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Storia di Venezia dalla sua fondazione fino all'anno 1084

di Augusto Gfrorer

 

 

Parte prima

Capitolo I 

 

 

1. Tribuni e Duces. Il primo doge e le sue funzioni politiche. – 2. I Dogi Marcello ed Orso. Liutprando re dei Longobardi. Abolizione della dignità del Doge. Magistri Militum. – 3. Si ristabilisce il Ducato. Trasporto della sede del governo da Eraclea a Malamocco. – 4. Desiderio, re dei Longobardi. Il doge Maurizio tenta di rendere ereditaria la sua dignità. Le isole di Olivolo e Rivo-alto, germi della città di Venezia, sono unite sotto uno stesso vescovado. – 5. Commercio mondiale dei Veneziani nell’ottavo secolo. – 6. Carlo Magno e Venezia. – 7. Carlo Magno e Venezia – Obelerio. – 8. La spedizione di re Pipino contro Venezia – Carlo Magno lascia Venezia ai Bizantini. – 9. Importanza della pace di Aquisgrana per l’impero franco e per Venezia – Posizione di Venezia di fronte all’impero bizantino.

 

 

 

1. Tribuni e duces. Il primo doge e le sue funzioni politiche.

 

I Bizantini esercitavano il loro dominio sovrano sulle isole veneziane a mezzo di tribuni, che però a mio parere venivano eletti dal popolo e poi confermati dalla corte imperiale. Questa magistratura dei tribuni, ricordata dallo scritto di Cassiodoro quale autorità suprema delle isole, durò precisamente fino al cadere del settimo secolo; ed io son quasi dell’opinione che, seguendo il numero delle isole principali, ne fossero già dodici al tempo di Teodorico re degli Ostrogoti. Ma allora appunto si introdusse una importante innovazione.

 

Fin dalla restaurazione della signoria greca in Italia, erano tribuni che attendevano all’amministrazione delle terre minori, come risulta dalle lettere di Gregorio Magno. Questo papa ricorda di tali tribuni a Hydrontum in Calabria, a Siponto in Puglia e nell’isola di Corsica. Le grandi città invece, ed anche intere provincie, stavano sotto la direzione di duchi, duces, per esempio Roma stessa, Rimini colla così detta Pentapoli, poi Napoli e più tardi ancora Gaeta col suo territorio. Di più Giustiniano, riordinando il governo d’Italia, dopo aver disfatto vittoriosamente il regno degli Ostrogoti, volle con legge emanata sotto il titolo di pragmatica sanctio nel 554, fissare tra le altre le seguenti deliberazioni:

 

1. I giudici delle provincie (vale a dire Tribuni, Duces, Praesides ecc.) saranno eletti dai vescovi e dalle persone più ragguardevoli del rispettivo territorio giurisdizionale; 2. Gli eleggibili dovranno appartenere per diritto di nascita o di domicilio alle terre, per la cui amministrazione saranno proposti; 3. La nomina si farà senza suffragio di sorta, il che vuol dire senza donativi in danaro agli elettori, insomma, adoperando un termine ecclesiastico, senza simonia; 4. Competerà al supremo magistrato d’Italia, cioè al Praefectus praetorio, la promulgazione del decreto di nomina (codicillo) degli eletti, e la conseguente investitura dell’ufficio.

 

Ammesso che la nuova Venezia sia poco a poco salita ad un certo grado di civile progresso e di potenza materiale durante il sesto e il settimo secolo, sicchè non le bastassero più quei tribuni destinati in origine al governo di piccole terre; era ben d’attendersi che sul finire di questa epoca o l’imperatore greco direttamente, o l’Esarca di Ravenna, suo supremo governatore, riconoscessero la necessità di stabilire un duce nelle isole venete in luogo di parecchi tribuni, inferiori per autorità. E quando poi si volesse realizzare questa deliberazione, la via legale ad effettuarla era questa: l’Esarca doveva invitare tutti i Vescovi e tutti i laici ragguardevoli delle isole ad eleggere un duce. Avvenne precisamente così, e noi lo vedremo in seguito.

