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STORIA DELLO ASSEDIO DI VENEZIA NEGLI ANNI 1848 E 1849

Per C. A . RADAELLI Colonnello nell'Esercito Italiano

 

Napoli - Dalla tipografia del Giornale di Napoli

Maggio 1865

 

 

Capitolo V

Le squadre sarda e napoletana a Venezia — Loro operazioni — Nugent a Belluno — Welden respinto nel Cadore - Durando a Bassano - Montebelluna - Battaglia di Cornuda - Ritirata degl'Italiani sopra Treviso — Durando a Piazzola - Combattimento di Castrette - Treviso - Marce di Durando e del tenente-maresciallo La Tour-Taxis – La Tour respinto — Richiamo dell'esercito e della flotta napoletana – Il generale Guglielmo Pepe – Lettera di Leopardi — Memorandum Hammelauer. 

 

 

 

Frattanto nelle acque di Venezia comparivano le squadre napoletana e sarda che, unitamente alla veneta, furono poste sotto il comando dell' Albini, ammiraglio sardo. La veneta non possedeva che due corvette, Lombardia e Civica, due brigantini, Crociato e S. Marco, più un cattivo vapore-avviso al quale si erano adattati due grossi cannoni da 60. La napoletana contava cinque grosse fregate ed un brigantino di 20 cannoni, mentre la flotta sarda componevasi di tre fregate, due vapori ed una corvetta di 24 cannoni.

 

 

L'arrivo di questi legni fu festeggiato dai Veneziani illusi e fidenti nell'avvenire. Non sospettavano certamente gli ordini segreti che l'ammiraglio napoletano aveva ricevuto dal suo signore, di non attaccare in nessun caso gli Austriaci.

 

 

Solamente cominciarono i sospetti quando si seppe che quell'ammiraglio, incontrato per via il naviglio imperiale, senza molestarlo lo oltrepassò per giungere alle spiagge venete. Più tardi le squadre unite si spingevano verso Trieste, e vista in lontananza la flotta austriaca, cercarono raggiungerla; ma fu invano, poichè i nemici aiutati dai vapori del Lloyd poterono rifugiarsi in quel porto e sfuggire agli Italiani.

 

 

Albini intimava al governatore di Trieste che consegnasse le navi rifugiate, minacciando di bombardare la città; ma i consoli colà residenti, con alla testa quelli di Francia e d'Inghilterra, protestarono contro la minaccia dell'ammiraglio italiano, rendendolo responsabile dei danni che ne sarebbero derivati e dello sdegno delle potenze che rappresentavano.

 

 

Così la repubblicana Francia e la liberale Inghilterra coprivano l'Austria della loro egida. Albini non osò; e ritiravasi ad ancorare la flotta a Pirano, porto della costa d'Istria a 18 miglia da Trieste, dal quale poteva sorvegliare l'uscita degli Austriaci.

 

 

Cominciava il mese di maggio, e Nugent con le sue schiere si trovava accampato fra Pordenone e Sacile, attendendo i rinforzi che giornalmente gli erano spediti dalla Germania. Egli doveva scortare fino a Verona numerose batterie di campagna, di razzi, salmerie e viveri. Il suo corpo ascendeva a circa 20,000 uomini, e con esso doveva attraversare provincie insorte, ripiene di nemici i quali, uniti, superavano di gran lunga in numero i suoi battaglioni.

 

 

Titubante sulla via da prendere, decise finalmente di marciare sopra Belluno, dove avrebbe varcato il ponte del Piave e di dove sarebbe sceso a portare la guerra nell'alto Trevigiano. Con questo scopo, posta in movimento la sua colonna e giunto il giorno 4 maggio a Conegliano, ne lasciava parte a Susegana, rimontando col grosso delle truppe la sinistra del fiume.

 

 

A questa marcia si opponeva il bravo Palatini, bellunese, che alla testa di 400 uomini, fieramente combattendo, per più ore tratteneva l'avanguardia austriaca, finchè, essendo questa rinforzata dal generale Culoz, dovette battere in ritirata e, traversando Belluno non preparata a difesa, raggiungeva i corpi volontari che accampavano oltre il Piave.

 

 

Nugent ottenne senza resistenza alcuna il possesso di quella importante posizione. Non è certamente a lodarsi la lentezza del generale austriaco nel percorrere in molti giorni pochi chilometri di strada; senonchè, come dissi altra volta, credendosi egli troppo debole, attendeva che il tenente-maresciallo Welden gli avesse recato i rinforzi che marciavano per la strada del Cadore.

 

 

Costui però non riusciva nella tentata impresa; poichè, giunto sul Boite, torrente che dopo aver bagnata la valle di Ampezzo sgorga nella Piave, fu fieramente assalito da quei montanari aiutati da un corpo bellunese, e dovette retrocedere fino ad Acquabona al di là del confine italiano.

 

 

Questi avvenimenti indussero Nugent a marciare su Belluno; poichè pressato, come era, da Radetzky a congiungerglisi, gli parve conveniente proseguire in fretta prima che i corpi romani che da Ostiglia e da Ferrara accorrevano , si fossero fra loro concertati.

 

 

Da Belluno inviava Culoz coll’avanguardia su Feltre, dove giungeva il giorno 7 al meriggio. Così Nugent era padrone dei due passi importanti delle vallate della Brenta e del Piave, e poteva scegliere a sua volontà quella delle due strade che meglio gli conveniva, per marciare sul suo obiettivo che era Verona.

 

 

La prima di dette strade scorre lungo il fiume Brenta e passando per Primolano mette a Bassano; l'altra , sulla destra del Piave, per Onigo, Cornuda e Montebelluna si dirige pure a quella volta o, discendendo per Castelfranco e Cittadella, raggiunge Vicenza.

