UN GRANDE PROTAGONISTA DEL MEDIOEVO ITALIANO

EZZELINO III DA ROMANO

Gli Ezzelini nella storia                                

 

di Gianni Giolo

(Parte seconda)

 

Il convegno del 1959

 

Nel 1959 si tenne un grande convegno Gli Ezzelini nella storia e nella poesia e lo storico Raoul Manselli riconosceva in Ezzelino il costruttore cosciente di un progetto politico esteso a tutto il Veneto “in autonomo coordinamento con Federico II prima e poi in piena indipendenza”: un progetto che costrinse le città venete “a pensare in termini e modi nuovi, più ampi della ristretta cerchia delle mura”.

 

 

E nello stesso senso si espresse anche lo storico Carlo Guido Mor, scrivendo che fu Ezzelino “a far intendere che Verona, Vicenza, Padova, Treviso, coi loro distretti, castelli e giurisdizioni, potevano vivere in un organismo unico”; e ciò attraverso l’esercizio di un potere che si svolse a lungo “in forme legittime”, secondo le consuetudini giuridiche dell’epoca, e che solo negli ultimi anni, quando tutti si coalizzarono contro, si trasformò in completa tirannide.

 

 

In sostanza, tutti gli studiosi presenti al convegno bassanese, pur con approcci e sfumature diverse, concordavano nell’indicare in Ezzelino l’artefice remoto di una primitiva identità regionale; e questo, a riprova che chi studia il passato vive e dibatte a suo modo i problemi del presente, proprio negli anni in cui in Italia (siamo al tempo del secondo governo Fanfani e secondo governo Segni), a livello amministrativo e politico, si auspicava il compimento della struttura regionale.

 

 

I patrocinatori del convegno, che erano i responsabili del comune di Bassano, potevano essere fieri: capivano che il progetto di una regione veneta non era partito nel primo Quattrocento da Venezia e dal dominio di Venezia in terraferma, come di solito si crede, bensì molto prima, nel corso del Duecento, proprio dal Pedemonte bassanese, e per opera di quel gran signore del Pedemonte che fu Ezzelino. E fieri dovevano essere anche i romanesi: era stato il loro piccolo centro a dare i natali al padre della regione veneta.

                                  

 

La riedizione del 2016

 

 

Il libro “Nato sul Mezzogiorno”, scritto nel 1995, venne ripubblicato nel 2016 con il titolo “Il grande assalto” (Marsilio), un testo ampliato con nuovi documenti. Cracco scrive: “sono convinto che per Ezzelino si possa parlare di “inizi del Rinascimento”.

 

 

Il libro soprattutto esamina il Nachleben, cioè il modo in cui fu recepito dai posteri dopo la sua scomparsa. In epoca successiva fu lo stesso Dante a far rivivere, in termini assolutamente imprevisti, la figura di Ezzelino.

 

 

Accadde alla fine del 1315 quando, di nuovo esule a Verona alla corte di Cangrande della Scala, Dante si trovò a dover smentire una sconcia diceria propalata nella Marca dal padovano Albertino Mussato attraverso la sua Ecerinis, una tragedia scritta con lo scopo di diffamare lo stesso Cangrande: sosteneva che Ezzelino III sarebbe stato figlio non già del padre Ezzelino II, bensì del principe dei demoni, cioè Lucifero in persona.

 

 

Fu allora che Dante vide in Ezzelino la facella / che fece a la contrada un grande assalto; e investì del compito di celebrarne le gesta in paradiso – nel cielo degli spiriti magni – sua sorella Cunizza. Ossia – questo l’esito a dir poco stupefacente – Dante innalzò Ezzelino, il tiranno da tutti esecrato, alle glorie del IX canto del Paradiso.

