UNIVERSITA' DI VENEZIA - Corso di Laurea magistrale in Storia dal Medioevo all’Età Contemporanea - Tesi di Laurea

L’Esercito veneziano e la difesa di Candia 1645-1669 - Il costo di una vittoria mancata

Relatore Ch. Prof. Luciano Pezzolo

Laureando Roberto Vaccher

 

 

8) Uno sguardo al campo ottomano

 

 

Arrivati a questo punto potrebbe venire da chiedersi come mai, nonostante tanti problemi all’interno del sistema difensivo veneziano, siano stati necessari 25 anni e una guerra costosissima per averne ragione. Si trattò del più lungo conflitto affrontato dall’impero Ottomano nel corso di tutto il 1600. Dopo il successo iniziale che, nel corso del 1645, portò alla conquista della Canea, Rettimo e Suda, le forze ottomane si impantanarono di fronte alle fortificazioni di Candia.

 

 

Il corpo da sbarco iniziale contava qualcosa come 50.000 uomini ma le perdite subite negli assedi della Canea e di Rettimo combinate con malattie e diserzioni impedirono la prosecuzione della campagna nel 1646. Nel maggio del 1647 i Veneziani, da informazioni ottenute da disertori ritenevano che i turchi non fossero più di 12.000 grossolanamente ripartiti come segue: 8.000 fanti e 250 cavalli a Rettimo, 2.000 alla Canea mentre i restanti 2.000 assediano la Suda.  (245)

 

 

Solamente a luglio i turchi si fecero vedere nelle vicinanze di Candia, vi giunsero con 3.000 fanti e 300 cavalieri e avanzarono fino a 5 miglia dalla Città. L’intento era evidentemente quello di bloccare l’accesso alla piazza, ma solamente limitandosi a scorrere le campagne, poiché non erano in numero sufficiente per tentare alcuna operazione contro le fortificazioni. In quel momento la guarnigione della città contava 3.000 fanti di fattione e un altro migliaio di ammalati.

 

 

L’assedio iniziò sul serio solamente nel 1648 e si concentrò sul fronte orientale delle fortificazioni. In particolare attaccarono il forte San Dimitri e i bastioni adiacenti: Vitturi, Gesù e Martinengo. La pressione principale venne sostenuta dagli antemurali di queste posizioni, cioè dall’opera Palma e dalla corona Santa Maria. La città fu sul punto di essere conquistata il 5 di luglio quando dopo aver superato le due opere esterne ed aver aperto una breccia nel baluardo Martinengo, i Turchi diedero la scalata al bastione. I difensori, stavano ritirandosi nella confusione e solo il sopraggiungere del provveditore Alvise Mocenigo con rinforzi evitò il peggio.

 

 

I Turchi ritentarono un assalto generale, sempre contro il bastione Martinengo, il 6 di agosto conquistandolo fino alle ritirate. Di nuovo il contrattacco veneziano e due ore di aspri combattimenti riuscirono a chiudere la breccia. Nel febbraio 1648 l’esercito ottomano accampato di fronte a Candia contava circa 15.000 uomini e già a marzo sembravano scesi a 13.000.  (246)

 

 

Per riprendere l’assedio a Candia servivano rinforzi che giunsero puntualmente, nell’agosto 1649, sopra navi inglesi e francesi. Risulta che 20.000 turchi sbarcarono nei pressi di Rettimo assieme a gran quantità di munizioni e vettovaglie, l’assedio potè quindi riprendere.247 Neanche questa volta gli attacchi turchi riuscirono ad aprirsi la strada attraverso le imponenti difese di Candia e dovettero nuovamente desistere. Fallito l’assedio i turchi decisero di non togliere il blocco alla città ma di ritirarsi dagli approcci di fronte ad essa per accamparsi sulla collina prospiciente la città dove realizzarono un enorme campo fortificato.

