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STORIA DELLO ASSEDIO DI VENEZIA NEGLI ANNI 1848 E 1849

Per C. A . RADAELLI Colonnello nell'Esercito Italiano

 

Napoli - Dalla tipografia del Giornale di Napoli

Maggio 1865

 

 

Capitolo I

Il Congresso di Firenze - 17 marzo — Liberazione di Manin e Tommaseo — Parole di Manin al popolo -- Dimostrazioni — Prima repressione della truppa — Notizie di Vienna — Gioia generale — Manin capo del movimento — La marina veneta — Gli arsenalotti — Il 18 marzo — Il reggimento Kinsky — Combattimento sulla piazza S . Marco - Bella condotta di Winkler — Guardia civica — Il direttore della polizia - 18 19 ed il 20 marzo — Soldati italiani — Il colonnello Marinovich — 21 marzo — Riunione di cittadini - Il 22 marzo — Morte di Marinovich — La guardia civica padrona dell'arsenale - L'ammiraglio austriaco Martini - La fanteria marina — Distribuzione delle armi — Proclama della repubblica di San Marco — Presa della gran-guardia — Il conte Palffy — Trattative – Manin sulla Piazza di S . Marco - Capitolazione degli Austriaci — Parole di Manin — Nuovo governo.

 

 

 

Qualche anno prima che succedessero gli avvenimenti che mi accingo a narrare, nel congresso degli scienziati tenutosi a Firenze, una voce incauta accusava i Veneziani di aver degenerato dai loro avi.

 

 

Quegli, che in un consesso dove era rappresentata tutta Italia, osava calunniare un popolo magnanimo senza conoscerlo, avrà dovuto arrossire quando vide questo stesso popolo durante diciotto mesi d'assedio, pel patriottismo, per la costanza e per l' abnegazione divenire l'orgoglio di tutta Italia, l' ammirazione dell'Europa.

 

 

I Veneziani non erano degeneri dagli avi: essi subirono un lungo stadio di prova. Il dominio austriaco, coi suoi trentatré anni d'oppressione, ritemprava anzi la virtù di quel popolo, preparandolo ai giorni gloriosi nei quali doveva emulare la fermezza dei Pisani, dei Bragadin e degli Zeno. Nessun paese, quanto Venezia, potrà vantare d'essersi sobbarcato, con tanta serenità d'animo, ad una vera iliade di mali, a tanti sacrifici sull'altare della patria.

 

 

Ma l'esempio non fu invano, e ce lo assicurano le battaglie del 1859 e 1860, e più ancora il meraviglioso buon senso e la concordia del paese, a cui devesi la conquistata unità. La rivoluzione di Francia aveva trovato un eco in quasi tutta Europa, e Vienna stessa insorgeva e strappava all'imperatore una costituzione che doveva estendersi a tutto l' impero.

 

 

Venezia ne aveva notizia il giorno 16 marzo 1848. Nel giorno seguente la piazza di S. Marco offriva uno spettacolo insolito. Il popolo vi si era adunato e reclamava con alte grida la libertà di Manin e di Tommaseo.

 

Manin14a

                                                 Daniele Manin

 

 

Erano allora governatori della città il conte Palffy, ungherese, per la parte civile, e il conte Zichy parimenti ungherese, per le cose militari. Le domande del popolo coglievano all'imprevisto queste autorità le quali, pei fatti di Vienna, rimaste senza istruzioni, stavano perplesse nella scelta della condotta a tenersi.

 

ManinTommaseoNicolò Tommaseo, dalmata, al fianco di Manin nella rivolta veneziana (1848-1849) 

 

 

Peraltro, dopo essersi lungamente consigliate, decisero annuire al desiderio così clamorosamente manifestato dal paese, e il Palffy faceva dire alla folla essersi già dato ordine al tribunale criminale che rilasciasse il Manin, il Tommaseo e quanti altri vi fossero detenuti per cagioni politiche.

 

Manin1

Daniele Manin nei momenti concitati della sua liberazione 

 

 

Senonchè, ritardandosi l'esecuzione di quest'ordine, e stanco di altri indugi, il popolo si precipita alle vicine prigioni, ne abbatte i cancelli, vi penetra e ne ritorna portando in trionfo Manin e Tommaseo sotto le finestre stesse del governatore. Colà giunto, Manin rivoltosi ai suoi liberatori, li lodava, li ringraziava e si congratulava con essi che l'idea nazionale avesse fatti così grandi progressi.

 

 

Manin27 

La folla composta dai borghesi (i cappelli a cilindro) e da popolani porta in trionfo Daniele Manin e Niccolò Tommaseo per i ponti e le calli di Venezia fin sotto le finestre del Governatore.

