UNIVERSITA' DI VENEZIA - Corso di Laurea magistrale in Storia dal Medioevo all’Età Contemporanea - Tesi di Laurea

L’Esercito veneziano e la difesa di Candia 1645-1669 - Il costo di una vittoria mancata

Relatore Ch. Prof. Luciano Pezzolo

Laureando Roberto Vaccher

 

 

7.2) La vita a Candia

 

 

Quando i Persiani, nel 480 a.c. si riversarono nell’Attica gli ateniesi abbandonaronoAtene, nell’impossibilità di difenderla, credendo che la linfa vitale della città fossero i suoi abitanti e non i monumenti di pietra da cui essa era composta. Quando i Turchi invasero Creta nel 1645 l’unico rifugio per gli abitanti fedeli a Venezia era costituito dalle sue città e fortezze. Eppure una città assediata era ed è, probabilmente, il posto meno adatto per una massa di popolazione che, inutile alla difesa, pesa solamente sulle scorte alimentari.

 

 

La prima città ad essere fatta oggetto degli attacchi turchi fu quella della Canea. Qui il presidio veneziano contava 800 fanti e 535 cernide  (227)  mentre la popolazione, stando a una relazione del 1636, ammontava a 6.787 abitanti.  (228)

 

 

Nei giorni immediatamente precedenti all’inizio dell’assedio turco si discusse, in seno alla consulta della città  (229), della possibilità di far uscire le persone non utili alla difesa. Alla fine si decise di non costringere nessuno, che non lo volesse, a lasciare la Canea. La considerazione contingente che un provvedimento del genere avrebbe quasi sicuramente dato luogo a disordini, spinse il provveditore della città ad agire in questo senso. Una volta presa questa risoluzione la popolazione abile, donne comprese, fu divisa in squadre di lavoro e utilizzata per restaurare prima e riparare poi le fortificazioni della città.

 

 

Al momento della resa della città, l’8 agosto 1645, anche la popolazione civile risultò molto diminuita per le morti e le ferite subite nelle operazioni sulle mura. I civili furono comunque salvaguardati anche dal documento in cui si stabilirono le condizioni per la resa della città, dove si stabiliva che ogni abitante aveva il permesso di partire o restare a sua discrezione portando con se i suoi beni.  (230)

 

 

La relativa brevità dell’assedio, 57 giorni, risparmiò, almeno in parte, alla Canea le strettezze che subirà invece Candia.

 

 

Nel 1646 per prepararsi all’imminente assedio provveditori e capi da guerra di Candia si trovarono a prendere tutte le misure necessarie ad assicurare la sopravvivenza della città. Nel novembre di quell’anno la popolazione di Candia assommava a circa 14.000 abitanti aggiugnendo quelli che si pensava vi si sarebbero rifugiati da Rettimo, si arrivava ad un totale di 15.000 persone. Bisognava pensare innanzitutto a fare scorta di viveri,biade, legname ed in particolare di sale che veniva fabbricato a Spinalonga, qui ve ne erano scorte eccessive e bisognava trasportarlo a Candia.

 

 

Le prime difficoltà che si iniziarono a sperimentare, anche a causa dell’aumento del presidio, era la scarsa resa delle macine per la farina presenti in città che faticavano a produrre farina sufficiente. Anche le scorte di legna, da usare per cucinare il pane, si rivelarono presto un problema.  (231)  Nemmeno in questo caso però si decise arbitrariamente di scacciare una parte della popolazione, invece di prendere un provvedimento così impopolare si ordinò che ognuno in città dovesse provvedersi di scorte di viveri, bastanti per almeno sei mesi, per se e per la sua famiglia. Queste scorte avrebbero dovuto essere tenute nelle abitazioni private.

