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Storia di Venezia dalla sua fondazione fino all'anno 1084

 

di Augusto Gfrorer

 

 

Parte seconda

Capitolo III

 

 

3. Politica bizantina ed influenza dei pontefici nelle cose di Venezia – Obelerio contro il doge Giovanni – Gli Slavi di Narenta.

 

 

 

In quella occasione il doge Giustiniano mostrò di non essere stato invano alla scuola bizantina. Col nome di bizantina voglio indicare quella condotta politica della sovranità temporale, che abusa della religione e delle istituzioni ecclesiastiche a scopi profani. Conviene però notare che non il solo Giustiniano, ma anche il padre suo Angelo avevano già dato prima di allora delle prove di tale politica.

 

 

Dandolo rende noto un documento, per il quale i due dogi, Angelo e Giustiniano, deliberano una fondazione ecclesiastica nell’anno 819. In esso è detto: essersi presentato ai dogi, Giovanni, il venerando abate del monastero di S.Servilio, accompagnato da una schiera dei suoi monaci, ed aver loro dimostrato che l’edificio del monastero non bastava ad alloggiare, né la rendita a nutrire tutti i suoi frati. “Per queste ragioni”, prosegue il testo, “Noi, Angelo e Giustiniano, per grazia di Dio Dogi della provincia di Venezia, di pieno accordo con l’eminetissimo signore Fortunato, patriarca di Grado e di Aquileia, come pure con il venerando vescovo Cristoforo di Olivolo e con il popolo tutto delle isole venete, abbiamo concesso ai suddetti monaci la cappella di S.Ilario con tutti i beni ad essa spettanti”.

 

 

Segue immediata una descrizione dei beni, che giacevano nella vicina terraferma. Poi è accordata pure ai monaci giurisdizione propria ed esenzione da ogni sorta di imposte: “a nessun gastaldo, né ad alcun altro ufficiale del Doge sia permesso di riscuotere tributi dal monastero, o dai suoi mugnai, pescatori e contadini, né di molestare in qualsiasi altro modo la comunità”.

 

 

Ora viene l’essenziale: “Noi proibiamo pure al patriarca della nostra sede di Grado, e così al nostro vescovo di Rivoalto-Olivolo, di non osar mai di citare dinanzi ad un concilio nessun monaco del suddetto monastero, a malgrado dell’abate; né in generale di muovere pretesa alcuna contro quei frati. Noi comandiamo inoltre al Patriarca ed al Vescovo di non prestare la loro protezione, né d’accordare ospitalità a quei monaci, chierici o servi del monastero, che l’abate avesse per avventura scacciati. La presente nostra donazione fu per nostro ordine posta in iscritto e fornita del nostro sigillo da Demetrio, tribuno-notaro e primicerio della nostra cappella”.

 

 

Dunque la politica vigente allora nel palazzo di Venezia considerava siccome ducale la sede del patriarca di Grado, e il vescovo di Rialto, come un vescovo ossia un servo del Doge. Inoltre Angelo e Giustiniano espressero in un documento pubblico il principio che né il Patriarca delle isole venete, né il Vescovo della capitale potessero mai esercitare la loro giurisdizione, od in generale qualsiasi diritto di sorveglianza, sui monasteri della casa ducale. In quell’atto tuttavia qualche cosa passò sotto silenzio, e fu certamente la cosa che s’intendeva da sé: che cioè i monaci di S.Ilario, al pari probabilmente di parecchi altri monasteri di Venezia, dipenderebbero unicamente ed esclusivamente dal serenissimo Doge.

 

 

E’ cosa evidente: il bizantinismo nell’anno 819 aveva già fatto dei progressi meravigliosi sotto ai due primi dogi di casa Partecipazio. Se fosse pienamente riuscito quel progetto, che si fondava nell’acquisto fatto delle ossa dell’evangelista Marco, avremmo veduto lo scolaro sorpassare in destrezza il maestro. Ma quell’idea non riuscì completamente, perché una o forse anche due volontà, più potenti di quella del doge Giustiniano, si opposero. Ora dimostrerò la mala riuscita del progetto.

