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Storia di Venezia dalla sua fondazione fino all'anno 1084

 

di Augusto Gfrorer

 

Parte prima

Capitolo VII

 

 

7. Carlo Magno e Venezia – Obelerio.

 

 

Tutta la rivoluzione fu così bene ordita, che i dogi Giovanni e Maurizio II, suo figlio, non osarono nemmeno fare resistenza alcuna, e, senza combattere, fuggirono dinanzi al felice rivale, Obelerio. A primo aspetto, pare difficile comprendere come essi si rifugiassero non già presso l’imperatore d’Oriente, che aveva loro accordata finora la sua protezione, ma invece sul continente italico, e quindi nel territorio dei Franchi. La storia dell’impero bizantino mette però in chiaro quanto sembra un enigma.

 

Carlo Magno, per la morte dell’ultima sua sposa (800) Liutgarda, rimasto vedovo, s’era messo fin dall’anno 802 in trattative con l’imperatrice greca Irene, donna d’animo crudele, che aveva fatto accecare il proprio figlio Costantino e commessi altri delitti innumerevoli; Carlo voleva con essa conchiudere un matrimonio, che dovesse riunire i due imperi, l’antico d’Oriente e il nuovo d’Occidente. Irene, che si trovava allora in gravi angustie, si mostrò assai volentieri disposta ad accedere alla proposta fattale; e, se la cosa si fosse effettuata, la Venezia marittima sarebbe stata il primo dono, che la sposa greca avrebbe recato in dote allo sposo franco.

 

Però i grandi dignitari della corte di Bisanzio la pensavano a questo proposito molto diversamente. Jesse, vescovo d’Amiens, ed Elmgaudo, conte franco, spediti da Carlo a trattare il matrimonio, erano appena arrivati a Costantinopoli, che vi scoppiò una rivolta di palazzo, per la quale Irene fu scacciata ed innalzato al trono Niceforo, fino allora tesoriere dell’impero. Era assai grave il pericolo che questi avvenimenti producessero una rottura tra Bisanzio e la Francia. Ma l’impero orientale s’era così indebolito per l’infelice governo di Irene e per i continui assalti dei Saraceni e dei Bulgari, che al nuovo imperatore parve ben fatto, appena salito al trono, di pregar pace al franco Carlo.

 

Eginardo narra: “Nell’anno 803 convennero presso Carlo, alla sua corte sulla Saale, gli ambasciatori dell’imperatore greco Niceforo, e ricevettero dalle sue mani il progetto di un trattato di pace”. Scrittori recenti fecero di questo progetto una vera convenzione; a torto però, come ce lo mostrerà l’esito. Carlo si servì di quel pezzo di pergamena, che consegnava agli inviati bizantini, come di una maschera per tenere a bada Niceforo, e per celare il colpo che meditava contro la Venezia marittima, e che proprio allora era sul punto di riuscire.

 

Ora si comprende come in tali circostanze le due vittime, i dogi di Venezia Giovanni e suo figlio Maurizio II, non potessero sentire alcuna voglia di cercare soccorsi in Oriente. Il solo franco, Carlo, era il vero potente; egli soltanto aveva i mezzi di rimettere in stato gli spodestati, quando mai spirasse un vento diverso. Perciò essi ricorsero alla sua protezione; anzi io credo pure verosimile, ch’egli stesso abbia loro offerto un sicuro asilo sul suolo franco, poiché spesso piacque a Carlo il radunare intorno a sé principi caduti, che forse più tardi si potevano contrapporre a rivali sorti improvvisamente.

 

Il doge Obelerio, senza dubbio quale strumento e vassallo dei Franchi, entrò l’anno 804 in Malamocco, che era da più di mezzo secolo sede dei Dogi veneti, ma che in breve doveva cessare d’esserlo.

 

Anzitutto egli cominciò a disertare la città di Eraclea, focolare e centro del partito bizantino, e nello stesso tempo paese nativo dei dogi spodestati Giovanni e Maurizio. Imperversò peraltro soltanto contro una parte delle mura, non contro gli abitanti.

