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Storia di Venezia dalla sua fondazione fino all'anno 1084

 

di Augusto Gfrorer

 

Parte prima

Capitolo IX

 

 

9. Importanza della pace di Aquisgrana per l’impero franco e per Venezia – Posizione di Venezia di fronte all’impero bizantino.

 

 

Veniamo ora ai vantaggi, che Carlo Magno riservava a sé ed al suo Stato nei patti di Aquisgrana. Per prima cosa egli riuscì a far riconoscere formalmente dall’imperatore d’Oriente sia la corona imperiale dei Franchi sia l’impero occidentale; due novità, per le quali durava aspra contesa fra le due potenze fin dal Natale dell’800. Però allora, in Aquisgrana, non si veniva ad accordi pieni e definitivi, ma a quelli soltanto che ai giorni nostri sono detti preliminari; anzi passarono ancora due lunghi anni prima che questo ultimo punto, il quale imponeva non piccolo sacrificio alla superbia dei Bizantini, fosse posto in chiaro e reso accettabile.

 

 

Eginardo nota all’anno 812: “Poiché l’imperatore Niceforo rimase sul campo in una battaglia contro i Bulgari, Michele (di soprannome Rangabe), suo genero e successore, ricevette gli ambasciatori che Carlo aveva già prima inviati a Niceforo e pose mano ad ultimare l’opera di pace. Ciò fatto, egli mandò ad Aquisgrana, insieme ai plenipotenziari franchi che rimpatriavano, alcuni messi, e per l’appunto il vescovo Michele ed i protospatari Arsafio e Teognosto.

Questi ultimi, quando vi furono arrivati, ottennero dalle mani di Carlo il trattato di pace reciprocamente scambiato, e resero onore al sovrano dei Franchi secondo l’uso greco, attribuendogli il titolo d’imperatore e re. I Greci poi partirono alla volta di Roma, e quivi nella chiesa di S.Pietro ricevettero da papa Leone III un terzo documento del trattato”.

 

 

A quanto si vede le cose erano disposte ed avviate in modo, che presso ai due imperatori d’Oriente e d’Occidente sedeva quale terza potenza il Pontefice; gli ambasciatori bizantini dovettero perciò rendere noto il riconoscimento dell’impero occidentale non in Aquisgrana soltanto, ma in Roma pure, siccome centro spirituale del mondo di allora.

 

Eginardo parla pure nella Vita di Carlo delle sempre nuove difficoltà, che si dovettero vincere, prima che l’imperatore d’Oriente accordasse il titolo di imperatore al franco Carlo.

 

“In questa occasione”, egli dice, “pare sia nato il proverbio greco: noi vogliamo il Franco per amico, ma per vicino no, mai, in eterno”.

 

Carlo seppe inoltre adoperarsi tanto, che i Greci approvarono il reinsediamento del patriarca Fortunato in Grado; ed invero sotto condizioni poco convenienti ed abbastanza dannose ad essi, come anche ai Veneti.

 

Narrai più sopra che questo prelato se ne fuggiva all’avvicinarsi del patrizio Niceta con la sua flotta. Su questo punto i documenti della cancelleria romana concordano un’altra volta nel modo più esatto con le notizie franche e venete.

 

Durante l’anno 806 (probabilmente nel tardo autunno) papa Leone III scriveva a Carlo Magno: “voler egli approvare la traslocazione del patriarca Fortunato, proposta dalla corte franca, dalla sede patriarcale di Grado, donde era stato scacciato dai Veneziani e dai Greci, a quella vescovile di Pola in Istria; ma soltanto alle condizioni seguenti: 1° che Fortunato restituisse tosto il vescovado di Pola, nel caso fosse rimesso nel suo patriarcato di Grado per la vittoria di Carlo; 2° che nulla fosse intrapreso a danno dei diritti della sede di Aquileia, la quale doveva esistere in forza delle concessioni fatte dallo stesso Carlo”.

