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STORIA DELLO ASSEDIO DI VENEZIA NEGLI ANNI 1848 E 1849

Per C. A . RADAELLI Colonnello nell'Esercito Italiano

 

Napoli - Dalla tipografia del Giornale di Napoli

Maggio 1865 

 

 

 

Capitolo VIII

Pronunciamento della guardia civica di Venezia – Convocazione dell'assemblea – Fusione decretata col Piemonte -- Nuovo governo – Inviati a Carlo Alberto ed a Torino – Sortita di Cavanella – Sortita di Marghera - Esercito di Carlo Alberto - Affare di Governolo — Attacco di Rivoli — Battaglia di Custozza — Ritirata oltre l'Olio 

 

 

 

Quantunque una parte della popolazione non ritenesse utile la fusione di Venezia col Piemonte, nondimeno la creduta necessità di quest'atto avea acquistato un'importanza assai grande, poichè sola tra tutte le città della Lombardia e del Veneto, Venezia non vi aveva ancora aderito.

 

 

I più contrari alla fusione avevano creduto far opera di buoni cittadini aderendovi, giacchè dalla grande maggioranza era ritenuto che essa sola poteva salvare la pericolante causa italiana. Così sull'altare della patria erano sacrificate convinzioni e speranze che naturalmente erano impresse nel cuore di molti fra i Veneziani.

 

 

Però, se costoro si astennero dall'eccitare tumulti popolari, non furono egualmente prudenti alcuni fra gli agenti di Piemonte e di Lombardia, che non tralasciavano di predicare la necessità dell'atto che in breve dovevasi discutere dall'assemblea.

 

 

Essi vollero influire sulle sue decisioni con una dimostrazione imponente, e far vedere così come fosse popolare in Venezia il governo di Carlo Alberto. Uno dei più notevoli, e ad un tempo il più attivo fra costoro, era il conte Enrico Martini, il quale persuase il Mengaldo, comandante la guardia nazionale, della necessità che la stessa si pronunciasse in favore della fusione.

 

 

Mengaldo, che ai tempi dell'impero francese aveva servito nei veliti, era un ottimo cittadino, pronto ai maggiori sacrifici, ma facile ad essere persuaso. Non fu perciò difficile al Martini ed al conte Mocenigo, patrizio veneto e colonnello di una delle legioni della guardia civica, di guadagnarselo.

 

 

Colto il destro di una rassegna che il generale Pepe doveva passare, dopo istruiti per bene alcuni caporioni, ottennero che una parte della guardia schierata sotto le armi alzasse il grido di: “viva la fusione”, abbasso la repubblica!

 

 

Quest'atto inqualificabile di un corpo istituito allo scopo di tutelare l'ordine interno, poco mancò che non desse occasione a tristi collisioni che tornar potevano funeste alla misera città, circondata com'era da nemici.

 

 

Quel pronunciamento fu generalmente biasimato, e se non produsse gli amari frutti che forse taluno sperava, fu merito speciale del partito contrario che seppe resistere alla provocazione, lasciando alla sola assemblea il decidere sovranamente dei destini della città.

 

 

Infatti le poche grida delle guardie civiche non ebbero influenza alcuna sulla discussione che, come vedremo, procedette calma e dignitosa. Nel giorno 5 luglio, nella sala del palazzo ducale detta del Maggior Consiglio, alle ore 1 p . m . si riuniva per la prima volta l'assemblea veneta, presieduta dal canonico Pianton, il più anziano fra i rappresentanti.

 

 

Dopo una viva discussione, provocata dall'Avesani, il quale chiedeva si procedesse immediatamente alla disamina del motivo per il quale era convocata l'assemblea senza preventivamente verificare la validità delle elezioni, si decise non doversi discutere fino a tanto che i deputati non si trovassero legalmente eletti.

 

 

Compito quest'atto necessario, il presidente del governo, Daniele Manin, saliva alla tribuna, e passava in rassegna gli atti del suo reggimento. Con voce chiara e sonora, con uno stile conciso, ricordava poscia le fasi per le quali era passata la fortuna del Veneto; ricordava le battaglie combattute sull'Isonzo, a Sorio, a Cornuda e gli eroici fatti di Vicenza.

 

 

Diceva che le patite sventure avevano persuaso le popolazioni del Veneto essere salvezza d'Italia la immediata fusione col Piemonte; che Vicenza, Treviso, Padova e Rovigo e la intera Lombardia avevano compiuto quest'atto mediante il suffragio universale; che sola Venezia non si era ancora decisa, se seguir dovesse l'esempio delle città sorelle.

 

 

Che per tale scopo si convocò l'assemblea la quale sola aveva il diritto di deliberare sul le sorti della patria; e conchiudeva il suo lungo discorso con queste parole: Pesate maturamente le vostre deliberazioni; fate in modo che esse accrescano la forza e la sicurezza di Venezia; che esse le assegnino il rango onorevole che le è dovuto in Italia, divenuta indipendente ed una: la patria vi domanda, cittadini rappresentanti, un atto di saggezza civile; che l' ispirazione vi venga da queste sacre mura.

 

 

Nota [Manin non si faceva illusione sulla potenza di Carlo Alberto. Egli conosceva lo stato del suo esercito; e l'autore di questa storia, inviato appositamente in giugno al campo del re con una missione speciale, dovette convincersi che le truppe oltre di essere valorosissime erano anche fiduciose; ma che alcuni dei capi che le guidavano, si mostravano ignari delle cose di guerra e, peggio ancora, taluni nuovi affatto e ostili al sentimento nazionale aspiravano a pronta pace. I campi mal guardati, non sempre con avamposti, nessuna pulizia praticata.

