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STORIA DELLO ASSEDIO DI VENEZIA NEGLI ANNI 1848 E 1849

Per C. A . RADAELLI Colonnello nell'Esercito Italiano

 

Napoli - Dalla tipografia del Giornale di Napoli

Maggio 1865

 

 

Capitolo IV

Incertezze di Carlo Alberto – Gli Austriaci si riordinano - Affare di Visco - Lambeccari a Bevilacqua --- Le illusioni - Pio IX – L ' Enciclica - Ordini dati a Durando — Comincia ad agire — Lettera al generale Franzini — Durando nel Veneto — Dispareri tra generali italiani – Politica di Francia — Brutale accoglimento fatto a Gorizia ai prigionieri italiani - Caduta d'Udine — Nugent a Pordenone - Fatto di Sorio - Inſamie austriache --- Blocco di Peschiera - Battaglia di Pastrengo - Battaglia di Santa Lucia - I Toscani sotto Mantova 

 

 

Le cose d'Italia, prospere fino allora, cominciavano a intorbidarsi. Re Carlo Alberto, vincitore sul Mincio, male consigliato dai suoi ministri, mostrava diſfidare della rivoluzione. Di animo incerto, quantunque valorosissimo e di gran cuore, non seppe trar profitto dalla lieta fortuna, recando danni gravissimi, come lo avrebbe potuto, alla nemica Austria. Egli, in luogo di afferrare con mano robusta le redini della guerra che ferveva in Italia, si limitava a comandare il proprio esercito, non curandosi di quanto altrove avveniva.

 

 

Diffidente dei volontari, che malveduti erano dai suoi vecchi generali, non li ammise nell’esercito, il quale non pensò ad accrescere con nuove leve nella Lombardia e nel Veneto. Così lasciò libero campo di rinforzarsi ai partiti, che dovevano essere in seguito di serio ostacolo alla sua politica.

 

 

Lo stesso governo provvisorio di Milano, indipendente da quello di Torino, ne accresceva le difficoltà, ed era causa di debolezza, laddove era necessario che una possente unità nei mezzi e nelle vedute fosse stabilita.

 

 

Gli Austriaci frattanto traevano partito dal riposo nel quale erano lasciati. Radetzky riordinava e moralizzava le sue schiere abbattute, mentre il Nugent si apparecchiava a correre in suo soccorso.

 

 

Infatti, il giorno 20 aprile, varcava quest'ultimo l'Isonzo alla testa di circa 18,000 uomini, e ributtati i volontari che vivamente lo combatterono a Visco, marciava sopra Udine. Contemporaneamente Zambeccari che con la sua colonna si era stabilito a Bevilacqua, assalito da forze superiori, dopo aver resistito valorosamente, dovette evacuare quel castello che gli Austriaci diedero in preda alle fiamme.

 

 

Queste tristi notizie, quantunque in parte da molti prevedute, sconfortarono gli animi, poichè la tanto decantata impotenza degli Austriaci a riprendere l'offensiva, si dileguava.

 

 

Quello però che meno si capiva era come mai il generale Durando, che fra volontari e truppe regolari comandava circa 16,000 uomini, non varcasse il Po, e fattosi nucleo alle forze sparse nel Veneto, non movesse a soccorrere i paesi minacciati dall'invasione.

 

 

Questa inerzia meravigliava i popoli ed i governi, tanto più che da Venezia, in data 11 aprile, lo si preveniva dell'ingrossare degli Austriaci all'Isonzo, e contemporaneamente gli erano spedite centomila lire per far fronte ai bisogni delle sue truppe. Nessuno ancora dubitava della buona fede del Pontefice, e ritenevasi generalmente che fosse sua volontà assoluta scacciare lo straniero dalla Penisola.

 

 

Ma cosi non pensavasi a Roma, e il generale Durando, non ricevendo l'ordine dal suo governo di passare il Po e di soccorrere il Veneto, pendeva incerto sul da farsi. Poco fidando in Venezia, aspettava che Carlo Alberto lo incoraggiasse a disubbidire al Santo Padre.