 

 

Era naturale che il punto importante per gli Italiani, e dove in guerra ben combattuta dovevasi attendere il nemico, fosse Bassano, che per la sua posizione comandava alle vie che il generale austriaco in qualsiasi modo doveva percorrere.

 

 

A Bassano lo si avrebbe potuto attaccare di fronte, se procedeva per la vallata del Brenta; di fianco, se percorreva l'altro cammino.

 

 

Frattanto il 29 aprile avanzava frettolosamente il generale Durando alla testa della sua divisione di Svizzeri, e conferito a Treviso col La Marmora, sapendo come il Nugent non si fosse ancora mosso da Sacile, divisava recarsi per Vidor e Oderzo minacciando così il fianco del nemico; ma poi, cambiato saggiamente pensiero, lasciato al La Marmora il comando delle truppe venete sparse lungo il Piave mediano e a Treviso, marciava con l' intera colonna su Feltre e Belluno.

 

 

Durando aveva indovinato la manovra degli imperiali e sperava prevenirli fortemente occupando quest'ultima città. Ma era troppo tardi, imperocchè partito il giorno 4 da Treviso e giunto il 6 poco distante da Onigo, seppe che Belluno era in potere del nemico, e che già la sua avanguardia spingevasi su Feltre.

 

 

Temendo allora che gli Austriaci si avanzassero per la valle del Brenta, retrocedeva e a marce forzate giungeva a Bassano, da dove distaccava un battaglione e poca cavalleria sotto gli ordini del colonnello Casanova per occupare l'importante posizione di Primolano.

 

 

In questo mentre giungeva il generale Ferrari con i suoi volontari a Treviso e, saputo il movimento del nemico e come il Durando si era appostato in Bassano, si affrettava di occupare Montebelluna, punto eccellente sulla destra del Piave, che per natura del terreno facile era a difendere.

 

 

Però il Ferrari, in luogo di radunare tutte le schiere disponibili in una sola massa, ordinava al generale Guidotti che con 3000 uomini difendesse il varco della Piave al ponte della Priula, e permetteva che altri numerosi corpi di volontari rimanessero a guardia del basso Piave.

 

 

Queste disposizioni per loro natura difettose lo indebolivano grandemente, senza raggiungere lo scopo; poichè già il nemico, col possesso di Belluno, era padrone del corso del fiume. Le forze italiane stavano così disposte: Durando con 7000 uomini circa, quasi tutti regolari, eccellenti ed agguerriti soldati, accampava a Bassano. Ferrari con 7000 volontari e qualche centinaio di dragoni cedutigli da Durando, era fermo a Montebelluna, spingendo i suoi avamposti a Cornuda. Guidotti con 3000 uomini guardava il Piave al ponte della Priula che era stato incendiato, e finalmente altri 4000 uomini circa erano sparsi lungo il basso del fiume, e di presidio a Treviso.

 

 

Il totale di queste forze raggiungeva i 20,000 uomini, che volendo era possibile portare a meglio di 25,000, qualora si fossero riuniti gli altri corpi dispersi nel Veneto. E' presumibile che con tali forze si poteva lottare con speranza di riuscita contro i 20,000 del Nugent, imbarazzati da innumerevoli salmerie, che erano costretti a proteggere.

 

 

Ma perchè la cosa riuscisse, era necessario che gli Italiani obbedissero al comando d'un solo e, fatto centro della difesa Bassano, colà si attendesse il nemico. Ciò non avvenne: e fu naturale che, parzialmente assaliti da forze superiori, tanto Ferrari che Guidotti dovessero soccombere.

 

 

Quali fossero le cause che indussero i generali italiani a trascurare siffatto concentramento, conviene rintracciare nella condizione generale della politica degli stati italiani; poichè abbiamo veduto essere in quella guerra molti i capi che comandavano, e ciascuno agire indipendentemente dagli altri.

 

 

In tutta la campagna del 1848 non vi fu mai unità di azione, per la qual cosa divisi e parziali sempre gli sforzi contro il nemico. Nel Veneto il generale Durando per valentia in battaglia, per cognizioni acquistate in tante guerre, per fama preclara, doveva essere prescelto a comandare le forze combattenti; ma ragioni politiche, miserabili intrighi ed invidie vi si opposero.

 

 

Egli, investito del comando delle truppe regolari pontificie, non aveva potere sulle legioni volontarie romane ubbidienti al Ferrari: nè tra queste e i battaglioni svizzeri regnava quella fiducia e quell'accordo tanto necessarî fra uomini che combattono per la stessa causa.

 

 

D'altra parte il generale Durando, abituato a servire in armate regolari, non poneva fiducia nei volontari, indisciplinati e perciò difficili a condurre ordinatamente, e temeva che l' esempio loro riuscisse dannoso agli stessi battaglioni delle regolari milizie.

 

 

Il generale Ferrari, prode della persona, dotato di non comuni virtù militari, comandava da circa due mesi i volontari romani che ascendevano ad oltre 10,000 uomini. Li guidava contro l’inimico sperando nel loro slancio, sapendoli valorosissimi; ma in cuor suo pensava che, se mai l’entusiasmo venisse a mancare, lo scoraggiamento avrebbe preso il luogo dello slancio, e avrebbe distrutto le sue forze.

 

 

I corpi veneti, dispersi ovunque vi era un borgo o una città da difendere, costituivano una interminabile, debolissima linea che in ogni punto poteva essere facilmente sfondata. Così in poca terra italiana, quando si trattò d'impedire il passaggio d’un corpo nemico, quantunque con forze superiori non si riportarono che sconfitte.