 

 

Ed in vero, egli, costretto fino allora nelle carceri, nulla conosceva degli ultimi fatti e specialmente della rivolta di Vienna. La dimostrazione, frattanto, continuava: la coccarda italiana comparve all'occhiello degli abiti, sui cappelli, ed una bandiera tricolore fu issata sulla cima di una delle tre altissime antenne, che decorano tuttavia la piazza.

 

 

MANIN BANDIERA

La folla issa la bandiera tricolore e ammaina quella austriaca

 

 

 

La polizia allora volle intromettersi e, fatto custodire da soldati il basamento dell'antenna, ordinava che ne fosse staccata la bandiera; e il popolo intanto a fischiare ed insultare gli stessi soldati. Questi, che appartenevano al reggimento tedesco Kinsky, stanchi delle beffe, abbassarono senza aspettare ordini le baionette e caricarono l'inerme moltitudine, che si diede a fuggire da tutte parti.

 

 

In quel fatto v'ebbero due feriti: un vecchio, soffocato nella rissa, restò cadavere sul terreno. Verso le quattr'ore pomeridiane del giorno stesso giungeva in porto un piroscafo spedito dalla città di Trieste a portar l'annunzio delle elargite costituzionali istituzioni; e più tardi il governatore proclamava dal balcone del palazzo il nuovo patto che suonava “libertà di stampa, garanzia personale, riconoscimento della nazionalità italiana” etc. etc. 

 

 

A queste nuove la popolazione rispondeva con grida d'allegrezza e con luminarie. Ma, come sempre avviene, le ottenute concessioni non fecero che accrescere il desiderio di cose maggiori, e molti già ripetevano che bisognava non soffermarsi nell'incominciato cammino e mirare alla totale indipendenza dallo straniero.

 

 

Di questo partito, fino allora senza un capo, prese la direzione il Manin e fino dal giorno del suo riscatto si pensò a mettersi d 'accordo sul modo onde scacciare gli Austriaci.

 

 

Si fece intendere perciò alla città che il Manin doveva essere ritenuto capo supremo dai patrioti, e contemporaneamente si preparava il popolo all'azione, mentre si aprivano trattative colla marina militare che, come abbiamo detto, aveva riputazione di liberale e sinceramente italiana .

 

 

A questo delicato ufficio fu scelto il cittadino Carlo Radaelli, come quegli che aveva già militato nella marina e vi aveva lasciati amici e conoscenti moltissimi.

 

 

Accettato l'incarico, egli conferiva la stessa sera del 17 marzo e nel mattino successivo con Bucchia e Fincati, con Fabio Mainardi e col Ponti, che esercitava un' immensa influenza sugli operai dell'arsenale.

 

 

Vide pure il Mathieu, ufficiale nell'infanteria -marina, ed altri molti. Tutti d'accordo si dichiararono pronti a metter la vita per la buona causa.

 

 

Salvini, altro ufficiale della marina, esplorava le intenzioni degli operai dell'arsenale e li eccitava ad accordarsi col popolo di fuori per agire di concerto. Agli ufficiali superiori della marina pensava il Manin, che già aveva interpellato il Paolucci e n'aveva risposta favorevolissima.

 

 

La mattina stessa del giorno 18 una voce sparsa ad arte, precorreva gli avvenimenti di Milano. Ripetevasi che in quella città s'erano erette le barricate per le vie e che il popolo si batteva contro i soldati.

 

 

La novella elettrizzò il popolo, che subito accorse sulla piazza s. Marco ostentando le coccarde tricolori che il giorno innanzi avevano eccitato le ire della truppa. Cresciuta a dismisura la folla, sboccava dall'arcata del palazzo reale una compagnia di soldati per disperderla.

 

 

Appartenevano al reggimento Kinsky, come quelli della vigilia. Come la folla li ebbe scorti, frenetica diede mano al selciato della piazza e levatene le pietre e spezzatele, le slanciava contro gli Austriaci, che risposero a fucilate. Il popolo allora, abbandonando la piazza e tuttavia provocando i soldati a battaglia, si ritirò nelle vie dove più facile sarebbe stato il difendersi e l' offesa, ma la truppa non si mosse.

 

 

Otto feriti e sei morti, fra i quali certo Zen, estraneo affatto al tumulto, si ebbero in quel giorno.

 

 

Torna qui opportuno ricordare come un ufficiale appartenente allo stesso reggimento che aveva fatto fuoco sul popolo, tentasse, quantunque invano, impedirlo gettandosi sulla fronte ai soldati e scongiurandoli di desistere dal far uso delle armi.

 

 

Winkler (cosi si chiamava l'ufficiale ) divise poscia coi Veneziani i pericoli dell'assedio e lasciò nei loro cuori incancellabile riconoscenza. Il sangue versato accrebbe a mille doppi le ire.