 

 

L’accampamento venne chiamato Yeni Kandiye ossia Candia Nuova per i veneziani. Nel 1651, a poco più di un anno di distanza dalla fine del primo assedio di Candia, l’armata turca, poteva contare su circa 12.000 uomini.  (248) Nel 1654 l’esercito turco rimase così inoperoso da venir definito «sonnolento» da Andrea Corner  (249). La ragione è presto detta, non vi erano forze sufficienti per tentare un nuovo attacco a Candia e si attendevano quindi nuovi soccorsi. Si parlava di 1.000 fanti già pronti a Malvasia per essere traghettati con le galee e di 10.000 a Costantinopoli. Anche l’artiglieria disponibile era in scarso numero e in cattive condizioni. In tutta Creta non vi erano più 16.000 fanti e 1.500 cavalieri.

 

 

Nel corpo di milizie si riconoscevano due componenti principali: Spahi sia a piedi che a cavallo e giannizzeri. Oltre a questi vi erano svariate migliaia di rinnegati sia greci che italiani.  (250)  In pratica per 18 anni i turchi non attaccarono direttamente le fortificazioni di Candia limitandosi a bloccare l’accesso all’entroterra di Creta dal loro accampamento di Nuova Candia.

 

 

La spiegazione di questo fatto è spesso stata ricercata nell’impegno che l’impero ottomano dovette dedicare ad altri fronti e che distolse risorse importanti per il fronte di Creta. In particolare stiamo parlando dei conflitti in Transilvania e in Ungheria dove nel 1664 l’offensiva ottomana fu arrestata a Szent Gotthard da Montecuccoli. In quest’ottica il conflitto con la repubblica sarebbe stato considerato come un fronte secondario contro «un avversario minore».

 

 

Lo scopo principale del conflitto sarebbe stato quello di assicurare «la più completa sicurezza alla navigazione ottomana» e, secondo lo storico Robert Mantran, «l’approssimativa conduzione dei preparativi e la scarsa dinamicità di quella capagna» oltre ai 25 anni di conflitto «danno la misura della relativa importanza ad essa attribuita dagli ottomani»  (251).

 

 

Tutto sembrerebbe concordare con questa tesi ma vi sono alcuni elementi che stonano. Una prima chiave di lettura per meglio comprendere questo conflitto ci viene data proprio dal vincitore del San gottardo, Raimondo Montecuccoli. Nella sua opera “Aforismi applicati alla guerra possibile col Turco in Ungheria”, il generale asburgico illustra tutto ciò che ha appreso combattendo contro i turchi, a noi interessano due aforismi in particolare che riporto qui di seguito: «Fa il Turco le guerre corte e grosse» e «Il Turco non aspetta la guerra, ma in casa d’altri la porta»  (252).

 

 

In pratica in queste due massime sono riassunte le due caratteristiche principali della strategia ottomana cioè l’idea che le guerre dovessero essere condotte impiegando la maggior concentrazione di forze possibile, che dovessero durare lo stretto indispensabile e idealmente solo su un fronte per volta.

 

 

L’apertura della guerra di Candia rispetta perfettamente questo assioma: sbarco in forze, conquista di una testa di ponte, conquista e messa in sicurezza dell’entroterra, attacco alla capitale nemica. Proprio su quest’ultimo punto, nel 1648 il meccanismo si inceppa. La causa contingente sembra essere costituita dai bastioni di Candia ma se spostiamo lo sguardo dall’isola di Creta, allarghiamo lo zoom e guardiamo con più attenzione potremmo vedere qualcos’altro.

 

 

Innanzitutto occorre dire che grazie a una popolazione di quasi 20 milioni di persone e una base territoriale di circa 800.000 miglia quadrate l’impero ottomano avrebbe dovuto essere in grado di affrontare una lunga e inconcludente guerra di attrito molto meglio della maggior parte degli altri stati dell’epoca. E’ evidente come le conseguenze della sempre maggiore richiesta di denaro per finanziare le operazioni di guerra fosse molto più grave, data la base territoriale, per la Repubblica di Venezia che per gli ottomani eppure nel confrontarsi con un conflitto di queste proporzioni le conseguenza economiche furono gravi anche per l’Impero.

