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Storia di Venezia dalla sua fondazione fino all'anno 1084

 

di Augusto Gfrorer

 

Parte prima

Capitolo VIII

 

 

8. La spedizione di re Pipino contro Venezia – Carlo Magno lascia Venezia ai Bizantini.

 

 

I Franchi menarono allora un colpo estremo, disperato, contro il nuovo ordine di cose, che stava sorgendo nella Venezia, e non più col combattere l’influenza bizantina sotto il pretesto delle fazioni interne, ma con l’insorgere invece quali nemici dichiarati dei Greci.

 

Più volte si è detto di Pipino, figlio di Carlo; il padre suo, l’Imperatore, l’aveva investito del governo d’Italia col titolo di re. Ora Pipino era appunto colui che metteva mano alle armi contro il nuovo Doge ed i protettori suoi, bizantini. Su quanto accadde esistono due relazioni diverse.

 

Eginardo Franco scrive all’anno 810: “Il re Pipino, sedotto dall’infedeltà dei Dogi (i banditi), assalì la Venezia con una flotta e con un esercito allo stesso tempo, la assoggettò, costrinse i Dogi ad arrendersi, e spedì poi la sua flotta a devastare le coste della Dalmazia. Ma quando Paolo, governatore greco di Cefalene, vi accorse con la flotta d’Oriente, per soccorrere ai minacciati Dalmati, la flotta regia di Pipino se ne ritornò”. Poi più sotto: “L’imperatore Carlo ebbe notizia che il figlio suo Pipino re d’Italia, era repentinamente morto l’8 luglio 809”.

 

Ed in altro luogo: “Nell’ottobre dello stesso anno l’imperatore Carlo tenne corte in Aquisgrana, dove egli concluse un trattato di pace con Niceforo, dominatore dell’Oriente, restituendo per esso la Venezia all’impero greco”.

 

 

Così si riesce a conoscere la relazione ufficiale, con cui la corte franca desiderava velare gli avvenimenti dell’810. Che essa sia travisata e difettosa, lo si può rilevare dal contesto medesimo. Si osservi anzitutto, con quanta arte cerchi il cronista di nascondere la sconfitta della flotta franca: la flotta greca si presenta, la franca allora fa vela per il ritorno. Così si descrivono le cose a parole; ma nei fatti, nella realtà della vita, le flotte più potenti danno l’assalto e mandano a picco le meno potenti, ciò che sarà accaduto pure alle navi di Pipino.

 

In secondo luogo, dove Eginardo vien sostenendo che Pipino aveva tentato di assogettare la Venezia, perché istigato dai Dogi infedeli, egli ci fa comprendere che la cosa fu fatta male, e che perciò Pipino non si impadroniva interamente della Venezia. E poiché il colpo non riuscì, per questo soltanto ne fu poi data tutta la colpa ai dogi Beato e Obelerio.

 

Inoltre Eginardo si fa una falsa idea dello stato delle cose nelle isole venete: i Dogi inducono re Pipino all’attacco, e poi ancora i Dogi, vale a dire, secondo lui, precisamente quelli che l’avevano sedotto, gli si arrendono. Questo è assurdo. Eginardo non sapeva nemmeno che i due dogi Beato e Obelerio erano stati scacciati, e che nelle lagune venete fin dall’809 governava un solo doge, Agnello.

 

Una quarta considerazione. I Franchi, Carlo Magno e il figlio suo Pipino, avevano messo in opera da più anni ogni mezzo per ridurre in loro potere la Venezia; ed Eginardo vuol tuttavia farci credere che Carlo, dopo esserne stato il padrone assoluto, abbia senz’altro restituita la conquista ai Bizantini, come per atto di gentilezza. Tutt’altro. Le cose andarono in senso opposto: poiché Pipino ebbe sofferta una sconfitta dinanzi a Rialto; poiché, in seguito a ciò, il vecchio imperatore sentiva bene, che egli, in difetto di una flotta necessaria allo scopo, non avrebbe potuto dominare a lungo la Venezia; infine, perché l’opinione pubblica di tutto l’impero riprovava altamente quella guerra da assassini e da privati contro Bisanzio; per tutte queste ragioni, Carlo, allora quasi settantenne, concluse la pace.