 

 

Venezia tutta era in fermento e Manin, prevedendo le collisioni ed i lutti che si sarebbero avverati se la soldatesca fosse nuovamente comparsa nelle vie, av viatosi al palazzo municipale, indusse il podestà conte Correr a recarsi presso il governatore per ottenere che la sicurezza della città fosse affidata ad una guardia cittadina.

 

 

Il governatore, imbarazzato dalla situazione e più dalla responsabilità a cui si sarebbe sobbarcato negando, in onta ai consigli contrari della polizia, accordava l'istituzione di una guardia civica purchè limitata a duecento individui, e le affidava il mantenimento della pubblica tranquillità.

 

 

Nella sera stessa la nuova guardia pattugliava per le vie. Armata in mille guise, recava per tutta uniforme una sciarpa bianca a tracolla. Non andò molto però che i duecento uomini, che la componevano dapprima, furono portati a duemila a dispetto del governo.

 

 

Il direttore della polizia Strobach ebbe un bel rampognarne il Manin nel palazzo municipale, accusandolo di deludere così gli ordini del governatore, ma non ebbe altra risposta se non questa: “Io sono venuto qui per ristabilire l'ordine nella città; ma se voi volete opporvi alle misure necessarie per mantenerlo, io stesso mi metterò alla testa del movimento e sarete voi che avrete voluto la rivolta che tanto temete”.

 

 

Lo Strobach non ebbe che rispondere e s'allontanò. Nei giorni successivi, 19 e 20 marzo, i colori nazionali sventolavano già dappertutto e le mura si tappezzavano di proclami sovversivi. Le guardie di polizia erano scomparse e lo stesso reggimento Kinsky consegnato in caserma per ordine del governatore militare, in onta agli ordini rigorosi ed al comando di sciogliere la guardia civica, venuti da Milano.

 

 

Questa intanto funzionava mirabilmente, nè mai la sicurezza fu maggiore che in quell'epoca. I battaglioni italiani, di guarnigione a Venezia, fraternizzavano col popolo e tu vedevi soldati e popolani girare a braccetto le vie e sedere insieme intorno ai tavoli dell'osterie.

 

 

La marina, l'abbiamo già detto, era tutta per la rivoluzione: solamente restava di persuadere gli arsenalotti a prendere la loro parte nel comune pericolo. Nè ciò fu difficile, sia perchè alla corporazione degli arsenalotti il governo austriaco aveva tolto gli antichi privilegi, sia pure perchè comandati dal colonnello Marinovich, che essi odiavano a morte.

 

 

II Marinovich, dalmata d'origine, aveva percorso la sua carriera nel corpo della marina. Precettore all'arciduca Federico, era stato poi nominato direttore dell'arsenale di Venezia, dove una eccessiva severità e molta avarizia gli avevano conciliato l'odio degli operai.

 

 

Forse perchè il Marinovich era uomo di molta energia, fu detto allora che egli avesse preparato nel recinto dell'arsenale una batteria di mortai per bombardare la città nel caso di rivolta. La mattina del 21 marzo egli si recò, come d’ordinario, nelle varie officine dell'arsenale e visitandone i cantieri trovò alcuni operai, raccolti in capannello, a discutere con passione sugli avvenimenti del giorno. Alzò la voce a rimproverarli, ma quelli risposero con ira alla rampogna, sicchè sorpreso e fuor di sè per la collera trasse la spada a minacciarli. Trattenuto , non avrebbe avuto salva la vita, se non fosse intervenuta a liberarlo una pattuglia di guardia civica.

 

 

È facile immaginare come rimanesse ferito nel suo orgoglio il Marinovich in quella occasione. Troppo ardito per temere degli operai, non abbandonò il suo posto, e si limitò a ragguagliare l' ammiragliato su quanto era accaduto.

 

 

Il governo dispose allora che un battaglione di croati guardasse l'arsenale di terra e fosse pronto a dar aiuto alle autorità dell'arsenale di mare, se mai venissero minacciate . Alcuni fra i più animosi, e più risoluti a finirla cogli Austriaci, temendo che il procrastinare ancora nuocesse all'entusiasmo dal quale il paese era animato, fecero vive istanze presso Manin perchè segnasse il giorno successivo, 22 marzo, come quello destinato alla generale insurrezione. Manin però, nell'accondiscendere alle loro premure, dichiarava essere necessario che il municipio, e gli uomini più influenti di Venezia partecipassero al movimento.

 

 

Egli osservava giustamente che in una risoluzione di tanta importanza non era a trascurare di aver seco le autorità che la città rappresentavano. Esse, aderendo, avrebbero in certo modo legalizzato le misure anche estreme, che si dovessero prendere in caso di necessità. Promise quindi che nella sera stessa le avrebbe invitate ad una conferenza, e che anche qualora il loro parere fosse contrario, rimaneva sempre stabilito che il giorno appresso si darebbe mano alla rivolta.

