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STORIA DELLO ASSEDIO DI VENEZIA NEGLI ANNI 1848 E 1849

Per C. A . RADAELLI Colonnello nell'Esercito Italiano

 

Napoli - Dalla tipografia del Giornale di Napoli

Maggio 1865

 

 

Capitolo II

Le città del Veneto - Considerazioni — Palmanuova — Osoppo - Lettere dell'arciduca d'Austria Ranieri, figlio del vicerè — Lettera di un ufficiale austriaco - Altre considerazioni.

 

 

 

Nelle varie città del Veneto la rivoluzione trionfava. Udine con poco sforzo scacciava gli Austriaci che riparavano nella vicina Gorizia. A Treviso una capitolazione obbligò il presidio a sgombrare, lasciandovi un battaglione del reggimento Zannini, tutto di trevigiani, il quale aveva fraternizzato col popolo. Questo corpo, conosciuto più tardi sotto il nome di legione Galateo, si distinse poi sul Piave, a Vicenza, ed a Venezia.

 

 

A Padova il tenente-maresciallo d'Aspre, debole di fronte alla numerosa, ostile popolazione, pensando forse che per il momento era meglio il ritirarsi, e forse obbedendo ad ordini superiori, firmava una convenzione con quel municipio, per la quale si obbligava ad uscire dalla città.

 

 

Lasciata Padova, il d'Aspre evacuò pure Vicenza soggetta al suo comando, e raccolto il suo corpo, che non oltrepassava i seimila uomini, con saggio militare intendimento guadagnava il quadrilatero, dove mano mano si andavano concentrando le forze austriache, e dove Radetzky con l’esercito battuto e disordinato poco dopo sopraggiungeva. Così, di tutto il territorio veneto, Verona ed il forte di Legnago soltanto rimanevano in mano degli Austriaci. Sembra quasi impossibile che una rivoluzione di popolo tanto facilmente e così felicemente sia stata compiuta contro un esercito che aveva fama di valoroso e disciplinato.

 

 

Ma i lunghi anni di pace goduta, i pochi avanzamenti negli ufficiali, i capi vecchi e valetudinari, gli ordini interni vieti e non a portata dei tempi più civili che correvano, e soprattutto il sistema di protezionismo portato agli eccessi, tutto questo aveva certamente scossa la disciplina, e diminuito quello spirito di corpo, che tanta forza è negli eserciti.

 

 

Si aggiunga che i sessantamila uomini, che allora contavano gli Austriaci in Italia, erano disseminati in tante città, ed in tanti punti, e che parte di essi, essendo italiani, disertarono al primo invito della rivolta.

 

 

I generali, privi di comunicazioni fra loro e di ordini del governo, dubitosi sulla legalità di quanto avveniva intorno ad essi poichè sapevano della impartita costituzione, sorpresi dall' avvenimento di un papa liberale, dai moti di Napoli, di Parigi e più di tutto dalla rivoluzione di Vienna, incerti sul partito a pigliarsi, cercavano sicurezza per sè e per i soldati nelle fortezze.

 

 

Però, se la debolezza di costoro, che cedettero davanti a popoli inermi, fu di gran vantaggio per le proprietà e per i paesi insorti, fu d 'altra parte per la causa italiana un danno gravissimo; perchè l'esercito nemico si ritirava intatto, senza perdite, e potè più tardi, meglio organizzato, con danno nostro infinito, riprendere l'offensiva. E quantunque a chi scrive queste pagine dolga censurare i propri concittadini, è debito dire che i Lombardo - Veneti, esclusa Milano che tanto eroicamente ha combattuto, ebbero il torto gravissimo di non adoperarsi a far prigionieri i corpi isolati, e meritano al contrario lode i nemici, se con la loro attitudine ferma e decisa, ottennero patti che forse non speravano. La libertà che non costi sangue e sacrifizi, poco si apprezza e poco dura: così fu nel Veneto ed in gran parte della Lombardia nel 1848.

