UNIVERSITA' DI VENEZIA - Corso di Laurea magistrale in Storia dal Medioevo all’Età Contemporanea - Tesi di Laurea

L’Esercito veneziano e la difesa di Candia 1645-1669 - Il costo di una vittoria mancata

Relatore Ch. Prof. Luciano Pezzolo

Laureando Roberto Vaccher

 

 

7.1) Ammutinamenti, malattie, diserzioni

 

 

Le precarie condizioni di vita e l’incertezza quotidiana logorarono sistematicamente la resistenza e la salute dei soldati delle varie fortezze di Creta. Non vi è da stupirsi se, in molti periodi, l’assenza di pagamenti e di distribuzioni di viveri, ridussero sotto la soglia di sussistenza i soldati, mettendone molti di fronte alla scelta tra il morire di fame o il tentare la fuga. Innanzitutto occorre dire che una delle maggiori minacce per una città assediata sono le epidemie. Candia non fece eccezione poiché le strettezze dell’assedio e la scarsità di rifornimenti ridussero spesso in condizioni precarie la salute dei suoi abitanti.

 

 

Oltre alle epidemie furono le fughe e le diserzioni le altre grandi cause di perdite per le guarnigioni veneziane a Creta. Il riassunto migliore, di quello che per lunghi periodi sarà la routine di Candia, è quello lucidamente esposto da Zorzi Morosini in un dispaccio del 1650: «io considero che nella presente costituzione di cose questa piazza è molto più combattuta dall’interni disaggi che dall’esterne violenze; mentre non solo è priva di grani ma anco de mezi necessari per provedersene…» (208)

 

 

Già nel corso del primo assedio le fughe all’interno del presidio iniziarono ad assumere una dimensione rilevante. La scarsità di viveri ridusse rapidamente alla fame la guarnigione. I gravi ritardi nelle paghe, che si sperimentarono sin da subito, diedero luogo a diversi casi di vero e proprio ammutinamento. Particolarmente gravi alcuni episodi avvenuti alla fine dell’estate del 1647 quando, in occasione di un assalto nemico, una compagnia gettò le armi «dicendo, che senza denaro non vuol farsi ammazzare». (209)

 

 

Il peggio è che nella situazione contingente non si poterono nemmeno prendere provvedimenti disciplinari ma fu necessario invece agire per blandire i soldati con lusinghe e promesse, poiché una punizione avrebbe potuto dare il via a ben più gravi sollevazioni. La cosa grave era che anche ufficiali e sotto-ufficiali erano coinvolti nel fenomeno di diserzione. Nel marzo del 1649 si dà notizia di come un sergente fosse fuggito, per così dire, bandiere al vento, portandosi dietro, oltre a dieci fanti anche l’alfiere della compagnia. 210

 

 

La situazione era critica non solo a Candia ma anche nelle altre fortezze di Creta, dove il rischio era anche maggiore. Ai primi di settembre del 1650 il provveditore della Suda scoprì un complotto architettato da parte della guarnigione con l’intento di uccidere i «comandanti e consignar la fortezza a Turchi». (211)

 

 

Per evitare il riproporsi di questa minaccia sarebbe stato opportuno far ruotare le compagnie incriminate, spostandole dalla Suda a Candia e inviarne lì di nuove. Purtroppo la scarsità di denaro, necessaria per saldare le truppe che si volevano spostare da un luogo all’altro, lo impedirono. Si attuò una via di mezzo, proponendosi di girare a Suda gli eventuali arrivi di nuove forze, che avevano già ricevuto le paghe anticipatamente.