 

Ma la verità pura e piena la troviamo invece nelle notizie lasciateci dai Veneti, alle quali va pure aggiunta l’espressione fatta in tal proposito dal bizantino Costantino Porfirogenito. Pipino potè riunire tante navi soltanto, quante erano strettamente necessarie a trasportare le sue milizie dalle foci dei fiumi alle isole vicine. Perciò, forzato dalla necessità, egli mise il campo come se si fosse trattato di guerra in terraferma; oltre i Franchi, che si trovavano con lui, egli chiamò alle armi tutte le forze militari della Lombardia, e pedoni e cavalieri.

 

 

L’attacco fu da lui cominciato al sud presso le foci del Po: prima fu preso d’assalto Brondolo, forte situato alla riva di uno dei bracci dell’Adige, e di là poi i Franchi si spinsero contro l’isola di Chioggia, e se ne impadronirono. Una stessa sorte subirono le altre isole, che giacciono a nord di Chioggia e in direzione della città di Venezia; in primo luogo Pellestrina, poi anche Malamocco. Invano i Veneti, condotti dal loro doge Agnello, opposero valorosa resistenza ogniqualvolta i Franchi passavano sulle navi da un’isola all’altra; essi dovettero sgombrare anche da Malamocco, abbandonando così la sede ducale.

 

Agnello, seguito dai suoi concittadini e marinai, si ritirò allora nella giovane e già fiorente isola di Rialto, ultimo propugnacolo della libertà di Venezia, e, si può ben dirlo, d’Italia e della Chiesa romana.

 

La distanza di Rialto da Malamocco era alquanto grande, e quindi pericolosa per i Franchi; oltre a ciò Agnello fece rendere impraticabili i canali con alberi di nave conficcati al fondo. Pipino, indotto da quest’ultimo ostacolo, pensò di costruire per mezzo di sassi e fascine un argine, che dal punto più vicino di Malamocco conducesse a Rialto. Un lavoro fatto di furia mandò avanti l’opera fin presso a questa isola. Pipino comandò allora ai suoi cavalieri di montare in sella e di avanzarsi sull’argine; ciò che fu fatto. Il momento fatale era già vicino, ma il Doge aspettava ansioso un forte riflusso; giunse questo ben tosto, ed i Veneti sulle loro navi piombarono da disperati addosso all’argine. L’impresa riuscì: quell’angusta via fu abbattuta; e Franchi e Longobardi, novelli cavalieri di Faraone, furono travolti ed annegarono nelle salse onde.

 

“L’onnipotente”, dice il cronista Giovanni, “concesse ai nostri in quell’occasione uno spendido trionfo”. Re Pipino dovette tosto ordinare la ritirata ai rimasugli del suo esercito.

 

La morte del giovane re, succeduta a Milano poco tempo dopo questi fatti, è coperta di mistero, ed in un modo o nell’altro ha certo qualche relazione con l’esito infelice del combattimento avvenuto dinanzi a Rialto. Carlo si vide quindi costretto, per motivi che spiegherò più sotto, a soddisfare alle richieste dell’imperatore greco. Il trattato allora concluso non giunse fino a noi, ma il contenuto di esso ci è tuttavia noto, parte per certe notizie dei cronisti, parte per documenti ancora esistenti, con i quali prima l’imperatore Lotario, figlio di Lodovico il Pio, nel 23 febbraio 840, e poi l’imperatore Lodovico II, figlio di Lotario, nel 23 marzo 855, rinnovano il patto dell’avo loro. Pertz ha rintracciati questi documenti ma non li ha finora pubblicati, frattanto Dandolo ne dà un sunto nella sua cronaca.