 

 

La vittoria troppo facile, fu chimerica, fu il trionfo di un giorno, che presto si dileguò nel lutto e nel dolore. Gli Austriaci, quasi illesi, ripararono nelle loro fortezze per uscirne quando il primo entusiasmo era passato. In quel tempo d'illusioni dorate, molti pensarono che l'Austria non poteva più discendere in campo e che era vinta per sempre. E fu sventura che tra coloro che in tal modo pensavano, alcuni sedessero nei nuovi governi: chè in luogo di creare battaglioni, furono larghi di discorsi sonori e rimbombanti.

 

 

È dovere il confessarlo, il Lombardo- Veneto nel 1848 fece assai meno di quanto avrebbe dovuto: lasciò che altri combattesse, ed un bel giorno ricadde come prima fra gli artigli dell'aquila imperiale .

 

 

Questo esempio parla troppo alto , perchè i Veneti non ne siano ammaestrati e, venuta l' occasione, non sappiano prodigare sangue e sostanze per unirsi al resto della italiana famiglia.

 

 

Ora, ritornando ai fatti del nostro racconto, diremo che la fortezza di Palmanova cadeva pure in mano degli italiani, e Zucchi, che vi era detenuto e il di cui nome suonava patriottismo e martirio, era eletto a comandarla dai cittadini medesimi. Osoppo rivendicavasi anch'essa a libertà.

 

 

Tutte queste città e le minori terre, libere dalla dominazione straniera, eleggevano i loro governi provvisori. Le guardie nazionali funzionavano dappertutto, quantunque per la novità della cosa e il poco accordo delle volontà, la bisogna procedesse assai confusamente.

 

 

Però il nemico stesso che, come dissi, fu sorpreso dal subitaneo insorgere di tutto il Lombardo Veneto, non era in condizioni invidiabili di tranquillità e di ordine. Valgano a dimostrarlo le due lettere qui sotto trascritte che l'arciduca Ranieri, primogenito del vicerè del Lombardo - Veneto, scriveva al fratello e che furono intercettate dalla guardia civica.

 

 

Esse varranno a edificare coloro che vantano la mitezza d'animo e la generosità di sentire dei principi di casa d'Austria.

 

 

 

Dell'arciduca Ranieri all'arciduca Ernesto. 

Verona 19 marzo 1848

Caro Ernesto, Ho ricevuto il denaro. In questo momento precisamente ho scritto a Leopoldo; per conseguenza egli sa ciò che qui succede. Noi siamo in un vero ospitale di pazzi. Le nuove di Vienna ( le quali sentono assai bene la imperatrice madre e la loro Sofia, che non vogliono toccati nemmeno con la punta delle dita i Viennesi) hanno avuto anche qui le loro naturali conseguenze. Io non so troppo cosa sia succeduto a Bergamo : tu sei più vicino alla sorgente di me. Coletti è arrivato da un' ora dalla Cancelleria : egli ci disse che in Brescia vi sono delle barricate, e che si deve aver fatto fuoco.

 

 

Ciò che è sicuro si è, che durante la notte che noi abbiamo passata in questa città, si è fatto scoppiare una bomba al collegio dei gesuiti per spaventare gli abitanti. Se noi non fossimo nelle presenti circostanze, quella sarebbe stata un'idea impagabile. I gesuiti devono già essersi salvati a Chiari.

 

 

Qui si fecero e si fanno ancora delle follie. Ieri sera al nostro arrivo, tutta la popolazione si è radunata; tutti ci hanno salutato cortesemente, tanto quelli che portano la barba, che quelli che non la portano: il quartiere che noi abitiamo doveva esser illuminato, ed era stabilito in quell'occasione di gridare: viva la costituzione! ed altre cose simili:  felicemente quella sera piovette.

 

 

Nondimeno verso notte, una immensa moltitudine si era riunita davanti il nostro palazzo, gridando: viva il vicerè! viva la costituzione! viva l'Italia! abbasso i gesuiti etc . e siccome i discorsi dell'ufficiale e del delegato rimasero senza effetto e che la folla prometteva di andarsene tranquillamente se il vicerè si fosse presentato al balcone, egli vi comparve e fu ricevuto da immensi applausi.

