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STORIA DELLO ASSEDIO DI VENEZIA NEGLI ANNI 1848 E 1849

Per C. A . RADAELLI Colonnello nell'Esercito Italiano

Napoli - Dalla tipografia del Giornale di Napoli

 

Maggio 1865

Introduzione

 

Parte prima

L'accademia di marina in Venezia — Educazione - Ammissione nell'istituto – Emilio Bandiera - Professori — Emilio Tipaldo — Domenico Moro — Nomine ad ufficiali — Marina austriaca - Spirito della medesima — Corvetta Lipsia - Il barone Francesco Bandiera - Società dell'Esperia — La Giovine Italia — Moro e Mazzini — Statuti — Guerra della Siria – S . Giovanni d'Acri — Progetto di fuga – Uragano – Propaganda — La polizia austriaca — Attilio Bandiera fugge — Fuga di Emilio Bandiera e di Domenico Moro — Loro compagni — Malta e Corfù — La madre dei Bandiera — Sbarco in Calabria — Loro morte – La società secreta.

 

 

L'accademia militare di marina in Venezia era la sola dove l'Austria formasse ufficiali per le sue flotte. L'educazione che in essa si riceveva era militare e nello stesso tempo scientifica. Il corso degli studi compivasi in cinque anni, e in questo spazio di tempo vi s'insegnavano le matematiche tutte, varie lingue, la storia, la geografia etc. come pure tattica navale e terrestre, maneggio di armi, scherma, ballo, ginnastica e quanto insomma può formare un ufficiale istruito e distinto. Nell’agosto di ogni anno gli allievi compivano un viaggio imbarcati su di una corvetta dello stato, dove come semplici marinai accudivano ai servizi di bordo, acquistando così una pratica esperienza del loro mestiere, e abituandosi da giovinetti a sopportarne i disagi e le fatiche .

 

 

Ma quell'educazione non formava solamente ufficiali di marina; dappoichè taluni, non atti per indole o per temperamento a quel duro mestiere, in altre armi dell'esercito erano trasferiti, dove si distinsero sempre per sapere e per operosità. Altri ancora, ai quali gli studi percorsi permettevano subire gli esami in qualche università, ottenevano laurea di ingegnere, come avvenne all'illustre Ghega che fra i più noti oggi primeggia per scienza e per abilità in costruzioni di strade ferrate ed in opere idrauliche.

 

 

Per essere ammessi in quell'istituto conveniva riportarne autorizzazione dal governo, e la pensione che ogni allievo doveva corrispondere era di L. 120 mensili; spesa assai grave, quando si vogliano considerare i tempi di allora, più facili e meno dispendiosi dei presenti. Il governo austriaco accordava altresì alcune piazze gratuite ai figli di qualche benemerito ufficiale. Nel mese di ottobre 1831 io fui ammesso in quell'istituto quale allievo pagante, e nello stesso mese e nello stesso giorno Emilio Bandiera, figlio del contr'ammiraglio dello stesso nome, otteneva parimenti l'ammissione.

 

 

Bandiera Emilio

Emilio Bandiera figlio del Contr'Ammiraglio della Marina Imperiale e patriota della lotta per l'indipendenza italiana.

 

 

 

Non vi era in tutta Italia una educazione più brillante e più liberale. I professori, tutti italiani, e dei quali alcuni avevano servito al tempo del Regno d'Italia, iniziavano le nostre giovani menti all'amore ed all'ammirazione pel nostro paese. Con affetto ricordo come Emilio Tipaldo, nome illustre nelle lettere, c'insegnava la storia.

 

 

Con infuocate parole ci narrava la grandezza romana, le patrie glorie del medioevo, i fasti delle repubbliche di Venezia, di Pisa, di Genova, di Firenze, nonchè i fatti memorabili di casa Savoia e, discendendo a tempi più vicini, ricordava le eroiche gesta degli Italiani in Spagna, le battaglie combattute da essi nelle memorande campagne di Wagram e di Russia.

 

 

Quelle lezioni, mentre eccitavano le nostre giovani anime a calcare le orme gloriose dei padri nostri, vi destavano un senso di vergogna, additandoci l'Italia dilaniata dallo straniero e schiava a tanti tiranni. Quanto di più ostile all'Austria e ai suoi satelliti stampavasi fuori della Penisola, era da noi tutti avidamente letto: e quantunque le opere di Guerrazzi, del Berchet, di Pellico, di Massimo d'Azeglio e di altri molti fossero proibite, nondimeno esse ci erano fornite dagli amici nostri, perchè sparse in gran copia a Venezia.