 

 

Infatti più fondate speranze di riuscita non potevano avere i Veneziani. Disponendo essi dell'intero corpo della marina e sapendo che i due battaglioni italiani della guarnigione sarebbero rimasti almeno neutrali, poichè i soldati avevano fraternizzato col popolo; al governo non rimaneva che il solo reggimento Kinsky, e un battaglione di croati; forze certamente insufficienti per paralizzare un movimento ben concertato.

 

 

Una volta padroni dell'arsenale, le armi che in gran copia vi si trovavano, avrebbero bastato ad armare il popolo; nè ciò doveva essere difficile ad ottenere, sia perchè la guardia civica aveva libero accesso in quel vasto stabilimento, sia pure perchè gli operai erano tutti propensi alla causa nazionale.

 

 

In quella sera si discusse anche sulla forma del governo a scegliere nel caso che la vittoria rimanesse agl'insorti. Però nulla fu deciso, riserbandosi Manin a definire le cose dopo il colloquio che doveva avere colle persone più ragguardevoli della città. E mantenne la data parola.

 

 

Verso le 10 p . m ., convennero in sua casa i più influenti tra i consiglieri municipali, ed altri cittadini tra i più conosciuti e più popolari di Venezia. La discussione fu assai animata, ma nulla vi si conchiuse. Ecco qui sotto quanto ne scrisse il Degli Antoni, che fu tra coloro che vi assistettero :

 

“Nella notte del 21 al 22 marzo delle pressanti sollecitazioni furono fatte a Daniele Manin da parecchi cittadini desiderosi d'intendersi con lui sul modo di sottrarre il paese alla dominazione austriaca, e sul governo da doverlesi sostituire. Gli uni limitavano le loro speranze ad ottenere un governo costituzionale italiano, separato, ma però dipendente dall'Austria; altri volgevano i loro pensieri verso un regno lombardo - veneto intieramente indipendente, con un principe austriaco per re: costoro designavano l'arciduca Renieri e consigliavano di fargli delle proposizioni in questo senso.

Quanto a Manin, lungi dall'approvare simili proposizioni, disse: che il volere impiegare con l'Austria mezzi di conciliazione, non avrebbe condotto che alla perdita di un tempo prezioso; che senza la forza nulla si farebbe; che sarebbe perduta l'occasione favorevole alla liberazione della patria; aggiunse che per arrivarvi era necessario anzi tutto impadronirsi dell'arsenale; che questo era il principale motivo per il quale li aveva riuniti, e che egli faceva a questo scopo concertare per domani un movimento popolare della guardia civica.

Quanto alla forma del governo, quella che ad esso sembrava la più adatta alle abitudini, ai desideri come alle memorie del popolo veneziano, era la forma repubblicana; che il grido di “viva la repubblica” era il solo compreso da quel popolo, e che facendo echeggiare il nome di S. Marco si avrebbe ottenuto un eco propizio nella Dalmazia” .

 

 

L 'opposizione fu viva; i cittadini che contornavano Manin, trovarono le sue idee impraticabili, soprattutto la presa dell'arsenale. Questo progetto sembrava a tutti, senza eccezione, troppo audace ed anche privo di buon senso. Infatti, meno il Degli Antoni ed il patrizio Zilio Bragadin, nessuno di quanti assistettero a quella seduta assentirono alle idee audaci espresse da Manin.

 

 

Partiti costoro, e veduto non esserci mezzo a persuaderli, si risolvette trascinarli, loro malgrado, nel movimento. Zilio Bragadin fu incaricato di portare l'avviso, che si era deliberato attaccare l'arsenale ed impadronirsene nel dì successivo, al Giuriati, all'Olivieri , al Radaelli e ad alcuni altri che attendevano impazienti l'esito di quell'adunanza.

 

 

Egli li ritrovò dopo mezzanotte in una via vicina alla piazza, dove stavano aspettando gli ordini. Non c’era tempo da perdere: bisognava prevenire tutti coloro che nel domani avrebbero dovuto agire.

 

 

Giuriati comandava la guardia civica del sestiere di S. Marco, e Olivieri quella di Castello. L'Olivieri accorrerebbe con tutti i suoi uomini all'arsenale, e Giuriati con una parte dei suoi lo seguirebbe, mentre Radaelli doveva impadronirsi della gran-guardia in piazza di S. Marco, dove 4 cannoni carichi a mitraglia erano stati disposti per intimorire la popolazione.

 

 

Altre misure si presero in quella notte. Il battaglione di fanteria - marina che segretamente aveva fatto causa comune coi cittadini, nonchè il corpo di artiglieria furono prevenuti per mezzo di alcuni loro ufficiali. Altrettanto s'era provveduto per gli arsenalotti e i bassi ufficiali del corpo marinai che dimoravano nell'arsenale.