Fra gli ufficiali subalterni, rara la reciproca stima, poca quella che avevano dei loro superiori; questi poi e quelli si udivano criticare apertamente ed alla presenza dei soldati i loro generali. Si aggiungano le insanie delle sette che, fatto centro in Milano, col mezzo di giornali o dei circoli seminavano dappertutto la diffidenza e lo sconforto nei ranghi, dove soprattutto grande era lo sdegno per le infami accuse lanciate impudentemente a danno di un re e di una casa che erano l'idolo dell' esercito.

Gran parte dei primi mali accennati erano conseguenze necessarie e tristissime del governo passato, e specialmente del ministro della guerra, Villamarina, che ridotto aveva quell'esercito in uno stato compassionevole. La cattiva organizzazione, il metodo difettoso di reclutamento ed i posti dati alle protezioni anzichè al merito, avevano sviluppato uno spirito per nulla conforme ai nuovi tempi di libertà che sorgevano, ed affatto opposto a quello che seppe ispirargli più tardi l’abile e patriottica mente del generale Alfonso La Marmora .]

 

 

 

Questo discorso calmo e dignitoso provocò generali applausi. Poscia, sulla domanda di un rappresentante, si diede lettura dei tre punti sui quali l'assemblea doveva deliberare, cioè: 1°  - Decidere se la questione della futura condizione politica del paese dovesse essere discussa sul momento, o solamente a guerra finita;  2º  - Decidere , nel caso d' una discussione immediata, se Venezia doveva restare uno stato indipendente, ovvero unirsi al Piemonte; 3°  - Rimpiazzare o confermare gli attuali membri provvisori del governo.

 

 

Il giorno seguente la seduta si aperse alle ore 9 del mattino. Manin espose la condizione politica di Venezia; rammentò gli sforzi fatti per stringere fraterni accordi con gli stati d'Italia; ricordò che inviati veneti stavano al campo di Carlo Alberto, come altri in Francia ed in Inghilterra; disse che il migliore accordo esisteva fra la Lombardia ed il Veneto, e come il conte Casati, capo di quel governo, avesse respinte le trattative intavolate dal barone Wessemberg per la indipendenza della sola Lombardia; ricordò altresì come il re Carlo Alberto, fedele alla data parola, combattesse valorosamente alla testa del suo esercito.

 

 

Rammentò poi come le vittorie piemontesi fossero bilanciate dalle disfatte subite nel Veneto, e che in allora, colpiti da quella dolorosa impressione, molti furono coloro che pensarono l'Italia non bastare a sè stessa, ed essere necessario ricorrere all' intervento della repubblica francese.

 

 

Che però il governo di Venezia, ricordando che la guerra combattuta era guerra italiana e non veneta, non aveva voluto assumersi la grave responsabilità di una così importante decisione senza prima avere consultato gli altri stati d'Italia.

 

 

Perciò il governo aveva inviati dispacci ai vari gabinetti della Penisola, dai quali ancora non era giunta risposta. Infine conchiuse ricordando che, se soccorsi d'uomini erano necessari per la difesa di Venezia, quelli di denaro erano più urgenti, e che per quest' ultimo scopo si era rivolto alle città del Veneto e dell'Italia tutta; che questa condizione infelice non si ignorava da Carlo Alberto al quale nulla si era celato.

 

 

Si lessero poi i rapporti dei ministri delle finanze e della guerra, i quali confermarono la dolorosa impressione fatta dall'ultima parte del discorso di Manin. La discussione generale fu posta all’ordine del giorno dal presidente sul primo dei tre articoli.

 

 

Tommaseo, contrario alla fusione, la combattè vivamente; Paleocapa non meno vivamente la propugnava con ragioni vittoriose, poichè si appoggiavano sugli interessi pericolanti di Venezia, la quale non poteva riporre speranza in altri che in Carlo Alberto.

 

 

Avesani pure chiese la immediata fusione, ma siccome molti oratori dovevano sorgere per parlare sulla medesima, così Manin chiese la parola e pronunciò le memorabili parole che qui riproduco:

 

 

 

I discorsi di due degli onorevoli oratori che mi hanno preceduto, provano che non si agisce qui con opinioni ministeriali ( Tommaseo e Paleocapa erano ministri ), che noi parliamo non come ministri, ma come semplici deputati. E adunque come deputato che io vengo a pronunciare parole d'amore e di concordia.

Ma per ciò fare, domanderò il permesso al presidente dell'assemblea di mescolare un poco il secondo soggetto al primo; dappoichè il primo non si può trattare, senza toccare più o meno il secondo. lo ho oggi la stessa convinzione che avevo il 22 marzo, allorchè proclamai la repubblica davanti la porta dell'arsenale e sulla piazza di S. Marco; io la ho ancora questa opinione, e tutti allora l'avevano!

Oggi tutti non l'hanno più! (agitazione). lo pronuncio delle parole d’amore e di concordia, e domando di non essere interrotto. È un fatto che oggi tutti non l'hanno più! È un fatto ancora che il nemico è alla nostre porte! che il nemico spera e desidera la discordia in questa città, inespugnabile fino a tanto che noi saremo d 'accordo, facile a vincere se la guerra civile vi entra!

