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Storia di Venezia dalla sua fondazione fino all'anno 1084

 

di Augusto Gfrorer

 

Parte prima

Capitolo V

 

5. Commercio mondiale  dei Veneziani nell’ottavo secolo.

 

 

E’ ben evidente che Dandolo vien qui descrivendo una rivoluzione, che ebbe la sua prima spinta dalla corte dei Franchi. Per buona fortuna noi siamo in grado di mettere in chiaro, a mezzo di documenti franchi ed italiani, ciò che le fonti venete nascondono quale un segreto di stato. Gli abitanti delle lagune ci si presentano, nell’accennato scritto del cancelliere ostrogoto Cassiodoro, siccome un popolo attivo e civile, ma nello stesso tempo povero, che si guadagna il pane con l’industria dei trasporti di merci. Allora esistevano naturalmente sulla costa, o presso a questa, i grandi centri commerciali di Padova, di Altino e, più a settentrione, di Aquileia, il cui potentissimo scambio mercantile e col Nord e col Sud si può dire rimonti fino ai tempi della repubblica di Roma. Si sa che generalmente che l’ambra gialla, merce per ogni dove tanto ricercata, giungeva per loro mezzo nei paesi meridionali, in Oriente e in Occidente. I negozianti delle città surriferite si servivano degli isolani veneti, come di loro vetturali, marinai e piloti.

 

Tutto ciò venne però a mutarsi sul finire dell’ottavo secolo. La guerra dei Goti in Italia, poi il turbine dei Longobardi avevano o del tutto distrutte ovvero assai depresse quelle città. Allora il commercio non venne comunque meno, passò bensì alle isole. In questo tempo i nipoti degli antichi vetturali, già descritti da Cassiodoro, si presentano nella storia come i più grandi commercianti dell’occidente latino e germanico.

 

Quel monaco di S.Gallo, non altrimenti conosciuto che per aver raccolto verso la fine del secolo nono ogni sorta di notizie, spesso favolose, intorno alla storia di Carlo Magno, narra fra le altre cose:

 

“Un giorno Carlo, dimorando nell’Italia settentrionale, andò a caccia. La stagione invernale era fredda e piovigginosa. Ora, l’imperatore indossava una pelle di pecora, che non superava in valore il famoso vestito, di cui si copriva S.Martino di Tours; i cortigiani invece, la maggior parte dei quali aveva fatto ultimamente delle spese in Pavia, dove i Veneti portavano sul mercato tutte le preziosità dell’Oriente, splendevano di penne dorate di fagiano e di pavone, di velluto e di seta, delle stoffe porporine di Tiro, di pelli di zibellino e d’ermellino, e di simili altre cose”.

Il monaco aggiunge poi, “come tutte queste Eccellenze fossero malamente concie dalla pioggia o dalle spine dei cespugli, ed oltre il danno l’imperatore le riprendesse fortemente, perché avevano gettato in modo sì sciocco il loro denaro”.

 

 

Questo racconto prova che le ricche stoffe dell’Oriente e parecchie pure del Settentrione giungevano per mare a Venezia, e di lì erano poi sparse nei paesi latini. […] Negli scrittori del secolo nono trovo ricordato un solo articolo d’esportazione, che a tutti gli indizi riguarda principalmente Venezia. Precisamente lo stesso monaco nota come Carlo Magno in ricambio dei magnifici doni che gli aveva fatto avere il Califfo di Bagdad a mezzo di una apposita ambasceria, gli abbia mandato dei mantelli di lana di Frisia, bianchi, grigi, rossi-scuri e celesti; poiché era venuto all’orecchio dell’imperatore, che queste robe erano molto ricercate in Oriente. Senza dubbio esse saranno state spedite, come di solito, per Venezia.

 

Questo a mio parere, è il più antico documento che provi come i Tedeschi fornissero all’esportazione panni di lana in quantità, già ai tempi di Carlo Magno. Dell’esistenza di numerose manifatture di panni per uso del paese, porgono testimonianza i Capitolari. Il monaco di S.Gallo nota ad un altro punto, che Lodovico il Pio, figlio di Carlo, aveva la consuetudine di distribuire tra i suoi cortigiani, in certe festività, dei mantelli frisi d’ogni colore. Se sia stata esportata da Venezia anche della tela di Germania, soprattutto nel nono secolo, non oserei dirlo in mancanza di documenti; lo credo però verosimile.

 

Finora trattammo dei prodotti dell’industria; veniamo quindi ad un altro articolo di esportazione, ad un articolo veramente orribile, con cui i mercanti di Venezia cercavano di compensare le più preziose merci del mezzodì e dell’oriente; voglio dire il commercio degli schiavi, che deve essere stato fatto su larga scala dalle isole venete. Il libro dei Papi narra quanto segue:

 

“Ai tempi di papa Zaccaria (741-752) vennero nella città di Roma parecchi mercanti veneti, vi bandirono un mercato, e comperarono una quantità di schiavi, sia donne che uomini, per spedirli ai Saraceni in Africa. Quando Zaccaria ne ebbe notizia, comprese come fosse una insopportabile empietà il tradire in schiavitù ai pagani dei fedeli, che erano stati battezzati e redenti in nome di Cristo; raccolse una forte somma di danaro, liberò quella gente, e fece ad essa dono della libertà”.

 

 

La schiavitù veramente non la potevano proibire neanche i Papi, perché esisteva legalmente in tutti i paesi occidentali; impedirono bensì, ogniqualvolta era in loro potere, la vendita di schiavi cristiani agli infedeli. Essi oltre a ciò, d’accordo coi vescovi dei vari stati, non riposarono tranquilli, finchè non fu del tutto abolita la schiavitù.