 

 

I gridi continuarono dopo che egli si era ritirato, ed i capi dell'assembramento indirizzandosi al commissario, dichiararono che mio padre doveva pubblicare dalla finestra le concessioni già accordate a  Vienna , e pubblicate a Venezia da Palffy. Come noi non avevamo nulla ricevuto, se ne andarono tranquillamente, ma gridando: a domani alle dieci ore; e qualcheduno aggiunse: in armi. Allora tutti perdettero la testa; tutti si credettero impalati, arrostiti etc. etc. Fu risolto di andare a Mantova, e di partire a due ore dopo mezzanotte.

 

 

Già l' ordine era dato, quando nostra madre, che per evitare qualsiasi conflitto con le truppe e per le altre ragioni che tu conosci  propendeva per l'espediente della partenza, mi fece chiamare per sapere come io la pensavo. Certamente io non mi attendevo questa domanda; nondimeno espressi liberamente la mia opinione, vale a dire che sarebbe un errore grossolano di mostrare con questa fuga che si aveva paura, e di ritirarsi in una fortezza nella quale il meno male che ci potesse arrivare, sarebbe stata una dimostrazione simile o peggio ancora, e dove la guarnigione conta appena tre battaglioni, mentre qui ve ne sono molti più, con diversi generali per comandarli.

 

 

Essa mi guardò tutta sorpresa e mi chiese se io vedrei con piacere che la truppa venisse alle mani e che vi fosse effusione di sangue. Io non potei rispondere di si, ma dissi che si poteva seguire il mio consiglio senza spargere sangue. Mi si derise: noi fummo rinviati al nostro albergo allorchè erano già nove ore e mezzo, e dovevasi partire a due ore del mattino.

 

 

Non erano trascorsi cinque minuti dacchè io ero arrivato all'albergo, quando nostro padre inviò a cercarmi per dirmi che non si partiva più, ciò essendo stato riconosciuto imprudente da tutti i generali ; opinione che tolse la parola alla vice- regina nostra madre.

 

 

Numerose pattuglie militari circolano nella città, ma tutto è tranquillo: questo stato di cose ha durato fino ad oggi alle ore dieci. In questo momento tutta la popolazione è venuta sulla piazza dei Signori. Vi ha presso di noi una mezza compagnia del tuo reggimento di guardia , ed un'altra mezza compagnia di Brodiani con otto cavalleggeri di riserva. Un'altra compagnia di Brodiani ha defilato davanti il palazzo, due altre sulla piazza dei Signori. Frattanto un estratto dalla Gazzetta di Vienna fu pubblicato con l'avviso qui incluso, di modo che questi signori non sapevano cosa domandare.

 

 

Finalmente essi formarono una deputazione di cinque individui, incaricati di pregare nostro padre di ritirare la truppa e di concedere una guardia civica la quale custodirebbe l'ordine nella città. Le truppe dovettero ritornare nelle caserme, eccettuate quelle che sono nel palazzo e la mezza compagnia che è alla Delegazione; e come a Vienna fu permesso l'armamento degli studenti, mio padre ha consentito alla formazione d'una guardia di quattrocento uomini che, scelti fra i ricchi cittadini, dovranno seguire senza armi le pattuglie militari e borghesi.

 

 

Tutto ciò non è che provvisorio, poichè ci vuole l'approvazione dell'imperatore; ma ciò è un principio. Dove finiremo noi? Fino a quanto si eleverà la cifra di questa guardia, quando essa otterrà anche l'armamento? Cosa ne dirà il soldato? Amerei sentire il feld-maresciallo.

 

 

Appena questa concessione fu accordata, una immensa moltitudine si assembrò davanti il palazzo di nostro padre e lo chiamò con grandi grida. A partire da questo momento tutti divennero pazzi; i ricchi distribuirono denaro e delle coccarde tricolori; i poveri presero l'uno e le altre e si ubbriacarono. Tutti girano con gran tumulto gridando: Viva l' Italia!.

 

 

Oggi, a tre ore, tutti coloro che vogliono far parte della guardia civica, devono farsi iscrivere nell'arena. Naturalmente se ne presenteranno più di quattrocento; tutti pretenderanno essere compresi, e sarà allora che comincierà la confusione! Qual disgrazia che sia stata fatta questa concessione a Vienna, e sia stata estesa a tutte le provincie; poichè non si può rifiutare qui ciò che è in ogni dove accordato, senza far nascere un serio malcontento e delle insurrezioni. Noi ne abbiamo sufficienti esempi. Ciò mi dispiace per l'armata.

