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Storia di Venezia dalla sua fondazione fino all'anno 1084

 

di Augusto Gfrorer

 

Parte seconda

Capitolo IV

 

 

4. Il doge Pietro Tradonico – Guerre contro i Saraceni e i Croati – Si comincia a formare una flotta da guerra – Guardia personale del Doge.

 

 

Allora fu eletto a doge Pietro Tradonico. Questi discendeva da genitori, che in origine appartenevano per domicilio a Pola di Istria, ma che poi si erano trasferiti a Jesolo. “Pietro Tradonico abitava da molto tempo in Rivoalto, e doveva soltanto al proprio merito la dignità ottenuta”. Così scrive Dandolo. Varie molle agirono evidentemente nell’ultima rivoluzione: dall’una parte la gelosia delle altre famiglie nobili per la potenza ognora crescente della casa Partecipazio, alla quale si doveva impedire di mutare la sede ducale in un trono ereditario: dall’altra l’ambiziosa briga delle medesime per procacciare a questo od a quel membro della propria discendenza la suprema dignità dello Stato.

 

 

Questa volta erano stati i Mastalici coloro che avevano nuovamente deposto Giovanni Partecipazio e costrettolo a farsi monaco; ma il terrore di questa azione non tornò loro a profitto, bensì ad un nuovo venuto, oriundo dell’Istria, che non apparteneva quindi all’antica nobiltà veneta: questi fu fatto Doge.

 

 

Quale è il filo, la ragione di tutto ciò? Aveva forse guadagnato Tradonico delle grandi somme di danaro nei commerci, e fatto uso dei suoi tesori per essere eletto? Può darsi; ma all’elezione di Tradonico cooperò certamente quella stessa potenza straniera, che di ordinario interveniva negli affari domestici di Venezia. Non vi ha in vero notizia alcuna che il nuovo Doge abbia mandato un membro della propria famiglia in ostaggio a Costantinopoli, come avevano fatto i suoi antecessori; si nota però questo: “nel terzo anno circa del governo di Tradonico (cioè verso l’838), si presentò a Venezia un ambasciatore in nome dell’imperatore greco Teofilo, dichiarò il doge Spatario imperiale, e richiese i Veneti d’allestire una flotta per la guerra contro i Saraceni. Difatti i Veneti apparecchiarono sessanta navi da guerra, che furono spedite a Taranto; ma esse soggiacquero in una battaglia alla forza superiore dei Saraceni, benchè avessero combattuto valorosamente”.

 

 

Se Tradonico non avesse prima domandato ed ottenuto dall’imperatore il riconoscimento della sua successione al trono, né Teofilo gli avrebbe conferito quell’alto onore, né sarebbe stata fatta richiesta per l’allestimento delle navi: richiesta fondata sul trattato concluso col Partecipazio. Inoltre Dandolo avverte che Tradonico prese fin da principio per coreggente il figlio suo Giovanni. Neppure questo si sarà fatto senza l’influenza dei Bizantini.

 

 

Il governo di Tradonico fu pieno di guerre, ma nei primi tempi soltanto la fortuna arrise al Doge.

 

 

Dandolo narra: “nel terzo anno del suo governo (838) il Doge uscì con la sua flotta contro gli Slavi di Dalmazia per costringerli a smettere la pirateria. Ottone, uno dei capi di quel paese, dovette assogettarsi; il Doge poi passò alle isole narentane e rinnovò l’alleanza con un altro capo, che aveva nome Drosaik e comandava la tribù dei Mariani. Tradonico ritornò in patria glorioso; ma più tardi, egli combattè infelicemente contro Diuclit, slavo della Dalmazia, e nella guerra perdette più di cento uomini”.

 

 

Gli Slavi dell’Adriatico erano divisi in molte tribù, le une dalle altre indipendenti. Una di queste era distinta dai Latini col nome di Mariani. La numerosa schiatta croata dei Marianovich, che a parer mio coincide coi Mariani ricordati da Dandolo ed anche dal cronista Giovanni, godeva una grande considerazione ancora nei tempi tardi della potenza veneziana, per la sua fedeltà alla repubblica.