 

 

Carlo Alberto, spinto da una politica soverchiamente conciliativa, volle troppo rispettare i piccoli governi che si erano costituiti, e sebbene per forze recate in campo, per vittorie ottenute, per il prestigio della sua regale autorità e per la posizione conquistata egli potesse erigersi a dittatore delle cose italiane, non seppe fare o non volle o non l'osò, fidando forse troppo nelle sue armi e nelle arti diplomatiche dei suoi uomini di stato.

 

 

Il governo di Venezia non aveva acquistato ascendente morale sulle popolazioni, non aveva autorità oltre ai confini dell'estuario; mentre gli eserciti venuti da oltre Po avevano assunto un certo fare protettore da disgustare gli uomini seri che, non illusi dal vantaggio del momento, vedevano avanzarsi la procella e mancare le forze ad allontanarla.

 

 

Venezia non poteva imporre la sua volontà ai generali che comandavano in terra-ferma; per la qual cosa, senza piano comune, combattevano ciascuno per sè. Cause di ciò i governi e le popolazioni che ancora non sapevano spogliarsi di una vana autorità a vantaggio di una forte unità d'azione, le stolte gare municipali e gli odi di paese con paese che solamente la sventura doveva più tardi estirpare.

 

 

Nugent si muoveva da Belluno il 7 maggio, e la sua avanguardia, guidata dal generale Culoz, si imbatteva alle sei e mezzo p . m . del successivo giorno coi primi avamposti italiani sul Nasone a poca distanza da Cornuda.

 

 

L'intrepido Mosti di Ferrara comandava quel pugno di prodi che, assaliti da un numero sei volte superiore, fino a notte inoltrata combatterono senza retrocedere d'un passo, tanto che il Ferrari con 3000 uomini potè giungere in loro soccorso.

 

 

Quella notte le due parti bivaccarono sul campo di battaglia così vivamente disputato. Il Ferrari approntava ogni cosa per combattere nel seguente giorno, e spediva lettera al Durando pregandolo di soccorso perchè il nemico ingrossava continuamente, e perchè riteneva dover contendere con l'intero corpo austriaco.

 

 

Certo d'altronde che nessun ostacolo trattenesse il chiesto appoggio, sull'alba del 9 riappiccò la zuffa che divenne ben tosto generale. Nello stesso momento il corpo d'Austriaci, che era rimasto a Susegana, attaccava il Guidotti al ponte della Priula.

 

 

Cosi su due punti, a poche miglia di distanza, combattevasi contemporaneamente. Gli Austriaci ingrossavano di continuo e verso il mezzogiorno, già doppi in numero degli Italiani, spingevansi agli assalti.

 

 

Però imperterriti rimanevano i volontari, non cedendo d'un passo all’incalzante nemico. Vi fu un momento che uno squadrone di dragoni, scagliatosi a gran carriera contro gli imperiali, fu scompigliato da alcuni razzi che scoppiarono nei suoi ranghi. Retrocedevano spaventati i cavalli non più retti dal freno, gettando ovunque il disordine; però la speranza dell'aspettato aiuto che Ferrari riteneva giungesse di minuto in minuto, fece durare i volontari nell'aspro e disuguale conflitto.

 

 

Erano le quattro e mezzo p . m . e da circa dieci ore si combatteva, tempo più che sufficiente per giungere da Bassano.

 

 

La speranza scemava, e il pericolo sempre più si faceva imminente perché, girata l'ala sinistra degli Italiani, e perchè il cannone che prima rumoreggiava dal ponte della Priula, da molte ore taceva.

 

 

Ferrari allora ordinava la ritirata su Montebelluna, che si effettuava con ordine mirabile, facendo sempre fronte al nemico. Ma giunti i volontari a Montebelluna e non vedendovi arrivate le truppe regolari pontificie, cominciarono a dolersi di esse, si sussurrarono sinistre parole, ed il grido ripetuto di tradimento scoraggiò i più risoluti ed i più prodi.

 

 

La voce dei capi non valse a frenare le concitate passioni; la disciplina, fino allora serbata con mirabile costanza combattendo il nemico, fu rotta; a quindici, a venti, quindi le compagnie, poi gli interi battaglioni presero la strada di Treviso dove a notte inoltrata giungevano.

 

 

Ferrari, addolorato, dovette seguirli per la disastrosa via. Egli aveva confidato di combattere con vantaggio da Montebelluna, se il nemico avesse osato avanzarsi, ed era certo che, il giorno 10, Durando lo avrebbe raggiunto.

 

 

La sperata rivincita di Cornuda svaniva in causa della indisciplina e della mobilità passionata dei volontari.  Ferrari trovò a Treviso il generale Guidotti che vi era stato del pari trascinato dai suoi soldati, i quali dopo un breve combattimento, vinti da un panico timore abbandonarono il loro posto, rimanendo solo a difesa del ponte la legione Galateo che non si mosse, se non quando ebbe l'ordine di ritirarsi.

 

 

Questa legione fu inviata in quella notte stessa dal municipio trevigiano a Venezia, dove si era richiesto aiuto di armati.

 

 

La confusione di quei momenti a Treviso è impossibile a descriversi. Coloro stessi che così valorosamente avevano combattuto tutto il giorno contro forze tanto superiori, ora per la semplice parola di tradimento, ad arte fatta echeggiare dai nemici d'Italia, giacevano là demoralizzati, deprecando contro i loro ufficiali.

