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Storia di Venezia dalla sua fondazione fino all'anno 1084

 

di Augusto Gfrorer

 

Parte prima

Capitolo VI

 

 

6. Carlo Magno e Venezia

 

 

Ma anche l’altro imperatore, quello d’occidente, Carlo il franco, mise in opera gli stessi mezzi contro la Venezia marittima; e questo suo procedere fu causa principale della rivoluzione dell’804, già da noi descritta.

 

Nell’anno 785 papa Adriano I scrive a Carlo: “Noi abbiamo soddisfatto all’ordine da voi comunicatoci, che cioè dovessero essere immediatamente allontanati dal paese i mercanti veneti residenti nell’Esarcato e nella Pentapoli, e abbiamo comandato all’arcivescovo di Ravenna di scacciare i Veneti da tutte le possessioni e le castella che essi tenessero entro i confini del nostro territorio”.

 

Ciò avveniva due anni prima della morte del vecchio doge Maurizio, e sette anni dacchè egli aveva assunto a compagno nel governo il figlio suo Giovanni. Vi era quindi un mezzo solo di salvezza per quei commercianti di Venezia che erano stati colpiti dalla misura politica di Carlo or ora accennata: determinare cioè i propri concittadini a riacquistare il consenso del potente Franco, cedendo ed accordandosi ai suoi progetti. Si può dunque ammettere quasi con certezza, che d’allora in poi cominciò a germogliare in quelle isole un partito, che lavorava a tale scopo.

 

Un altro laccio era teso allo stesso fine. Eginardo scrive nella vita del primo imperatore dei Franchi: “Carlo ha conquistato l’Istria e la Liburnia, come pure la Dalmazia, eccettuate però le città marittime, ch’egli lasciava al dominatore greco per amicizia e per l’alleanza seco lui conchiusa”.

 

Quanto cita Eginardo è generalmente esatto; ma il motivo, per cui Carlo rinunciava alle città marittime, non può reggere alla luce della verità. Carlo risparmiò le città marittime non già per riguardo all’imperatore d’oriente, ma per questa semplice ragione: che egli non poteva né conquistarle né dominarle senza una flotta, che i Greci invece possedevano. E’ noto essere l’Istria una penisola spinta ben addentro nel mare Adriatico, e che resta divisa pel fiume Timavo dalla Venezia terrestre, secondo l’antica partizione romana, che durò pure nel medio evo. Con tutto ciò il suo nome non abbracciava l’intera penisola, ma soltanto quella parte, cui divide dagli altri tre quarti il corso del fiume Arsia (oggi Arsa), il quale forma alla foce un golfo che si addentra profondamente fra terra. La regione al di là dell’Arsia fino al mare era detta Liburnia; in essa si trovava per esempio la città di Tarsatica (ora Tersat presso Fiume), di cui si terrà parola più sotto. Proseguendo verso sud fino all’antica Grecia, la costa portava il nome di Dalmazia.

 

Con la vittoria su re Desiderio, Carlo ebbe in mano sua tutta l’Italia fin giù presso alla Calabria, posseduta dai Greci; ebbe Toscana, Umbria, le coste orientali lungo il mare Adriatico, la Lombardia e l’antica Venezia terrestre. Le conquiste, delle quali fa menzione Eginardo nel luogo suddetto, lo rendevano inoltre signore dell’altra costa dell’Adriatico, fino allora posseduta dai Greci. Le isole delle lagune furono da quel momento serrate da tre parti, ad ovest, a nord, ad est e sud-est, tra i possedimenti Franchi; il solo mare, negato ai Franchi, conservava ancora ai Veneti una libera comunicazione cogli altri paesi, specialmente col loro protettore, l’impero greco.

 

Ora si presenta imperiosa questa ricerca: quando, in quali anni si è Carlo impossessato dell’Istria e della Dalmazia (fatta eccezione di quelle città marittime)? Le cronache franche narrano che Carlo discese per la seconda volta in Italia con un esercito, nell’anno 776; vinse ed uccise Rotgaudo, duca imposto da lui al Friuli, che voleva farsi signore assoluto del paese, ed allora acquietò fermamente l’Italia. Un cronista adopera queste espressioni: “Carlo compì ciò che restava ancora da fare dalla prima spedizione romana (dall’anno 773)”.

