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UN GRANDE PROTAGONISTA DEL MEDIOEVO ITALIANO

EZZELINO III DA ROMANO

La fine in solitudine e nel sangue                         

 

di Gianni Giolo

(Parte Quinta)                              

 

 

La grande svolta guelfa

 

 

Federico aveva fatto di tutto per evitare la destituzione del concilio di Lione, ma non era riuscito nel suo intento e, a cose fatte, esclamò – si racconta - che la sua corona non gliela avrebbe strappata né il papa né il concilio senza una guerra sanguinosa (frase celebre ripresa da Napoleone).

 

 

E la guerra di Federico era la guerra di Ezzelino, che non poteva più tirarsi indietro. Alla fine del 1247 infatti lo vediamo dar man forte all’imperatore sotto le mura di Parma. Frattanto Federico, dopo essere stato deposto a Lione, subì sconfitte e defezioni da ogni parte.

 

 

Il potere dell’impero si era spostato a Roma ed era esercitato dal papa in persona che voleva portare a compimento la grande svolta guelfa.

 

 

Nel 1250 Federico morì. Ezzelino così si trovò a fare il ghibellino, ossia schierato dalla parte dell’impero, senza che vi fosse un vero imperatore. In questo modo tutto il peso dell’impero ricadeva sulle sue spalle. Certamente però non gli passò neanche per l’anticamera del cervello di farsi guelfo, mettersi con il papa e tradire l’ideale dell’impero. Doveva essere l’altro Federico anche se Federico non c’era più.

                           

 

Verona e Padova

 

 

Con la svolta guelfa il rapporto abbastanza buono che esisteva fra Ezzelino e le città cambiò in modo consistente. Lo si vide dagli avvenimenti che si verificarono a Verona, la città meno ostile al signore della Marca. La fortuna di Ezzelino era dovuta all’alleanza con i Monticoli e i Quattuorviginti che dominavano il Comune e prosperavano con i beni delle famiglie signorili cacciate o fuoruscite.

 

 

Ezzelino si liberò di questi alleati e personalizzò il suo potere volendo fare da solo il signore della città. Però non la consegnò in mano ai suoi fedelissimi e non si servì – come fece a Padova – di terribili “proconsoli”, ma mantenne in carica il podestà e gli altri organi del Comune. Si dice che tutto sommato non trattò Verona come Padova, ma rispettò le legalità comunali. Questo però non è vero.

 

 

Dopo la cacciata o la naturale dissoluzione dei Monticoli e dei Quattuorviginti il Comune non esisteva più. E questo perché al governo rimase il solo Ezzelino o un suo scherano.

 

 

Perché il da Romano si comportò così? Era stanco di essere continuamente coinvolto nelle faide interne, sempre in lotta fra di loro, del vecchio Comune. Egli lo voleva diverso e più aperto alla grande maggioranza delle forze cittadine in vista della nuova situazione che si era venuta a creare nell’impero. Bisognava farla finita con le autonomie cittadine.

 

 

Ezzelino era sicuro che in questo modo si sarebbe comportato anche Federico. E così fece anche a Padova. A partire dal 1244 licenziò Galvano Lancia, l’uomo di Federico, e mise a capo del Comune un proprio uomo. Bisognava far fronte preparati alle nuove necessità dell’impero. E soprattutto era necessario farla finita con l’opposizione delle famiglie aristocratiche appoggiate dagli Estensi, da Venezia e dal papato.

 

 

Ma la lotta di Ezzelino contro i signori di Padova non fu appoggiata dal popolo che preferì rimanere neutrale e stare a guardare come evolvevano gli eventi. Il da Romano si rendeva conto che bisognava far di tutto per sostenere la sorte traballante dell’impero. Molti si chiedevano: perché sostenere a tutti i costi un imperatore scomunicato ed esecrato dal papa? Ezzelino era deciso invece a combattere, senza se e senza ma, per l’impero. E da allora si comportò come fosse lui l’imperatore.

                           

 

La grande tirannia

 

 

E così dopo il 1249 cominciò la fase nera e terribile della sua tirannia. Fu tutto un susseguirsi di condanne a morte odiose e di detenzione dei suoi nemici in prigioni come le “Zilie”, da cui uscivano ogni giorno carri di cadaveri.