 

 

Pio IX, dopo di avere, il 25 marzo, benedetto dall'alto del Quirinale la bandiera delle truppe regolari e dei corpi volontari che partivano per la guerra d'indipendenza, malcontento e titubante, prestava orecchio alle suggestioni reazionarie del Sacro Collegio.

 

 

Impensierito e timoroso delle conseguenze a cui poteva trarlo il passo ardito già fatto, dimenticò o piuttosto non volle dar l'ordine alle sue schiere di passare nel territorio veneto, astenendosi così dal dichiarare di fatto la guerra all'Austria.

 

 

Questo principio di defezione del Pontefice, che fino allora era stato segnalato dalla sua svogliatezza e dal torpore nel quale sembrava immerso, apparve chiaramente manifesto con la famosa enciclica del 20 apri le, nella quale dimostrava, adducendo motivi netti e precisi, l' impossibilità morale e materiale per il capo del cattolicesimo di essere buon italiano, e di adempiere ai doveri di principe.

 

 

Questa enciclica, letta in Concistoro nello stesso giorno, fa supporre ragionevolmente che il governo di Vienna aveva ripreso il suo ascendente sullo spirito del Pontefice, secondato dai prelati di Roma che fino allora avevano visto di cattivo occhio la via liberale nella quale si era spinto Pio IX: e infatti avvenne che il più acerbo nemico che potesse avere l'Austria in Italia spariva, rendendosi per il momento passivo e rinnovando più tardi la mostruosa alleanza che teneva schiava da secoli la Penisola.

 

 

É un fatto ormai certo che la defezione di Pio IX alla causa italiana cominciò subito dopo che Milano e Venezia con la loro gloriosa rivoluzione avevano scosso il giogo aborrito degli Austriaci, e lo prova l'ordine dato dal marchese Aldobrandini, ministro delle armi a Roma, al generale Durando, di tenersi sulla difensiva e di non portare le sue truppe oltre il Po, dove ferveva la guerra.

 

 

Così si spiega l'inazione del generale pontificio, il quale, capo supremo delle forze di quel governo, non poteva senza ordine preciso recarsi a combattere, tanto più che nessuna dichiarazione di guerra era stata fatta agl’imperiali.

 

 

Egli, frattanto, rimaneva accantonato lungo il Po, privo talvolta di mezzi per pagare le sue truppe che Roma trascurava, e ricorrendo a Venezia per denaro e per altre cose di prima necessità. In seguito, quantunque troppo tardi, dovette adottare una condotta più decisa; quando, obbedendo agli ordini di Carlo Alberto, il 22 aprile con i suoi regolari passava il Po e recavasi ad Ostiglia, ove formava l' estrema destra dell'esercito sardo.

 

 

I volontari invece, sotto gli ordini del generale Ferrari, furono spediti nel Veneto con l' ordine di opporsi allo avanzarsi degli Austriaci. In tal modo truppe regolari non c'erano nel Veneto. Esse obbedivano al re Carlo Alberto per la loro riunione all'esercito sardo, e da questo soltanto dovevasi quindi attendere aiuti.

 

 

Per la qualcosa il governo di Venezia scriveva al conte Franzini, ministro della guerra a Torino, pregandolo in nome d'Italia e della umanità a soccorrere il Veneto, rammentandogli che era un intero popolo che pericolava e che, qualora la forma del governo di Venezia (cosa non supponibile ) avesse adombrato il governo sardo, ritenesse essere questa provvisoria, dovendo in seguito deciderne la nazione medesima.

 

 

E per meglio spiegare quest'ultima frase, aveva già spedito il Paleocapa con istruzioni sufficienti, a togliere ogni timore, ogni sospetto anche ai più paurosi del nome di repubblica.

 

 

Lo stesso generale Alberto La Marmora che si era ritirato dal Tagliamento all'avvicinarsi dell'oste nemica, inviava una sua lettera al Durando, con la quale lo esortava a correre in aiuto del Friuli minacciato dal Nugent.