 

 

Dopo la spedizione contro la Dalmazia seguì la guerra suaccennata contro i Saraceni nelle acque dell’Italia meridionale.

 

 

Il cronista Giovanni scrive: “I Saraceni, dopo aver quasi del tutto distrutta la flotta dei Veneti, corsero a settentrione il mare adriatico, approdarono all’isola di Cherso nel golfo di Quarnero, incendiarono il capoluogo Ossero; poi passarono di là sulle coste d’Italia, presero di assalto la città di Ancona, la misero a ferro e fuoco, trascinarono seco molti prigionieri, ed entrarono poi nel porto di Adria, che si trova poco lungi dai confini veneti (sulle bocche del Po). Trovatovi poco bottino, essi fecero ritorno, e per via depredarono molte navi venete, che veleggiavano cariche di merci dalla Sicilia e da altri paesi verso la patria”.

 

 

Alcuni anni più tardi si venne ad un secondo scontro fra Saraceni e Veneti presso all’isoletta dalmata Sansego, ad ovest di Lussino; dove i Veneti furono vinti un’altra volta. Allora irruppero di nuovo anche gli Slavi del Sud, resi arditi dalle ripetute sconfitte dei vicini. Essi penetrarono con le loro navi fin dentro nelle lagune venete, assaltarono Caorle e ne distrussero la città; ma non osarono arrecare altri danni per la resistenza opposta dai Veneti.

 

 

Utile conseguenza di questi colpi di sventura fu l’avere il Doge incominciato a pensare ad una migliore organizzazione della flotta. “Pietro Tradonico ed il figlio suo Giovanni”, dice il Dandolo, “costruirono a difesa dello Stato due navi da guerra sul modello greco, le quali si dicevano Chelandrie e non erano mai state fino allora in uso presso i Veneti”.

 

 

Un punto della cronaca di Dietmaro da Merseburgo mette in chiaro la novità introdotta dai Dogi. Egli nota in occasione della battaglia al capo Stibe: “Salandria sono certe navi greche, veloci, di straordinaria lunghezza, a due file di remi per parte, e con un equipaggio di 250 marinai”. […]

 

 

I Veneti, a mio credere, non ebbero fino a quell’epoca una flotta destinata alla guerra, ma, ogniqualvolta ne fosse stato bisogno, le ordinarie navi mercantili erano allestite a combattere. Ora la necessità forzava ad abbandonare l’uso tradizionale, ed a procurare l’istituzione di una vera flotta da guerra, della quale quelle due Chelandie furono le primizie.

 

 

Il vescovo Liutprando ci fa sapere che le Chelandie bizantine erano ordinariamente armate di fuoco greco. Secondo tutte le apparenze, tale era pure l’armamento delle Chelandie di Pietro Tradonico, ed ecco un nuovo documento dell’intima sua relazione con l’oriente greco. Si suppone quindi necessariamente che, dal momento della costruzione delle Chelandie, una parte delle milizie dev’essere stata destinata al servizio di mare.

 

 

In seguito dimosterò, come il doge Tradonico disponesse di una speciale forza militare da lui solo dipendente, benchè per quanto è probabile, assai limitata nel numero.

 

 

Dandolo ci dà pure alcune notizie riguardo all’andamento interno delle isole venete sotto il ducato di Pietro Tradonico: “dopo la morte del patriarca Vittore (che era succeduto a Venerio) fu innalzato nell’854 alla sede di Grado, Vitale, della casa dei Partecipazio”.

 

 

Che il Doge vedesse di buona voglia un Partecipazio patriarca? E’ ben difficile; ma egli sarà stato nell’impossibilità di impedire l’elezione di Vitale, perché i Partecipazio si imposero in questa occasione con la loro influenza di famiglia. Ora si comprende come e perché i Partecipazio potessero ben presto impadronirsi ancora del ducato. Pietro Tradonico da parte sua deliberò di collocare nelle altre sedi delle lagune i suoi aderenti. Dandolo dice: “Domenico, nativo di Venezia, ottenne per opera del Doge il vescovado di Olivolo; poiché egli era un congiunto del Doge stesso”.