 

 

Leone temeva naturalmente che Carlo meditasse l’abolizione totale del patriarcato di Aquileia, per attirare così alla sua rete il clero delle isole, e per inimicarlo e staccarlo dalla supremazia greca; dimodochè questa sede, ed insieme i vescovadi suffraganei del Friuli ad essa soggetti, dovessero cadere sotto la giurisdizione di Grado.

 

Ad ogni modo questo sarebbe stato un mezzo potentissimo a rendere il clero della Venezia complice dei progetti di conquista fatti dai Franchi. Per questo motivo i vescovi della Venezia, per raggiungere lo scopo prediletto, per vedere cioè ristabilita l’unità del Patriarcato, com’era prima della conquista longobardica, dovevano sacrificare tutto, affinchè Carlo ottenesse il dominio delle isole. Questa era la sola via che potesse condurre alla riunione delle sedi continentali (che irrevocabilmente stavano sotto la dominazione franca), con quelle delle isole, e formare così un solo ente metropolitano compatto.

 

Dalle espressioni dello scritto papale risulta chiaramente che Leone III, aggiunte pure le clausole suddette, aderiva molto di malavoglia alle intenzioni di Carlo. Egli sentiva menomata ed offesa la propria dignità da pretese, che l’obbligavano a cooperare nei ripetuti attentati ai diritti ecclesiastici già fissati, e in favore di progetti ispirati ad una empia ambizione. In tale riguardo è aggiunta una poscritta alla lettera; dove il papa mette sott’occhio all’imperatore che, stando a molte notizie conformi, provenienti da Francia e da Italia, Fortunato faceva mala vita, e che perciò i beni di Francia, con cui Carlo aveva favorito quest’ultimo, erano sprecati con un indegno.

 

Ma la forza vinse la ragione. Difatti Fortunato ebbe il vescovado istriano di Pola, ed appena giuntovi, incominciò a farla da amico del popolo ed a formare partito nel paese.

 

Dandolo scrive: “I maggiorenti ed il popolo d’Istria, portarono querela dinanzi al trono di Carlo contro Giovanni, cui l’imperatore aveva loro imposto per duca, perché egli opprimeva il paese. Per ordine di Carlo si presentarono a procedere in proposito, il prete Izo ed i conti Cadalo ed Aio. I plenipotenziari convocarono in dieta il patriarca Fortunato, i vescovi Teodoro, Leone, Stefano, Staurocio e Lorenzo, e con essi 162 deputati delle città d’Istria. Siccome poi ne risultò che le accuse avevano tutto il fondamento, i plenipotenziari imperiali posero fine alla tirannia del duca, ed ordinarono che le imposte dovessero ritornare alla misura, in cui si trovavano ai tempi della dominazione greca. D’allora in poi l’Istria pagò annualmente alla corte imperiale dei Franchi 354 marchi d’argento, che gravavano in proporzione delle sostanze, le città e i castelli”.

 

 

Lo stesso storico narra più sotto: “In seguito a preghiera fatta dal patriarca Fortunato, l’imperatore Lodovico il Pio, figlio di Carlo, accordò al popolo istriano il diritto di eleggere governatori, vescovi, abati, tribuni ed ogni altra autorità, e rinnovò le libertà concesse da Carlo Magno”.

 

 

Lo storico veneziano attinse certamente quelle notizie da documenti. Vi corrispondono benissimo anche le testimonianze franche. Eginardo all’anno 818 ed all’819 nomina un Cadalo, ch’egli descrive come Conte e governatore od anche come Duca della Marca friulana, e che evidentemente è la stessa persona del sopra detto.

 

Subito dopo il cronista franco nota: “Morto Borna, duca di Liburnia e della Dalmazia franca nell’anno 821, fu riconosciuto per successore il suo nipote Ladislao, per istanza del popolo e con la conferma dell’imperatore Lodovico il Pio”.

 

Come ben si vede, le libertà accordate agli Istriani erano già estese ai loro vicini del Sud, i Liburni. Anche qui il popolo concorre con il suo voto nella scelta del Duca, E come mai poteva essere altrimenti, se i Carolingi non possedevano che un’apparenza soltanto di dominio nei paesi posti sulle coste orientali dell’Adriatico? Essi dovevano naturalmente concedere all’uno quello che avevano concesso all’altro. Del resto si spiega da sé, che Carlo e Lodovico, pur accordando agli Istriani ed ai Liburni il diritto d’elezione, riservavano però a sé la conferma; chè altrimenti la loro signoria sulle due provincie si sarebbe ridotta ad un bel nulla.