Per me, astenendomi da ogni discussione sulle mie opinioni e su quelle d'altri, vengo oggi a domandarvi aiuto ed assistenza; io vengo a domandare un grande sacrificio; e questo grande sacrificio, io lo chiedo al mio partito, al generoso partito repubblicano.

Al nemico che è là alle nostre porte, che conta sulle nostre dissensioni, sappiamo dare una formale smentita! Dimentichiamo oggi tutti i partiti, e proviamogli che oggi noi dimentichiamo di essere realisti o repubblicani, che oggi non siamo che cittadini italiani.

 

 

 

Questo discorso che scosse ogni animo, poneva fine alla discussione. Il presidente poneva ai voti il primo articolo il quale fu votato con 130 voti favore voli e 3 contrari. Quindi, messi ai voti gli altri due, il risultato fu il seguente: voti affermativi 127, voti contrari 6.

 

 

La immediata fusione di Venezia col Piemonte veniva in tal modo decisa. Il decreto che stabiliva quest'atto importante era cosi concepito: Obbedendo alla suprema necessità che l'Italia intera sia liberata dallo straniero, ed allo scopo principale di continuare la guerra d'indipendenza colla maggiore efficacia possibile; come Veneziani in nome e per l'interesse di Venezia, e come Italiani per l'interesse di tutta la nazione, votiamo l'immediata fusione della città e provincia di Venezia negli stati sardi con la Lombardia, colla quale in ogni caso intendiamo di restare perpetuamente incorporati, seguendone i destini politici unitamente alle altre provincie venete.

 

 

Il terzo giorno dalla apertura dell'assemblea, si passò ad eleggere il nuovo governo, che dopo il rifiuto costante di Manin di prendervi parte, fu composto nelle persone di Castelli, Paleocapa, Camerata, Martinengo, Cavedalis e Reali.

 

 

Quindi l'assemblea si sciolse, avendo essa adempiuto al mandato per il quale fu convocata. E qui è dovere il notare, come uomini che per la prima volta discutevano i gravi interessi del paese, abbiano saputo conservare una calma ed una dignità che altamente li onora, e che i partiti siano scomparsi davanti al bene ed al vantaggio della patria. D'altronde esempi di temperanza politica ben maggiore fornì Venezia nel corso della sua resistenza all'Austriaco.

 

 

Tosto insediato, il nuovo governo inviava una deputazione al re di Piemonte per notificargli il voto di Venezia e pregarlo che lo accettasse. Carlo Alberto accolse piuttosto freddamente il voto espresso dall'assemblea veneta, facendo osservare che spettava alle Camere di Torino il decidere sul medesimo.

 

 

Il governo di Venezia inviava altra commissione a Torino onde rappresentare la stessa cosa al parlamento subalpino, e chiedere i soccorsi dei quali abbisognava, considerandosi già da quel momento parte integrante della monarchia sarda.

 

 

La ritenutezza del monarca sabaudo, come poscia si disse, proveniva da un impegno se non del tutto assunto almeno promesso, di aderire alle proposte di accomodamento indirettamente fatte dall'Austria.

 

 

Carlo Alberto, prevedendo forse l'avvenire funesto che si apparecchiava, aveva prestato orecchio a quanto trattavasi in Innsbruck tra il governo francese e l'imperiale: forse pensava essere ormai più saggio partito accontentarsi della Lombardia e dei ducati, e lasciare libera Venezia di chiedere l'intervento francese che in quei momenti avrebbe potuto ottenere.

 

 

Questi progetti furono fatti palesi dalla lettera che il ministro d'Inghilterra, visconte d'Abercromby, dirigeva il 10 luglio al suo governo, nella quale si diceva che il re di Sardegna avrebbe accettate le proposizioni dell'Austria, qualora ne fossero mediatori i ministri inglesi.

 

 

Sventuratamente per l'Italia ciò non doveva accadere, e Carlo Alberto fu costretto a durare nella lotta col presagio della sua sconfitta. L'accettare la fusione votata da Venezia gli imponeva dei gravi doveri, ed è perciò che egli non volle assumerne solo la responsabilità e lasciò alle Camere discutere sulla domanda dei Veneziani.

 

 

La fusione fu forse fatale perchè avveniva in un momento di crisi: è però da osservare che se fosse avvenuta anche prima, le conseguenze sarebbero state le stesse e nessun vantaggio avrebbe portato all'esercito sardo, ormai rimasto solo campione dell'italiana indipendenza.

 

 

Intanto il generale Pepe, al suo giungere in Venezia, pensò di ordinare una fazione contro l'inimico, e cosi ottenere popolarità illustrando la sua venuta con un fatto di qualche importanza.

 

 

Gli Austriaci nello stringere d'assedio Venezia, avevano spinto le loro forze fino a Cavanella d'Adige ed occupatavi e restaurata una vecchia testa di ponte. Il generale in capo affidava al Ferrari, recentemente arrivato, il compito di sloggiarli.

 

 

Questi, alla testa di 1500 uomini, moveva da Chioggia il 7 luglio e varcato il Brenta, approntava le sue truppe per l'attacco. Cavanella è distante circa cinque chilometri dai forti di Brondolo e domina il corso del basso Adige, proteggendo il canale della Valle che unisce i due fiumi.