 

 

Frattanto eccoci colla guardia civica a Verona, e, naturalmente, essa sarà introdotta in tutto il  regno. Quanto a Venezia, duecento uomini le furono già accordati con le stesse condizioni. Si dice che sia stato fatto fuoco nella piazza S. Marco » e che cinque uomini furono uccisi. Non v'è male.

 

 

A Vicenza si è voluto prendere d'assalto la Delegazione e piantarvi la bandiera tricolore, ma quel tentativo non riuscì. Di Padova non si sa niente ancora. Sono le quattro dopo mezzogiorno: la posta di Milano che abitualmente giunge a tre ore del mattino, non è ancora arrivata. Se vi ha qualche cosa a Milano, io auguro ai Milanesi che ne restino cinquecento di uccisi!

 

 

Ecco la conseguenza degli avvenimenti di Vienna. La truppa deve essere stata mal diretta, ovvero (ciò che è più verosimile e che io ho detto fino dal principio ) deve essere stato vietato dall'alto e dalle principesse di far fuoco; altrimenti i Viennesi avrebbero ottenuto ben altre concessioni. I capelli si drizzano sulla testa, allorchè si pensa a ciò che si pretende abbiano ottenuto in Ungheria, a Vienna, in Boemia, in Galizia.

 

 

Se non nasce un miracolo, noi possiamo tutti far fagotto. Il palazzo di Metternich alla Landstrasse è, dicesi,  intieramente distrutto; e questi furono i fedeli Viennesi! Qui tutte le teste sono interamente sconvolte. 

 

 

Sono per la più parte ubriachi e percorrono la città gridando: viva l'Italia! Essi abbracciano i soldati delle frontiere come loro fratelli, e nel caffè militare essi fanno lo stesso con gli ufficiali che non possono più tenersi sulle loro gambe. Collocarono sulle loro spalle un ufficiale degli usseri e l' hanno fatto girare per la città gridando: vivano i nostri fratelli ungheresi! Io mi attendo per questa sera a qualche nuovo sussurro.  Se accade qualche cosa, ti scriverò domani. Il tuo reggimento e il battaglione Brodiani hanno una magnifica apparenza. Windischgraetz è anche bello; gli uomini che ho veduto, sono assai ben montati.

 

 

Intendo dire che l' iscrizione per la guardia civica comincia fra un'ora; ciò darà luogo a molte querele per essere ammessi. Alcuni dicono che in questa circostanza si benediranno le bandiere tricolori. Il vicerè assisterà alla cerimonia.

 

 

E ciò succede in una città di provincia ed in Austria!

 

 

 

 

 

Dello stesso allo stesso.

Verona 20 marzo 1848

Caro Ernesto,

Ti ricordi delle lettere che ti ho indirizzato un giorno a Lodi, e di ciò che io ti dicevo relativamente a coloro che facevano l'esercizio, ed all'introduzione d'armi etc .? La polizia riconoscerà adesso, quantunque tardi, il valore dei ragguagli che n'ebbe e dei quali non tenne conto alcuno . Adesso tutto è finito; la monarchia non deve la conservazione di Milano che alla sola previdenza del feld -maresciallo ed al valore delle truppe.

 

 

Il capitano Guyn è passato per Milano, rendendosi a Vienna come corriere. Egli era andato al castello, aveva inteso i rapporti, e partendo il 18 alle 11 ore di sera, egli aveva veduto il disordine della città.

 

 

Al Broletto, i pezzi da dodici avranno fatto dei buchi superbi: nondimeno egli non conosceva il fine dell'affare perchè il feld -maresciallo lo fece partire nel momento nel quale, certo della vittoria, faceva bivaccare le truppe sulle pubbliche piazze.

 

 

Guyn disse che furono perduti quaranta soldati, e che si ebbero molti feriti, e fra loro un ufficiale superiore. Si dovevano fucilare tutti i prigionieri, compresi Casati ed il duca Litta , che si dice essere del numero. La legge marziale fu spedita ieri a Milano con un ufficiale e due cacciatori Brodiani, ed oggi, a due ore, essa deve essere pubblicata e messa in attività. Questo è l'unico mezzo.

