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STORIA DELLO ASSEDIO DI VENEZIA NEGLI ANNI 1848 E 1849

Per C. A . RADAELLI Colonnello nell'Esercito Italiano

 

Napoli - Dalla tipografia del Giornale di Napoli

Maggio 1865

 

 

Capitolo III

Partenza degli Austriaci da Venezia - Decreto del governo - I consoli di Francia , degli Stati Uniti e di Svizzera – Perdita della flotta - - Notizie di Milano -- Manifesto del governo di Milano - Notificazione ai vari governi — Condizione finanziaria — Provedimenti civili e militari — Nuovi corpi — Guardia civica — Rappresaglie — La consulta di stato – Il generale Alberto La Marmora — Speranze nella Francia -- Inviati in Francia ed Inghilterra - Unione delle provincie con Venezia -- Concetti guerreschi nel Veneto - Proclama di Carlo Alberto – Il generale Durando - Il re Ferdinando di Napoli - Suo manifesto – Prime operazioni dell'esercito sardo - I corpi franchi - I Toscani ed i Napoletani nel Veneto — Gli Austriaci sull'Isonzo.

 

 

 

Nei giorni 23 e 24 marzo ebbero esecuzione i patti della capitolazione segnata il giorno 22. II Palffy con la famiglia, seguito da molti degli impiegati tedeschi, partiva per Trieste su d'un piroscafo del Lloyd. I due battaglioni croati s'imbarcarono per Segna e più tardi partiva pure il reggimento Kinsky ed il rimanente della guarnigione, e finalmente il tenente-maresciallo Zichy.

 

 

Il primo decreto del nuovo governo servì a tranquillizzare i molti stranieri dimoranti a Venezia. A qualunque nazione essi appartenessero, e qualunque fossero i loro antecedenti politici, avrebbero trovato protezione ed assistenza. Molti di essi rimasero a Venezia, che amavano come loro patria. Ricordo fra gli altri il bravo capitano d'artiglieria - marina Kollossek, boemo di nascita, che eroicamente combattè nella difesa, trovando più tardi sul piazzale del ponte la morte degli eroi.

 

 

Il 23, verso il mezzogiorno, il console francese, signor Limperani, seguito dai suoi connazionali, si recò alla residenza del governo, esprimendo con generose parole sentimenti di simpatia alla risorta repubblica, la quale, riteneva egli, avrebbe trovato appoggio e soccorso presso il suo governo.

 

 

I consoli degli Stati Uniti e di Svizzera seguirono l'esempio di quello di Francia e riconobbero, in nome dei loro paesi, il nuovo reggimento. Come dissi altrove, quando ancora il nuovo governo non era stato eletto, si commise un errore che poscia amaramente fu scontato.

 

 

La flotta, tutta composta di Italiani, stava ancorata a Pola; e mentre urgente e necessario era il richiamarla, fu creduto sufficiente inviarle un dispaccio a mezzo del piroscafo stesso che trasportava a Trieste il Palffy, impegnando sulla sua parola d'onore il comandante del legno, certo Maffei, a toccar prima Pola e consegnare l'ordine del quale era latore.

 

 

Questa inconcepibile fiducia riposta in coloro dei quali più d'ogni altro dovevasi diffidare, fu combattuta dall'Achille Bucchia, dal Baldisserotto e dal Lettis, ufficiali di marina che spontanei si offersero ad imbarcarsi su quel legno e così ricondurre la flotta.

 

 

Ma a nulla valsero le loro esortazioni: si volle credere alla parola del Maffei ed alle promesse del vinto governatore, la cui subita partenza aveva accecato moltissimi e tra gli altri il Manin stesso che in quei primi momenti credette la vittoria completa.

 

 

Quanto temevasi dai meglio ispirati, in breve si avverava. Il capitano Maffei a sua giustificazione racconta: che, quando fu in alto mare, venne obbligato dal Palffy e dagli altri passaggeri austriaci a far rotta per Trieste, e che, non avendo forza sufficiente per lottare contro la imperiosa volontà di quelli, suo malgrado dovette obbedire.

