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STORIA DELLO ASSEDIO DI VENEZIA NEGLI ANNI 1848 E 1849

Per C. A . RADAELLI Colonnello nell'Esercito Italiano

 

Napoli - Dalla tipografia del Giornale di Napoli

Maggio 1865

 

 

Capitolo VI

Provvedimenti militari in Venezia -- La fusione - Considerazioni sulla medesima — Padova, Vicenza, Treviso e Rovigo si fondono col Piemonte — Decreto per l' elezione dei deputati — Manin e suoi errori — Condizioni finanziarie — Doni alla patria , collette etc. — Provvedimenti amministrativi — Piano di Radetzky - Curtatone - Battaglia di Goito - Resa di Peschiera - Radetzky marcia contro Vicenza - Attacco di Vicenza – Cialdini ferito 

 

 

 

Frattanto a Venezia il governo attendeva all'organizzazione dello stato. Per cura del tenente-colonnello Sommini dei vecchi soldati che avevano servito nei granatieri austriaci venne organizzato un eccellente battaglione di gendarmeria. Questo corpo rese in seguito importanti servigi, e specialmente si distinse per la sua disciplina e per la sicurezza interna, che durante il lungo assedio seppe mantenere.

 

 

Il personale della marina fu accresciuto di nuove leve: il bel corpo di artiglieri comandati dal maggiore Angelo Marchesi, attirò le cure speciali del ministero. Le legioni di guardia mobile che poscia si convertirono in reggimenti di linea, vennero reclutate con premura. Ottimi ufficiali, fra i quali ricordo i colonnelli Vandoni e Brugnotti, attendevano alla loro formazione. I forti furono restaurati e posti in stato di buona difesa.

 

 

Specialmente Marghera, il più importante di essi, che era affidato al generale Rizzardi, fu munito di grosse artiglierie, e per renderlo più sicuro, al suo fianco sinistro a circa duecento metri di distanza, se ne eresse un altro minore, armato di sei pezzi da 24, che difendeva la gola dell'opera principale.

 

 

Questo forte fu battezzato col nome dello stesso Rizzardi che ne ordinava la costruzione. A queste indispensabili opere per la più parte dirette da ufficiali di marina e specialmente dal Marchesi per l'armamento e dai maggiori Chiavacci, Ponti e dal capitano Merlo per la parte del genio militare, attendeva con alacrità il ministro per la guerra, in modo, che nel principio di maggio Venezia era posta in conveniente stato di difesa.

 

 

Oltre a questi lavori puramente militari il governo provvedeva altresì alla parte politica ed amministrativa dello stato. I cittadini Aleardi e Tommaso Gar furono spediti quali rappresentanti presso il governo francese.

 

 

Paleocapa ed il conte Gherardo Freschi ebbero missioni a Torino ed al campo di Carlo Alberto. Altri ancora furono incaricati presso i vari stati della Penisola con istruzione di rendere più vivo e più solido il fraterno legame ed il mutuo concorso nella guerra d'indipendenza che combattevasi.

 

 

Intanto la consulta di stato si era riunita per compilare la legge elettorale: e siccome si rendeva necesşaria che l'influenza morale, che esercitar doveva il governo di Venezia nelle annesse provincie di terraferma, fosse aiutata dal potere consultivo; così la giunta col suo voto appoggiava i decreti emanati, autenticando le decisioni prese nel comune interesse.

 

 

Saggia fu quella misura, poichè sottrasse il Veneto alle funeste discordie, che forse sarebbero prevalse in causa della forma repubblicana adottata nel 22 marzo. Ed invero, se Venezia per le sue gloriose memorie preferiva il governo repubblicano al regio e ricordava i suoi quattordici secoli di libero reggimento quantunque aristocratico, per cui nessuna tradizione la legava a dinastie dominanti; nelle altre città di terraferma il legittimo orgoglio delle stupende tradizioni venete non impediva, direi quasi, l'intuizione dell'avvenire d'Italia, e sin d'allora si considerava come avviamento all'unificazione nazionale la fusione, propugnata anche in Lombardia, col regno subalpino.

 

 

Oltre a ciò il fascino che esercitava sull'animo dei più lo spettacolo d'un re che, assieme ai suoi figli ed alla testa del suo esercito, aveva proclamato l'indipendenza della nazione; l' idea fors'anco del pericolo che alle provincie di terraferma sovrastava più ancora imminente che alla città delle lagune; il timore infine che le forme repubblicane adombrassero il mondo diplomatico e lo stesso re Carlo Alberto, furono cause tutte che spingevano alla fusione.

 

 

Fatto stà che fino dagli ultimi giorni di aprile, questa tendenza prevaleva nell'opinione pubblica e maggiormente crebbe in forza quando le armi italiane subirono i primi disastri di Sorio e di Cornuda.