 

 

Gli abitanti della città cercarono di influire sul loro spirito, rammentando che le virtù del patriota stavano nella concordia e nell'abnegazione, che operando in senso contrario era dar causa vinta all'eterno nemico d'Italia; ma queste parole e altre molte a nulla valsero.

 

 

Quella notte medesima più di duemila abbandonarono il vessillo dell'onore. Mentre si combatteva a Cornuda, il generale Durando sull'alba del 9 si muoveva con l'intera sua divisione per correre in aiuto al Ferrari; quantunque credesse che non l'intero corpo del Nugent lo avesse attaccato, ma che l'Austriaco, simulando invece da quel lato un attacco, col meglio delle sue truppe per Val di Brenta si dirigesse su Bassano per impadronirsi di quel punto importante e senza ostacoli raggiungere Radetzky a Verona.

 

 

Però, non avendo avuto notizia alcuna del Casanova che aveva distaccato a Primolano, moveva colle intere sue forze per Cornuda; quando, giunto a tre miglia da Bassano, riceveva avviso che Casanova, accerchiato da numerosi nemici, era sul punto di soccombere, se egli non fosse volato in suo aiuto.

 

 

Chi abbia inviato quell'avviso bugiardo, non si seppe; certo è però che, prestandovi piena fede, Durando retrocedeva e correva in soccorso del suo luogotenente, che trovò tranquillo e sorpreso di quanto era avvenuto .

 

 

Durando fu ingannato come forse qualunque altro al suo posto lo sarebbe stato, tanto più che l'avviso datogli lo confermava nei suoi sospetti del mattino sulle mosse del nemico. Quando si accorse del tranello era troppo tardi, e non più in suo potere portarvi rimedio.

 

 

Saputo in seguito come il Ferrari, sconfitto a Cornuda, avesse dovuto abbandonare Montebelluna e ritirarsi a Treviso, partiva da Bassano riducendosi coll'intero suo corpo a Cittadella e poscia a Piazzola, punto importante a cavaliere delle strade che da Treviso menano a Padova ed a Vicenza.

 

 

Come accennai altrove, il corpo del generale Guidotti che doveva difendere il ponte della Priula, s'era ritirato, seguito poco dopo dalla legione Galateo.

 

 

Il generale austriaco, libero di varcare il fiume, lo passò il giorno 10 dopo aver alla meglio riattato il ponte, e per Visnadello cercava raggiungere il maggior nerbo dell'oste imperiale guidata dal Nugent e che già scendeva dalle alture di Montebelluna avviandosi a Treviso.

 

 

Avvertitone, il generale Ferrari sperò poter impedire tale manovra. Raccolta buona parte dei suoi, sull'alba del giorno 11 partiva da Treviso e dirigevasi a Castrette, volendo assalire l'avanguardia del corpo austriaco che giungeva da Visnadello.

 

 

Disponeva pertanto con strano consiglio le sue truppe in colonna serrata, con alla testa due squadroni di dragoni, volendo con l' urto d'una massa compatta sfondare le linee più sottili del nemico.

 

 

Quella disgraziata colonna procedeva animosa nel largo stradale fiancheggiato da ampi fossati, e giungeva a trecento metri dal nemico; quando, apertisi i ranghi degli Austriaci, si smascherarono alcuni pezzi di cannone scagliando la morte nelle file serrate degli Italiani.

 

 

I dragoni, che per un errore inconcepibile erano alla testa, montati su cavalli male addestrati al fuoco, non potendo domarne lo spavento, retrocedevano ponendo il disordine nei fanti che seguivano.

 

 

In un momento l'ordine fu rotto e il timore panico s’impadronì della colonna, che più non obbedendo agli ordini dei capi, precipitosamente si ripiegò su Treviso. Inseguiti dal nemico, quasi tutti i dragoni caddero prigionieri, nonchè coloro tra i fanti che, o feriti o stanchi, meno celermente marciavano.

 

 

Questa rotta fu di gravissimo danno alle armi italiane, perchè scemò il rimanente ardore dei corpi volontari, che più non osavano affrontare il nemico in aperta campagna. Nei fatti d'armi di Castrette e di Cornuda oltre 500 uomini furono posti fuori di combattimento.

 

 

La sera stessa del giorno 11, sperando il Nugent che i riportati vantaggi avessero prostrato l'animo dei Trevigiani, inviava ad essi ragionevoli proposte di resa. I Trevigiani rifiutarono unanimi, rispondendo arditamente che avrebbero respinto con le armi qualunque attacco.

 

 

Treviso, posta sul fiume Sile che la bagna a mezzogiorno, è cinta da una vecchia muraglia e da un largo fossato che altri due fiumi, la Boteniga ed il Cagnone, chiusi all'occorrenza da dighe, riempiono.

 

 

Molte erano le barricate preparate per sostenere l'assalto, e dalla porta di S. Tommaso alla porta Altinia, sui mal riparati bastioni, circa 16 pezzi erano stati posti in batteria. Lo stradale pel quale si attendevano gli Austriaci, era stato tagliato in molte parti e gli alberi abbattuti, ostacoli questi che, di lunga mano preparati, rendevano più facile la resistenza.

 

 

I cittadini e i volontari stavano pronti a combattere: ed era davvero necessario, dopo i toccati rovesci, mostrare al fidente nemico che l'animo dei difensori non era ancora totalmente abbattuto.

 

 

Nugent, ricevuta l'altera risposta, il mattino del 12 ordinava un generale attacco alla porta di S. Tommaso. I Tedeschi risolutamente avanzavano, ma accolti da una grandine di palle, impediti da innumerevoli ostacoli, titubarono e poscia, non resistendo al violento fuoco, cominciarono a ritirarsi.