 

 

La stessa minaccia sorse anche dalla parte di Spinalonga e di Settia ai primi di febbraio dello stesso anno. Nella prima fortezza il movimento sedizioso era partito da un singolo, un alfiere di una compagnia italiana che aveva sobillato alcuni soldati della stessa nazione ed altri «di nattione francese». Costoro si erano accordati per attaccare e uccidere, in un giorno prestabilito, il provveditore della fortezza e il soprintendente. Cercarono di attuare le loro macchinazioni attentando ai due rappresentanti «et ad altri che si trovavano uniti nell’habitatione del Palazzo pubblico coll’haver sbarato moschettata contro d’esso; ferito col Canone; doi bombardieri una ronda et ventisete fanti». (212)

 

 

Dalla fortezza di Settia, si comunica, allo stesso modo, di aver scoperto «intelligenze col nemico in uno de capitani greci di quel presidio». Il colpevole era stato arrestato ed inviato a Candia per essere processato, inoltre venivano avanzati dubbi anche sullo stesso soprintendente della fortezza indicato, anche se senza prove, come l’ispiratore del fatto.

 

 

Quello che sorprende in questi atti di insubordinazione, non è tanto il fatto del loro verificarsi, poiché come abbiamo già detto era la miseria che spingeva i soldati alla fuga, quanto che non si tratta di singole fughe di uno o due soldati per volta, ma che piuttosto, l’input iniziale, proviene dagli ufficiali o meglio dai sotto-ufficiali. Si può motivare questo fatto col mancato pagamento degli stipendi che coinvolgevano in particolare proprio i graduati.

 

 

Come già visto nei capitoli precedenti, mentre i soldati ricevevano ogni dieci giorni i terzi, i graduati restavano anche molti mesi senza venire soddisfatti. Il movente della fuga per fame si ripropone sistematicamente mentre non si fa mai menzione di atti di codardia, come movente, «le dispersioni e le fughe de non pagati che non havendo come sostenersi ne alimentarsi vanno a rendersi dal nemico»  (213).

 

 

Queste fughe erano particolarmente gravi non solo per il danno che ovviamente ne veniva in termini di effettivi al presidio, quanto per la contemporanea fuga di notizie che così si verificava. Ciò era tanto più grave nei periodi in cui si effettuavano sortite o, come avvenne nel 1650, si programmavano operazioni militari per riprendere alcune delle fortezze cadute in mano ai Turchi. In queste situazioni non solo, le fughe aumentavano, poiché non vi era, in campagna, alcun modo per trattenerli, ma anche i Turchi si avvantaggiavano delle fughe di informazioni.

 

 

Il legame tra la fame e le fughe si mantiene, per ovvie ragioni, indissolubile. Con la diminuzione degli assegnamenti delle razioni giornaliere e la mancanza di denaro, la situazione si fa sempre più critica. Nel settembre del 1652 il provveditore Giacomo da Riva descrive una situazione desolante:

 

«Passati otto mesi e correndo ormai anche il nono che non si vedon ricapiti di costà che vuol dire che in questo esausto essere, in che si giace, deteriorando Candia, e sregolantesi più sempre in tutte le parti, se sin qui ho potuto fra tanti contrarii et angustie, sostentarla, e divertire i tumulti, da qui innanzi quello che non succederà di sinistro sarà effetto della Divina pietà non potendo senza lagrime descrivere ogni giorno quanto diventano maggiori queste necessità». (214)

 

 

Per cercare di alleviare la situazione fece dispensare agli ufficiali alcune partite di biscotto, prelevato dal fondaco cittadino, a conto dei loro stipendi arretrati. A novembre la situazione non era migliorata ed anche a Candia si estesero quei «congressi tumultuosi» che già abbiamo visto nelle fortezze “minori”. La situazione è così grave che si teme di poter perdere la Piazza per tradimento: «costi ne parosismi di questa febbre, colma di malignità e vicina a perdere la Piazza». (215)

 

 

Le fughe si sono ormai fatte giornaliere coinvolgendo non solo i fanti ma anche i capi dei bombardieri, i maestri dei fuochi artificiali e gli ufficiali. Anche gli ufficiali che sono stati in parte pagati fuggono appena ricevuto qualcosa degli arretrati. Viene poi sottolineato come non siano i soldati peggiori a darsi alla fuga ma i «migliori soggetti». In effetti questa denuncia, che può sembrare paradossale, è facilmente spiegabile. Nella nostra visione moderna il buon soldato è quello che, fedele alla patria, compie il suo dovere in qualsiasi condizione.