 

 

Devesi riconoscere che i Milanesi possono attribuirsi tutto il male, poichè il feld -maresciallo mostrò molta pazienza. Se almeno ne fossero restati molti sul terreno! Ciò avrebbe servito ad inspirar loro un poco più di rispetto per la truppa! I soldati avranno poca moderazione nell'assalto: tanto meglio! Casati è nondimeno un f.. . birbante !

 

 

La posta non è arrivata né ieri nè oggi da Milano e non comparve nessun corriere . A Venezia tutto è ritornato tranquillo. Qui si grida molto e Gerhardy temeva qualche cosa in causa degli avvenimenti di Milano, essendosi sparsa la nuova che il feld -maresciallo era prigioniero nel castello con tutta la guarnigione, e che i Milanesi erano vincitori: ma sono già due ore e nessun indizio di sommossa.

 

 

Il feld-maresciallo scrisse perchè gli fosse inviata, sotto buona scorta, una quantità di munizioni, necessarie pei cannoni ed obici, onde rimpiazzare quelle che furono consumate. Almeno i Milanesi conoscono adesso la musica dei pezzi da dodici!

 

 

I generali Voyna e Prelat erano ancora nel palazzo imperiale; essi avranno avuto una bella paura! Il battaglione dei granatieri italiani avrà commesso degli eccessi in Brescia; esso deve essere senza disciplina.

 

 

Si dice che quei del reggimento Haugwitz continuano ad abbracciare gli abitanti e fraternizzano con essi, in modo che non si può nulla attendersi da quel corpo. Qui si dice che essi hanno rifiutato di tirare; però non si è ancora venuti a questa estremità, ma ciò può arrivare . Come m'incaricherei con piacere della città di Milano!

 

 

Vi devono essere dei disordini a Roma. Piemontesi dovevano occupare Pavia lo stesso giorno: ciò non ha avuto luogo. Secondo le nuove che ci pervennero fino adesso, i paesani non poterono penetrare nella città; del resto il feld -maresciallo avrà dato loro il saldo come agli altri.

 

 

Non si deve essere ancora tranquilli a Vienna, perchè sembra che la corte voglia partire e abbandonare la città alle truppe. Questo sarebbe certamente l'unico mezzo per ricondurre la pace, ma io credo che si vorrà piuttosto fare delle concessioni che usare il rigore.

 

 

Presentemente eccoci con una costituzione secondo la quale noi non possiamo più servire nel civile, ed il militare perde il suo rango. lo domando ciò che dobbiamo fare. Mio padre mi ha confidato solamente oggi, senza parlarne alla viceregina, che egli, tosto saremo più tranquilli, deporrà la sua carica per non servire con una costituzione, e si ritirerà alla campagna pretestando la sua età avanzata. Ma io che devo fare? Niente?

 

 

Non lo voglio; e se io non posso entrare nel civile, entrerò nell' armata per farmi uccidere alla prima occasione, perchè in quel caso non avrò più a pensare al resto. Noi dobbiamo questa bella condizione al nostro governo di donne, che è composto di un idiota per imperatore, di un avaro per successore presuntivo, di un biricchino per principe ereditario  e, dietro a costoro, dell' imperatrice madre e Sofia,  quindi di T . . . . e tutti quanti i . . . . appartenenti a ciascuna di esse. In questo modo, e per questa razza, perirà la nostra monarchia che era così forte!

 

 

Metternich è in fuga; Kollowrat, lo zio Luigi e, senza dubbio, gli altri ministri si ritireranno: non se ne troveranno altri senza nuove» concessioni, e noi cosi cadremo nel precipizio che tutti c'ingoierà!

 

 

Pensando a questa serie di avvenimenti, come ti dissi, i capelli si drizzano sul capo. Non mancherebbe altro che la Russia ci rifiutasse il denaro che ci ha promesso, e ch'essa ci dichiarasse la guerra! Sarebbe giunto il momento di poter dire addio all'impero, e di farci inscrivere, come cittadini, nella guardia civica .