 

 

Gli Italiani, colto quel momento, uscirono dai loro ripari e con la baionetta alle reni li sforzarono a disordinata fuga.

 

 

Avvenne in questo scontro un fatto degno di essere raccontato. Il generale Guidotti, uno degli avanzi delle guerre napoleoniche, prode della persona e soprattutto di animo nobile e generoso, male sopportando l'onta sofferta a causa delle sue truppe nel giorno 9, quando senza combattere abbandonarono il passo della Priula, stanco di vivere, seguito da un tale De Capitani e da alcuni altri valorosi, tanto oltre si spinse fra le schiere nemiche che, rimasto solo, si vide accerchiato da un nembo di soldati. Dato di piglio ad un fucile, scagliavasi su di essi menando colpi disperati fino a che, coperto da innumerevoli ferite, cadeva esanime gridando: viva l'Italia! Morte eroica! e da tutti compianta.

 

 

Nugent, per nulla sconfortato dallo scacco subito, finse di minacciare seriamente Treviso e fatti avanzare alla Madonna della Rovere, ad un miglio dalla città, alcuni battaglioni, vi stabiliva due batterie di obici coi quali cominciò un fuoco ben nutrito.

 

 

Era suo pensiero ingannare gli Italiani, e specialmente Durando che col suo corpo copriva la strada che mena a Vicenza: sperava, senza ricorrere alla forza delle armi, con l'astuzia raggiungere il suo scopo ed unirsi a Radetzky.

 

 

Si lusingava che il generale italiano, vinto dalle istanze dei Trevigiani, sarebbe accorso in loro aiuto, lasciando agli Austriaci libera la strada fino a Verona per Castelfranco.

 

 

Frattanto a Treviso accadeva un fatto atrocissimo. Tre miseri cittadini, giunti il 13 dal Polesine per ragion d'affari, traversavano in vettura la strada principale della città; quando, non si sa da chi (e forse perchè uno dei tre, dimorante al Cattaio, era agente privato del duca di Modena) vennero additati come spie austriache.

 

 

In un momento furono contornati da centinaia di furibondi soldati, tratti dalla vettura, percossi e trucidati nel modo il più orribile.

 

 

Quest'atto di un'insania feroce, il solo d'altronde che si sia commesso in tutta la guerra del 1848 e 49 per parte degli Italiani, si deve attribuire alla demoralizzazione che regnava nei volontari dopo i rovesci toccati.

 

 

Essi non scorgevano che tradimenti, sicchè i più onesti furono vilipesi e talvolta integerrimi cittadini vilmente calunniati. I capi della città, dopo tale doloroso avvenimento, pensarono al pericolo di tenere agglomerato in piccolo paese tanto numero di armati i quali, ormai senza freno, potevano prorompere a gravi eccessi.

 

 

Radunati a consiglio, decisero di ridurre la guarnigione e pregare il Ferrari che altrove avviasse buona parte dei suoi soldati. Rimasero soli a difesa della città 3000 uomini tra Veneti e Romagnoli sotto gli ordini del colonnello Lante di Montefeltro.

 

 

Il generale Durando che si era accampato a Piazzola, indovinando il piano del nemico, risolveva di non muoversi e sbarrargli il passo quando accennasse progredire; ma, vinto dalle preghiere dei Trevigiani che in lui solo confidavano, nonché da lettere premurose che il vecchio Armandi, ministro della guerra a Venezia, gli inviava, a malincuore abbandonava la forte posizione e ordinava alle sue truppe di accostarsi a Treviso, con l'idea forse di varcare il Sile a Quinto e cosi minacciare la destra degli imperiali.

 

 

Però, giunto a Mogliano e saputo come le truppe del Ferrari fossero cadute in un estremo disordine e come minacciassero il loro generale accusandolo ingiustamente della morte del Guidotti, accorreva a Mestre dove erano accampate e con la sua autorità pervenne a sedare gli spiriti agitati e a ricondurre la calma.

 

 

La mossa del generale Durando e l'abbandono di Piazzola decise il generale austriaco ad avviarsi sollecitamente sul Brenta. Ammalatosi per via, il Nugent cedeva il comando delle truppe al tenente maresciallo La Tour-Taxis che si affrettò di porre in movimento la intera colonna che ammontava a circa 20,000 uomini.

 

 

Nell'intento di mascherare la sua mossa, ordinò che alcune truppe continuassero a minacciare Treviso, le quali però, appena saputolo al di là del Brenta, dovevano abbandonare la simulata impresa, ritirandosi per il ponte della Priula oltre Piave, dove il tenente-maresciallo Stürmer era incaricato di formare un altro corpo d 'armata.

 

 

La Tour giungeva il 19 a Castelfranco e, recatosi in fretta a Fontaniva sul Brenta, soverchiati i pochi volontari lasciati a difesa del ponte, si accampava al di là del fiume. Il 20 procedeva verso Vicenza, dove giungeva a tiro di cannone alle due pomeridiane.

 

 

Saputo dal generale italiano il movimento del nemico, ed accortosi, come ragionevolmente aveva supposto, che il vero scopo degli Austriaci non era quello di attaccare le città che presto o tardi avrebbero dovuto cedere se vincevano le armi imperiali, ma bensì di congiungersi ed ingrossare l'armata di Radetzky; temendo d'altra parte che Vicenza lasciata ai suoi pochi mezzi di difesa non potesse resistere, approfittando della strada ferrata vi inviava la legione romana comandata dal bravo Gallieno.

 

 

Quest'aiuto era ben necessario, poichè i difensori di Vicenza si riducevano a poche compagnie di volontari veneti ed una di lombardi, aiutate da una moltitudine di cittadini che dato avevano di piglio alle armi.