 

 

Tutti gli ufficiali di marina ebbero eguali avvisi, ed il Fincati sull'alba del 22 assicurava essere tutto in pronto. Il tentativo di sorprendere l'arsenale era ardua impresa e poteva non riuscire. Le forze che vi teneva il governo, erano più che sufficienti per difenderlo contro una moltitudine di uomini, animati dall'entusiasmo, ma mancanti di disciplina e la più parte non armati.

 

 

Fu ventura che nessun sospetto avesse l'autorità di quanto tramavasi: essa riposava tranquilla poichè aveva saputo che la riunione in casa Manin era a nulla riuscita.

 

 

Splendido sorgeva il mattino dei 22 marzo; un inusitato movimento scorgevasi nella popolazione; le guardie civiche dei sestieri di S. Marco e di Castello prevenute di adunarsi, si mostravano per le vie, alcune armate di moschetti, altre di sciabole, tutte animose e pronte ad adempiere il loro dovere.

 

 

Mentre si disponevano questi preparativi, gli arsenalotti riuniti nelle loro officine ragionavano di quanto era accaduto il giorno innanzi al colonnello Marinovich, e si compiacevano che fosse stata data una lezione all'uomo, che tante volte li aveva vituperati ed avviliti. Essi non si attendevano di vederlo comparire fra loro, e non pensavano che il colonnello, quantunque fiero e sprezzante, volesse ancora sfidare la loro collera.

 

 

Marinovich, spinto dal suo perverso destino e dagli obblighi della sua carica, che gli prescrivevano di trovarsi al suo posto in quei momenti pericolosi, poco curando la vita che cento volte aveva esposta, recavasi in arsenale alle otto del mattino.

 

 

Senza scorta come soleva, e fidando in sè stesso, cominciò il suo giro pei cantieri forse nell'intendimento di riconoscere coloro che lo avevano il giorno innanzi minacciato. Al vederlo inoltrarsi, proruppe impetuosa in un baleno l'ira degli operai. Lo si accerchia, ma il colonnello si dibatte, snuda la spada per difendersi ed apertosi un varco tra gli assalitori, cerca nella fuga la sua salvezza.

 

 

Una persecuzione furiosa, incessante lo insegue: il numero dei suoi nemici cresce ad ogni passo. Stanco, non potendosi trascinare più innanzi, aveva raggiunto una delle torri che fiancheggiano le porte dell'arsenale, e trovatone l'uscio aperto, lo varca; ma, appena saliti i primi gradini d’una scala a chiocciola, colpito da tergo da un operaio che brandiva una trivella da calafatto, cadeva bagnato del suo sangue, e pochi minuti dopo era cadavere.

 

 

L'improvviso accaduto si riseppe da per tutto con la rapidità del fulmine. Le guardie civiche di Castello accorsero, e l'Olivieri che le comandava, le faceva penetrare nell'interno dello arsenale col pretesto di ristabilirvi l'ordine.

 

 

Giuriati, con buona parte di quelle di S. Marco, pochi minuti dopo giungeva esso pure. Però Manin non compariva. La sua presenza era necessaria più che mai, poichè a lui solo tutti obbedivano come a capo, ed egli solo aveva autorità bastante per imprimere all'opera cosi inaspettatamente facilitata, una pronta e prospera soluzione. Salvini allora che, come dissi, era ufficiale di marina, si recava frettoloso alla casa del Manin e, quantunque gliene fosse vietato l' ingresso, sforzava quella inopportuna consegna.

 

 

Trovò il Manin assai sofferente di salute, ma lo animava col racconto di quanto era avvenuto. Quell' anima ardente, rinfrancata dalla speranza di una pronta vittoria, raduna alcuni suoi amici e segue il Salvini.

 

 

Giunse verso il mezzodì all'arsenale dove, dopo conferito coll'ammiraglio austriaco Martini, prese possesso del posto di guardia principale. Quindi, scortato da alcuni ufficiali di marina, percorse tutto intero lo stabilimento.

 

 

Frattanto l'ammiraglio austriaco, rimasto nelle stanze del direttore dei movimenti, chiedeva di potersi recare dal governatore per narrargli l'accaduto e ricevere gli ordini opportuni; ma a quella domanda si oppose il Giuriati dichiarando al Martini, che doveva considerarsi come in arresto, per la qual cosa lo pregava a consegnargli la spada.

 

 

Pochi momenti dopo giungeva il battaglione di fanteria-marina, comandato dall'ungherese Boday, con l'ordine di penetrare nell'arsenale .

 

 

Visto però che le guardie civiche ne guardavano il principale ingresso, il Boday richiese che gli fosse dato il passaggio. Per tutta risposta gli furono chiusi in faccia i cancelli di ferro; perlocchè, voltosi l'ungherese ai soldati, ordinò facessero fuoco; ma a quel comando nessuno obbediva; chè il Baldisserotto, ufficiale di marina, aveva loro intimato di posare le armi a terra.