 

 

La consulta veneta non sapeva por freno a questa aspirazione generale, sebbene Manin l'avesse posta a parte del pensiero del governo di affidare, cioè, al parlamento, che si doveva in breve radunare, la facoltà di sancire le forme repubblicane o di fondersi col regno subalpino.

 

 

Siffatto divisamento non proveniva da interessi municipali o da soverchio affetto all'esistente governo, che per mantenerlo si volesse sacrificare il bene d'Italia; ma si riteneva più nobile e più dignitoso che il paese pacatamente e con atto pubblicamente e legalmente deliberato nel seno di un'assemblea rappresentativa, decidesse delle sue sorti, anzichè per pubbliche sottoscrizioni nella concitazione del momento.

 

 

Era per tal modo esclusa l'idea che si cedesse a pressioni esercitate da paura o da pericolosi e talvolta per soverchio zelo malcauti fautori che predicavano la fusione ad ogni costo. Invece si credeva operare come conviene a popolo illuminato e degno della libertà, alla quale si sentiva disposto di tutto sacrificare.

 

 

Una ragione di qualche rilievo era posta in campo dai partigiani della fusione. La diplomazia, nemica a Carlo Alberto, spargeva sospetti e calunnie che trovarono credenza in Europa, dicendo essere il re di Piemonte disceso in campo contro l'Austria per soli motivi di ambizione e per sete di maggiori domini, cogliendo il destro della debolezza e di una suprema crisi dell'impero, per strappargli ricche ed agognate provincie.

 

 

E si aggiungeva che il re copriva i secreti divisamenti con ogni cura sotto il manto di patriottismo e di cavalleresco entusiasmo. Queste insinuazioni perverse e bugiarde gli suscitarono contro la diffidenza dei vari governi d'Europa e specialmente di quello di Parigi.

 

 

Il governo sardo riteneva perciò che la spontanea, immediata fusione delle popolazioni lombardo-venete fosse rimedio sufficiente a confondere e ridurre al silenzio le maligne e stolte insinuazioni.

 

 

Da questo convincimento nacque l'affaccendarsi di quel gabinetto e dei suoi emissari che, come spesso avviene in simili congiunture, mostrarono uno zelo ed una imprudenza tale, che in luogo di giovare al vero interesse del re e dell'Italia, furono causa di dissensi, ed offersero in seguito il pretesto agli altri principi italiani per legittimare la loro avversione alla guerra d'indipendenza.

 

 

Non dirò certamente che il Borbone di Napoli sia stato indotto allo spergiuro e a tradire il suo popolo, dalla gelosia di un accrescimento di territorio al regno subalpino. Egli aborriva per natura qualsiasi libero reggimento, e se cedette ai tempi ed alle circostanze accordando una costituzione, lo fece perchè stretto dalla necessità, inteso a spiare il momento propizio per riacquistare l'assoluto potere. Però cercò valersi di quel pretesto a scusare il suo tradimento.

 

 

Pio IX stesso mostrò gelosia e diffidenza, ed accusò di ambiziose mire il re di Sardegna. La fusione meditata gliene fornì il motivo. Il governo di Venezia si accorse del male che quella politica produceva in Italia, e risolveva di non lasciarsi trascinare ad un atto precipitoso e di nessuna utilità pel momento.

 

 

Questa deliberazione, dettata dal sentimento della propria dignità, era consona al volere della popolazione di Venezia, la quale, se ne togli una piccola frazione che voleva la fusione immediata, aderiva completamente alle viste esternate da Manin, comentate dai giornali e da numerosi opuscoli che quotidianamente uscivano sull' argomento.  

 

 

I Veneziani, quantunque amassero la forma repubblicana del loro governo, erano pronti a sacrificarla, come poscia avvenne; ma non volevano essere a ciò costretti da tumulti di piazza o da emissari che andavano promettendo soccorsi e spargendo calunnie contro Manin, e contro Venezia stessa che accusavano esser causa dei disastri toccati alle armi venete.

 

 

Costoro agivano contro l' interesse comune, illusi da un idea che non sarebbe stata contrastata, se la guerra con più fermezza e concordia fosse stata proseguita. Non è una colpa per i Veneziani l'affetto che allora mostrarono alle gloriose memorie della loro città.

 

 

Era impossibile che quel popolo dimenticasse il proprio passato; quando le tradizioni, i monumenti e per così dire ogni pietra gli ricordavano le vittorie, la prosperità e la grandezza della caduta repubblica.

 

 

Nè dobbiamo dimenticare che acclamando la repubblica, era appunto a questo glorioso passato, anzichè ad una forma particolare di governo, che i Veneziani applaudivano. E lo provò infatti anche più tardi lo stesso Manin, quando, disdetta la fusione per non soggiacere alle conseguenze dell'armistizio Salasco, allontanò da Venezia taluni che vi si erano recati a far propaganda d'idee repubblicane.

