UNIVERSITA' DI VENEZIA - Corso di Laurea magistrale in Storia dal Medioevo all’Età Contemporanea - Tesi di Laurea

L’Esercito veneziano e la difesa di Candia 1645-1669 - Il costo di una vittoria mancata

Relatore Ch. Prof. Luciano Pezzolo

Laureando Roberto Vaccher

 

 

Conclusioni

 

 

La resistenza della città di Candia, da cui in definitiva dipese il prolungarsi del conflitto per 25 anni, fu resa possibile da un insieme di fattori diversi. Le fortificazioni di quella città costituirono un ostacolo formidabile che si dimostrò insuperabile per gli attaccanti. Nonostante tutti i tentativi effettuati, le mine, i bombardamenti d’artiglieria e gli assalti lanciati, le mura si dimostrarono imprendibili, fintanto che vi erano difensori dietro di esse.

 

 

Va sottolineato che in nessuna occasione i Turchi riuscirono a porre piede all’interno della città, nonostante la schiacciante superiorità numerica di cui potevano disporre. La bontà del sistema fortificatorio basato sul modello della trace italienne confermò a Candia tutto il suo potenziale. Da un punto di vista militare l’esercito veneziano, che mantenne la sua organizzazione di base per tutto l’arco del conflitto, si dimostrò in grado di sostenere il confronto con gli attaccanti solamente fintanto che rimaneva in posizione difensiva all’interno delle fortificazioni.

 

 

E questo costituì una delle vere cause della sconfitta veneziana.

 

L’incapacità di affrontare operazioni in campo aperto oltre ad evidenziare le fragilità dell’impianto, basato sulle compagnie-guarnigione che era ormai superato, rese impossibile alla Serenissima sfruttare le possibilità offerte dal successo delle operazioni navali ai Dardanelli.

 

 

Il rifiuto di Venezia di adeguare il suo apparato militare terrestre agli standard organizzativi emergenti è da ricercare sia nella sua stessa organizzazione politica che nella sua disposizione strategica. Disposizione strategica che, imperniata completamente sul binomio flotta-fortezze, rivelò, nel corso del lungo conflitto di Candia, sia i suoi lati positivi che quelli negativi.

 

 

Il vero protagonista di questo conflitto fu, tuttavia, il sistema logistico veneziano, che riuscì nell’impresa di rifornire la città di Candia di ogni genere di cui vi fosse bisogno, esclusivamente per mezzo del trasporto navale. L’organizzazione militare della città assediata portò al formarsi di un’economia di guerra che introdusse diverse varianti all’interno dei consolidati meccanismi dell’amministrazione dell’esercito veneto. Il sistema di pagamento dei soldati era calcolato prima su 11 e poi su 12 mensilità, fino alla guerra di Gradisca.  (261)

 

 

A Candia il sistema fu riformato e la distribuzione delle paghe alla fanteria, invece di avvenire su base mensile, avveniva ogni 10 giorni: esattamente l’1, l’11 e il 21 di ogni mese. Inoltre gli stipendi degli ufficiali furono definitivamente scorporati da quelli dei soldati: le paghe venivano distribuite direttamente da pubblici rappresentanti e gli ufficiali ricevevano solamente le loro paghe, senza aggiunte da dividere tra i loro sottoposti. Per di più mentre le paghe dei soldati semplici furono sempre pagate con la massima puntualità, un caso più unico che raro, quelle degli ufficiali vennero sistematicamente ritardate.

 

 

Un altro elemento di novità fu la decisione di distribuire razioni di cibo parzialmente pagate dall’erario pubblico, normalmente infatti ai soldati era riconosciuto, gratuitamente, solo l’alloggio in caserma o l’alloggiamento in abitazioni civili. Questi accorgimenti facevano tutti parte di un insieme di provvedimenti d’emergenza, per quanto si trattasse di un’emergenza che finì per durare 25 anni, volti a limitare le spese da sostenere per il mantenimento del presidio di Candia.

 

 

Pagare solo i soldati semplici, tra l’altro parzialmente, limitandosi a dare solamente una sovvenzione agli ufficiali, permetteva di risparmiare cifre ingenti. Questo fattore, unito alla svalutazione della moneta che si attuava in Levante, aiutava a rendere più sostenibili i costi per Venezia. Rimaneva comunque il problema di dove reperire materialmente il denaro per finanziare tutto. Il problema era tanto più sentito a Candia dove la mancanza di denaro contante impediva di sostenere tutte quelle spese che giornalmente servivano a garantire la vita nella città.

 

 

Non era possibile trasferire tutto il denaro reperito a Venezia tramite lettere di cambio poiché era la moneta sonante ciò di cui necessitavano i provveditori di Candia. Né era possibile utilizzare lettere di cambio per compiere il procedimento inverso e spostare i pagamenti effettuati da Creta a Venezia. Consentire un sistema del genere avrebbe tolto il controllo della spesa al governo centrale e incrementato i problemi di accumulo di fondi nella Zecca.

 

 

Per rifornire la città di vettovaglie, armi e munizioni ci si affidò in gran parte al commercio, sia con l’arcipelago greco che con i mercanti francesi, olandesi e inglesi. Invece di trasportare da Venezia ogni cosa, si fece in modo di poterla comprare direttamente a Creta; facendo tutto il possibile per mantenere vitale questo circuito di scambi si sperava di poter garantire una certa prosperità alla città assediata. Le spedizioni di rifornimenti che arrivavano dalla Laguna costituivano solo la base per la sopravvivenza di Candia, che aveva però bisogno dell’apporto del commercio per poter resistere. Ovviamente per beneficiare di un tal sistema era necessario trasportare a Candia denaro contante per poter promuovere questi scambi.