 

 

Emilio Bandiera e, più tardi, Domenico Moro fra tutti mostravansi entusiasti; e mi rammento come il primo di essi prediligesse fra i sommi uomini dell'antichità Epaminonda, e fra i moderni Kosciuszko, ambidue difensori dell'indipendenza della loro patria. Così in un'accademia austriaca, sotto la sorveglianza di una polizia sospettosa, cresceva una gioventù ardita e patriottica, odiatrice del dominio straniero, e pronta a qualunque sacrificio per la patria.

 

 

Nel 1836, avendo compiuti i cinque anni di corso, indossai per la prima volta l'uniforme di guardia -marina. Nello stesso giorno Emilio Bandiera e due anni più tardi Domenico Moro uscivano parimenti da quell'istituto. Fino al 1839 fummo divisi, ricevendo differenti destinazioni. Dal mio canto, compiute molte crociere, ebbi la sorte di prender parte alla guerra del Montenegro. In quell'epoca la marina austriaca poteva essere considerata quale marina veneta, essendo essa composta di ufficiali e di marinai quasi tutti del litorale adriatico, per costumi e lingua italiani; senonchè la sola bandiera denotava il dominio austriaco.

 

 

La reputazione che godevano come abili marinai non era inferiore a quella splendida della veneta repubblica. Gli ufficiali e gli equipaggi erano sempre imbarcati sulle due squadre del Levante e dell'Adriatico, le quali intraprendevano lunghissime crociere nei mari mediterranei e talvolta nell'Oceano, inviando legni con l'incarico di distruggere la infesta pirateria dell'Arcipelago e delle coste d'Africa.

 

 

Ebbero accaniti combattimenti con arditi e feroci corsari, e si può con ragione asserire che la distruzione dei medesimi è dovuta in gran parte alla marina austriaca. L'impresa di Marocco, guidata dall'ammiraglio Bandiera, fu tra le altre gloriosa, perchè ottenne risultati che la diplomazia non aveva conseguito. L'abilità nautica dei Veneti era commendata perfino dagl' Inglesi con i quali si trovavano in continui rapporti; e si potrebbero citare molti esempi, nei quali il loro ardire e la scienza si dimostrarono all'altezza dell'antica rinomanza.

 

 

Lo spirito che nella veneta marina regnava, era esclusivamente italiano. Quasi mai si ricordavano le gloriose gesta dell'antica repubblica: l'orgoglio municipale era spento dal tristo spettacolo di illustri patrizî con curva fronte obbedienti, senza arrossire, allo straniero.

 

 

Coloro che spensero la repubblica veneta furono i degeneri nipoti di tanti eroi che la resero potente. Ci era impossibile desiderare un governo che cadde per propria colpa, pei suoi vizi e per la viltà di coloro che lo reggevano. Della morta repubblica non rammentavamo che tristi vicende, e le nostre giovani menti a più sublimi e a più vaste speranze erano rivolte.

 

 

L'Italia era per noi la madre nostra; e un fremito d'ira, una generosa indignazione ci agitava nel pensare che gemeva servo quel popolo, che per due volte diede la civiltà al mondo. La bandiera che sventolava sulle antenne delle navi imperiali era dalla maggior parte di noi odiata: dominava nel nostro cuore un presentimento di futuri eventi, che ci avrebbero tolto dal collo il giogo aborrito dell'Austria. Tale pensiero era generale nei Veneti; ed io ricordo con venerazione come il mio povero padre mi dicesse: "Figlio mio , impara il mestiere delle armi: forse verrà il giorno che potrai impugnarle in difesa della tua patria".

 

 

Se io rammento tali cose, gli è solo per togliere, per quanto posso, ai Veneti la bugiarda taccia di municipalisti che taluni vollero sovr'essi scagliare: taccia d'altronde che venne poscia luminosamente smentita da fatti memorabili e gloriosi.