 

I fatti qui ricordati ci permettono di presupporre che Carlo Magno fu indotto a dimostrarsi così benevolo e generoso verso gli Istriani, principalmente per opera del patriarca Fortunato, che godeva di tutto il suo favore.

 

E’ certo che Dandolo non ne fissa l’epoca; però quanto egli narra succedeva, quasi fuor di dubbio, dopo che Fortunato era stato investito della sede di Pola nell’806, in compenso della sua cacciata da Grado. Né contraddice punto che egli, in tali circostanze, ricevesse il titolo di Patriarca; poiché egli stesso, né più né meno di quello che aveva fatto papa Leone III, s’era riservato sicuramente il ritorno a Grado e non aveva per ciò smesso la dignità avuta.

 

Evidentissimo è poi il motivo, per cui Fortunato si adoperava con tanto zelo a diventare il fondatore della libertà dell’Istria: egli colle sue prestazioni guadagnava a sé infallibilmente un gran seguito nel paese. Quindi, se i Veneti volevano che una volta o l’altra la bella penisola cadesse sotto la supremazia ecclesiastica della loro diocesi di Grado (e lo volevano certamente), l’unica via possibile a raggiungere lo scopo era quella di richiamare Fortunato alla sede gradense; se si fossero intesi sopra di ciò, il Patriarca ritornando avrebbe portato seco dal viaggio i vescovadi suffraganei dell’Istria.

 

Egli fece bene i suoi conti: ed in base al trattato di Aquisgrana dell’810 fu rimesso nel patriarcato di Grado. Ho già narrato che i Veneti, dopo la fuga di Fortunato nell’anno 806 avevano eletto nuovo Patriarca il prete Giovanni, nemico personale del fuggitivo. Ora la cronaca più antica dei Veneti ci dà le seguenti notizie: “Per quattro anni (dunque fino all’810) Giovanni tenne la sede di Grado; ma poi fu convocato un sinodo, che pronunciò contro di lui la sentenza di deposizione, e precisamente perché egli si era arrogato la dignità e il potere d’un altro legittimo possessore che ancora viveva. In seguito a questa deliberazione sinodale, Fortunato ritornò ancora alla sede metropolitana di Grado”.

 

E’ cosa chiara: all’imperatore d’Occidente non bastava il solo reintegro di Fortunato, i Veneti dovettero condannare sé stessi quali usurpatori, distruggendo quanto avevano fatto nell’806; e il trionfo fu coronato di scherno.

 

I vescovadi istriani ritornarono sotto la supremazia di Grado, dal momento in cui Fortunato vi si ristabiliva. Un anno dopo la conclusione della pace di Aquisgrana (811) Carlo Magno mise in iscritto il suo testamento, con il quale egli destinava una parte delle somme esistenti nella cassa dell’impero alle 21 metropoli dell’universale impero dei Franchi.

 

In quel documento si trovano annoverate le cinque diocesi italiane seguenti: Roma, Ravenna, Milano, Friuli e Grado. La quarta metropoli si deve intendere che sia Aquileia; però, in luogo del nome solito e consacrato dalla storia, essa deve accontentarsi di quello più umile di Friuli, poiché era stata costretta a cedere una parte del suo a quella di Grado. L’espressione Aquileia avrebbe richiamati alla memoria gli antichi diritti del patriarcato ed i tempi dell’unità passata; invece la parola Friuli accennava la nuda realtà, poiché l’antico patriarca di Aquileia risiedeva allora in Friuli.