                                  

 

La sorella Cunizza

 

 

E fu sempre allora che, sulla spinta della polemica contro Mussato, Dante sentì il bisogno di dire cos’era e che cosa significava per lui la Commedia, e specialmente il Paradiso che stava scrivendo: uno svelare, da profeta, sulla traccia dei profeti dell’Antico Testamento, i segreti di Dio; non diversamente da quanto aveva fatto il biblico Daniele alla corte di un “malvivente” come il re Nabuchodonosor: tanto si evince dalla Lettera a Cangrande, scritta anch’essa, almeno per certi suoi tratti chiaramente polemici, in quel torno di tempo. 

 

 

Dante attribuì a Ezzelino un “grande assalto”, che non indica una battaglia cruenta e distruttrice contro la “terra prava”, ma un atto di rivolta ideale contro il male in essa radicato. “Il grande assalto” universalizza la figura di Ezzelino: “perché – nota Cracco – ogni uomo può sentire il bisogno di reagire ai limiti imposti dalla vita e dalla storia, e tentare una sua propria avventura. L’espressione, coniata da Dante nel canto di Cunizza, suona anzi come un monito forte a non rimanere neutri o passivi, e a fare ogni sforzo per cambiare quanto nella vita e nella storia proprio non va: perché cambiare si può e si deve, anche se il mondo è e resterà quello che è da sempre e sempre sarà, ossia “pravo”.

                                  

 

Cambiare il mondo

 

 

Ezzelino fu l’uomo indomito che non volle cedere ai suoi nemici. Egli non rimase in disparte, acquattato e cupo nel suo castello, a macerarsi in attesa della catastrofe; non si lasciò scoraggiare dai rischi e dalle sconfitte che per chi reagisce sono inevitabili, ma decise comunque di passare all’azione.

 

 

Fu l’uomo determinato a reagire, a ribellarsi, fu il personaggio che restò ribelle fino all’ultimo, fino al sacrificio della sua stessa vita, tanto aveva creduto nel sogno di cambiare il mondo. E Dante, la cui vita fu tutta in esilio, un lottare senza fine contro chi non tollerava né lui né le sue idee, se ne accorse e lo esaltò fino a celebrarlo nei cieli della gloria, in paradiso. “Nello sconquasso etico e civile – confessa Cracco – della nostra epoca, l’Ezzelino visto nella sua realtà, ma insieme assunto e rivissuto da Dante, ha ancora qualcosa da dire”.

                                  

 

Ezzelino e Dante

 

 

Ezzelino morì nel 1259; Dante nacque pochi anni dopo, nel 1265: non fu dunque suo contemporaneo, ma forse conobbe sua sorella Cunizza che a Firenze trascorse i suoi ultimi anni di vita e là morì nel 1279.

 

 

Parlò con lei e le chiese del fratello sul quale gravava la più infausta delle memorie? Non si sa. Il poeta lo collocò all’inferno, tra i tiranni / che dier nel sangue e nell’aver di piglio (XII, 104-109), fra i tiranni cioè che misero mano con violenza nel sangue e nei beni dei loro avversari, uccidendoli e spogliandoli.

 

 

Condannandolo all’inferno Dante fece ben capire quanto poco apprezzasse un personaggio del tutto negativo, divorato dall’odio per il prossimo e dalla bramosia di razziare beni altrui, rozzo, ignorante, di natura infima quasi animalesca.

 

 

Nel 1315 Dante giunse alla corte di Verona, ospite di Cangrande della Scala. Firenze lo aveva condannato a morte insieme ai suoi figli ed egli temeva per la sua e la loro vita. Chiese quindi ospitalità e protezione al potente signore di Verona. Nella Lettera a Cangrande si rivolse a lui come al “Vicario generale del Sacro Impero dei Cesari nell’urbe di Verona e nella città di Vicenza”.

                                  

 

La terra "prava"

 

 

Nel dicembre del 1315 il poeta padovano Albertino Mussato nella sua Ecerinis metteva in scena Ezzelino per colpire Cangrande della Scala. Il fatto fece scalpore e fu avvertito come un insulto gravissimo al signore di Verona. Dante si sentì in dovere di difenderne l’onore. Ma come?