 

Anzitutto fu deciso che la Venezia dovesse rimanere per sempre sotto la protezione dei Greci, come pure che le città marittime della Dalmazia, che stavano in potere di questi ultimi, appartenessero ad essi anche per l’avvenire. D’altra parte l’imperatore greco riconosceva la dominazione dei Franchi nella Dacia, nell’Istria, nella Liburnia ed anzi la signoria di una parte della Dalmazia pure, non però sul mare, ma nell’interno del paese.

 

Tutto ciò che Eginardo scrive riguardo ai suddetti paesi nella sua Vita di Carlo Magno, s’appoggia senza dubbio sugli articoli della pace di Aquisgrana dell’anno 810. La cessione dell’interno della Dalmazia, che Niceforo avrebbe dovuto fare ai Franchi, in forza di quel trattato, fu un’illusione da lui offerta alla loro vanità; infatti la Dalmazia senza i suoi porti, che sono per così dire le arterie del paese marittimo, non ha importanza alcuna. I successori di Carlo non furono neanche capaci di conservare il dominio di quella provincia così lontana.

 

Secondariamente in virtù del trattato di Aquisgrana l’impero franco cedeva alla Venezia marittima un tratto, benchè piccolo, della terraferma italica. Uno fra i tanti documenti, emanati da Federico Barbarossa in Venezia durante l’estate del 1177, fa osservare che ai tempi di Carlo Magno era stato scavato un fosso dall’un braccio all’altro del fiume Sile, e che quello aveva da allora in poi rappresentato il confine fra la Venezia e la Lombardia (intesa come territorio dell’impero Franco, n.d.c.).

 

Da un passo della cronaca di Giovanni risulta pure chiaramente che qualche tratto di territorio lungo il fiume Sile soggiaceva al dominio veneziano nel decimo secolo; il cronista scrive che il doge Orso faceva appendere alle forche (verso l’860) presso il fiume Sile, sui confini, a quel che sembra, del territorio veneziano, uno degli assassini, dai quali era stato ucciso Diodato, vescovo di Torcello. La giurisdizione penale era allora, come è ancor oggi, un diritto sovrano, che i governi ordinati e legittimi esercitavano soltanto nel proprio territorio. Del resto quel confine surriferito dev’essere stato determinato od almeno approvato nel trattato di Aquisgrana.

 

In terzo luogo Carlo Magno con quel patto stesso accordava ai Veneti libertà di commercio su tutti i punti dell’impero occidentale, concedeva loro il privilegio di fondare dappertutto delle fattorie, di acquistare immobili e di essere protetti nei possedimenti già acquistati; insomma gli stessi diritti, di che i Veneti godevano già da lungo tempo nell’Oriente, soggetto ai Greci.

 

Il popolo delle lagune tenne a lungo in massimo conto questo terzo articolo; ne sia prova il fatto, che i Dogi non risparmiarono né cure né fatiche per ottenere la rinnovazione e la riconferma di quei preziosi privilegi, da Carlo accordati; e le ebbero da Lotario II e da Lodovico II, suoi successori, e finalmente anche dal Carolingio tedesco, Carlo il Grosso, con documento del 13 maggio 883. Si comprende pure che la pace di Aquisgrana divenne un vincolo insuperabile che legava ancora per lungo tempo la Venezia marittima al trono di Costantinopoli.

 

I Veneti non sarebbero certamente riusciti, con le proprie forze soltanto, ad ottenere tali concessioni dall’imperatore d’Occidente; tutto dunque essi dovevano alla protezione bizantina. Per mantenere poi questi acquisti, furono anche obbligati a conservarsi la benevolenza del sovrano di Costantinopoli, con l’essergli obbedienti. In quanto riguardava il commercio, i Greci del medio evo erano di gran lunga superiori ai Franchi.

 

(continua al capitolo 9 - Importanza della pace di Aquisgrana)