 

Sembra ancora più strano che Grado, posta in un’isola veneta e quindi su territorio soggetto al dominio greco, si trovi tra le diocesi franche. Ma ciò veniva, come lo osserva Dandolo stesso, dall’essere state allora subordinate al patriarcato veneto le sedi dell’Istria, che stavano sotto la signoria dei Franchi. Grado dunque occupava il posto di metropoli franca soltanto riguardo alle sedi suffraganee dell’Istria, non già delle altre che si trovavano nelle isole venete. Le cose rimasero così fino al sinodo di Mantova, che staccò l’Istria da Grado, e la ricongiunse un’altra volta (827) alla giurisdizione metropolitana di Aquileia, come più sotto dimostrerò.

 

Ora, Carlo Magno non faceva forse un sacrificio, abbandonando l’Istria al patriarca di Grado, il quale naturalmente era suddito del doge di Venezia e quindi dell’imperatore greco? No certo. Quella decisione aveva uno scopo del tutto opposto.

 

Fortunato doveva procurare di conservarsi sempre la buona grazia della corte franca per poter reggere nell’Istria. Perciò il sovrano dei Franchi col dono dei Danai guadagnò a sé un potente alleato in quell’isola; con gli aiuti del quale Carlo stesso od i successori suoi potevano rinnovare le antiche macchinazioni dirette ai danni dell’indipendenza di Venezia; ed in effetti le rinnovarono, come ce lo mostrerà il seguito dei fatti.

 

Benchè Carlo Magno non abbia dimenticato, come vedemmo, il vantaggio proprio in Aquisgrana, pure io son convinto che egli concluse la pace con repugnanza. In Aquisgrana, alla presenza di tutti, egli fu costretto a cedere ai Greci, a rinunciare a progetti da lungo tempo nutriti e sostenuti con una costanza meravigliosa; ciò che deve avere costato non poca violenza all’alterigia del suo animo. Ciò nonostante, che mai l’indusse ad accondiscendere?

 

A me pare, il sempre crescente malcontento che si andava manifestando nell’Occidente franco contro le interminabili spedizioni in paesi lontani. Questa avversione si manifestò la prima volta in tutta la sua potenza l’anno 801, quando Carlo costrinse papa Leone III a mettergli sul capo la corona imperiale: poiché l’istinto del popolo presentiva che quella nuova dignità avrebbe sedotto il suo possessore a combattere per la signoria delle provincie dell’antico impero a lui non ancora soggette, ed a far seguire perciò una guerra all’altra.

 

Carlo, presa la corona d’imperatore e ritornato in patria, tenne una dieta in Aquisgrana nel marzo 802, ove si deliberò che ogni franco dovesse tosto rinnovare all’imperatore quel giuramento di fedeltà, che egli aveva fino allora prestato al re.

 

 

Il Capitolare relativo a tale deliberazione dice: “Ogni abitante di qualsiasi paese dell’impero, sia laico, sia chierico, che prima d’ora giurò al re, deve rinnovare il giuramento all’imperatore. Quelli però che non avessero ancora giurato mai, lo facciano, cominciando dai giovani di dodici anni. Inoltre, tutti siano pubblicamente istruiti, perché possano intendere la grande importanza compresa in tale giuramento”.

 

 

Questa prescrizione cela in sé, benchè dissimulata, una doppia confessione: anzitutto, la massa del popolo franco comprendeva che la corona imperiale non avrebbe arrecato altro che lotte e costato sangue e lacrime; poi l’opinione pubblica condannava per tale ragione l’ambizione di Carlo, ed egli, vedendo questo, credeva di dover mantenere in fedeltà il suo popolo mediante un più grave giuramento di fedeltà.

 

Da allora in poi sorsero di qua e di là congiure, che tramavano la rovina del sovrano. Il Capitolare emanato a Diedenhofen l’anno 805, ordina: ”Quando siano state scoperte delle congiure, e queste siano entrate nel campo della realtà dei fatti, gli autori principali di esse saranno puniti con la morte; i complici poi saranno costretti a flagellarsi l’un l’altro ed a recidersi reciprocamente il naso”.

