato con buoni risultati una piccola fabbrica per accessori di gomma. Ma in conseguenza dei pesanti bombarda­menti sulla città, in febbraio si decise di trasferirci con la famiglia (Lido, Silda e Telma) a Posina nella nostra casa rustica in contrada Ganna. Nei giorni dell’8 set­tembre 1943 mio marito ed io eravamo tornati a Torino e ricordo ancora il viag­gio di ritorno a Posina, perché i Tedeschi fecero svuotare e controllare i treni, men­tre lunghe tradotte di militari italiani partivano per la Germania. Appena in Po­sina vennero da noi due persone di Poleo (Schio), forse mandati da qualcuno che conosceva mio marito; in seguito ne giunsero altri sei a discutere sulla situazione del momento. È certo che questi ospiti, di cui non saprei il nome, intuirono che l’Ing. Perrone era molto sensibile al disagio in cui si trovavano i giovani e i mili­tari sbandati.

 

 

I DUE INGLESI VICTOR E FRED

 

 

"Sempre in quel settembre, poco dopo, vidi arrivare in casa due Inglesi, affamati, che erano sfuggiti ai Tedeschi saltando giù da un treno a Verona mentre stavano deportandoli in Germania. Restarono da noi fino alla fine della guerra colla­borando alle attività della Missione « Freccia » che venne più tardi, poco dopo il rastrellamento di Posina".

 

 

"Verso il novembre del 1943 il brigadiere dei Carabi­nieri di Posina ricevette una lettera anonima nella quale si scriveva che in casa Perrone si tenevano riunioni di Inglesi, Ebrei e « ribelli »; il Brigadiere, appena vide mio marito in paese, gli fece cenno e di nascosto gli mostrò la lettera. « È vero? » domandò « Sì » rispose mio marito. « Ma lei vuol bene alla sua famiglia? ». « Mi sono capitati in casa disperati e affamati ». « Io le consiglio di sistemarli in qualche altro posto » disse il Brigadiere. « Vedrò come posso fare ». « Pensi che cosa le succederà se vengono a saperlo i fascisti! » concluse il Brigadiere. Mio ma­rito tornò fuori di sé per la rabbia a causa della lettera anonima, però fummo d’ac­cordo di trovare una soluzione. Fred venne mandato sopra le Lambre in una ca­setta chiamata « La Betta » e Victor fu sistemato nel bosco sopra casa « da Spalla » in un riparo di fortuna, portandogli da mangiare durante la notte, in quanto di giorno sulla strada sottostante transitavano spesso pattuglie di Tedeschi".

 

 

"Si era già verso l’inverno, il freddo si fece sentire e fu anche un autunno piovoso. Un giorno mio figlio Lido trovò i due Inglesi riuniti a confabulare e poco dopo mi piombarono in casa. Victor ripeteva: « Io non andare più nei boschi », sembrava impazzito. Con l’inverno che stava avanzando non si ebbe il coraggio di ributtarli fuori all’aperto e quindi si studiò un nascondiglio nel sottotetto. Tra l’altro Victor soffriva di mancata ritenzione d’urina e ciò costituì un problema per tutti. Nel vicino Comune di Laghi si trovava nascosto un Neozelandese grosso oltre il quintale, sfuggito ai Tedeschi; un giorno il capofamiglia che lo teneva na­scosto avvicinò mio marito per dirgli che l’« ospite » ce l’aveva anche lui, ma che si sentiva tanto solo perché non aveva nessuno con cui parlare".