 

 

Gli faceva osservare come le truppe regolari romane avrebbero potuto essere centro di resistenza contro l'invasore, se vi si fossero riuniti i vari corpi di volontari veneti e quelli condotti dal Ferrari; che in ogni modo doveva essere impedito al Nugent di raggiungere Verona, poichè dai rinforzi che egli recava al Radetzky lo stesso esercito sardo sarebbe stato minacciato.

 

 

Queste esortazioni ed il pericolo che sovrastava all'esercito sardo scossero l'animo del re, il quale ordinava al suo ministro di provvedervi, facendo marciare il corpo pontificio nel Veneto.

 

 

Senonchè, come sempre in questa guerra, tale provvedimento era tardi consigliato, cioè quando gli Austriaci, padroni di Udine, marciavano verso il Piave.

 

 

Il giorno 24, il ministro della guerra scriveva da Torino al Durando di opporsi con la sua divisione al temuto congiungimento. Quest'ordine fu comunicato al governo di Venezia con la seguente lettera diretta al Paleocapa :

 

 

 

 

Torino 24 aprile 1818.

Dopo il quadro che avete fatto a sua Maestà delle tristi condizioni di qualche provincia veneta minacciata dalle truppe austriache, sua Maestà mi diede istruzioni per incaricare il generale Durando di recarsi da quella parte con la totalità della sua divisione (truppe pontificie); ed io gli ho trasmesso oggi stesso l'ordine reale.

FRANZINI

 

 

 

Durando obbediva immediatamente all'ordine avuto e, partitosi da Ostiglia, in poche marce toccava la provincia di Treviso, dove già il Ferrari con la sua divisione di volontari dirigevasi da Bologna. Però i due generali pontifici agivano separatamente; poichè, prima che si dividessero sulle sponde del Po, era venuto da Roma l'ordine di formare dell'intero esercito papale due distinte divisioni, una composta dalle truppe regolari, l'altra dai volontari.

 

 

Tale strana decisione era il portato della politica subdola e proteiforme della corte di Roma. Costretta ad obbedire alla prepotente opinione che voleva che lo stato romano partecipasse attivamente alla guerra d'indipendenza, trovò pur modo di essere meno nociva agli Austriaci diminuendo l'importanza delle sue forze, dividendole in due corpi differenti per disciplina, per spirito e per patriottismo, ed aprendo così larga via ai fautori di odiose rivalità.

 

 

E gli è certo che, se prodi e disciplinati erano i gregarî svizzeri, non combattevano animati dall' entusiasmo e dall'amor di patria che tanti cittadini pacifici convertivano in coraggiosi soldati. Quelli si sarebbero battuti egualmente contro gl'Italiani se chi li pagava, lo avesse ordinato.

 

 

Siffatte truppe erano preziose a Pio IX ed ai suoi consiglieri per i meditati futuri divisamenti, e perciò credettero dannoso mischiarle con le altre, che di liberali spiriti erano nutrite.

 

 

Come vedemmo, Durando si univa all'esercito di Carlo Alberto, mentre al Ferrari era serbata l'ardua impresa di combattere nel Veneto. In questo modo si pensava preservare gli stranieri fedeli, inviando al macello gli Italiani ritenuti pericolosi.

 

 

Ferrari scorgeva il pericolo e l'impossibilità di un esito felice nella impresa ordinatagli, e ne scriveva al Durando in data 22 aprile , esortandolo a tener unito l' esercito, dimostrandogli il pericolo che entrambi correvano; gli chiedeva consiglio e istruzioni, dichiarandosi pronto a seguirle.

 

 

In quella lettera, dettata dal dolore e dallo sdegno nel vedere per tal modo compromessa la causa italiana, rampognava ingiustamente il suo collega, il quale pure obbediva a malincuore agli ordini avuti.

 

 

Forse anche queste fatali disposizioni dipendevano dalla politica che allora palesavasi nelle grandi potenze occidentali. E certo che progetti d'ingrandimento per la casa di Savoia erano stati proposti e rifiutati dal magnanimo Carlo Alberto.

