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UN GRANDE PROTAGONISTA DEL MEDIOEVO ITALIANO

EZZELINO III DA ROMANO

Avere il Papa come nemico               

 

di Gianni Giolo

(Parte Quarta)                                              

 

 

VICENZA NEL 1237

 

 

Dopo l’assedio da parte dell’imperatore del 1237 Vicenza era una città vuota destinata a ubbidire a Ezzelino che la “normalizzò” secondo le direttive di Federico. Un suo uomo, il podestà Tommaso di Santa Lucia, governò la città eseguendo i suoi ordini.

 

 

Essa disponeva di una ventina di maestri, di una quindicina di medici e di 200 notai. L’economia si sviluppò per la presenza di una settantina di mestieri. Fra i padovani e i veronesi Ezzelino preferiva i vicentini; si definì loro “padre” e li invitò a essere “figli” devoti e fedeli ed essi assecondarono i suoi desideri convinti che sotto di lui si stava meglio di prima.

 

 

Con Ezzelino erano sicuri di non essere più invasi dai padovani o dai veronesi, e con lui la città rinacque dal punto di vista dell’ordine, della legalità, della sicurezza e dell’economia. Vicenza cessava di essere socialmente lacerata, depressa, priva di capi e sempre in pericolo di perdere la sua libertà. Il signore della marca le diede una dignità e anche un identità politica, tanto che nel 1239 ospitò lo stesso imperatore che fu accolto in chiesa (nonostante fosse stato scomunicato dal papa) con tutti gli onori dal vescovo Manfredo e dalla folla festante. Un momento magico per la cittadina berica.

                                  

 

Abitava a Verona

 

 

Il suo cuore era a Vicenza, ma abitava sempre a Verona. Nel 1249 i suoi nemici che volevano eliminarlo andarono a Verona perché erano sicuri di trovarlo là. Verona era la “capitale” del suo impero.

 

 

Shakespeare scrive: “Non c’è mondo fuori delle mura di Verona”. Era l’unica città della Marca ad avere tradizioni regie e imperiali. A differenza di Padova e Vicenza che furono costrette a diventare “imperiali”, Verona fin dal 1232 si era schierata dalla parte di Federico: era stata filoimperiale e continuava ad esserlo.

 

 

Fu l’imperatore a obbligarlo a risiedere a Verona? O fu una sua scelta personale? Ezzelino governò la città con suoi uomini di fiducia, primo fra tutti Enrico da Egna, suo nipote.

 

 

Il Comune aveva il suo centro nelle signorie rurali che scelsero di abitare non in periferia e preferivano la vita cittadina. Quelli che continuarono a vivere sul territorio (il cosiddetto “partito dei conti”) erano il marchese d’Este e il conte di Sambonifacio. Nel 1239 Federico fece bandire i maggiori esponenti del “partito dei conti” e rimase in città solo il “partito dei Montecchi”, che si appoggiava a Ezzelino.

 

 

La città era già di per sè stessa allineata con l’impero e per questo il da Romano la preferiva sulle altre. Come Federico amava Palermo, così Ezzelino Verona. Del resto egli non voleva essere un ammiratore di Federico ma l’altro Federico e la città capitale del suo regno era Verona.

                                  

 

La paura di Padova

 

 

Quando nel 1237 Ezzelino si insediò a Padova fu una tragedia.  Una generale paura si impadronì della città. Alcuni si diedero alla fuga, ma la gente, i “popolari”, che detenevano il potere del Comune, rimasero attoniti e perplessi attendendosi il peggio.

 

 

Ezzelino disse che non intendeva destabilizzare la città, creare disordini e commettere illegalità. Per suo consiglio, o meglio ordine, il nunzio imperiale Geboardo di Arnstein convocò l’assemblea con il compito di eleggere il nuovo podestà. Tutti i presenti fecero il nome di Ezzelino che rifiutò. Allora il nunzio propose la candidatura del barone del regno caro a Federico, il conte Simone di Chieti, che fu subito acclamato podestà di Padova.