 

Degli altri avvenimenti politici contribuirono però e cooperarono probabilmente anch’essi alla mutazione succeduta nel governo di Venezia. Turbolenze opprimevano la vicina Lombardia sul cadere del settimo e all’inizio dell’ottavo secolo; colla violenza s’imponevano e si deponevano i re, ed è cosa verosimile che l’integrità territoriale della Venezia marittima ne soffrisse pure qua e là un qualche danno.

 

Lasciamo tosto la parola al cronista Giovanni: “I Veneti (meglio sarebbe chiamarli Venetici, poiché sono gli abitanti lagunari del Veneto, n.d.c.), la cui popolazione andava aumentando sempre più, rimasero tuttavia per lungo tempo sotto il governo dei tribuni, che erano eletti solitamente di anno in anno. Ma quando i vicini barbari (Longobardi ovviamente, n.d.c.) si diedero ad attentare alle proprietà dei Venetici, dando così adito ed eccitamento a frequenti ostilità e rapine, il popolo delle lagune tenne un’adunanza col patriarca di Grado e coi vescovi; e vi fu deliberato di mettere a capo della comunità un duce in luogo dei tribuni fino allora avuti. Dopo accurato consiglio fu eletto Paoluccio, uomo egregio ed onesto, a primo duce, e gli fu assegnata per sede la città di Eraclea. Ciò avvenne al tempo, in cui re Liutprando dominava in Lombardia e Anastasio II era sul trono di Costantinopoli (713-715 d.C., n.d.c.). Il nuovo duce Paoluccio concluse con re Liutprando un trattato, che è in vigore ancora ai giorni nostri. Col medesimo trattato egli ebbe fissati pure i confini della Città nuova, sicchè fu tracciata una linea dal Piave piccolo al grande; linea che esiste ancora”.

 

Intorno ad un punto così importante come questo, Giovanni si esprime con parole oscure ed in stile peggiore; d’altronde tale difficoltà era naturale, perché, a quel che a me pare, egli deve avere adoperati documenti antichi, il cui senso gli sembrava dubbio, e la cui significazione letterale non voleva scrupolosamente seguire. Ad ogni modo non si può negare che la sua opinione sia questa: in primo luogo le contese sui confini o sui beni coi vicini barbari diedero l’ultima spinta all’elezione d’un duce.

 

E sotto il nome di vicini dev’essere inteso quello dei Longobardi. Eppure il cronista usa espressioni tali che lasciano sottintendere degli altri popoli ancora. Secondariamente la nomina fu fatta dal clero e dal popolo. In terzo luogo la scelta cadde sopra un cittadino principale ossia sopra un nobile. Quarto, la nomina di Paoluccio ebbe per conseguenza la preferenza di una data città, che fu assegnata per sede al nuovo duce; e questa fu Eraclea od Eracliana. Quinto, se Giovanni ebbe prima a dire, essere stata Eraclea in origine un’antica città romana rovinata, che i Venetici più tardi riedificarono; se la riedificazione non procedette probabilmente da altra causa che dall’elezione di Paoluccio; se infine Dandolo chiaramente attesta che Eracliana e Civitas Nova sono i diversi nomi d’una sola e stessa città, e precisamente il primo dell’antica, il secondo della nuova, appare fuor di dubbio che coincida pure la città nuova, Civitas Nova, cui accenna Giovanni, colla surriferita Eraclea. Sesto, tutto ciò che il cronista sa narrarci intorno all’attività politica di Paoluccio si limita al patto stretto dal nuovo duce col re dei Longobardi sulla delimitazione dei confini. Ciò spiega ad evidenza come i Longobardi abbiano avuto parte principale nelle contese allora avvenute coi barbari, in seguito alle quali fu eletto un duce in luogo dei soliti tribuni.