 

 

Altre considerazioni meno nobili, ma però più atte a colpire le deboli immaginazioni, erano poste in campo dai mestatori politici della fusione. Dicevano apertamente che il re di Piemonte non avrebbe affrontato le schiere austriache per crearsi un governo repubblicano ai confini; che era naturale che egli lo avversasse e lo disapprovasse, non potendo sopportare che per opera sua e pei suoi sacrifici acquistasse libertà un paese, che si era dichiarato contrario alla monarchia colla forma di governo che si era data.

 

 

Queste voci si appoggiavano al fatto che l'esercito sardo rimaneva lungo il Mincio senza spedire un corpo regolare nel Veneto, il quale, fatto di sè centro ai numerosi volontari, poteva facilmente impedire al Nugent di invaderlo.

 

 

Soprattutto poi accresceva forza e dava peso a queste declamazioni la inesplicabile immobilità del corpo di Durando il quale, varcato il Po sul finire di aprile, in luogo di accorrere nel Friuli,si era accampato ad Ostiglia, formando cosi l'estrema destra dell'esercito regio.

 

 

L'invasione poco contrastata del Nugent; la guerra mal combattuta contro questo generale che, passato l'Isonzo e presa Udine, attraversava vittorioso le provincie del Veneto; la nessuna concordia nei generali italiani, che però ingiustamente erano tacciati di poco patriottismo; la dimostrata indipendenza dei rispettivi corpi e quindi le parziali sconfitte; la indisciplina dei volontari o crociati, come allora si chiamavano, produssero tale uno sgomento nelle popolazioni e nei municipi, che in luogo di cercare in sè stessi rimedio e forza sufficiente per combattere e vincere, riposero unicamente le loro speranze nell’esercito regio dal quale attendevano la loro salvezza, perchè l'avevano veduto, vittorioso in tanti combattimenti, stringere d'assedio Peschiera.

 

 

Quando si conobbero le defezioni del re Borbone e del Pontefice; quando si seppe che l'esercito napoletano raggiunta Bologna e già disposto a varcare il Po, avuto l'ordine di retrocedere, obbediva, lo scoraggiamento giunse al colmo, e credendosi nessun'altra via di salute rimanere all'italiana indipendenza, che la tanto predicata immediata fusione col Piemonte; i reggitori delle provincie di Padova, Vicenza, Treviso e di Rovigo si riunivano e, di comune accordo, deliberarono indirizzare al presidente del governo di Venezia una rimostranza in data del primo giugno, nella quale, dopo riassunte le condizioni miserande del Veneto, dimostravano l’impossibilità di resistere all'Austriaco e quindi unica salvezza la fusione col Piemonte.

 

 

Esternavano la speranza che Venezia avrebbe aderito ad una tale misura resa oramai necessaria e conchiudevano che, se per il 3 giugno, Venezia non avesse preso una deliberazione, il giorno 4 dello stesso mese, i delegati delle quattro città si sarebbero recati a Torino allo scopo di compiere la fusione delle provincie che rappresentavano.

 

 

Questa lettera, dettata in parte dal timore di cadere nelle mani dell'Austria, come infatti pochi giorni dopo avveniva, minacciava Venezia ed il suo governo di essere abbandonati dalle città sorelle di terraferma anche quando perdurassero nel proposito di far votare da un'assemblea quale dovesse essere il destino del paese.

 

 

Manin ed i suoi colleghi non potevano accettare simile intimazione, poichè aderendovi avrebbero scapitato nella opinione dei Veneziani, più sicuri della propria sorte per la forza stessa della loro città. Quindi decisero di rimanere fermi nel fatto proponimento, e dimostrare che nessuna considerazione poteva smuoverli dal tranquillo e legale contegno che il governo si eri imposto.

 

 

D'altronde riflettevano che, se la fusione avesse recato immediato vantaggio alle provincie venete e se Carlo Alberto accorresse col suo esercito in loro soccorso, certamente i Veneziani non tarderebbero a seguire l'esempio delle città di terraferma: ma invece il re impotente a frazionare il suo esercito a fronte di un nemico divenuto superiore, non avrebbe adottato un modo di guerreggiare reputato pericoloso, anche quando l'esercito, abbandonando la linea del Mincio, avesse potuto senza pericolo recare la guerra nel Veneto.

 

 

E questa ultima opinione, esternata in aprile nei consigli del re dall'eroico Alessandro La Marmora e dal De Sonnaz, avea trovato avversari possenti, i quali ottennero che fosse adottato un piano affatto contrario, quello fino allora con così poco vantaggio seguito.