 

 

La zona di terra da percorrersi è tutta intersecata da canali, e quasi sempre paludosa. Una strada guasta e poco carreggiabile guida da Brondolo a Cavanella passando pel villaggio di Sant'Anna che sorge ad un miglio di distanza dall'Adige.

 

 

Cavanella era difesa da circa 500 Austriaci con tre pezzi d'artiglieria, e da parapetti, se non formidabili, almeno facili a difendere. Era disegno del Ferrari, fingere un attacco dal lato meridionale del forte, mentre assalirebbe vigorosamente gli altri due.

 

 

Unite le forze a Sant'Anna, le disponeva in tre colonne, ordinando a quella di destra di varcare il canale della Valle e per l'altro argine marciare contro Cavanella, mentre quella del centro doveva direttamente assalire il nemico e la terza colonna, scendendo a sinistra e approfittando di alcune barche, avrebbe dovuto valicare l' Adige e attaccare il forte dal lato meridionale che si sapeva aperto e senza difesa.

 

 

Ma come avviene spesso a generali che non studiano bene il terreno da percorrere, le disposizioni non si presero con quell'accuratezza da evitare gli ostacoli, ed accadde che ritardando le barche pel passaggio dei fiumi, la spedizione fallì per colpa di coloro che l'avevano ideata.

 

 

Solamente la colonna del centro, composta dei Cacciatori del Sile, attaccò il forte, e quei prodi soldati, guidati dal loro colonnello Amigo e dai maggiori Francesconi e Radonich, dopo un vivo ed ostinato combattimento, poterono superare le fortificazioni nemiche e penetrarvi.

 

 

Mirabile ſu lo slancio di quei giovani soldati, quantunque più di cinquanta di essi rimanessero uccisi prima che la vittoria coronasse i loro sforzi. Il generale Ferrari, inquieto del ritardo delle altre colonne e temendo di compromettere il corpo a lui affidato, ordinava la ritirata.

 

 

Fu invero inesplicabile questo suo ordine che faceva perdere il vantaggio ottenuto dai bravi Cacciatori, tanto più che la colonna di destra composta del battaglione lombardo e guidata dal valoroso Noaro e dall'Ulloa, giungeva in quell'istante nel paese di Cavanella ed impadronitasi delle case, preparavasi ad attaccare dall'altro lato il forte.

 

 

I Lombardi ebbero a combattere inutilmente poichè, rimasti soli, dovettero obbedire a malincuore all'ordine ricevuto. È peraltro a riflettere che quella fazione era d'una importanza affatto secondaria. Poco importava a Venezia il possesso di quel forte che, conquistato, non si avrebbe potuto mantenere essendo troppo distante da Brondolo e dominato da arie pestilenziali, che più tardi obbligarono a sloggiare anche gli Austriaci.

 

 

Era dunque bramosia di combattere, velleità di rendersi popolare che spingeva il generale in capo ad ordinare quell'assalto. Forse, scorgendo gli animi dei Veneziani sconfortati per le narrate tristi vicende, sperava rialzarne gli spiriti con una fazione brillante e vittoriosa.

 

 

Da Marghera si eseguiva parimenti una sortita che ebbe esito migliore. Il colonnello Belluzzi, postosi alla testa di circa cinquecento uomini, attaccava gli Austriaci che cercavano costruire una batteria sull'argine destro del canale di Mestre.

 

 

Egli li assaliva vigorosamente e li disperdeva uccidendone alcuni; poscia fatti distruggere i lavori cominciati, si ritirava lentamente facendo fronte al nemico che in forza era ritornato all'offensiva.

 

 

Altri combattimenti di minor conto succedevano ora in un punto ed ora in un altro del vasto estuario di Venezia fra pattuglie nemiche e ricognizioni che si facevano da parte dei nostri, ma la loro poca importanza ci dispensa dal parlarne più lungamente.

 

 

Rammenterò nondimeno l'animosa spedizione del maggiore Materazzo, il quale essendo di presidio a Brondolo col suo battaglione di Napoletani, ebbe il pensiero di scacciare gli Austriaci che dall'altra parte del fiume Brenta continuamente molestavano la guarnigione del forte.

 

 

Postosi alla testa dei suoi soldati e ordinatili in tre colonne, ributtava in ogni punto il nemico, e poscia bruciate le case che gli avevano servito di riparo, senza essere molestato ritornava al suo posto.

 

 

Due giorni dopo, cioè il 25 luglio, il nemico aumentato in forza attaccò il posto di Cà-Pasqua, difeso dai medesimi Napoletani sostenuti da due altre compagnie del presidio. Il combattimento durò molte ore, ed alla fine gli Austriaci dovettero ritirarsi dopo aver subìto perdite di qualche rilievo.

 

 

In questi due fatti il maggiore Materazzo si condusse con molto valore ed intelligenza. Nella fazione di Cà-Pasqua rimaneva ucciso l'ufficiale di marina Sgualdi di Giovanni che con una piroga era accorso sul Brenta a sostenere i suoi.

 

 

Intanto giungevano a Venezia tre battaglioni piemontesi, che il governo sardo inviava di presidio, sottoponendoli agli ordini del generale Alberto La Marmora. In Venezia, governo e cittadini vivevano nell’aspettazione di quanto si sarebbe deciso dal parlamento di Torino, ed attendevano dagli avvenimenti lo svolgimento delle sorti a loro serbate.