 

 

Boday allora infuria e si slancia colla spada alla mano sul Baldisserotto. Questi para il colpo e ne segue un breve combattimento, nel quale, rimasto prima ferito l'italiano, fu quindi disarmato l'austriaco tanto più facilmente che un sergente, venendo in soccorso al Baldisserotto, stramazzava al suolo il Boday , cui fu salva la vita dall'umanità degli astanti.

 

 

Queste cose avvenivano all'ingresso dell'arsenale, mentre Manin, vieppiù confortato dal pronunciamento del battaglione di fanteria-marina, i di cui soldati si erano già fregiato il petto della coccarda tricolore, faceva aprire l'armeria, dove trovando raccolti 20 mila fucili, parte ne distribuì a coloro che erano disarmati.

 

 

Delegò il capitano di vascello Graziani a comandare l'arsenale; al Marsich affidò la marina militare, ed al Paolucci l'artiglieria. Varie altre disposizioni urgenti diede sul luogo, tra le quali quella che un ufficiale si recasse all' isola della Certosa, dove trovavasi il deposito delle polveri, e se ne impadronisse; il che fu eseguito, provvedendo cosi abbondantemente di munizioni i cittadini.

 

 

Finito di dare le necessarie disposizioni, Manin arringava i suoi seguaci proclamando l'indipendenza di Venezia, e al grido di viva la repubblica, viva S. Marco, postosi alla testa di essi, si avviò verso la piazza.

 

 

Contemporaneamente a questi fatti dell'arsenale, altri ne accadevano alla gran-guardia del palazzo ducale e nelle stanze medesime del governatore.

 

 

Come era stato concertato la sera innanzi, ed approvato da Manin medesimo, il Radaelli, con alcune guardie civiche, s'era avviato al palazzo ducale dove in breve fu raggiunto da più che trecento altre.

 

 

Queste guardie recavano armi di tutti i tempi, alabarde, lance, spadoni a due mani, pochi fucili a pietra e qualche pistola. Nondimeno ognuno era fiero dell'arma che aveva potuto trovare tra i ferri vecchi della sua casa.

 

 

Vedendosi con tanta forza e temendo che Manin trovasse maggiore resistenza nella sua impresa dell'arsenale, il Radaelli inviava colà il cittadino Ernesto Grondoni con parte dei suoi uomini. Poscia, radunati gli altri nel loggiato del palazzo, con brevi parole li avvertiva che si dovevano impadronire della sottostante gran-guardia e dei suoi cannoni.

 

 

A questo annunzio gli occhi di tutti sfavillavano. Dispose allora che una parte dei suoi rimanesse sul loggiato, da dove avrebbero potuto minacciare i soldati del presidio, mentre cogli altri si presentava improvvisamente davanti la gran-guardia.

 

 

Era quivi una compagnia di granatieri quasi tutti italiani, la quale trovavasi schierata colle armi al piede dietro i quattro pezzi d'artiglieria.

 

 

Rivoltosi il Radaelli al capitano, gl’intimò la consegna del posto alla guardia civica. Quei rispose non poterlo e pose mano alla spada; ma afferrandogli l'altro il braccio, e voltosi ai granatieri che stavano lì indecisi, si fece a gridare: “viva l’ Italia! abbassate le armi davanti la guardia nazionale”.

 

 

A queste parole, le guardie civiche, cacciatesi fra i ranghi dei soldati, li abbracciavano togliendo loro la coccarda gialla e nera e ponendo sul loro petto quella italiana. Gli ufficiali della compagnia liberi partirono, ma si ritennero i soldati, già confusi con la guardia civica. Alcuni cannonieri di marina che per caso passavano di là, furono trattenuti, e cosi i 4 pezzi da otto ebbero i loro serventi: la piazza di S. Marco era così in mano dei cittadini.

 

 

Tutto questo si compieva prima delle due ore p . m . Pochi minuti dopo giungeva sul sito il conte Alessandro Marcello, al quale il Radaelli diede incarico di recarsi dal governatore, e di narrargli l'accaduto; prevenendolo che i cannoni erano puntati contro le sue finestre e non già contro il popolo.

 

 

Il conte Palffy, avvertito già della morte del Marinovich dall'ammiraglio Martini, trovandosi senza istruzioni e quasi senza autorità che a brano a brano in quei giorni gli era stata strappata dal municipio, aveva ricevuto dal Mengaldo, comandante la guardia civica, il consiglio di rimettere ogni potere nelle mani della rappresentanza comunale.