 

Pene terribili reprimevano l’ira del popolo. Però contemporaneamente alle celebri questioni, che Carlo presentava agli alti funzionari dello Stato, prelati e laici, nel parlamento dell’811, un anno cioè dopo la conclusione della pace con i Greci, egli stesso confessò che in seguito alle incessanti guerre la classe già libera degli agricoltori franchi si poteva dire distrutta, poiché i liberi inferiori e medi avevano ceduto le persone ed i beni propri ai vescovi, agli abati ed ai conti, per sfuggire alle aborrite imposte.

 

Le cronache franche, esse pure, benchè compilate con molta prudenza, contengono indizi significanti che Carlo venne ad una intesa con Niceforo principalmente per la ragione addotta di sopra.

 

Eginardo si discosta assai spesso dalla verità storica, talvolta anzi in modo alquanto grossolano; e così avviene appunto là dove egli, se avesse voluto scrivere da vero storico, avrebbe dovuto ammettere che la guerra nelle lagune venete non dipendeva né dalla perfidia greca, né dai consigli infidi del doge Obelerio, ma era stata accesa dall’ambizione di Carlo.

 

La corte franca temeva quindi che si palesasse la pura verità, e però confessava misteriosamente che la nazione sentiva avversione per le mene avviate contro Venezia. Di più il cronista Giovanni e Dandolo si accordano nel dire: che i dogi Obelerio e Beato, dopo la violenta loro cacciata dalla Venezia, avrebbero cercato un rifugio, l’uno a Costantinopoli, l’altro a Zara. Ma per il primo non fu veramente così: Obelerio giunse di certo finalmente a Costantinopoli, ma soltanto come prigioniero e dopo lungo errare.

 

Eginardo, contemporaneo e forse testimonio di vista, nota: “nell’anno 811 (quando appunto si stava per concludere definitivamente il trattato di pace di Aquisgrana) Carlo mandò a Costantinopoli quali suoi plenipotenziari il vescovo Haido di Basilea, il conte Ugo di Tours e il longobardo Aio del Friuli (quello stesso che fu ricordato da Dandolo conforme ai documenti franchi). Con questi inviati dovettero andarsene quali prigionieri di Stato in Oriente un Leo, di nascita siciliano, una volta protospatario greco, il quale dieci anni prima era passato all’imperatore Carlo, ed Obelerio, doge di Venezia, che s’era nuovamente attirata la deposizione per la sua infedeltà”.

 

Leo dunque, reo veramente d’alto tradimento, e il doge Obelerio già rifugiato in Francia, furono consegnati per estradizione dalla corte franca alla greca in seguito alle trattative di pace. E perché mai Carlo fece questo?

 

Evidentemente a mitigare il malcontento del popolo franco per la guerra contro la Venezia. Obelerio fu prescelto a vittima espiatrice delle colpe altrui. L’imperatore greco Niceforo, che s’accontentava di aver costretto Carlo il franco ad un atto di umiliazione, non si vendicò altrimenti contro il doge decaduto, il cui delitto principalmente alla fine era quello di essersi troppo fidato della parola e della potenza del re Franco. Ma, come potremo vedere, il compito di Obelerio non era ancora finito.

 

Il trattato di Aquisgrana segna un punto culminante. Le isole venete spezzarono allora l’impeto della conquista franca. Fin qui e non più. Nessuno dei successori di Carlo potè oltrepassare questa linea.

 

C’è mezzo per giudicare quale sorte sarebbe toccata a Venezia, se per opera dei dogi Obelerio e Beato essa fosse caduta stabilmente sotto il dominio dei Franchi.

 

Una cronaca di Grado che, a quanto pare, è tanto antica quanto la veneziana di Giovanni qui spesso ricordata, narra il fatto seguente:

 

“Un tribuno della Venezia, per nome Aurio, occupò con molte famiglie consanguinee e con i suoi servi parecchie isolette, vi costruì dei villaggi, vi eresse poi una bella Basilica, e quando questa fu in ordine, vi fondò pure un vescovado proprio. Allorchè le cose furono a tal punto, Aurio ottenne da parte degli abitanti di Malamocco e di Rialto l’approvazione da parte dei dogi d’allora Obelerio e Beato, documenti appositi, dai quali risultava che il suddetto vescovado insieme alle isolette occupate ed ai villaggi in esse eretti dovessero essere proprietà riconosciuta del tribuno stesso. In seguito a ciò Aurio e gli altri abitanti dei suoi beni riconobbero la sovranità dei due dogi Obelerio e Beato, e promisero a questi sottomissione”.

