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UN GRANDE PROTAGONISTA DEL MEDIOEVO ITALIANO

EZZELINO III DA ROMANO

L'avventura di Ezzelino                              

 

di Gianni Giolo

(Parte Terza)                                 

 

 

In un bel castello

 

Ezzelino nacque nel 1194 o nel castello di Onara, presso Tombolo, fra Castelfranco e Cittadella, a una trentina di chilometri da Padova o nel castello di Romano, sopra Bassano. Quattro anni dopo la sua nascita nel 1198 i padovani distrussero il castello di Onara costringendo la famiglia a stabilirsi a Romano.

 

 

Il padre Ezzelino II o Ezzelino il Monaco, impose al figlio il suo stesso nome. Dopo le nozze fece un sogno: vide il colle di Romano, su cui si ergeva il castello di famiglia, innalzarsi oltre le nubi fino a toccare il cielo e subito dopo sciogliersi come neve al sole e scomparire nel nulla.

 

 

La madre, quarta moglie di Ezzelino II si chiamava Adeleita o Adelaide, o Aldreca dei conti Alberti di Mangona detti “Rabbiosi” (Mangona si trova in Toscana). Era una donna colta, esperta di astrologia. Ebbe un altro maschio Alberico e cinque femmine: Cunizza, Sofia, Imilia, Palma e Palma Novella. Il patrimonio del padre era vastissimo, da Padova a Vicenza, da Verona a Trento, da Feltre a Belluno, fino al patriarcato di Aquileia, un patrimonio che superava quello delle più grandi famiglie della Marca. Ma quel che contava non era tanto la ricchezza ma il potere. Il sistema politico vedeva in alto l’imperatore che governava attraverso i suoi feudatari (in latino domini).

                                  

 

"Piccioli sovrani"

 

 

Lo storico Verci, che nel 1779 scrisse una Storia degli Ecelini, li definisce “piccioli sovrani”. Non sappiamo come Ezzelino sia stato allevato ed educato. Nel 1220 il padre lo mandò a combattere i vicentini che avevano espulso dalla città i sostenitori dei da Romano. Ezzelino ovunque passò fece terra bruciata. E quando i vicentini gli tesero un agguato a Bressanvido li sconfisse e li mise in fuga. Fu questa la sua prima impresa militare.

 

 

Dopo tante battaglie, il 5 luglio 1223, Ezzelino II si ritirò in convento consegnando ai due figli tutti i suoi averi, poteri e ricchezze: a uno diede la parte di Bassano o “vicentina”, all’altro la parte di San Zenone o “trevigiana” (con il castello di Romano).

 

 

A Ezzelino III toccò la seconda, ad Alberico la prima. Dopo il congedo del padre gli avversari politici dei da Romano – il papa, il marchese d’Este, il comune di Padova – cercarono in tutti i modi di colpire i due fratelli. Nel 1226 essi dovettero cedere al Comune di Padova tutti i castelli che avevano nel Vicentino (anche il castello di Romano).

 

 

Ma si ripresero subito: Alberico divenne podestà di Vicenza fra il 1227-1229, ed Ezzelino, dal 1226 assunse la podesteria di Verona e ottenne la cittadinanza di Treviso cacciando la famiglia dei da Camino.

 

 

A Treviso Ezzelino appoggiò il Comune in tutte le sue lotte, soprattutto contro il vescovo di Feltre e Belluno. Ma nel 1235 fu bandito dalla città insieme con il fratello, perché le forze locali aveva deciso di agire da sole.

 

 

I da Romano invece si erano insediati stabilmente a Vicenza, che era considerata la “capitale” della loro famiglia e il centro della loro lotta contro i loro avversari. Alberico si sposò con una vicentina nel palazzo del Comune, Cunizza andò sposa con Naimerio da Breganze.

 

 

Padova invece, che ambiva a un ruolo regionale, nonostante i tentativi di impadronirsi della città, rimase fuori dalla loro portata. Era una preda troppo difficile da prendere, difesa com’era dagli Estensi nemici dichiarati dei da Romano.

 

 

Verona era teatro di battaglia fra due partiti, quello dei conti e quello dei Monticoli. I Da Romano appoggiarono questi ultimi, che erano antiestensi e antimperiali e così Ezzelino divenne nel 1226 podestà di Verona.

                                  

 

L'incontro con l'imperatore

 

 

Ezzelino ormai si sentiva abbastanza forte per poter estendere il suo dominio su tutta la regione, ma aveva bisogno dell’appoggio dell’imperatore Federico II. L’incontro avvenne ad Aquileia, il 29 marzo 1231.

 

 

Ezzelino gli elencò i nemici comuni e chiese l’aiuto imperiale per impadronirsi di Verona e garantire all’esercito imperiale un passaggio sicuro tra l’Italia e la Germania. Federico gli concesse la sua protezione, ma non gli aiuti militari. Probabilmente Federico II pensava di fare dei da Romano il pilastro orientale per la sua politica in Alta Italia.