 

 

"Cosicché il sabato, la domenica e il lunedì veniva da noi a chiacchierare con Fred e Victor anche il Neozelandese. Dopo la guerra un suo fratello, che gli assomigliava, venne a cer­carlo ma lui era già partito. Quando la guerra partigiana diventò consistente e pr­anzi dolcissimi. Arrivò con un piccolo zaino sulle spalle e nei mesi che restò organizzata Fred e Victor aiutarono la Missione « Freccia » e Victor in particolare noi girava sempre con la sua divisa militare, giubbetto, scarpe militari a stivaletto, si trasferiva spesso da una località all’altra. Subito dopo la Liberazione l’Ing. Per­rone fu ricoverato all’Ospedale di Schio per diabete e Victor si diede tanto da fare che ci accompagnò il Governatore, il quale con urgenza provvide a far venire l’insulina da Vicenza".

 

 

SAUL RAPPAPORT E FRIDA

 

 

"Nell’autunno del 1943, mentre avevamo già Fred e Victor in casa, una fami­glia della zona ospitava due coppie di ebrei, espulsi dall’Austria a causa delle per­secuzioni razziali, passati in Jugoslavia e poi venuti in Italia, dove furono mandati con altri al soggiorno obbligato in Posina. Saul Rappaport, con la moglie Frida, si faceva chiamare « Mario », era oriundo della Romania, aveva avuto a Vienna un commercio internazionale di telerie e conosceva bene l’inglese. Ambedue erano sulla cinquantina. Quando seppe dei due Inglesi Saul ci capitò in casa per scam­biare quattro parole con loro e così conobbe mio marito. Intanto la famiglia di Posina che ospitava questi ebrei non se la sentì più di correre un grosso rischio e li invitò a trovarsi un’altra sistemazione; allora ci supplicarono di aiutarli, piangendo e commiserandosi, perché sapevano quale fine avrebbero fatto se fossero caduti in mano ai Tedeschi".

 

 

"Ne fummo commossi, accogliemmo anche loro e restarono fino alla Liberazione. In casa al Natale del 1943 eravamo già in undici persone, oltre ai partigiani che con l’oscurità venivano spesso a cena con noi. Appena finita la guerra Rappaport si fece venire dei pacchi dagli Stati Uniti ed avviò subito un pic­colo commercio di biancheria intima, restando in Posina fino al 1946. Poi tornò a Vienna per riprendere il suo commercio di telerie. In precedenza, prima di abban­donare Vienna, egli aveva spedito in Belgio un vagone ferroviario con i suoi averi e ricordo che in Posina consegnò a mio marito tutti i documenti, compresa la pre­ziosa ricevuta di spedizione".

 

 

"Infatti, dopo la Liberazione, scrisse in Belgio e gli fu risposto che il vagone era arrivato ma il contenuto era sparito, probabilmente ad opera dei Tedeschi, comunque spedisse un elenco della merce inviata. Saul lo compilò subito e dal Belgio gli furono inviate parecchie migliaia di dollari, che utilizzò per riprendere il suo commercio. Rappaport ritenne di sdebitarsi verso chi lo aveva ospitato per tanti mesi, a proprio rischio, facendoci pervenire cinquantamila lire".

 

 

I DUE EBREI VIENNESI

 

 

"Oltre a Saul e Frida, furono con noi anche due altri ebrei nativi proprio di Vienna, marito e moglie, sulla cinquantina. Al momento non ricordo i nomi, anche perché se ne stavano sempre in disparte, impauriti, molto riservati e non sempre in accordo con Saul e Frida. Una decina d’anni dopo la fine della guerra una loro figlia ci scrisse per avere una dichiarazione – ai fini della pensione – che suo padre si trovava in Posina come perseguitato dai nazisti".

 

 

IL MAGGIORE WILKINSON (« FRECCIA »)

 

 

"Il Maggiore inglese Wilkinson giunse da noi nella prima quindicina di set­tembre del 1944, dopo il rastrellamento di Posina. Alto (mt. 1,80-1,82), ben for­mato, sui trentacinque anni, biondissimo, con occhi grigio-azzurri ma non freddi, una piccola pistola nella tasca dei pantaloni. Parlava tranquillo e non ricordo di averlo mai sentito alzare la voce nemmeno quando « Sergio » (Attilio Andreetto) piombò qui furente perché da tre-quattro notti stavano aspettando· inutilmente i lanci. Il Maggiore rispose che, per parte sua, aveva mandato i radiomessaggi più volte e quindi doveva esserci qualche intralcio da parte alleata".