 

 

Alle 2 p . m . l'avanguardia austriaca, dopo aver inutilmente intimata la resa, attaccava la porta di S. Lucia, ma fu accolta con fermezza dai Vicentini, quantunque alcune case dei sobborghi fossero già preda delle fiamme accese dai proiettili nemici.

 

 

Vedendo inutile e pericoloso il proseguire, e temendo forse il generale austriaco di essere assalito alle spalle da Durando che riteneva lo inseguisse, ordinava la ritirata che gli costò qualche perdita, perchè gli Italiani, uscendo dalle barricate ad inseguire i nemici, alcuni ne uccisero ed altri fecero prigionieri.

 

 

Gli Austriaci in questo attacco perdettero più di 100 uomini, mentre i nostri ebbero 7 morti e 30 feriti. La Tour, pel quale il tempo era prezioso, ordinò alle sue truppe di avviarsi per Caselle, Creazzo ed Olmo, e percorrendo in tal modo un largo giro intorno la città, raggiungeva la strada postale a Tavernelle e per la medesima si dirigeva su Verona.

 

 

Nella notte del 20 al 21 il generale Durando arrivava con gli Svizzeri e con i corpi volontari, ormai a suoi ordini poichè Ferrari ne aveva lasciato il comando, in tutto circa 12,000 uomini di buone truppe.

 

 

Partivano pure nella stessa notte da Venezia Manin e Tommaseo con altri mille soldati comandati dal generale Antonini, di modo che con questi aiuti Vicenza era abbondantemente provvista di armati per far fronte a qualsiasi attacco.

 

 

Nel mattino del 21 seppero della strada tenuta dal nemico, e sperando poterlo raggiungere e recargli danno inseguendolo, l'impetuoso Antonini, quantunque Durando non consentisse, ponevasi alla testa di alcuni suoi fidi ed si avviava verso Birone, dove giunto scorse gli Austriaci e senza indugio li attaccava valorosamente.

 

 

Comandava la retroguardia nemica il generale Culoz, che appena vedutili approssimare, fatto puntare qualche pezzo di artiglieria caricato a mitraglia, cominciava a fulminarli . Micidiale fu quella scarica; ma, quantunque toccata all'Antonini aspra ferita ad un braccio, per la quale poscia ebbe a subirne l'amputazione, coraggiosamente continuavano a battersi gli Italiani finchè, soprafatti dal numero , desistettero dall'intempestivo ed inutile assalto, poichè le numerose salmerie degli Austriaci già procedevano sullo stradale senza molestia alcuna verso Verona.

 

 

Gli Italiani si ritirarono a Vicenza, seco trasportando il ferito generale. Era l'Antonini nativo di Varallo nel Piemonte. Giovane, aveva militato negli eserciti napoleonici ed acquistatovi il grado di capitano. Scoppiata la guerra d'indipendenza, eletto a generale da pochi seguaci raccolti in ogni paese, giungeva a Venezia, dove gli era affidato un comando nella città. Dopo il fatto di Vicenza non prese più parte alla guerra, e ricondottosi in Piemonte sul cadere del 1848, vi ritenne il grado e la pensione di maggior generale. Deputato al parlamento subalpino, moriva poi nel 1854.

 

 

Appena Radetzky seppe che il corpo d'armata, tanto atteso, era giunto a San Bonifacio, e che Vicenza aveva resistito vittoriosamente all'attacco delle sue truppe, premendogli assai di avere libera quella strada che meglio di qualsiasi altra lo univa alle provincie tedesche, ordinava a La Tour di retrocedere con 19,000 uomini e numerose artiglierie, di assaltare nuovamente la città e rendersene ad ogni costo padrone.

 

 

Obbediva La Tour e, quantunque accompagnato nella sua marcia da pioggia dirotta, giunse il 23 sul torrente Dioma allora ingrossato a dismisura. Trovato distrutto il ponte, lo faceva ricostruire sotto il fuoco continuo degli avamposti italiani.

 

 

Passato oltre, accampava a breve distanza dalla città, cominciando nella notte dei 23 ai 24 a scagliarvi dentro granate e razzi per produrvi guasti ed incendi. A nulla però riuscito il tentativo, nel mattino seguente alle ore 9 a . m . , dispose le sue colonne ed ordinava l'assalto delle posizioni nemiche.

 

 

Vicenza era presidiata da più di 12,000 uomini condotti dal Durando, dai mille inviati da Venezia e da altri 4000 fra volontari veneti e cittadini armati, in tutto circa 17,000 combattenti dei quali una buona metà, se inferiori di molto per istruzione e disciplina agli Austriaci, li superavano di ardore e di coraggio.

 

 

La sicurezza della città riposa principalmente sul possesso dei colli Berici che sorgono alla sua sinistra, tutti sparsi di case e di ville, altrettante fortezze se occupate da difensori animosi. Queste alture dominando la sottostante città, qualsiasi difesa diviene a questa inutile se quelle cadono nelle mani del nemico.

 

 

Al piano dove si erge Vicenza, le strade ed i sobborghi furono solidamente sbarrati, e abbondantemente provvisti di difensori. Arrogi che le acque piovane avevano reso melmoso il terreno, ed il Retrone, torrentello che scorre nei dintorni, aveva allagato i punti principali della campagna e riempiti i numerosi fossati.