 

 

All’epoca della guerra di Candia, soprattutto nel caso di soldati mercenari, era privo di senso sia il concetto di patria che quello di dovere a cui, da un certo punto di vista, la Repubblica era stata la prima a venire meno con l’interruzione dei pagamenti. I soldati migliori erano quelli più intraprendenti, aggressivi e di conseguenza irrequieti, che più facilmente si sarebbero sbandati, abbandonando la relativa sicurezza della Città, in situazioni simili. Solo i costanti rinforzi di compagnie fresche, provenienti da Venezia, impedirono alla guarnigione di diminuire troppo.

 

 

Non vi è anno, durante tutta la guerra, in cui non si ripeta questa situazione. Alla fine del marzo 1655 la guarnigione è nuovamente ridotta ai minimi termini per le fughe e per le morti di soldati, oltre che per le compagnie che vengono inviate a servire in armata. La situazione si è deteriorata a tal punto che rimangono forze appena sufficienti, divise a metà per darsi il cambio, per presidiare tutte le posizioni. Il servizio doveva risultare estremamente faticoso, considerando che le compagnie si avvicendavano nei posti di guardia ogni due giorni. (216)

 

 

Il problema perennemente irrisolto delle paghe arretrate dovute agli ufficiali della guarnigione, che continuavano a percepire solamente il soldo come i soldati semplici, continuava a creare disordini. Infatti se un fante con i tre terzi mensili aveva praticamente percepito la maggior parte del suo stipendio, cioè 3 ducati su 5, un capitano che avrebbe dovuto percepire circa tre volte tanto, con la stessa cifra mensile continuava ad accumulare arretrati su arretrati. Questo li riduceva in miseria e doveva esasperarli a tal punto che non è da farsi meraviglia quando disertavano per primi.

 

 

Come accadde nel 1656 quando «un alfiere di compagnia corsa, che scalate le mura di una piazza bassa colla bandiera e con tre soldati è passato ai turchi» (217); la situazione si aggravò ancora l’anno successivo. In otto mesi, da luglio a febbraio, gli ufficiali di Candia ricevettero solo una paga «vengono perciò sforzati o a rompere i legami della lealtà dovuta al Principe col rendersi a Turchi, o a dar negli eccessi più gravi per non morir di dissaggio». (218)

 

 

Tra questi atti si segnalarono, tra l’altro, molteplici furti: la miseria è tale da spingere gli ufficiali a rubare dove e come possono. Un gruppo di ufficiali saccheggiò la chiesa votiva di S.Tito, alla cui immagine della Vergine fu asportata la corona e altri doni votivi. I soldati attendevano di trovarsi da soli nelle posizioni di guardia per darsi alla fuga in maggior sicurezza: era sufficiente attendere che la ronda passasse a controllare e sfruttare il lasso di tempo prima del passaggio successivo. La fuga era più semplice quando si era di servizio nelle fortificazioni esteriori della città. Queste ultime erano necessariamente basse per non impedire il tiro dai bastioni della città alle loro spalle. Di conseguenza era sufficiente scavalcarle e «con un solo salto sono in campagna» senza che ci fosse più modo di fermarli. Non vi era neanche modo di accorgersi della fuga prima del passaggio della ronda successiva e di notare il posto di vedetta abbandonato.

 

 

In tempo di pace i dintorni delle fortezze, anche in terraferma, erano usualmente presidiati da reparti di cappelletti che avevano proprio il compito di catturare i fuggitivi. A Candia, con i Turchi schierati dirimpetto alla città questo non era ovviamente possibile. Venne proposto di ricostruire le palizzate poste alla base della fossa in maniera da rendere più difficoltoso ogni tentativo di fuga. La realizzazione di quest’opera avrebbe reso anche più semplice la difesa e sarebbe tornata quindi doppiamente utile. Nel 1659 il provveditore di Candia Luca Francesco Barbaro, con fine intuito, individuò due cause principali nelle fughe.

