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STORIA DELLO ASSEDIO DI VENEZIA NEGLI ANNI 1848 E 1849

Per C. A . RADAELLI Colonnello nell'Esercito Italiano

Napoli - Dalla tipografia del Giornale di Napoli

 

Maggio 1865

 

Introduzione

Parte seconda

Giudizio sui fatti di Cosenza - Carlo Alberto - Riforme in Piemonte — Modena e Parma — Toscana – Roma — Napoli - Popolazioni - Il Lombardo- Veneto – Congresso degli scienziati — Pio IX e suoi atti – Opinione pubblica — Carlo Alberto favorevole — Suoi nemici — Gli altri principi d 'Italia - Congresso agricolo a Mortara — Gli scienziati a Genova - Balilla — Illuminazione commemorativa — Congresso a Venezia — Conte Fiquelmont - ll principe di Canino — Polizia austriaca — Cesare Cantù - Daniele Manin – Opinione degli Italiani - Nicolò Tommaseo — Manin scrive a Palffy - Parole di quest'ultimo — Nicolotti e Castellani — Riforme - Dimostrazioni – Lettere del console inglese - Nazzari - Esempio imitato – Cresce il fermento — Divieto di fumare - Le donne - Primo sangue versato — Impressione prodotta — L'Austriaco si rinforza — Arresti — Rivoluzione di Palermo — Pavia e Padova – Giudizio statario - Rivoluzione di Parigi — Tarde concessioni austriache — Rivolta a Vienna .

 

 

La notizia dell'esecuzione dei fratelli Bandiera e di Domenico Moro, giungeva nel Lombardo - Veneto narrata in mille diversi modi. La feroce sentenza sanzionata dal Borbone fece stupire la maggior parte della popolazione; dappoichè si supponeva che, non essendo i Bandiera ed il Moro sudditi del re di Napoli, ma anzi ufficiali della marina austriaca, il governo dell'imperatore li avrebbe reclamati per sottoporli alla severità delle leggi dello stato; leggi che essi avevano violate con la compiuta diserzione.

 

 

Senonchè coloro che più esperienza avevano delle arti della corte di Vienna e della sua feroce astuzia, pensavano che, lasciando al Borbone il vanto di crudeltà ed anzi incoraggiandolo a quell'eccidio, l'Austria aveva voluto allontanare da sè l'odiosa responsabilità del fatto, soddisfacendo nello stesso tempo alla brama di vendetta contro quei generosi ed audaci che avevano tentato far echeggiare in Italia il grido di libertà e di indipendenza.

 

 

Però tale vigliacco modo di procedere irritò il paese: l'opinione pubblica si scagliò impetuosa contro la codarda ipocrisia dello straniero; e le condanne di Canal e di altri, che seguirono l'eccidio dei Bandiera, confermarono sempre più il sospetto sulla parte che l'Austria aveva preso nella tragedia di Cosenza.

 

 

E fu veramente da questo risvegliarsi della coscienza di un popolo, che data l'odio sempre crescente contro il dominio austriaco; odio, che si tradusse poi nella rivoluzione del 1848.

 

 

Fra i governi italiani di quel tempo aveva acquistato fama di liberale e d'illuminato quello del Piemonte. Carlo Alberto, male giudicato fino allora, cominciava ad essere meglio apprezzato. Questo monarca, cui le tristi vicende passate avevano consigliato a dissimulare il profondo risentimento che in cuor suo covava contro l'onnipotente Austria, con coraggio aveva gettato lungi da sè la obbrobriosa catena, e fidando in sè stesso e nei tempi che sorgevano propizi, aveva degnamente resistito alle pretese del gabinetto di Vienna nella questione dei sali, che tanto agitava allora la diplomazia dei due governi. Questo primo atto d'indipendente volontà mutò d'allora in poi l'indirizzo alla politica di Torino, potentemente aiutata dalla pubblica opinione di tutta Europa che si levava sdegnosa per le inique stragi della Galizia, freddamente ordinate e selvaggiamente eseguite dall'allora colonnello Benedek.

 

 

Il paterno reggimento dell'Austria, tanto vantato dai clericali e dai reazionari, si era smascherato: il guanto che copriva la zanna della tigre fu gettato; ed il sangue, gl'incendi e la rapina, ordinati da Metternich, gli impressero un marchio d’infamia che i secoli eterneranno.

 

 

Quegli atti inumani e mostruosi furono vituperati dalle tribune di Francia e d'Inghilterra: l'Austria fu da quel momento moralmente perduta. La stella di casa Savoia all'incontro cominciava a risplendere di novello fulgore, lasciando intravvedere che avrebbe rischiarate le sorti d'Italia. Le sagge riforme introdotte nelle provincie piemontesi, furono in breve conosciute nella vicina Lombardia. Cominciavano a dissiparsi le diffidenze ad arte fatte nascere contro Carlo Alberto, ed il pensiero di un principe italiano che francamente propugnasse gl'interessi della Penisola, non apparve più un'assurdità. Da quel momento la setta della Giovine Italia cominciò a perdere della sua popolarità e del suo credito.

 

 

Modena e Parma, governate dai loro duchi, erano un'appendice dell’Austria. Isolate dal resto d'Italia, dappoichè le dogane, i passaporti ed altre misure poliziesche ne inceppavano le comunicazioni, mal tolleravano i governi che le rendevano quasi straniere alla Penisola. Toscana, più liberamente governata, languiva sotto un granduca che, come ben disse Giusti, «di papaveri cinto e di lattughe» cercava snervare quelle popolazioni, addormentandone lo spirito nobilissimo.