 

 

Il Rolandino scrive che fece cose che “non si ritenevano possibili”. Ezzelino fu senza dubbio un feroce tiranno, ma le violenze da lui perpetrate sono di minore entità rispetto a quelle di Federico II.

 

 

Dopo la battaglia di Cortenuova l’imperatore si vantava di aver lasciato sul campo “mucchi di cadaveri”. La sua ira si esercitò soprattutto contro alcuni vescovi che furono cacciati, sottoposti a torture e messi a morte. Egli fu violento anche con i suoi familiari soprattutto con suo figlio Enrico che lasciò morire in carcere. Crudelissimo fu con Pier delle Vigne, uno dei suoi più stretti collaboratori, che accusato di tradimento, si suicidò in carcere.

 

 

Ne parla Dante che ne prende le difese nel XIII canto dell’Inferno: “io son colui che tenni ambo le chiavi / del cor di Federigo, e che le volsi, / serrando e diserrando sì soavi, / che dal segreto suo quasi ogn’uom tolsi”.

 

 

L’imperatore praticò quindi la violenza perché, a suo avviso, doverosa e salutare (anche la Chiesa usava la forza contro gli eretici perché riteneva che l’eterodossia fosse un cancro da estirpare con ogni mezzo). Le violenze di Ezzelino furono fatte per ottenere un bene superiore che era quello dell’impero e per il doveroso “esercizio di una rigorosa giustizia”.

 

 

Egli fu costretto ad agire così quando venne circondato da forze ostili che lo premevano da ogni parte e quando si vide tradito anche dagli amici più fidati che manovravano contro di lui. La sua tirannide si esercitò certamente contro Padova, meno contro Verona e meno ancora contro Vicenza, ridotta a città satellite e di riserva di militari e funzionari pronti a intervenire a suo sostegno.

                           

 

La presa di Monselice

 

 

Nel giugno del 1249 Ezzelino s’impadronì di Monselice cacciando il legato imperiale. Gli storici dicono: ecco Ezzelino ha gettato la maschera mostrando la sua vera faccia di falso sostenitore dell’imperatore, ma non è detto che questa sia la giusta interpretazione della presa di Monselice, un episodio che si inserisce in una serie di iniziative militari tutte mirate a sostenere l’impero.

 

 

Nello stesso tempo attaccò il patriarca di Aquileia che si era schierato dalla parte della causa guelfa e cercò di convincere i nobili friulani di abbracciare la causa dell’impero.

 

 

Come si comportò Ezzelino  con il nuovo imperatore Corrado IV, secondogenito di Federico? Costui morì giovane nel 1254 lasciando come successore il figlio Corradino di due anni. E come si comportarono gli altri sostenitori dell’impero come Oberto Pallavicino, signore di Cremona, braccio destro anche lui di Federico? Quest’ultimo si schierò subito dalla parte di Corrado ricevendo come premio, nel 1251, il dominio, oltre che di Cremona, anche di Piacenza, Pavia e Vercelli.

 

 

Visto l’esempio del Pallavicino anche Ezzelino prese le parti di Corrado. Del resto non aveva scelta: o mettersi con l’imperatore e con i ghibellini oppure perdere quel potere sempre più traballante che si era conquistato con tanti anni di guerre e di conflitti. Pensò quindi che la prima cosa da fare era quella di allearsi con Oberto Pallavicino. Nel marzo del 1252 i due signori fecero un patto di reciproco sostegno a favore dell’impero e in onore dell’imperatore Corrado.

 

 

In pratica Oberto si dichiarava disponibile a sostenere Ezzelino nella Marca e a sua volta Ezzelino ad aiutare Oberto in Lombardia. Il papa cercò in tutti i modi di opporsi alla alleanza dei due, addirittura dichiarandosi disposto a un accordo con Ezzelino, ma il signore della Marca tirò dritto per la sua strada e rinnovò nel 1254 il patto con Oberto non più in onore di Corrado IV, come la prima volta, ma “contro chiunque s’intitolasse imperatore o re e relativi sostenitori”.

 

 

L’accordo serviva ad allearsi contro Guglielmo d’Olanda, l’imperatore voluto dal papa. Ancora una volta Ezzelino si schierava contro Innocenzo IV, che lo aveva scomunicato, a favore dell’impero.