 

 

Al cadere del 1839, imbarcato sulla corvetta Lipsia, feci ritorno in Levante, essendo destinato a far parte della squadra allora comandata dal contr'ammiraglio Bandiera. Con me vi era Domenico Moro, e sulla fregata ammiraglia trovavansi i due fratelli, Attilio ed Emilio Bandiera. Io non conosceva ancora il maggiore di essi, Attilio , al quale fui presentato dal minore fratello.

 

 

In quell' epoca egli avea 26 anni; di statura elevata , gracile di complessione, affatto calvo poiché perdette i capelli in causa di violenta malattia; di fisionomia simpatica, occhi brillanti, pronto nel parlare, affabile, cortese e di modi gentili. Era ammogliato da due anni con vaghissima donna, figlia del capitano di corvetta Graziani. Amante e poco riamato dalla sua compagna, soffriva di malinconia. La sua anima ardente, priva così dei dolci affetti della famiglia, cercò dimenticare la propria sventura dedicandosi esclusivamente alla patria che ben presto divenne sua unica passione.

 

 

Suo fratello all'incontro era di bassa statura, complesso, non bello ma simpatico: nel camminare zoppicava della gamba destra, in causa di una caduta fatta quando era allievo nell'accademia militare. Egli amava le cose grandi, professava un culto per gli eroi che si sacrificavano alla patria e, a somiglianza di quelli, martire per essa moriva. Egli era dotato di memoria prodigiosa e profondamente conosceva la storia.

 

 

Il patriottismo di questi generosi non era condiviso dal loro padre, barone Francesco Bandiera, contr'ammiraglio della marina austriaca, devotissimo all'imperatore. Intrepido ed esperto ufficiale, dotato dalla natura di coraggio e penetrazione, fu educato ai tempi del primo impero, nei quali il sentimento di nazionale indipendenza era eclissato da quello della gloria militare. Amava i suoi figli, ma l’interesse lo teneva fedele all'Austria, dalla quale sperava onori e gradi.

 

 

Domenico Moro sortiva dalla natura forme bellissime, accompagnate da modi dolci ed insinuanti. Alto della statura, capelli bruni e occhio vivace, adorno di molte cognizioni, buon matematico, gentile poeta e distinto in ogni suo atto.

 

 

Dicevasi che egli amasse di un'affetto romanzesco la moglie di Attilio Bandiera. Io non lo credo; ma fosse stato vero, è certo che quell'affetto era santo come l'animo di Domenico: poichè quando avrebbe potuto più liberamente soddisfare alla supposta passione, prescelse seguire la sorte dell'amico e non abbandonarlo nella sua prova estrema.

 

 

Volli ricordare a quanti li conobbero, le virtù di quelle anime elette che furono i migliori amici della mia giovinezza. Al mio giungere in Levante, mi avvidi che i due fratelli meditavano qualche impresa. Infatti alcune misteriose parole fra loro scambiate ed un certo fare arcano che traspariva da ogni loro atto, mi persuasero che le mie congetture non fallivano.

 

 

Sul principio del 1840 Attilio Bandiera, presomi in disparte, mi disse: "Noi vogliamo fondare una società secreta allo scopo di affrancare l'Italia dal dominio straniero, e perciò contiamo su te". Questa inattesa proposta mi sorprese, ma tostamente ispirato dalla nobiltà e dalla grandezza del progetto, accettai dividere con essi i pericoli dell'impresa.

 

 

In quell'epoca la setta della Giovane Italia si era ramificata nella Penisola. Mazzini, capo di essa, esercitava un fascino irresistibile su tutte le anime generose ed ardenti; fascino d'altronde spiegabile, dappoichè egli solo aspirasse all'unità ed all'indipendenza della patria.

 

 

I Bandiera avevano risoluto di rivolgersi a lui: però non conoscendo il modo di mettersi in relazione col celebre agitatore, ne attendevano dal tempo propizia occasione. Fu solo nel 1842, dopo un viaggio che Moro fece a Londra, ove ebbe un abboccamento con Mazzini, che i fratelli poterono scrivergli e manifestare le loro intenzioni e quelle dei loro amici che furono da lui accettate, lodate ed incoraggiate.

