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Storia di Venezia dalla sua fondazione fino all'anno 1084

 

di Augusto Gfrorer

 

Parte seconda

Capitolo VII

 

 

7. Reazione del partito bizantino – Assalti degli Ungheri – Condizioni della Chiesa.

 

 

 

Mentre Guido teneva corte in Pavia, dopo essere stato coronato imperatore a Roma il 21 febbraio 891, comparvero in quella città gli ambasciatori del doge Pietro, e pregarono si rinnovasse il trattato dell’810; le loro istanze furono esaudite senza indugio con atto del 20 giugno 891. La selvaggia nazione dei Magiari irrompeva nella Pannonia pochissimo tempo innanzi della prima caduta di Giovanni Partecipazio.

 

 

Il doge Pietro, prevedendo con l’acuto sguardo d’un uomo di Stato le certe conseguenze di questo avvenimento, cominciò a fortificare la città di Venezia.

 

 

Dandolo dice: “il doge fece erigere nell’897 una muraglia, la quale dall’imboccatura del canale che scorre presso Castello giungeva alla chiesa di S.Maria Zobenigo; fece inoltre tendere una pesante catena di ferro traverso il canale dall’estremità della muraglia fino alla chiesa di S.Gregorio, con che rese impossibile l’entrare in città a qualsiasi nave, non volendolo il Doge”.

 

 

Questi provvedimenti furono giustificati dai fatti che seguirono. Gli Ungheri, dopo aver già oppressa più volte l’Italia negli anni precedenti, la invasero di nuovo nel 906, saccheggiarono od incendiarono le città di Treviso, Padova, Brescia, Pavia, Milano, ed in generale la pianura lombarda fino al monte S.Bernardo; poi, ritornando, si rivolsero al mare Adriatico, su barchette costruite da loro e ricoperte di pelli di animali traghettarono alle isole venete e vi distrussero le terre di Cittanova, Jesolo, Fine, Chioggia, e Capodargine.

 

 

Ma quando vollero dare l’assalto anche a Malamocco e a Rialto, nel giorno dei SS. Pietro e Paolo (29 giugno 906), toccò loro la sorte stessa provata 96 anni prima da Pipino, il figlio di Carlo Magno. Il doge Pietro sconfisse e mise in rotta i barbari.

 

 

Le disposizioni suaccennate, che il Doge diede riguardo alle isole di Chioggia, stanno forse in relazione col rapace assalto degli Ungheri. Dandolo s’esprime così: “Il doge Pietro regolò nuovamente i confini della piccola e della grande Chioggia, e fissò pure allo stesso tempo i servigi (ed i tributi), che esse dovevano prestare al doge”.

 

 

Se la lettera di franchigia fu concessa agli abitanti delle due isole prima dell’invasione degli Ungheri, come sembra accennare Dandolo, si sarà fatto per procurare che quegli isolani nella lotta preveduta si battessero valorosamente in favore dello Stato e del Doge. Che se il fatto avvenne più tardi, è chiaro che doveva essere sentito il bisogno di fissare di nuovo i confini dopo le devastazioni fatte dai barbari. Frattanto alcuni fatti successivi, di cui si parlerà più sotto, ci autorizzano a presupporre che il doge Pietro, concedendo alla grande ed alla piccola Chioggia quella nuova costituzione, entrava in uno speciale rapporto con gli abitanti di esse; cosa che sollevò la gelosia del suo successore.

 

 

E’ inoltre necessario che noi esaminiamo le condizioni in cui si trovava la Chiesa delle isole venete durante il governo del doge Pietro. Dopo la morte misteriosa del patriarca Pietro, fu insediato nella metropoli di Grado (l’anno 878) Vittore, figlio del doge Orso Partecipazio, come già dissi. Vittore resse la sua Chiesa per diciotto anni meno pochi giorni; morì dunque nell’896. A lui succedette il patriarca Gregorio che, a quanto dicono concordemente Dandolo ed il cronista Giovanni, era un fratellastro dell’antecessore Vittorio. Siamo perciò costretti a concludere che la madre di Gregorio, vedova del vecchio doge Orso Partecipazio, contrasse seconde nozze con Gregorio Andreadi; chè tale era il nome del padre del nuovo Patriarca.