 

 

Il cronista Giovanni scrive: “Il Doge Giustiniano fece erigere in un angolo del suo palazzo una cappella, in cui conservò le reliquie di S.Marco, finchè fosse stata costruita a questo scopo una chiesa. Un’improvvisa morte lo impedì dal condurre a compimento questa chiesa; fu soltanto il fratello e successore di Giustiniano che diede l’ultima mano al lavoro”.

 

 

Il cronista narra poi più sotto, che il doge Giovanni fece consacrare la nuova chiesa verso l’anno 836. Questa descrizione però non è ben chiara, ed i suoi difetti ci sono resi manifesti dalle parole stesse di Giovanni. Questi, nel narrare l’insurrezione del 976, nota che, avendo i sollevati già incendiate tutte le case circostanti al palazzo ducale, il doge Pietro Candiano IV, spinto alla disperazione dal fuoco sempre più minaccioso, cercava uno scampo per la porta dell’atrio di S.Marco. La chiesa dell’evangelista non era quindi allora un edificio a sé, ma una parte del palazzo, cioè una cappella.

 

 

Dandolo pure ci presenta la cosa negli stessi termini: “In virtù del testamento lasciato da Giustiniano”, dice egli, “nell’anno 829 sotto il doge Giovanni II fu innalzata nell’angolo del palazzo ducale una chiesa, in cui si depose il glorioso cadavere. Il doge Giovanni istituì inoltre dei cappellani, che servissero di giorno e di notte al culto del corpo santo, come anche un primicerio, il quale dovesse sorvegliare la suddetta chiesa, destinata ad essere in perpetuo la cappella dei Dogi di Venezia”.

 

 

Dunque l’antica e prima chiesa di S.Marco era precisamente la stessa fabbrica, che il cronista Giovanni descrive come una cappella, ma che egli a torto vuol distinguere da una chiesa, secondo lui, costruita più tardi; ed essa sorgeva in un angolo del palazzo ducale.

 

 

Come? Una cappella soltanto fu eretta per il corpo di S.Marco, il patrono dei Veneti, ed oltre a ciò entro un edificio costruito ad altro scopo; mentre invece le disposizioni prese dal doge Giustiniano costringono a presupporre che dapprima fosse sua intenzione di erigere almeno una cattedrale in onore del protettore di Venezia? Sì certo; ma più tardi avvengono fatti più strani ancora, e che però corrispondono molto bene.

 

 

Dandolo scrive più sotto: “Ai tempi del doge Pietro Candiano IV, il cadavere del glorioso evangelista Marco fu rinchiuso in una colonna di marmo per modo, che il Doge e pochi altri soltanto ne sapevano il luogo. Però ucciso il suddetto Doge nell’insurrezione del 976, ed usciti di vita anche gli altri consapevoli, fu perduta ogni traccia giovevole a riconoscere il luogo, dove il corpo giacesse. Perciò una grande tristezza dominò per lungo tempo tutti gli animi nelle lagune venete, finchè sotto il doge Vitale Faliero (1084-1096) il cadavere ritornò miracolosamente alla luce.

 

Tuttavia, otto giorni dopo il successo, le reliquie furono di bel nuovo nascoste, cosicchè il primicerio della cappella ducale, il procuratore di S.Marco e il Doge hanno soli contezza del loro sito. E così rimasero le cose fino ai giorni nostri; pochi soltanto sanno dove esse giacciono. Affinchè però resti viva e non vacilli la fede di coloro, che non le videro, io, Andrea Dandolo, che tenni già per lungo tempo la dignità di procuratore ed ora per grazia di Dio sono doge di Venezia, dirò con l’evangelista Giovanni: colui che il vide, l’attesta, e la testimonianza sua è vera, ed egli sa di dire la verità, affinchè anche voi crediate”.

 

 

Apparentemente Dandolo ci fa sapere soltanto che il cadavere era celato fin dai tempi di Pietro Candiano IV, vale a dire fin dalla seconda metà del X secolo; ma in fatto dalle sue parole risulta che pochi conobbero il sito delle reliquie dall’anno 828 in poi, quando fu eretta la cappella ducale. Per cui, se fosse stato lecito a chiunque il vederle, non si sarebbe mai più potuto sottrarle alla vista della moltitudine senza proteste. Gli anni 827 e 828 nascondono in sé degli altri segreti, dei quali si parlerà in seguito.