 

Anche l’Istria deve essere caduta in quei tempi sotto la signoria dei Franchi; ma fuori di dubbio né stabilmente né continuamente, poiché nel 778 papa Adriano I scrive al re franco: “Con questo scritto vi avvertiamo che nell’Istria alcuni Greci, ivi residenti, d’accordo con dei paesani, strapparono gli occhi a quel vescovo Maurizio, che era da noi incaricato di raccogliere le rendite da voi assegnate in quel paese alla Santa Sede; e ciò sotto pretesto che il suddetto Maurizio cercasse per tal modo di tradire l’Istria ai Franchi”.

 

Ma Carlo prese allora le sue misure, affinchè nulla di simile dovesse più succedere.

 

Eginardo narra: “Gli Unni (Ungheresi od Avari), che avevano conchiuso una lega col ribelle duca Tassilone di Baviera, apparecchiarono nell’anno 778 due eserciti staccati. Con l’uno di questi irruppero nella Marca del Friuli, con l’altro prestarono man forte al bavarese Tassilone; ma entrambe le spedizioni a nulla riuscirono, che anzi furono sconfitte.”.

 

 

Il Friuli era stato dunque cambiato in Marca nel 788, e perciò si era colà introdotta quella organizzazione, applicando la quale, il re dei Franchi riduceva quasi infallibilmente ad obbedienza gli inquieti paesi dei confini. Questo ordinamento aveva inoltre già messe così salde radici, che gli Ungheresi, i quali potevano irrompere nell’Italia settentrionale soltanto dalla parte dell’Istria, soffersero nel loro tentativo un duro rovescio. Già da questo risulta che l’Istria era compresa nella nuova marca; ma la conferma l’abbiamo da altre fonti ancora.

 

Paolino patriarca di Aquileia, insieme ai Vescovi istriani, di cui egli sembra il capo, assisteva al grande concilio ecclesiastico occidentale, che si raccolse nell’anno 794 a Francoforte sul Meno. Perciò l’Istria starebbe in questa epoca sotto il dominio franco. Due anni dopo (796) si presenta nella storia un duca del Friuli, per nome Erico, di cui le cronache vantano le grandi gesta, ma che nell’800 fu assassinato a tradimento dagli abitanti di Tersat, città della Liburnia, mentre andava estendendo la signoria dei Franchi nella Dalmazia.

 

Erico dev’essere stato una specie di duca di Marca, avrà cioè governato, oltre il ducato del Friuli, anche la vicina Marca d’Istria e forse qualche altra ancora. Del resto il governo delle Marche durò tuttavia fino ai tempi di Lodovico il Pio. Infatti Eginardo stesso riferisce all’anno 828 essere stato dimesso per colpevole inerzia il duca Balderico – uno dei successori del suddetto Erico – e divisa allo stesso tempo in quattro contee la Marca, che egli aveva tenuto fino allora come supremo ufficiale.

 

L’Istria, come si vede, fu effettivamente posseduta dai Franchi almeno dal 788 in poi; ma le ulteriori conquiste verso sud, dalla parte della Dalmazia, pare che Carlo o i suoi capi le abbiano fatte soltanto dopo la rivoluzione veneta dell’804. A quanto vedo, Eginardo parla pel primo all’anno 806 dell’introduzione di ufficiali franchi nel territorio della Dalmazia.

 

Quando avvenne dunque che il Friuli e la vicina Istria furono ridotte ad una sola marca? Al tempo stesso, credo, in cui papa Adriano I dovette cacciare tutti i commercianti veneti dall’Esarcato e dalla Pentapoli per ordine di Carlo. E’ mia opinione che entrambi i fatti dipendano strettamente l’uno dall’altro. Carlo, poiché ebbe in suo potere l’Istria e, con questa provincia, una buona parte dei beni ecclesiastici appartenenti al patriarcato veneto di Grado, menò un secondo colpo addosso agli abitatori delle lagune, ordinando l’espulsione dei commercianti isolani dal territorio continentale italico.