 

 

Così le autorità austriache, a tempo prevenute, ebbero campo di adottare quelle misure che impedirono poi alla flotta di uscire da Pola. Infatti, la mattina del 24, le batterie dei forti che coronano le alture di quella città, erano puntate contro le sottostanti navi, e quando giungeva colà la notizia della liberazione di Venezia, gli equipaggi furono tenuti come prigionieri, rimanendo così il naviglio in potere degli Austriaci.

 

 

Intanto un distinto ufficiale di marina, Luigi Fincati, presentendo il danno che avrebbe recato alla fortuna d’Italia la perdita della flotta veneta, di suo moto spontaneo imbarcavasi nella mattina del 23 sopra una barca peschereccia, e dirigevasi a Pola: ma soffermatosi ai Brioni di Fasana ed ivi riconosciuto, fu fatto prigioniero ed inviato a Gradisca.

 

 

Forse, se egli giungeva in tempo, il grande errore era riparato. Questa deplorabile perdita, la quale decise in seguito delle sorti di Venezia, è imputabile più che agli uomini, alla confusione del momento, alla facilità dell'ottenuto trionfo.

 

 

Di tutta la flotta dispersa nell'Adriatico ed in Levante, tre sole péniches furono salvate. Marini, Rota ed Alessandri ebbero l'ardire di condurle a Venezia attraversando mille pericoli: essi furono accolti come meritava il loro patriottismo, congiunto a tanto coraggio.

 

 

Nella notte del 24 giungeva a Venezia il Dall'Ongaro, nome caro alle lettere italiane, e narrava dei combattimenti cosi valorosamente sostenuti dai Milanesi contro Radetzky: raccontava i prodigi di valore operati nelle cinque memorabili giornate e come, vinto e fuggente, il feld-maresciallo austriaco si dirigesse con le rimanenti schiere a Verona.

 

 

La notizia non era giunta prima di allora e si sparse nel dì seguente per tutta la città e nelle provincie, destando ovunque il più grande entusiasmo. Nello stesso giorno il governo rivolgeva alla città ed alle provincie il seguente manifesto:

 

 

 

Venezia 24 marzo 1848.

La nostra prima parola sarà una parola di gratitudine al popolo veneziano. Sollevatosi improvvisamente, egli seppe mostrarsi degno del suo nome, affrontare il pericolo, ed ascoltare con una intelligente docilità i consigli di coloro che lo amano. Egli ha provato che i germi della nostra antica civiltà non attendevano che un soffio favorevole per risorgere a nuova vita! Nessuno sarà sorpreso se questo popolo acclami con gioia il nome di repubblica, che concilia per esso i ricordi di un glorioso passato con le condizioni più avanzate del tempo presente, e la maggior facilità del progresso futuro.

D'ora innanzi nessun pensiero d'ambizione o di municipalismo si attaccherà al nome della repubblica veneta: le provincie cosi gloriosamente unanimi per la difesa della nostra comune dignità, che aderivano al governo, formeranno una sola famiglia, senza differenza alcuna nei vantaggi e nei diritti, poichè i doveri saranno i medesimi per tutti. Il primo di questi doveri per ciascuna provincia, è quello d'inviare i suoi deputati onde stabilire la comune costituzione. La nostra ferma risoluzione è quella di aiutarci fraternamente, di rispettare il diritto degli altri e di fare rispettare il nostro. L'esempio che noi dobbiamo dare prima di tutto, è quello delle riforme sociali e morali, più importanti che le stesse riforme politiche; è quello di una eguaglianza non già sovversiva, ma giusta e religiosamente osservata. 

Manin

 

 

 

Il 25 marzo, il governo, risaputa la liberazione di Milano, inviava un messaggio a quei cittadini, annunziando loro la libertà ed indipendenza di Venezia, e facendo rimarcare come le due città, senza alcun prestabilito concerto, e solo per intuizione del sentimento immortale di patria carità, fossero insorte ed avessero vinto.