 

 

"Il Maggiore Wilkinson comandava tutta la Missione « Freccia », così chiamata dal suo nome di battaglia, ed era coadiuvato da « Dardo » e « Colombo » e da un Caporal maggiore. Oltre a mantenere i collegamenti con il Comando alleato al fronte a mezzo delle due rice-trasmittenti, sia per l’organizzazione dei lanci che per infor­mazioni in codice, il Maggiore si teneva sempre in contatto con i Comandanti par­tigiani di tutta la zona (Valle dell’Agna, Val Leogra, Val Posina, Val d’Astico e i monti soprastanti, Altopiano d’Asiago e pianura)".

 

 

"A volte i Comandanti venivano qui, altre volte si spostava il Maggiore attraverso i sentieri. Ho l’impressione che lui si sentisse tranquillo, in questi spostamenti, perché era un Maggiore inglese in divisa e forse pensava che al massimo lo avrebbero fatto prigioniero. Non scen­deva mai in paese di Posina e cercava di non farsi vedere dagli abitanti del luogo, salvo la sera che lo vidi partire per l’ultima volta con una vecchia bicicletta".

 

 

"Du­rante la sua permanenza qui ricevette una notte, con un lancio, una lettera della moglie (sposato senza figli), la quale gli comunicava che non voleva più saperne di lui e che lo piantava. Il Maggiore non fumava né pipa né sigarette, ma gli piaceva bere e buttava giù la grappa carne acqua, anche se qualche volta ne ave­vamo di scadente. Mi raccontava che, prima della guerra, aveva viaggiato molto ma che gli era piaciuto un posto in particolare, il nome non lo ricordo, dove era sempre primavera tutto il tempo dell’anno; gli abitanti del luogo gli erano stati riconoscenti per quello che aveva fatto per loro e gli avevano regalato una villetta, dove pensava di trascorrere la sua vita quando avrebbe cessato il servizio".

 

 

"Egli aveva anche una sorella, che dopo la guerra venne a cercarmi ma non la incontrai perché non gli venne riferito dove mi trovavo. Un giorno del febbraio 1945 venne giù da noi un partigiano-staffetta per riferire al Maggiore che vi doveva essere una riunione nel suo casolare sopra Laghi ma, alla partenza vi fu disaccordo fra la staffetta, che risalì per i sentieri alti malgrado la neve, ed il Maggiore che volle partire con una vecchia bicicletta, tutta scassata; lo accompagnai fin sulla strada e fu l’ultima volta chela vidi. A Fusine la bicicletta non andava più, egli batté alla porta di una famiglia, la lasciò lì e proseguì a piedi. Seppi che il Maggiore restò qualche giorno sull’Altopiano di Tonezza".

 

 

"Una notte giunsero a Castana alcuni rastrella tori della polizia trentina che, invece di girare per Posina, come si temeva, si spostarono verso la zona di Laghi. Mi è stato riferito che anche sull’Altopiano di Tonezza erano in circolazione altri rastrellatori, per cui – nel suo spostamento o ritorno in contrada Ganna – incappò nei Tedeschi, fu ucciso e lasciato sul posto come un cane nella zona delle malghe sul Campiello. Lo ritrovarono alcune perso­ne del luogo. Dal momento che il Maggiore, per una sua scelta personale, preferiva viaggiare da solo non poté essere appoggiato dai Partigiani. Avuto conferma della sua morte, mio marito espresse il desiderio che venisse sepolto nel cimitero di Posina".