                           

 

Una nuova crociata

 

 

Il papa come reazione all’accordo fra i due bandì una crociata. Scrisse una lettera agli inquisitori dell’Alta Italia incaricandoli di promuovere una   crociata contro gli eretici della loro area. Coloro che avrebbero aderito avrebbero potuto ottenere le stesse indulgenze dei crociati in Terrasanta. Tutti i cristiani in grado di combattere erano invitati a parteciparvi eccetto Ezzelino e Oberto. Un bel pretesto per combattere il più odiato e temibile avversario della Chiesa.

 

 

La vera ragione dell’azione del papa era promuovere la svolta guelfa e combattere gli avversari che erano gli eretici cioè i ghibellini (i due termini allora erano sinonimi) che non si attenevano alle disposizioni della Santa Sede. Ma questa crociata non si verificò per la morte dello stesso pontefice (dicembre 1254). Anche gli ambienti della Curia romana ritenevano pericolosa una guerra contro i Comuni dell’Alta Italia.

 

 

Ezzelino allora constatò che neppure il papa era in grado di combatterlo e che l’alleanza con Oberto era un’operazione vincente destinata ad avere sempre più successo. Fu allora che ebbe la strana idea, forse in un momento di delirio di onnipotenza, di promuovere lui stesso una svolta ghibellina. Ma il folle progetto richiedeva l’appoggio delle Chiese locali, dei vescovi, dei parroci, dei frati, delle masse di fedeli che ormai lo avevano abbandonato. Non si era reso conto che la svolta guelfa aveva una base popolare, mentre il suo sogno imperiale risultava inattuabile.

 

 

E poi bisognava fare i conti con il nuovo papa Alessandro IV che aveva obiettivi diversi da quelli di Innocenzo IV. Egli scrisse una lettera al fratello guelfo di Ezzelino Alberico: “sappiamo bene quanto ti sei sacrificato per la Chiesa; tra poco prenderemo tutte le misure perché sia tu sia tutti i cristiani della Marca possiate star meglio”.

 

 

Alessandro IV, infatti, bandì una crociata che era diversa da quella del suo predecessore. La guerra doveva essere organizzata dalle Chiese della Marca e sarebbe stata guidata dallo stesso pontefice tramite il suo legato, l’arcivescovo di Ravenna Filippo di Pistoia.

 

 

L’obiettivo non era più la lotta agli eretici ma al solo Ezzelino, definito “persona che non aveva più nulla di umano” (homo in homines inhumanus).

 

 

Una crociata ad personam, pensata solo contro di lui e non contro il suo alleato Oberto. Insomma il papa era deciso a farla finita con la opposizione di Ezzelino e ad eliminarlo una volta per tutte.

 

 

Come prese il da Romano la tragica decisione della Santa Sede? Una cosa sola si può dire: che continuò   nella sua consueta lotta ai guelfi di Brescia, puntando sui ghibellini della stessa città. Lo stesso fece contro Trento che si era ribellata, e la costrinse ad arrendersi dopo un breve assedio.

 

 

Il delegato papale Filippo mise insieme un discreto esercito e mosse contro Padova, città fortificata dalle mura imponenti, difesa da 1500 soldati, guidati dal nipote di Ezzelino Ansedisio Guidotti. Per nulla preoccupato il da Romano, che riteneva Padova inespugnabile, continuò nelle sua normali attività, assalì, con le milizie di Verona, Vicenza e Feltre, la città di Mantova e all’impresa partecipò anche il suo alleato Oberto Pallavicino.

                           

 

La caduta di Padova

 

 

Ma quello che Ezzelino non avrebbe mai pensato avvenne. Padova cadde inspiegabilmente e il vincitore Filippo mise in fuga i difensori compreso lo stesso Guidotti che si rifugiò a Verona. C’è chi dice che i padovani lo fecero apposta per liberarsi dal giogo di Ezzelino che se la prese con l’inetto nipote e lo fece incarcerare.

 

 

Il da Romano non aveva capito che la crociata voluta dal papa era un evento sostenuto dal popolo che coinvolse i fuori usciti guelfi della Marca, specialmente i padovani. Il condottiero Filippo era convinto che presa Padova tutto il sistema di potere di Ezzelino sarebbe crollato.