 

 

Il colonnello Thurn ebbe ordine di attaccare il monte Berico; ma inutilmente cercò superare quel punto, difeso da un battaglione svizzero e dall'artiglieria comandata da Lentulus, che con tiri bene aggiustati fulminava le teste di colonna nemiche che ebbero a soffrirne considerevolmente. Dall'altro lato all'incontro, Suplicatz dopo un ostinato combattere riusciva ad impadronirsi della caserma di S. Felice posta fuori di porta Castello, dove gli fu forza sostare, poichè gli Italiani si mantenevano fortemente nelle case vicine.

 

 

La Tour, veduti riuscir vani gli attacchi delle alture, messo insieme il grosso delle sue truppe, le inviava ad assaltare la città dalla pianura; ma il terreno allagato rendeva difficile l'impresa.

 

 

Fulminato dalle artiglierie che dal monte e dal piano convergevano i loro fuochi contro i suoi soldati, vedendo impossibile prendere Vicenza, si ritirava lasciando più di 800 uomini sul terreno fra morti e feriti, e circa 150 prigionieri; mentre la perdita degli Italiani non fu che di soli 130 posti fuori di combattimento.

 

 

Le saggie misure di difesa prese dal Durando furono coronate da prospero successo, e la vittoria fu di qualche compenso ai disastri patiti. Tutti combatterono con coraggio; ma meritarono speciale encomio il Lentulus che con la sua artiglieria rendeva vani gli sforzi del colonnello Thurn, il Belluzzi ed il suo corpo di volontari veneti che rintuzzarono la baldanza del Suplicatz, e la legione Galateo che si meritò gli elogi del generale in capo. In quel giorno Massimo d'Azeglio ed il colonnello Casanova si mostrarono fra gli altri i più prodi.

 

 

La notizia della bella difesa si sparse in tutto il Veneto e valse a ridestare per breve tempo le quasi spente speranze d' indipendenza e di libertà.

 

 

A Venezia affiggevasi il seguente bollettino sul combattimento di Vicenza:

 

 

 

 

24 maggio 1848                                   a mezzodì 

Riceviamo da Vicenza le seguenti notizie: Il segnale d'allarme fu dato ieri sera alle 11 ore. Gli Austriaci, dopo aver condotto i loro bagagli a Verona, ritornarono con forza sopra Vicenza. Il generale Durando ha immediatamente preso le più prudenti misure, ed ha fatto occupare le migliori posizioni. Da ieri sera ad undici ore e mezzo, fino a quest'oggi a nove ore a . m . ed alla partenza del corriere, un combattimento accanito aveva luogo, durante il quale le nostre truppe fecero prodigi di valore.

Le forze austriache sono appostate a S. Agostino, a S. Felice, ed alla porta di S. Bartolomeo. Il principale corpo d ' armata si estende nella direzione della strada di Verona. Gli Austriaci hanno superato la prima barricata dalla parte di Verona ed occupato la caserma di  S. Felice. Le nostre truppe presero due cannoni al nemico .

Tutti dicono che le nostre perdite sono minime, e quelle del nemico considerevoli. Il risultato non è ancor certo, ma vi ha luogo a sperare. Delle racchette, degli obici furono lanciati tutta la notte sopra Vicenza senza recare gran male.  La stazione provvisoria della strada ferrata fu distrutta. La strada da Padova a Vicenza è aperta, e può essere liberamente percorsa. Furono fatti centocinquantaquattro prigionieri agli Austriaci, tra i quali un maggiore, due ufficiali ed un medico; essi furono presi da un corpo romano inviato a Fontaniva per bruciare il ponte, che è distrutto; centoquattro di questi furono posti in sicuro a Vicenza e gli altri saranno inviati a Padova.

L'armata napoletana che arriva da Bologna è già in marcia. Una grande parte di essa è arrivata a Ferrara ed ha passato il Po. L'ardire di queste truppe italiane arriva all'entusiasmo.

Il segretario ZENNARI

 

 

 

 

Dal modo sconnesso e confuso con cui era dettato questo bollettino, facilmente si può arguire quale era lo stato di perplessità, di ansia e di timore delle popolazioni e del governo veneto. La speranza poi sull'arrivo dell'armata napoletana, doveva in breve dileguarsi.

 

 

Si era creduto alla sincerità del Borbone, quando altamente dichiarava al cospetto di tutta Europa, voler contribuire con gli altri principi d'Italia alla santa guerra dell'indipendenza italiana con l'invio d'un largo contingente di terra e di mare; ma poco dopo, giunta la flotta nelle acque di Venezia, si sparse la voce che da Napoli fosse arrivato l'ordine pel suo richiamo.

 

 

La notizia prese consistenza e gli avvenimenti che tosto successero, la confermarono pienamente. Intanto Pepe, che guidava l'esercito napoletano, giunto con gran parte di esso sul Po, si apprestava a varcarlo; quando la stessa voce raccontava del suo arrestarsi e del suo retrocedere all'ordine perentorio del Borbone.

 

 

In quei giorni le speranze e le delusioni, le sconfitte e le vittorie si succedevano senza posa improvvisamente, ed era impossibile farsi un concetto sulla vera condizione delle cose italiane.

 

 

Lo stesso giorno 15 maggio, in cui la flotta napoletana compariva nelle acque di Venezia, scoppiava a Napoli una feroce reazione, comandata dal re medesimo. Trionfante da per tutto, essa abbattè gli ordini novellamente costituiti, ritornando all'antico stato le cose con la dominazione sanguinaria e brutale dei Borboni.

 

 

Questa contro-rivoluzione era, come poi si seppe, da lungo tempo preparata, e lo comprovano gli ordini che il comandante la squadra aveva ricevuto in un dispaccio suggellato da non aprirsi che passata Ancona, nel quale gli era vietato d'intraprendere cosa alcuna a danno dell'Austria.