 

 

A Roma, papa Gregorio continuava l'antica tirannide dei Pontefici; turpe ed orrenda mistificazione della santa morale del Vangelo. Il regno di Napoli gemeva sotto il giogo di Ferdinando II; nè sperava dal governo tutto personale di un intelligente tiranno, leggi e provvedimenti che migliorassero le condizioni del popolo, cui una empia politica spingeva all'abbrutimento.

 

 

Però la tenebra cominciava a dileguarsi; la coscienza della dignità , il desiderio di rivendicare i calpestati diritti dell'uomo, già tingevano col vivido colore della speranza la notte, che il pregiudizio e l' ignoranza tentavano addensare sugli oppressi.

 

 

Questi lampi precursori della risurrezione rendevano dubbiosi i despoti e tremanti dell'avvenire. I Lombardi ed i Veneti, governati direttamente da casa d 'Austria, confondendo insieme i loro destini si erano conosciuti ed a vicenda apprezzati. Sparite le gare di municipio, stretti si erano ad un patto. Il governo austriaco fu per essi come il crogiuolo in cui si fusero le due provincie, respingendo la scoria degli antichi livori.

 

 

Già fino dal 1836 i municipi di Milano e di Venezia si erano uniti per chiedere guarentigie e riforme che furono negate. Da quel primo, nessun passo si fece che non fosse in comune. Il congresso degli scienziati che annualmente tenevasi nell’una o l'altra delle città italiane produsse risultati eccellenti. Mercè sua, si strinsero i nodi di reciproca fratellanza e si spensero le gare municipali. Gli odi antichi furono vinti dall'idea che solamente l'unione di tutti poteva salvare la patria.

 

 

La massima, adottata dall'Austria e dai minori principi, di dividere per regnare, che fino allora tanti frutti funesti ci aveva recato, cominciò a perdere della sua efficacia, combattuta dalla saviezza del popolo che a sue proprie spese aveva imparato a conoscere le male arti dei governi tirannici.

 

 

Il 15 giugno 1846 saliva sul trono di S. Pietro il Pontefice Pio IX. I suoi primi atti che promettevano sagge riforme e liberali istituzioni, sparsero dovunque la meraviglia e l'entusiasmo per questo nuovo apostolo che la speranza dipingeva come il redentore della oppressa umanità, quale con profonda sapienza divinatrice era stato dagli scritti del Gioberti annunziato possibile. Nessuno prevedeva allora il futuro e poteva supporre che colui che inaugurava cosi degnamente il suo regno, divenisse in seguito il più acerrimo nemico d'Italia.

 

 

Però in mezzo al generale entusiasmo non tutti dividevano le speranze concepite per l' inusitato procedere del re Pontefice. Non tutti dimenticavano la storia sanguinosa e terribile del papato, che in ogni tempo soffocò nel sangue e nelle segrete le aspirazioni di libertà. I papi avevano ognora benedetto ai delitti dei principi per mantenere incolume il temporale dominio, nè il patriottismo di Pio IX avrebbe potuto durare contro il pericolo di perdere il principato. Ciò nullameno le concessioni di Pio IX destarono tutt'affatto l'Italia dal suo letargo. Cosi il sommo Pontefice, certamente per volontà divina, scavò primo la fossa che inghiottire doveva le male signorie italiane, e nella quale fra non molto precipiterà la peggiore di tutte, quella del potere temporale dei papi.

 

 

La storia avrà il compito di narrare come la virtù, mostrandosi per poco assisa sul trono di Pietro, ebbe tanta forza da scuotere dalle fondamenta l'empia opera di tanti secoli.

 

 

Il 16 luglio 1846 Pio IX accordava l'amnistia per i condannati politici. Questo atto, nuovissimo in Italia, dove il ladrone e l'assassino erano graziati, ma non mai il cittadino generoso che amava la patria, destò la gratitudine in ogni cuore, una reverenza infinita per la persona che finalmente sembrava volere rappresentare sulla terra il Dio della bontà e della clemenza.

 

 

Carlo Alberto solo fra i principi italiani applaudì al grande concetto riformatore partito da Roma. Avendo rotto con la tradizionale politica austriaca, era per lui un prezioso conforto, un solido appoggio, il nuovo atteggiarsi del capo della cristianità. Però questo monarca aveva nel seno stesso della sua corte gli avversari più potenti e più pericolosi dei suoi generosi propositi.

 

 

L'alto clero e parte dell'aristocrazia, ligi all'Austria, vedevano di mal occhio le concessioni, e cercavano con ogni loro potere di renderle vane ed inutili. Capo del partito era il Franzoni arcivescovo di Torino, pessimo prelato: più tardi l'arcivescovo di Cagliari. L'iniziata riforma di Roma aveva spaventato i duchi di Parma e Modena ed il re di Napoli. Minacciati nella loro autorità, si strinsero attorno all'Austria, ed in Milano fecero capo le fila delle loro polizie.

 

 

II 9 settembre 1846 si apriva il congresso agrario di Mortara, riunione piuttosto politica che scientifica. Vi convennero gli uomini più eminenti d'Italia per patriottismo e per idee liberali. Fu veramente da quel giorno che la popolarità di casa Savoia cominciò a farsi strada nella Penisola.