 

 

L'Austria aveva raddoppiate le sue forze nel Lombardo-Veneto, e deludendo le proposte di accomodamento sulle basi della frontiera dell'Adige, si apparecchiava a vincere il nemico ormai minore di numero.

 

 

Il vecchio maresciallo, dopo la resa di Vicenza scorgeva nel suo esercito ritornare la confidenza, e la disciplina scossa dalla rivoluzione gradatamente riordinare i suoi battaglioni. Nel campo sardo invece, scemava l'ardore nei soldati, e la disciplina fatalmente di giorno in giorno scapitava.

 

 

Quell'esercito era stato rinforzato da una divisione lombarda poco agguerrita e mediocremente armata: alcune compagnie di volontari lo avevano pure raggiunto, ma anch'esse stremate di numero e malcontente di essere in mezzo a corpi regolari, dove non trovavano certo tutte quelle adulazioni, cui s'erano abituate per opera dei demagoghi, e dove i vanti e le pretese e la indisciplina di molti di loro, avevano tanto minor titolo e modo d'essere tollerate, quanto maggiori in quell'epoca cominciavano nell'esercito a farsi strada le recriminazioni per l'isolamento nel quale era rimasto, per il municipale esclusivismo che aveva determinato l'organizzazione di truppe lombarde autonome, invece di far affluire ai depositi dell'esercito combattente le reclute di quel paese, e soprattutto per il modo con cui alcune adunanze politiche e non pochi giornali continuavano a spargere malevole insinuazioni contro l'esercito regolare e re Carlo Alberto.

 

 

Per tali motivi poca armonia regnava fra Lombardi e Piemontesi, e quei rinforzi divennero elementi di debolezza all'esercito, suscitando nel suo seno dissensi e discordie. I generali che lo comandavano, non ammaestrati dal pericolo corso a Goito, continuavano a mantenerlo disseminato tra Rivoli e Mantova della quale era si deciso il blocco.

 

 

Era facile impresa per Radetzky sfondare in qualche punto quella lunga linea, e dividere in due parti gli Italiani e poi sconfiggerli parzialmente.

 

 

Sembra impossibile che i funesti effetti di quella pessima disposizione delle forze sarde non fossero rilevati da vecchi uomini di guerra i quali pur sapevano di avere a fronte un'oste più numerosa, raccolta in masse compatte e fornita d'innumerevole artiglieria.

 

 

Il generale austriaco Liechtenstein, alla testa di 5000 soldati, passava il Po e senza contrasto alcuno occupava Ferrara, dove giunto obbligò quel municipio a vettovagliare, come si praticava per il passato, il presidio della cittadella; poscia cambiatavi la guarnigione, ritornava per Ostiglia alle prime sue posizioni.

 

 

Questa scorreria fortunata fu più che sufficiente a gettare l'allarme nelle atterrite popolazioni dei vicini ducati, timorose della restaurazione dei principi.

 

 

Per confortarle Carlo Alberto spediva a quella volta il generale Bava con un forte distaccamento; ma non appena postosi questi in cammino, seppe come il generale austriaco avesse rivalicato il Po, abbandonando la città poco prima occupata di sorpresa. Inutile era dunque accorrere nei ducati non ancora minacciati, per la qualcosa rivolgeva le sue armi ad impresa di maggior momento, quella di occupare l’importante posizione di Governolo che i Tedeschi fortemente presidiavano.

 

 

Le misure prese dal generale piemontese lo onorano altamente, e la vittoria riportata devesi a queste attribuire. Aspro fu il combattimento: gli Austriaci attaccati di fronte e da tergo con uno slancio impareggiabile, dovettero cedere e darsi in gran parte prigionieri.

 

 

I trofei di quella giornata furono una bandiera, più di 350 prigionieri, fra i quali 9 ufficiali ed il maggiore Rukavina, nonchè due cannoni oltre a numerose salmerie ed attrezzi di guerra. Però quell'impresa fu di detrimento all'esercito, poichè a difesa di quel punto fu lasciata una brigata che non potè accorrere nei giorni seguenti, quando si combatteva la battaglia decisiva: inoltre essa aveva l'inconveniente di prolungare ancor più la già troppo estesa linea dei Piemontesi.

 

 

Come altrove osservai, questi ultimi si stendevano da Rivoli a Mantova su di una linea di circa 120 chilometri: il loro centro accampava nella pianura di Roverbella, la sinistra sotto gli ordini di De Sonnaz da Somma a Rivoli, e la destra disposta sulle due rive del Mincio bloccava Mantova.

 

 

Le truppe erano così ripartite: 15,000 uomini fra Sommacampagna e Rivoli, 4000 fra Villafranca e Castelbelforte, 10,000 a Marmirolo e Villanova, 20,000 sotto Mantova ed altri 10,000 a Governolo e Castellaro: 60,000 uomini in tutto, però male congiunti fra loro, divisi in parte da un fiume e per conseguenza in cattiva posizione per appoggiarsi scambievolmente.

 

 

L'esercito del maresciallo era di molto superiore, ed all’opposto dei nostri era riunito in breve spazio di terreno, e pronto a scagliarsi compatto su quel punto che sarebbe stato prescelto.