 

 

Ma Orso Partecipazio era morto soltanto nell’881, quindi il Patriarca susseguente poteva essere nato tutto al più nell’anno 882: evidentissima conseguenza si è che che quest’ultimo occupò la sede di Grado, fanciullo ancora di quattordici anni. Però la stessa cosa fu pure di Vittore, fratellastro e predecessore di Gregorio. Quindi, se sua madre era ancora così giovane nell’881 alla morte del primo marito Orso, da contrarre un nuovo matrimonio e da generare figli, ne segue che Vittore, che io dissi fatto Patriarca nell’878, contava in quest’anno dieci o dodici anni al più.

 

 

Il patriarca Gregorio tenne la sede di Grado un anno, sei mesi e ventidue giorni appena. La morte o la deposizione del fanciullo accadde dunque nell’anno 897, al più nell’898. Gli fu dato a successore Vitale II, figlio di Partecipazio Giannetto, di soprannome Pauretta, che era allo stesso tempo indubbiamente un prossimo parente di Orso Partecipazio II; il quale portava pure quel soprannome ed era fatto doge di Venezia nel 912 dopo la morte del suo predecessore Pietro Tribuno. Da ciò si vede che i Partecipazi, ad onta delle recenti disgrazie toccate alla loro casa, erano potenti abbastanza, perché le più alte dignità ecclesiastiche delle isole fossero conferite a membri della loro famiglia. Vitale II resse il Patriarcato per tre anni ed alcuni mesi soltanto; dunque fino al 900 circa. Subentrò poi nella sua dignità il patriarca Domenico, figlio legittimo del doge d’allora, Pietro Tribuno, e vi rimase per quasi otto anni, fino al 908. In quest’anno fu insediato a Grado Lorenzo della famiglia dei Mastalici, le cui mene ambiziose ci sono già note. Egli governò il Patriarcato un po’ meno di tredici anni, e dopo di lui soltanto troviamo dei Patriarchi che reggono più lungamente.

 

 

E’ chiaro: non basta soltanto sapere che giovanetti minorenni sedettero ripetutamente a Grado; conviene inoltre spiegare quel rapido scambio della massima parte dei Patriarchi. Due cause si possono ammettere: l’assassinio o la deposizione violenta. In favore di quest’ultima sta il fatto, che Dandolo ed il cronista Giovanni, mentre dicono d’ordinario dove furono sepolti i Patriarchi, trattandosi di alcuni di questi non fanno la solita osservazione. La discordia delle grandi famiglie veneziane, da cui era turbata la vita cittadina, si rifletteva pure negli affari ecclesiastici.

 

 

Una casa dunque tentava di scavalcare l’altra per poter mettere, con le buone o con le cattive, i figli secondogeniti in possesso dei vescovadi vacanti, e della sede di Grado principalmente. Cose orribili devono essere accadute per tal motivo; cose che i cronisti copersero con un velo, e che Dandolo si arrischia appena a far trasparire qua e là con un semplice cenno.

 

 

Ora, del fuoco acceso dal martire Pietro, non avrà forse continuato ad ardere alcun avanzo sotto la cenere? E’ certo che egli lasciò eredità di buoni semi.

 

 

Dandolo narra: “(verso il 910) la sede di Olivolo fu occupata da Domenico, nativo di Malamocco, figlio di Barbaro Mauro; egli resse il vescovado per cinque anni e sei mesi. Corre tradizione che egli sia stato insediato in contrasto con il doge Pietro, del patriarca Lorenzo e degli altri vescovi della Venezia marittima”.

 

 

Questo sarà stato l’effetto della pressione d’un partito cattolico segreto, il quale operava con la convinzione che il cristianesimo non era stato fondato su questa terra per procurare vescovadi ai figli secondogeniti di una avida ed empia aristocrazia del danaro, né per servire quale strumento a vergognose lotte di partito. Né meno serve a confermarmi nell’idea che sopra espressi, lo strano successore che ebbe Domenico, figlio di Mauro.