 

Ricordiamoci che papa Stefano IV fa menzione in quella Bolla del 770 di un trattato politico, concluso tra Franchi, Greci e Longobardi, il quale sottometteva i vescovadi dell’Istria alla metropoli di Grado. Ora questa annessione, causa la conquista dell’Istria fatta dai Franchi, non solo non si eseguì, ma fu anzi affatto trascurata, benchè per un certo tempo soltanto. Poiché, come sopra dimostrai, i Vescovi istriani non si trovavano nell’anno 794 sotto la giurisdizione di quel Giovanni, patriarca di Grado, che fu ucciso più tardi dal figlio e coreggente del Doge di Venezia (come avrebbe dovuto essere secondo il trattato qui riferito); ma era invece Paolino di Aquileia, che esercitava i diritti di metropolita sulle chiese dell’Istria. Carlo il Franco le aveva dunque staccate dalla sede di Grado ed attribuite all’antica rivale, alla sede di Aquileia. Ma egli non lo fece per vendetta né per avidità, bensì per ottenere certi altri scopi.

 

In via confidenziale deve essere stato riferito al patriarca Giovanni che, disponendo egli d’una così grande influenza nella comunità delle lagune, appena si fosse mostrato favorevole a Carlo ed avesse sostenuto le mire della potenza franca, egli poteva stare certo, che non solo gli si restituirebbe le sedi dell’Istria, ma che inoltre gli si dimostrerebbe tutta la riconoscenza.

 

A quanto sembra, Carlo adoperò pure uno stile somigliante con la classe mercantile della Venezia marittima: fate quanto desidero, e una mano laverà l’altra; per tal modo il vostro commercio fiorirà e prospererà, quanto mai, nei paesi soggetti al mio scettro. In seguito a ciò non resta dubbio alcuno che il vecchio patriarca Giovanni cedesse alle offerte dei Franchi; che se ciò non dice espressamente nessuna fonte, ci vien però riferito un fatto, che ne porge chiara testimonianza. “Il giovane Doge si recò a Grado con una parte della flotta, prese d’assalto il palazzo arcivescovile e fece precipitare il Patriarca stesso dalla più alta torre”.

 

Questa fu evidentemente una punizione che la Corte greca infliggeva al Patriarca per un atto, in cui i Bizantini scorgevano l’alto tradimento; in altre parole, il vecchio patriarca Giovanni dovette perire, perché aveva avviate trattative coi Franchi per mutare la forma di governo nelle lagune.

 

Per quanto fosse triste la sorte che provò Giovanni, esistono tuttavia prove che egli non era per nulla affatto solo, ma che al par di lui la pensava tutto un partito, grande e potente; il quale tendeva appunto all’annessione allo Stato dei Franchi. Perciò i Dogi non osarono impedire la scelta d’un partigiano franco a successore nel patriarcato (come già osservammo), quantunque ne dipendesse la sicurezza personale d’entrambi; che anzi fu riconosciuto Patriarca Fortunato, parente dell’ucciso. Da ciò risulta che tutto il suolo, su cui dominavano i Dogi, era già minato dalle trame dei Franchi; anche il contegno dei Dogi contro il vecchio Patriarca conferma i fatti.

 

Essi non agirono contro di lui silenziosamente, ma per abbatterlo adoperarono la forza armata dello Stato, una parte della flotta da guerra; fecero cioè vedere con questo fatto, che non avrebbero nulla potuto contro di lui, se avessero dovuto adoperare i mezzi ordinari.

 

Riguardo poi a Fortunato, si conferma pienamente ch’egli mantenne precisa la linea di condotta, […] già attribuita a Giovanni suo predecessore. Esiste una Bolla del 21 marzo 803, con la quale papa Leone III concede il pallio al patriarca Fortunato di Grado con la seguente clausola: “Sieno pienamente validi tutti i diritti, che in qualsiasi tempo i nostri antecessori concessero ai tuoi”. E’ incontestabile; qui si tocca da vicino il ristabilimento della supremazia ecclesiastica di Grado sui vescovadi dell’Istria.

 

Ora, poteva il Papa disporre tali cose senza il consenso di Carlo imperatore d’occidente? Certo che no; e poiché la cosa stava precisamente così, Carlo stesso non mancò di emanare nell’anno 803, addì 13 agosto, un atto, che anzi esprime francamente ciò che sta scritto nella Bolla di Leone III.