 

 

 

« DARDO » e « COLOMBO »

 

 

"Erano due ufficiali inglesi della missione « Freccia », i quali aiutavano il Mag­giore nella sua attività. Dopo la morte di « Freccia », il capitano « Dardo » e il capitano « Colombo » diressero la Missione inglese fino alla fine della guerra. In seguito vennero in Posina a farci visita e seppi che « Dardo » era in missione in Rhodesia".

 

 

I DUE OPERATORI-RADIO

 

 

"La Missione inglese disponeva anche di due operatori-radio che erano sem­pre incollati alle trasmittenti; mi facevano addirittura compassione. Ricordo che un operatore si arrabbiava spesso perché il suo ascoltatore al Comando Alleato era quasi sempre disattento e gli faceva ripetere i messaggi. Da una stanzetta sul retro al primo piano, dove c’erano le trasmittenti, l’antenna usciva dalla finestra e il filo correva poi su di un noce dietro casa. I Tedeschi fortunatamente non se ne accor­sero ma in autunno, al cadere delle foglie, questo filo costituiva un grosso pericolo".

 

 

"Gli Alleati avevano mandato con un lancio anche venti coppie di colombi inanellati, ma poco prima di un rastrellamento, un milanese (bersagliere) pratico di colombaie tolse gli anelli, purtroppo dimenticandone uno; un Ufficiale tedesco disse di essere informato che i colombi servivano per le comunicazioni e li fece uccidere con tante scariche di fucile mitragliatore che più tardi venne raccolto mezzo secchio di bos­soli. Per fortuna i Tedeschi erano ormai sul punto di andarsene e non riuscirono a ucciderli tutti, ne restarono tre coppie fra le quali trovammo uno che aveva an­cora l’anello. Durante una perquisizione i Tedeschi requisirono la macchina da scri­vere, la radio di casa e il grammofono".

 

 

"Per poter nascondere le molte persone che avevamo in casa mio marito aveva provveduto a far murare l’ingresso di una vecchia stanza a volta, seminterrata, che aveva solo una finestrella di arieggio sul retro della casa. Anche il vettovagliamento di tanta gente costituì un grosso problema per la difficoltà di reperire i generi alimentari".

 

 

« ROSSI » E IL SUO CAPORAL MAGGIORE

 

 

"Mentre il Maggiore Wilkinson era sempre al comando della Missione inglese, in un tardo pomeriggio di febbraio del 1945 ci arrivò in casa un giovane ufficiale inglese con il nome di battaglia « Rossi » accompagnato da un Caporal maggiore. Mi è stato poi detto che questo « Rossi » era stato insignito di una decorazione da sua Maestà britannica per aver partecipato allo sbarco nelle coste della Nor­mandia. I due venivano dall’Altopiano di Tonezza e, dopo un colloquio con gli Inglesi di casa, si misero a tavola con appetito, perché era stato concordato che alle 21 precise un gruppo di partigiani sarebbe venuto a prelevarli per condurli sul Pasubio, nella cui zona avrebbero dovuto dirigere i segnali luminosi per gli avio­lanci".

 

 

"I lanci di montagna erano diretti dal Maggiore Wilkinson. All’ora convenuta non arrivò nessuno e i due Inglesi cominciarono a innervosirsi e a camminare su e giù per la stanza come leoni in gabbia. La pattuglia di partigiani capitò verso l’una di notte e finalmente si misero in cammino, ma quando giunsero al Griso, l’ultima contrada della Val Posina prima del Passo della Borcola, incontrarono una quarantina di Tedeschi che stavano scendendo verso Posina: vi fu una sparatoria e i partigiani lanciarono anche due bombe a mano".

