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Storia di Venezia dalla sua fondazione fino all'anno 1084

 

di Augusto Gfrorer

 

Parte seconda

Capitolo VI

 

 

6. Il doge Giovanni II Partecipazio ed il trattato dell’883 con l’imperatore Carlo il Grosso.

 

 

 

Il doge Orso moriva nell’881 (od 882), lasciando oltre il patriarca Vittore altri quattro figli, Giovanni, Badoario, Orso e Pietro; tre dei quali, l’un dopo l’altro, furono Dogi. Salvo una volta sola, non si trova accennata impresa alcuna da parte loro, benchè non mancassero certamente delle occasioni di guerreggiare, come poi si vedrà; altronde ci sono indizi che fanno giudicare i figli di Orso deboli e cagionevoli. Sembra quasi che nella famiglia dei Partecipazi si sviluppasse assai per tempo qualcosa di simile alla malattia dei Merovingi, qualcosa di rachitico.

 

 

Giovanni, già da parecchi anni coreggente del padre, ebbe tosto da solo il governo di Venezia. Una delle sue prime imprese fu quella di adoperare le forze dello Stato per procacciare un appannaggio principesco al fratello Badoario a spese della Sede apostolica.

 

 

Dandolo narra: “Il doge Giovanni mandò il fratello suo Badoario a Roma, per ottenervi da papa Giovanni VIII il comitato di Comacchio. Ma il conte Marino di Comacchio, saputa la cosa, pose in agguato degli armati, che piombarono addosso al veneto nel suo ritorno da Roma, le fecero prigioniero e gli ruppero violentemente una gamba. Marino poi non lasciò andar libero il suo prigioniero, prima che gli avesse promesso con giuramento di non far vendetta del torto patito. Ciò fatto, Badoario rientrò in Venezia, e vi morì ben presto per la ferita ricevuta. Però il doge Giovanni si diresse con una flotta a Comacchio, conquistò la città, vi impose giudici in proprio nome, e distrusse i possedimenti dei Ravennati, che avevano fatto lega con Marino”.

 

 

Dimostrai in altro luogo che a quel tempo la nobiltà romana, profittando delle prepotenze dei duchi di Spoleto, cominciò a scompartirsi lo Stato della Chiesa. Anche a quel Marino sarà riuscito d’avere per tal mezzo il possesso di Comacchio. Ma il papa Giovanni VIII, mancando delle forze necessarie per punire gli usurpatori, pare abbia stimato miglior partito consegnare a patti Comacchio al fratello del Doge di Venezia, la cui amicizia era pur sempre di qualche importanza. Quindi il furore di Marino ed i maltrattamenti fatti a Badoario. Tuttavia i Veneti non rimasero, come vedremo più sotto, in tranquillo possesso di Comacchio.

 

 

Nel 13 maggio 883 a Mantova, il doge Giovanni concluse con Carlo il Grosso, imperatore carolingio tedesco, una convenzione importantissima.

 

 

Essa è concepita nei termini e con le forme d’un rescritto di protezione. Il suo contenuto è precisamente questo: “In nome della santissima ed indivisibile Trinità, Noi, Carlo, per grazia di Dio imperatore. Con questo atto sia reso noto ad ognuno che Giovanni, doge della Venezia, per mezzo dei suoi ambasciatori ci ha pregato che Noi volessimo concedergli un rescritto di protezione per i beni che egli ha acquistato sia nella Venezia e sia entro i confini del nostro Stato; per modo che egli stesso, come pure il Patriarca di Grado, i vescovi ed il popolo tutto delle isole posseggano tranquillamente e senza molestie le proprietà loro in conformità del trattato concluso dall’avo nostro, Carlo (il grande), con i Greci (810)”.

 

“Noi abbiamo esaudito questa domanda ed ordiniamo quanto segue: nessun suddito del nostro impero osi mai turbare i possedimenti appartenenti a quei Dogi, al di qua o al di là delle lagune. Il commercio dei Veneti sia libero in tutto lo Stato nostro, e soggetto soltanto alle tasse ordinarie ed ai pedaggi. Oltre di ciò per atto di speciale benevolenza, Noi vogliamo accordare che il Doge stesso, come pure gli eredi suoi, non paghino affatto imposte di dogana, ma possano invece trattare gli affari loro in qualsiasi luogo, immuni da ogni aggravio. Nessuno ardisca dunque molestare, ledere o turbare i possedimenti, i territori, le terre, le case, le chiese, che son proprietà del suddetto Doge, sia di là sulle isole venete che di qua entro i confini del nostro impero; anzi il Doge, il Patriarca, i vescovi ed il popolo delle isole stesse posseggano ed amministrino quanto acquistarono con piena sicurtà.