 

 

Egli voleva allora l'indipendenza dell'intera Penisola, e gli ripugnava l'antica politica degli avi suoi che a poco a poco, brano a brano, si ingrandirono.

 

 

Però, se in quel re prevalsero ragioni possenti di generoso patriottismo, non era così nei suoi ministri, che preferivano ad una guerra lunga ed incerta, una pronta pace con un compenso nella Lombardia. Ed è a questi sperati vantaggi che devesi principalmente attribuire il poco pensiero della guerra nel Veneto, che si sapeva non sarebbe mai stato ceduto volontariamente dall'Austria.

 

 

Infatti il governo della repubblica francese, seguendo le antiche assurde tradizioni, non desiderava che si formasse uno stato potente nell'alta Italia . Il presidente Lamartine più che mai propendeva alla cessazione delle ostilità sul Mincio, e voleva che l'Italia rimanesse divisa in piccoli stati. Egli dimostrava chiaramente questo suo pensiero col modo ambiguo usato cogli inviati di Venezia colà spediti per chiedere appoggio e riconoscimento della risorta repubblica.

 

 

Le sue parole e i suoi divisamenti erano totalmente diversi da quanto si doveva attendere da un governo, che aveva dichiarato il trionfo delle nazionalità essere il compito della Francia novella. Ma le ambagi del Lamartine non sfuggirono alla sagacia ed alla penetrazione dello Zanardini, il quale scriveva, in data 4 maggio, al governo di Venezia che un regno dell'alta Italia non era voluto dalla Francia.

 

 

Ciò che essa voleva era una porzione della Lombardia a Carlo Alberto, la Venezia all'Austria, Modena e Parma alla Toscana, un principe della casa di Savoia in Sicilia, assemblea nazionale (assurda ed impossibile), un congresso regolatore di principi, la Savoia alla Francia e il protettorato della Sicilia all'Inghilterra.

 

 

Queste erano le nuove basi della ricostituzione della Penisola, escogitata dal Lamartine che, abbandonata cosi la Venezia all'Austria, avrebbe concesso il protettorato e quindi la dominazione della Sicilia all'Inghilterra, ed avrebbe ritenuto per la Francia la Savoia, spogliandone il Piemonte. La Penisola in tal modo ricostituita, era preda di tre potenti nazioni, e nuova Polonia si sarebbe vista configgere in croce, annuente anzi benedicente il papa: e il poeta Lamartine, quando il suo politico divisamento fosse stato accetto all'Inghilterra e al Piemonte, avrebbe avuto il merito d'essere il principale carnefice della patria nostra.

 

 

Eppure, se documenti ufficiali non comprovassero tali enormità, sembrerebbero impossibili vedute sì meschine in un uomo di genio!

 

 

Il generale Nugent, schiacciati i volontari a Visco e fatti alcuni prigionieri, li inviava nella vicina Germania; trofeo poco glorioso, ma che mostrò di quale rabbia insana fossero animati soldati e popolazioni tedesche. Tra' prigionieri notavasi il celebre pittore Ippolito Caffi, il quale narrò l'infame trattamento che si ebbero quegli infelici.

 

 

Avvinti da pesanti catene gli uni agli altri, gettati su carri a guisa di mercanzia o di bestiame, punzecchiati ad ogni loro movimento dalle baionette della scorta, quasi semivivi giungevano a Gorizia. Non è a dirsi quali e quanti furono gli oltraggi che soffersero da quella popolazione.

 

 

Uomini, donne, di qualunque età, di qualunque ceto, ingombravano le vie per dove passavano. Gli scherni, le ingiurie, le percosse che ricevettero specialmente da quelle megere, non sono narrabili: sputi, fango raccolto nei trivi, immondizie di ogni specie eran loro scagliate sul viso, e si videro alcune leggiadre giovani, rese dall'ira deformi, dilettarsi a strappar loro i peli della barba! A tanti strazi, a tanti vituperî nessuno si opponeva, e poco mancò che l'eccitazione non giungesse al punto di ucciderli a furia di percosse.

