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STORIA DELLO ASSEDIO DI VENEZIA NEGLI ANNI 1848 E 1849

Per C. A . RADAELLI Colonnello nell'Esercito Italiano

 

Napoli - Dalla tipografia del Giornale di Napoli

Maggio 1865

 

 

Capitolo VII   

Capitolazione — Carlo Alberto cerca sorprendere Verona — Il Veneto cade in potere degli Austriaci — Operazioni delle flotte – Il generale Pepe in Venezia – E’ nominato generale supremo delle forze venete - Il generale Zucchi cede Palmanuova - Osoppo e Venezia resistono.

 

 

 

Padroni gli Austriaci del monte che domina Vicenza, sembrò a Durando inutile l'ulteriore difesa della città e, sebbene il municipio ed i cittadini lo esortassero a resistere preferendo la morte al servaggio straniero, nondimeno nell'interesse dell'umanità e per risparmiare novelle vittime in una lotta ormai divenuta impossibile, scendeva ad accomodamenti col vincitore.

 

 

Nella notte medesima segnava una capitolazione, per la quale gli era concesso di ritornare negli stati pontifici con l'intero suo corpo e con tutti gli onori della guerra, con promessa che sarebbero dall' altra parte rispettate le vite e le proprietà dei cittadini, obbligandosi in cambio a non combattere per tre mesi contro l' Austria.

 

 

In tal modo la causa italiana perdeva 12,000 uomini che per un lungo tempo più non comparvero in campo. Questo il frutto che raccogliemmo dal nostro nessun accordo, dalla divisione e dalle gelosie dei governi, e per conseguenza dei generali.

 

 

Le nostre forze furono partitamente sconfitte, mentre il glorioso ma fatale combattimento di Vicenza mostrava chiaramente che forse altra sorte sarebbe toccata alle armi nostre, se si fossero raccolte tutte fino dal principio sotto gli ordini di Durando.

 

 

Non è descrivibile il dolore della sventurata e nobile Vicenza, quando conobbe la seguita capitolazione. Non dirò le grida furiose, le imprecazioni scagliate contro il generale italiano. Egli aveva saggiamente operato.

 

 

Col trattato conchiuso la preservava da eccidi e dagli orrori che sarebbero seguiti se presa d’assalto dai nemici. È certo d'altra parte che Durando non doveva resistere, perchè morta in lui ogni speranza: e non avendo notizie di Carlo Alberto, era umanità, era un dovere per esso, ridotto in quegli estremi, di accettare onorevoli patti dal nemico.

 

 

Forse si sarebbe potuto evitare la caduta di Vicenza se i generali che guidavano l'esercito sardo, fossero stati uomini di altra tempra. L'esercito, vincitore a Goito, poteva marciare su Verona, e saputa per via la direzione che aveva preso il nemico, varcando l'Adige inseguirlo e infrangerlo contro Vicenza stessa che attaccava.

 

 

Un piano cotanto semplice non venne in mente a quei generali, o parve loro troppo pericoloso. Carlo Alberto, trovato Radetzky partito dalla sua posizione tra Goito e Mantova, avviava l'intero esercito a Rivoli, da dove, giunto il 10, risolveva tentare una sorpresa su Verona.

 

 

Sapeva dell'avviarsi del maresciallo con tutta l'oste sua contro Vicenza, ma in luogo di attaccare Verona il più presto possibile, lasciò passare un tempo prezioso, e si presentava sotto le mura di quella città, quando Radetzky, già vincitore di Durando, alla testa di 8000 uomini vi rientrava dall'altra parte.

 

 

Così, per la incapacità militare degli Italiani, Radetzky potè eseguire una pericolosa operazione, coglierne il frutto ed apparecchiarsi, ormai libero nel Veneto, alle maggiori offese che trassero poi a naufragio la causa cosi generosamente sostenuta da Carlo Alberto.

 

 

Caduta Vicenza, le provincie del Veneto, una ad una, vennero in potere del vincitore. Treviso con valore resistette per alcune ore contro il numeroso nemico, ma dovette cedere alle smisurate sue forze.

 

 

Ebbe patti onorevoli ed umani. Padova e Rovigo, impotenti a difendersi, aprirono le porte al tenente-maresciallo Welden che con un corpo di più che 15,000 uomini, aveva incarico d'impadronirsene. I loro difensori in gran parte ripararono a Venezia, e tra gli altri 4000 Romagnoli che più tardi passarono nuovamente sotto gli ordini del generale Ferrari reduce da Roma, dove si era recato dopo le subìte disfatte di Cornuda e delle Castrette.

 

 

Mestre, città a quattro miglia al nord di Venezia, collocata sul lembo della laguna a due chilometri da Marghera, cadeva essa pure nelle mani degli Austriaci; per la qual cosa in breve un cordone d'armati cingeva Venezia da ogni parte, lasciandole solamente libero il mare, protetto dalle flotte alleate.

 

 

Però gli ordini avuti dall' ammiraglio Albini di rispettare Trieste reclamata dalla Germania come parte integrante della confederazione, e di lasciar libera la navigazione al commercio, riducevano l'azione delle squadre italiane a ben poca cosa.

 

 

Esse erano ferme a Pirano da dove alcuni legni s'inviavano tratto tratto ad incrociare nel golfo di Trieste.

 

 

Accadde in quei giorni un fatto cui brevemente accennerò. Una nave mercantile italiana, costretta da forte burrasca riparava a Pirano tentando di ancorarsi ad una certa distanza dalla città. Gli Austriaci del presidio la predarono sotto gli occhi del naviglio italiano.