 

 

Domani arriva il reggimento Furstenwarter, ed il tuo marcerà su Brescia. Arriverà anche un battaglione del Banato. Brodiani, al suo turno, marcerà sul Po. Due di questi signori, l'uno dei quali è Giusti, che avevano abbandonato il servizio, riservandosi il titolo del loro grado , lo hanno adesso abbandonato affatto per far parte della guardia civica, che fa diggià la sua pattuglia con dei piccoli fucili tutti coperti di ruggine .

 

 

Essa fa diligentemente la sua ronda, quando però non piove. Tutta la giornata, non s'intende che gridare: » viva l'Italia, viva la libertà! e cantare delle canzoni liberali.

 

 

Al palazzo ne abbiamo sempre due di loro per sentinelle. Oggi essi pretendono di mettere un posto di guardia a ciascuna porta e in ogni forte. Si dice che in luogo di 400 guardie, ve ne siano già armate 1500, le quali alla prima occasione agiranno contro la truppa. Io vorrei che tu potessi vedere la rabbia del luogotenente - maresciallo Gerhardy alla vista di tutto ciò. Il feld -maresciallo ne avrà un gran piacere della guardia civica!

 

 

In questo momento arrivano notizie di nuovi torbidi che sarebbero succeduti a Venezia, a Trento e Rovereto; ma non si sa cosa sia avvenuto.

 

 

Addio: finisco perchè devo andare a passeggiare. Comunica questa lettera a Sigismondo, perchè non ho il tempo di scrivergli particolarmente.

 

 

 

 

 

Queste due lettere che un arciduca d'Austria scriveva al proprio fratello, mostrano quali fossero la confusione, l'incertezza, ed anche la paura nella quale era travolta la corte vice - reale. Governo e polizia erano muti e titubanti: le masse popolari ne avrebbero avuto buon mercato.

 

 

Verona e Mantova potevano sottrarsi allora dal giogo austriaco. In quest'ultima specialmente, tre soli battaglioni formavano il presidio, ed in Verona pochi più, i quali non avrebbero resistito contro una popolazione di 60,000 abitanti. Si badò troppo alle dimostrazioni clamorose, e tutto si convertì in grida.

 

 

Quando s'accorsero che potevano vincere, era troppo tardi. D’Aspre vi giungeva con i suoi seimila uomini, e poscia Radetzky. Quelle due fortezze, cadute in mano degl'Italiani, ci avrebbero data vinta la guerra e per sempre.

 

 

Nè si può dire che seria resistenza avrebbero opposto le truppe imperiali . Esse erano disanimate, prive dell'antico spirito marziale che più tardi mostrarono. Avvilite, con le idee stravolte dai nuovi e mai intesi nomi di libertà e di costituzione, ebbre dal contatto di popolazioni entusiaste, snervate da tanti anni di pace neghittosa, trovavansi in uno stato di sfasciamento e di prostrazione. Il più piccolo conato del popolo era sufficiente per toglier loro le armi dalle mani, come accadde nelle altre città del Lombardo- Veneto che le scacciarono dalle loro mura.

 

 

Quanto ciò sia vero, la seguente lettera di un ufficiale austriaco lo dimostra.

 

 

 

 

Del capitano . . . al conte . . . !

Dal campo di Montechiari, 6 aprile 1848 

Caro amico,  Voi sapete ciò che ho fatto per voi nel 1831; perdonatemi di ricordarvelo; il momento è venuto di ricompensarmene. Le disgrazie e l' età hanno fatto perdere la testa a Radetzky che spera nei soccorsi che non arriveranno giammai, che crede che l' impero si ricostruirà e che la Venezia almeno potrà restarci.

 

 

Ieri sera ancora, siamo stati chiamati da esso ad un consiglio straordinario, e per la centesima volta fu messa sul tappeto la proposizione di dare una grande battaglia, o di traversare l'Adige ed il Mincio, e di raggiungere Nugent e Giulay i quali, dicesi, che giornalmente aumentino in forza.

 

 

Tutti questi partiti avevano dei caldi difensori, ma nessuno volle smuoversi dalla sua opinione, e si arrivò persino alle ingiurie, e può darsi ad un nuovo duello. lo dico nuovo poichè suppongo che voi avrete inteso quanto accadde l'altra sera fra il colonnello . . . ed il maggiore . . . dove il primo ricevette una ferita alla mano.