 

 

Il conte Gherardo Freschi ed il conte Sanseverino, l'uno veneto e l'altro lombardo, in quell'adunanza applaudivano con acconci discorsi a Carlo Alberto nobile propugnatore della libertà italiana.

 

 

Nello stesso anno e nello stesso mese il congresso degli scienziati radunavasi in Genova . Anche questo si apriva sotto novelli auspici; e fu per la prima volta che nel suo seno si espresse chiaramente il gran concetto nazionale. I discorsi vi erano improntati dei più generosi sentimenti; le allusioni altre volte timidamente pronunciate erano scomparse. Una nobile alterezza ispirava gli oratori; e fu appunto in una seduta di quel congresso che si ricordò l'istoria di un popolano di Genova, del celebre Balilla, che nel 1746 diede il primo impulso alla memorabile cacciata degli Austriaci dalla città. Quella evocazione trovò un eco in tutta la Penisola, che in quel tempo cominciava ad accogliere ed eseguire qualsiasi dimostrazione purchè contraria all'Austria: e fu visto il giorno commemorativo della cacciata degli Austriaci da Genova, essere celebrato in tutte le città dell'alta Italia, e la sera le alpi da Trieste a Nizza erano seminate di fuochi di gioia che durarono per buona parte della notte.

 

 

L'anno seguente, nelle superbe sale del palazzo ducale di Venezia si apriva il nono congresso degli scienziati che fu l'ultimo di quell'epoca. La riunione di quegli uomini accorsi da tutte le città italiane, l'udirne i discorsi allusivi all'ordine di cose che si svolgevano nella penisola, le lodi profuse all'innovatore Pontefice, e i patriottici concetti dei più arditi, scossero ogni cuore.

 

 

Il rossore appariva sul volto degli astanti nel rammentare a qual grado di avvilimento era caduta l'Italia. Ben s'apponeva il conte Fiquelmont asserendo che dall'apertura del congresso cominciò la rivoluzione in Venezia, poichè da quel momento il popolo delle lagune assunse un altro contegno, badando meno ai divertimenti ed alle feste, facendosi più serio e concentrato.  

 

 

Fra gli scienziati era il principe di Canino. Egli indossava l'uniforme della guardia nazionale romana ed avea seco il poeta Masi, ora generale nell'armata italiana.

 

 

La sensazione che essi produssero fu vivissima: ovunque ebbero festose accoglienze; ed era pur strano vederli percorrere le piazze e le vie della città seguiti dalla folla che faceva loro corteggio, quasi a dimostrare così la reverenza e la gratitudine al Pontefice che primo in Italia aveva istituita la guardia nazionale nei suoi stati.

 

 

Ma la polizia austriaca si adombrò di ovazioni così spontaneamente prodigate, ed ordinava a quei due egregi di allontanarsi da Venezia e dagli stati imperiali. Tardi però giungeva questa misura chè nella popolazione rimase il desiderio di quanto aveva veduto, e maggiormente sentì il bisogno di libertà e indipendenza.

 

 

Tra le dotte discussioni che giornalmente occupavano il congresso, un incidente merita forse di essere riportato, poichè si riferisce ad uomo che tanta parte ebbe nella rivoluzione di Venezia e poscia nel suo governo.

 

 

Lo storico Cantù in un suo rapporto asseriva: "che le pacifiche conquiste della scienza erano le sole che duravano, e citava ad esempio la repubblica di Venezia la quale, cresciuta in potenza per la conquista, da questa doveva essere distrutta".

 

 

Il rapporto che conteneva quel paragone inesatto, fu coperto d'applausi, perchè eloquente ed elevato di sentimenti: nessuno rivendicò allora la oltraggiata Venezia che cadde per inganno e non per conquista.

 

 

Daniele Manin fu il solo che protestasse con uno scritto, facendo rimarcare come fosse erronea quella sentenza. Questo grande cittadino che in tempi difficili e gloriosi ha saputo levare di sè fama immortale, era già conosciuto in Venezia come uno dei più virtuosi. Avvocato, la sua probità e i suoi talenti gli avevano procacciato la stima generale.

 

 

Come dissi , il congresso degli scienziati aperse l'era nuova pel Veneto, che era ritenuto fiacco, e inferiore in virilità di propositi al resto della Penisola. Tale opinione, originata forse dall'indole mite e cortese dei suoi abitanti, dimostrarono poi infondata ed erronea, la sua rivoluzione e l'immortale assedio che sostenne Venezia negli anni 1848- 1849.

 

 

Prima però di parlare di quei memorabili fatti, scopo di questo lavoro, non sarà inutile accennare agli avvenimenti che li precorsero e che prepararono i Veneziani alla gigantesca lotta. Noi vedremo che precursori e iniziatori furono Daniele Manin e Nicolò Tommaseo che coraggiosamente si offersero a bersaglio della collera ed alle ire austriache. Daniele Manin già sospetto alla polizia, lo divenne maggiormente quando sul principio di dicembre, accedendo alla preghiera dell'illustre Mompiani di Brescia, si recò a visitare gli alienati di S. Servilio. Là conobbe come l'Austria avesse fatto rinchiudere fra i pazzi certo Padovani di Rovigo il quale, reo di parole liberali e contrarie al governo, era punito con quella novella, ferocissima pena.