 

 

A me pare chiaro questo: poco tempo dopo che Giustiniano aveva fatto trasportare il corpo di S.Marco da Alessandria a Venezia, gli deve essere stato comunicato da una potenza maggiore: delle due cose l’una, o consegnate il corpo del santo là dove si deve, cioè al Duomo di Grado, o prestateci pegno di sicurezza, che voi non farete nessun uso politico di quelle reliquie, che, cioè, le terrete celate. Giustiniano ed i suoi successori prescelsero quest’ultima condizione.

 

 

Nei tempi posteriori, quando le intenzioni di Giustiniano, certamente più che equivoche, erano già dimenticate, coloro che vegliavano al benessere della repubblica, accarezzarono, a mio parere, il progetto di riserbare quelle reliquie, siccome estrema ancora di salvezza nei momenti di pericolo per la comunità. Se si presentasse ancora un Pipino, se si avvicinasse un altro torrente di Unni (come fu nel 906), il Doge dovrebbe allora trarre dal segreto loro le spoglie mortali del patrono della città, esporle pubblicamente, infiammare il popolo negli estremi sforzi, e poi condurlo in massa addosso al nemico o, se ciò non riuscisse, trovare assieme coi difensori di Venezia una tomba onorata sotto alle rovine della gloriosa città natale.

 

 

Chi dunque impose quella legge al doge Giustiniano ed ai suoi successori? Io credo che papa Gregorio IV abbia cooperato indubbiamente a tale effetto; poiché egli, emettendo pure la bolla surriferita, con cui accordava il Pallio a Venerio di Grado, ad onta delle deliberazioni del concilio di Mantova, faceva però indirettamente intendere, che egli non soffrirebbe per nulla il trasporto della sede da Grado alla città di Venezia.

 

 

Ma il doge Giustiniano si sarebbe difficilmente inchinato dinanzi al papa soltanto; quegli, che doveva con ragione temere qual signore, cioè l’imperatore greco, si sarà opposto senza dubbio a tale novità. Ed è questo, mi pare, a cui lo storico veneziano accenna quasi apertamente.

 

 

Dandolo, subito dopo aver annunciato il trasporto del corpo santo a Venezia, prosegue così: “Il doge Giustiniano richiamò in patria il fratello Giovanni, che da molti anni si trovava a Costantinopoli quale bandito (ostaggio), e lo nominò coreggente e successore, essendo egli infermo e senza figli. Circa alla stessa epoca i Veneziani, in seguito a domanda dell’imperatore Michele (il Balbo), mandarono molte navi da guerra in Sicilia; le quali però non ottennero alcun risultato (contro i Saraceni). Il doge Giustiniano morì nell’anno 829, dopo aver messo in iscritto un atto d’ultima volontà, nel quale nominava esecutrici testamentarie la moglie sue Felicita, e Romana, vedova di Angelo II, il figlio suo già morto; donava molti beni ai monasteri di S.Ilario e di S.Zaccaria, infine ordinava pure la costruzione di una chiesa, destinata ad accogliere le reliquie dell’evangelista Marco”.

 

 

Dandolo, mostrandosi compiacente ai pregiudizi dei suoi concittadini, fa credere con le sue parole che Giustiniano abbia, di sua spontanea volontà, richiamato in patria Giovanni e fattolo coreggente: ma egli, con il periodo seguente, dove si tratta della flotta che i Veneziani armarono, ossia dovettero armare, a richiesta dell’imperatore, ci significa che il richiamo stesso di Giovanni fu forzato. E poi chi crederebbe che Giustiniano ammettesse di buon grado quale coreggente e successore il fratello minore, cui egli aveva perseguitato tanti anni, né punto nominava nel testamento? Giustiniano era dunque caduto in disgrazia alla corte greca. E perché? Senza dubbio perché aveva introdotto nelle isole quell’oggetto di venerazione (le reliquie di S.Marco).

 

 

L’imperatore vedeva nell’attitudine di Giustiniano (ed a me sembra non a torto) una segreta brama di indipendenza politica; egli procedette dal punto di vista, che l’usare della politica bizantina in quella misura, cui aspirava Giustiniano, non competeva affatto ad un piccolo duca-vassallo della Venezia; ma soltanto, quale privilegio esclusivo, al serenissimo dominatore d’Oriente, protettore del mondo intero.