 

 

Tutto procedeva in apparenza come prima: i magistrati e gli addetti ai vari uffici continuarono il loro lavoro. Solo l’esercito comunale fu rafforzato con quello ben più agguerrito e organizzato di Ezzelino, costituito dai fedelissimi Pedemontani, dagli arcieri saraceni e dai cavalieri tedeschi.

 

 

Il Rolandino riporta un suo discorso in cui accusò la gente della Marca di essere sediziosa e senza freno, ma, per fortuna e grazia di Dio, ora aveva l’occasione di ubbidire al potere giusto e benigno dell’impero. Un appello adatto a una città altezzosa e ribelle come Padova, ben diversa da Vicenza e Verona.

 

 

Insomma un discorso non apertamente minaccioso, ma moderato che mascherava gli ordini con consigli ed esortazioni. Ezzelino non volle abitare in un palazzo, ma tenersi per così dire nell’ombra. Per esempio non fu lui ma il Comune a sconfiggere Giacomo da Carrara che si era ribellato all’impero e il castello di famiglia non fu consegnato a lui ma al podestà di Padova.

 

 

A poco a poco il da Romano si attirò i consensi non degli aristocratici ma di coloro che si opponevano alle violenze dei potenti del territorio e aspiravano all’ordine e alla pace. Dalla sua parte si schierarono i giudici e i notai, che ottennero vantaggi economici e riconoscimenti politici, gli artigiani, che accrebbero le loro possibilità di lavoro e di guadagno, i cavalieri e i borghesi delle torri e delle case, dei castelli e dei paesi. Insomma davanti all’uomo del potere imperiale i padovani fecero, come si suol dire, buon viso a cattivo gioco e fra l’uomo del Pedemonte e la potente città, come dice Cracco, “rimase un solco che gli eventi, lungi dal colmare, approfondirono sempre di più”.

 

 

Ezzelino non era un uomo di pace ma un guerriero che preferiva operare con le armi più che con le parole. Aveva sempre combattuto per la sua famiglia contro le altre famiglie, contro i Comuni, ma ora doveva battersi per gli interessi dell’impero e dell’imperatore. Così si era schierato a favore di Federico, nella battaglia di Cortenuova nel 1237, che per ringraziarlo gli aveva dato in sposa sua figlia Selvaggia.

 

 

Ma essere dalla parte dell’impero significava essere contro la Lega guelfa, il legato papale, il marchese d’Este, il conte di Sambonifacio, Venezia, la Treviso di suo fratello Alberico e tanti altri. E così Ezzelino dovette aggiungere ai suoi nemici personali i nemici dell’imperatore. Una impresa titanica che comportò 20 anni di guerre continue a partire dal 1240.

                                  

 

Guerra al Papa

 

 

Negli anni che seguirono le campagne militari di Ezzelino videro il suo impegno a fianco di Federico nella lotta contro le forze guelfe guidate dal papa. Per esempio, nel 1241-1242, assalì due volte nel Trevigiano il castello di Scorzé, distrusse e incendiò le colture agricole nelle terre del conte di San Bonifacio, occupò i castelli di Montecchio, Montebello, Arcole e Villimpenta, tolse Montagnana al marchese d’Este e la ridusse a roccaforte militare. Nel 1243 rase al suolo il castello dei Sanbonifacio.

 

 

Come risposta nel Trevigiano Alberico e i Caminesi invasero le terre di Ezzelino e del Comune di Padova; nel Mantovano il conte di San Bonifacio e il marchese d’Este distrussero il poderoso castello di Ostiglia, difeso dagli uomini di Ezzelino. Per sostenere Federico fu costretto a combattere fuori dalla Marca impegnando ed esigendo duri sacrifici a migliaia dei suoi soldati. La popolazione però era stanca di queste incursioni e guerre continue e desiderava intensamente la pace.

