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Storia di Venezia dalla sua fondazione fino all'anno 1084 

 

 di Augusto Gfrorer

 

Parte prima

Capitolo IV

 

 

4. Desiderio, re dei Longobardi. Il doge Maurizio tenta di rendere ereditaria la sua dignità. Le isole di Olivolo e Rivo-Alto, germi della città di Venezia, sono unite sotto uno stesso vescovado.

 

 

Dopo la caduta del doge Domenico Monegario, avvenne nelle isole ciò che oggi si dice un cambiamento nel sistema politico. Io descrivo qui appresso le vicende esteriori dei più interessanti avvenimenti, in massima parte colle parole di Dandolo: “Nell’anno del Signore 764 fu proclamato Doge nella Venezia marittima, Maurizio, uomo egregio ed illustre per grandi gesta, ch’egli aveva compiute. Benchè nativo di Eraclea, egli fissava la sua sede in Malamocco. Governò saggiamente, cercò di riconciliare i cittadini discordi, e protesse il paese dall’intrigo nelle mene politiche, che allora scompigliavano l’Italia”.

 

Più sopra ho dimostrato come l’isola di Eraclea fosse il centro dei Veneti del partito bizantino. Appunto perché apparteneva per origine di famiglia a questo partito, Maurizio era stato innalzato al trono ducale. Peraltro egli usò giusti riguardi anche coi suoi avversari politici; e per dare una soddisfazione a coloro i quali avevano fino ad allora lavorato per l’unione con i Longobardi, scelse a sua residenza Malamocco, focolare politico del partito testè caratterizzato. Il nuovo governo essendo debole, tentava così di appianare gli ostacoli e di realizzare una mediazione. Perciò Dandolo contraddistingue il governo di Maurizio, siccome quello che rende giustizia a tutti e procura di rappacificare le fazioni.

 

Altri però e tali, […] vedevano in Maurizio uno strumento della Corte bizantina; e di questi fu in effetti, primo fra tutti, Desiderio, il re dei Longobardi. Ho riferito più sopra come egli giungesse al trono. Certi avvenimenti, che succedevano nel vicino regno dei Franchi, diedero animo a Desiderio di riprendere i più arditi progetti di Liutprando. Re Pipino era morto in Saint Denis, addì 24 settembre 768, lasciando dopo di sé due figli, Carlo e Carlomanno, tra i quali fu diviso il regno. Nessuno dubitava che i due fratelli, entrambi di carattere energico ed orgoglioso, sarebbero venuti a guerra civile per la monarchia universale. Ora il longobardo Desiderio ne fece suo pro con meravigliosa destrezza.

 

Si poteva prevedere che quello dei fratelli, il quale avesse concluso uno stretto vincolo di parentela con la potente casa longobarda, avrebbe raggiunta così la supremazia. Benchè Carlo e Carlomanno fossero già ammogliati, Desiderio offerse in sposa all’uno e all’altro la figlia sua Desiderata. Carlo, il più vecchio, afferrò l’occasione e si decise a ripudiare la sua prima moglie, la franca Imiltrude, e a prendere la longobarda.

 

La notizia di questa decisione fece a Roma lo stesso effetto che un colpo di tuono. Esiste ancora la lettera che Stefano IV, allora Papa (768-772) diresse ai due fratelli; in cui egli li scongiurava con tutte quelle ragioni che la disperazione e la necessità sapessero mai suggerire, di chiudere i loro orecchi alle lusinghe dello “sporco” re dei Longobardi. Fu tutto invano: Carlo mandò alle sue case Imiltrude e si sposò con la longobarda.

 

Desiderio dunque, appena fu convinto di essersi coperto le spalle con questo legame con il franco Carlo (che necessitava presumibilmente dell’aiuto longobardo nella lotta contro il fratello), ripigliò le idee di Liutprando, e decise di compiere l’unità politica dell’Italia sotto il suo scettro, di umiliare il Papa e di mettere fine alla dominazione greca nelle isole venete. Egli iniziò la sua opera mentre vi erano discordie ecclesiastiche in due luoghi diversi.