 

 

Sembra impossibile che a simile ignominia, a tanta viltà, possa discendere un popolo civile quando è esaltato dallo interesse e dall'odio.

 

 

Proseguiva il generale austriaco la sua marcia, e giunto il 20 aprile sotto Udine, trovate le porte chiuse e le strade sbarrate, intimata inutilmente la resa, cominciò con gran furia a lanciare nella città delle bombe e innumerevoli razzi.

 

 

Gli assediati si difesero a lungo accanitamente, ma privi di mezzi, consigliati dal vescovo assai amato dalla popolazione e che si offerse qual mediatore, cedettero alla forza.

 

 

I difensori ritornarono alle loro case, meno un 500 che si rifugiarono ad Osoppo, ed altri che ripararono a Venezia. Nugent, padrone della città principale del Friuli, spediva un piccolo corpo ad osservare Palmanuova che obbediva, come dissi, al vecchio generale Zucchi, e lentamente procedendo con le rimanenti schiere, varcato il Tagliamento, giungeva il 30 aprile a Pordenone, dove sperava essere raggiunto dal tenente-maresciallo Welden che dovevagli condurre un rinforzo d'uomini attraverso il Cadore.

 

 

A Sorio, piccola borgata fra Vicenza e Verona, il generale Sanfermo comandava una colonna di volontari italiani di circa 1500 uomini. Erano quasi tutti Vicentini, Trevigiani e Padovani, male addestrati alle armi, nuovi al fuoco e poco curanti di disciplina.

 

 

I capi, niente più agguerriti dei soldati, andavano superbi delle loro uniformi, e spensieratamente guardavano quel forte passo. Radetzky risolvette di sorprenderli, ed inviava a quella volta il principe Liechtenstein ed il tenente-colonnello Martini con 6000 croati e numerosa artiglieria.

 

 

Si avvicinarono costoro tacitamente ed aiutati dalla nessuna guardia che facevano i volontari, li avvilupparono e da tutte parti furono loro addosso. Aspra, crudele fu la mischia, il macello orrendo: una buona parte dei volontari cercarono farsi strada con la forza attraverso le schiere imperiali e vi riuscirono, altri si rinchiusero nelle case e gagliardamente si difesero. Ordinava allora il Liechtenstein di dar fuoco alle case. Le fiamme in pochi minuti avvilupparono quei prodi, molti dei quali vi perirono. Nel piano superiore di una di quelle case certo Fontebasso, giovane trevigiano, vedendosi stretto dai vortici di fumo e di fuoco e dai nemici che all'intorno lo stavano bersagliando, tratta una pistola e postasela sotto il mento, faceva fuoco. Il colpo non partì ed egli, disperato, per non cadere vivo in mano ai nemici, si gettò dalla finestra.

 

 

Senonchè in quello stesso momento precipitando il tetto, fu avvolto nel polverìo delle macerie e rimase semivivo sul terreno, finchè più tardi, partiti gli Austriaci, fu raccolto da mani pietose, e per le cure prodigategli prodigiosamente campò.

 

 

La rotta dei volontari italiani fu completa. Sanfermo con pochi avanzi potè sottrarsi al totale sterminio. Molte furono le vittime nel combattimento, ma più assai quelle vigliaccamente trucidate dopo cedute le armi. Basti a farne testimonianza il seguente fatto.

 

 

I giovani ridottisi nelle case erano circa sessantaquattro. Dopo la più accanita resistenza molti caddero morti, e più ancora feriti; quelli che sopravvivevano, esaurite le munizioni e tentata inutilmente una via di scampo, decisero di arrendersi.

 

 

Gli Austriaci li trucidarono tutti e, non rispettando nemmeno i cadaveri, li mutilarono tanto che nessuno potè pochi giorni dopo essere riconosciuto dagli stessi parenti.