 

 

Quest’ultimo non sapeva capacitarsi dell’accaduto, perché sotto il suo dominio il popolo padovano prosperava e stava bene. Perché gli si era ribellato? I crociati, presa la città, la sottoposero a saccheggi e a crudeltà di ogni genere.

 

 

Il da Romano non voleva rendersi conto che i padovani preferivano essere governati da un papa lontano piuttosto che da un signore vicino che aveva la fama di essere un tiranno. Ora non aveva più dalla sua parte il popolo e doveva far fronte alla nuova situazione con i suoi fedelissimi e con i suoi alleati esterni (Oberto e i ghibellini padani).

 

 

Ezzelino solo e senza il suo popolo. Padova si consegnò al nemico senza quasi combattere, Verona si distaccava da lui in maniera sempre più evidente. Per lui era la fine, ma il vecchio leone circondato dai nemici era deciso a vendere cara la pelle e divenne sempre più spietato e feroce. Qui nasce la sua “leggenda nera” che lo dipinge come un figlio di Lucifero, un nuovo Hitler del Medioevo.

 

 

Il suo grande errore fu dichiarare guerra al papa, il che gli alienò non solo i nobili, ma anche il popolo.

                           

 

Solo contro tutti

 

 

Ora era veramente solo contro tutto e contro tutti. Cosa avrebbe dovuto fare? Come suo padre lasciare tutto e rinchiudersi in convento? No, egli non si diede per vinto, non volle ritirarsi, ma rimanere sul campo e resistere fino alla fine.

 

 

Rolandino riporta un suo discorso ai vicentini dopo la caduta di Padova: “Dobbiamo riconoscere che quello che è successo l’ha voluto il Signore, e a noi resta di restare uniti e compatti pronti a combattere da veri uomini”. Da questo momento in poi si abbandonerà a una violenza senza precedenti tanto da essere chiamato “distruttore dell’umanità”. Prima di assediare Mantova scrisse ai cittadini. Volete andare con il papa? ubbidirete alle sue leggi, volete andare con l’imperatore voluto dal papa? Ubbidirete alle sue leggi. Se invece resterete con me io vi lascerò le vostre leggi, i vostri privilegi e avrete la stessa libertà di cui godono i veronesi. Ezzelino portò l’esempio di Verona come città in cui si era realizzato l’ideale di conciliare il massimo di autorità dell’impero con il massimo di libertà dei cittadini.

                           

 

I Crociati si ritirano

 

 

I crociati dopo aver conquistato Padova si mossero contro Vicenza sotto la guida del marchese d’Este. Ma all’improvviso accadde una cosa straordinaria e imprevista: i crociati sciolsero le file e se ne tornarono nelle proprie città.

 

 

Cosa era successo? In loro aiuto erano sopraggiunte da Treviso le truppe di Alberico. I crociati gli si rivoltarono contro per il fatto che si era sparsa la voce che si era riconciliato con il fratello Ezzelino.

 

 

Alberico godeva di pessima fama perché aveva governato e governava la città di Treviso con il terrore, l’aveva spogliata e ridotta alla miseria. Per i crociati Alberico ed Ezzelino erano la stessa cosa. Del resto come poteva stare dalla parte del papa chi si era comportato come suo fratello Ezzelino?

 

 

Una cosa era impellente e non doveva essere rimandata: la riconquista di Padova. Bisognava agire subito prima che i crociati si riorganizzassero su scala generale attirando a sé tutti gli abitanti della Marca. Il Comune intanto aveva confiscato tutti i beni che Ezzelino possedeva in città e nel territorio e aveva proclamato il 20 giugno, giorno in cui i crociati avevano messo piede a Padova, come festa cittadina che doveva essere celebrata ogni anno nella chiesa di Sant’Antonio.

 

 

Ezzelino per riconquistare la città allestì un poderoso esercito “imperiale” costituito da ghibellini provenienti da Pavia, Bergamo, Brescia, Piacenza, Vercelli e Cremona, la città di Oberto (si erano aggiunti anche i fedelissimi pedemontani e cavalieri tedeschi). Un esercito che superava di tre volte quello dei nemici.

 

 

Procedette all’assalto della città che però resse all’urto e lo respinse. Il da Romano invece di continuare nell’impresa, inspiegabilmente, lasciò l’assedio e si ritirò a Vicenza. Per attirare i crociati in una imboscata fece uscire tutti i soldati dalla città. La manovra non riuscì, perché parte dei vicentini si rifugiarono dai padovani che si rifiutarono di affrontare il tiranno in campo aperto. Padova quindi rimaneva la roccaforte dei crociati.