 

 

Io ſui dei primi che ai fratelli Bandiera si unirono tra gli ufficiali della marina: poscia fecero parte del complotto Moro, Baldisserotto, Canal, Bontempelli, Mariani, il Conte Michieli che nel 1848 tradiva la propria fede rimanendo fra gli Austriaci e combattendo contro l'Italia, Fincati, Chinca, Bonetti, Manolesso e molti altri, senza rammentare le centinaia di aſfiliati che in breve tempo si reclutarono a Venezia e nel Veneto.

 

 

Gli statuti della nostra società erano semplici. Ogni affiliato pagava mensilmente una quota di denaro proporzionata ai suoi mezzi, con lo scopo di formare una cassa per l'insurrezione, Attilio Bandiera era cassiere per la marina e ne dirigeva contemporaneamente l'opinione. Nessuna regola scritta, nessuna istruzione se non verbale: solo scopo del momento propagare la società in tutta Italia e specialmente nella marina: scopo definitivo l'indipendenza e l'unità d'Italia. Così nacque, e crebbe in un corpo militare austriaco un ramo della setta della Giovane Italia, che si denominò Esperia. In agosto 1840 scoppiò la guerra della Siria.

 

 

Le flotte inglese ed austriaca, unite alla turca, attaccarono le varie piazzeforti allora soggette al vicere d'Egitto. Furono conquistate in quella campagna Beirut e l'antica Sidone, dove Chinca Domenico, valorosamente combattendo, piantò lo stendardo austriaco sulle fortificazioni nemiche, e dove l'arciduca Federico d'Austria divenne un eroe per essere disceso a terra allorchè la città fu presa e quando il presidio aveva deposto le armi.

 

 

L'attacco e la presa di S. Giovanni d'Acri fu memorabile per il numero di vascelli alleati che combatterono, i quali in meno di due ore lanciarono quarantaduemila proiettili nella fortezza, cagionandovi lo scoppio del gran deposito delle polveri, che uccideva duemila uomini, atterrava i bastioni, colmandone i fossati colle rovine , riduceva la città un mucchio di macerie , un vasto cimitero.

 

 

Dopo questo memorabile avvenimento terminava la guerra; le flotte alleate si ridussero nella rada di Beirut. Fu colà che fu concepito il progetto d'impadronirsi di un vapore postale greco e di salpare alla volta d'Italia per promuovere l’insurrezione.

 

 

Fortuna volle che poche ore prima del momento fissato all' impresa, il vapore si allontanasse da quei paraggi. Se ciò non fosse avvenuto, i tristi fatti che successero più tardi nel 1844 sarebbero accaduti quattro anni più presto. Il 4 dicembre 1840, un orribile uragano imperversò su quelle spiagge; settantadue bastimenti di tutte le grandezze e di tutte le nazioni naufragarono lungo la costa della Siria. La corvetta Lipsia perdette l'alberatura e si salvò in virtù dei suoi solidi ormeggi. Fu orribile oltre ogni dire quell'infortunio: perirono equipaggi intieri, e gli avanzi delle navi naufragate si rinvennero poscia mezzo miglio entro terra. Poco dopo fui promosso di grado e venni destinato alle crociere dell'Adriatico.

 

 

Quantunque disgiunti dai Bandiera, il proselitismo alla causa italiana venne da noi tutti proseguito. Nel 1843, epoca nella quale mi ridussi in Venezia, potevasi calcolare che due terzi degli ufficiali della marina erano affiliati alla nostra società politica. In Venezia e nel Veneto, specialmente nella gioventù delle università, i sentimenti di patrio amore potentemente si risvegliavano.

 

 

Nel principio del 1844, Attilio Bandiera trovavasi ancora in Levante con suo padre, mentre Emilio era passato aiutante di campo dell'ammiraglio Paolucci, comandante in capo della marina. Moro era imbarcato sulla corvetta Lipsia.

 

 

Il propagarsi della società aveva fatto nascere qualche sospetto, ma siccome era difficile che la polizia potesse ottenere prove sufficienti a nostro carico, cosi solo un'oculata vigilanza fu dalla medesima praticata.

 

 

Attilio Bandiera, frattanto, non era rimasto inoperoso. Indefessamente occupato di giovare alla causa italiana, cercò di rendersi padrone della fregata austriaca sulla quale era imbarcato. Trovò partigiani, e forse sarebbe riuscito nell'ardito progetto, se non fosse stato scoperto da taluno troppo leggermente messo a parte del disegno. Suo padre, l'ammiraglio che comandava la squadra, salvò il figlio ed i suoi complici, seppellendo nel suo cuore il pericoloso arcano.