 

 

La prima fu, guarda caso, il fatto che i soldati fossero sottopagati, anche rispetto alle capitolazioni che firmavano al momento dell’arruolamento. Di conseguenza trovandosi a doversi sostentare con un reale e mezzo al mese, cioè 3 ducati, e la razione di pane o di biscotto «il soldato come segue alla maggior parte, mangiato o giocato il terzo il primo giorno resta tutti gli altri a pane et acqua si da alla disperazione». (219)

 

 

Aggiungiamo anche che, più che giocato, il denaro appena ricevuto finiva spesso anche per pagare piccoli debiti. La seconda motivazione risiedeva nella legislazione vigente sul trattamento da riservare ai disertori. Questi ultimi se ritornavano volontariamente a Candia non subirono nessuna punizione, anzi l’indulto si sarebbe esteso anche alle condanne precedenti la fuga. Questo provvedimento, istituito originariamente per cercare di recuperare buona parte del grosso numero di soldati che fuggivano era poi rimasto in vigore, conseguendo il solo effetto di depenalizzare la diserzione.

 

 

Un soldato insoddisfatto poteva abbandonare il suo posto e, nel caso non si fosse poi trovato bene nel campo turco o avesse subito maltrattamenti, sarebbe potuto rientrare a Candia senza tema di punizioni. Il Barbaro propose quindi di revocare questo provvedimento poiché oltre a risultare dannoso, incentivando le fughe, non portava benefici perché pochissimi ritornavano. Lasciò aperta la possibilità di reintrodurlo per brevi periodi in maniera che potesse fungere da vero incentivo al rientro.

 

 

Nessuno sembrò porsi la questione di quanta affidabilità si potesse fare su soldati che così facilmente cambiavano bandiera. Farlo avrebbe voluto dire mettere in discussione tutto l’impianto dell’arruolamento basato su soldati mercenari, che componevano la spina dorsale dell’esercito veneto. Venezia aveva sempre accettato, come un rischio calcolato, le conseguenze del suo sistema militare basato su truppe mercenarie e aveva anzi dimostrato un certo orgoglio verso di esso in varie occasioni.

 

 

Alcuni rappresentanti veneziani, nel parlare con dignitari Ottomani, della guerra di Cambrai, potevano affermare con orgoglio che in quel conflitto tutto si era fatto col denaro. A morire erano stati solo soldati stranieri e nessun cittadino veneziano, mentre lo stesso non si poteva dire per i sudditi del sultano.

 

 

Cambiata la stagione e cambiato il Provveditore in carica, con l’arrivo di Marco Bembo giunto a Candia il 4 marzo 1660 e del denaro che recò con sé, tutta la città ebbe una ripresa. Conviene notare però che dal maggio passato, cioè in circa 10 mesi, la guarnigione perse per malattie 595 fanti. Il circolo ripetitivo fatto della continua oscillazione tra relativo benessere e miseria che va a braccetto con i tanto sospirati invii di denaro contante dalla Dominante, era pronto per ripartire.

 

 

E’ del 21 aprile l’annuncio che erano cessate tutte le fughe dal presidio, non si trattava di un fatto miracoloso quanto della ripresa della distribuzione regolare di pane fresco al posto del biscotto. (220)  La città sembrava vivere un momento di particolare benessere e anche il numero degli ammalati era diminuito drasticamente a segno dei grossi benefici derivanti da una migliore alimentazione. Come spada di Damocle, incombeva la consapevolezza che il mancato arrivo di nuovo denaro avrebbe fatto ripiombare Candia «in uno stato di disfacimento». Cosa che puntualmente accadde.

 

 

Il 1660 fu l’anno prescelto per compiere il lungamente programmato sbarco a Suda e il collegato tentativo di riconquista della Canea. Le forze che già andavano assemblandosi in Armata contavano 3.500 fanti francesi, 4.500 forze venete e 600 cavalieri, mentre i Turchi non disponevano in tutta l’Isola di più di 11.200 fanti e 1.100 cavalieri, sparsi però tra il campo principale situato fuori Candia, la Canea, Rettimo, Grabusa e le campagne circostanti.