                           

 

L'accordo dei Guelfi

 

 

Dopo vent’anni di guerre Alberico decise di riconciliarsi con il fratello. Per quale ragione? Ormai Ezzelino e Alberico avevano in comune gli stessi nemici e quindi furono costretti, dopo molte diffidenze, a riconciliarsi il 3 aprile 1275. Quest’ultimo aveva assoluto bisogno del fratello per tenere Treviso, dove la rivolta dei cittadini diveniva ogni giorno sempre più violenta.

 

 

Ottenuto l’appoggio del fratello, incominciò a combattere i trevigiani ribelli. Nell’accordo Ezzelino pretese come garanzia la consegna dei tre figli di Alberico. Più che un’alleanza fu un’imposizione. Infatti Ezzelino lasciò il governo di Treviso al fratello, ma lui stesso si assunse il controllo militare della città e del suo territorio.

 

 

Il 28 aprile 1258 il papa ripropose la crociata contro Ezzelino (solo contro di lui e non contro il fratello Alberico) “scandalo della fede e macchia del popolo cristiano”.

 

 

Chi fece il nome di Alberico fu il vescovo di Treviso, esule a Venezia, che, il 16 giugno, nella chiesa di San Marco, gremita di ecclesiastici e di popolo, lesse la lettera del papa contro Ezzelino dichiarando scomunicati sia Oberto che Alberico.

 

 

Le conseguenze contro Alberico si videro subito: si moltiplicarono contro di lui le congiure e le sommosse e fu costretto ancora una volta a chiedere l’aiuto del fratello. La situazione per Ezzelino si stava mettendo male: aveva perso Padova, teneva Verona e Vicenza con il terrore, doveva sostenere il fratello a Treviso.

 

 

Il suo potere sulla Marca perdeva acqua da tutte le parti, ma lui doveva battersi per l’impero. E allora decise di partire con il suo esercito verso la Lombardia per combattere i guelfi delle varie città dell’Alta Italia. Partì con l’aiuto di Oberto verso Brescia.

 

 

I guelfi della città chiesero aiuto ai crociati di Padova che si mossero in massa guidati dal legato Filippo. Ezzelino e Oberto li attaccarono e li misero in fuga, catturando 4.000 prigionieri, compreso lo stesso Filippo. Brescia fu costretta ad arrendersi e ad accogliere i due vincitori che si spartirono la città (Oberto la divise a sua volta con Buoso da Dovara).

 

 

Ma Ezzelino la voleva tutta per sé togliendo di mezzo i due alleati. Cercò di metterli uno contro l’altro, ma Oberto e Buoso abbandonarono la città passando tra le file guelfe. Il da Romano rimase esterrefatto, non avrebbe mai pensato che i due lo avrebbero tradito e solidarizzato con i suoi nemici. Aveva commesso un errore madornale, un errore fatale. I guelfi, rafforzati dai due nuovi alleati (erano scomunicati ma questo in quel momento contava poco), fecero un patto all’ultimo sangue: non avrebbero cessato le ostilità se non dopo aver estirpato alla radice Ezzelino e la sua discendenza. Era la fine.

                           

 

L'ultimo atto

 

 

Ezzelino era solo di fronte ad un numero vastissimo di nemici che andavano dal Friuli alla valle padana. Ma lui era l’uomo dell’impero e come tale doveva comportarsi contro tutto e contro tutti.

 

 

A Milano nel 1259 il nuovo legato pontificio cacciò i capi dei nobili e dei popolari, ma Martino della Torre, capo di questi ultimi rientrò in città costringendo i nobili alla fuga. Allora costoro chiesero aiuto ad Ezzelino promettendogli la signoria di Milano. Non erano essi le colonne dell’impero?