 

Dandolo ci fa conoscere una lunga lista di nomi delle famiglie patrizie, che allora passarono dall’abbattuta Eraclea a Rivoalto, a Malamocco, a Torcello ed in altre isole venete. Mi limito a citarne alcuni delle più illustri: i Partecipazi, più tardi detti Badoari, i Belegni, gli Orseoli, i Candiani, i Barbolani, i Mastalici, i Faledri, i Flaviani, i Mauroceni, i Caloprini e molti altri. Le due ultime famiglie qui accennate si resero celebri ai tempi degli Ottoni. In tutto l’Occidente non vi ha forse nobiltà più antica di quella delle città della Venezia marittima; nobiltà che si fece grande coll’industria e col commercio, ma altresì con la saggezza politica e con le gesta militari. Parecchi di quei nomi gentilizi accennano ad origine bizantina; ed è cosa naturalissima, poiché i dominatori d’Oriente avevano buone ragioni per destinare a stanziarsi in Eraclea uomini di greca origine, capaci e ad essi fedeli.

 

Ciò fatto il nuovo Doge, seguito a quanto pare da tutta la flotta veneziana, fece vela per la Dalmazia e quivi assalì le città soggette all’imperatore bizantino. Più sotto risulterà che Obelerio condusse questa impresa a vantaggio e per ordine dell’imperatore dei Franchi. La spedizione contro la Dalmazia dev’essere stata una delle condizioni, con le quali egli era stato promosso alla dignità ducale da Carlo. Tuttavia si cadrebbe in errore credendo che Obelerio, messo così sotto la potente protezione dell’imperatore franco, potesse fare alto e basso a capriccio in Venezia; prove di fatto attestano anzi al contrario, che fin dalle prime un partito forte e coraggioso gli mosse guerra, forse da principio nascostamente.

 

Il cronista Giovanni nota: “Prima che il nuovo Doge Obelerio facesse il suo ingresso nella Venezia marittima, Cristoforo vescovo d’Olivolo riparò sul continente”.

 

Ciò corrisponde pienamente, poiché il vescovo, che noi sappiamo greco di nascita e da qualche anno capo del partito bizantino, doveva riconoscere un nemico nel Doge, favorito dei Franchi.

 

Ma lo stesso cronista e anche Dandolo raccontano inoltre concordemente: “Quando il patriarca Fortunato (che era pure stato il promotore di tutta la rivoluzione) fu di ritorno dalla Corte franca, condusse seco in Italia Cristoforo, il vescovo fuggitivo; ma né l’uno né l’altro osarono entrare in Venezia, e rimasero nel villaggio Cypriano (presso Mestre), perché l’entrata nelle isole era loro interdetta. In questo tempo Fortunato, essendo venuto a sapere che un monaco, di nome Giovanni, era stato immesso illegittimamente nel possesso del vescovado di Olivolo, pensò ai mezzi opportuni per allontanarne l’intruso e rimettervi Cristoforo. Difatti con l’astuzia ebbe in suo potere Giovanni e, benchè il prigioniero fuggisse, corresse a Venezia e si lagnasse presso il doge Obelerio dell’ingiuria sofferta, pure Fortunato seppe trovare il modo che l’intruso Giovanni dovesse lasciare il posto; e Cristoforo (il greco) ottenne ancora il vescovado di Olivolo. Allora soltanto ritornò anche Fortunato alla sua sede patriarcale di Grado, ma non riuscì a tenerla per lungo tempo”. Più sotto si vedrà come tutto questo accadesse fra gli anni 804 e 806.

 

Fortunato dunque non poteva arrischiarsi a ritornare in patria, ad onta che il partito politico, a cui egli stava a capo da parecchi anni, avesse vinto principalmente per opera sua; anzi egli trovava persino un ordine, che gli interdiceva le funzioni del suo Patriarcato.

 

Non si può credere che questa misura provenisse dal doge Obelerio, perché se egli l’avesse fatto di sua spontanea volontà, si sarebbe attirato indubbiamente la disgrazia dell’imperatore franco, che era in fatto il protettore di Fortunato. In conseguenza gli deve essere stata strappata suo malgrado da altri, il cui consiglio egli non poteva disprezzare, cioè dal partito greco od almeno dagli avversari, palesi o segreti, del dominio franco.

 

Essi avranno fatto osservare al Doge: badate bene che, se voi richiamate il patriarca Fortunato, cui mezza Venezia aborre come un traditore, è da temersi che il vostro governo regga soltanto per poco tempo nelle nostre isole. Obelerio dovette piegare il capo dinnanzi alla necessità e tenere lontano il Patriarca, col pericolo anche di una rottura.