 

L’essenziale del contenuto è questo: “Poiché il venerando Patriarca di Grado, Fortunato, ci supplicò di volergli confermare il possesso di tutti i beni della sua Sede, che stanno nelle provincie d’Istria, Romagna e Lombardia, noi abbiamo corrisposto al suo desiderio ed ordiniamo quanto segue: tutte le proprietà della suddetta Sede, in particolar modo i vescovadi ossia le abitazioni vescovili, gli ospedali, i battisteri, godano di libera giurisdizione, e nessun ufficiale dello Stato osi tenervi placito o ripetervi imposte”, e così via.

 

 

I vescovadi, sui quali Carlo accorda libera giurisdizione alla sede di Grado, non possono trovarsi che in Istria. Difatti, mentre il Patriarca di Grado non esercitava in nessun altro luogo dell’Italia continentale il suo potere di metropolita, i vescovadi dell’Istria erano stati a lui soggetti fino al 771, fino a quando cioè Desiderio longobardo glieli strappava. Ora Carlo con l’atto surriferito restituiva appunto queste sedi, tolte a Grado; ma, trattandosi della Romagna e della Lombardia, le parole riguardano invece, con tutta l’apparenza, a ville ed a rendite, che la sede di Grado vi aveva acquistate ancor prima, e che, come sembra, le devono essere state contestate per qualche tempo. Finalmente però essa ne otteneva la riconferma da Carlo Magno.

 

Dandolo fa un’acuta osservazione intorno al documento suddetto, che egli inserì nella sua cronaca. “A mio parere”, dice egli, “risulta chiaro dal testo, che l’imperatore Carlo non considerava il paese marittimo, siccome parte del suo Stato; perché accordando alla sede di Grado l’immunità nella giurisdizione delle provincie di Romagna, Istria e Lombardia, tace affatto delle venete lagune”.

 

Ed è precisamente così. Se Carlo fosse stato signore del paese marittimo, come lo era dell’Istria, della Lombardia e della Romagna, avrebbe certamente confermati anche i possedimenti dell’arcivescovado, situati nelle isole.

 

Ora il patriarca Fortunato, essendosi rivolto per tale scopo alla Corte franca, non poteva naturalmente trattenersi più a lungo nelle lagune, poiché correva, se non altro, il pericolo d’essere trattato appunto come il suo predecessore e consanguineo, Giovanni.

 

Ed ecco che Dandolo ci annuncia, aver Fortunato abbandonate le isole. Questi però non se ne andò solo, ma emigrarono allo stesso tempo con lui molti laici, dei signori distinti, dei tribuni, ed altri, che stavano per lo stesso partito. Pure quest’ultimi rimasero a Treviso, mentre il Patriarca si recava in Francia. Dandolo non è la sola fonte che ce lo dica; ma con lo storico veneziano concorda un documento franco di grandissima importanza. In uno dei manoscritti della cronaca di Eginardo è aggiunta la postilla: “nell’anno 803 comparve alla Corte franca il Patriarca Fortunato, proveniente dal paese dei Greci”.

 

Come si completano meravigliosamente queste notizie! Ad ogni modo la Venezia marittima, donde veniva Fortunato, apparteneva in quei tempi allo Stato bizantino; ma il viaggio del Patriarca alla corte di Carlo Magno aveva lo scopo di fare delle isole dell’Adriatico un pezzo di Francia. Dandolo nota più oltre: “Fortunato si dolse presso Carlo dell’assassinio del suo predecessore, il patriarca Giovanni, ed anche perché i Veneti avevano deciso di dipendere in tutto e per tutto dall’impero di Costantinopoli”.

 

Fortunato deve essere stato accolto con favore dall’imperatore d’occidente, poiché i suoi partigiani, rimasti in attesa, fecero poi un ultimo passo decisivo, eleggendo a doge Obelerio, fino allora tribuno di Malamocco. L’elezione ebbe luogo a Treviso. Riguardo a questa città, le cronache franche dicono che Carlo se ne impadroniva nell’anno 776 a causa del tentativo di ribellione di Rotgaudo, duca del Friuli, e la sottoponeva ad un Conte franco. Gli emigrati veneti nominarono dunque un nuovo capo al loro popolo, sotto la protezione delle armi franche. Inoltre l’eletto apparteneva per famiglia a Malamocco; e ciò è pure interessante. Come addietro dimostrai, Malamocco appare già da molto tempo quale centro del partito longobardo, che venne tramutandosi poco a poco in franco, dal momento della caduta di re Desiderio.

 

(continua al capitolo 7 - Il Doge Obelerio)