 

A quanto pare, la rettificazione dei confini tornò specialmente a profitto di Eracliana, della Civitas Nova, la quale, anche seguendo la disposizione delle dodici isole, doveva trovarsi di fronte alle foci dei due rami principali del Piave. Eracliana mediante quel patto ottenne un piccolo territorio sul continente. Con ciò riesce ora chiaro il perché Costantino Porfirogenito, che d’altronde conosce per nome quasi tutte le isole ricordate, taccia però di Eracliana. Egli non l’adduce in vero coll’antico nome, bensì col nuovo, dove nota: “Una volta dev’essere stata sede del duca della Venezia marittima Civitas Nova, […]”.

 

Finalmente il cronista Giovanni non colpì nel vero riguardo alla cronologia, dove sostiene che la nomina di Paoluccio sia seguita durante la signoria del re longobardo Liutprando e dell’imperatore greco Anastasio. Liutprando dominò la Lombardia (Longobardia, n.d.c.) dall’estate del 712 al cominciare dell’anno 744, Anastasio II invece occupò il trono bizantino dal 713 al 715-16. Perciò la nomina di Paoluccio dovrebbe essere rimessa nel periodo 713-716. Ma quest’ipotesi resta scalzata dallo stesso cronista, poiché egli dice più sotto, esser morto Paoluccio dopo vent’anni di reggenza nel 727. Secondo quest’ultimo computo la proclamazione di Paoluccio sarebbe adunque avvenuta nell’anno 707. Ciò è pure impossibile per altre ragioni.

 

 

Sentiamo ora Dandolo: “Nell’anno di Cristo 697 fu confermato a Duce della Venezia Marittima, Paoluccio. Imperocchè mentre la popolazione andava aumentando di giorno in giorno nelle singole isole, mentre i tribuni contendevano fra loro per la preminenza e non si prestavano vicendevolmente aiuto alcuno, accadde che i Longobardi, approfittando di questo disordine, irruppero nel paese e s’impadronirono qua e là di alcuni terreni colla violenza. Per ovviare a questi disordini si radunarono in Eraclea i tribuni, tutti i maggiorenti ed anche il popolo, come pure il patriarca di Grado, i vescovi e tutto il clero, ed elessero a duce Paoluccio, uomo ragguardevole, che dimorava nella stessa città.

Al nuovo doge furono conferiti questi poteri: fu autorizzato a convocare assemblee generali quando lo esigesse il bene pubblico, a nominare tribuni e giudici, i quali facessero giustizia al popolo ed al clero – eccettuate però le questioni puramente spirituali, che rimanevano riservate alla giurisdizione del Patriarca e dei Vescovi. Oltre a ciò fu stabilito che, se le parti si tenessero lese dalla sentenza dei giudici minori, dovessero promuovere appello presso il doge. Inoltre che le Sinodi si dovessero radunare soltanto col suo consenso; che parimenti potessero essere indette le elezioni per l’investitura di sedi vacanti, da parte del popolo e del clero, solamente con suo permesso, e che gli eletti potessero solo da lui ricevere l’investitura ad essere immessi nel possesso”.

 

L’esatta enumerazione dei diritti conferiti al doge fa chiaramente conoscere nello scrittore un uomo di Stato. I giudici civili avevano giurisdizione in tutte le liti fra laici ed ecclesiastici, ed il Patriarca esercitava la sua giurisdizione soltanto in questioni ecclesiastiche; inoltre il Patriarca stesso non poteva convocare sinodo di sorta, né intimare elezione alcuna a sede vacante senza l’adesione del doge, egli eletti poi ricevevano i loro vescovadi dalle mani del doge soltanto, ed in forza d’un suo comando. […]

 

Fra i poteri conferiti al primo doge Paoluccio, Dandolo annovera pure l’autorizzazione di mettere in ufficio i tribuni e i singoli giudici. Durò quindi ancora il tribunato, ma quale una magistratura subordinata al Doge; e i tribuni rimasero come ufficiali delle dodici isole, quantunque soggetti alla sorveglianza di quest’ultimo.