 

E Fortunato, fino allora avversario politico del greco Cristoforo, si mostra a lui attaccatissimo dopo il ritorno dalla Corte franca; la qual cosa, a mio modo di vedere, non si può spiegare se non così. Tra Cristoforo e Fortunato si era concluso un accordo del tenore seguente: che se Cristoforo avesse protetti gli interessi del Patriarca e assicurata la sua sicurezza presso i Veneti del partito greco, Fortunato gli avrebbe reso lo stesso servizio presso il partito franco.

 

Ebbene l’espediente ebbe successo; e dacchè per opera di Fortunato venne deciso di richiamare alla sua sede Cristoforo, nulla più si opponeva in realtà al ritorno del primo. Difatti Fortunato si trova un’altra volta Patriarca di Grado.

 

Ne consegue che Obelerio, sebbene apparisse trionfatore della patria e ad essa imposto dalla prepotenza straniera, pur non aveva nessuna libertà d’azione, ma dipendeva invece, più di quello che a prima vista potrebbe credersi, da altri partiti già da gran tempo esistenti nella Venezia. E questa conclusione si presenta ancor più evidente per un secondo fatto, riguardo al quale sia il cronista Giovanni sia Dandolo, oltre che accordarsi fra loro, come dimostrerò più sotto, corrispondono pure con le fonti franche.

 

Obelerio entrava in Malamocco l’anno 804 come unico Doge, ma ben presto egli dovette dividere il governo con un altro, cioè con suo fratello Beato, che gli fu dato quale collega. Dandolo nota che ciò accadeva per volere del popolo. Sono bensì numerosi gli esempi di padri che assumono spontaneamente dei figli a colleghi per assicurare alla propria discendenza l’eredità del regno o di grandi principati feudali; ma assai di rado, se non mai, un fratello dimostra a un fratello tanta generosità. Perciò l’espressione qui riportata di Dandolo ha una grande verosomiglianza. Si può inoltre sciogliere il secondo quesito; chi cioè abbia eccitato il popolo, e presentato ad Obelerio quella domanda. La nomina del collega Beato riuscì a vantaggio dei Bizantini, come risulterà andando innanzi; ed era facile in vero il prevederlo. Tale deliberazione sarà dunque stata vinta dal partito greco, e ad ogni modo dai nemici della supremazia franca sulla Venezia marittima.

 

Dandolo accenna, trattando del governo di Obelerio, ad una opinione comunissima, che però merita tutta l’attenzione.

 

“Alcuni scrittori”, dice egli, “hanno riferito che Obelerio, avendo presa in moglie una nobile donna di stirpe franca, sia stato indotto da essa a procacciarsi dei meriti presso l’imperatore Carlo, sicchè questi gli volesse poi mettere nelle mani la signoria delle isole venete”.

 

 

Qui come nell’altro passo, quando Fortunato viene introdotto alla Corte dei Franchi per lagnarsi dell’ostinata risoluzione dei Veneti di parteggiare per l’impero d’Oriente, lo storico di Venezia vince quei riguardi, che d’altronde gli erano imposti dal pregiudizio del suo popolo e fa onore alla pure verità.

 

Ma noi vogliamo tosto confrontare la sua espressione col tenore delle notizie franche. Peraltro dev’essere prima notato che gli stessi cronisti veneti scrivono diversamente il nome del Doge eletto nell’804. Giovanni adopera ora la parola Obelerius, ora l’altra Obilerius; Dandolo lo nomina sempre Obelerius; i Franchi invece, avvezzi ad esprimere a loro modo i nomi stranieri, pare abbiano creduto che Obelerius corrispondesse ad Oliverio ed alla parola tedesca Wilhem, e dicono perciò il Doge Wilharenius od anche Willeri. Veniamo dunque ai fatti.

 

Eginardo nota all’anno 806: “Subito dopo il Natale dell’805, Willeri e Beato, duci dei Veneti, come pure Paolo, duca di Zara (in Dalmazia) col vescovo della città stessa, Donato (questi quale ambasciatore dei Dalmati), si presentarono a Diedenhofen, dove allora teneva corte l’imperatore Carlo, ed offersero in omaggio grandi donativi; l’imperatore poi deliberava sia sui duces sia sui popoli della Venezia e della Dalmazia”.