 

 

Di quelle mutilazioni molte erano siffattamente oscene, che la penna rifiuta descriverle.  Poveri giovani! […] Ebbero tutti comune sepoltura. Era a Sorio che l'Austria inaugurava la tremenda sequela di orrendi misfatti, di miserabili stragi, che in Italia, a Vienna, in Ungheria, dovunque compirono poscia i suoi soldati.

 

 

Come sempre in quella guerra, dopo un disastro patito dai volontari, le voci di tradimento cercarono di rendere sospetto il Sanfermo ed altri molti, uomini tutti di incorrotta virtù e di un patriottismo esemplare, e che solo si potevano accusare di imperizia e di poca avvedutezza.

 

 

Mentre l'avversa fortuna mostravasi rigida nel Veneto alle armi italiane, gloriosi e fortunati combattimenti succedevano sulle sponde dell'Adige. Carlo Alberto, dopo gli splendidi fatti d'arme di Goito, di Borghetto e di Monzambano, spingendosi sulla sua sinistra investiva Peschiera, che dal lago di Garda era bloccata da due vapori e da alcune barche armate.

 

 

Come dissi, era intendimento del re di assediare regolarmente la piazza ed attendere le artiglierie necessarie che erano in viaggio dal Piemonte. Questo divisamento si compiva senza ostacolo alcuno per parte degli Austriaci, poichè deboli e disordinati non potevano ancora con efficacia opporsi al nemico più fortunato.

 

 

Però, essendo Peschiera parte integrante della difesa del quadrilatero, Radetzky risolse di occupare fortemente Pastrengo, e cosi minacciare gli assedianti.

 

 

Ordinava pertanto al tenente-maresciallo Waucher di stabilirvisi con tre brigate e qualche batteria, ed attaccare Sandrà che debolmente era presidiato dai Sardi. Volle il caso che, la mattina del 29 aprile, re Carlo Alberto avendo deciso di proseguire il suo movimento a sinistra, spingeva la brigata Cuneo in quel punto; per la qual cosa, rinforzati i Sardi, poterono facilmente respingere l'assalto che d'altronde mollemente seguiva quel giorno stesso per parte degl'imperiali.

 

 

Costoro, ributtati, si ritirarono a Pastrengo, dove ebbero nella notte altri rinforzi fino a portare il loro numero a meglio di undici migliaia, collocati in posizione per la natura del terreno formidabile, e che poteva esserlo ancora più se aiutata con opere di fortificazione passeggera.

 

 

Era evidente che nel giorno che andava a spuntare, la battaglia si sarebbe rinnovata. Non erano più gli imperiali che assalivano, ma invece i Piemontesi che attaccavano. Carlo Alberto affidava al De Sonnaz le forze che aveva potuto raccogliere, 19,000 uomini all' incirca, con l' ordine d'impossessarsi di Pastrengo.

 

 

La pugna fu accanita e valorosamente combattuta da ambe le parti, ma prevalendo il valore italiano, gli Austriaci furono scacciati dalle loro posizioni e travolti in precipitosa fuga, lasciando 400 prigionieri e meglio che 600 fra morti e feriti.

 

 

Alle 4 p . m . tutte le alture cadevano in potere dell'esercito sardo. Questa gloriosa battaglia fu molto intelligentemente diretta dal generale De Sonnaz, e l'esito fortunato di essa si deve in gran parte attribuire all'eccellente artiglieria sarda, con sagacia e maravigliosa bravura diretta dal maggiore Alfonso La Marmora.

 

 

Però nessun frutto si ebbe da questa splendida vittoria; si trascurò di trarne vero profitto a cagione delle incertezze dei capi e della mancanza di un vero concetto strategico. Gli Austriaci, male inseguiti, riposarono nelle loro inespugnabili posizioni di Verona.

 

 

Un vecchio bersagliere che trovavasi a quella battaglia, narrò il seguente fatto. Giunto colla sua compagnia, ch' era stata di scorta al generale De Sonnaz, al disopra di Colà, e fatta sosta mentre da un lato si accomodava il terreno per alcuni pezzi da posizione, poco lontano da questi vide un giovane generale che, appoggiato alla groppa di un bellissimo destriero, discorreva famigliarmente con alcuni ufficiali.