 

 

Vedendo la grande discordia che regnava, Radetzky diventò furioso e gridò in francese: voi ſarete come quegli asini del Consiglio Aulico che hanno perduto l'Italia per aver voluto troppo attendere. Questa canaglia d 'Italiani finirà col distruggervi!

 

 

Dopo ciò egli è uscito e, montato » a cavallo, galoppò durante tre ore, gridando tutto solo come un insensato. Ebbene quest'uomo, che ci parla con tanto impeto, non conosce [Questa lettera fu intercettata e non giunse al suo destino: l'originale trovasi presso gli eredi di Daniele Manin] niente della nostra situazione; egli non sa quali piaghe ci divorano, e come fra noi tutto è in dissoluzione.

 

 

Immaginatevi, caro amico , che non vi sono due ufficiali che vadano d 'accordo; che tutte le determinazioni le più pazze, le più arrischiate, anche le più sleali, sono poste in deliberazione. In certi conciliaboli si parla di passare in gran numero dalla parte dei Piemontesi, di arrestare Radetzky e di consegnarlo agli avamposti italiani.

 

 

Queste proposizioni che mi fanno fremere, trovano non dimeno dei sostenitori; ogni legame della disciplina e del dovere sono infranti o si sfasciano; i pochi uomini integri che rimangono ancora, non hanno altra alternativa che di morire o di abbandonare questo campo vituperato.

 

 

Quest'ultima risoluzione è la mia, ed io mi rivolgo a voi per avere un asilo. Qui non resta più nulla a fare che disonorarsi, ed è per questo che voglio partire onde mi resti l'onore. Accordatemi un asilo; voi sapete che io non ho mai odiato l'Italia. Quì, mi conviene partecipare alla diserzione infame della mia armata o, ciò che è più infame ancora, all' arresto del mio generale.

 

 

Io ho la convinzione che, se i Piemontesi ci attaccano prontamente, noi non ci difenderemo: i soldati getteranno abbasso le armi e si daranno prigionieri. Prima di veder ciò , io mi farò saltare le cervella.

 

 

Accordatemi un asilo. Noi abbiamo assistito ai funerali della nostra monarchia! Chi lo avrebbe detto, due anni fa, a Metternich? Ma è inutile di rivolgersi indietro. La contessa che vi farà pervenire questa mia lettera, ha i mezzi di farmi tenere la vostra risposta. lo attendo questa risposta subito e conto sulla vostra vecchia amicizia; salvatemi da questo abisso.

 

 

 

 

 

Questa lettera, scritta dopo la disfatta di Radetzky a Milano, dopo la sua ritirata precipitosa, mostra a quale triste condizione fosse ridotto l' esercito austriaco. Quell'armata, senza venire attaccata dai Piemontesi, poteva essere distrutta dalle stesse popolazioni lombarde, che fatalmente si attennero al proverbio antico, “a nemico che fugge, ponti d'oro”.

 

 

Il vecchio ma risoluto ed energico condottiero degli imperiali potè senza perdite e senza lotta ritirarsi a Verona, e attendere colà momenti migliori per ristorare la fortuna dell'Austria.

 

 

E i ponti d’oro gli erano stati fatti davvero, poichè ad onta dei molti e larghi fiumi a guadare, ad onta delle popolazioni insorte, potè senza ostacolo giungere in salvo. Se all' incontro i fiumi fossero stati difesi e il terreno allagato, se alle spalle ed ai fianchi veniva bersagliato e combattuto, quanti soldati del suo esercito sarebbero arrivati in Verona?

 

 

Ma a ciò fare è d'uopo che il popolo sia deciso ai sacrifici, che non si spaventi della distruzione o dell’incendio di qualche paese: conviene soprattutto che l'amore dell'indipendenza sovrasti a quello dell'interesse.

 

 

Più tardi, nell'anno 1849, Roma, Brescia e Venezia ne porsero memorando esempio, dappoichè le sventure ed i sacrifici ne avevano sublimato l'eroismo.

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