 

 

Lo sforzo militare conseguente al conflitto coi veneziani significò un notevole aumento della spesa bellica e una considerevole riallocazione di risorse. I sempre nuovi reclutamenti e le richieste di grano per sfamare le truppe al fronte misero in moto una serie di processi capace di modificare pesantemente la vita economica delle province dell’Impero. Le conseguenze di uno stress così prolungato furono molteplici e raggiunsero vari picchi di crisi, l’ultimo dei quali giunse verso la fine del 1668.

 

 

Una lettera confidenziale di Mehmed IV al suo comandante sul campo, di fronte a Candia, esprimeva tutta la preoccupazione del sovrano. In particolare a preoccupare il Sultano erano le enormi spese di guerra; esprimeva quindi il suo timore che il tesoro ottomano non sarebbe stato in grado di sostenere quel livello di sforzo militare e di continuare la guerra oltre la futura campagna del 1669. La lettera arrivava alla fine del secondo, infruttuoso, anno di assalti diretti alle mura di Candia nel ventitreesimo anno dell’assedio. (253)

 

 

Come sappiamo Francesco Morosini consegnò la città, ormai indifendibile, nel settembre del 1669 quindi non sapremo mai se le paure del Sultano fossero fondate o meno. Quel che però sappiamo è che le difficoltà economiche dell’impero Ottomano provenivano da lontano e lo scoppio della guerra coi Veneziani riaccese il problema. Dopo la riconquista di Baghdad nel 1638 e la fine della guerra con l’Iran, da cui le finanze ottomane uscirono stremate, bisognerà aspettare il 1643 perché il bilancio dell’Impero registri un piccolo surplus. Questo risultato fu in gran parte ottenuto grazie alla guida del Gran Visir Kara Mustafa Pasha che riuscì a promuovere la pace sia con gli austriaci che con l’Iran, stabilizzò la moneta, iniziò la risistemazione della proprietà terriera nel tentativo di ottenere una migliore base fiscale e diminuì le guarnigioni militari, particolarmente a Istambul per limitare le spese. (254)

 

 

Il Gran Visir fallì però in un aspetto fondamentale, non riuscì cioè a costruirsi una solida base di consenso presso il Sultano e rimase vittima delle manovre del partito opposto ,interno al palazzo, che portarono alla sua uccisione nel 1644. Nei successivi 12 anni si succederanno al governo dell’impero ben 18 diversi gran visir e 23 tesorieri in un crescendo di instabilità e insicurezza. Gli impiegati del governo passarono da 60.000 nel 1640 a 100.000 nel 1648 con enorme aggravio dell’erario pubblico. In questo contesto lo scoppio della guerra con Venezia sembra assumere contorni diversi dal semplice fine di salvaguardia del traffico marittimo.

 

 

Per prima cosa era usuale per i nuovi sultani inaugurare il proprio regno con una conquista militare, l’espansione territoriale era alla base della politica ottomana in quanto fattore di stabilizzazione. La dichiarazione di guerra appare anche come emanazione del partito dominante, interno alla corte ottomana, e legato alla figura della sultana madre Kosem Machpeiker.  (255) 

 

 

Il fatto, già esposto nei capitoli precedenti, dell’attacco piratesco portato dalle galee maltesi alla carovana di Alessandria, fornì solamente il pretesto per l’aggressione. In breve tempo però i duplici obiettivi di finanziare la guerra e mantenere in equilibrio le finanze pubbliche si dimostrarono impossibili da ottenere contemporaneamente. Questo è uno degli elementi che impediranno la concentrazione di tutto il potenziale ottomano a Creta.