 

 

Inoltre il denaro contante era necessario anche per pagare i soldati e tutti coloro che lavoravano alle fortificazioni della città. Non solo, la stessa natura del circuito commerciale prevedeva che il denaro trasportato a Candia da Venezia e utilizzato per pagare mercanti stranieri, fosse destinato a lasciare Creta con la loro partenza. In parte si ovviò al problema chiedendo in prestito, a quegli stessi mercanti, le cifre necessarie a pagare i soldati o a comprare rifornimenti.

 

 

Il sistema poteva andare avanti solo fino a quando il flusso di denaro proveniente da Venezia era regolare ed arrivava in tempo per restituire i debiti contratti. Quando invece questo non avveniva e si era in grado di pagare solo una parte dei passivi, si innescava un circuito discendente. I mercanti sarebbero stati costretti a rimanere a Candia fintanto che avessero avuto crediti in sospeso, avrebbero potuto continuare, per un certo tempo a finanziare le casse pubbliche, ma, il progressivo restringersi dei traffici commerciali per assenza di liquidità, avrebbe finito per impoverirli.

 

 

La situazione poteva degenerarsi con effetti traumatici: visto che tutto il sistema si basava sulla liquidità generata dal circuito di prestiti, se questo collassava, poiché gli stessi prestiti non venivano restituiti, non si era più in grado né di chiedere ulteriori finanziamenti né di comprare il necessario per la sopravvivenza della guarnigione. Solo un nuovo, ingente, invio di denaro dalla Madrepatria poteva rimettere in moto il sistema. Questo circuito prevedeva quindi crisi cicliche, che si alternavano a periodi di relativo benessere, in un succedersi di orbite sempre più strette.

 

 

Le spese da sostenere per la difesa della città praticamente raddoppiavano nei periodi di combattimento.

 

 

Quando nel 1667 gli Ottomani ripresero gli attacchi diretti contro le fortificazioni, le spese di guerra crebbero a dismisura. Nel 1669 Venezia era ormai semplicemente troppo esausta per inviare rifornimenti e rinforzi con la necessaria frequenza. Quando le truppe francesi abbandonarono Candia, la lasciarono praticamente priva di difensori, decretandone, di fatto, la caduta.

 

 

Il conflitto si rivelò una vera guerra di attrito, che Venezia perse più per un errore di calcolo strategico e di miopia politica, che per i meriti dei nemici. L’impostazione strategica, per cui si considerava il prolungamento della guerra un modo per ottenere una pace favorevole, si dimostrò sbagliato. La stessa idea che fosse possibile ottenere una pace senza sconfiggere le truppe ottomane presenti a Creta fu fatale. Venezia fu sconfitta più per la sua incapacità di sfruttare le occasioni che le si presentarono, in concomitanza con il successo delle operazioni di blocco dei Dardanelli e con la crisi politica ed economica innescatasi nell’Impero Ottomano, che per effetto delle operazioni nemiche.

 

 

Ad essere sottostimata fu l’inerzia del conflitto che andava tutta a favore delle forze turche. Rimane forse una sola domanda: Perché nel 1656, invece di dirigersi alla Canea per riconquistarla i Veneziani preferirono riprendere Lemno e Tenedo? Forse possiamo ritenere che più di un calcolo militare si trattò di un’azione guidata da una stima puramente economica. Controllando quelle due isole era possibile sottomettere anche le altre isole dell’arcipelago e realizzare guadagni immediati sia con il saccheggio che con i successivi tributi. Una condotta che, in qualche modo, si inquadra nella relativa parsimonia mercantilistica con cui si inviarono rinforzi a Creta.

 

 

Il conflitto si dimostrò estremamente duro per Venezia ma mise a dura prova anche l’Impero Ottomano. Vari fattori come l’instabilità politica, la spesa pubblica eccessiva e le annate ripetutamente sfavorevoli, come già visto nel capitolo 8, si sommarono tra loro impedendo ai Turchi di impiegare tutto il loro potenziale militare e di concentrarsi appieno su Creta, concorrendo nel prolungare la durata dello scontro.

 

 

L’enorme sforzo organizzativo, produttivo e finanziario a cui si sottopose Venezia, per sostenere questa guerra, sembra suggerire una compattezza e una determinazione che la sua classe dirigente ostentava ma, forse, non provava del tutto. Gli effetti dello sforzo bellico non potevano non investire e modificare pesantemente la stessa immagine interna della Repubblica. Gli sforzi immani per procurare fondi per la guerra portarono, tra i vari provvedimenti, all’immissione di molte famiglie nell’albo della nobiltà veneta e ad ingenti alienazioni di suolo pubblico.

 

 

Quest’ultimo provvedimento ebbe pesanti conseguenze sulle comunità che avevano in usufrutto queste terre e che se ne videro private. Costituì invece un vero affare per quelle famiglie del patriziato veneto che, avendo denaro da spendere, se ne aggiudicarono lotti ingenti. E’ questa una delle tante contraddizioni di un patriziato che, pur sostenendo la prosecuzione del conflitto a oltranza, si rivelò incapace di portarlo ad una conclusione vittoriosa.

 

 

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Note

261 - Hanlon pag. 368-369