 

 

Dandolo prosegue così: “(verso l’anno 915 sotto il doge Orso II Partecipazio succeduto a Pietro Tribuno) un secondo Domenico, nativo di Venezia, figlio di Pietro Ortiano, fu fatto vescovo di Olivolo (ossia della città di Venezia). Clero e popolo avevano sostenuta d’accordo la sua esaltazione, benchè poi Domenico stesso accettasse il vescovado con ripugnanza. Questi aveva bensì grande familiarità con le Sante Scritture, ma era ammogliato, aveva donna e figli, che vissero con lui nel palazzo vescovile, osservando egli tuttavia la castità. Tenna la sua sede per diciotto anni e sette mesi, poi abdicò e andò pellegrino a Gerusalemme”.

 

 

A mio parere l’aristocrazia veneziana, vedendo il primo Domenico prestarsi in favore della Chiesa romana e dei principi del cattolicesimo, lo cacciò ed in sua vece introdusse un laico ammogliato. Essa voleva far comprendere per tal modo che, se le tornasse opportuno, il cattolicesimo non avrebbe per niente attecchito in Venezia, ma vi sarebbe fiorito e prosperato il bizantinismo.

 

 

Dandolo conludendo dà un giudizio generale sul governo del doge Pietro, e dice: “parecchi (cronisti veneti più antichi) scrivono che Pietro fu duro ed ingiusto nel suo governo, e che perciò egli fu tolto di vita dal popolo. Tutto ciò è falso, come è accertato da documenti contemporanei. Pietro fu principe saggio, benigno, pacifico, e morì di morte naturale dopo aver retto il ducato ventitrè anni ed altrettanti giorni”.

 

 

Così veniamo a sapere che prima di Andrea Dandolo vi erano molti altri ( e non il solo cronista Giovanni, citato di tratto in tratto), i quali avevano scritto la storia di Venezia e i cui lavori non esistono più; come pure che Dandolo stesso componeva l’opera sua, attingendo in gran parte le sue notizie da documenti.

 

 

Le date sulla durata del governo dei Dogi sono specialmente degne di fede; è chiaro che a determinarle gli servirono siccome fonti alcuni antichi cataloghi. Ora, l’aver fissati gli anni e i mesi del ducato di Pietro conduce ad una conclusione importante. Come sopra dimostrai, il doge Pietro Candiano I, dopo avere governato per cinque soli mesi, fu ucciso il 18 settembre 887 dagli Slavi di Narenta.

 

 

Giovanni Partecipazio riprese tosto il ducato per la seconda volta, e lo resse per sei mesi e tredici giorni. Ne viene che il successore di Giovanni, Pietro Tribuno, fu eletto nei primi giorni dell’Aprile 888. Ma questi tenne il ducato fino alla sua morte, ventitrè anni e ventitrè giorni in tutto; egli perciò deve necessariamente essere morto nell’Aprile, o al più tardi, al cominciare del Maggio 911.

 

 

Pure l’elezione di un nuovo Doge avvenne, secondo il Dandolo, soltanto nell’anno 912; segue da ciò che Venezia rimase senza capo per circa otto mesi, o, in altre parole, che allora vi fu un piccolo interregno.

 

 

Dandolo dice: “dopo la morte di Pietro fu confermato a Doge nell’anno 912 Orso II Partecipazio”.

 

 

Qui egli adopera per la prima volta di nuovo e dopo lunga interruzione certe espressioni, analoghe a quelle che egli usava a buon diritto parlando dei Dogi veneti del secolo ottavo. Chi deve aver confermato Orso? Certamente, non può essere stata che la corte bizantina. Ammesso questo, si spiega benissimo come dovessero passare almeno otto o nove mesi in maneggi che facevano a Costantinopoli le più potenti famiglie veneziane per procacciare il ducato ad uno dei loro, fino alla decisione lungamente attesa dall’imperatore. Ciò che Dandolo vien poi narrando non lascia alcun dubbio che l’opinione or ora esposta sia verità storica.

 

 

I Dogi antecedenti di casa Partecipazio, com’è già stato dimostrato, l’avevano rotta con la corte greca: quest’ultimo non si comportò così, e prese invece la via opposta.