 

 

Terminava col dire che la causa di Venezia era quella d'Italia ed intimamente legata con la sorella lombarda, per la quale avrebbe sacrificato ogni più preziosa memoria.

 

 

Nello stesso giorno Milano, che ancora non conosceva gli avvenimenti di Venezia, le indirizzava la seguente lettera;

 

 

 

Milano 25 marzo

La nuova della nostra gloriosa rivoluzione ha certamente risvegliato in Venezia le più vive simpatie. Qual città è meglio fatta per apprezzare degnamente ciò che è nobile e generoso? Son trascorsi pochi mesi, o fratelli, dacchè voi vi associaste alle nostre timide discussioni contro il potere tirannico che allora cercavamo di piegare e che oggi sfidiamo come un nemico che più non si teme. Quanti avvenimenti dopo allora! Tutto vi sprona ad aiutare questo immenso movimento italiano che guida quelli che marciano, e trascina coloro che resistono. Può darsi che ciò che noi desideriamo sia già seguito? Può darsi che in questo momento, a fianco dell'antica bandiera di S. Marco , sventoli il vessillo tricolore, simbolo delle ardenti simpatie delle giovani generazioni?

Noi siamo ansiosi di sapere ciò che voi avete fatto: informateci il più presto possibile: intanto noi vi esprimiamo la speranza che fissandosi un nuovo ordine di cose, voi avrete pensato all'unità d'Italia. Unità ed indipendenza, sono le parole sacre che riassumono l'insieme dei voti e delle volontà della Penisola.  

CASATI, Presidente, GIULINI — STRIGELLI – GUERRIERI

 

 

 

Il 28 dello stesso mese, il governo di Venezia notificava al Pontefice ed al re Carlo Alberto, nonchè agli altri stati d'Italia, il nuovo ordine di cose stabilitosi nel Veneto. Inviava del pari ai governi francese ed inglese ambasciatori incaricati di recare lettere di partecipazione del nuovo stato, e di ottenere da quelle nazioni l'assicurazione di amichevoli relazioni.

 

 

La condizione finanziaria della repubblica non era certamente florida. Circa sei milioni di lire austriache si rinvennero nelle casse erariali, somma appena sufficiente a far fronte ai primi bisogni dello stato, al quale era necessario creare un'armata, e porre in stato di difesa i numerosi forti dell estuario.

 

 

In questi primi giorni gli atti del governo si succedettero con rapidità, improntati di uno spirito il più liberale. Fu diminuito (forse con misura non provvida o troppo precipitosa) d'un terzo il prezzo del sale e il dazio sul vino; soppresso il testatico o tassa personale; dichiarati eleggibili i cittadini a qualunque impiego; ordinato alla zecca di battere nuova moneta coll'impronta del leone di S. Marco; pareggiati tutti i cittadini di Venezia di qualsiasi confessione religiosa nei diritti civili e politici.

 

 

Inoltre la repubblica adottava per suoi figli i due fratelli di Domenico Moro, provvedendo d'annua pensione la vecchia loro madre; e varie altre disposizioni legislative e politiche erano date che è inutile ricordare.

 

 

Però le maggiori cure furono prodigate all'organizzazione di una numerosa forza armata, e nel restauro delle diroccate fortificazioni che tanti anni di pace avevano reso quasi inservibili; come pure si decretò la formazione d'una ben ordinata guardia nazionale.

 

 

A tali importanti lavori furono adoperati gli uomini più reputati e più capaci. Ed è giustizia ricordare fra i primi il generale Rizzardi, ottimo ufficiale, che la sua carriera aveva percorso negli eserciti francese ed austriaco. Ad esso fu affidato il comando dei forti di Marghera, di S. Secondo, di S. Giuliano, di S. Giorgio etc. etc . con l'incarico di metterli in stato di difesa.

 

 

Il capitano di vascello Marsich ebbe la direzione del circondario militare di Chioggia, ed il capitano di corvetta Belli quello del circondario di Burano. Tutti gli ufficiali di marina non imbarcati s'inviarono a comandare i singoli forti con l'incarico di sorvegliare i lavori che erano stati ordinati, ed è giustizia proclamare che tutti adempirono con intelligenza e bravura il loro mandato.