 

E’ chiaro, il cronista vuol dire che i dogi Willeri-Obelerio e Beato avrebbero allora ricevuto dalle mani di Carlo qual feudo franco la loro patria, libera fino a quel momento. Ma com’è che si trova insieme ad essi quel Paolo di Dalmazia, a presentare i suoi omaggi alla Corte franca? Cosa evidentissima: egli è là, perché il doge dei Veneti, Willeri, a dimostrare la gratitudine dovuta per la dignità concedutagli, aveva conquistato la Dalmazia con la flotta veneta per conto e in nome dei Franchi, ed aveva introdotto in Zara un nuovo governo, di cui il sovrintendente Paolo otteneva ora l’investitura imperiale.

 

I patti di Diedenhofen trassero seco conseguenze tali, che Eginardo conosce non completamente.

 

Egli continua così: “L’imperatore bizantino Niceforo spedì una flotta sotto il comando del Patrizio Niceta per riconquistare la Dalmazia”. Ne consegue indubbiamente che questo paese doveva essere stato trappato poc’anzi ai Greci. Ma per mezzo di chi? Del veneto Obelerio. Con quanta opportunità un’altra volta ancora l’un cronista supplisce e spiega l’altro!

 

In tale occasione il patrizio Niceta eseguì pure delle altre cose, sulle quali il cronista Giovanni e Dandolo riferiscono concordemente.

 

 

Essi scrivono: “Quando Niceta si presentò con la sua flotta per opprimere la Dalmazia, domandò aiuto ai Veneti e li ottenne. In seguito, dopo che si fu impadronito della Dalmazia (e cacciato Paolo, il duca franco), egli fece vela diretto alle lagune venete. Ma il patriarca di Grado, Fortunato, non attese il suo arrivo e fuggì in Francia; in sua vece però fu imposto a Patriarca di Grado quello stesso Giovanni, che ultimamente s’era arrogato il vescovado di Olivolo, ma ne era stato di nuovo espulso.

Allorchè Niceta giunse nelle isole venete, diede al doge Obelerio il titolo di Protospatario imperiale per ordine del suo Signore; l’altro Doge invece, vale a dire Beato, accompagnò il Patrizio bizantino nel ritorno a Costantinopoli. E precisamente Beato non intraprese questo viaggio da solo, ma egli condusse seco Cristoforo d’Olivolo, il vescovo destituito, ed il tribuno Felice, poiché sembrava che entrambi aderissero alla nazione dei Franchi. Beato fu accolto in Costantinopoli dall’imperatore Niceforo con grande pompa, e potè ritornare alle lagune Venete insignito del titolo di Hypatus (Console)”.

 

 

Il cronista Giovanni soggiunge: in primo luogo, che l’imperatore Niceforo condannò entrambi i prigionieri veneti, Cristoforo e Felice, all’esilio, cioè ad essere rinchiusi in qualche luogo del continente o d’un’isola; in secondo luogo, che il doge Beato trasse con sé a Costantinopoli, oltre Cristoforo e Felice, degli altri veneti e precisamente in qualità di ostaggi.

 

La cosa si comprende facilmente: i due cronisti Giovanni e Dandolo si esprimono in quello stile e in quella forma, con cui si annunziano i fatti dai giornalisti governativi dei nostri giorni. Quel loro spiegarsi a metà e con circospezione è prova sufficiente ad accertare che in Venezia esisteva già nel decimo secolo una censura politica, come fu anche poi nel secolo decimoquarto. Per buona fortuna non è difficile tradurre nella lingua del buon senso e della storia quanto essi ci vengono dicendo.

 

Anzitutto risulta per sé evidentissimo, che quanto ho sostenuto più sopra – che, cioè, il doge Obelerio non poteva agire e disporre liberamente nella Venezia – ottiene così una conferma di piena verità ed esattezza. Se egli fosse stato sovrano assoluto nelle lagune, non avrebbe accordato ai Greci, né allora né mai, gli aiuti richiesti dal Patrizio; i quali aiuti Carlo Magno, partendo dal proprio concetto, considerò certamente come atto di ribellione o di infedeltà.