 

 

Dandolo continua: “Orso Partecipazio, che portava il soprannome di Pauretta, appena fatto Doge, mandò suo figlio Pietro a Costantinopoli. L’imperatore lo ricevette assai bene, lo insignì del titolo di Protospatario, gli fece ricchi doni e gli permise poi di ritornarsene in patria”.

 

 

Tali viaggi dei figli dei Dogi veneziani a Bisanzio sono ricordati frequentemente, come noi sappiamo; ma, ad eccezione d’un caso solo, le fonti non dicono mai quanto durasse la dimora loro nella capitale dell’Oriente. Dandolo narra che Pietro Candiano II (successore di Orso Partecipazio), Doge dal 932 al 939, e così per sette anni, inviò alla corte greca uno dei suoi figli, subito dopo entrato al potere.

 

 

Anche il cronista Giovanni dà questa notizia, soggiunge però immediatamente che il padre visse ancora cinque soli anni dopo il ritorno del figlio. La dimora di questo in Bisanzio durò quindi due anni interi. Si comprende dunque che quei giovani signori non si recavano alla corte orientale per semplice formalità e per esprimere auguri di felicità; ma per servire da ostaggi della fedeltà dei padri loro e per essere ammessi alla scuola.

 

 

Pietro, il figlio del doge Orso II Partecipazio, ritornando da Costantinopoli cadde nelle mani di pirati slavi, che lo svaligiarono e poi lo spedirono a Simeone, re dei Bulgari, che pare fosse nemico del padre. Il vecchio Doge riuscì soltanto con fatica a riscattare suo figlio.

 

 

Le fonti sono scarse sulla storia di Orso II; il cronista Giovanni gli dà poche linee, ed anche Dandolo non conosce che tre atti politici compiuti da Orso II, benchè questi fosse stato Doge vent’anni. Rodolfo di Borgogna aveva ottenuta la corona d’Italia l’anno 922. Mentre teneva corte in Pavia dopo il capodanno del 924, comparvero dinanzi a lui il vescovo Domenico di Malamocco ed il laico Stefano Caloprini (discendente da una delle più antiche famiglie veneziane), quali ambasciatori del doge Orso II Partecipazio, pregando per la solita rinnovazione del trattato carolingio dell’810.

 

 

Ciò che essi domandavano fu accordato con atto del 28 febbraio 924. Dandolo aggiunge: “poiché gli inviati ebbero dimostrato che i Dogi di Venezia battevano moneta da tempo antico, re Rodolfo riconobbe loro anche questo diritto”.

 

 

Difatti vi sono delle monete veneziane che risalgono per cosa certa bene addentro il secolo nono. Si conoscono due denari: il primo con l’effigie dell’imperatore Lotario I da una parte, e dall’altra l’iscrizione Venecia; il secondo ha l’effigie dell’imperatore Lodovico II (che era figlio del primo Lotario e nipote di Lodovico il Pio), e sul rovescio la stessa iscrizione. Oltre di ciò ho già mostrato come siano menzionati monetieri propri (monetarii) nella Venezia fin dal cominciare del nono secolo.

 

 

Quando re Rodolfo fu del tutto abbattuto dal provenzale Ugo, il Doge brigò allo stesso modo presso al nuovo signore d’Italia per la conferma degli antichi trattati, e la ottenne con atto del 26 Febbraio 927. Dandolo nota inoltre, che Orso Partecipazio oppresse per lungo tempo gli abitanti delle isole di Chioggia, ma che in fine si mostrò arrendevole e benigno con essi. Le sue parole sono queste: “il doge Orso opprimeva oltre misura quei di Chioggia; ma quando venne a sapere che dal suo predecessore (pietro Tribuno) era stato loro concesso un privilegio di franchigia, non soltanto desistette dalla persecuzione, ma d’accordo col popolo rinnovò anche il privilegio”.

 

 

Il motivo, che Dandolo adduce del cambiamento di pensiero di Orso, non ha alcuna consistenza; poiché è cosa impossibile ad immaginarsi che sia rimasto ignoto al Doge ciò che aveva fatto il suo antecessore per Chioggia, od almeno che i Chioggiotti stessi non abbiano presentato fin dapprincipio al Doge la pergamena di Pietro, se pure quello non ne avesse saputo nulla per altri modi.