 

 

Inoltre l’osservazione, che Dandolo aggiunge al testamento di Giustiniano: “Io ebbi spesse volte nelle mie mani l’originale, io lo lessi cogli occhi miei propri”, non è senza importanza; egli vuol dire con ciò che ci doveva essere una circostanza straordinaria, perché un testamento, che prometteva la costruzione di un duomo, producesse poi soltanto una cappella nell’angolo del palazzo ducale, ed una cappella inoltre la quale servisse a togliere dagli occhi del mondo quelle reliquie, che avrebbe custodite.

 

 

E’ cosa evidente che Dandolo ha adempiuta la missione dello storico anche in una questione, che nel XIV secolo era un vero segreto di stato, per non celare il quale si poteva quindi correre pericolo della vita. Non gli era lecito dire la verità nella sua pienezza, ma però egli l’accenna. Chi si è veramente consacrato per vocazione al culto di Clio, non scrive naturalmente per gli stolti, bensì per i savi, che, avendone necessità, sanno leggere anche quello che non sta scritto.

 

 

L’epoca, in cui Giovanni Partecipazio venne al potere come unico Doge, era certamente tempestosa: in Francia la guerra intestina, che trascinò ad una serie di divisioni la monarchia di Carlo Magno, e produsse quindi un indebolimento della potenza franca, privando così d’ogni arma pericolosa quei progetti, che però durarono ancora lungo tempo, contro l’indipendenza di Venezia: in Oriente l’ultima insurrezione del partito iconoclasta, poi la sovranità in mano a donne, infine un governo di favoriti, che riduceva alla miseria i popoli. […]

 

 

L’impotenza in cui caddero sia l’Oriente che l’Occidente per un secolo intero, ebbe delle conseguenze fatali. Mentre gli Scandinavi, provenienti dal nord, inondavano prima i porti e le coste, poi anche le provincie interne di Francia, al sud i Saraceni e, loro imitatori gli Slavi dell’Adriatico orientale, infestavano il mare con le piraterie, piombavano qua e là in Italia, sulle isole, nella Gallia meridionale: il nome temuto di Carlo Magno non li atterriva più.

 

 

Anche in Venezia cominciarono a formarsi dei partiti, poiché era cessata la doppia pressione d’Oriente e d’Occidente, pressione che obbligava alla concordia. Nelle lagune venete ferveva allora un elemento politico che favoriva attivamente la preponderanza occidentale; elemento che non curava la grandezza di Venezia e che sentiva poca compiacenza nei tentativi fatti prima dagli imperatori greci e poi per conto proprio dai Dogi di casa Partecipazio, onde il bizantinismo prosperasse in terra latina.

 

 

I nemici di Giovanni Partecipazio lo tonsurarono (gli tagliarono i capelli come per un frate del tempo, n.d.c.), come poi vedremo, e lo fecero per forza monaco. Ciò dimostra che egli era caduto in disprezzo; poi in tali casi si rendono muti, e per sempre, gli avversari, ai quali era stata messa la spada in mano.

 

 

Ora passo ai particolari. Dandolo narra: “Gli Slavi della Narenta mandarono un ambasciatore al doge Giovanni, domandarono supplicando la pace, e la ottennero; però essi non la rispettarono per lungo tempo. Il massaggero che essi avevano mandato era pagano; tuttavia egli si fece battezzare per desiderio del Doge. Poiché quegli Slavi, discendenti dei Goti, adoravano divinità pagane ed esercitavano la pirateria”.

 

 

Altrove ed a suo luogo tratterò degli slavi meridionali dell’Adriatico in rapporto con gli altri popoli. Qui basti dir questo: ciò che Dandolo narra nell’ambasceria, prova che i Veneziani erano da molto tempo in guerra con quel popolo di pirati. Del resto quest’ultimo non discendeva dai Goti; abitava bensì quelle terre che gli Ostrogoti avevano una volta occupato prima della spedizione di Teodorico in Italia.

 

 

Dandolo continua: “Morto l’imperatore Michele (il Balbo) nell’829, Obelerio, un tempo Doge e da molti anni cacciato dalla Venezia, vista l’opportunità, comparve nelle acque soggette a Venezia, e si fortificò nella città di Veglia (che si trova nell’isola dello stesso nome a sud di Fiume). Il doge Giovanni, quando ne ebbe notizia, chiamò alle armi le sue milizie, si recò con esse a Veglia ed assediò la città; ma d’improvviso, i soldati ducali di Malamocco, donde era pure nativo Obelerio, disertarono passando a quest’ultimo.