 

 

La questione era dunque affatto militare, e doveva decidersi sul Mincio, tra gli eserciti belligeranti. L’accettare la fusione era d'altronde bisogno generalmente sentito, poichè scorgevasi se non fosse altro, anche in caso di disastro, un precedente politico diplomaticamente vantaggioso nel diritto che da quella sarebbe emerso al re sardo in caso di eventuali trattative internazionali.

 

 

Si dissentiva solo nel modo di eseguirla. E forse sarebbe stato assai più giovevole alla causa italiana, ed al Veneto specialmente, se gli uomini che reggevano le sue città, in luogo di discutere di politica, ravvivando lo spirito delle popolazioni e fatto con ogni loro possa denaro ed armati, avessero ingrossato il corpo di Durando, e resa sicura la posizione militare di Vicenza.

 

 

Si preferì invece discutere; si credette salva la patria quando la fusione fosse votata, e si dimenticò che in una rivoluzione è prima necessità rendersi forti in casa propria, senza porre grandi speranze negli aiuti lontani che ordinariamente non giungono mai.

 

 

Ed infatti, se sotto i suoi ordini Durando avesse potuto raccogliere, come era possibile, 30,000 uomini, invece di capitolare dopo una gloriosa lotta sostenuta contro tutta l'armata austriaca, non sarebbe egli forse, come la prima volta, riuscito vincitore da quella memorabile prova, e respingendo Radetzky a Verona, non avrebbe signoreggiato tutto il Veneto fino all'Isonzo?

 

 

Così non fu, e le sorti italiane dovevano miseramente perire. La fusione, votata da molti più per paura che per convinzione, secondata dai soliti mestatori politici, fu una delle cause che trassero a rovina la guerra del 1848; poichè la gioventù, in luogo di armarsi, si persuase a confidare nell'esercito sardo, che si proclamava invincibile.

 

 

D'altra parte Venezia per la sua posizione topografica facilmente si poteva difendere: essa era al coperto di qualunque colpo di mano che il nemico volesse tentare; e ciò si sapeva dalla popolazione, la quale giudicava delle cose con meno precipitazione e con più calma.

 

 

Inoltre gli uomini che la governavano, e specialmente Manin, erano forniti di non comune fermezza, come seppero in seguito dimostrare. Essi risposero ai delegati delle provincie nel seguente modo:

 

 

 

 

Venezia. giugno 1848

Mettendo per il momento da parte qualunque riflessione sui fatti che precedettero e motivarono la vostra lettera, come sulle circostanze in mezzo alle quali ce la indirizzaste, ci limiteremo ad annunciarvi che abbiamo risoluto d'interrogare la volontà del popolo a mezzo di un'assemblea che sarà convocata per il 18 corrente. Scriviamo nel medesimo tempo a Calucci , nostro rappresentante presso il governo lombardo,  perchè egli ci rappresenti, al bisogno, nelle deliberazioni che la stessa vostra lettera accenna.

 Il Presidente

TOMMASEO   MANIN

 

 

 

 

Questa lettera giungeva lo stesso giorno ai delegati delle quattro città i quali, secondo le istruzioni che avevano avute dai loro municipi, partivano alla volta di Torino per operare la immediata fusione. Lo stesso giorno 3 giugno, il governo di Venezia, fedele alla sua promessa, emetteva, accompagnato da una lunga esposizione dei motivi che lo consigliavano, il seguente decreto:

 

 

È convocata a Venezia un'assemblea di deputati di questa provincia che: 1º  Deciderà se la questione relativa alla nostra condizione politica attuale deve essere risolta immediatamente oppure a guerra finita;  2º   Deciderà, nel caso che fosse votata una ri soluzione immediata, se il nostro territorio deve formare uno stato separato oppure fondersi col Piemonte; 3°   Rimpiazzerà o confermerà i membri del governo provvisorio attuale. Le sedute si terranno in una delle sale del palazzo ducale e cominceranno li 18 giugno corrente. Il modo di elezione dei deputati è determinato da un decreto speciale .

ZENNARI  - MANIN – PALEOCAPA

 

 

 

L’idea della fusione col Piemonte diveniva sempre più popolare in Venezia, ed aveva caldi propugnatori nel governo medesimo. Lo spirito municipale era quasi del tutto sparito, ed ognuno comprendeva che l'Italia non poteva essere indipendente se non allorquando tutta raccolta in possente regno.

 

 

Il pensiero che Venezia potesse risorgere a vita di repubblica come per il passato, non trovava partigiani che in pochi illusi o in coloro che, fingendosi liberali e patrioti, cercavano ridestare lo spento municipalismo e far cosi gli affari dell'Austria.

 

 

Il decreto della convocazione dell'assemblea fu dovunque accolto con favore, e già si sapeva che il voto dei deputati sarebbe stato per la fusione. Nessun disordine di qualche entità ebbe luogo in questi giorni di aspettativa, e fino all’aprirsi della discussione bastò la sola voce di Manin per contenere il popolo nei limiti del dovere.