 

 

Il segreto però non rimase tanto occulto che qualche cosa non ne trapelasse: perciò Attilio, sul, quale più che su ogni altro pesarono i sospetti, accortosi d'essere spiato, stanco della vita ingloriosa che conduceva, infelice anche nella propria famiglia, poichè la moglie percossa da lento morbo andava deperendo, spinto forse anche da consigli che gli pervenivano da Londra, fuggiva da Smirne verso la metà di marzo dello stesso anno e riparava a Malta. Prima di partire inviava una lettera al fratello, consigliandolo a sottrarsi alla vendetta austriaca che tosto o tardi lo avrebbe colto.

 

Emilio non volle abbandonare l'amato fratello, e decise dividerne il destino: solo attendeva un'occasione propizia per fuggire da Venezia. Volle il caso che, mentre il generale Paolucci trovavasi in una sua villa lungi dalla città, Emilio aprisse un dispaccio riservato da Vienna, nel quale era ordinato il suo arresto .

 

 

Tostamente, fatto fardello di pochi effetti ed avendolo io stesso soccorso di qualche denaro, si avviò a Trieste. Vi fu accolto da un nostro camerata, certo Canal Giulio che poscia fu dall'Austria condannato per 20 anni in una fortezza. Col suo mezzo ebbe un passaporto, e travestito s'imbarcava e giungeva felicemente a Corfù. Passò quindi presso il fratello a Malta, dove Domenico Moro, abbandonando la nave sulla quale era imbarcato, parimenti ad essi si univa .

 

 

Da Malta ritornarono più tardi a Corfù, raggiunti da Ricciotti e dagli altri congiurati che con loro dovevano dividere i perigli della impresa, inconsiderata bensì, ma però sempre gloriosa. Quanto era avvenuto fu considerato dall'Austria come uno scandalo enorme. Giammai si era avverata nelle file del suo esercito una defezione di tanta importanza in tempo di pace. Essa non si dissimulava il pericolo cui correva incontro la disciplina, se tali avvenimenti fossero conosciuti: cercò quindi nasconderli, ed inviava la madre dei Bandiera a Corfù, promettendo che avrebbero avuto amnistia completa, purchè ritornassero in patria.

 

 

Però le promesse e le lagrime stesse di quella povera derelitta non smossero i due fratelli dal loro disegno. Uniti ai pochi compagni, incoraggiati dalle notizie che pervenivano dall'Italia e specialmente dalle Calabrie, nel giugno 1844 credettero, sbarcando in quelle provincie, trovare preparati i popoli a scuotere il giogo del Borbone. Ma, denunciati da uno dei venti loro compagni, dall'infame corso Boccheciampe che a Cotrone li vendeva per aver salva la vita, miseranda sorte era serbata a quei generosi.

 

 

Le loro spoglie mortali giacciono sepolte nella terra di Cosenza dove una pietra, da poco tempo collocata, ricorda all'Italia che alcuni dei suoi più nobili figli combattendo per essa, colà perivano, vittime della ferocia borbonica. Quando Venezia sarà libera, pagherà il suo tributo di riconoscenza alla memoria di quei magnanimi.

 

 

Dopo sì lacrimevole caso l'associazione nostra ristette; dappoichè non fidava nelle promesse sempre fallaci degli esuli italiani, e sperava solamente nell'avvenire che si stava maturando. D'altronde era in noi prudenza soprassedere per il momento, essendo che eravamo quasi tutti sospetti, ed una commissione d'inchiesta fu incaricata dal governo di esaminare i fatti avvenuti e segnarne i complici.

 

 

Nel 1847 vidi l'auditore di guerra signor Kargher che era stato incaricato di quell'inchiesta, ed avendogli domandato perchè avesse soprasseduto nel proseguirla, egli mi rispondeva che sarebbe stato necessario condannare quattro quinti degli ufficiali di marina, e che a ciò fare il governo non vi avrebbe guadagnato. Tanto erano radicati nella marina veneta l'amore alla patria e il desiderio potente di vederla libera ed indipendente. La rivoluzione che sopraggiunse, ci trovò pronti e concordi nel gran proponimento.

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