 

 

Nei primi anni del governo di Tradonico (840) accadde la morte dell’imperatore d’Occidente, Lodovico il Pio. E’ noto che l’Italia e la corona imperiale toccarono in eredità al primogenito (di Lodovico) Lotario. Questi trovandosi in gravissima lotta coi fratelli, Lodovico il Germanico e Carlo il Calvo, cercò di assicurarsi alle spalle, stringendo un amichevole compromesso coi Veneti, pochissimo tempo prima della morte di suo padre.

 

 

“In seguito a profferta del doge Pietro Tradonico”, scrive Dandolo, “l’imperatore Lotario confermò per la durata di cinque anni i trattati che da lungo tempo esistevano fra i Veneti ed i loro vicini, soggetti alla sovranità dell’impero occidentale, riguardo ai diritti ed al pagamento dei dazi; egli regolò inoltre nuovamente i confini della Venezia verso terra nel regno d’Italia, e riconfermò nello stesso tempo i limiti fissati al territorio di Cittanuova (Eraclea) nei giorni del primo doge Paoluccio”.

 

 

Dandolo poi riferisce tosto il documento del 23 febbraio 840, che l’imperatore Lotario rilasciava in favore di Venezia, e che fu da noi già ricordato in altro luogo.

 

 

In questo documento si dispone che il Doge, il Patriarca di Grado, i vescovi, ed anche il popolo di Venezia, tutti debbano possedere senza molestia alcuna i beni acquistati sul suolo d’Italia (ossia dell’impero franco) nei termini stessi, con cui erano loro stati assicurati col trattato concluso (nell’810) coi Greci ai tempi di Carlo Magno. Necessaria conseguenza di queste parole si è che Lotario deve avere restituito al patriarcato veneto la supremazia sui vescovadi d’Istria, che era stata tolta alla sede di Grado per il concilio di Mantova dell’827. Però esiste un documento dell’imperatore Lodovico II, succeduto al padre Lotario nell’855, in cui è detto che Lotario aggiudicava per sempre l’Istria alla sede metropolitana di Aquileia.

 

 

Non sembra forse che le due pergamene si contraddicano pienamente? No; questo non è il caso: conviene distinguere la diversità dell’epoca. Dandolo dice espressamente che quegli antichi trattati furono confermati dall’imperatore Lotario, soltanto per la durata di cinque anni. La stessa cosa vale anche per le disposizioni dell’atto emesso il 23 febbraio 840. Dopo finita la guerra franca intestina e compiuti quei cinque anni, Lotario non rinnovò più la conferma, e restituì anzi l’Istria al patriarcato d’Aquileia. Gli antichi litigi scoppiarono ben presto un’altra volta fra le due sedi metropolitane; ne fa memoria anche Dandolo.

 

 

Egli dice che, venuti fra loro a lite i patriarchi Andrea d’Aquileia e Venerio di Grado, papa Sergio II (844-847) li citò entrambi a Roma, per rimetterli in pace; ma Sergio non potè condurre a fine la cosa, perché ne fu impedito dalla morte.

 

 

Giunse a noi la bolla, che Sergio diresse in tale proposito ad Andrea di Grado. Se ne ricava che il Papa aveva ingiunto ad entrambi d’essere a Roma per l’11 novembre 846. La lite che il Papa voleva comporre, dev’essere scoppiata non molto prima (15 o 16 mesi); ciò che corrisponde perfettamente ai computi antecedenti, ed è una nuova testimonianza della credibilità del Dandolo. Tutto ciò che egli ci presenta nella sua cronaca su cose che toccano Venezia, egli lo ha attinto da documenti; favolose sono invece qua e là quelle notizie che egli ci dà sulla storia degli altri popoli vicini.