 

A Ravenna (che era di già sotto il dominio della corte romana, unitamente all’Esarcato, per le armi e la donazione di Pipino), il duca longobardo di Rimini, per ordine di Desiderio, dopo la morte dell’arcivescovo Sergio, aveva imposto a successore di quest’ultimo, verso la primavera del 769 il laico Michele; il quale, come è facile pensare, sosteneva la sua irregolare autorità con una cieca sottomissione ai Longobardi contro il legittimo potere della Santa Sede.

 

Qualcosa di simile succedeva nella lontana Istria. Desiderio aveva tramato una congiura fra i Vescovi di questa provincia, in seguito alla quale essi negarono l’obbedienza al loro superiore, il Patriarca di Grado, e passarono alla metropoli longobarda di Aquileia. Papa Stefano IV non si ingannò per un momento, che gli avvenimenti di Ravenna e d’Istria non fossero fra loro connessi. Egli diresse agli Istriani uno scritto minaccioso, in cui li rimprovera, perché si immischiavano nelle turbolenze politiche, ed intima la scomunica a tutti e a ciascheduno di loro. Allo stesso tempo egli confortava con un altro suo scritto il Patriarca di Grado, Giovanni per il torto patito. “Se anche gli Istriani ti hanno tradito”, dice egli, “sta pure di buon animo; il trattato concluso tra Romani, Franchi e Longobardi, che ha unito al tuo patriarcato anche l’Istria oltre il Veneto, sarà e deve essere mantenuto inviolabilmente con l’aiuto della Sede di Pietro”.

 

Dunque esisteva un patto tra Romani, Franchi e Longobardi, che sottoponeva l’Istria alla superiorità ecclesiastica di Grado, e confermava solennemente la disposizione di papa Gregorio III, emanata nell’anno 731. Ed in vero quel patto deve essere stato concluso ai tempi di Stefano III (753-757), poiché Stefano IV accenna nel suo secondo scritto anche a questo predecessore.

 

Ma chi si deve intendere per “Romani” di quella convenzione? Fuor di dubbio, oltre il Papa, l’imperatore bizantino, il quale d’ordinario era denominato imperatore dei Romani nel linguaggio diplomatico, e romano era detto pure lo Stato suo; poiché non i Franchi, né i Longobardi e nemmeno il Santo Padre, potevano, senza l’adesione dell’imperatore, prendere alcuna disposizione per la provincia dell’Istria, che era proprietà legittima dei Greci. Ad ogni modo l’imperatore aveva un forte motivo di incorporare l’Istria alla Metropoli di Grado; chè questo modo di agire doveva condurre per conseguenza a stringere la Venezia marittima d’un nuovo legame con Costantinopoli.

 

Ma un’altra domanda vuol essere fatta: perché mai i Franchi vi presero parte.

 

A mio parere la cosa si può comprendere solamente se si premetta, che Pipino nutriva già quei progetti, che più tardi cercò di effettuare il figlio suo Carlo Magno. L’Istria, unita a Grado per intervento dei Franchi, rappresentava in certo modo una tenaglia, con cui si poteva, al caso, tormentare o tenere in riga la Venezia marittima, stando sul continente. Le altre cose si chiariranno in seguito.

 

Desiderio avversò Maurizio, il protetto dei Greci, per altre vie ancora, oltre l’uso dei mezzi ecclesiastici. L’autore del libro dei Papi nota che riuscì al re dei Longobardi di avere nelle sue mani il figlio del Doge; questo prigioniero gli servì quale pegno della devozione del padre. Dandolo, ed anche il cronista Giovanni, tacciono di quest’ultima violenza. Tuttavia Dandolo fa sapere, come i Vescovi Istriani defezionassero dall’arcivescovado di Grado, e vi aggiunge più oltre che Maurizio doge, ed allo stesso tempo console imperiale bizantino della Venezia, inviava ambasciatori a Roma presso Papa Stefano IV per chiedervi il desiderato aiuto; ma che, d’altronde, per immatura morte fu impossibile a Stefano IV il prestarsi ulteriormente alle necessità contingenti.