 

 

Egli lo istruiva dall'alto del verone del palazzo governativo, e gli rammentava che una nazione che si rispetta, deve usare del suo diritto nel fare una buona scelta dei suoi rappresentanti e che questi eletti soli avevano la facoltà di decidere dei destini della patria.

 

 

La parola usata dal Manin, talvolta acerba, tal volta persuasiva, sempre concisa e robusta, fu sufficiente a sedare qualunque dimostrazione, qualsiasi tumulto che le passioni eccitate, il timore del proprio avvenire ed anche le arti dei nemici cercavano suscitare nella città.

 

 

Giammai uomo, quanto il Manin, in difficili e dolorose circostanze come quelle alle quali soggiacque Venezia, seppe conservare una popolarità, un prestigio, un' autorità incontestata. Sapevasi da tutti che Manin, repubblicano di principi, avrebbe sacrificato la sua opinione al vantaggio del proprio paese; e quantunque, se lo avesse voluto, potesse disporre di un partito possente per conservare in Venezia il governo repubblicano, nessuno dubitò giammai della sua onestà, del suo patriottismo.

 

 

Egli seppe sempre mostrare quanto bene fosse in lui collocata la fiducia dei Veneziani. In quei giorni di generale costernazione, aiutato da Tommaseo e dagli altri membri del governo, prese acconcie misure perchè la tranquillità non fosse turbata.

 

 

Le arti nemiche cedettero, e la temperanza politica ed il buon senso di quel popolo furono ammirabili, mentre le notizie di disastri, di defezioni e di disfatte si succedevano rapidamente.

 

 

Però, quantunque brillanti e molte fossero le virtù di Daniele Manin, gli mancava alcuna delle più necessarie ad un capo di governo. La previdenza dell'avvenire e l'apparecchiarsi a far fronte alla sventura furono, in quei primi mesi di libero reggimento, dimenticati.

 

 

Per la qual cosa, quando giunsero tempi difficili, Venezia possedeva scarso numero di soldati, e quello che ancora era più deplorabile, le sue forze marittime erano infinitamente inferiori alle austriache.

 

 

Manin aveva forse troppa fede nella stabilità della fortuna italiana, e divideva l'opinione di molti che l'impero non si poteva rialzare dalla sua rovina. Egli confidò troppo negli aiuti dei principi italiani i quali , meno Carlo Alberto, defezionarono tutti: credette con soverchia buona fede all'alleanza delle nazioni liberali d 'Europa e specialmente di Francia ed Inghilterra, illudendosi sui principi rivoluzionari con ostentazione proclamati dal governo repubblicano di Parigi.

 

 

Tristi e ben povere erano le condizioni finanziarie di Venezia: i pochi milioni trovati nelle casse erariali erano da lungo tempo consumati: le contribuzioni indirette e le somme inviate dalle provincie del Veneto ( circa due milioni) esaurite negli urgenti bisogni dello stato.

 

 

A riempire il vuoto dell'erario, si dovette ricorrere a prestiti che si contrassero di tre milioni col comitato della strada ferrata, di un mi lione e mezzo con la banca nazionale e quindi di sei milioni con i cittadini più ricchi dello stato.

 

 

Si alienarono i beni demaniali e si ricorse alla carità cittadina che non fu sorda. Il popolo, commosso ai discorsi di Gavazzi e di Ugo Bassi, recava quanto di pregiato possedeva, e furono viste donne poverissime offrire le suppellettili necessarie.

 

 

Gentili matrone, il fiore di Venezia, si recavano di casa in casa a raccogliere le offerte delle famiglie: altre questuavano nelle pubbliche vie, e furono somme cospicue quelle che ottennero dalla carità cittadina, in modo che si potè provvedere per qualche tempo ai bisogni dello stato senza ricorrere ai prestiti col municipio, che in seguito divennero indispensabili.

 

 

La polizia, tanto necessaria in un paese insidiato come Venezia, fu riorganizzata dall'abile mano del Vergottini. Tribunali, demanio ed altri rami di pubblica amministrazione regolarmente tornarono a funzionare; per la qual cosa in breve tempo si ricompose l'edifizio amministrativo, rotto e distrutto dalla rivoluzione del 22 marzo.

 

 

 

Avvenimenti importanti accadevano frattanto sul Mincio. Radetzky che, con la congiunzione al suo esercito del corpo del La Tour- Taxis, era ormai divenuto formidabile, temendo sulle sorti di Peschiera, strettamente assediata e quasi ridotta agli estremi per mancanza di viveri e per potenza delle artiglierie sarde dirette dal generale Rossi, risolse di tentare un colpo decisivo contro l'esercito nemico che stava accampato sulla lunga linea che si estende da Curtatone a Pastrengo.