 

Vogliamo pure che sia concesso al Patriarca di Grado, agli altri vescovi ed ai monasteri delle lagune venete il diritto che ha la chiesa di Ravenna nelle liti di prescrizione. Finalmente deliberiamo che ogni Veneto, residente in qualsiasi parte del nostro Stato, sia soggetto alla giurisdizione del Doge, e che nessuno abbia l’ardire di proteggerlo contro le ricerche o le sentenze del Doge”.

 

 

 

In luogo dell’ultimo periodo, troviamo aggiunto, in un’altra redazione dello stesso documento, quanto segue: “essendo cosa orribile l’aiutare a toglier di vita il feudatario, o prestar mano a spogliare un duca della sua potenza, Noi ordiniamo per l’amor di Dio: qualunque suddito del nostro Stato, che faccia lega con un Veneto delle lagune per tali attentati, sia esiliato dal paese; coloro poi, che saranno convinti di complicità, sieno condannati a pagare 100 libbre d’oro, metà alla nostra camera imperiale, metà al Doge suddetto”.

 

 

Dalle chiare espressioni del documento ne viene che il doge Giovanni Partecipazio, figlio di Orso, metteva sotto la protezione dell’imperatore d’Occidente, Carlo il Grosso, non soltanto quei beni, propri e dei suoi sudditi, che essi possedevano su territorio franco, ma anche i possedimenti che egli aveva nella Venezia marittima; in breve, tutti i suoi averi. Ciò vuol dire fuor di dubbio che il Doge di Venezia riconobbe il Franco quale suo signore, ed accettò le isole venete in feudo dalla corona imperiale. In compenso però egli riservò, e per sé stesso e per i Veneti in generale, certi vantaggi.

 

 

In primo luogo il rinnovo del trattato dell’810, che assicurava ai Veneti le sostanze loro in Francia;

 

 

2° la piena esenzione d’imposte per gli affari commerciali del Doge ed imposte moderate per gli altri commercianti veneti;

3° la concessione che stabiliva non si dovessero più applicare riguardo ai possedimenti continentali delle chiese o dei monasteri di Venezia le brevi prescrizioni della legge longobarda, ma valessero invece a loro favore le decisioni della legge romana già introdotte in Ravenna;

4° finalmente la conferma imperiale della illimitata giurisdizione del Doge su tutti i Veneti dimoranti in terraferma.

 

 

 

E’ certo che Giovanni Partecipazio dava il maggior peso a quest’ultimo punto. Quella seconda redazione dell’ultima parte del documento confessa schietta e netta la vera intenzione del quarto articolo, anzi, a mio vedere, di tutta la convenzione dell’883. Poiché i Veneti residenti nello Stato franco non cessavano mai dall’ordire congiure contro la dominazione e financo contro la vita dei Dogi, con la protezione ed anzi con la cooperazione dei Carolingi, Giovanni Partecipazio non si credette sicuro dal pericolo che lo minacciava, se non quando un imperatore franco gli avesse promesso spontaneamente ed in base a trattati la giurisdizione sugli emigrati.

 

 

Però Carlo il Grosso, che aveva ripristinato la monarchia di Carlo Magno a furia di delitti, accordò quanto gli si chiedeva, purchè il Doge gli giurasse fedeltà, siccome a sovrano feudale della Venezia.

 

 

Fin d’allora Carlo il Grosso poteva a buon diritto vantarsi in certo modo d’aver guadagnata nelle isole venete maggior potenza, che non fosse mai riuscito ad ottenerne l’avo suo Carlo Magno. Ma è lecito considerare autentica quella seconda redazione? Certamente! Anche la prima redazione contiene delle frasi che vennero indubbiamente da un pensiero dissimulato, cui svela solo la seconda. Quest’ultima dunque è necessario complemento della convenzione fatta con Carlo il Grosso.

 

 

Anche oggidì, quando si pubblicano i trattati politici, non si mette alla luce tutto ciò che procede nel mistero; ma si fanno i così detti articoli segreti, che vengono soltanto a conoscenza di pochi confidenti, mentre quelli destinati alle grandi masse sono resi di pubblica ragione per mezzo dei giornali. Tolte alcune diversità di forma, la cosa era precisamente così anche nel medio evo. La redazione, che il Muratori ha collocata nella nota apposta alla sua edizione della cronaca del Dandolo, io la dico presa dalla copia segreta, destinata solo al Doge.