 

Fra breve però Maurizio non si vide più costretto a ricorrere agli aiuti del Papa contro Desiderio; poiché i mutamenti, che succedevano nel regno dei Franchi, apportarono la rovina al trono longobardo. Correva l’anno 771, quando il franco Carlo ripudiò la longobarda Desiderata ed impalmò a terze nozze la sveva Ildegarda; la quale lo rese padre più volte, di che pare fosse stata incapace la longobarda. Nel dicembre dello stesso anno venne a morte il fratello e coreggente Carlomanno. Allora Carlo, il primogenito, benchè l’altro avesse lasciato due figli minorenni, ne occupò lo Stato e fu allora unico re di tutti i Franchi.

 

Desiderio quale padre della ripudiata, ne fu gravemente offeso, e non difettava di un giusto motivo per trarne vendetta: la vedova di Carlomanno, Gerberga, s’era rifugiata da lui con entrambi i figli. Il Longobardo prevedeva come fosse già inevitabile una lotta fatale di vita o di morte fra lui e il giovane re dei Franchi; però decise di battere la via dell’astuzia con scaltri maneggi, dandosi per difensore del diritto dei due orfani, ed insistendo presso papa Adriano I (succeduto a Stefano IV nel febbraio del 772), perché coronasse re d’Austrasia, ossia della Francia orientale (eredità del padre), il maggiore dei figli di Carlomanno.

 

Desiderio rifletteva che, se ciò fosse avvenuto, avrebbe dovuto divampare in Francia una guerra civile. Il male fu che Adriano I respinse tali pretese. Il Longobardo invano tentò con la violenza e le promesse, invano saccheggiò i beni della Chiesa, usurpò una dopo l’altra le città alla Santa Sede; invano si diresse alla fine contro Roma con un esercito: il Papa restò saldo come un diamante – questa è l’espressione usata dal suo biografo.

 

Adriano I raccolse preziosi frutti dalla sua costanza. Nell’autunno del 773 il franco Carlo valicava le Alpi alla testa di strapotenti forze, batteva i Longobardi, conquistava Pavia, dove si era rifugiato Desiderio, che finì come prigioniero di Stato nella Gallia, finiva il regno longobardo e assumeva poi il titolo di re dei Franchi e dei Longobardi. Il vincitore restituì alla chiesa romana la donazione di Pipino.

 

Come ben si vede, Maurizio, il doge dei Veneti, non doveva più avere paura di Desiderio; ma un pericolo assai maggiore minacciava da un’altra parte, poiché l’impero universale dei Franchi, appena sorto, premeva sempre più da vicino lo Stato delle lagune, piccolo sì ma ricco. Si hanno pure indizi che il Doge doveva inoltre lottare con difficoltà interne.

 

Dandolo narra: “Le isole minori circostanti a Malamocco restarono soggette al vescovado di quest’ultima (che ra delle maggiori) fino all’anno 775. Ma da quell’anno venivano già staccandosi da Malamocco le isole di Olivolo, Rupe (Luprio), Dorsoduro e Rialto, e si riunivano in un nuovo vescovado, che tenne la sua sede nel Castello di Olivolo”.

 

 

Questa è la prima origine della città di Venezia, ove i Dogi stabilirono la loro residenza fino dal nono secolo. Due volte ormai abbiamo osservato, come la formazione di una comunità nuova e predominante celasse in sé il germe di convulsioni politiche nelle isole venete. Ora si ripete precisamente un caso simile, che avviene prima ancora della rovina della dinastia ducale fondata da Maurizio.