 

 

A Curtatone si appoggiava l'estrema destra dell'esercito italiano, formata dalla divisione tosco-napoletana sotto gli ordini del generale Laugier: quel corpo si trovava quasi isolato, e solamente unito al resto dell'esercito da un debole distaccamento collocato a Goito.

 

 

Era pensiero del feld-maresciallo di attaccare i Tosco-Napoletani improvvisamente con forze assai superiori, disperderli prima che fossero soccorsi, e poscia, rimontando la destra del Mincio, spingersi con l'intero esercito su Goito, ed operando così alle spalle degli Italiani, distruggerne i depositi e rinchiuderli fra il Mincio e l'Adige.

 

 

Nello stesso tempo un convoglio di viveri, scortato da grosso nerbo di truppe, discendendo per Rivoli doveva cercare di vettovagliare Peschiera. Ardito era il piano che, eseguito con insieme e con energia , poteva decidere delle sorti della guerra e riconquistare all'Austria la perduta Lombardia; ma nello stesso tempo poteva riuscir fatale agli Austriaci medesimi, se Carlo Alberto, approfittando dell'azzardata mossa del feld-maresciallo, avesse operato energicamente sulla stessa sua linea di ritirata.

 

 

Fatalmente la irresolutezza e la mancanza di buone ispirazioni erano il difetto dei generali italiani di quel tempo. Meno male però che, quantunque il divisamento del vecchio maresciallo fosse basato su buoni precetti strategici, l' esecuzione mancò di rapidità.

 

 

A questo difetto ed al raro valore dei Tosco Napoletani e più tardi dei Sardi si deve attribuire se ebbe un risultato che poteva riuscire fatale agli Austriaci.

 

 

Nel giorno 28, Radetzky raccolse vicino a Mantova circa 30 ,000 uomini ai quali aggiunse parte del presidio della fortezza, portando cosi il suo esercito a più che 35,000 combattenti con numerosa artiglieria: però quel concentramento non sfuggì all'attenzione di Carlo Alberto e di Bava suo luogo-tenente, che ordinò tosto ad alcuni corpi di concentrarsi a Goito.

 

 

Nella notte dai 28 ai 29, Bava inviava pure avviso al Laugier dell'imminente attacco progettato da Radetzky, e gli ordinava di ritirarsi verso Goito, dove si disponeva sin d'allora la riunione del primo corpo d'armata.

 

 

Ma, sia per equivoco o per onorevole eccesso di fiducia in sè stesso e di spirito patriottico, o sia per altri motivi, l'ordine, che doveva esser giunto al campo toscano dopo mezzanotte, non fu eseguito.

 

 

Il giorno dopo, 29, gli Austriaci attaccavano con forze smisuratamente superiori Montanara e Curtatone e vi trovarono per molte ore una indomita resistenza; ma finalmente privi di aiuto e dopo aver subito enormi perdite, dovettero i Toscani cedere al numero ed abbandonare quelle posizioni con tanto eroismo difese.

 

 

Quella giornata, sebbene disastrosa, coperse di gloria i Tosco-Napoletani. Radetzky, compiuta così la prima parte del suo piano, doveva marciare sollecitamente contro Goito.

 

 

In quella vece il tempo scorse nei preparativi e nel riposo, e solamente il giorno seguente, alle ore 3 e mezzo p . m . le colonne austriache cominciarono l'attacco contro i Sardi che avevano avuto campo a concentrarsi in numero di circa 20,000.

 

 

La battaglia divenne generale e, quantunque sul principio gli Austriaci riportassero alcuni vantaggi sulla loro sinistra in causa della cattiva posizione dei Sardi, potè però la terza brigata mantenersi e dar tempo all'artiglieria di collocarsi sull'altopiano di Semenzari.

 

 

Da quel momento Radetzky perdeva il vantaggio, poichè sopraggiungeva il valoroso duca di Savoia alla testa di parte della brigata Cuneo, il quale spinte le sue truppe alla baionetta, pose il nemico in fuga cagionandogli perdite gravissime.

 

 

Il maresciallo cosi robustamente ricevuto, non sperando ottenere alcun successo, tanto più che una parte del suo esercito, guidata dal d'Aspre, non compariva, ordinò la ritirata che si effettuava con qualche disordine.

 

 

La notte sola pose fine all'inseguimento, rimanendo così la vittoria più completa agl'Italiani. In questa battaglia, dove l'artiglieria sarda si distinse per la sua perizia e per il suo coraggio, re Carlo Alberto ed il duca di Savoia pagarono della persona come semplici soldati, rimanendo ambedue leggermente feriti.