 

 

"Tornati di corsa in contrada Ganna, li sentii battere furiosamente alla porta e non feci quasi a tempo ad aprire che mi scaraventarono dentro fucili, zaini e una pesante cassetta di munizioni che trascinai a fatica nel letamaio, nascondendo il resto in buche sotto la neve; due di loro erano feriti di striscio, uno alla testa e l’altro a un braccio. In seguito ripar­tirono in sette, oltre a « Rossi » e il suo aiutante, diretti al Pasubio. Venni a sa­pere più tardi che, siccome il rifugio Lancia era occupato in quel momento dai Tedeschi, si accorsero troppo tardi dei lumi e del fumo che usciva dal camino, per cui si trovarono in mezzo ad una sparatoria e nello scontro i due Inglesi, poco pratici del luogo, furono catturati dai Tedeschi (in una contrada li videro passare) e trasferiti a Bolzano in campo di concentramento, dove morirono".

 

 

"Il Mag­giore Wilkinson restò molto scosso dalla cattura di « Rossi » e del suo aiutante. Ricordo l’ultima volta che il Maggiore partì da questa casa, si trovava a questo tavolo, era pensieroso e con la testa fra le mani disse: « Io pensare di non partire da qui ». Facendo finta di non capire io gli dissi: « Ma non vorrà fermarsi in Posina anche dopo la fine della guerra? ». « No » – disse lui – « io fare stessa fine di « Rossi ».   

 

 

GLI ITALIANI IN MISSIONE

 

 

"Tra gli Italiani che passarono di qui ricordo « CONTE », il quale era romano e restò assieme ai partigiani fino alla Liberazione. Non molto tempo dopo la morte del Maggiore Wilkinson bussarono alla porta, in piena notte, due persone che parlavano correttamente l’italiano e che si presentarono come una missione alleata. Sul momento restai dubbiosa, ma poi si identificarono. Uno di essi era un palermitano, mi sembra di nome Puglisi o Pugliesi, mentre l’altro, l’operatore, credo fosse di Monza".

 

 

IL NOBILE FIORENTINO E VASCO

 

 

"Sempre in argomento di rifugiati pericolosi ospitammo per molti mesi anche un giovane di Firenze che noi si chiamava « il Bobolo » (dei conti di Boboli), il quale era stato torturato dalla banda Carità e soffriva di lesioni ai reni conseguenti alle staffilate e alle percosse ricevute sulla schiena. Assieme ad un suo amico toscano di nome Vasco, il giovane di Firenze era riuscito a sfuggire ai Tedeschi mentre lo deportavano in Germania. Arrivò dalle nostre parti e con Vasco restò da noi fino ai primi di aprile del 1945; purtroppo era molto ammalato (anche lui non teneva l’urina per le percosse alla schiena) e in aprile andò in una villa verso Monselice, di dove – mi è stato detto – fu trasferito a Padova e qui morì. Un anno dopo venne a Posina una sua zia, molto distinta e ingioiellata, per vedere i luoghi dov’era vissuto suo nipote durante la guerra e per ringraziarci".

 

 

 

I COMANDANTI PARTIGIANI

 

 

"Dal momento che la Missione inglese del Maggiore Wilkinson si trovava a casa nostra, come base di appoggio, passarono di qui molte staffette e tutti i Comandanti partigiani delle nostre zone, con lunghissime riunioni proprio attorno a questo ta­volo. « Alberto » (Nello Boscagli), « Giulio » (Valeria Caroti), « Sergio » (Attilio Andreetto), « Carlo » (Alberto Sartori), « Turco » (Germano Baron), « Pigafetta » (Pio Marsigli). « Alberto » e « Carlo » erano difficili da capire, « Sergio » aveva una grande carica di simpatia, « Turco » era un coraggioso e un po’ impulsivo, « Giulio » era calmo e deciso e studiava attentamente le azioni".

 

 

"Ho sentito parlare anche di « Nettuno » e di « Ermes » e ricordo la « Mery ». « Silva » (Francesca Zaltron) è rimasto nascosto da noi per una settimana, ma quando tornò in pianura i Tedeschi lo hanno catturato. Di « Carlo » ricordo quando trasportò da Vallortigara due feriti, con un carrettino, fino a S. Caterina. Una base del Comando partigiano si trovava al di là della valle, quasi di fronte alla contrada Ganna, in quel gruppo di casette rustiche, dette Lissa, che furono bruciate durante i rastrellamenti e poi ricostruite. Il luogo si presentava comodo sia per la possibilità di fuggire a monte sia per la vicinanza con la missione Freccia".