 

 

Dandolo prosegue: “Popolo e clero, riuniti in Sinodo, col concorso del doge Maurizio e del Patriarca di Grado, elessero a primo Vescovo di Olivolo, il chierico Obelerio, figlio del tribuno di Malamocco. L’eletto ottenne poi l’investitura dal Doge e la consacrazione dal Patriarca, e funzionò per 23 anni, cioè fino al 798. Ma dopo la sua morte i Dogi (e più sotto sarà spiegato come vi fossero più Dogi) proclamarono vescovo di Olivolo il greco Cristoforo, benchè avesse appena sedici anni”.

 

 

Una tale decisione attirò addosso alla casa dominante un odio acerbo e contribuì non poco alla sua rovina. E perché osò il Doge prenderla con tanto suo rischio? Evidentemente perché, forzato da Costantinopoli, egli doveva colla nomina di un greco assicurare la Corte bizantina, che nulla d’ostile ad essa poteva giungere dalla comunità di cittadini così da poco sorta a Rialto ed Olivolo, cioè a Venezia.

 

Il fatto dunque attesta che a Costantinopoli covavano dei sospetti sull’opinione politica dominante in Rialto: sospetti che poi furono giustificati dagli avvenimenti posteriori.

 

L’immediato ingrandimento della potenza franca fece sì che il doge Maurizio si collegò con i Greci ancora più strettamente […] poiché soltanto l’aiuto loro poteva difendere lui e le isole dalla conquista dei Franchi.

 

Inoltre l’imperatore accordò al Doge veneto favori tali, che fino allora mai non si erano riscontrati nella storia di questo paese.

 

 

Dandolo scrive: “I Veneti, volendo dimostrare al doge Maurizio la loro gratitudine per la sua lodevole condotta politica, gli associarono nel governo il figlio suo Giovanni, ed allo stesso tempo designarono quest’ultimo a succedergli. Da quel momento due furono i Dogi nella Venezia marittima; ciò che tornava di cattivo esempio per l’avvenire”.

 

 

Anche il cronista Giovanni accenna la coreggenza del figlio; ma confonde, come al solito, le epoche. Secondo l’espressione di Dandolo (confermata da un antico documento aggiunto in fine alla cronaca di Giovanni), il figlio di Maurizio governò per venticinque anni, e precisamente nove assieme col padre, poi da solo altri nove, finalmente ancora sette con a lato il proprio figlio Maurizio II; del quale si parlerà in altro luogo. Ma siccome il doge Maurizio I morì nel 787, ne segue che la coreggenza di Giovanni incomincia nell’anno 778.

 

Volentieri mi adatto a credere che i Veneti abbiano cooperato ad associare il figlio (Giovanni) al padre Maurizio I mediante l’apparenza della elezione; certo è però che il primo movente di questa deliberazione parte da Costantinopoli e dalla Corte bizantina. Quantunque l’imperatore non potesse allora disporre a sua voglia delle isole venete, pure Maurizio non doveva nemmeno pensarsi di fare un primo passo alla fondazione di una dinastia ereditaria, senza l’adesione dell’imperatore bizantino. Dico poi dinastia ereditaria, poiché è indiscutibilmente questo il senso di quanto Dandolo scrive.

 

L’eredità di dominio nelle famiglie principesche ebbe la sua origine, come risulta dalla storia d’oriente, dai capi stessi, che a vicenda si aggiungevano nel governo i figli. L’imperatore dovette accondiscendere a ciò che Maurizio bramava; poiché se da Costantinopoli fosse venuto un rifiuto, era da temersi che Maurizio ricercasse la grazia ambita del re franco Carlo, il quale difficilmente gliel’avrebbe negata.

 

Nel 787 veniva a morte, vecchio e spossato, il doge Maurizio, dopo un ducato di ventitrè anni. Ora Giovanni, già coreggente, assunse da solo la signoria e, come il padre, abitò in Malamocco.

 

 

“Del resto però”, così s’esprime Dandolo, “egli non somigliava al padre né in parole, né in opere; malamente invece amministrò gli interessi più importanti del paese, sicchè ebbe anche una fine disgraziata”. Più oltre, dopo aver ricordato cose in generale insignificanti, Dandolo prosegue: “Trascorsi altri nove anni – nel 796 dunque – con l’assenso del doge Giovanni fu confermato quale coreggente e successore il figlio di lui, Maurizio II”.