 

 

Egli rifiutò di acconsentire, ma nello stesso tempo invitò il municipio ad inviargli una commissione, per discutere e provvedere d'accordo alle gravi contingenze del momento. Era allora podestà di Venezia il Correr che, avuto nella mattina stessa un lungo colloquio col Manin, era stato messo a parte di quanto dovevasi compiere nella giornata. Egli aveva chiamato presso di sè alcuni fra i migliori cittadini, cosicchè quando gli giunse l'invito del governatore, al quale il municipio aderiva, fu incaricato egli stesso e i signori Michiel, Medini, Avesani, Pincherle e Fabris di recarsi presso il Palffy.

 

 

Mentre queste cose avvenivano, e prima che la nominata commissione municipale movesse al palazzo governativo, una mano di guardia civica, comandata da Giambattista Olivo, col concorso di altro distaccamento comandato da Sebastiano Bedolo, s'era già impadronita del palazzo medesimo, sforzandone le porte, ed occupando la scala principale. Quindi, spargendosi negli appartamenti, precludeva ogni uscita dalle proprie stanze al governatore civile ed allo Zichy, che non sapevano rinvenire dallo stupore per cotanto ardimento.

 

 

Con altre guardie civiche accorreva più tardi il Correr a rinforzare l'Olivo ed il Bedolo, e intanto dall'altro lato della città la milizia cittadina sbarrava gli stretti calli che servono di sbocco alla gran caserma delle Zattere, dove alloggiava il reggimento Kinsky.

 

 

Così il governo non solamente era nelle mani del popolo, ma gli era tolto anche ogni speranza di aiuti per parte della milizia rimasta fedele. Fu in queste circostanze che il podestà e gli altri della commissione richiesero di parlare al governatore, persuasi di trovarlo facile alle concessioni.

 

 

Ma il Palffy, forse malconscio della posizione che gli era stata fatta dalla guardia civica, li ricevette alteramente, e già cominciava a rimproverarli di favorire, anzi di accendere la rivoluzione.

 

 

Allora l'Avesani, uomo di forti spiriti e di animo gagliardo, mal tollerando il superbo linguaggio del Palffy, lo interruppe dicendo: “siamo noi venuti qui per ricevere dei rimproveri secondo il solito, o per discutere?" 

 

 

A che il governatore replicava irritato, non dirigere il suo discorso all'Avesani, ma al podestà di Venezia; che d 'altronde egli aveva riunito il suo consiglio di stato, il quale deciderebbe sulle loro domande e che intanto volessero esporle.

 

 

Avesani allora le formulò, intimando al governatore che cedesse il potere al municipio il quale si chiamerebbe garante della tranquillità di Venezia; e con dignità soggiungeva che era necessario per le critiche circostanze nelle quali versava la quiete pubblica, che tosto rispondesse, poco importando se i poteri dei quali era investito il conte Palffy non fossero sufficienti a concedere quanto si domandava, poichè in ogni caso egli poteva cedere ogni facoltà al comandante militare della fortezza cui già spettavano di diritto.

 

 

In quel momento il conte Marcello entrava nella sala del consiglio e riferiva come la gran–guardia della piazza fosse caduta in mano dei cittadini e come i cannoni erano puntati contro il palazzo governativo.

 

 

Contemporaneamente il Palffy riceveva avviso che Manin si era impadronito dell'arsenale, e seppe come il Martini fosse trattenuto prigioniero, mentre il pronunciamento dell'intero corpo della marina in favore dei sollevati non gli lasciava alcuna speranza di contrastare ai Veneziani la padronanza dei loro destini.

 

 

Si persuase che il potere civile non bastando a far fronte alla critica situazione, solamente il potere militare aveva ancora probabilità di riuscita, qualora si fosse risoluto a combattere colla forza la rivoluzione: laonde pensò deferire al comandante delle truppe, tenente-maresciallo Zichy, le facoltà delle quali era investito, ed alla presenza della commissione del municipio dichiarava che al solo potere militare era riserbato adottare ciò che credesse più conveniente.

 

 

Il tenente - maresciallo Zichy allora parlò del suo affetto per Venezia, soggiungendo però che non gli era possibile in modo alcuno di acconsentire alle domande del municipio.

 

 

Le trattative erano a questo punto, quando un immenso clamore si elevò nella piazza sottostante: era Manin che alla testa di migliaia di cittadini armati ritornava trionfalmente dall'arsenale.

 

 

A quella vista Zichy, creduta ogni cosa perduta, accettò le condizioni imposte, e sul momento fu redatta una capitolazione, con la quale era rimesso ogni potere nelle mani della commissione stessa del municipio.