 

 

L'indignazione che ne risentì Manin fu tale che, ridottosi a casa, scriveva al governatore conte Palffy la seguente lettera :

 

Illustrissimo sig . Governatore,

Venezia 17 dicembre 1845

Il nominato Padovani, della Provincia di Rovigo, è detenuto da lungo tempo nell'ospizio degli alienati di S. Servilio. Pazzo, forse non lo fu giammai;  certamente adesso non lo è. I medici riconoscono che è sano di mente; ma non osano insistere perchè sia messo in libertà, temendo che ciò sia contrario alle viste del Governo e della polizia. Io ho del Governo e della polizia migliore opinione; io non ammetto che essi vogliano creare dei pazzi per decreto, come non stà in loro potere creare per decreto, dei febbricitanti o dei tisici.

L'ospizio di S. Servilio è un luogo di cura e non di pena; io non credo che si voglia convertire l'ospedale dei pazzi in una succursale delle prigioni. Se Padovani è colpevole, vi sono delle leggi e dei magistrati; egli può essere punito da una procedura legale a tenore del modo ordinario. E se Padovani disturba la polizia, esiste un mezzo assai semplice di sbarazzarsene. Egli consente, anzi egli domanda, ad emigrare, proponendosi di guadagnare la sua vita con l'esercizio della sua professione in un paese dove non lo conturbi la memoria dei suoi passati infortuni. Senza altro mandato che quello che deriva dall'obbligo morale di assistere i disgraziati e di difendere gli oppressi, io oso indirizzarmi a questo Governo allo scopo che s'informi e provveda.   

DANIELE MANIN

 

 

Questa lettera sorprese il governatore non avvezzo a sì nobile e franco linguaggio; ma invece di farvi ragione, andava ripetendo sdegnato a quanti lo attorniavano che "sarebbe stato bene liberare il Padovani per rinchiudere in suo luogo all'ospitale dei pazzi l'avvocato Manin".

 

 

Questa la giustizia dei proconsoli austriaci. Daniele Manin cercò pure di togliere certe rivalità, che avevano fino allora diviso i popolani di Venezia in Castellani e Nicolotti ( così denominavansi le due fazioni plebee dai quartieri cui appartenevano ) che traevano le origini da tempi remoti e dalle gare annuali nella corsa dei navicelli.

 

 

La polizia ne manteneva gelosamente i rancori e se ne avevano di quando in quando risse sanguinose e domestici lutti: ma la operosità del Manin, la sua persuasiva facondia tolse di mezzo i vecchi odi e giunse a tanto da indurre a comune banchetto duecento rappresentanti di ciascuna fazione, e là otteneva che si suggellasse una pace che non doveva essere rotta mai più.

 

 

Intanto nel Lombardo-Veneto il desiderio di riforme alle gotiche istituzioni che lo governavano, era divenuto generale. Papa Pio IX aveva dato l'esempio nei suoi stati, ed era naturale che altrove si chiedessero leggi ed istituzioni più liberali. Mal si vedeva quasi tutti gl'impieghi conferiti a tedeschi, tutto dipendere da Vienna, un vicerè senza potere e senza iniziativa risiedere vano simulacro ora in Milano ed ora in Venezia e finalmente una onnipotente polizia violare le leggi, tutto sottomettendo al suo arbitrio.

 

 

Di giorno in giorno il sentimento di nazionalità, dapprima quasi sconosciuto alla massa del popolo, cresceva e signoreggiava. Cominciarono le dimostrazioni e in breve si fecero generali in tutto il paese, assumendo un carattere sempre più ostile contro al governo Austriaco.

 

 

La prima di esse, veramente imponente, accadde in Milano allorchè il conte Confalonieri, affranto dai patimenti del carcere e dell'esilio, cessava di vivere. La salma del prigioniero dello Spielberg fu accompagnata alla sua ultima dimora dalla intera popolazione.

 

 

Nobili, ricchi, artisti, studenti, uomini del popolo, a migliaia concorsero per rendere l'ultimo tributo al martire Italiano. Quella folla vestita a bruno, animata da un solo sentimento, era una sfida gettata in faccia agli sgherri imperiali .

 

 

In quest'epoca il console inglese scriveva, in data del 31 dicembre 1847, al visconte Palmerston il seguente dispaccio :

 

 

Mi rincresce di dover dire che il sentimento d'irritazione contro il governo in queste provincie,  sentimento che ebbi già occasione di segnalare, non diminuisce affatto. Vi ha nelle dimostrazioni dei malcontenti un ordine ed un'intesa che fino ad ora non erano percettibili, cercandosi adesso ogni mezzo perchè esse non oltrepassino certi limiti stabiliti. Qualche giorno avanti l'apertura dell'opera, il 26 corrente, la polizia pubblicò un ordine col quale s'intimava ai cittadini di astenersi in teatro da qualunque segno troppo vivo d'approvazione o di disapprovazione: la prima rappresentazione passò in un assoluto silenzio, ed un tentativo d'applausi fatto da taluni, fu soffocato dalla grande maggioranza degli spettatori, che si  erano intesi in proposito.

» V . S . sa che il tabacco è un monopolio del governo, il quale si crea una rendita considerabile con la vendita dei sigari. Si fece circolare a Milano uno stampato, ricordando la condotta degli Americani allorchè si astennero dall'uso del the durante la guerra dell'indipendenza, ed esortando i Milanesi ad imitare quell'esempio coll'astenersi dal fumar sigari. Un gran numero di giovani di tutte le classi s'imposero quest'obbligo , e le persone che furono vedute fumare, vennero insultate in molte occasioni.