 

 

E’ incontestabile che la cronaca di Grado spaccia per buone molte notizie false; ma quella che essa ci riporta su questo punto è tolta dalla verità della vita e dai documenti.

 

Essa ci descrive l’investitura di un vassallo minore, compiuta secondo l’uso franco; e molte di simili ne saranno di certo avvenute ai tempi di Obelerio e di Beato, dogi dipendenti da Carlo, e sarebbero divenute comuni, se la sovranità dei Franchi fosse durata per due o tre generazioni di seguito.

 

Così succedeva allora in mille altri luoghi del vasto impero dei Franchi, e si può quindi dire che Carlo, per mantenersi fedeli i due Dogi, doveva porre al loro fianco, per quanto era possibile, molti baroni; i quali in apparenza riconoscessero il governo ducale, ma in fatto poco a poco ne indebolissero la potenza, ed infine producessero uno stato di guerra di tutti contro tutti.

 

E se le cose progredendo avessero preso questa piega, quale ne sarebbe stata la conseguenza?

Questa: che le isole venete, invece di fiorire riunite insieme in un grande stato commerciale sotto la protezione bizantina, si sarebbero divise in tante baronìe, quanti erano i villaggi ed i territori amministrativi; che i signorotti di quelle baronìe avrebbero costretto i miserabili loro sudditi a coltivare erbe, panico o frumento in quei terreni stessi, sui quali d’allora in poi sorsero numerosi cantieri di navi e depositi di merci; che finalmente quei signori baroni, con i prodotti delle fatiche dei loro contadini obbedienti, avrebbero nutrito del bestiame bovino per venderlo poi in Lombardia, forse ai macellai di Milano.

 

L’ordinamento economico del vassallaggio franco ed il commercio mondiale non s’accordano né punto né poco, ed il primo si limita alla piccola coltura dei terreni ed all’allevamento del bestiame soltanto.

 

 

In fatto anche la cronaca di Grado narra più sotto: “Il tribuno Aurio ed i suoi consanguinei fecero prendere stabile dimora sui lidi a molti contadini, sempre però a condizione che questi ultimi nulla potessero piantare senza il consenso del vescovo imposto da Aurio (il quale vescovo, a quanto si vede, doveva essere allo stesso tempo suo fattore), e che lo stesso prelato godesse la preferenza nelle compere”. Ed ecco preciso, scolpito, vivo, il piccolo barone delle isole.

 

In breve, anziché il commercio mondiale dei Veneziani, null’altro si sarebbe sviluppato nelle loro isole, altro che un miserabile mercato di prosciutti, di buoi, di semenze e grani, ed oltre a ciò di carne umana; perché i vassalli piccoli e grandi trafficavano con predilezione quest’ultimo articolo.

 

Fuor di dubbio fu una fortuna per i Veneti che il franco Carlo abbia dovuto concludere pace in Aquisgrana. A tutta prima si dovrebbe credere che l’imperatore d’Oriente abbia veramente tratto il massimo dei vantaggi da quel trattato; ma non fu così, ed in fondo in fondo tutti gli utili del medesimo caddero fra le mani dei Veneti.

 

Come sopra accennai, Eginardo nella sua Vita di Carlo, nell’occasione della pace di Aquisgrana introduce questa osservazione: sembra che allora sorgesse fra i Bizantini il proverbio (già più sopra riferito, n.d.c.): “noi vogliamo il Franco per amico, ma per vicino no, mai in eterno”. In queste frasi sta riposta una grande saggezza politica.