 

 

Nella piazza intanto la gioia era al colmo. Manin, montato su di una tavola, vi arringava la popolazione e vi proclamava la repubblica col seguente discorso:

“ Noi siamo liberi ! E noi possiamo doppiamente gloriarci di esserlo, perchè noi lo siamo senza aver versato una goccia di sangue, nè del nostro, nè di quello dei nostri fratelli; io dico nostri fratelli, perchè tutti gli uomini per me lo sono! Ma rovesciare l'antico governo non basta; conviene ancora sostituirne un altro, e per noi il miglior governo sembrami la repubblica: poichè essa ricorderà le nostre antiche glorie, e sarà migliorata dalle moderne libertà. Con ciò noi non intendiamo separarci dai nostri fratelli italiani; anzi, al contrario, noi formeremo uno dei centri che serviranno alla fusione graduale, successiva, della nostra amata Italia in un solo tutto !  Viva adunque la repubblica, viva la libertà ! viva S. Marco! “

 

Non occorre dire con quanto entusiasmo fossero accolte queste parole. Così Venezia si rivendicava a libertà con la capitolazione imposta ai governanti d'Austria.

 

 

Nello stesso tempo gli abitanti di Mestre attaccavano e prendevano Marghera. Chioggia, scacciate le deboli forze dell'Austria, poneva guarnigione a Brondolo e al forte S. Felice, e Burano rendevasi padrone di tutti i forti da esso dipendenti.

 

 

In quel dì 22 marzo, il vasto estuario di Venezia, nessun punto eccettuato, ritornava padrone di sè stesso. Intanto i segnatari della capitolazione, riconoscendosi investiti di un potere che il popolo non aveva sanzionato, nella notte lo rimettevano al Mengaldo, comandante la guardia civica, con l'incarico di nominare un governo, composto degli uomini che per la loro popolarità e le loro virtù ne fossero degni.  

 

 

Difatti, il giorno 23, dopo che il patriarca ebbe benedetta la risorta repubblica, Mengaldo proclamava a presidente di essa Daniele Manin, e membri del nuovo governo il Tommaseo, il Paolucci, il generale Solera, Castelli, Paleocapa, Pincherle e Toffoli, distinto operaio che, per imitare Parigi, si volle aggiungere al ministero.

 

 

Così, con poco sangue versato, pel mirabile accorgimento di chi diresse il movimento popolare, si compieva una memorabile rivoluzione che rivendicava l'onore della città delle lagune, compromesso dai degeneri patrizi nel 1797.

 

 

Dagli storici contemporanei fu assai biasimata, come intempestiva e dannosa, la forma di governo che Manin credette necessario proclamare il 22 marzo. Ma, per darne un adeguato giudizio, crediamo si debba tener conto delle circostanze nelle quali trovavasi allora Venezia.

 

 

Da sei dì in rivoluzione, senza notizie dal di fuori per le interrotte comunicazioni, ignorava l'eroica lotta di Milano, di cui la novella le venne solamente il dì 24 recata dal Dall'Ongaro.

 

 

Le altre provincie del Veneto, intente a scacciare gli Austriaci, pensavano a sè stesse, ed agivano tutte per proprio conto: finalmente fra la Lombardia ed il Veneto, nessun piano prestabilito. La rivoluzione era sorta in ogni dove nello stesso momento, quando si seppe che Vienna era in armi.

 

 

A Venezia, vincitrice il 22 marzo, conveniva stabilire senza dimora un governo il più omogeneo al paese, e la repubblica ricordava a quel popolo quattordici secoli di possanza, e di gloria.

 

 

In Venezia ogni monumento, ogni pietra parla della passata grandezza. Dovevano forse i Veneziani darsi ad un re? E a quale? Si sapeva forse allora che Carlo Alberto avrebbe combattuto tanto eroicamente per l'Italia?

 

 

Nè pareva più opportuno lo stabilire un governo provvisorio, restando a vedere cosa era per fare Milano, poichè si ignorava se in Lombardia si combattesse, e in ogni caso era impossibile prevedere l'esito della lotta.

 

 

Manin prima di decidersi, come racconta il Degli Antoni, nella mattina del 22 ebbe un abboccamento coll'avvocato barone Avesani e con Leone Pincherle, ambedue fra i più illuminati patrioti italiani, e furono essi medesimi che lo consigliarono a spiegare l'antico vessillo di S. Marco.

 

 

Manin, proclamando la repubblica, obbediva alle esigenze del momento affatto eccezionale; ma però nel suo discorso al popolo, col quale inaugurava il risorto governo di Venezia, diceva quella forma essere provvisoria, e riserbarsi la nobile città dei dogi a formare gradatamente e successivamente parte del tutto italiano, come più tardi fu dimostrato dalla fusione, che ebbe luogo di Venezia, colle provincie subalpine.

 

 

Però quel nome di repubblica gettato là dal caso e dalle circostanze, fu in seguito uno spauracchio adoprato dai nemici d'Italia per falsare il concetto generale della guerra d'indipendenza. Si è voluto far credere ad un principio di dissidenza politica: opinione codesta che per la mediocrità di coloro che reggevano la cosa pubblica, s'accrebbe e prese consistenza, cagionando cosi a Venezia ed all' Italia gravissimi danni.

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