 

 

Morto Lotario a Prum nel settembre dell’855, Lodovico II, suo primogenito, gli succedette in Italia, mentre la Lorena e la Borgogna toccarono ai due figli più giovani, Lotario II e Carlo. Benchè Lodovico continuasse a portare il titolo d’imperatore, la sua condotta verso Venezia ci dimostra chiaro quanto fosse scaduta la potenza dei Carolingi.

 

 

Dandolo prosegue: “Presentatosi un ambasciatore di Pietro Tradonico alla corte di Lodovico in Mantova, l’imperatore rinnovò gli antichi patti di Carlo Magno, riguardanti i beni, che il popolo ed il clero di Venezia possedevano nel territorio del regno d’Italia. Poco dopo Lodovico, accompagnato dalla propria consorte, l’imperatrice, onorò i Dogi d’una visita a Brondolo, dove gli illustri ospiti trovarono una splendida accoglienza. A rendere ancora più stretta quell’amicizia, l’imperatore levò al fonte battesimale il neonato di Giovanni figlio del Doge”.

 

 

Ottone III il sassone, al cadere del X secolo, tentò di guadagnarsi nello stesso modo l’animo dei Dogi di Venezia, per mezzo di parentele spirituali. Chi vuol ottenere presso gli uomini una grande fama, senza poter spiegare una vera forza, deve adulare. Lodovico II non era nella possibilità di proteggere le coste d’Italia contro le flotte dei pirati saraceni e slavi (del sud); osava farlo soltanto il Doge di Venezia con la fiorente potenza marittima del suo paese. E’ quindi naturale che l’imperatore trattasse gentilmente il Doge.

 

 

I Bizantini non avevano più da temere che Venezia si ribellasse contro di loro per opera dei Franchi. Anche se nelle isole venete sorgevano certe opinioni, che certamente piacevano poco a Costantinopoli. Papa Nicolò I tenne a Roma, l’anno 863, un concilio, nel quale scagliava la scomunica contro il patriarca bizantino, Fozio. Anche il patriarca di Grado, Vitale I Partecipazio, eletto nell’854, prese parte a questa adunanza ecclesiastica, secondo la testimonianza di Dandolo, e ne sottoscrisse le deliberazioni.

 

 

In fatto esiste una bolla di Nicolò I, dell’anno 863, colla quale invitava il patriarca di Grado al concilio in Roma. Pietro Tradonico non doveva forse allora temere che alla corte greca lo si farebbe complice della condotta del patriarca? Il Doge ad ogni modo può aver vista la cosa sotto questo aspetto; ma la sua potenza non giungeva a tanto da distogliere il capo ecclesiastico di Venezia dai suoi propositi.

 

 

Ma Pietro Tradonico tenne ben poco tempo il trono ducale, dopo questi ultimi fatti. Nell’anno 863 moriva naturalmente il figlio suo Giovanni, giovane Doge. Un anno dopo (864) Pietro fu assassinato da congiurati veneziani. Fra questi si trovavano individui appartenenti alle famiglie più ragguardevoli di Venezia: un Gradenigo, un Candiano, un Calabrisino, un Faledro ed altri ancora.

 

 

Nessuno degli assassini trasse profitto dal misfatto commesso, anzi tutti ne pagarono il fio con la morte o con l’esilio; Orso II dei Partecipazio salì invece al trono ducale vacante.

 

 

“Consumato il delitto contro Tradonico”, scrive Dandolo, “gli schiavi – ossia servitori – che lo seguivano, ritornarono al palazzo ducale e mandarono al popolo un’ambasciata, la quale diceva che se prima non si fossero puniti secondo il merito gli uccisori del doge, essi erano risoluti di non sgomberare dal palazzo. Infatti furono nominati tre giudici, Pietro, vescovo di Jesolo, Giovanni, arcidiacono di Grado, ed il laico Domenico Masono; questi giudici diedero finalmente una sentenza, ed allora soltanto quei servi lasciarono il palazzo e furono stabiliti altrove. Due terzi di essi furono trasportati all’isola di Poveglia, l’altro terzo sui confini dello stato veneto. Da allora venne l’uso, che il Doge ogni anno nel martedì di Pasqua dà il bacio di pace al castaldo ed ai sette anziani dell’isola di Poveglia, in segno del perdono accordato ai servi di Tradonico per la resistenza da essi allora fatta”.