 

 

Da questo provvedimento non dovevano essere esclusi nemmeno i religiosi, fossero frati o suore, che vivevano negli istituti religiosi della città. Chi entro un determinato termine fosse stato trovato inadempiente sarebbe quindi stato allontanato dalla città come persona inutile. (232)

 

 

Non appena divenne chiaro che l’assedio sarebbe stato molto prolungato si diede la possibilità di partire ai soggetti meno abili; tra gli altri furono fatte partire anche le monache dei conventi di S.Caterina, S. Giacomo e S. Giorgio poiché considerate solamente di peso alla città. (233)

 

 

Un’altra questione era quella degli alloggiamenti per la guarnigione, le caserme della città non solo non bastavano per tutti ma si trovavano anche in pessimo stato. Fu quindi giocoforza utilizzare come alloggiamenti case private con tutti i problemi che ne potevano derivare dando la precedenza alle abitazioni più vecchie o a quelle disabitate. (234)

 

 

Soprattutto nel corso del primo assedio di Candia, le truppe erano costrette a rimanere permanentemente nei pressi delle posizioni difese il che aggravò la mancanza di appositi quartieri per i soldati costruiti nelle immediate vicinanze dei bastioni. Quelli esistenti erano poi pesantemente danneggiati e la pioggia, che passava attraverso il soffitto, contribuiva a renderli umidi e malsani. I soldati costretti a presidiare giorno e notte i bastioni dovevano dormire sulla nuda terra spesso senza alcun riparo il che non faceva che aumentare il numero degli ammalati. (235)

 

 

Alla fine dell’assedio nel 1650 si avviò subito un programma di sistemazione delle caserme e si richiesero i materiali necessari a Venezia. Con l’inverno alle porte era necessario costruire in fretta baraccamenti per riparare la guarnigione. (236)  Vi era anche grande necessità di scarpe, vestiti e mantelle invernali per coprire i soldati. Durante la guerra di Candia ai soldati della guarnigione i cambi di vestiario e di scarpe erano passati da Venezia e il loro costo trattenuto dalla paga. Per un cambio di vestiti, nel 1654, ai soldati venivano addebitate 62 lire mentre un paio di scarpe nuove significava una trattenuta di 6 lire e 4 soldi.  (237) 

 

 

I vestiti venivano inviati da Venezia, purtroppo nessun elemento ci da la certezza necessaria per determinare se si trattasse di semplici capi di vestiario o di vere e proprie uniformi. Il fatto però che si trattasse di capi d’abbigliamento, più volte definiti genericamente come “vestiti da soldato”, realizzati appositamente per la guarnigione di Candia e richiesti dai provveditori alle armi di questa città, in base alle esigenze, ci spingono a ritenerle tali.

 

 

Ogni volta che giungevano carichi di vestiti, come ad esempio nel dicembre 1656, si trattava di materiale destinato unicamente a vestire la guarnigione e la cui quantità era stata espressamente dettata dai capi militari di Candia. (238) Con il procedere della guerra, passata la minaccia immediata degli assalti nemici, fu necessario alloggiare soldati e ufficiali in un sempre maggior numero di abitazioni civili.

 

 

Il primo ovvio inconveniente era costituito dallo scontento e dagli attriti che si creavano con la popolazione civile costretta ad alloggiare i soldati. Altri problemi erano la perdita di controllo sulle milizie che risultavano sparpagliate per la città: oltre a non essere immediatamente radunabili in caso di attacco, era anche molto più difficile controllarne le azioni, mancando la diretta supervisione degli ufficiali. La situazione sfuggì lentamente di mano e nel 1659 ci si trovò a dover ammettere che la città si trovava ormai in uno stato miserando. Vi era una grande mancanza di alloggi poiché le abitazioni risultavano in gran parte distrutte.

 

 

Se da un lato vi erano i danni direttamente conseguenti dai bombardamenti nemici da tenere in considerazione, dall’altro non si era prestata nessuna attenzione alla condotta dei soldati. Nessuno si era occupato di preservare le case facendone un registro e assegnandole in maniera permanente a determinati reparti, di conseguenza si era lasciato che «li soldati dopo haverne distrutta l’una s’introducessero nell’altra senza farne alcuna consegna ne tenendo alcun registro» (239).