 

 

Commenta Cracco: “Federico II e i da Romano si trovavano a parlare la stessa lingua, scoprivano di volere le stesse cose, di avere gli stessi nemici, insomma di essere fatti per intendersi anche al di là di un incontro occasionale”.

 

 

Le conseguenze furono immediate: nell’aprile del 1232 Ezzelino riuscì a cacciare il podestà di Verona e a sostituirlo con un fedele seguace dell’impero, il cremonese Guglielmo da Persico. Ora non era più solo: aveva alle spalle lo stesso imperatore. Ma Federico II non rimase nella Marca né in Alta Italia, era impegnato sia in Sicilia che si era ribellata nella zona orientale sia in Germania dove suo figlio Enrico gli tramava contro tanto da minacciare di porsi a capo della Lega Lombarda.

                                  

 

Il predicatore Giovanni

 

 

Nella Marca era emerso un predicatore-profeta di nome Giovanni, che sapeva mobilitare le folle contro le guerre senza fine e contro la pratica dell’usura che rovinava il popolo (a Vicenza per esempio gli usurai erano padroni della città).

 

 

Giovanni riuscì a diventare “duce” di Vicenza, mettendo in disparte lo stesso Alberico. Tutta la Marca si mostrò docile alla sua parola. Nel 1233, in un grande raduno, nella campagna di Paquara, Giovanni dettò la nuova carta politica della Marca: il marchese San Bonifacio di Verona doveva tornare nelle sue terre, Azzo d’Este e Alberico da Romano dovevano far pace e stringersi in parentela attraverso un matrimonio; Padova doveva accogliere Ezzelino tra i suoi cittadini, Ezzelino doveva cedere a Padova tutti i suoi possessi che aveva nel territorio; i da Camino dovevano prestare obbedienza a Treviso.

 

 

Un bel sogno che durò poco. Sciolto il raduno, ciascuno ritornò alla solita politica di prima e il predicatore dovette abbandonare in fretta e furia la Marca. Si ritornò alle solite guerre fra città. Ezzelino divenne il vero signore di Verona grazie all’appoggio dell’imperatore, che mandò in suo aiuto le avanguardie dell’esercito imperiale.

                                  

 

Tutti ai piedi di Ezzelino

 

 

Ma i padovani, insieme con i trevigiani e vicentini, posero sotto assedio, aiutati anche da lombardi e mantovani, Rivalta, possesso di Uguccione dei Crescenzi. Ezzelino dovette affrontare da solo tanti nemici e chiese aiuto all’imperatore che si trovava a Cremona. Federico II si precipitò a San Bonifacio e vi accampò l’esercito. Tutti, a cominciare dai padovani, abbandonarono Rivalta, ma l’imperatore mise a ferro e fuoco Vicenza.

 

 

Alla fine il sovrano non volle punire la città e restituì ai vicentini la libertà e i beni immobili. Ezzelino, oltre che signore di Verona, così divenne anche il padrone di Vicenza. Poi l’imperatore partì per la Germania e diede incarico a Ezzelino di far la guerra ai comuni ribelli e in particolare ai padovani. La città terrorizzata, temendo di far la fine di Vicenza incendiata e distrutta, si arrese dichiarando la sua fedeltà a Federico che vi mandò un suo nunzio imperiale, ma il vero vincitore fu Ezzelino. Aveva realizzato il sogno di suo padre di tenere il comune nelle sue mani.

 

 

Subito dopo anche i trevigiani si sottomisero all’imperatore e quindi ad Ezzelino. Adesso sembrava che nella Marca esistessero solo i da Romano, l’unica famiglia “pressoché onnipotente”, come osserva il Cracco: Verona, Vicenza, Padova, Treviso erano ai suoi piedi.

 

 

Mancava solo Venezia che permetteva uno sbocco al mare. E tutto dopo lo storico incontro con l’imperatore del 1232. I da Romano avevano vinto, ma si guardarono bene dallo stravincere. Capirono che da soli senza Federico II non avrebbero potuto ottenere i risultati che avevano conseguito. E nella Marca Ezzelino era l’alter ego dell’imperatore. Si considerava come il rappresentante della superiore maestà dell’impero sacro e romano. Per sé non chiese nulla e si accontentò di essere il dominus, il “signore” della Marca, “nunzio e precursore” dell’imperatore.

 

 

Un giorno a Vicenza, nell’orto dell’episcopio, Ezzelino e Federico facevano quattro passi. Il primo si lamentava di tutti i nemici che gli erano contro. L’imperatore estrasse la spada e si mise a tagliare le erbe più alte. Ezzelino capì che poteva disfarsi delle famiglie più pericolose.