Allora il Doge, con le milizie rimaste a lui fedeli, ritornò in fretta verso Venezia, piombò addosso alla terra di Malamocco, ne devastò la maggior parte, poi rafforzò il suo esercito, fece ancora vela per la Dalmazia, prese d’assalto Veglia, fece decapitare Obelerio prigioniero, e poscia appendere il capo dell’ucciso a Malamocco.”.

 

 

Dimostrai più addietro che diverse capitali, sorte l’una dopo l’altra nelle lagune venete, rappresentavano pure delle opinioni politiche diverse. Anche questa volta il caso era lo stesso. Malamocco, invidiosa senza dubbio della preminenza acquistata da Rivoalto, parteggiò ed insorse contro la fortunata rivale e contro il Doge colà residente; ma ne dovette pagare il fio col lasciarsi distruggere più che a metà, com’era toccato ad Eraclea.

 

 

Secondo le espressioni di Dandolo, Obelerio attendeva la morte dell’imperatore Michele per tentare il colpo; da ciò sembra risultare che egli, benchè ritornato dall’Oriente, nessun aiuto sperava dalla corte greca; ma voleva impadronirsi invece di Venezia contro i Bizantini, profittando delle difficoltà che ogni governo nuovo deve superare. Però è appena lecito il mettere in dubbio che egli avrebbe rinnovate le antiche relazioni coi Franchi, se il colpo gli fosse riuscito.

 

 

Il doge Giovanni, temendo probabilmente un qualche pericolo da questa parte, stimò ben fatto l’avvicinarsi ai Franchi, ma si attirò così l’odio del partito bizantino.

 

 

Dandolo offre questa ulteriore notizia: “...molti signori veneziani, diretti dal tribuno Caroso, insorsero contro il Doge e lo scacciarono dal paese. Giovanni cercò rifugio in Francia, e trovò buona accoglienza presso l’imperatore Lodovico il Pio”.

 

 

Lo scacciato si riprometteva, come ben si vede, aiuto e protezione da parte dei Franchi; era dunque in buoni rapporti con essi; quelli dunque, che l’avevano cacciato dal potere, erano del partito bizantino. E questo appunto risulta dai fatti, che subito dopo accaddero.

 

 

Avvenne come trent’anni addietro, quand’era venuto al potere Obelerio: “Caroso aveva usurpato il trono ducale; ma trentatrè dei più distinti Veneti, ai quali era dispiaciuto il misfatto commesso contro Giovanni, emigrarono al paese di Mestre (cioè in territorio franco). Un po’ alla volta molti altri li seguirono, e quando gli esuli si sentirono abbastanza forti, irruppero nelle isole venete, fecero prigioniero Caroso nel suo palazzo, lo accecarono e lo bandirono dalla città; i suoi complici, di cui uno è nominato Domenico il monetiere, furono uccisi. Il partito vittorioso impose per il momento un governo provvisorio, composto di tre persone: il vescovo Orso di Olivolo e due laici. Ma ritornato Giovanni dalla Francia, lo rielessero a Doge”.

 

 

Parecchi punti restano con tutto ciò oscuri, non potendo essere maggiormente illustrati per il silenzio delle fonti. Si vede soltanto che gli Slavi di Narenta, nulla curandosi del trattato nuovamente concluso, traevano profitto dai disordini della Venezia: “I Narentani ruppero la pace, piombarono addosso a certi mercanti veneti, che ritornavano in patria dal ducato di Benevento, e li uccisero quasi tutti”.

 

 

La discordia continuò ancora, e produsse la vera e totale rovina di Giovanni Partecipazio: “nel terzo anno di governo del Doge, la famiglia dei Mastalici formò contro a lui una congiura. I congiurati si impadronirono di Giovanni, mentre usciva dalla chiesa nella festa dell’apostolo S.Pietro, gli rasero barba e capelli, e lo confinarono in un monastero di Grado; dove poi Giovanni morì. Questo accadeva nell’anno del Signore 836”.

 

(continua al capitolo 4 - Il doge Pietro Tradonico)