 

 

Il da Romano accettò e partì alla conquista del capoluogo lombardo. Arrivato nei pressi di Orzinuovi, dove c’era un castello dei Cremonesi, fece finta di attaccare Oberto nel suo territorio. Accorsero subito tutti i guelfi per portargli aiuto, ma Ezzelino si diresse verso Milano cercando di prenderla con la sorpresa. Martino della Torre comprese la manovra, diede l’allarme e quando Ezzelino giunse sotto le mura di Milano trovò tutto il popolo in armi che lo aspettava. Frattanto gli alleati guelfi si erano mossi per prenderlo alle spalle. Allora cercò di prendere Monza e il castello di Trezzo, ma fu respinto sia dall’una che dall’altro.

 

 

Non gli restava di ritirarsi verso Brescia, ma tutti i passaggi dell’Adda erano stati bloccati. Cosa fece allora Ezzelino? Presso Cassano, contro il parere dei suoi, prese la decisione folle di forzare il blocco. Ma i cavalieri bresciani lo abbandonarono, mentre gli altri soldati si diedero alla fuga. Circondato dai numerosissimi nemici, ferito il capo, fu fatto prigioniero.

 

 

Oberto e Buoso lo portarono nel castello di Soncino per farlo curare dai medici. Ma lui fuori di sé rifiutò medicine e cibo, durante la notte si lacerò le ferite con le sue stesse mani e si lasciò morire in una bagno di sangue. Volle finire la vita come Catone l’Uticense che, pur di non cadere nelle mani di Cesare, si diede la morte nello stesso modo. Anche lui, come il grande romano, preferì morire libero che vivere da schiavo.

                           

 

La gioia dei nemici

 

 

Appresa la notizia della morte del “perfido e iniquo tiranno” tutto il mondo guelfo da Roma all’alta Italia, esultò di gioia.

 

 

La prima ad essere “liberata” fu Vicenza: i fuoriusciti vicentini e padovani si sbarazzarono degli ultimi fedeli di Ezzelino, che si rifugiarono a Verona. La città passò dal dominio ghibellino a quello guelfo di Aicardino di Litolfo, il podestà inviato da Padova.

 

 

Anche Bassano cambiò subito bandiera facendosi guelfa. Il 9 ottobre 1259 ottenne la protezione di Padova. Poi fu la volta di Verona che venne governata da un veronese, Mastino della Scala, con la qualifica di “podestà del popolo”.

 

 

Qui il passaggio da un potere all’altro non fu traumatico e la città ghibellina rimase ghibellina. A comandare era il popolo, anche se rientrarono dall’esilio gli esponenti dei vecchi partiti.

 

 

Brescia, la città che Ezzelino aveva voluta tutta per sé, rimase ghibellina e al suo comando fu posto Oberto, che si era proposto come garante di pace fra le varie fazioni in lotta. Infine Treviso, sebbene difesa da Alberico, fu liberata. Quest’ultimo si rifugiò nel castello di San Zenone, tra Asolo e Bassano. A governare il Comune fu mandato il podestà veneziano Marco Badoer, che fece di tutto per cancellare le tracce del precedente regime. La città sequestrò tutti i beni di Ezzelino e condannò a morte Alberico e tutti i membri della sua famiglia.

                           

 

L'eccidio di San Zenone

 

 

Lui stesso e i suoi figli erano destinati all’impiccagione, mentre la moglie e le figlie al rogo. I fedelissimi di Ezzelino (non tutti) passarono dalla parte dei nemici e furono assolti dai vescovi delle varie città dalla “colpa” di aver sostenuto il tiranno.

 

 

E venne il giorno della vendetta che passò sotto il nome di “Eccidio di San Zenone”. Nell’estate del 1260 un esercito di guelfi alleati – tra cui l’estense, Buoso da Dovara, Biaquino da Camino e i soldati della Marca - assalirono il castello di San Zenone dove si era rifugiato Alberico, che si arrese, sperando che fosse risparmiata la vita a sé e ai suoi familiari. Invece a Treviso, davanti a una folla inferocita e avida di vendetta, ebbe luogo la strage degli ultimi parenti di Ezzelino.

 

 

La prima vittima fu Alberico che dovette assistere al massacro dei suoi familiari. I sei figli maschi (uno era ancora lattante) furono squartati (i brandelli di carne furono gettati in faccia al padre), mentre la moglie e le figlie furono denudate, sottoposte alle più ignobili sevizie e poi bruciate al rogo. Poi fu la volta di Alberico, che fu legato alla coda di un cavallo, trascinato nella polvere, e dato in pasto ai cani.