                                  

 

La rottura dei due fratelli

 

 

Dopo la battaglia di Cortenuova, in cui Federico con l’aiuto di Ezzelino, sconfisse la Lega lombarda nel 1237, tutti i signori della Marca dovettero scegliere: o con lui o contro di lui, o con l’impero o con la Lega.  Molti si schierarono contro, a partire dal papato che si appoggiò a Venezia e a Genova.

 

 

Nella Marca si opposero le famiglie dei Sambonifacio e degli Estensi. Anche a Vicenza, roccaforte di Ezzelino, emersero forze ostili a Federico II, forze guidate da Alberico da Romano.

 

 

Come mai i due fratelli erano venuti ai ferri corti? Rottura vera o apparente? C’è chi sostiene che sotto sotto i due fratelli fossero d’accordo. Subito dopo Alberico mise le mani su Treviso, come ripicca verso Ezzelino che gli aveva sottratto Vicenza. In compenso miglioravano i rapporti di quest’ultimo con Federico II di cui sposò nel 1238 la figlia naturale Selvaggia. Il vero nemico dell’imperatore risultò essere il marchese d’Este che tentò la conquista di Padova, ma Ezzelino lo sconfisse in uno scontro a Prato della Valle e alla porta delle Torreselle.

                                  

 

Senza figli legittimi

 

 

Nel 1248 il papa Innocenzo IV accusò Ezzelino di non onorare “l’ordine della natura” voluto da Dio, di respingere il sacramento del matrimonio finalizzato alla procreazione dei figli e di preferire alle unioni normali i vergognosi connubi e le convivenze adulterine.

 

 

Sta di fatto che Ezzelino non ebbe o non volle avere figli legittimi. Questo significa che non si preoccupava di avere una discendenza, un figlio che perpetuasse il nome della casata? Questo mostra anche che aveva scelto l’impero a scapito della famiglia? Era diventato un umile servitore dell’impero? Humilis, serviens et subiectus all’imperatore, come scrive lui stesso?

 

 

Alcuni parlano di una vera e propria “conversione” di Ezzelino a favore dell’impero. Combatteva più per se stesso o per Federico? “Ai posteri l’ardua sentenza”, direbbe il Manzoni. Bisogna tener presente che non fu mai vassallo dell’imperatore, dal quale non ebbe mai nulla, né cariche né beni. In realtà Ezzelino non dipendeva da nessuno e nella Marca trattava da pari a pari con i principi, non rispondeva a nessuno del suo operato, tranne che all’imperatore. Ma fino a quando?

                                  

 

Alter ego di Federico

 

 

Nella Marca, ormai saldamente in mano di Ezzelino, gli avversari erano quelli di prima, in particolare l’Estense, che riuscì a mobilitare forze ingenti (Venezia, il legato papale e Ferrara) che si fece signore di Ferrara e il fratello di Ezzelino Alberico a Treviso.

 

 

A partire dal 1239 il territorio a lui soggetto, che comprendeva le città di Verona, Vicenza, Padova, Treviso, Ceneda, Feltre e Belluno, si estese fino a Mantova, Brescia e Trento.

 

 

Ormai il da Romano era diventato l’alter ego dell’imperatore. Il suo grande nemico Papa Innocenzo IV nel 1244 lo definiva “uomo forte e terribile”.

 

 

E Federico gli scriveva in una lettera: “la tua grinta non scema affatto con il passare degli anni”.

 

 

Allora il suo fedele aveva cinquant’anni. I successivi vent’anni di dominio di Ezzelino furono anni di “tirannia”? 

 

 

Gli storici sostengono che non avrebbe potuto governare una regione come la Marca senza il consenso della gente. Ma chi era questa gente? Era una società formata, oltre che da contadini, da famiglie di piccoli o grandi proprietari terrieri.

 

 

Cosa possedevano i da Romano? 8 palazzi, 9 torri, 214 case urbane, 94 immobili rurali, 43 botteghe, 14 molini, oltre 1000 ettari di terreno. Solo a Bassano e Margnano possedevano un palazzo e 187 case urbane. Insomma un territorio fortemente caratterizzato dai da Romano.

 

 

Si scrive che erano proprietari molto accorti, che concedevano i loro beni non ai grandi locatari ma ai piccoli, non richiedevano fitti particolarmente esosi in denaro ma bassi e in natura. Lasciavano che la gente si guadagnasse da vivere e stesse bene. Insomma non erano padroni crudeli e sfruttatori, ma protettori e benefattori. Lo stesso rapporto con i governi locali non è stato né esoso né vessatorio. Per esempio il Comune di Bassano era in apparenza autonomo con i suoi capi, funzionari e notai (nel 1223 erano almeno 16). Dopo il 1240 il nerbo del suo esercito era costituito da vassalli e servi di masnada delle terre tra Bassano e il Piave. Erano in tutto e per tutto fedeli al loro capo e lo seguirono fino alla fine. (continua)