 

 

Radetzky pensò ripetere la manovra tentata a Goito, con la differenza che questa volta si trattava di separare la sinistra comandata dal De Sonnaz dal rimanente dell'esercito. Egli divisava ributtarla sull'Adige tagliandola da Peschiera e quindi, varcando il Mincio con l'intero esercito, per la riva destra si proponeva di marciare contro il centro e la destra degli Italiani che, presi a rovescio, avrebbero dovuto rimanere schiacciati fra Mantova ed il Po.

 

 

Però ad eseguire un piano così difficile e pericoloso, era necessario avere truppe pronte e destri generali. Il tenente-maresciallo Thurn con circa 12,000 uomini e molta artiglieria moveva il 21 da Roveredo dove era stanziato e, disposte le sue truppe in due colonne, con una di esse attaccava il giorno seguente la Corona, mentre l'altra per Incanale dirigevasi a Rivoli.

 

 

Il battaglione italiano che guardava la Corona, difese bravamente quella posizione: sopraffatto dal numero, ma però a tempo sostenuto da un altro battaglione inviatogli in soccorso, ordinatamente si ritirò a Rivoli.

 

 

Le due colonne austriache si ricongiunsero a breve distanza da questa forte posizione e ne cominciarono l'attacco. Però il generale De Sonnaz prevenuto di quanto avveniva dal cannone, accorreva con qualche truppa in soccorso dei suoi, recando rinforzi che portarono le forze italiane a circa 5000 uomini.

 

 

Non era facile cosa lottare contro un nemico superiore del doppio in numero ed in cannoni; nondimeno per l'inabilità del Tedesco a tirar partito dalla sua immensa superiorità, e per la prevalenza del valore delle truppe nostre, venne respinto con gravi perdite, e verso sera si ritirava a Caprino e ad Incanale.

 

 

Questa gloriosa giornata onorò grandemente il De Sonnaz e le truppe da esso comandate, che valorosamente combatterono. Nelle medesime circostanze, sullo stesso terreno, contro il medesimo nemico, Napoleone vinse nel 1796 uno dei corpi di Würmser, e nell'anno seguente l'Alvinzi .

 

 

Quantunque vittorioso, De Sonnaz non s'illuse su la sua posizione, e prevedendo che il giorno seguente poteva essere attaccato da maggiori forze e girato sul suo lato destro, risolse nella notte stessa ritirarsi a Sandrà, punto centrale del suo corpo d'armata, da dove avrebbe operato a tenore delle circostanze.

 

 

Quella prudente risoluzione fu presa a proposito, poichè così salvò l'intero corpo da certa rovina. I motivi che indussero il generale in capo imperiale ad ordinare l'attacco di Rivoli un giorno prima che egli spingesse le sue squadre contro Sona e Sommacampagna, come avvenne il 23, non si conobbero e non si possono indovinare.

 

 

E’ certo però che il movimento di Thurn fu prematuro, poichè rese edotto il generale italiano del pericolo della sua posizione, e lo mise nella possibilità di ripararvi. Se Radetzky credette con quell'attacco parziale di ingannare il nemico, ispirandogli la confidenza che proviene da un riportato vantaggio, il calcolo andò errato mercè il saggio prevedere del generale De Sonnaz.

 

 

Il maresciallo frattanto, dopo aver fatto esaminare le posizioni dei Sardi dal suo capo di stato maggiore, barone Hess, divideva le sue forze in tre corpi, e lasciata Verona sotto gli ordini di Haynau, assumeva egli stesso la direzione dell’esercito.

 

 

Le tre colonne ascendevano a più di 40,000 uomini con un numero immenso di bocche a fuoco. Nel 22 luglio, alla sera, si posero in movimento, e quantunque trattenute per via da forte uragano, nel mattino del 23 si trovarono di fronte ai nostri che occupavano le posizioni di Sona, Sommacampagna e Custozza, forti di 8000 uomini comandati dal generale Broglia.

 

 

Prima ad essere attaccata fu Sona, ma per quanti sforzi operassero gli Austriaci non sarebbero riusciti ad impadronirsene, se Sommacampagna, nello stesso momento assalita, non avesse dovuto cedere, impotente a resistere a nemico tanto superiore.

 

 

Più a sinistra gli imperiali si resero padroni di Custozza, per la qual cosa al meriggio del 23 l'oste tedesca era in possesso della magnifica posizione che si estende da Sona a Custozza. I Sardi si ritirarono ordinatamente a Sandrà e Pacengo, dove giungeva il generale De Sonnaz mollemente inseguito dal corpo austriaco di Thurn.

 

 

Così tutta la sinistra piemontese si trovò riunita continuando la ritirata verso Peschiera, contrastando passo a passo il terreno per dar tempo ai suoi equipaggi di sfilare, e verso sera bivaccava sulla riva destra del Mincio dove si trovava già la divisione Visconti che sembra senza ordine alcuno avesse abbandonato l'importante posizione di Valleggio affidata alla sua custodia.

 

 

Il giorno seguente De Sonnaz cercò di raggiungere Carlo Alberto muovendo per Borghetto e Volta. In questo primo giorno, quantunque vittorioso, il feld -maresciallo non raggiungeva tutto lo scopo che si era prefisso, poichè la sinistra dei Sardi sfuggiva intatta al minacciato sterminio.

 

 

Nella notte del 23 gli imperiali occupavano il terreno da Santa Giustina a Salionze, le alture di Sona, Sommacampagna e Custozza, prolungandosi verso Monzambano e Valleggio.