 

 

Gli Austriaci stavano schierandosi sulle alture opposte. Un colpo di cannone lanciato da essi contro le nostre colonne che avanzavano, diede il segnale del combattimento. Senza scomporsi quel giovane, che per la prima volta trovavasi al fuoco, rivolgendosi ai suoi ufficiali e con piglio disinvolto e risoluto: Signori, disse, comensa la musica; andóma. Saltò a cavallo e si mise alla testa delle sue truppe. Era quegli il duca di Savoia, che poche settimane dopo a S . Lucia, a Goito e nelle pianure di Gonfardine era già veterano di guerra, ed oggi è re d'Italia.

 

 

Mentre si combatteva a Pastrengo, la guarnigione di Peschiera tentava una sortita che fu vigorosamente respinta. Questi successi e le speranze di aiuto per parte dei Veronesi indussero il vincitore ad imprendere cose di maggior rilievo contro le fortificazioni di Croce Bianca, di San Massimo e di Santa Lucia, le quali superate, forse Verona poteva cadere in mano degli Italiani.

 

 

A questo scopo Carlo Alberto raccolse gran parte del suo esercito, lo divise in tre colonne, e dispose perchè, la mattina del 6 maggio, le tre posizioni nemiche fossero contemporaneamente assalite.

 

 

Fu errore, biasimato da tutti gli uomini d'arte, lo spingere a veri assalti tutte le forze piemontesi contro posizioni fortissime, quando invece dovevasi restringere l'attacco poderoso a Santa Lucia e simularlo su Croce Bianca e San Massimo.

 

 

Questi ed altri errori di esecuzione che slegarono gli atta chi, furono forse principali cause dello sfortunato esito di quel sanguinoso combattimento. La battaglia fu combattuta con molto accanimento: Santa Lucia, valorosamente difesa e con maggior valore conquistata dagli Italiani che vi si stabilirono, rendendo vani nel corso della giornata gli attacchi che Radetzky ordinava per riprendere quella importante posizione.

 

 

Non così però avveniva a Croce Bianca ed a San Massimo, dove per imperizia dei capi e per panico destatosi nelle truppe, le colonne sarde disordinatamente si ritraevano.

 

 

Carlo Alberto, intimorito di quanto avveniva in questi due punti, non calcolò l'importanza dell'ottenuto vantaggio colla presa di Santa Lucia, e come era animoso e temerario nel principiare un'azione e titubante allorchè questa dubbia ed incerta mostravasi,  cosi in luogo di raccogliere tutte le sue forze intorno a Santa Lucia e invitare il nemico ad una battaglia decisiva, ordinò al suo esercito di ritirarsi lasciando la conquistata posizione.

 

 

La ritirata si effettuò ordinatamente, mercè il valore del duca di Savoia che alla testa della brigata Cuneo, la protesse con una fermezza e con una perizia impareggiabili. Egli seppe rintuzzare l'ardire del nemico divenuto baldanzoso, costringendolo a disordinata fuga e coprendo sè stesso di gloria.

 

 

Incalcolabile fu il danno recato alla causa italiana dal dubbio risultato della battaglia di Santa Lucia. Da quel momento il prestigio del vittorioso esercito sardo era diminuito, mentre gli Austriaci ripigliavano confidenza ed ardire, ed il vecchio ma energico Radetzky potè attendere con più calma il corpo di Nugent per riprendere l'offensiva.

 

 

Contemporaneamente a questi fatti, altri di minore importanza avvenivano sulla destra dell'esercito nostro, tra la guarnigione di Mantova e la divisione tosco-napoletana, la quale valorosamente respingeva il nemico.

 

 

Queste fazioni non erano d'altronde che ricognizioni fatte dagli Austriaci onde preparare attacchi di maggiore entità per l'avvenire.

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