 

 

Questa volta il generale da Mar volle essere sicuro di poter disporre tempestivamente di denaro per pagare i soldati del corpo da sbarco e decise di trattenere in Armata i 70.000 ducati spediti da Venezia e destinati a Candia. (221) Questo fatto fu particolarmente increscioso per la guarnigione della città che vide profilarsi nuovamente lo spettro delle strettezze passate. Intanto la campagna era iniziata in maniera positiva per i veneziani che, sbarcati nei pressi della baia di Suda, avevano eliminato le forze turche che assediavano quella fortezza. Decisero quindi di spostarsi verso la Canea, obbiettivo finale dell’operazione, vennero però intercettati ed affrontati dalle forze congiunte del presidio turco e di un corpo di soldati proveniente dal campo di Nuova Candia.

 

 

Nonostante il nemico fosse stato respinto, le perdite subite nei combattimenti non consentivano più di completare la circonvallazione delle mura della Canea per assediarla o tentare un colpo di mano. L’esercito veneziano si risolse quindi a imbarcarsi nuovamente per portarsi a Candia, da dove si sperava di poter conquistare l’accampamento ottomano di Nuova Candia. L’attacco sferrato contro quest’ultimo, iniziato come una sortita in grande stile, si concluse con un vero disastro. I fanti veneziani, dopo i primi successi, furono colti di sorpresa dalla reazione nemica infatti «dattisi poi al bottinare et aggiunto qualche disordine» vennero assaliti dai turchi che, cogliendoli impreparati, ne uccisero molti e misero in fuga i restanti.

 

 

Il resto dell’esercito veneto, vedendo le avanguardie fuggire, non trovò di meglio da fare che imitarle trasformando la fuga di alcuni contingenti in una rotta generale. Al rientro in Candia, una volta contate le perdite,risultarono assenti circa 700 fanti tra i veneti e altrettanti tra le compagnie francesi. Anche la cavalleria, fuggita senza combattere dallo scontro, risultò essere molto diminuita. (222)

 

 

A questo punto non si era più in grado di tentare altre operazioni per quell’anno e poiché la situazione dei rifornimenti della città andava nuovamente aggravandosi e non era possibile sostenere anche il surplus di guarnigione, era necessario decidere al più presto come operare. Convocata la consulta si prese la decisione di far svernare l’armata navale, tutta la cavalleria e i fanti francesi, in arcipelago dove non avrebbero gravato sulle riserve della Città.

 

 

Se durante le stagioni invernali era il freddo la maggior causa di morte nel periodo estivo erano le malattie a non dare requie al presidio di Candia. Il clima di Creta sembra non essere stato particolarmente salubre e il gran numero di soldati stipati a Candia, i morti insepolti e la sporcizia non lo resero sicuramente migliore. Due furono i momenti probabilmente peggiori dal punto di vista sanitario. Il primo fu l’epidemia di peste che colpì Candia nel 1646 e continuò a imperversare fino al 1647, in questa occasione si registrarono molti decessi. Pur non potendo quantificarli con precisione possiamo basarci su alcuni indizi provenienti dai dispacci dei rettori e dei provveditori alle armi.

 

 

Sappiamo che nel mese di settembre del 1646 in 229 case della città erano stati scoperti abitanti ammalati, «mali di buboni , et altri contrassegni di sospetto» queste case vennero poste “sotto sequestro” e gli abitanti furono confinati per limitare il contagio. Gli ammalati di peste erano, nello stesso periodo, 169 e dal primo di luglio, cioè in tre mesi, morirono di questa malattia circa 200 persone tra uomini, donne e bambini.  (223)  La pestilenza sembrò aver colpito particolarmente la sola città di Candia perché a Rettimo non vi sono segnali di contagio.