 

 

Le conseguenze di questo infame tradimento del Borbone a danno dell'Italia, si fecero ben tosto palesi. All'esercito che sotto gli ordini del generale Pepe tenevasi pronto a varcare il Po, perveniva l'ordine di retrocedere; ed alla flotta che tanto era stata festeggiata dai Veneziani, la medesima intimazione fu recata dal Cavalcanti.

 

 

Non è mio assunto il descrivere come tali infauste notizie fossero accolte dalle popolazioni che speravano in quegli aiuti. Il cuore del veterano Pepe che in tutta la sua vita aveva battuto per l'Italia, rimaneva affranto: il suo esercito sobillato da iniqui emissari, scemato l'ardore dei primi momenti, pauroso delle vendette minacciate da Ferdinando se non obbediva, era costretto a ritornare agli ingloriosi ozi di Napoli.

 

 

Però è doveroso il dire come molti furono i generosi che imprecarono alla inaudita infamia del Borbone, e basterà a dimostrarlo quanto il Leopardi, inviato napoletano, scriveva a Daniele Manin:

 

 

 

 

Bologna 31 maggio.

Le mie speranze furono in parte deluse: i capi di corpo protestano aver ricevuto direttamente dal re proibizione di passare il Po, a meno di nuovi ordini di sua Maestà, ordini che essi vogliono attendere: convenne cedere.

Le risposte di Napoli devono arrivare fra due o tre giorni al più tardi. Se in seguito delle mie energiche rappresentanze e di quelle del generale Pepe (appoggiate dagli inviati di Toscana, di Piemonte, del papa ed, a quanto si pretende, anche da quello d'Inghilterra), questi ordini saranno di passare il Po, tutti lo passeranno con gioia.

Nel caso contrario non avremo che coloro che preferiscono la disobbedienza ad un infame tradimento , e di questi ve ne saranno un buon numero. Vi sono inoltre due battaglioni di volontari, pei quali non vi ha ordine di richiamo.

Molti ufficiali e soldati che erano partiti per Ferrara, ritornarono. Io spero riavere fra due giorni anco l'artiglieria, alla quale immediatamente si farà passare il Po. Il colonnello Lahalle , che i miserabili trascinarono con loro, si è ucciso.

Onore all'uomo che preferì la morte all'infamia! Il colonnello Testa per la patita angoscia fu colpito d’apoplessia. Si teme molto che il colonnello Lulo si uccida esso pure.

O eterna infamia dei Borboni! Son sicuro che la collera divina non può tardare ad esterminarli. Zanetti vi dirà il resto a viva voce. Non fate per il momento uso di questa lettera, nè di quelle che vi scrissi da Ferrara o per istrada. Ciò non è per me, ma per il bene della causa.

A voi di cuore e d'anima

LEOPARDI

 

 

 

 

Zanetti, al suo ritorno a Venezia, confermò le tristi notizie e narrava che gli ordini attesi da Napoli erano giunti e che l'esercito napoletano, meno un migliaio di generosi che seguivano Pepe, obbediente ai cenni di Ferdinando voltava le spalle al sentiero dell'onore.

 

 

Pochi giorni dopo, anche la flotta scioglieva le vele ai venti e rivolgeva le prore verso Napoli. In quello stesso mese e precisamente il 24, il signor Hammelauer presentava a Lord Palmerston un memorandum nel quale, conscienziente il Lamartine, si proponeva un nuovo assestamento territoriale d'Italia.

 

 

Il Veneto era per sempre abbandonato all'Austria:  la Lombardia, sottratta agli artigli imperiali, rimaneva libera di unirsi a quello stato della Penisola che meglio preferisse, addossandosi parte del debito austriaco.

 

 

Questa nuova combinazione, dovuta al genio di Lamartine, non fu accettata dall'Inghilterra che, più logica, la scorgeva impossibile ad attuarsi senza prima ottenere l'adesione delle parti interessate e specialmente di Venezia, tuttavia libera ed in armi, e che avrebbe in ogni modo combattuto il nuovo Campoformio.

 

 

Carlo Alberto pure la respingeva sdegnosamente. Questo fatto dimostrava per altro chiaramente a quali principi, contrari alla nazionalità dei popoli, s'informava il governo repubblicano di Francia.

 

 

Da quel giorno cessava ogni speranza nell'intervento francese, e la lotta doveva continuare sostenuta dai soli Italiani i quali, poco agguerriti e male capitanati, dovevano inevitabilmente soccombere contro le forze sempre rinascenti della vecchia monarchia austriaca.

 

 

Negli ultimi giorni di maggio nuove vittorie riportavano i Piemontesi. A Bardolino, a Colmasino e specialmente a Goito, gli Austriaci che cominciavano a prendere l'offensiva, venivano rotti e messi in fuga. Queste disfatte contribuirono poscia alla resa di Peschiera.

 

 

Il mese di maggio però fu fatalissimo all'Italia. Abbandonata dalle potenze occidentali; tradita dal Borbone; disertata dal Pontefice che palesemente mostravasi contrario ad una guerra contro gli Austriaci; divisa da risentimenti, da sette politiche; malguidata da governi inetti e da generali, prodi bensì, ma non a portata dei tempi e della guerra di popolo che per mancanza di truppe regolari dovevasi iniziare; ebbe sventure e sconfitte gravissime nel Veneto, che trar dovevano a naufragio i suoi destini, precipitando con essi la fortuna di Carlo Alberto, che si sentiva minacciato seriamente dal feld-maresciallo Radetzky, cui era riuscito accrescere di tanto l'esercito da superare d'assai quello comandato dal re.

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