 

 

Il generale Solera che reggeva le cose della guerra, male giudicato, accusato di colpe che non aveva e vituperato nell'opinione pubblica, dovette cedere il suo portafoglio al vecchio generale d'artiglieria Armandi: ma questi pure fu al di sotto della comune aspettazione. Quando tutto è da creare, male si addice compito così grave a vecchie e logore intelligenze, ad uomini indeboliti dagli anni e dagli acciacchi.

 

 

Furono inviati soccorsi di volontari sotto gli ordini del Grondoni a Palmanuova, come pure da Treviso partì una compagnia della legione Galateo comandata dal capitano Zanetti.

 

 

Zucchi però, che teneva il comando della fortezza, non si sa per quale ragione, mostrò sempre un animo avverso a quanto ordinavasi a Venezia. Invitato a far parte del governo qual ministro delle armi, rispondeva quasi sdegnosamente, e volle invece rinchiudersi in Palmanuova, forse pensando di acquistare molta gloria difendendola. Ma, come vedremo in seguito, quella difesa non fu certo all'altezza della vecchia riputazione dello Zucchi.

 

 

Osoppo ebbe soldati ed il modenese Zannini per comandante. A Venezia si formarono due legioni di guardia mobile, che poscia si convertirono in reggimenti di linea.

 

 

Si credette utile inviare nella Svizzera il maggiore Canetti e Francesco Olivieri per assoldare un corpo di quei fieri alpigiani. Soli sessanta col De Brunner alla loro testa, accettarono l' invito e furono poscia inviati a Venezia.

 

 

Idea questa assai infelice, poichè a difendere la patria si credettero necessari soldati mercenari. I corpi di marina che soli in allora rimanevano organizzati, vennero aumentati con una leva, e coll'accordare premi d'ingaggio ai volontari. Buoni ed abili ufficiali scelti ad istruirli, seppero ispirare nei nuovi le virtù del soldato.

 

 

Fu ordinato l'armamento dei pochi legni rimasti nell'arsenale, mentre in questo grandioso stabilimento, sotto l'abile direzione del maggiore d'artiglieria Marchesi, si lavorava indefessamente alla riparazione di fucili, all'allestimento d'affusti da cannone e delle artiglierie necessarie alla difesa dei forti.

 

 

Con decreto del 28 marzo fu ordinata la formazione di dieci battaglioni di guardia civica, ognuno dei quali doveva comporsi di sei compagnie di cento uomini per ciascuna. Dell'organizzazione di questa forza cittadina fu incaricato il maggiore Radaelli: impresa difficile, perché da attuarsi in paese non abituato a simile istituzione, ma che però ebbe esito felicissimo nello svolgersi del mese di aprile.

 

 

La guardia civica fu provvista di armi dello stesso calibro, di regolamenti, di uniforme, e comandata da capi, se non abilissimi, certamente pieni di entusiasmo, di attività e di amore patrio.

 

 

A Chioggia, a Palestrina, a Burano e nelle altre isole di Venezia fu pure istituita con le stesse norme, in modo che nel mese di maggio Venezia contava sotto le armi diecimila guardie civiche, regolarmente sistemate, e in buona parte addestrate nel mestiere delle armi.

 

 

Nel corso dell'assedio, oltre a mantenere l'ordine e la tranquillità nel paese, mostrarono che all' uopo sapevano combattere. Infatti non vi è fatto d'arme dove, insieme coi soldati regolari e volontari, esse non pagassero il loro tributo di sangue.

 

 

La perdita della flotta aveva esacerbato gli animi dei Veneziani, che a ragione ne incolpavano le persone che ebbero per poche ore la direzione degli affari. Impossibile rimediarvi. Taluno credette di esercitare una rappresaglia, ponendo ostacoli alla partenza di qualche personaggio che ancora dimorava a Venezia.