Mi si assicurò inoltre che vi ha nel popolo stesso qualche esempio di questo fatto. Io mi sono procurato una copia dello stampato in questione che unisco a questo dispaccio. Non si risparmia sforzo alcuno onde destare il sentimento di nazionalità, che si è già risvegliato sino ad un certo punto nel popolo di queste provincie: il paese è inondato di scritti che escono dalle stamperie del Piemonte, della Svizzera e della Romagna, i quali, ad onta della più stretta vigilanza della dogana, penetrano in gran copia.

Io scrissi ultimamente che i reggimenti di guarnigione nella Lombardia furono intieramente completati. Ne risultò che gli uomini appartenenti ai reggimenti italiani, dei quali non si aveva bisogno, e che erano in congedo, furono richiamati sotto le armi. La cosa li ha assai adirati, ma però il loro malcontento è diretto contro l'aristocrazia, perchè vien loro fatto credere che la condotta di quest'ultima verso l'autorità fu il motivo della loro chiamata. Son lontano dal dire che il governo incoraggi e fomenti questo sentimento nelle classi inferiori, ma non si può supporre che egli si accorga con dispiacere della sua esistenza ».  

CLINTON DAWKINS

 

 

 

Questo sentimento che il console Inglese accenna nella sua lettera, era realmente inspirato nei soldati dalla polizia stessa, sentimento che in seguito, inasprendosi maggiormente, cagionò collisioni sanguinose che affrettarono la rivoluzione. Il deputato provinciale Gio. Battista Nazzari di Treviglio, prevedendo un non lontano conflitto, e conscio che il dovere d'ogni onesto cittadino era quello di ricorrere all'unica rappresentanza che avesse la Lombardia, cioè la congregazione centrale residente a Milano e della quale egli era membro, credette eccitarla a provvedere agli urgenti bisogni della perigliosa situazione e adottare misure efficaci per costringere il governo a dare quelle riforme e garanzie che i tempi mutati rendevano necessarie.

 

 

Egli presentò il 9 dicembre, una mozione con la quale, dopo aver analizzato le cause dell'agitazione e dell'aperta ostilità tra governo e governati, sollecitava i suoi colleghi ad innalzare al trono dell'imperatore i loro voti perchè fosse provveduto ai bisogni che ormai erano divenuti palesi. Conchiudeva, proponendo che venisse nominata nel seno stesso della congregazione una commissione la quale, dopo maturo esame dello stato del paese e delle cause del malcontento generale, ne facesse soggetto d'un rapporto ragionato da sottomettersi per le proposizioni ulteriori.

 

 

Questo atto coraggioso fu altamente commendato; ed il Nazzari ebbe la gloria d'essere il primo cittadino che iniziasse la lotta legale e osato avesse mettere in discussione il malgoverno austriaco .

 

 

La congregazione centrale di Milano si rialzava nell'opinione pubblica accettando un mandato, che la servilità ed il nessun coraggio politico fino allora dimostrato le aveva impedito di assumere. L'esempio dato dal Nazzari e dalla congregazione di Milano trovò immediato riscontro in Venezia.

 

 

Daniele Manin, quantunque non fosse deputato, fece una simile mozione, la quale venne presentata alla congregazione centrale di Venezia dal deputato Nicolò Morosini. Essa era così concepita :

 

 

Illustre Congregazione Centrale Veneta, Venezia 21 dicembre 1847.

Sono trascorsi trentadue anni dacchè esiste nel Lombardo- Veneto una rappresentanza nazionale, giacchè da trentadue anni esistono le congregazioni centrali di Milano e Venezia, istituite allo scopo e colla missione di far conoscere al Governo i bisogni e i desideri del paese. In questo lungo periodo di tempo , le congregazioni centrali non si sono giammai fatte l' interprete di alcuno dei nostri bisogni, di alcuno dei nostri desideri presso il Governo, che in conseguenza dovette credere che noi non avessimo nè desideri nè bisogni, e che la vita nostra trascorresse nella più completa felicità, nel più perfetto contento.

Cosi il Governo fu indotto in errore dal silenzio della congregazione centrale, poichè è positivo che noi non siamo nè felici nè contenti, e che abbiamo, al contrario, molti veri bisogni, molti giusti desideri.  

Questo silenzio delle congregazioni centrali derivò dal timore di dispiacere al Governo; ma questa paura è ingiusta e ingiuriosa, perchè è ingiusto e ingiurioso supporre che il Governo abbia accordato a questo regno una rappresentanza nazionale derisoria, che egli abbia ingannato e che inganni questo paese e l'Europa facendo delle leggi che vuole non siano osservate, perseguitando e punendo coloro che vogliano osservarle.

É nostro dovere rispettare il Governo. Colui che lo rispetta, deve credere che egli desideri la verità, che egli apprezzi coloro che gliela fanno conoscere, e disapprovi chi la nasconde.  

E’ tempo ormai che le congregazioni centrali se lo persuadano, che esse si risveglino dal loro lungo sonno, che esse rompano il loro lungo silenzio e mostrino con dei fatti che comprendono la santità e l'importanza della loro missione .

La congregazione lombarda si è di già risvegliata e s'incammina nel sentiero del dovere. Uno dei suoi membri fece atto di buon suddito, di buon cittadino, presentando alla suddetta Congregazione la mozione che qui unisco in copia, nella quale, constatando il fatto irrecusabile del malcontento delle popolazioni, propone che sia nominata una commissione incaricata di ricercarne le cause, di studiarne i rimedi e di riferirne.