 

Posina, contrada Ganna, 24 agosto 1977

 

 

 

Il testo della presente intervista è stato sottoposto a lettura ed approvazione da parte della Sign.ra Angiolina Costaganna in data 1 settembre 1977. La Signora Costaganna, Ifiglia di Giuseppe e di Zambon Dosolina, è nata il 25 maggio 1895.

 

 

 

Riportiamo una « nota» pubblicata in A. Chilesotti (op. cit.):

 

Della fine tragica di Freccia si ebbe notizia attraverso un comunicato stampa, datato da Bologna, e apparso a Liberazione avvenuta, che diceva:

« Con due condanne a morte è terminato il processo alla Corte Alleata per i crimini di guerra, davanti alla quale sono comparsi il sergente tedesco Michael Kripps e i soldati Leonardo Maser, Rodolfo Mo­andell, Giuseppe Scribus e Giuseppe Schenk della polizia trentina, responsabili della uccisione del maggiore inglese partigiano noto col nome di « Freccia ». Alla fine la Corte a condannato a morte il sergente Kripps e il soldato Maser: l’uno per aver dato l’ordine i uccidere il prigioniero, l’altro per aver eseguito l’ordine. Il Morandell per aver sparato a un fuggiasco è stato assolto non avendo commesso un atto illegale e gli altri due sono stati pure assolti per essere rimasti estranei all’uccisione ».

 

 

 

BIOGRAFIA E PROFILO IN RICORDO DELL’ING. ERVY PERRONE

 

 

Alla fine del secolo scorso i Perrone erano una di quelle facoltose famiglie della media borghesia piemontese che avevano tutti gli influssi del savoir faire e della cultura francese e che erano usciti dall’epoca risorgimentale con un profondo senso della· Patria. In tale clima familiare e per esigenze di lavoro del padre, Ervy Perrone nacque ad Aubonne (Francia) il 7 giugno 1879 da un impresario edile, Placido, e da una Fenoglio. Il ragazzino ebbe quindi modo di apprendere la lingua francese e con essa i suoi classici, ch’egli da anziano leggeva ancora in originale.

 

 

Dopo gli anni del Ginnasio-Liceo a Torino, Ervy conseguì la laurea in Ingegneria civile nel 1903. Con la Prima Guerra Mondiale, ormai verso la quarantina, l’Ing. Perrone partì volontario nel Genio e infatti lo ritroviamo da noi, sotto il Novegno ­a S. Caterina, come Tenente addetto ai legnami per le trincee, in collegamento con una segheria di Schio. Nel 1918 muore la sua prima moglie Severina Gai. Per caso e per curiose vicende egli conosce l’Angiolina Costaganna, una fiorente ragazza profuga da Posina, e quando finisce la guerra torna a Torino e la sposa. Ne ebbe quattro figli: il primogenito Ervy, poi Silda, Lido e Telma. Il fascismo venne da lui accolto con perplessità e infine con rifiuto all’impronta da caserma ed alle parate d’obbligo, al termine delle quali l’Ingegnere soleva togliersi fez e orbace a suon di commenti salaci durante il tragitto verso casa.

 

 

Inserito con varie attività nella sua professione, l’Ing. Perrone avviò infine a Torino una piccola industria di manufatti di gomma stampata, che gli diede molte soddisfazioni e un discreto profitto. Ma quando ebbe inizio la Seconda Guerra Mondiale, le difficoltà del momento, i bombardamenti e la rabbia di dover « traf­ficare » con tutti ed anche con i Tedeschi, lo convinsero a vendere il tutto per trasferirsi a Posina con la famiglia, nei paesi della moglie Angiolina, dove appunto ebbe inizio la lunga e tormentata storia della Missione « Freccia » e dei suoi amici partigiani.