 

 

Il duca di Ragusi, Marmont, la contessa Fiquelmont ed il tenente-maresciallo conte Bianchi, che ottenuto avevano dei regolari passaporti, dovettero ricorrere a Manin, poichè alcune guardie civiche di loro arbitrio li avevano dichiarati prigionieri.

 

 

Manin fece immediatamente cessare quella inqualificabile violenza; e coloro poterono liberamente e tranquillamente partire. Questa fu l' unica illegalità commessa dai Veneziani in quei giorni di trambusto. Il governo, con lo scopo di rendersi popolare nelle provincie di terraferma, riunì una consulta di stato, composta di tre cittadini che ciascheduna provincia inviava.

 

 

A questa consulta fu affidato l'incarico di compilare nel minor tempo possibile una legge elettorale fondata su basi larghissime; e fino a tanto che l'assemblea non fosse stata eletta, le fu commesso di farne le veci, avendo voto consultivo negli affari politici e deliberativo negli amministrativi.

 

 

La sola Verona non fu rappresentata, perchè soggetta all'Austria. Il giorno 13 aprile, giungeva a Venezia il generale Alberto La Marmora, spedito da re Carlo Alberto. Il prode generale ebbe tosto l'incarico della difesa della linea del Tagliamento.

 

 

Sfortunatamente scarse erano le forze disponibili, ed assai arduo il compito affidatogli, nel caso un esercito austriaco si presentasse da quella parte. Ciò nonostante furono posti sotto i suoi ordini alcuni corpi di volontari, e la legione Galateo.

 

 

Venezia però fidava nella Francia. Sembrava impossibile che la repubblica francese non riconoscesse la risorta sorella dell’Adriatico. Inviava pertanto a Parigi i cittadini Zanardini e conte Nani, coll'incarico palese di acquistare ventimila fucili, e col secreto di scandagliare le disposizioni di quel governo e dell'inglese.

 

 

Poco però furono felici i due inviati in questa duplice missione, perchè se ebbero le armi, poterono convincersi fino dal primo momento, che i due governi non avrebbero in modo alcuno aiutato la causa italiana.

 

 

A Parigi Lamartine seguiva il vecchio sistema del Guizot, e a Londra non trovavasi interesse nello scapitare dell'Austria. Altro incaricato veneto, il Serena, che doveva acquistare un grosso vapore da guerra, invece di un legno poderoso potè appena procacciare un piccolo piroscafo da trasporto della forza di 40 cavalli.

 

 

Le provincie di terraferma, le une dopo le altre aderirono al nuovo ordine di cose stabilito a Venezia. Inviarono i più distinti cittadini a recarvi gli atti solenni d 'adesione. Però le richieste d’armi e di munizioni ch'esse fecero, furono tali, che per soddisfarle non sarebbe stato sufficiente quanto di materiale possedeva il nuovo stato.

 

 

Non vi era borgo che non trovasse necessario di armare con cannoni le sue mura: ciascuno voleva provare l'importanza strategica della propria città, e non potevasi in alcun modo persuadere, che il meglio a farsi era di radunare un buon esercito, piuttosto che rendere formidabili tante terre.

 

 

Il concetto della unione in una sola mano delle forze del Veneto non sorrideva a molti, bramosi di mostrarsi soldati a casa loro, e perciò alieni dai disagi che recano sempre le marce e la vita dei campi.

 

 

In ogni provincia la guardia civica veniva istituita, e tanta era la diligenza della nuova milizia in quei primi giorni di risorgimento, che talvolta per percorrere dieci miglia, con veniva mostrare dieci volte il passaporto, e rispondere agli interrogatori dei comandanti delle pattuglie, che ogni villaggio, ogni borgo metteva in moto.

 

 

Giammai il Veneto fu tanto perlustrato come in quei tempi. Però, alcuni corpi franchi furono creati nelle varie città del Veneto, quantunque poca o nessuna scienza militare fossevi allora in quelle provincie. Gli uomini posti alla testa degli affari dei municipi, si occupavano piuttosto di questioni amministrative e politiche, e non pensavano a creare forze stabili e regolari, unico sostegno dell'indipendenza della nazione, così prodigiosamente acquistata. E tanta era la confidenza di alcuni di costoro nella impossibilità dell’Austria di riprendere l'offensiva, che si udivano esclamare: 

essere bastante la sciarpa tricolore della milizia cittadina per annichilire le armate imperiali.