 

 

Ai vari fattori che causarono l’intermittenza dell’impegno militare ottomano tra cui vi sono sicuramente l’instabilità politica, rivolte interne e le difficoltà finanziarie, vanno aggiunte anche le eccezionali condizioni climatiche contingenti. Piogge torrenziali nel 1646 e un’eccezionale siccità nel 1647 distrussero il surplus del raccolto causando una grave scarsità di cibo, specialmente in una città come Istambul che consumava qualcosa come 500 tonnellate di pane al giorno. (256)

 

 

Nel 1647 un’invasione di locuste distrusse le coltivazioni in Moldavia, questa devastazione impedì anche i due successivi raccolti. Ancora nel biennio 1659 -60 i territori sulle coste del mar Egeo e del mar Nero si ritrovarono a fronteggiare “the worst drought in a millennium”  (257) non nevicò durante l’inverno ne ci furono piogge in primavera. Il danno per le coltivazioni e le popolazioni fu enorme; sia la Romania che la Transilvania sperimentarono una carestia devastante. Durante l’estate del 1660, in luglio, anche a causa dell’estremo calore un incendio scoppiato nella capitale, Istambul, crebbe fuori controllo arrivando a distruggere due terzi della città.

 

 

La crisi alimentare causata da una serie di contingenze climatiche estreme fu comune, con varie gradazioni, a tutta l’Europa e i suoi effetti furono alimentati dalle devastazioni causate dai vari conflitti in corso. Per quello che riguarda direttamente l’impero ottomano, la serie di pessimi raccolti causò difficoltà nel rifornimento delle truppe presenti a Creta, anche per la presenza del blocco veneziano negli stretti, e contemporanee rivolte sia a Istambul che in Anatolia.

 

 

La situazione politica già critica di per se subì un declino sempre più rapido. La mancanza di denaro per pagare le truppe così a Candia come a Istambul e i prezzi del cibo che rimanevano molto alti a causa del blocco veneziano fecero precipitare la situazione portando al regicidio di Ibrahim I il 18 Agosto 1648. La consistenza dello sforzo bellico ottomano, a Creta, subì le conseguenze dell’altalenante realtà politica. A salire al trono fu il Mehmet IV, un bambino di 10 anni, alle cui spalle si formò una nuova corrente di palazzo ostile alla sovrana madre Kosem. Era solo questione di tempo perché si arrivasse alla resa dei conti ma questa volta ad avere la peggio fu proprio la sultana madre che venne brutalmente strangolata.

 

 

La situazione economica rimaneva comunque precaria, nel 1648 il tesoro imperiale aveva registrato entrate per 362.000.000 akçe ma, allo stesso tempo, ne aveva spese 550.000.000. Il cambio di regime non riuscì, nell’immediato a cambiare la situazione e nel 1653 a fronte di un aumento delle entrate a 532.000.000 akçe si ebbe un pari aumento delle uscite che arrivò a 677.000.000 akçe.  (258) Inoltre quello che queste cifre non ci dicono è che una buona parte delle entrate era costituita da diritti di riscossione pagati anticipatamente; attraverso il sistema di tax farming.

 

 

Questo sistema prevedeva lo stipulamento di un contratto con un privato a cui si appaltava il prelevamento delle imposte di un determinato territorio. Colui che riceveva l’appalto doveva pagare immediatamente, al tesoro reale, una somma prestabilita. La convenienza per il potere centrale era quella di trasformare un’entrata futura, e incerta, in un affitto pagato in anticipo. In pratica nel 1653 l’impero ottomano, grazie a questo sistema, aveva già riscosso, dandoli in concessione, i proventi futuri di vari rami fiscali.