                                  

 

La destituzione di Federico

 

 

Nel 1245 accadde un fatto inatteso e gravido di conseguenze: a Lione, durante un concilio ecumenico, Federico II fu deposto dal trono. Il papa Innocenzo IV aveva deciso che solo la “distruzione” dell’imperatore poteva salvare la Chiesa dalla rovina.

 

 

Le accuse erano pesantissime: Federico pretendeva di imporre le sue volontà alle Chiese locali, di creare o destituire i vescovi, di intromettersi nelle decisioni dei Capitoli delle cattedrali, di voler controllare i frati mendicanti, in particolare i Minori, e i Predicatori che erano i religiosi più ascoltati dal popolo e capaci di mobilitare le folle. In una parola l’imperatore voleva esautorare la Chiesa di Roma e crearne una imperiale che obbedisse ai suoi ordini.

 

 

Il papa solo aveva il diritto di nominare i vescovi e di “normalizzare” gli ordini mendicanti, specie i Minori, che furono invitati a “clericalizzarsi” ed entrare nella gerarchia ecclesiastica (non dimentichiamo che il loro fondatore Francesco era laico), a far parte dell’Inquisizione per vigilare sulla fede e combattere le eresie.

 

 

Innocenzo IV riuscì a portare dalla sua parte tutte le forze cittadine ostili all’impero e a convincerli che solo prendendo le difese della Chiesa potevano liberarsi dall’oppressione imperiale. Fu la cosiddetta “svolta guelfa” nella storia d’Italia. Una vera e propria rivoluzione che rompeva con una tradizione secolare: il mondo era retto da due poteri, quello spirituale del papa e quello temporale dell’imperatore.

 

 

E’ la cosiddetta teoria dei due soli, espressa anche da Dante nel XVI canto del Paradiso, una concezione politica medievale e scolastica che vedeva l’autorità papale e quella imperiale di pari dignità. Il papa invece voleva concentrare su di sé ogni potestas, essere l’unico sole che illumina la terra, cioè esercitare da solo la funzione di signore assoluto della cristianità.

                                  

 

Nemico di ogni virtù

 

 

Naturalmente la decisione del papa non colpiva solo Federico ma il suo alter ego Ezzelino: il che ebbe ripercussioni dirette su tutta la Marca. Ora la figura di Ezzelino assumeva una nuova dimensione che si potrebbe definire sopranazionale: non era più solo il signore della Marca, ma il difensore dell’impero in Italia e in Occidente.

 

 

Il da Romano si trovò improvvisamente a combattere in una situazione radicalmente diversa e inattesa. Il papa lo sapeva bene e, dopo aver deciso di esautorare l’imperatore, passò ad attaccare anche il suo braccio destro. Lo fece in una lettera del 1244, in cui lo definiva “nemico di ogni virtù e persecutore della fede”, “spregiator di Dio e della Sede apostolica”, “protettore di eretici ed eretico a sua volta”, “peste orribile e catastrofica che poteva contagiare la massa dei fedeli”.

 

 

Inoltre incaricava un inquisitore di notificargli l’ordine di recarsi a Roma per giustificarsi. Inutile dire che Ezzelino non volle umiliarsi davanti al papa. Ma questo ulteriore disprezzo dell’autorità della Santa Sede servì al pontefice per tagliare definitivamente i ponti con lui.

 

 

Il 18 aprile 1248 emanò una bolla di scomunica che rincarava tutte le precedenti accuse e definiva il da Romano “belva sanguinaria in sembianze d’uomo”, “nemico pubblico del genere umano” ed “eretico manifesto”.

 

 

Ezzelino dopo la scomunica cambiò politica e si trasformò in tiranno? Si può solo constatare che la bufera che si abbatté su Federico colpì anche lui che non era certo disposto a subire e a chinare la testa.