 

 

Stolte illusioni! improvvide e fatali, le quali non poterono essere svelte dalle menti esaltate, se non dai tristi avvenimenti che assai presto successero. Le sole città di Treviso e di Padova ebbero il pensiero di organizzare corpi regolari.

 

 

I cacciatori del Sile e la legione Italia libera che tanto s'illustrarono nella difesa di Venezia, furono creati in Treviso, affidandone al bravo e prestante capitano Gheltof la formazione.

 

 

A Padova, la legione Euganea si dovette alle cure del veterano colonnello Zanellato e dell'ingegnere Cavalletto: corpi questi che però non ebbero tempo di ordinarsi solidamente, poichè il ritorno degli Austriaci li costrinse a rifugiarsi a Venezia, dove crebbero in numero, in disciplina ed in valore.

 

 

Il Cadore ed il Bellunese, regioni alpine abitate da una razza virile e coraggiosa, preparavano difese in quelle difficili gole, onde opporsi a minacciate incursioni nemiche. Il tenente-colonnello Calvi ne assumeva la direzione e col suo slancio e con la sua bravura seppe difendere lungamente quei monti sino a quando, sopraffatto dal numero degli Austriaci, dovette desistere e ritirarsi a Venezia.

 

 

Frattanto Carlo Alberto aveva passato il Ticino e, fattosi campione della indipendenza d'Italia, rivolgeva il seguente proclama ai popoli di Venezia e di Lombardia:

 

Popoli della Lombardia e della Venezia! I destini d'Italia si maturano; sorti più felici arridono agli intrepidi difensori di conculcati diritti. Per amore di stirpe, per intelligenza di tempi, per comunanza di voti, noi ci associamo primi a quell'unione di ammirazione che vi tributa l'Italia. Popoli della Lombardia e della Venezia! le nostre armi che già si concentravano sulla frontiera, quando voi anticipaste la liberazione della gloriosa Milano, vengono ora a porgervi nelle ulteriori prove quell'aiuto che il fratello aspetta dal fratello, l'amico dall'amico. Seconderemo i vostri giusti desideri fidando nell'aiuto di quel Dio che è visibilmente con Noi,  di quel Dio che ha dato all'Italia Pio IX, di quel Dio che con sì meravigliosi impulsi pose l' Italia in grado di far da sè. E per meglio dimostrare con segni esteriori il sentimento dell'unione italiana, vogliamo che le nostre truppe, entrando nel territorio della Lombardia e della Venezia, portino lo scudo di Savoia sovrapposto alla bandiera tricolore italiana.

 

 

 

Quasi contemporaneamente Pio IX aſfidava al generale Durando il comando dei suoi reggimenti regolari svizzeri e romani, che ammontavano a circa 7000 uomini, ordinando che si avvicinassero al Po pronti a correre in difesa del Veneto. Allo stesso generale obbedivano quasi 10,000 volontari romagnoli capitanati dal Ferrari. Fu allora che Ferdinando II, costretto a seguire l' impulso generale, bandi la sua volontà col seguente proclama:

 

 

 

Napoli 7 aprile 1848.  

Il destino della patria comune va a decidersi nei piani della Lombardia. Ogni principe, ogni popolo d'Italia è obbligato ad accorrervi e prendere parte alla lotta che deve assicurare l'indipendenza, la gloria e la libertà d' Italia.

Quanto a Noi, Noi intendiamo concorrervi con tutte le nostre forze di terra e di mare, coi nostri arsenali e con tutte le ricchezze della nazione.

 

 

 

Ed alle parole tenevano dietro i fatti. Il generale Guglielmo Pepe alla testa di 15,000 uomini, muovevasi alla volta del Veneto, e la flotta sotto gli ordini del Della Cosa, veleggiava per Venezia.