 

La spedizione delle navi deve essere stata ottenuta per forza dal partito greco; da quel partito cioè, che sospettoso spiava ogni passo di Obelerio. D’altra parte però neanche l’imperatore Niceforo, ossia il suo strumento Niceta, non poteva procedere nella Venezia secondo l’uso bizantino in tutta la pienezza del senso; che se l’avesse potuto, avrebbe terribilmente punito o fors’anco tolto di vita il doge Obelerio. Ma dietro ad Obelerio si schierava pure un partito, che non si poteva far sparire con un soffio; fu perciò che a Niceforo non fu lecito d’agire come un Sultano, ma egli dovette prendere consiglio dalla ragione e dalla moderazione.

 

Si venne dunque a trattative con lui; ed ecco Obelerio, che era di coscienza molto elastica, accordarsi in tutto ben volentieri, ricevere l’investitura bizantina sotto il nome e il titolo di Protospatario imperiale e quindi, quale conseguenza necessaria del resto, prestar giuramento di fedeltà all’imperatore (d’Oriente); giuramento che si opponeva pienamente a quello deposto al primo d’anno nelle mani di Carlo imperatore.

 

Niceta padroneggiò meglio l’altro doge, Beato, che, come sopra dimostrai, era stato eletto ed imposto, secondo tutte le apparenze, per opera del partito bizantino nella Venezia, e che per ciò doveva essersi assoggettato ad obblighi determinati; Beato ebbe l’ordine di accompagnare il Patrizio a Costantinopoli. Arrivato colà, mi immagino che egli sia stato ammesso alla scuola palatina; poi, quando il ferro fu ben battuto, egli fu rimandato in patria, insignito del fastoso titolo di Hypatus imperiale.

 

I due prigionieri, il vescovo Cristoforo e il tribuno Felice, subirono una sorte assai più dura, ma non immeritata; poiché quello, di nascita greco, stringendo col patriarca Fortunato il patto sopra detto (quello scambio di favori per avere le cariche, n.d.c.), aveva commesso un vero tradimento contro lo Stato e l’imperatore d’Oriente. Anche Felice pare che si trovasse nella stessa condizione. Poiché fu messo assieme al traditore Cristoforo, si deve ammettere che egli pure, come il greco, fosse legato all’imperatore per obblighi antecedenti. Finalmente, il provvedimento degli ostaggi tornava opportuno nel caso in cui Beato, anziché sorvegliare il fratello, si collegasse a lui; ed a mio parere fu il partito longobardo, del quale era centro Malamocco, che dovette levare dalle proprie fila e consegnare quegli ostaggi.

 

Il sospetto, che traspare da quest’ultima precauzione, fu giustificato dai fatti. I fratelli Beato ed Obelerio si accordarono fra loro segretamente, e ruppero entrambi il giuramento di fedeltà fatto all’imperatore greco. Ma di ciò parlano soltanto le fonti franche, non le veneziane. Eginardo aggiunge: “il patrizio Niceta si trattenne nelle lagune venete con la flotta greca fino all’anno 807, e soltanto dopo che ebbe conclusa una tregua in agosto con il re Pipino (figlio di Carlo Magno e supremo governatore d’Italia), fece ritorno in patria”.

 

Si vede che il Patrizio diffidava di tutti e due i Dogi e non li perdeva d’occhio. Per le quali cose avvenne che Niceta conducesse a Costantinopoli il fratello e collega di Obelerio, insieme agli altri prigionieri, soltanto nella primavera dell’807.

 

Eginardo all’anno 809, prosegue così: “un’altra flotta greca sìera presentata nelle lagune venete sotto il comando di Paolo – che poi più sotto vien detto governatore greco di Cefalonia. Mentre la flotta sta svernando nel luogo stesso (dall’808 all’809), Paolo con una parte delle sue navi assalì l’isola di Comacchio, ma ne fu respinto dalla guarnigione, che vi si trovava, e dovette ritornarsene alle isole venete senza profitto alcuno.

In seguito a ciò venne a trattative con re Pipino per la pace, senza però concludere nulla; poiché entrambi i dogi, Obelerio e Beato, impedirono e resero vani tutti i suoi tentativi, anzi attentarono alla sua vita. Quando Paolo ne ebbe sentore e certezza, fece vela e se ne andò”.