                                  

 

Dopo la scomunica

 

 

Dopo la scomunica i vescovi che per lui provavano simpatia (come quello di Vicenza) furono costretti a ritirarsi nelle loro sedi, preti e religiosi suoi amici o non nemici a lasciare la Marca, o mettersi a predicare contro di lui, o passare dalla parte dei suoi nemici.

 

 

Nel 1249 il patriarca di Aquileia Bertoldo si alleò con i suoi più acerrimi nemici: il Marchese d’Este, il conte di Sambonifacio, la città di Brescia, Mantova e Ferrara. Ezzelino pensò subito di reagire. Federico si difese definendo il papa “prete impuro”, “giudice iniquo”, “profeta cieco” e poi passando ad atti di forza come il sequestro di alcuni cardinali che mise in carcere per “rieducarli”.

 

 

Lo stesso probabilmente fece Ezzelino nella Marca. I vescovi lasciavano le loro sedi? Bene, al loro posto, come fece a Padova e Vicenza, si insediò lui con i suoi fedelissimi e la gestione delle diocesi passò nelle sue mani.

 

 

Rolandino scrive che un canonico di Padova, scoperto mentre si dava alla fuga, fu bruciato e Arnaldo da Limena, abate di Santa Giustina, fu incarcerato per più di otto anni. Egli combatteva un determinato papa, non la Chiesa, non la religione cristiana, non si proclamava ateo, anzi favorì quegli ecclesiastici, come gli Umiliati, che non gli si erano opposti. Non avevano senso perciò quegli attacchi furiosi che lo dipingevano come il diavolo in persona o l’anticristo.

                                  

 

I sovrani europei

 

 

Come reagirono i regnanti di Europa davanti al durissimo attacco del papa contro Federico? Non si mostrarono entusiasti per una condanna che sotto sotto colpiva anche loro e la stabilità delle loro corone.

 

 

Perché Innocenzo IV voleva concentrare in sé tutti i poteri? Era giusto? Allora Ezzelino si pose l’interrogativo: è conveniente che io continui ad appoggiare l’imperatore, anche dopo la micidiale condanna del papa?

 

 

A dir il vero Federico, come si era appoggiato a lui per il governo della Marca, per amministrare le altre regioni, come il Piemonte e la Lombardia, si era servito di altrettanti “Ezzelini” locali, o di signori – come il conte di Savoia e il marchese Oberto Pallavicino – che dovevano controllare le aree di loro competenza e   garantire le vie di transito all’esercito dell’imperatore.

 

 

Ezzelino si rese conto che non era più il solo alter ego di Federico. Non era più il solo rappresentante dell’impero ma uno dei tanti servitori del monarca.

 

 

Fu allora che Ezzelino cominciò a prendere le distanze, a muoversi autonomamente e addirittura a prendere decisioni non gradite a Federico. Per esempio a Padova nel 1244 cacciò il podestà-vicario Galvano Lancia, un uomo di Federico e lo sostituì con un suo fedele Guizzardo Realdeschi, un nobile di Brescia. 

 

 

Come ciò non bastasse perseguitò il podestà cacciato costringendolo a restituire una grossa somma da lui sottratta al Comune. Poi ruppe i rapporti con i Lancia che era i favoriti dell’imperatore. Per di più nel 1245, quando Federico si fermò in Verona circa due mesi per presiedere l’assembla dei grandi dell’impero, Ezzelino prese le distanze da lui.

 

 

Si era accorto che l’imperatore voleva sottrargli il controllo della città, e allora gli fece il vuoto intorno e impose ai veronesi di tenersi lontani dai tedeschi. Insomma il da Romano voleva far capire a Federico che nella Marca comandava lui, per il semplice fatto che non aveva bisogno dell’imperatore, anzi, al contrario, era l’imperatore che aveva bisogno di lui. Non si può però sostenere l’idea, per esempio, del Voltmer, secondo il quale “per Ezzelino l’astratto impero significava ben poco”. (continua)