 

 

A questo si aggiungeva che molto spesso, nei momenti in cui vi era scarsità di legname, si adoperavano le travi tolte da abitazioni per riparare le fortificazioni o costruirne di nuove aumentando così le distruzioni. Questi fatti non potevano non aver avuto un impatto sull’andamento della popolazione della città, che andò mutando la sua composizione col progredire del conflitto. Se nel 1646 la popolazione di Candia ammontava a 14-15.000 abitanti, nel 1650 al termine del primo periodo di assedio, era scesa a 10.842 cittadini. Il censimento si riferisce al marzo del 1650 cioè circa un mese dopo l’interruzione dell’assedio da parte dei turchi ed evidenzia come la maggior parte degli abitanti fossero donne, comprese le bambine erano 6.815, mentre gli uomini erano 4.027 bambini compresi. (240)

 

 

Con il continuare della guerra e il blocco alla città la popolazione di Candia si trasformò sempre di più mano a mano che gli abitanti originali si frammischiavano, e lasciavano il posto, al sedimentarsi del continuo avvicendamento delle unità militari. La maggior parte degli uomini atti alle armi morirono nei combattimenti e i rimanenti erano bambini e una moltitudine di donne. Queste ultime non componevano una massa immobile ma si adoperavano sia nella macinazione della farina, attraverso l’uso delle macine a mano, che nel portare terra per riparare le opere danneggiate dal tiro nemico. (241)

 

 

La gran parte delle ferite subite nei combattimenti, per l’aria malsana e le precarie condizioni degli ospedali, risultavano fatali per coloro che le ricevevano. Coloro che si salvavano restavano spesso storpiati o comunque incapaci di essere ancora utili nei combattimenti. Questi soldati venivano normalmente licenziati, quando scoperti nel corso delle rassegne, era facoltà delle autorità veneziane licenziare i soldati a loro discrezione nel caso fossero incapaci di prestare servizio o per indisciplina. Era sufficiente che si pagasse loro un mese di paga anticipata e li si provvedesse del cibo necessario per il viaggio di ritorno. (242)

 

 

Come è emerso anche nei capitoli precedenti la vita di un soldato dell’epoca era continuamente in bilico sulla soglia della sussistenza: le paghe erano basse, il costo della vita alto. In realtà il genere di attività quotidiane della guarnigione di Candia, negli anni privi di attacchi turchi, non dovette variare molto da quella che conducevano le guarnigioni delle fortezze di terraferma. I problemi della guarnigione di Palmanova, con paghe insufficienti che arrivavano in ritardo e continue fughe tra i reparti suonano famigliari a quanto succedeva a Candia.

 

 

Ciò che rendeva più dura la vita a Creta era il fatto di essere sostanzialmente una bolla il cui limite era costituito dalle difese della città, dove tutto doveva essere importato dall’esterno e dove il rischio di morte era sempre presente. A tutto ciò si aggiungeva quello che è forse l’aspetto più brutale dell’assedio di Candia. Nel contesto di una guerra come quella veneto-ottomana del 1645-1669 che fu sostanzialmente più “corretta” da un punto di vista di diritto di guerra, con capitolazioni trattate e rispettate per le città conquistate e scambi di prigionieri, spicca la brutalità della guerra sotterranea.

 

 

La guerra di mina costituì un vero assedio sotto l’assedio, un campo di battaglia costituito da chilometri di gallerie che si estendevano, su vari livelli, sotto tutte le opere difensive della città. Le gallerie veneziane si estendevano ben oltre le prime linee turche ed erano composte da punti di ascolto e fornelli di mina in numero enorme. I turchi a loro volta avevano scavato un’impressionante rete di cunicoli che si estendevano sia sopra che sotto la falda freatica, il conseguente lavoro di ingegneria, necessario per realizzare questi labirinti, era impressionante e coinvolgeva sistemi di aerazione protetti e sistemi di pompaggio dell’acqua.

 

 

Quando nel corso dei lavori diversi sistemi di gallerie venivano in contatto i combattimenti che vi si sviluppavano erano spaventosi. I veneziani, come testimoniato dalle richieste di armamenti specifici, utilizzavano reparti ben protetti da armature a botta, elmi e scudi ed armati di sciabole, pistole e granate per opporsi ai genieri turchi.

 

 

Se l’obbiettivo di questi ultimi era quello di scavare fin sotto alle fortificazioni per farle saltare, i primi potevano contare su un esteso sistema di camere di scoppio già preparate al di sotto delle principali opere fortificate. Quasi giornalmente i veneziani facevano esplodere uno o più “fornelli” per far crollare le gallerie nemiche, anche nel caso una delle fortificazioni esteriori fosse caduta in mano turca vi era la possibilità di farla saltare in aria insieme agli attaccanti.