 

 

Parlando della peste, nei momenti più violenti del contagio, morirono circa 140 persone al giorno tra abitanti e soldati. L’intensità non rimase sempre costante ma anzi fu abbastanza altalenante. Entro il 15 di luglio 1647 sembrò che le morti di peste fossero terminate poiché in una settimana non si registrarono decessi. Le cifre di questo periodo, che si riferiscono ai morti di peste, non tengono conto della popolazione civile ma registrano solamente gli appartenenti alla guarnigione, non sappiamo quindi il reale numero dei morti compresi i civili. La città era afflitta anche da molte altre malattie, meno pericolose della peste, da cui infatti quasi tutti guarivano.

 

 

Ai primi di ottobre la peste era già tornata nuovamente e le morti ricominciarono, si contarono fino a 40 decessi al giorno. Lentamente lungo tutto ottobre sembrò che la situazione migliorasse e i morti giornalieri si attestarono a 20 o 25 soldati per tornare, già ai primi di novembre, a 40 soldati al giorno «senza li paesani», nonostante si facesse di tutto per arginare il male nulla sembrò aiutare. Il numero dei soldati a Candia diminuiva giornalmente a segno che senza i continui rinforzi «si resterà senza milizie». (224)

 

 

La Città non sembra invece essere stata toccata dalla seconda epidemia di peste che si diffuse «gagliardamente» nel regno, soprattutto nel campo turco, nel 1656.225 La peste del 1646-47 colpì comunque anche l’accampamento ottomano anche se non abbiamo modo di conoscere con che entità. Il secondo periodo di crisi invece si verificò nel corso del 1659: alla fine di ottobre gli ammalati ricoverati negli ospedali avevano raggiunto cifre preoccupanti, rappresentate nella tabella seguente.

 

 

 

Con 1.103 ammalati su un presidio che non contava più di 3.000 fanti pagati, di cui solo 2.200 erano fanti de fattione, si può ben capire come la situazione della città fosse molto precaria. L’anno successivo l’emergenza sembra essere rientrata ed a fine agosto, periodo normalmente abbastanza problematico per quanto riguarda le epidemie, gli ammalati non erano più di 250. La mortalità rimaneva comunque abbastanza alta e andava da 8- 10 soldati a settimana fino a 20 o 24. Particolarmente pericolose erano le ricadute. I soldati dimessi una volta che riusltavano privi di febbre facevano ritorno nei loro alloggiamenti dove, già indeboliti, mangiavano «robbe poco salutifere» e in molti casi si ammalavano nuovamente morendo. (226)

 

Note

208 - ASV Senato, dispacci, Ptm 546, 31 marzo 1650

209 - ASV Senato, dispacci, Ptm 545, Ultimo di agosto 1647

210 - ASV Senato, dispacci, Ptm495, 28 marzo 1649

211 - ASV Senato, dispacci, Ptm 546, 10 settembre 1650

212 - ASV Senato, dispacci, Ptm 546, 5 febbraio 1651

213 - ASV Senato, dispacci, Ptm 546, 19 settembre 1650

214 - ASV Senato, dispacci, Ptm 548, 21 settembre 1652

215 - ASV Senato, dispacci, Ptm 548, 3 novembre 1652

216 - ASV Senato, dispacci, Ptm 549, 24 marzo 1655

217 - ASV Senato, dispacci, Ptm 550,Ultimo novembre 1656

218 - ASV Senato, dispacci, Ptm 550, 4 febbraio 1657

219 - ASV Senato, dispacci, Ptm 551, 8 marzo 1659

220 - ASV Senato, dispacci, Ptm 552, 21 aprile 1660

221 - ASV Senato, dispacci, Ptm 552, 22 luglio 1660

222 - ASV Senato, dispacci, Ptm 552, 20 settembre 1660

223 - ASV Senato, dispaccio, Rettori, Candia 14 settembre 1646

224 - ASV Senato, dispacci, Ptm 545, 15 luglio, 5 ottobre, 15 ottobre, 2 novembre 1647

225 - ASV Senato, dispacci, Ptm 550, 23 aprile 1656

226 - ASV Senato, dispacci, Ptm552, 28 agosto 1660