 

 

Da questo allora staccavasi una lancia per reclamare il bastimento catturato, la quale fu accolta dal fuoco dei nemici in onta alla bandiera bianca spiegata da Conti, l' ufficiale che la comandava. Questo indegno procedere indispettì il Conti così che, abbassato il bianco vessillo, a voga arrancata dirigevasi verso la nave prigioniera.

 

 

Fu allora che l'ammiraglio Albini, visto il pericolo del Conti, inviava ad appoggiarlo altre lancie ed un vapore, i quali legni, sotto il fuoco nemico, ripresero la nave e la condussero a salvamento.

 

 

Il giorno 6 la flotta ancorava a lungo tiro da Trieste, e quantunque le palle delle batterie non giungessero a colpirla, nondimeno i nemici non cessarono un istante dal loro fuoco. Questa guerra ingloriosa ed inutile era la conseguenza della politica incerta e timida che allora governava il gabinetto di Torino. Le istruzioni date all'ammiraglio erano di non attaccare i porti nemici, limitandosi a tener sbloccata Venezia dal lato di mare.

 

 

Albini, rodendosi in cuore per aver legate le braccia, volle almeno tentare di abbattere alcune fortificazioni che gli imperiali avevano eretto a Caorle. Inviava perciò il Villarey con la fregata Beroldo ed alcune péniches venete, ordinandogli di distruggere i nuovi lavori.

 

 

Senonchè la flottiglia già vicina a Caorle, impotente a resistere ai flutti del mare burrascoso che la spingevano a sicura perdita, dovette ritirarsi senza avere nulla tentato. Pochi giorni dopo Persano, comandante il Daino, dava fondo a circa 600 metri da Caorle e cominciava a fulminare le batterie nemiche.

 

 

Il dì seguente, ritornatovi con alcune cannoniere venete, e postele in battaglia, cominciava il fuoco. Ciò avveniva il giorno 13 giugno, quando per ignoto accidente essendosi appiccato il fuoco alla santa-barbara della cannoniera Furiosa, saltava questa in aria, uccidendo tutto l'equipaggio, meno il bravo comandante Tommaso Bucchia che, lanciato a molta distanza nelle onde, potè essere salvato.

 

 

Pertanto si continuava a combattere e, ridotte al silenzio le batterie della costa, il Persano si allontanava da quei pericolosi paraggi. Il giorno stesso che accadeva questo combattimento, il brigadiere di marina Cavalcanti, aiutante di campo del re di Napoli, portava l'ordine alla flotta napoletana di ritornare in patria.

 

 

L'ammiraglio Albini si era deciso frattanto a dichiarare il blocco a Trieste, e preveniva i consoli delle nazioni estere che esso comincerebbe col giorno 15 giugno. Mentre questo avveniva sul mare, il generale Pepe, abbandonato dal suo corpo d'armata aveva passato il Po e si dirigeva per Rovigo verso Padova seguito solamente da due battaglioni di volontari comandati dai maggiori Materazzo e Vaccaro, e da uno di cacciatori che il suo amico Ritucci guidava.

 

 

Questi cacciatori ed una batteria sotto gli ordini del Boldoni furono i soli regolari napoletani che non obbedirono alle ingiunzioni del Borbone. Le forze di questi battaglioni ascendevano a circa 1500 uomini, aiuto non piccolo nelle angosciose circostanze di Venezia.

 

 

Pepe fu salutato con affetto e venerazione dall' intera popolazione ed il governo, memore del suo patriottismo, della invitta fede da lui serbata ognora alla causa nazionale, lo nominava il 15 giugno comandante in capo di tutte le forze del Veneto.

 

 

Colla caduta di Vicenza e col dominare degli Austriaci in tutto il Veneto, essendosi cambiata completamente la condizione politica di Venezia, Manin e i suoi colleghi credettero dover prorogare la convocazione dell'assemblea dei deputati, che definitivamente fu decretata per il 3 luglio.

 

 

Questa misura si ritenne necessaria, perchè il governo potesse essere in caso di delineare esattamente la situazione di Venezia, sia come parte belligerante, sia nei suoi rapporti politici con gli altri stati d'Italia e d'Europa, e mostrare quali fossero le speranze di un intervento francese, che ritenevasi ancora indubitato.

 

 

Il giorno 25 di luglio Palmanuova capitolava. Mai attaccata, e solamente fino allora bloccata, questa fortezza, provvista di abbondanti munizioni e di viveri e forte di un presidio di circa 1800 uomini, senza gloria alcuna e senza resistenza cedeva al nemico che rimaneva sorpreso a tanta ventura.

 

 

Il decrepito Zucchi, nella guerra del Veneto, poco o niente illustrò il suo nome, e forse fu una delle cause precipue della disunione, ed anzi della discordia che divise i municipi ed i condottieri dei corpi armati.

 

 

Zucchi, dopo la resa, doveva necessariamente passare al servizio di Pio IX e seguirlo nella sua fuga al campo nemico. In tutto il Veneto solamente Osoppo si manteneva.

 

 

Il Cadore, cinto da ogni parte, senza speranza di soccorsi, dovette cedere. Calvi che comandava quegli indomiti alpigiani, li sciolse dai legami militari, e li  inviò alle loro case, facendo però balenare ai loro occhi la speranza di vicina riscossa.

 

 

Egli, seguito da alcuni, passando attraverso le squadre nemiche, giungeva a Venezia, dove ebbe dal governo l'incarico di organizzare la legione delle Alpi che in seguito tanto doveva distinguersi. Nel fine di giugno, nel Veneto, la guerra contro l'Austria si riduceva ad Osoppo ed a Venezia, la quale ultima seppe vittoriosamente rispondere alle assurde e sciocche calunnie oltramontane che tacciavano gli Italiani di mancare di costanza e di unione.

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