 

 

L’unico modo per diminuire la spesa pubblica sarebbe stato quello di tagliare sulla spesa militare, cioè diminuire il numero di soldati. Con la guerra in corso con Venezia questo non era possibile, anzi, al fine di porre termine ad una rivolta in Anatolia il Sultano fu costretto a legittimare le acquisizioni dei rivoltosi e ad incorporarli nel suo esercito, con conseguente aumento delle spese militari. Nel marzo del 1656 si ricorse ad una svalutazione selvaggia della moneta per cercare di bilanciare le uscite. (259)

 

 

Ciò diede immediatamente luogo ad una rivolta dei Giannizzeri nella capitale stessa. Pagati con la nuova moneta non tardarono a scoprire che nessuno in città voleva accettarla, poiché troppo svalutata. Le conseguenze furono brutali e per placare i giannizzeri il sultano fece giustiziare, su loro richiesta, 30 dignitari della sua corte considerati i maggiori responsabili della crisi.

 

 

L’instabilità politica e finanziaria lasciava intanto mano libera ai veneziani che nel 1656 ai Dardanelli colsero la più brillante vittoria navale di tutta la guerra quando Lorenzo Marcello annientando la flotta nemica. La conseguenza diretta fu la caduta delle isole di Lemno e Tenedo in mano veneziana, e ancora dovettero considerarsi fortunati i turchi che, invece che verso due isole di dubbia utilità, l’attacco veneto non avesse mirato alla Canea, dove la guarnigione ottomana era pressoché isolata e priva di stipendi.

 

 

Il 1656 può essere considerato il punto di svolta del conflitto poiché è quello più vantaggioso per i veneziani. I turchi pur nella loro situazione rifiutarono una proposta di pace poiché non prevedeva la consegna di Creta e preferirono continuare il conflitto. L’evento che segnò la svolta per gli Ottomani avvenne il 16 settembre 1656 quando il Sultano designò come Gran Visir Köprülü Mehmet Pasha. Costui riuscì a ristabilire il controllo centrale nei confronti dei governatori delle varie province e soffocò il malcontento e i disordini causati dai giannizzeri nella capitale. Quando morì nel 1661 lasciò la carica di Gran Visir al figlio Köprülü Fazil Ahmet. Sarà quest’ultimo il responsabile della definitiva vittoria ottomana nel conflitto con i Veneziani.

 

 

A questo punto però l’attenzione turca dovette, sul serio, concentrarsi nel conflitto contro l’Austria. Le radici del conflitto si ritrovano nella campagna repressiva che Köprülü Mehmet Pascià condusse nel 1658 contro Giorgio II Rákóczi principe di Transilvania. Il conflitto si spostò poi in Ungheria, invasa dai Turchi nel 1663, la spedizione era guidata dal Gran Visir Köprülü Fazil Ahmet. Dopo la conquista delle fortezze di Nové Zámky e di Neu–Zrin le forze ottomane si diressero quindi su Vienna. Il 10 agosto del 1664 si scontrarono con l’esercito Imperiale guidato da Montecuccoli che si era posizionato fra Mogersdorf e il convento di San Gottardo per impedire l’attraversamento del fiume Raab ai Turchi.

 

 

La vittoria andò alle truppe imperiali e a soli 9 giorni di distanza dalla battaglia venne firmata la pace di Eisenburg. Terminato con questo trattato il conflitto con gli Asburgo gli sforzi ottomani tornarono a volgersi verso Creta dove già dal 1666 ripresero ad inviare nuove truppe. Nel 1667, il Gran Visir Köprülü Fazil, si recò personalmente a Candia per dirigere le operazioni di assedio contro la città. Solo nel 1666 la concentrazione di forze ottomane a Creta tornò ad assumere una proporzione sufficiente per riprendere l’assedio in maniera più attiva. Entro il maggio del 1667 l’esercito ottomano era già accresciuto a 36.000 uomini mentre la guarnigione veneziana ne contava poco più di 4.000.