 

In ciò si accorda benissimo anche il cronista Giovanni, che pure rammenta i tribuni frequentemente dopo l’istituzione del Doge.

 

Dandolo però è più esatto di Giovanni nel narrare l’elezione di Paoluccio. Mentre questi fa presenti e compartecipi all’atto tutti i veneziani, nominatamente però il Patriarca ed i Vescovi, quegli dice invece essere stato eletto Paoluccio dai tribuni, da tutti i maggiorenti, da tutto il popolo, dal Patriarca e dal clero riunito. Evidentemente Dandolo distingue quattro classi: i magistrati, la nobiltà, la comunità del popolo ed il clero. Nella prammatica sanzione di Giustiniano non si dice che la moltitudine debba avere un diritto elettorale, ma al contrario la legge in questione limita questa facoltà nel clero e nei nobili. Giustiniano, che parlava bensì alla latina, ma pensava alla bizantina, considerava quello che dicesi popolo nulla più che una macchina apportatrice d’imposte, non mai un potere politico.

 

La legislazione bizantina doveva però adattarsi all’indole del paese nella Venezia marittima. Quel valoroso ed attivissimo popolo di marinai non si lasciava escludere di buon grado dalle elezioni. Del resto le magistrature rimasero nelle mani dell’aristocrazia indigena, ad onta dell’apparente partecipazione delle grandi masse. Ma la nobiltà, a cui accennano sia Dandolo che Giovanni ancora nella storia del settimo e dell’ottavo secolo, non si componeva, come sulle terre dei Franchi o in Longobardia, di grandi possessori di fondi, ma di armatori di navi e di negozianti, per i quali il commercio era campo ed aratro. E il popolo, vale a dire i marinai e gli operai industriali votavano nelle elezioni come volevano i padroni, da cui essi guadagnavano vitto e vestito.

 

E’ poi notevole assai, che Giovanni, ove parla dell’elezione del Doge, nomina il clero e l’arcivescovo dopo il popolo, e che Dandolo li mette soltanto dopo gli altri tre stati. Qui si rivela appunto lo spirito caratteristico della costituzione politica dello stato veneto.

 

L’aristocrazia dominante cercò di tenere lontano, più che altri, il clero dai pubblici affari. Tanto avevano appreso alla scuola di Bisanzio gli uomini di Stato veneziani. Anche l’ulteriore osservazione di Dandolo, che, nei casi di vacanza, i vescovi possono essere eletti dal clero e dal popolo soltanto dietro consenso del Doge, ha un secondo fine. La nobiltà veneziana sosteneva deliberatamente che la massa popolare dovesse cooperare all’esaltazione dei nuovi vescovi, perché in tal modo le elezioni ecclesiastiche riuscissero in favore delle famiglie ricche e grandi.[…]

 

Il primo Doge governò la Venezia marittima per vent’anni, secondo l’attestazione concorde di Giovanni e di Dandolo (la nomina di Paoluccio va posta indubbiamente all’anno 697).

 

Ma Paoluccio non aveva il potere militare. Perciò Dandolo dice concluso dal Doge Paoluccio assieme a Marcello, che allora era Magister militum, quel trattato sui confini tra lo Stato veneto e Liutprando re dei Longobardi, di cui fa memoria anche il cronista Giovanni. Ora Magister militum è notoriamente un titolo bizantino, che significa capitano dell’esercito, e che ci si presenta ovunque in Italia vi fossero i bizantini.

 

Quindi mentre Paoluccio, come Doge, presiedeva al governo civile, altri aveva il comando militare; ed ora si comprende perché Dandolo, a ragione, tacesse della forza armata, enumerando i poteri del doge.

 

Questa separazione del potere civile dal militare è di per sé sola bastante a provare che Paoluccio non era un principe indipendente, bensì il governatore di un sovrano, dell’imperatore greco.

 

(continua al capitolo 2 - I Dogi Marcello ed Orso)