Se , come io lo credo, la mozione è adottata, essa potrà produrre degli effetti salutari e forse impedire funeste collisioni. Questo esempio è degno di essere imitato , ed io ho la speranza che esso lo sarà da questa illustre congregazione.

Io la prego vivamente nello » interesse del suo onore, della prosperità nazionale e della tranquillità pubblica. 

DANIELE MANIN

 

 

 

Nello stesso giorno che Manin rivolgeva queste franche e coraggiose parole alla congregazione centrale di Venezia per destarla dal letargo nel quale era sopita, l'illustre Nicolò Tommaseo indirizzava al barone Kübek, ministro dell’imperatore a Vienna, una dignitosa e nobile lettera colla quale chiedeva il permesso di far pubblico per le stampe un discorso da lui pronunciato all'Ateneo di Venezia. Rappresentava essere necessarie al bene del regno tre cose, cioè:

 

un'amministrazione conforme al carattere nazionale; dei deputati realmente rappresentanti la volontà del paese; la libertà della stampa.

 

 

Soggiungeva che in tal modo si avrebbe potuto soddisfare ai bisogni del paese, che l'autorità dell' Austria si sarebbe onorevolmente mantenuta, e che, nel caso contrario, erano a paventarsi i danni che ne sarebbero derivati.

 

 

Questi scritti, diramati in gran copia in Venezia e nelle provincie, produssero una forte sensazione. Gli autori furono ovunque ammirati pel coraggio cittadino dimostrato, e si ebbero lodi ed encomi da ogni città.

 

 

Incoraggiamenti furono indirizzati alla congregazione centrale, eccitandola perchè vivamente rappresentasse a Vienna i bisogni e i desideri del paese.

 

 

Non era certamente abituato il governo austriaco a simili atti di opposizione legale non mai esistita prima nel regno, avvezzo a sopportare i soprusi e le prepotenze militari e poliziesche. Strano gli appariva questo generale concitamento; e, siccome nuovo era ed inatteso, non sapeva come combatterlo. Però alcuni provvedimenti furono presi dalla polizia che, più coraggiosa perchè mai sindacata, credette fermare coi soliti arresti e colle vessazioni un movimento ormai diventato irresistibile .

 

 

Infatti giorno per giorno moltiplicavano i segni di avversione contro l'Austria. I militari si trovarono ad un tratto isolati. Le case, che prima li accoglievano, si chiusero per essi; mentre le relazioni amichevoli e fraterne si mantennero solamente cogli ufficiali di marina, che si sapevano italiani di cuore per le non dubbie prove avutene.

 

 

Una occulta direzione delle popolari dimostrazioni si era formata. In breve il suo potere fu tale che ogni classe di cittadini, dall'infimo popolano al più ricco patrizio, dirigeva con scritti a mano o stampati, e con avvisi a voce che circolavano per la città. Non un borgo, non un casale delle provincie si sottraeva a questa occulta influenza, tanto che la polizia cominciò a dubitar di sè stessa e perdette la bussola.

 

 

L'astensione dal fumare fu legge per tutti: gli appalti non vendevano più un sigaro; e quella rendita non lieve dello stato fu soppressa d'un colpo dall'accordo dei cittadini.

 

 

A nulla riuscivano i mezzi tentati dall'autorità per far cessare queste dimostrazioni. La polizia cercò destare tumulti sguinzagliando i suoi cagnotti col sigaro in bocca per la città, ma se li vide ritornare battuti e malconci protestando che non avrebbero osato mostrarsi un'altra volta per le vie.

 

 

Gli stessi soldati dovevano unirsi in parecchi per tener testa ai giovanotti borghesi fattisi custodi della legge che proibiva il fumare; e molti furono i casi di rissa avvenuti per questo motivo.

 

 

Segni convenzionali comparvero sui cappelli e alla bottoniera degli abiti: i colori bianco e giallo della bandiera papale vennero in moda. Le donne, con crescente ardimento, adottavano nelle toilettes i tre colori vietati della coccarda italiana; e nel popolo stesso si videro brillare i segni precursori di un movimento nazionale.

 

 

I primi giorni dell'anno 1848 furono contristati dal sangue versato a Milano. Soldati e poliziotti uscirono in pubblico fumando il sigaro: vennero fischiati e dovettero desistere dalla progettata contro - dimostrazione. Ma, ritornati più tardi in grosso numero, ne avvennero risse che furono sedate dalla truppa accorsa colle armi.

 

 

Fierissimo l'attacco, e la vittoria agli Austriaci che s'avevano contro una popolazione inerme. I morti ed i feriti di quel giorno furono i primi dei tanti che poi contò il 1848. D'uopo è notare peraltro, che se ingiustificabile era agli occhi del Governo il divieto di fumare, fu infame il modo usato per combatterlo dalla polizia di Milano. Infame ed improvvido, poichè produsse un'esasperazione terribile nel popolo impaziente oramai di attendere più oltre il momento opportuno per spiegare il vessillo d'una generale rivolta.

 

 

A Pavia, a Brescia, a Treviso, a Padova si rinnovarono le scene cruente di Milano, e il sangue italiano fu versato in ognuna delle quattro città. Intanto a Venezia l’indignazione prodotta dai casi luttuosi di Milano fu al colmo. Non cittadino, che non ne sentisse cordoglio come di offesa personale. Tosto si volle che i fatti dimostrassero il dolore di tutti, e collette furono promosse a favore dei feriti e dei morti della città sorella.