 

 

Che razza di servi o di schiavi erano questi, che circondavano la persona del Doge; che dopo l’assassinio di quest’ultimo dichiararono a tutto il popolo che consegnerebbero il palazzo soltanto a patti; che infine parve ben fatto, parte domiciliarli in un’isola, parte trasferirli ai confini?

 

 

Non può essere stata che una guardia personale armata, una schiera di soldati domestici del Doge, composta secondo tutte le apparenze di schiavi comperati. Né viene maggior luce sulla cosa da un altro passo, dal quale risulta che il doge Orso Partecipazio aveva pure una guardia di tal fatta.

 

 

Dandolo dice precisamente: “sotto il ducato di Orso l’isola di Dorsoduro fu assegnata per sede a certi gentili, che erano destinati al servizio del Doge, e che si solevan dire Esentati della casa ducale. Oggidì ancora tutti coloro che abitano quel sestiere, pescatori e cacciatori, sono obbligati a presentare ogni anno al Doge un tributo delle loro prede”.

 

 

Venezia era città cristiana e perciò non vi era concesso diritto alcuno di domicilio ai gentili. Tuttavia si fece un’eccezione per quelli che servivano il Doge come guardia del corpo. Questi pagani però non potevano essere giunti a Venezia, se non come schiavi e per mezzo di compera. Eran poi detti Esentati della casa ducale appunto perché godevano di un diritto, che non veniva concesso a nessun altro gentile.

 

 

Ho già spiegato le cause, per cui lo spirito di partito trovava maggior libertà d’azione in Venezia dopo la metà del IX secolo che non nei tempi precedenti.

 

 

I partiti insorsero più che mai sotto Tradonico. Antiche aggiunte fatte alla cronaca di Dandolo, e che sono evidentemente attinte a documenti, danno queste notizie: “Ai giorni del doge Pietro Tradonico nacque una terribile inimicizia fra sei delle più nobili famiglie, i Pollani, i Giustiniani ed i Brapalii dall’una parte, dall’altra i Barbolani, i Silvii e gli Istoili. Ma il Doge, astuto com’era, attizzava il fuoco. Un giorno i Giustiniani, d’accordo coi loro alleati, piombarono addosso ai loro avversari, ne uccisero parecchi e cacciarono i rimanenti dal paese. Gli esuli rifugiarono presso l’imperatore Lodovico (il Pio), il quale con la sua influenza riuscì ad ottenere che essi potessero ritornare in patria col consenso dei Giustiniani, Pollani e Brapalii. I reduci si stabilirono da allora in poi nell’isola di Dorsoduro (un sestiere della città di Venezia)”.

 

 

In tali circostanze il Doge non poteva stare sicuro al suo posto, se non istituendo una guardia personale per sé stesso, e indebolendo vicendevolmente i partiti con l’istigarli prudentemente l’un contro l’altro, per tenerli in obbedienza.

 

 

Del resto risulta chiaramente sia dai passi suesposti, sia pure da altri, che esisteva fin da principio un profondo abisso fra le diverse classi della popolazione veneta, fra le antiche famiglie, ossia i nobili, ed i sudditi. I discendenti di quelle guardie del corpo residenti in Poveglia obbedivano a castaldi ossia a ufficiali; istituzione trapiantata dalla terraferma longobarda nelle isole.

 

 

Gli antichi cittadini non riconoscevano invece che i tribuni, eletti da essi e che son così spesso ricordati, quale autorità locale. Inoltre quei di Poveglia e gli esentati di Dorsoduro pagavano un tribuo alla camera ducale per le basse industrie che esercitavano, la pesca cioè e la caccia; poiché beni stabili essi non ne possedevano.