 

 

A Marmirolo, quartiere generale sardo, la confusione era al colmo. Bava, assente dal campo, non consigliava l'animo incerto del re, e più lontano ancora De Sonnaz valorosamente combatteva contro più possente nemico e riusciva a deluderne i disegni.

 

 

Fatalmente coloro che contornavano Carlo Alberto, lo persuasero che il maresciallo non avesse seco che parte del suo esercito, e convinti che un corpo di 20 o 25,000 uomini avesse attaccato Sona e Sommacampagna, fu ritenuto sufficiente di radunare a Villafranca le truppe che poco lungi accampavano, in modo che nel mattino del 24 circa 20,000 uomini si erano colà concentrati.

 

 

In questi frangenti giungeva al quartier generale, reduce da Governolo, il generale Bava, e conferito col re, fu adottato il piano di appoggiarsi solidamente a Valleggio e, fatto perno in quel punto, con una conversione a sinistra dell'intero corpo ributtare sul Mincio il nemico e così tagliarlo fuori da Verona, sua base d'operazione.

 

 

Pensiero certamente ardito e saggio poichè, riuscendo, era certa la disfatta degli Austriaci, se però, come ritenevasi, fossero stati solamente forti di 20,000 uomini e non già di più che 50,000 come erano dopo la congiunzione del corpo comandato da Thurn.

 

 

Così Bava decise di operare, reputando Valleggio chiave della posizione sulla quale si doveva aggirare le masse dell'esercito. Disponeva tosto che alcuni corpi vi si concentrassero ed ordinava che le brigate giunte nel mattino del 24, rapidamente movessero a quella volta.

 

 

Ignaro ancora che il generale Visconti con la sua divisione avesse abbandonato quel punto importante, non insistette, quando gli si disse che le truppe stanche dal lungo viaggio e da ventiquattr'ore di digiuno avevano necessità d'essere rifocillate.

 

 

Questo ritardo fu fatale, poichè nel mattino del 24 gli Austriaci, trovato sgombro Valleggio, lo occuparono immediatamente. Il piano combinato dal re non era più eseguibile, o per mandarlo ad effetto era mestieri riprendere con la forza Valleggio.

 

 

In quel giorno Bava era caduto nell'errore, d'altronde comune al quartier generale sardo, di supporre che il corpo, che aveva di fronte, fosse di 20 o 23,000 uomini; perciò non pensò a richiamare le due divisioni che bloccavano Mantova le quali, mentre si combatteva nei giorni successivi, rimasero inerti.

 

 

Se nella sua mente avesse balenato il pensiero che Radetzky, sempre vinto a pari forze dai soldati piemontesi, doveva per ottenere la vittoria condurre in campo un numero assai superiore di soldati; se il buon senso fosse prevalso ricordando di quali masse imponenti il nemico poteva disporre, è certo che si sarebbe evitato di commettere un errore così grave, come quello di valutare le forze imperiali tanto al disotto della realtà.

 

 

È vecchio precetto di guerra, doversi calcolare l'avversario assai più forte anche di quello che potrebbe essere, perchè così facendo si cercherà con ogni mezzo pareggiarlo o superarlo. Se, a somiglianza di Napoleone il grande, Carlo Alberto avesse ordinato di abbandonare il blocco di Mantova, e così riunire 50,000 uomini a Villafranca, quanto diversi sarebbero stati i destini del giorno 25 luglio! 

 

 

Eppure quei luoghi parlavano di fatti divenuti immortali, e non si aveva che ad imitare quanto il gran guerriero del secolo aveva in simile circostanza operato. Ma cosi non fu, ed anzi a tanto giunse la cieca credenza delle supposte poche forze di Radetzky, che non si pensò neppure di ordinare a De Sonnaz, giunto sul meriggio del 24 a Volta, di accorrere con le sue schiere a Villafranca in rinforzo dell'esercito: fu invece incaricato di eseguire una dimostrazione a Borghetto onde facilitare l'attacco di Valleggio che era stato risoluto per il giorno 25.

 

 

Radetzky, il 24 di mattina, progrediva con la sua avanguardia verso Salionze, dove giunto, facilmente ributtate le poche forze piemontesi colà appostate, immediatamente cominciava il passaggio sulla riva destra. Tutto il suo esercito progrediva nella medesima direzione, lasciando in tal modo il suo fianco sinistro e la sua retroguardia scoperti agli attacchi dei nostri.

 

 

Fu quello errore gravissimo del feld-maresciallo, poichè, come poco dopo avvenne, dovette precipitosamente riparare al difetto della mossa incauta. Senonchè, egli fidava forse nella irresolutezza sempre dimostrata durante tutta la campagna dai generali piemontesi, e non suppose che un concentramento di truppe assai potente potesse essere ordinato così presto in punto così vicino al suo esercito, che tranquillamente intanto sfilava per compiere il piano di prendere a rovescio l'armata italiana.

 

 

A Villafranca, dove si erano recati il re e i duchi di Savoia e di Genova, che tanto si distinsero in quelle memorabili giornate, si dava principio all'attacco. All'una e mezzo p . m . del 24 le brigate Guardie, Cuneo e Piemonte si mossero, e giunte a Pozzo Moretto, la prima di esse attaccava gli Austriaci, mentre la brigata Cuneo, progredendo sino a Fredda si affacciava al vallo di Scaffalo, e la brigata Piemonte avanzando più a destra fiancheggiata dalla cavalleria, assaliva Berettara.