 

 

Nobili donne, fra le quali primeggiavano Elisabetta Giustinian, la contessa Papadopoli, la signora Correr ed altre, vestite a lutto percorrevano le vie chiedendo l'obolo per le vittime lombarde; e non piccola somma s'è potuto raccogliere ed inviare a quei miseri. Milano ne fu riconoscente e i vincoli di solidarietà e di fratellanza si strinsero maggiormente.

 

 

Ma nel frattempo l'Austria metteva al completo i suoi reggimenti e novelli ne spediva di Germania. Battaglioni di Croati, batterie d'artiglieria e munizioni giungevano giornalmente a rinforzare l'esercito del feld -maresciallo Radetzky.

 

 

Misure severe furono prese dovunque dalla polizia la quale, più energica delle autorità amministrative, consigliava il massimo rigore contro i sudditi pervicaci. Coloro che essa segnava primi nel Veneto quali istigatori del malcontento generale furono Daniele Manin, Nicolò Tommaseo e il Meneghini di Padova, riserbandosi di colpire gli altri.

 

 

Questi specialmente erano colpevoli ai suoi occhi di aver iniziata la lotta legale, che avrebbe rovinato il governo, se combattuta con le medesime armi. Si cercò quindi un delitto e si credette poterlo creare permettendo che i loro scritti fossero in gran copia diramati nelle provincie.

 

 

Grande fu l'impressione fatta in Venezia dall'arresto di quegli illustri cittadini. L'avversione pel governo austriaco ne accrebbe a dismisura: ma la polizia, nulla curando, proseguì la sua strada.

 

 

A Milano, a Venezia e in tutte le altre città si allontanavano i cittadini creduti pericolosi, confinandoli a Lintz e a Lubiana. Altri ne furono arrestati e gettati in carcere per misura, così detta, di precauzione. Ma in questi rigori scorgevasi chiaramente che le vittime erano scelte a caso e che nessun criterio esatto illuminava il governo sulla imminenza del pericolo.

 

 

Si credeva che i molti arresti avrebbero percosso gli spiriti di un salutare terrore. L'effetto fu contrario, e le dimostrazioni si rinnovarono più spesse e più generali. Fra le altre significativa quella che tutte le settimane si ripeteva al console pontificio.

 

 

Soleva questi recarsi la domenica ad ascoltar messa nella chiesa di S. Giacomo dall'Orio. Un giorno fu grandemente colpito nel vedere il tempio, d'ordinario così squallido, zeppo di quanti migliori cittadini contava Venezia. Uomini e donne erano venuti a corteggiare il rappresentante di Pio IX , e vi ritornarono fedelmente fino al 17 marzo in onta ai mezzi adoperati dalla polizia per distornarli.

 

 

Le piazze, dove solevano suonare le musiche dei reggimenti imperiali, furono deserte; i teatri frequentati solamente quelle sere in cui un verso patriottico del libretto o una parola del dramma offrissero occasione agli applausi; i segni al cappello ed all'abito furono adottati per paura fino dagli i.r. commissari di polizia.

 

 

Scene di disordine e risse tra soldati e cittadini, talvolta sanguinose, ripetevansi tutti i giorni nelle città del regno; e a tanta effervescenza, a tanto malumore, a tanto malcontento della popolazione il governo, male consigliato, contrapponeva atti arbitrari i quali maggiormente rinfocolavano le ire.

 

 

Gravi avvenimenti succedevano intanto negli altri stati d'Italia. La rivoluzione di Palermo aveva spaventato Ferdinando II che, più desto dell'Austria, cercò sedarla accordando una costituzione al suo regno. Re Carlo Alberto, più spontaneamente e più lealmente, largiva al Piemonte uno statuto liberale che doveva in seguito, dopo molte vicende e sventure, essere fondamento di solida libertà per tutta Italia.

 

 

I duchi di Modena e Parma conchiudevano un trattato offensivo e difensivo con l'Austria, mentre Leopoldo di Toscana seguiva l'esempio migliore allora, ed imitava Pio IX.

 

 

Questi fatti, conosciuti nel Lombardo-Veneto, confortavano la popolazione nella via già percorsa, dappoichè si vedeva che i principi d'Italia, eccettuato Carlo Alberto che li precorreva, avevano dovuto seguire loro malgrado le esigenze dei tempi e la volontà dei sudditi.

 

 

Pavia e Padova, dove un'animosa gioventù affluiva a quelle celebri università, specialmente si commossero. A Padova in una rissa sanguinosa fra studenti e soldati di presidio, erano uccisi parecchi di questi e di quelli, e quantunque alla fine rimanesse vincitrice la truppa, pure la cittadinanza andava prendendo coraggio e si lusingava poter combattere da sola le schiere dell'Austria.

 

 

Le università furono chiuse per ordine imperiale e le migliaia di giovani, che le frequentavano, si sparsero nelle province a recarvi il loro entusiasmo. Le condizioni del governo peggioravano ogni di più in faccia ad una popolazione ardita, sebbene inerme. L'ordine legale era profondamente turbato e lo spirito di rivolta faceva capolino dappertutto. Ora, a mali estremi si vogliono estremi rimedi e l' imperatore credette trovare la medicina opportuna nel “giudizio statario”, che fu promulgato il giorno 22 febbraio 1848.