 

 

Gli Austriaci ebbero 3000 uomini posti fuori di combattimento, e gli Italiani 1000. A far più bella la giornata giungeva quella sera stessa la fausta notizia che, dopo respinti dal generale De Sonnaz gli attacchi che gli Austriaci avevano tentato su Bardolino e Colmasino onde vettovagliare Peschiera, il comandante di quella fortezza aveva nello stesso giorno capitolato lasciando 150 cannoni ed un'immensa quantità di munizioni.

 

 

Alla guarnigione austriaca, di circa 1800 uomini, vennero concessi gli onori di guerra ed imposto l'obbligo di non combattere per tutta la campagna contro l'esercito sardo. Così il 30 maggio segna negli annali della storia del Piemonte due splendidi successi, la vittoria di Goito e la presa di Peschiera.

 

 

Ma, fatalmente, quanto era avvenuto dopo Pastrengo, accadeva vinta la battaglia di Goito. In luogo di approfittare del vantaggio ottenuto e di marciare con l'intero esercito contro Radetzky, o almeno tentare di tagliargli la ritirata sull'Adige, i giorni che seguirono furono passati nell'inazione ed in riviste.

 

 

Carlo Alberto si recava a Peschiera onde ammirare la nuova conquista e farvi celebrare un Tedeum. Non così accadeva nel campo nemico. Il maresciallo accampava fra Goito e Mantova onde riposare le sue truppe, pronto a combattere coprendosi la fronte con grandi lavori in terra e con abbattute di alberi. Però, sapendo della sorte di Peschiera, e come quelle truppe che la cingevano di assedio, libere ormai erano avviate su Goito, non attese in numero inferiore l'assalto che Carlo Alberto progettava.

 

 

Nella notte del 3 al 4 giugno levava in fretta il campo e si riduceva a Mantova, dove risolveva di portare la guerra sul Veneto e rendersi padrone di Vicenza. Egli comprese che fino a tanto questa città e le altre del Veneto non fossero ridotte all'obbedienza, le sue comunicazioni col centro dell'impero sarebbero state sempre interrotte.

 

 

Finchè Durando teneva Vicenza, il maresciallo era chiuso nel quadrilatero, nè poteva col nemico alle spalle spiegare tutte le sue forze contro l'esercito sardo. Per le quali cose, il giorno 5, disposto l'esercito in tre colonne, l'avviava per Legnago a quella volta.

 

 

Il primo corpo prese la strada per Castelbelforte, Erbe, e Salizzolo e pernottò a Bovolone. Il secondo si avviò per Sanguinetto verso l'Adige e Legnago e passò la notte in quella città. La riserva seguiva a conveniente distanza.

 

 

Nel giorno 6, Wratislaw che comandava il primo corpo, varcato l' Adige si soffermò a Bevilacqua: il secondo corpo, passato l'Adige a Legnago, unitamente alla riserva andò a riposarsi a Montagnana. Nel 7, le truppe austriache non mossero dagli accampamenti: il successivo giorno furono a Barbarano, ed alla sera del 9 gli avamposti austriaci erano a poche miglia da Vicenza.

 

 

Aveva Radetzky sotto i suoi ordini circa 30,000 combattenti con 120 pezzi di artiglieria , ed aveva inoltre ordinato al tenente-maresciallo Welden di muoversi dal Piave, dove aveva raccolto un corpo di 15,000 uomini, e per Bassano portarsi sotto Vicenza e cingere dal lato della Brenta la città non preparata a così terribile assalto.

 

 

Ad ogni costo Radetzky voleva impadronirsi di Vicenza, sia per togliersi una continua minaccia alle spalle , sia per vendicare lo scacco sofferto dalle sue truppe il giorno 24 maggio. Dispose pertanto che il giorno 10 avesse luogo l'assalto generale.

 

 

L'esercito austriaco, diviso in due corpi, doveva marciare col primo all'attacco delle alture a sinistra della città, scacciarne i difensori e di là bombardare Vicenza; mentre il secondo corpo farebbe ogni possa per impadronirsi di porta Padova, e Welden cingerebbe Vicenza dall'altra parte, tagliando così la ritirata a Durando che, sconfitto, avrebbe dovuto deporre le armi.

 

 

A difesa della minacciata città il generale italiano disponeva di 6000 regolari fra Svizzeri e Romani e di altrettanti volontari: a queste forze devesi aggiungere qualche altro migliaio di Veneti e di cittadini che in quel giorno con ammirabile valore combatterono.

 

 

Pochi, ma ben serviti erano i cannoni; scarse le munizioni. Nondimeno, conoscendo il valore delle sue truppe, e confidando nella fortezza delle posizioni, sperava poter trionfare del nemico. Durando credeva che un corpo di 20 a 25,000 uomini lo attaccasse: non supponeva che lo stesso Radetzky con l' intera armata avesse imprudentemente abbandonato il quadrilatero e movesse ai suoi danni.