 

 

I diari della piazza di Candia che descrivono così efficacemente gli ultimi anni di assedio non mancano di annotare, con cadenza giornaliera le esplosioni e le perdite causate dalla guerra sotterranea.  (243)  Il terrore instillato nei soldati dalle mine era tale da ripercuotesi anche nell’esito di alcune sortite: l’evento più celebre è forse quello della grande sortita francese del 1669 dove l’esplosione del deposito delle polveri di una batteria turca, scambiata per l’esplosione di una mina, scatenò il panico negli assalitori che si diedero a una fuga disordinata. (244)

 

 

La tensione generata dal continuo pericolo di vedersi sprofondare la terra sotto i piedi, letteralmente, suscitava un’enorme apprensione nei soldati di ambo le parti. Gli orrori degli assalti all’arma bianca contro i bastioni, o viceversa la loro difesa, si svolgevano senza possibilità di quartiere. Attaccanti e difensori si muovevano in un panorama che ad un osservatore moderno ricorda molto da vicino immagini ed eventi della guerra di trincea del primo conflitto mondiale, con le reciproche posizioni cristallizzate a pochi metri di distanza. Non sorprende, che in un contesto del genere, una delle preoccupazioni dei comandanti veneziani fosse che non mancasse mai il vino, per “animare” i combattenti nella città assediata. Costretti in precarie condizioni di vita, stretti tra malattie e mancanza di cibo, con la continua minaccia di un possibile attacco nemico, non sorprende che Candia costituisse, per i semplici fanti chiamati a combattervi, uno dei teatri meno attraenti.

 

Note

227 - BNM, IT VII 2597 (12489) Della Canea 1645

228 - ASV Collegio, Relazioni, b. 80, Relazione di Lorenzo Contarini ritornato da provveditore generale del regno di Candia, 18 aprile 1636 in Venezia e la difesa del levante, pag. 107

229 - Insieme di tutti i capi da guerra presenti nel presidio e degli inviati veneziani.

230 - BNM, IT VII 2597 (12489) Capitolazioni nella resa della Piazza della Canea, pag. 95

231 - ASV Senato, dispacci, rettori Candia 1646, Nota sulle scorte della città di Candia novembre 1646

232 - ASV Senato, dispacci, capi da guerra, Camillo Gonzaga lettera da Candia del 10 gennaio 1646

233 - ASV Senato, dispacci, Ptm 495, 26 febbraio 1647

234 - Ibidem

235 - ASV Senato, dispacci Capi da guerra busta 9 Barone Nicolò Teodorico Spesseiter Candia 7 dicembre 1649

236 - ASV Senato, dispacci, Ptm 546, 30 agosto 1650

237 - ASV Senato, dispacci, Ptm, 549,14 dicembre 1654

238 - ASV Senato, dispacci, Ptm, 550,6 dicembre 1656

239 - ASV Senato, dispacci, Ptm 551, 27 giugno 1658

240 - ASV Senato, dispacci, Ptm 546, 6 aprile 1650

241 - Andrea Zitelli, Candia soccorsa nella penura estrema di biade, in venezia e la difesa del levante, pag.131

242 - Si veda ad esempio ASV Senato, dispacci, Ptm 495, 7 novembre 1648

243 - Vi sono vari manoscritti nella Biblioteca Nazionale Marciana che riportano tali diari come ad esempio:IT VII 2182, IT VII 653 e IT VII 657. Parte di questi diari sono presenti anche nelle collezioni della British Library di Londra: Papers relating to the war of Candia,Western Manuscripts Add MS 8642 o Chronicle of the war of Candia in the years 1644-1651, Western Manuscripts Add MS 8641. Si tratta di rammenti di vari diari, alcuni evidentemente scritti dal segretario del capitano generale da mar che annotano giorno per giorno, ora per ora, gli avvenimenti della città assediata.

244 - A journal of the expedition of monsieur De la Fueillade for the relief of Candia,printed for T. Williams, London, 1670 Pag.107