 

 

Abbiamo già trovato ai tempi di Orso, che la casa Partecipazio, quanto meno trattava con la corte bizantina, tanto più entrava in relazioni con la franca. Giovanni, figlio di Orso, ruppe ogni rapporto con la prima e si gettò nelle braccia di Carlo il Grosso; probabilmente perché le circostanze lo spingevano più a questa che all’altra parte, od anche forse perché gli affari commerciali suoi propri avevano il loro sfogo nell’impero occidentale e non nell’Oriente greco.

 

 

La fedeltà da lui giurata a Carlo il Grosso, fu certamente un atto gravissimo, considerato in sé stesso; e pure essa non arrecò alcun pregiudizio al prossimo avvenimento dell’indipendenza di Venezia, perché la potenza del Carolingio si fondava su pure apparenze, come lo dimostrarono i fatti seguiti. Ma un altro scoglio minacciava da vicino. Gli stessi mezzi di cui disponeva la corte franca per aizzare i Veneti, residenti nel suo territorio, contro il Doge, li possedeva pure l’imperatore greco: migliaia di Veneti abitavano in Oriente, dove possedevano fattorie commerciali o beni d’altra maniera.

 

 

Ora, non appena il Doge fosse venuto in discordia con il governo greco, l’imperatore poteva dichiarare a chiare note ai commercianti delle lagune dimoranti nel suo Stato: procurate che il vostro Doge cambi tono, od altrimenti le vostre proprietà, le vostre franchigie commerciali non esisteranno più. Questo mezzo fu di fatto messo in azione contro Giovanni Partecipazio.

 

 

Dandolo e il cronista Giovanni danno più oltre queste notizie: “il doge Giovanni, preso da una malattia, nominò a successore, d’accordo con il popolo, il suo fratello più giovane, Pietro. Ma poi, essendosi rimesso in salute, se lo tenne dappresso come coreggente. Pietro pochissimo tempo dopo morì, e fu sepolto nella tomba stessa del fratello secondogenito Badoario, che aveva raggiunto appena l’età di venticinque anni. Più tardi poi, continuando l’infermità di Giovanni, e sdegnando Orso di essere fatto coreggente, Giovanni consentì alla elezione di un altro Doge, confessando egli stesso di non poter più a lungo reggere la propria dignità. Perciò al 17 aprile 887 Pietro Candiano nella sua propria casa fu eletto Doge dal popolo. Dopo l’elezione Pietro Candiano si recò al palazzo ducale; e Giovanni consegnò volentieri al nuovo Doge il bastone (lo scettro), la spada e il trono, lasciò il palazzo e si ritirò alle sue case”.

 

 

“Pietro Candiano spedì tosto una flotta contro gli Slavi di Narenta. Però, a nulla essendo riuscita quella spedizione, egli stesso traversò il mare con dodici navi da guerra, ottenne qualche vantaggio, ma restò poi ucciso insieme ad altri sette veneti, il 18 settembre, in un combattimento con i pirati. Giuntane la notizia a Venezia, il popolo pregò Giovanni Partecipazio a riprendere il dogato, benchè fosse ancora infermo, per impedire così una elezione che portasse la discordia nel partito dominante nello Stato. Giovanni acconsentì e ritornò al palazzo ducale. Frattanto, allorchè si seppe a Venezia che l’imperatore Carlo il Grosso era stato deposto dagli Stati tedeschi, il doge Giovanni domandò che fosse eletto un altro, e se ne andò dopo aver rivestita la dignità suprema altri sei mesi e tredici giorni, durante i quali le disposizioni degli animi s’erano fatte più tranquille nella Venezia”. Così i cronisti.

 

 

Più volte abbiamo veduto che il partito bizantino, ogniqualvolta i Dogi la rompevano con Bisanzio, forzava ad eleggere dei coreggenti, scegliendo di regola a tale ufficio i membri minorenni della casa regnante. Anche questa volta avvenne la stessa cosa. I cronisti dicono espressamente che il fratello Pietro, imposto per primo al Doge, era il più giovane dei figli del vecchio Orso. Ora se Badoario, fratello secondogenito, contava soltanto venticinque anni al momento della sua morte nell’anno 882, ne segue che Pietro, il fratello più giovane, doveva essere minore d’età nell’885. Dunque c’erano alcuni, vale a dire quelli del partito bizantino, che giovandosi del nome di lui, potevano facilmente influire sull’andamento della cosa pubblica. Fu tuttavolta per poco; giacchè Pietro moriva ben presto per forza naturale o per arte malvagia. Giovanni doveva allora accettare per coreggente l’unico fratello superstite, Orso. Questi però, a quanto sembra, aborriva dal servire ai partiti di Venezia quale strumento contro la propria famiglia; perciò Giovanni fu costretto ad ordinare una nuova elezione ed a ritirarsi.