 

 

L’Ingegnere era un uomo di statura medio-piccola, asciutto, con occhi cerulei indimenticabili, quasi completamente calvo, con un portamento e un tratto signorile che incutevano rispetto, soggezione e fiducia; sotto l’innata sua riservatezza na­scondeva una profonda umanità. Nel 1945 – con la Liberazione – egli aveva per­duto, a 66 anni, oltre che l’azienda e il piccolo capitale con essa accumulato, anche la buona salute. Inoltre, per la sua dirittura di galantuomo e per un temperamento alieno da compromessi, non volle mai farsi vanto per ottenere vantaggi dagli ecce­zionali suoi « meriti resistenziali », anzi questi gli furono di danno nel reinseri­mento della sua famiglia a Torino.

 

 

Quando il primogenito Ervy tornò dall’Italia del Sud, dove aveva lavorato come militare a Bari per gli Inglesi, non vi era in casa Perrone nemmeno un vestito decente; la figlia Silda, iscritta alla facoltà di Chimica, il figlio Lido (Ingegneria) e la Telma (Matematica), nel disagio e nelle difficoltà del dopoguerra non poterono conseguire la laurea. L’Ing. Ervy Perrone visse in Posina gli ultimi suoi anni svendendo i quadri e i mobili della casa tori­nese, finché la sua grave forma di diabete lo portò a morte a Torino, il 25 marzo 1955.

 

 

La sua vita merita un attimo di ripensamento: il fondo risorgimentale pie­montese, la ripulsa ai metodi del fascismo, un sentimento profondo della Patria da lui intesa in quel momento come nazione libera dall’occupante tedesco, un innato « buon cuore » italiano verso chiunque si trovò nei guai, furono gli ele­menti fondamentali che spinsero l’Ing. Ervy Perrone, ormai anziano, a mettere in grave pericolo e in difficoltà finanziarie se stesso e la sua famiglia.

 

 

Una lapide, che attende ancora l’inaugurazione, è stata murata da un paio d’anni sulla casa Perrone in Posina a ricordo dell’Ingegnere e del Maggiore Wil­kinson a lodevole cura dei modesti partigiani della formazione garibaldina « Bat­tisti » della « Garemi ».

 

 

Ma se noi oggi, a distanza di trentadue anni, ci fermiamo per un attimo a considerare ciò ch’egli da partigiano fece per gli Ebrei, per i prigionieri inglesi sbandati, per la causa alleata della missione inglese « Freccia », per il nobile fio­rentino, e ciò che inoltre egli soffri nel difficile reinserimento della famiglia a To­rino per essere stato « partigiano » e se infine consideriamo ciò che di poco e di tardivo egli ebbe a riconoscimento dell’opera sua, nelle storie patrie, tutto questo ci anima nel proseguire le nostre ricerche sulla Resistenza dimenticata.

 

Schio, 8 settembre 1977

 

EMILIO TRIVELLATO

 

 

I dati biografici essenziali ci sono stati riferiti dal figlio Geom. Ervy Perrone di Schio.

 

La lapide sopra accennata reca il testo seguente: « Nella casa partigiana dell’Ing. Ervy Perrone, rifugio di tutti i perseguitati e base di tutti i combattenti per la libertà fu lunga­mente ospitato il Maggiore J.P. Wilkinson « Freccia » comandante della missione alleata inglese che cadde da partigiano l’8 marzo 1945, a ricordo di entrambi. Nel 30° anniversario della liberazione i partigiani della. Brigata Battisti » - Posina 1975. È necessario precisare che la « Brigata Battisti » è una formazione garibaldina della « Garemi » che operava nel Trentino.


modulo interno pagine

modulo interno pagine: Position Sidebar-1