 

 

Con impareggiabile slancio combatterono sopra ogni punto e, posti in rotta i nemici, ne fecero macello traendone prigionieri più di 1800, fra i quali 18 ufficiali.

 

 

La notte pose fine a quel glorioso combattimento. Le truppe austriache, così battute, formavano la retroguardia di Radetzky ed erano partite il giorno prima da Legnago per congiungersi all'esercito. 

 

 

Radetzky, sorpreso dall'aspro macello fatto dei suoi, timoroso per le sue stesse sorti e ragionevolmente dubitando che quanto egli meditava di eseguire a danno dei nemici, i medesimi felicemente compissero a sua rovina, sollecitamente arrestava la marcia delle sue colonne e, nella notte del 24 al 25, inviava ordini in tutte le direzioni per operare un cambiamento di fronte raggruppando il suo esercito fra Valleggio e Custozza.

 

 

Perciò sull'alba del dì seguente poteva disporre di 10 brigate di fanteria con più di 80 pezzi di artiglieria ed un numero grandissimo di cavalli, in modo che le sue forze nel giorno 25 sommavano a circa 55,000 uomini, disposte su di una linea non maggiore di 10 chilometri di fronte.

 

 

Queste disposizioni rivelano senza dubbio un abile generale, che nelle critiche circostanze conserva una mente calma ed un sangue freddo capace di rimediare all'errore commesso.

 

 

Egli però riteneva assai numeroso il concentramento dei Sardi, e non avendo ricevuto notizie da Mantova, suppose che la destra dell'avversario avesse abbandonato l'inutile blocco per congiungersi in una sola massa nei dintorni di Villafranca.

 

 

Nel suo spirito accadeva il contrario di quanto pensavano i generali italiani. Questi ultimi credendo di combattere un nemico forte di 20,000 uomini, ne trovavano più di 50,000; mentre l'Austriaco dubbioso di poter resistere a tutto l'esercito piemontese, non aveva di fronte che soli 20,000 combattenti.

 

 

Io non voglio descrivere quello che altri storici narrarono di questa battaglia, e quanto le tre brigate, che pugnarono il giorno innanzi sostenute dall'altra di Aosta e da poca cavalleria ed artiglieria, compirono di eroico nella difesa di Custozza e negli attacchi di Valleggio; nè dirò del valore spiegato dal re, dai suoi due figli, dal generale Bava e da tanti altri prodi che in quel giorno memorando si coprirono di gloria.

 

 

Per ben otto ore sostennero l'urto di tutta l'armata nemica forte di più del doppio, e facendo strage degli assalitori. Solo allora quando cominciò a cadere la notte, lentamente si ritiravano.

 

 

In quel giorno memorabile il duca di Savoia, alla testa della brigata Guardie, stette senza piegare contro due brigate austriache, che con numerosa artiglieria lo assalivano da tutte le parti. Saldo, immobile, senza scomporsi, ributtando alla baionetta il nemico che osava troppo accostarsi, resistette finchè le altre truppe ordinatamente si ritirarono, e poscia egli stesso indietreggiava senza lasciare dei suoi un prigioniero o un ferito lungo il non breve cammino.

 

 

La virtù guerriera dei nostri meravigliò lo stesso nemico; e con ragione diceva recentemente il generale Alfonso La Marmora in un suo ammirabile discorso alle Camere italiane, che la sconfitta di Custozza può essere reputata una vittoria, poichè essa provò una volta di più quanto sia grande il valore italiano.

 

 

Le perdite del nemico superarono del doppio quelle sofferte dai Piemontesi; ma la battaglia perduta influì pesantemente sullo spirito dell'esercito italiano che più non confidava in sè stesso.

 

 

Levato il blocco di Mantova, i Sardi si concentrarono a Goito. Un ultimo tentativo d'impadronirsi di Volta infelicemente riuscito, persuase il re ad ordinare la ritirata sull'Olio.

 

 

Radetzky però, poco sicuro dei vantaggi ottenuti a Custozza, e sapendo quanto prodi fossero i nemici che aveva potuto respingere ma che non aveva disfatto, offerse un armistizio proponendo che la linea dell'Adda dividesse i due eserciti.

 

 

Carlo Alberto non accettava quella proposta, sperando potersi mantenere dietro l'Olio; ma purtroppo i suoi soldati non erano più quelli di prima: essi avevano perduto la confidenza in loro stessi e nei capi che li comandavano, nè la parola tanto venerata e la presenza del re valevano a rialzarne lo spirito.

 

 

Ciò è forse da attribuirsi all'organizzazione difettosa di quell'esercito, e specialmente al modo di reclutarlo. Infatti pei suoi migliori ordinamenti l'esercito austriaco, vinto a Milano, fuggiasco da ogni angolo d'Italia, demoralizzato e quasi in rivolta, potè essere disciplinato nuovamente e riprendere l'offensiva; mentre il sardo, sempre vincitore, non mai battuto ma solamente respinto a Custozza, non trovò nella sua costituzione la forza di sopportare la sventura. Dobbiamo al generale Alfonso La Marmora, se oggi l'esercito italiano non è inferiore a nessun altro in Europa, poichè egli, ammaestrato dall'esperienza e dai lunghi e profondi studi, seppe riorganizzare quello del Piemonte dal quale esso nacque, dotandolo di quanto vi ha di migliore in fatto di leggi e di regolamenti.  

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