 

 

Il trono ducale fu dunque occupato da Pietro, della famiglia Candiano, che Dandolo annovera tra quelle che sul finire del secolo ottavo s’erano spostate da Eraclea, focolare bizantino, alle isole di Olivolo-Rialto. Giovanni riebbe ancora una volta il potere dopo la morte violenta di Pietro; ma non senza fatica, ed anzi con evidente opposizione di molti. Ciò che Dandolo viene dicendo sulla necessità di evitare la discordia del partito dominante riguardo all’elezione, fu a mio parere il pretesto, con cui i partigiani di Giovanni ritardavano la restituzione di questo Doge; la loro vera intenzione mirava a ristabilire fermamente il Partecipazio quale principe. Ma sparsa in Venezia la nuova della caduta di Carlo il Grosso, imperatore a cui Giovanni aveva dato il giuramento di fedeltà, e che era quindi suo signore e protettore, il Doge dovette allontanarsi per sempre.

 

 

Dandolo, introducendo nel racconto la deposizione di Carlo il Grosso, ed attestando in seguito senza riguardi che l’elezione di Pietro Candiano non era avvenuta nel palazzo ducale, ma nell’abitazione dell’eletto, lascia intravvedere ai saggi lettori la sua vera opinione sul concatenamento dei casi.

 

 

Tutte le altre espressioni sulla libera e generosa decisione di Giovanni, d’accomunare, cioè, coi fratelli il potere, unicamente per la sua infermità, e di cederlo anzi ad un avversario politico, son pure illusioni che lo storico si credeva in obbligo di mettere davanti agli occhi per rispetto alla fama del buon tempo antico.

 

 

La nuova elezione del Doge avvenne nella primavera dell’888, e riuscì ad ottenere l’adesione di tutti i partiti: essa cadde su Pietro fino allora tribuno. Questi era figlio del tribuno Domenico e di Agnella, nipote del doge Pietro Tradonico ucciso nell’anno 864; apparteneva dunque, almeno da parte materna, ad una famiglia che era stata rivestita tempo addietro della dignità ducale.

 

 

A mio modo di vedere, vi erano allora in Venezia due specie di tribuni; anzitutto gli annuali, posti a lato del Doge dalla riforma dell’809, affinchè presiedessero all’amministrazione della giustizia penale e civile; in secondo luogo i locali, che avevano il governo d’una data città od isola, e che, come pare, non si cambiavano. I tribuni di Malamocco o di Torcello, più volte ricordati negli anni precedenti, al pari di Pietro Aurio, che appare verso il 960 qual tribuno di Buriniano, appartengono tutti all’ultima classe.

 

 

Se troviamo ordinariamente aggiunto il nome del luogo quando si tratta di tribuni della seconda specie, e se d’altronde ciò non accade né riguardo al nuovo doge Pietro, mè riguardo al padre suo Domenico, io credo cosa verosimile che padre e figlio fossero tribuni di Stato e non già locali. Era inoltre naturale e logico che il tribunato generale aprisse la via a raggiungere la più alta dignità dello Stato.

 

 

L’elezione del tribuno a Doge, benchè il partito franco gli avesse accordato anch’esso i propri voti, tornò di vantaggio al bizantino.

 

 

Dandolo, dopo avere annunciata l’elezione, continua immediatamente: “l’imperatore Leone (il filosofo) insignì il nuovo Doge del titolo di Protospatario dell’impero orientale”.

 

 

Naturale! Il partito bizantino non voleva avere rovesciati dal trono i Partecipazio. Pietro dovette stare con esso, benchè egli si guardasse bene dal perseguitare il partito italiano: perciò Dandolo distingue il suo governo siccome benigno, pacifico, conciliante.

 

 

Egli sedette sul trono ducale per più di ventitrè anni, dall’888 al 911, mentre sul continente italiano dominava un miserabile disordine; giacchè vi si spodestarono e vi si oppressero a vicenda prima il carolingio tedesco Arnolfo, poi i pseudo imperatori italiani, ossia i re Guido, Berengario I e Lamberto.

 

 

Dandolo non tralascia di farlo osservare opportunamente. “Miseranda”, egli dice, “fu la condizione del governo d’Italia fino ai tempi di Ottone I (il sassone)”.

 

(continua al capitolo 7 - Reazione del partito bizantino)