 

 

Da chi confermato? Certamente da quella stessa potenza che aveva già posto a lato del vecchio Maurizio il doge Giovanni: dalla Corte di Costantinopoli. Nel periodo che segue, Dandolo viene immediatamente a parlare in modo particolareggiato della esaltazione di Cristoforo, greco, a vescovo di Olivolo, fatto a noi già noto. Tutto ciò dà all’investitura di questo straniero tutta l’apparenza di una delle condizioni per le quali l’imperatore consentiva la coreggenza.

 

Ben presto dev’essere scoppiata la discordia e l’ira di parte nelle isole venete. Pure la verità è con grande cura nascosta nelle fonti, e noi possiamo appena apprendere dalle notizie dei cronisti quegli avvenimenti materiali, che non si riuscì a sottrarre affatto alla vita del mondo.

 

Fin dall’anno 766 era Patriarca di Grado un Giovanni. Il Doge montò contro di esso in furore d’inimicizia mortale, senza che noi possiamo scoprire qualcosa sulle ragioni di tale odio.

 

Dandolo scrive: “Il doge Giovanni, approfittando dell’occasione, mandò il figlio e coreggente Maurizio a Grado con una divisione della flotta, per assassinare il Patriarca. Il giovane Doge prese d’assalto la città arcivescovile, ebbe prigioniero il Patriarca e lo fece precipitare dalla torre più alta del castello; sicchè il sangue dell’ucciso si rapprese sulle pietre del lastricato, dove ancora oggi si vede”.

 

 

Ma Dandolo non dice l’epoca precisa; la nota bensì il cronista Giovanni che avverte essere accaduto il fatto nell’anno ventesimo terzo del dogato di Giovanni – dunque o verso lo scorcio dell’801 o nella primavera dell’802.

 

Dopo un tale fatto, era assai probabile che i Dogi dovessero usare ogni mezzo per impedire che alcuno dei partigiani, od almeno alcuno dei congiunti dell’assassinato salisse alla sede vacante. Con tutto ciò avvenne appunto quello che essi dovevano paventare all’estremo.

 

Dandolo prosegue: “Fortunato, nativo di Trieste, congiunto per sangue all’ucciso patriarca Giovanni, divenne suo successore. Spinto da immenso orrore pel delitto commesso contro Giovanni ordì una congiura a danno di entrambi i Dogi. D’improvviso Fortunato abbandona le lagune venete, e non se ne parte solo, ma lo seguono molti maggiorenti delle isole, che stavano per lui, nominatamente Obelerio, tribuno di Malamocco, Felice, altro tribuno, un Demetrio, un Mariniano, un Foscaro, parecchi Giorgio e molti ancora. Il Patriarca si recò in Francia, gli altri rimasero a Treviso. Di qui i fuorusciti si misero in relazione coi loro partigiani rimasti nelle lagune”.

 

“Per consiglio di questi ultimi” continua lo stesso storico, “i fuorusciti a Treviso elessero il tribuno Obelerio a Doge delle isole venete. I dogi Giovanni e Maurizio, appena ne ebbero la nuova, furono talmente presi dallo spavento, che abbandonarono nel momento stesso lo Stato e la patria. Il vecchio doge Giovanni fuggì a Mantova, il giovane Maurizio passò in Francia; e poiché loro non fu mai più concesso il ritorno in patria, chiusero gli ultimi giorni su terra straniera. Obelerio invece, già eletto dagli esuli in Treviso, alla notizia della fuga dei suoi avversari, corse nelle isole venete; vi fu accolto con giubilo del popolo, e fatto Doge in Malamocco. Ciò accadeva negli anni di Cristo 804”.

 

(continua al capitolo 5 Il commercio di Venezia nell'ottavo secolo)