 

 

Preceduto da un violento bombardamento di artiglieria, tra il 21 e 22 maggio, l’assalto diretto alle mura riprese violentemente. Nel corso dei due anni successivi le operazioni si concentrarono principalmente contro i due bastioni posti alle opposte estremità della città: il bastione S. Andrea e quello della Sabbionara. Entrambi costituivano il vero punto debole della Piazza e vennero progressivamente “sbriciolati” dal tiro delle artiglierie e dalle mine turche, come si può vedere nelle immagini poste nelle prossime due pagine.

 

 

Dal 1668 fino alla resa della città nel settembre del 1669 i due bastioni videro la maggior parte delle azioni, i turchi riuscirono a superare entrambi gli ostacoli solo per trovarsi davanti a due tagliate che arretrate di parecchi metri costituivano un nuovo poderoso ostacolo. Lo scontro oltre che sul piano militare fu combattuto anche tra le diverse doti ingegneristiche sia veneziane che turche, necessarie per mettere in opera tali lavori.

 

 

Quando Francesco Morosini firmò la resa della città, ai primi di agosto del 1669 pose fine a un conflitto che aveva stremato entrambi i contendenti. Le condizioni di pace furono generose permettendo alla guarnigione e alla popolazione di lasciare la città in tutta sicurezza e ai veneziani di mantenere il controllo di varie fortezze a Creta.

 

 

Come abbiamo appena visto vi sono varie contingenze che determinarono l’estrema durata del conflitto di Candia e l’altalenante applicazione che vi dedicarono i Turchi. Se di fronte secondario si trattò, lo fu solamente nel periodo tra il 1660 e il 1664 quando l’Impero Ottomano fu impegnato in Ungheria e in Austria. In quel periodo però le operazioni a Creta erano già anemiche da diversi anni e questo per il sommarsi di tre fattori: l’efficacia delle fortificazioni di Candia, il blocco navale veneziano, l’instabilità politica ottomana e le devastazioni provocate dal clima.

 

 

Di queste poi non possiamo non rilevare come la terza, cioè l’instabilità politica, sia stata amplificata e in qualche misura ingigantita dai dissesti provocati dai costi della guerra e dal prolungato blocco degli stretti da parte della flotta veneziana. In definitiva la guerra di Candia si dimostrò un impegno non indifferente per l’Impero Ottomano che vi perse un numero stimato di 130.000 soldati e vi investì tre quarti del budget imperiale.  (260)

 

 

Note

245 - ASV Senato, Dispacci, Ptm 495, Primo maggio 1647

246 - ASV Senato, Dispacci, Ptm, 545, 26 febbraio 1648

247- ASV Senato, Dispacci dei Rettori, Candia, pezzo 22, 9 agosto 1649

248 - ASV Senato, Dispacci dei Rettori, Candia, pezzo 22 ,2 febbraio 1651

249 - ASV Senato, Dispacci, Ptm 549, 16 maggio 1654

250 - ASV Senato, Dispacci, Ptm 549, 20 maggio 1654

251 - Robert Mantran, L’impero ottomano, Venezia e la Guerra. pag.232 in Venezia e la difesa del Levante

252 - Raimondo Montecuccoli, Aforismi applicati alla guerra possibile col Turco in Ungheria, capitolo III, XIII aforisma.

253 - Ottoman warfare 1500-1700 di Rhoads Murphey, UCl Press 1999 Pag. 186

254 - Geoffrey Parker, Global Crisis, war climate change & catastrophe in the seventeenth century, pag.196

255 - Ekkehard Eickhoff, Venezia, Vienna e I turchi, Rusconi, Milano, 1991, Pag. 26

256 - Geoffrey Parker, Global Crisis, war climate change & catastrophe in the seventeenth century, pag.197

257 - Ibidem, pag.204

258 - Geoffrey Parker, Global Crisis, war climate change & catastrophe in the seventeenth century, pag.201

259 - Ibidem pag.201

260 - Geoffrey Parker, Global Crisis, war climate change & catastrophe in the seventeenth century, pag.197