 

Qualche tempo dopo, nell’anno 778 il papa Adriano I, scriveva a Carlo, re dei Franchi: “Voi vi lagnate con me nell’ultima vostra ambasciata, che dei Romani vedettero degli schiavi al popolo infedele dei Saraceni. Dio mi è testimonio che ciò non è mai avvenuto, me consapevole, specialmente poi nel territorio soggetto alla mia sede. Putroppo invece i Longobardi esercitano un tale commercio sulla loro costa (del Tirreno). Io ho bensì dato ordine al duca Allo (di Toscana), d’allestire parecchie navi, per cui i mercanti di schiavi possano essere presi e le barche loro abbruciate; ma Allo non prestò ascolto alle mie raccomandazioni”, e così via.

 

 

Se Carlo Magno fosse stato padrone delle isole venete dal 773 al 795, come lo fu poi dall’803 all’807, avrebbe certamente dirette quelle accuse non già al Papa, bensì ai Dogi, suoi vassalli; poiché quanto succedeva sulla costa ligure appare in effetti come una leggera riproduzione degli avvenimenti ordinari dell’Adriatico.

 

La sede del male era nelle isole venete. Tre leggi ci stanno innanzi, che furono emanate a Venezia contro la continuazione del commercio degli schiavi nel corso d’un secolo, vale a dire nell’876, nel 943 e nel 960; e tutte tre nulla fruttarono. Sappiamo pure che il palazzo di Cordova (Spagna araba, n.d.c.) era custodito da una numerosa guardia ungherese, la quale non era composta che di schiavi comperati. Come mai si sarebbero potuti trasportare nella lontana Spagna questi Ungheresi, se non per mezzo di mercanti veneti e greci?

 

Ora si comprende come fossero necessarie le numerose fattorie sia in molti punti delle coste, sia nell’interno dei paesi posti sul Mediterraneo, per esercitarvi un commercio così esteso. Difatti i Veneti possedevano a centinaia simili stabilimenti su suolo straniero; stabilimenti, che godevano ampli privilegi, tolte poche eccezioni. Due volte ne parla Dandolo, riferendosi agli ultimi anni di Carlo Magno.

 

 

Prima dice: “Nel trattato, che il greco imperatore Niceforo concludeva col re franco Carlo a nome di Venezia, fu stabilito che i Veneti, mantenendo incontrastati i loro possedimenti entro i confini dell’impero franco d’occidente, dovessero godere di tutte quelle immunità, che già prima avevano acquistate nei vari luoghi”.

E poi ancora in altro punto: “Con questo trattato l’imperatore Carlo assicurava al nostro popolo in occidente, il godimento degli stessi diritti e delle stesse immunità, che i nostri godevano nei territori dello stato orientale”.

 

 

Più sotto mi varrò di documenti carolingi a dimostrare che Dandolo dice per ogni riguardo la pura verità.

 

La seconda molla vitale del grande commercio dei Veneziani fu un ricco armamento di navi, una grande abbondanza di navi proprie da commercio e da guerra. Io mi limito a riportare un solo documento, che è però decisivo. Il 13 novembre 813, papa Leone III scrive all’imperatore Carlo: “I miei stessi mi avvertono che esiste inimicizia fra i Saraceni di Spagna e quelli d’Africa. Questi ultimi (i Saraceni d’Africa) hanno conchiusa nuovamente una tregua di dieci anni col governatore greco di Sicilia, il patrizio Gregorio; al quale scopo mandarono in Sicilia una ambasceria, che vi andò su navi venete”.

 

Perché mai questi ambasciatori, che devono essere stati in gran numero, non montarono su bastimenti della loro propria nazione? Senza dubbio perché, se avessero così fatto, dovevano temere d’essere assaliti dai loro avversari, i Saraceni di Spagna. Perché scelsero precisamente navi venete? Perché, a mio parere, la bandiera veneta era già tanto rispettata e temuta nel Mediterraneo, che copriva nave e carico, e che la stessa flotta del Califfo di Cordova si guardava bene dal venire a contesa coi Veneziani.

 

Dappertutto dunque, e in Oriente e in Occidente, esistevano scali di commercio o, come si dicevano, fattorie veneziane, e in maggior copia in Levante, nei paesi greci. Ma questi paesi erano retti, come tutti sanno, da un governo dispotico: l’imperatore vi poteva fare e ordinare ciò che gli pareva e piaceva, fino a tanto cioè che gli bastasse la forza necessaria all’uopo. Ebbene! Se egli avesse minacciato ai Veneti: i vostri mercati saranno chiusi, il vostro commercio interdetto, confiscate tutte le vostre possessioni poste entro i confini del mio stato, nel caso che voi non accordiate sull’istante quanto vi domando; non sarebbe forse stata questa una terribile molla, che doveva indurre i grandi commercianti, il che significa la nobiltà di Venezia, a schivare una rottura con l’imperatore, quale il peggiore di tutti i mali?

 

Non si dubiti poi, che i signori di Bisanzio traessero questo vantaggio naturale dalla loro posizione; anzi noi ci siamo qui abbattuti nel vero motivo della deferenza che i Veneti mostrarono per Bisanzio nel corso di più secoli, come risulta dai fatti prima narrati. Se il popolo delle lagune non avesse sentito, come innato in sé, un germe così potente di indipendenza e di attività, il despotismo ovvero una indegna signoria coloniale sarebbero stati il frutto di una tale relazione; la quale invece influì in modo da maturare lentamente e in via naturale la libertà veneziana. Gli isolani soffersero pazientemente le pretese, e si valsero dei soccorsi bizantini, a difesa di altri nemici, fino al momento in cui si sentirono abbastanza forti per starsene del tutto da soli, e da allora si mostrarono fieri e con questi e con quelli.

 

(continua al capitolo 6 Carlo Magno e Venezia)