 

 

Il dominio che Ezzelino si era creato in trent’anni di guerre continue crollò miseramente in pochi mesi. Fu solo un personaggio negativo che lasciò dietro a sé una lunga scia di sangue? No, non è così. “Egli fu – scrive Cracco – davvero un pilastro portante per la sua epoca, una forza viva senza la quale il suo secolo sarebbe stato più povero”.

 

 

Tutto ciò che fece non lo fece per odio dei suoi simili ma perché dominato e convinto dalla grande idea dell’impero. Per l’impero visse, per l’impero combatté, per l’impero morì. Credo che questo giudizio possa essere condiviso da tutti.

                           

 

La damnatio memoriae

 

 

Ezzelino era morto fisicamente, ma doveva morire anche spiritualmente. La propaganda guelfa fu spietata: di lui bisognava distruggere la memoria. In tutti i documenti rimasti si dicono   sempre le stesse cose e cioè che era stato “un tiranno perfido e iniquo”, “un persecutore del cristianesimo”, “un distruttore degli uomini della Marca”. Nulla doveva ricordare il suo nome. Probabilmente gli scritti che ne parlavano bene furono distrutti.

 

 

Del resto lo stesso era avvenuto per Federico II, del quale possediamo pochi documenti che elogiano il suo operato mentre ne abbiamo moltissimi che lo condannano.

 

 

La propaganda guelfa lo ricoperse di fango chiamandolo ateo e epicureo, l’Anticristo in persona, colui che derideva le fedi e le credenze religiose. Salimbene da Parma scrisse di lui: “se fosse stato cattolico, e avesse pensato a Dio, alla Chiesa e alla sua anima, sarebbe stato uno dei più grandi imperatori del mondo”.

 

 

Non furono risparmiate critiche neppure a San Francesco. Federico fu un imperatore, Francesco un santo, ma Ezzelino cosa era stato? Non era né l’uno né l’altro e come tale si trovò oggetto delle più atroci e false calunnie. Eppure la montagna di fango che gli cadde addosso non riuscì a cancellarne il nome e a oscurarne l’identità.

 

 

Nella Marca, ritornata ad essere divisa e senza libertà, senza benessere e in balia dei nuovi signori, non certo migliori dei precedenti, non mancarono coloro che lo ricordavano con nostalgia. “In tempi difficili, – conclude Craccodensi di tempeste e di catastrofi, il ricordo di chi – come Francesco, come Federico, come Ezzelino – aveva portato un’idea di salvezza non poteva venir meno. Perché si confondeva con le speranze e con i sogni. E le speranze e i sogni non muoiono mai”.

 

Gianni Giolo

 

Curriculum

Gianni Giolo, nato a Vicenza il 9/11/1940, laureato in Lettere classiche all’Università di Padova, ha insegnato materie classiche al liceo classico “A. Pigafetta”, e latino e greco biblico all’Istituto Superiore di Scienze Religiose di Vicenza. Ha scritto saggi di epigrafia latina, sulla tragedia greca (“Il concetto di philia nella tragedia di Euripide”) e sulla retorica nel mondo antico, pubblicati dall’università di Padova. Ha curato un’antologia di Aleardo Aleardi, ha tradotto le poesie di Saffo, il Fedone di Platone, La vita felice e La tranquillità dell’anima di Seneca, La Magia di Apuleio, i Dialoghi di Luciano, le Confessioni di Sant’Agostino e i Vangeli. Ha pubblicato un libro di poesie “Idilli palladiani” (Edizioni del Leone). Ha scritto con l’Editrice Veneta “Scrittori di Vicenza”, “Lettere di Giacomo Zanella a Alvisa Dalle Ore” (2006), “Da Zanella a Meneghello” (2008). Nel 2011 è entrato nella rosa dei finalisti del premio di Torino “I Murazzi”, diretto da Sandro Gros-Pietro e ha visto pubblicato il libro di poesie “Cento Sonetti” (Genesi Editrice). Nel 2012 ha pubblicato il libro “Zanella e Leopardi” (Editrice Veneta), recensito da Armando Santinato nella rivista “Vernice”. Nel 2015 ha pubblicato il romanzo “A ciascuno il suo” che ha vinto il premio I Murazzi di Torino per l’inedito 2015 (Genesi Editrice). Collabora con giornali, periodici e riviste letterarie.