 

 

In altro luogo ancora Dandolo parla dei Veneti allo stesso modo: “Il doge Pietro, detto il Tribuno”, dice egli “accordò (intorno al 900) agli abitanti delle due isole di Chioggia una grazia per rescritto, col quale egli regolava nuovamente i loro confini e fissava allo stesso tempo i tributi o servigi, che essi dovevano prestare alla camera ducale”.

 

 

Nessun indizio invece si trova, prima del 970, di imposte di sorta alcuna, che avessero mai pagate gli antichi cittadini od i grandi commercianti. Certo erano essi che nei tempi addietro avevano allestite le proprie navi mercantili in servizio del comune allo scoppiare delle guerre. Più tardi, quando si istituì la flotta, mi immagino che avranno pagati dei dazi. Poiché da quel momento deve essere stata eretta una cassa, con cui provvedere alle spese di armamento.

 

 

Con un bel nulla non si costruiscono né si mantengono delle Chelandie. Soltanto verso la fine del X secolo, e dopo l’introduzione di un’amministrazione generale ed ordinata in tutto il paese, trova luogo, come poi farò vedere, una imposta sui beni, la quale doveva essere pagata dagli uomini liberi e consisteva nel decimo della rendita annua.

 

 

Il Doge stesso non viveva delle rendite del trono, su cui sedeva, come fecero i principi di tempi più recenti; ma (lo verrò dimostrando) esercitava il commercio al pari degli altri nobili veneti.

 

 

Le entrate della camera erano destinate ai bisogni dello Stato, e nondi rado dev’essere successo che il Doge si trovasse nella necessità di aggiungervi del suo; si presentano anzi dei casi, in cui si innalzano alla dignità ducale certi aspiranti, soltanto per la ricchezza loro. Però si può ammettere con sicurezza che il piccolo esercito, radunato a servizio della comunità sotto forma d’una guardia ducale, e composto principalmente, a mio parere, di Croati pagani comperati, fu adoperato a preferenza nelle guerre marittime.

 

 

I grandi risultati ottenuti dal doge Orso, ed in parte già dal suo antecessore, fanno presupporre una buona organizzazione. L’impeto selvaggio del Croato (chi mai potrà negare che questa razza non abbia delle eccellenti disposizioni per la milizia?) accompagnato dalla prudenza veneziana, ha contribuito in massima parte alla grandezza dello stato delle lagune.

 

 

Il patto concluso con i servi del Doge assassinato, Pietro Tradonico, è stato rispettato alla lettera. “I giudici straordinari, incaricati del processo”, dice Dandolo, “condannarono una parte degli uccisori all’esilio in Costantinopoli, l’altra alla relegazione in Francia. Uno solo potè restarsene in paese (forse protetto dall’influenza della famiglia); ma il diavolo se lo portò via”.

 

 

Ciò vuol dire certamente: egli cadde in demenza. A me sembra che queste parole non significhino, aver i giudici espressamente destinato che uno dovesse migrare in Francia, l’altro in Oriente. Poiché quei giudici esercitavano la loro giurisdizione sui condannati finchè questi restavano sul territorio di Venezia; nessun potere avevano invece in Francia ed in Grecia, né potevano quindi forzare i banditi a scegliere un dato luogo all’estero. Essi però diedero semplicemente la sentenza d’esilio; ed ognuno dei condannati andò poi dove gli piacque meglio, chi in Francia, chi in Grecia.

 

 

Si può dire che tutta la forza viva dei partiti di Venezia si aggirava intorno agli opposti poli di queste due grandi potenze, che si faticavano incessantemente ad attirare nei propri confini le isole venete. Quelli fra gli esiliati, che speravano di trovare più facilmente in Francia sia fortuna che soddisfazione di vendetta, valicarono le Alpi; gli altri passarono in Oriente.

 

(continua al capitolo 5 - Il Doge Orso e la sua lite col Patriarca di Grado)