 

Qui ci si presenta una domanda: chi era assalito in Comacchio dall’ammiraglio greco, ossia a chi obbediva allora quella guarnigione? Io credo che i Dogi stessi ve l’avessero introdotta. Però la città di Comacchio dev’essere stata loro ceduta da re Pipino, quale compenso della resistenza contro i Greci; poiché Comacchio apparteneva già prima, ed appartenne anche più tardi, non ai Veneti ma alla Sede romana, siccome parte dell’esercito di Ravenna.

 

Ed in vero se quell’assalto contro Comacchio fosse stato a danno del re Pipino direttamente, Paolo non avrebbe potuto lì per lì avviare negoziati di pace con i Franchi. Aprire trattative a colpi di spada era cosa ben rara e così improbabile in quei tempi, come lo è ai nostri giorni. Certo che in realtà anche Pipino fu attaccato in quell’assalto, ma soltanto in modo coperto e dissimulato: il Greco salvò le apparenze, fingendo d’avere a che fare con i soli Dogi. Allo stesso tempo si vede che gli imbarazzi sollevati dai fratelli alle trattative dell’ammiraglio, ebbero facilmente il loro effetto. Se anche i due Dogi avessero desiderata la pace, questa non si sarebbe compiuta, poiché Pipino cercava anzi di imbrogliare le carte, e non trovava perciò conveniente in nessun modo di esservi eccitato palesemente.

 

Quando però la sua impresa aggressiva contro la Venezia ebbe la mala fine che verrò poi descrivendo, allora la Corte franca trovò opportuno rovesciare ogni colpa addosso ai due Dogi, che subirono la sorte di vittime espiatorie.

 

Intanto Eginardo attingeva da questi raggiri dissimulati e travisati le sue notizie riguardanti la Venezia. Si osservi inoltre ch’egli dice Comacchio un’isola, ciò che deve essere stata senza dubbio la città stessa nel secolo nono. E’ vero che Comacchio giace oggidì in mezzo a paludi, ma è pur congiunta per mezzo d’argini alla terraferma.

 

Dopo la partenza dell’ammiraglio le isole venete furono teatro di scene tristi e crudeli: i partiti infuriarono l’uno contro l’altro. “Una seconda volta”, dice il cronista Giovanni, “fu incendiata e distrutta del tutto la città di Eraclea”.

 

Tuttavia, benchè un tal colpo toccasse evidentemente alla fazione bizantina, gli avversari della signoria franca costrinsero i Dogi ad una grande concessione.

 

Giovanni, il cronista, e Dandolo danno concordi la notizia che Obelerio e Beato ammisero, il che vuol dire dovettero ammettere, come terzo collega, un altro fratello, che aveva nome Valentino.

 

Si considerino i punti seguenti: primo, che essendo stati cacciati ancora nello stesso anno 809 e banditi i due dogi Obelerio e Beato, il terzo fratello Valentino potè invece restarsene nelle isole; non più come reggente, ma come privato. Secondo, che in questa occasione appunto si avverte che Valentino era giovane d’età, ossia, a parlar chiaro, che era un minorenne. Ciò a parer mio significa: sono stati i nemici della signoria franca e dei suoi strumenti, i due Dogi anziani, coloro che misero innanzi Valentino, per mandare a vuoto, all’ombra del suo nome, i maneggi d’Obelerio e di Beato.

 

Le cose non potevano durare a lungo così: due reggenti sono già di troppo, ma tre devono rovinare qualunque Stato. Gli stessi amici dei due Dogi se ne avvidero presto, e fin d’allora li abbandonarono; però la sentenza venne da Costantinopoli: “Si presentò nelle isole venete l’ambasciatore imperiale greco Ebersapio, e determinò il popolo radunato, a deporre e cacciare in bando i fratelli Obelerio e Beato”.

 

Tutto questo accadde ancora nell’anno 809, dopo che i fratelli ebbero governato o piuttosto tradito per cinque anni – dall’804 all’809 – la patria loro. Il cronista franco, Eginardo, scrive diversamente, ed io credo con maggior esattezza, il nome dell’ambasciatore greco; lo dice Arsafio, ed aggiunge che fu quello appunto il quale più tardi strinse pure il trattato di pace dell’810, con cui si ridonava la pace a Venezia dopo così terribili rivoluzioni. In luogo dei banditi fu eletto a doge Agnello della casa dei Partecipazi, nativo di Eraclea, e quindi appartenente per nascita al partito bizantino.

 

(continua al capitolo 8 - La spedizione di Re Pipino contro Venezia)