 

Se i Bizantini avessero abusato nel solito modo del trionfo, che essi avevano ottenuto sui Franchi per mezzo della flotta, se avessero cioè trasformata la Venezia marittima in un paese pienamente suddito, ne sarebbe seguito:

1° che essi diventavano vicini dei Franchi;

2° che i Veneti stessi dovevano trovare in breve pesante la dominazione greca;

3° che ai Franchi si presentava così l’occasione di ordire trame di partito nelle isole venete e di alienarle dai Greci. L’imperatore Niceforo ed i suoi successori si salvarono da questi scogli con l’accontentarsi di un protettorato in luogo della diretta sovranità, con il trattare la Venezia come un paese alleato, con l’elargire alla medesima veri benefici; tutte cose che procuravano loro la gratitudine e la devozione degli isolani. Forse fu la prima volta che la politica greca per beninteso interesse si mostrava disinteressata verso il popolo delle lagune venete.

 

Lo provano i fatti. Dandolo scrive: “Il nuovo doge Angelo Partecipazio fissò la sua sede nell’isola di Rivoalto e cominciò anzi a fabbricarvi il palazzo ducale, che esiste ancora oggi. Il clero, in onore del vescovado, dà alla nuova città il nome di Olivolo o quello di Castellana, ma il popolo si abituò a designarla con l’altro di Venezia; cosicchè il nome del paese passò alla nuova capitale di esso”.

 

I primordi di Rialto risalgono, come dissi, ad una generazione più addietro; ma la città di Venezia sorse potente e maestosa dalle azzurre lagune, dopo che il Doge vi ebbe fissato il suo trono.

 

Questa fu la terza traslazione della sede ducale, e fu durevole; lo stato insulare dopo lunghi scandagli aveva scoperto il suo centro di gravità.

 

Ora noi sappiamo che le prime mutazioni di sede sottintendevano mutazioni di sistema politico. Eraclea rappresentava la pietra angolare della sovranità greca, Malamocco invece la tendenza all’annessione con la Francia. Quale era poi il voto, il concetto espresso con l’ultima traslazione a Rialto? Eccolo: noi non vogliamo essere né Bizantini, né Franchi, ma qualche cosa di meglio, Veneziani cioè, e padroni di noi stessi; tuttavia vogliamo starcene sotto la protezione bizantina, almeno finchè sapremo volare da soli. Questo concetto con l’andar degli anni divenne piena realtà.

 

L’imperatore greco, in compenso di quanto aveva già fatto e di quello che si proponeva di fare ancora in vantaggio di Venezia, ne richiese (e non a torto) certe guarentigie di fedeltà.

 

Gli accordi presi in tale proposito non furono forse mai messi per iscritto; ad ogni modo essi non giunsero fino a noi. Ma da quanto poi accadde, si può trarre con piena certezza la conclusione, che i governatori della Venezia convennero con l’imperatore nei seguenti punti:

1° il Doge regnante manda a Costantinopoli, come ostaggi di sua fedeltà, dei prossimi consanguinei; pure a salvarne con la forma la dignità, sia trovato un pretesto compatibile all’onore di Venezia;

2° il nuovo Doge non potrà salire al trono, se non con l’approvazione dell’imperatore;

3° l’imperatore promette di non porre ostacoli all’eredità nella successione al ducato, quando il padre abbia dato prove della sua devozione ai Greci, e per fondate ragioni si possano sperare dal figlio eguali sentimenti;

4° i documenti pubblici della Venezia saranno emanati in nome dell’imperatore e con la data dei suoi anni;

5° le ordinanze imperiali date in generale per tutto lo stato, e specialmente quelle riguardanti il commercio, saranno valide anche per Venezia; compete però al Doge regnante di aggiungere nella loro promulgazione, che egli approva spontaneamente la legge pubblicata;

6° quando l’imperatore dovesse intraprendere una guerra in mare per il bene comune di tutto lo stato, i Veneti sono obbligati ad armare una flotta ausiliaria: Alcuni fatti, che mi riservo di addurre nel capitolo successivo, faranno prova della indispensabile esistenza di un trattato di questo genere fra Venezia e Bisanzio.