 

 

In quel medesimo giorno trionfava a Parigi la rivoluzione; Luigi Filippo era cacciato dal trono, e i vincitori proclamavano la repubblica.

 

 

Dissi dell' arresto di Manin e Tommaseo; ora debbo aggiungere che il processo intentato contro di loro trattavasi presso il tribunale criminale di Venezia, dove i giudici non sapevano levarsi dall'imbarazzo di definire a quale articolo del codice avessero recato offesa gli accusati.

 

 

Intanto la polizia imponeva ai giudici d'esser severi, e gl'imputati non dimandavano di meglio che una sentenza la quale, se fosse contraria, avrebbe contribuito a rendere vieppiù impossibile il dominio austriaco in Italia.

 

 

Nè Venezia era indifferente alla loro sorte: essa amava quei generosi che primi avevano sfidato i colpi dell'oppressore e che, quantunque spietatamente trattati, pure serbavano intatte le loro convinzioni, dando così l'esempio della resistenza passiva contro l'ordine stabilito dalla prepotenza.

 

 

Il proclama, che annunziava lo stato d'assedio, aſfisso alle cantonate delle vie, era dappertutto lacerato ed imbrattato di sozzure. In taluni siti lo vedevi ricoperto da un cartello che eccitava al disprezzo per le misure rigorose adottate dal governo.

 

 

La polizia nulla sapeva, nulla prevedeva, nè potè colpire alcuno di coloro che dirigevano le dimostrazioni popolari. Altri arresti ebbero luogo, ma anche questa volta furono imprigionati uomini liberali bensì, ma che in nessun modo potevansi convincere d'aversi adoperato a sovvertire l'ordine e a turbare la pubblica quiete.

 

 

Le notizie della rivoluzione francese, dell’esilio di Luigi Filippo e della proclamata repubblica in Parigi, pervennero a Venezia il primo giorno di marzo. Esse impressero al movimento italiano un carattere più deciso, dappoichè si previdero non lontani, avvenimenti supremi cui bisognava tener preparato il paese.

 

 

Più sensati e pratici furono gli avvisi stampati, fatti ovunque circolare, nei quali si cercava ispirare confidenza nell'avvenire, energia nella resistenza fino allora sostenuta, gettando a piene mani la vergogna sugli atti del governo, svelandone le turpitudini e insieme la debolezza.

 

 

Tali scritti erano letti avidamente, e commentati al popolo che pubblicamente si adunava nelle piazze e nei crocicchi delle vie.

 

 

Il 10 marzo, a Venezia, fu vista per la prima volta in una dimostrazione la bandiera italiana. Una massa di popolo, preceduta da un fanciullo che portava lo stendardo tricolore, comparve in piazza S . Marco.

 

 

L'autorità, allarmata dalle grida sempre crescenti di "evviva la costituzione e l'Italia!" cercò dissipare la folla adoperando all'uopo pattuglie di soldati. Vi ebbero busse e qualche leggera ferita, ma poi tutto ritornò nella quiete .

 

 

Altre dimostrazioni avvenivano nelle città di terraferma, le quali non erano che foriere delle maggiori ed irresistibili scoppiate più tardi.

 

 

L'imperatore e il governo di Vienna, spaventati dai progressi che faceva la rivoluzione in Italia, sgomentati dai non equivoci segni che nella stessa capitale dell’impero si manifestava contro la decrepita politica di Metternich, diedero ordine ai governatori di Milano e Venezia di spedire immediatamente al gabinetto i rapporti delle congregazioni centrali sui bisogni e desideri delle popolazioni, facendo sentire che il cuore del monarca avrebbe fatto ragione ai giusti reclami.

 

 

Ma era troppo tardi, dacchè la tempesta si avvicinava, nè forza umana avrebbe più potuto arrestarla. La paura aveva indotto il gabinetto di Vienna fino a discutere coi sudditi le chieste riforme, ma non era più tempo di discussione. Le ragioni, usate alcuni mesi prima, avrebbero potuto qualche cosa, quando talune riforme bastavano forse a calmare gli spiriti desiderosi di migliore governo.

 

 

Eravamo giunti al 16 marzo, ed una voce cominciò a diffondersi che fu il segnale della rivoluzione italiana, scoppiata il dì seguente in tutte le città lombardo-venete; la voce della rivoluzione a Vienna.

 

 

Rivoluzione a Vienna; Vienna insorta contro Metternich e la Camera Aulica; Vienna ha inalberato lo stendardo della libertà! — L'effetto di queste notizie è indescrivibile: dubbio e incredulità in molti, incoraggiamento a tentare una simile prova nei più coraggiosi, in tutti una immensa gioia .

 

 

Il 16 marzo fu impiegato nei preparativi della lotta che, sanguinosa e terribile nelle strade di Milano, con meno sangue e con molta destrezza fu condotta a Venezia; nell’una e nell'altra città coronata dalla vittoria.

 

 

Strano è poi, ma non perciò meno vero, che Milano e Venezia insorgevano nello stesso giorno, alla stessa ora, senza accordo preventivo. Le risapute notizie, i comuni interessi e un eguale amore di patria le facevano coincidere nella scelta del giorno di battaglia. Non sarà qui fuori di proposito ricordare come a Parigi ed a Vienna gli Italiani colà residenti furono fra i primi ad impugnare le armi nei giorni di rivoluzione; quei nostri fratelli, che tanto avevano contribuito a propugnare le idee liberali, vollero primi suggellarne il santo principio col sangue.

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