 

 

In quel periodo il fiorentino stava componendo il Paradiso e pensò di smentire un’opera falsa e il suo autore che malignamente l’aveva scritta. E allora gli venne l’dea di riparlare di Ezzelino facendo menzione di sua sorella Cunizza che aveva fama di essere una donna sfrenata e lasciva, ma in età avanzata si era redenta dandosi a opere di pietà.

 

 

Veniamo ai versi di Dante (Paradiso, IX, vv. 25-32): In quella parte della terra prava / italica che siede tra Rialto / e le fontane di Brenta e di Piava, / si leva un colle, e non surge molt’alto, / là onde scese già una facella / che fece alla contrada il grande assalto.

 

 

Questa facella è Ezzelino III che estese il suo violento e crudele dominio sulla Marca Trevigiana e su gran parte del Veneto fino a Trento e a Mantova.

 

 

Nel canto Dante ricorda la Marca veronese-trevigiana, che l’aveva raccolto ”ramingo” e che era diventata, a seguito dell’esilio, sua terra, terra però “prava”, cioè perversa, corrotta, piena di torbidi, di malvagità e d’ingiustizie senza fine; ma anche fortunata perché da essa, da un suo colle che non surge molt’alto, (chiaro riferimento al colle di Romano, presso Bassano), scese qualcuno (Ezzelino III) che alla “pravità” si ribellò, riversandosi, pugnace e furente, contro di essa: fece alla contrada un grande assalto.  

 

Ma perché Dante paragona Ezzelino III a una facella, cioè a una piccola luce?

                                  

 

Il grande assalto

 

 

Si tratta di un diminutivo che non allude a una fiamma “devastatrice”. Il poeta non parla di “fiammata” che fende e annulla le tenebre, oppure di un grande incendio o di una folgore che tutto consuma e incenerisce.

 

 

Il “grande assalto” del condottiero durò trenta anni tra guerre e stragi e – dice Cracco – “resta la sproporzione clamorosa tra l’assalto e la causa che lo produsse, una semplice “facella”, che può al massimo brillare, non già assaltare, aggredire selvaggiamente, provocare “violenza e danno”. Forse Dante alludeva alla piccolezza del rimedio rispetto alla grandezza della “pravità” che è il male incancrenito? Tutti sapevano che Ezzelino era stato sconfitto.

 

 

Tuttavia l’assalto fu grande perché il poeta sottolinea l’alto valore dell’impresa. “Comunque sia, questa “facella” – osserva Cracco – copre i tratti di un uomo che opera per la giustizia voluta dall’alto: tanto giusto quest’uomo quanto ingiusta, “prava”, è la “contrada” da punire, da contrastare”.

 

 

L’ipotesi dello storico, a mio avviso, è poco convincente. Colui che era l’incarnazione del demonio viene condotto da Dio a punire la malvagità della sua terra?

                                  

 

Un nuovo Rinascimento

 

 

Con questi versi Dante non solo distrusse l’opera di Mussato ma volle annunciare – secondo Cracco – “l’avvio di un’età, anzi di una civiltà nuova: quella, che doveva svilupparsi dopo l’età di Dante, dominata da giganti – principi della politica, principi del sapere, principi della creatività, principi della fede -, che ha fatto parlare di “Rinascimento”. E la persona da cui tutto partiva - ecco la novità rivoluzionaria di Dante – era proprio Ezzelino, per quanto, anche lui, innominato e innominabile; ripescato però, come un principe benefico – tutt’altro che un dannato figlio di Lucifero -, che precorreva la nascita della nuova era.

 

 

L’ipotesi di Cracco è suggestiva e affascinante, ma poco credibile, ipotesi che nessuno dei commentatori del grande poeta sarebbe disposto a sottoscrivere. (continua)