 

Ma non fu solo l’impero greco; anche la nobiltà veneziana, ossia il comune dei veri liberi, volle alcune guarentigie da parte dei Dogi. E’ proprio della natura umana corrotta, che certi uomini, giunti al supremo potere, provino piacere nel trattare tirannicamente o nell’avvilire coloro, che una volta erano loro pari. Che i dogi di Venezia potessero giungere a tali eccessi non era difficile; anzi il pericolo si faceva sempre più minaccioso, in quantochè i Carolingi d’Italia ed i loro successori offersero più volte, come vedremo, o posero in vista dei Dogi delle isole una illimitata tirannia sul popolo delle lagune, a prezzo del riconoscimento della sovranità franca.

 

La classe dei commercianti veneziani ne volle essere rassicurata con disposizione difensive e le ottenne.

 

Dandolo narra più oltre: “Angelo Partecipazio, nativo di Eraclea, cominciò a rifabbricare questa città più volte distrutta. Essa rimase però piccola e fu poi sempre detta Cittanuova”.

 

C’è tutta l’apparenza che egli avrebbe trasportata di nuovo, e ben volentieri, la sede in Eraclea, se avesse potuto agire secondo le sue voglie. Ma non lo voleva naturalmente quel partito che predominava nelle lagune venete dalla caduta di Obelerio in poi. Il Doge doveva ridursi a nuove condizioni, favorevoli al sistema recentemente adottato. Questa fu una delle guarentigie, ed in vero gravissima, che la nobiltà estorse. Altre ancora furono aggiunte; le quali non furono di maggiore importanza, ma certo di maggiore evidenza.

 

 

Dandolo continua: “i Veneti, dopo avere eletto a doge Angelo Partecipazio, gli posero a lato due tribuni, da rinnovarsi ogni anno; uno per la giurisdizione civile, l’altro per la penale”.

 

 

E’ sorprendente! I commercianti veneti conoscevano già nel secolo nono quanto consiglia il grande scrittore francese Montesquieu nel suo Spirito delle leggi, ed era certamente ben noto anche agli uomini di Stato degli antichi romani e greci: la separazione del potere giudiziario dall’esecutivo forma uno dei più forti ripari contro la tendenza al despotismo.

 

Benchè gli imperatori bizantini non avrebbero mai, per nulla affatto, sofferta l’effettuazione di tali idee nei paesi immediatamente a loro soggetti, era ben lungi da essi il pensiero di opporsi alle suddette richieste dei Veneti; poiché per i motivi antecedentemente sviluppati il vantaggio loro non si poteva punto staccare da quello degli abitanti delle lagune.

 

Doveva quindi tornar loro gradita ogni cosa che servisse ad impedire che la potenza dei dogi di Venezia salisse troppo in alto. Perciò la politica greca contribuì non poco a produrre in Venezia un governo eminentemente originale ed ammirabile, il più intelligente del medio evo.

 

Venezia fu certamente favorita dalla Provvidenza, più forse di ogni altro Stato. L’ambizione di Carlo Magno, che in apparenza minacciava rovina; la decadenza dell’impero franco sotto i suoi successori; il dominio degli Ottoni in Italia; gli impetuosi assalti dell’Islamismo; le crociate; lo sfasciarsi dell’oriente greco; massimamente però l’altezza raggiunta dalla Santa Sede: tutto tornò utile ai Veneti. Ma quando nel XVI secolo avvenne la persecuzione della Chiesa di Roma, madre di tutti i credenti, allora soltanto impallidì e si spense la stella di Venezia. Nondimeno lo Stato veneto aveva introdotto in Occidente una giurisprudenza (la bizantina) avversa alla Chiesa.

 

I meriti di Venezia presso la Santa Sede sorpassarono però di gran lunga la gravità di quel comportamento. Gregorio VII, il cui sguardo acuto penetrava al di là del presente, non parlò invano, col tuono solenne d’un profeta, dell’alta missione di Venezia. Lo vedremo a suo tempo.

 

(continua nella parte seconda)

[Questo saggio è tratto da “Augusto Gfrorer: Storia di Venezia dalla sua fondazione fino all’anno 1084”- Estratto da “Archivio Veneto”-Serie II, Tomo XXV e segg. – Venezia, Visentini 1885]