 

 

Così il Borbone mascherava il più infame tradimento, che un re meditasse a danno dei suoi popoli. Re Carlo Alberto, spingendosi col suo esercito nella Lombardia, e sapendo Mantova debolmente difesa e male presidiata, credette poterla sorprendere.

 

 

Fatto quindi diligenza d'accorrervi con le sue schiere, non potè compiere il divisato progetto, perchè Radetzky lo preveniva inviandovi una brigata di rinforzo.

 

 

Carlo Alberto allora, abbandonato il pensiero di Mantova, risolse impadronirsi del corso del Mincio e di assediare Peschiera. Il giorno 8 aprile, il generale Bava fece attaccare Goito che siede sulla riva sinistra del fiume, e dopo un vivo combattimento nel quale i bersaglieri, guidati dal celebre loro istitutore Alessandro La Marmora, ferito in quell'occasione e morto più tardi per colera in Crimea, iniziarono brillantemente le loro tradizioni, sloggiando gli Austriaci trincerati nelle case e specialmente nell'albergo della Giraffa.

 

 

Il nemico, comandato dal generale Vollgemuth, fu debolmente inseguito, poichè scarse erano le forze sotto gli ordini del generale piemontese. Il giorno dopo, il De Sonnaz attaccava Monzambano e se ne rendeva padrone, e finalmente gli 11 mattina il colonnello Mollard riusciva di penetrare in Borghetto scacciandone i croati che lo presidiavano.

 

 

Le truppe austriache, da ogni punto respinte, concentravansi a Villafranca, di dove mossero per Verona. Questi brillanti e felici combattimenti resero Carlo Alberto padrone del corso del fiume, ponendolo in grado di investire Peschiera in attesa del parco d 'assedio che dal Piemonte celermente gli era inviato.

 

 

I corpi volontari della Lombardia e degli stati vicini, che si erano uniti all'esercito sardo, posti sotto gli ordini del generale Allemandi furono spediti nelle gole del Tirolo, ritraendone però poco frutto, perchè retti da debole mano, discordi fra loro e mancanti di disciplina.

 

 

Quella spedizione, male consigliata e peggio eseguita, recò danno alla causa italiana, scemando la fiducia che quei nuovi corpi al loro comparire avevano destata. È giusto però ricordare come taluni di essi valorosamente combattessero. Basta ricordare Luciano Manara ed i suoi prodi, Griffini che tanto si distinse a Santa Lucia, Noaro che con pochi uomini, dopo sorpresa la polveriera vicino a Peschiera e fattala saltare in aria, bravamente difendeva contro forze decuple Castelnuovo, ed altri ancora che in molte occasioni con gran valore si condussero.

 

 

Meglio guidati, di gran giovamento potevano essere all'esercito sardo. I corpi franchi del Veneto si erano divisi in due porzioni. Alcuni di essi, senza capo, guardavano l'Isonzo; mentre gli altri sotto gli ordini del generale Sanfermo si erano fortificati a Sorio, chiudendo quel varco alle forze austriache concentrate nel quadrilatero.

 

 

Però a questi mancava un sostegno quale possedevano quelli di Lombardia nell'esercito di Carlo Alberto. L'unica forza regolare che, bene ed a tempo impiegata, poteva riuscire nucleo a potente esercito, era il corpo di Durando che neghittoso rimaneva sulla destra del Po, non varcandolo mai, quantunque pressanti fossero le istanze del governo di Venezia e dello stesso generale Alberto La Marmora, perchè si affrettasse a correre nel Friuli, dove l' oste tedesca avanzavasi oltre l'Isonzo.

 

 

Infatti il Nugent raccoglieva quanti fanti poteva, ed apparecchiava numerose artiglierie ed infiniti carriaggi di munizioni da trasportare a Verona in soccorso di Radetzky. L'inerzia dell'armata pontificia, inerzia voluta dallo stesso Pontefice che, come vedremo, avea in cuor suo abbandonata la causa italiana, fu forse motivo principale dei rovesci toccati, e principio della catastrofe finale che compivasi qualche mese dopo sui piani lombardi.

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