 

 

Io dico brevemente la mia opinione: il doge Pietro Tribuno, per guadagnarsi un appoggio in Chioggia, ossia, a parlar chiaro, per poter contare sulle braccia e sulle armi di quegli isolani, aveva loro accordati dei diritti straordinari, mitigando i loro tributi od i servigi d’obbligo; poiché Chioggia era, secondo tutte le apparenze, un paese soggetto come Poveglia, dove erano stanziate le guardie del corpo del doge Pietro Tradonico. Ora questo vincolo di fedeltà sollevò la gelosia del Partecipazio, che perciò oppresse gli isolani, finchè questi gli promisero di prestargli i servigi già dovuti a Pietro Tribuno, cioè fino al momento in cui disertarono dalla casa di Pietro, che era congiunto di sangue con Tradonico, alla sua.

 

 

Finalmente la nomina di Domenico, laico ammogliato, a vescovo di Olivolo-Venezia, accadde anch’essa durante il dogato di Orso II Partecipazio. Il Doge non poteva essere veramente uomo pio e devoto, allorchè metteva mano a quest’atto di violenza. Lo divenne però più tardi. Dandolo dice: “Orso II Partecipazio, dopo aver governato per vent’anni compiuti ed essersi fatto vecchio canuto, si ritirò in un monastero rinunciando al mondo, e morì monaco”.

 

 

Questo era il primo caso di un Doge di Venezia che vestisse il sacco. Tristi vicende, lotte infruttuose contro gli avversari politici avranno in parte contribuito a tale decisione. Io presumo inoltre che dal ritirarsi del Doge dipenda anche l’abdicazione del vescovo ammogliato, il quale, secondo la testimonianza già addotta del Dandolo, abbandonava improvvisamente il palazzo vescovile, rinunciava alla dignità ed andava in pellegrinaggio a Gerusalemme, evidentemente per espiare il misfatto commesso.

 

 

L’altro Domenico, che precedette l’ammogliato ed ebbe la sede di Venezia nonostante il Doge di allora (Pietro), resse però la sua Chiesa per cinque anni e sei mesi soltanto, e (lo provano indizi certissimi) fu zelante del diritto e della disciplina di Roma. Ammesso che il primo Domenico sia stato nominato al principio dell’anno 909 (ciò che si accorda benissimo con le parole del Dandolo), la sua morte o la sua deposizione avvenne nel 914; in seguito Domenico l’ammogliato, che succedette immediatamente all’altro, tenne la dignità per diciotto anni e sei mesi, sicchè ne risulta che quest’ultimo deve avere intrapreso il pellegrinaggio a Gerusalemme precisamente al tempo in cui il doge Orso II Partecipazio entrava in monastero. Chi mai vorrà dubitare che il partito cattolico, fuor di dubbio esistente in Venezia, non abbia messo prontamente a profitto quella risoluzione che attestava il verace sentimento del vecchio Doge, per cancellare la vergogna del vescovado affidato ad un laico ammogliato?

 

 

Pietro Candiano II, figlio di quello che gli Slavi di Narenta avevano ucciso il 18 dicembre 887, fu eletto Doge l’anno 932, dopo che il vecchio Orso Partecipazio s’era già fatto monaco. Il padre Candiano era dunque morto 45 anni prima dell’elezione del figlio; ne segue perciò, che questi contava allora almeno 50 anni circa, poiché il padre stesso aveva raggiunta l’età di 45 anni, e può aver quindi lasciato dei figli in età minore. Il nuovo Doge, appena compiuta l’elezione, mandò suo figlio Pietro a Costantinopoli, dove fu insignito del titolo di Protospatario ed in ogni altro modo onorato dall’imperatore.

 

 

Questa ambasceria prova che la corte bizantina aveva approvato l’elezione di Pietro Candiano II; il viaggio del figlio poi è quello stesso che io addussi addietro, per dimostrare che l’assenza durò due anni interi.

 

(Continua alla parte terza capitolo I - Il doge Pietro II Candiano. L'Istria.)