 

 

Dispose sagacemente che parte dei suoi Svizzeri sui quali più confidava, unitamente ad alcuni corpi di volontari, avessero la difesa dei colli, affidandone il comando a Massimo d'Azeglio ed al colonnello Cialdini che da pochi giorni era giunto a Vicenza. Le altre posizioni di porta S. Lucia , S. Bortolo , S. Croce e Castello, dove si estendevano i sobborghi, erano guardate da altri volontari, mentre il reggimento svizzero Latour, i carabinieri e i dragoni pontifici formavano la riserva.

 

 

Il primo assalto fu diretto dal generale Culoz in persona, che faceva attaccare il poggio di S. Margherita, difeso da un battaglione comandato dal maggiore Gentiloni. Aspro fu il conflitto, nel quale rimanendo ucciso il Gentiloni, gli Italiani scoraggiati si ritrassero alla villa Rambaldo, di dove dopo un vivissimo combattere furono sloggiati dalle preponderanti forze nemiche, potendo però ordinatamente ritirarsi a Baricocoli, dove Massimo d’Azeglio ed il Cialdini li raccolsero.

 

 

Alle 10 e mezzo a . m . il combattimento era generale. Un profondo burrone separa Baricocoli dalla villa Rambaldo dove erano gli Austriaci, per la qual cosa il solo cannone poteva combattere. Visto il poco effetto dell'artiglieria italiana, sebbene assai ben servita dagli artiglieri comandati dal Lentulus e dal Torre, il colonnello Cialdini si poneva alla testa di un battaglione svizzero ed attaccava alla baionetta i cacciatori tirolesi che lentamente pel burrone medesimo avanzavano.

 

 

Assalito con impeto il nemico, lo costringeva a ritirarsi, finchè i nostri mitragliati dalla artiglieria tedesca, dovettero indietreggiare. Fu in quell'occasione che il colonnello Cialdini ricevette nel ventre una palla d'archibugio e fu per morto trasportato alle ambulanze, con danno immenso degli Italiani, i quali perdevano in lui la mente direttrice, che forse avrebbe potuto mutare i destini della giornata.

 

 

Nei sobborghi si combatteva del pari vigorosamente e quantunque il d'Aspre, il Taxis ed il Welden facessero l'estrema lor possa onde sloggiare gli Italiani che difendevano le barricate, trovarono tale resistenza e tanto valore, che per quanto ripetuti ed arditi fossero i loro assalti, furono sempre respinti.

 

 

Radetzky allora, sperando risparmiare il sangue dei suoi, ordinava di collocare alcuni mortai e bombardare le posizioni assalite; ma fu inutile, poichè il danno recato non valse a mutare la sorte indecisa della pugna. Mentre però gli Italiani con prospera sorte combattevano al piano, la fortuna li abbandonava al monte.

 

 

Masi che comandava i Faentini, e Ceccarini alla testa degli Universitari, dopo aver resistito con vantaggio alle offese del generale Clam, furono al fine respinti quando le brigate Vollgemuth e Strassoldo si aggiunsero agli assalitori.

 

 

Massimo d'Azeglio che ricevuto avea un rinforzo di due compagnie svizzere della riserva, sperò di poter effettuare vantaggiosamente una carica alla baionetta, ma accolto da forza immensamente superiore ed attaccato dai cacciatori tirolesi, fulminato nei fianchi dalle batterie che il generale Culoz aveva collocato sulla collina, dovette anch'esso ritirarsi, inseguito dai Tirolesi, i quali giunsero al piede delle palizzate caricando gli Svizzeri che, sorretti da altri Italiani e riavutisi dallo scompiglio, coraggiosamente si difesero, uccidendo il colonnello Copal che comandava i nemici ed uno dei loro più valorosi ufficiali.

 

 

In questi frangenti Durando muoveva l'intera riserva sperando riacquistare la perduta posizione; ma Culoz, congiuntosi a Clam ed a Strassoldo e disponendo così di circa 12,000 uomini e numerose artiglierie, rese vano quel tentativo.

 

 

Alle 9 di sera le posizioni del monte, dopo undici ore di accanito combattere, cadevano in potere degli Austriaci. Il valore fu grande da una parte e dall'altra, ma la fortuna seguì i battaglioni più numerosi.

 

 

Però non era riuscito al nemico di penetrare nei sobborghi tante volte attaccati. In quel dì, volontari e cittadini, che ne difendevano gli accessi, si coprirono di gloria. Le perdite furono gravissime da una parte e dall'altra: gli Italiani ebbero più di un migliaio fra morti e feriti, il doppio gli Austriaci.

 

 

Radetzky salutava il suo primo trionfo scrivendo all' imperatore: ieri fu giorno di gloria per le nostre armi. Egli avea ragione, perchè quantunque tre volte superiore in numero, aveva trovato avversari tali da mettere in forse la vittoria.

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