UNIVERSITA' DI VENEZIA - Corso di Laurea magistrale in Storia dal Medioevo all’Età Contemporanea - Tesi di Laurea

L’Esercito veneziano e la difesa di Candia 1645-1669 - Il costo di una vittoria mancata

Relatore Ch. Prof. Luciano Pezzolo

Laureando Roberto Vaccher

 

 

6.2) Viveri e munizioni

 

 

«…il nutrimento del regno in tempo di guerra sarà tutto fondato dai soccorsi della S. V., perché all’hora mancheranno non solo gli aiuti turcheschi ma anco in gran parte quelli dell’isola ,…che non solo quella parte che haverà guerra non sarà seminata dagli abitanti, ma anco ne gli altri luoghi si seminerà leggiermente».

 

 

Quello che potrebbe essere parte di un dispaccio di qualche anno precedente alla guerra di Candia era invece una lucidissima analisi della situazione di Creta, scritta da Alvise Giustinian nel 1591.

 

 

Si tratta di una testimonianza che, scritta 54 anni prima dell’inizio della guerra di Candia, suona estremamente premonitrice. La situazione alimentare a Creta era già difficile in tempo di pace, con la produzione agricola che raggiungeva a stento la soglia di sussistenza e conosceva ripetuti anni di carestia, in corrispondenza delle annate meno favorevoli. L’assetto delle coltivazioni dell’Isola con la frammentazione della proprietà e la predominanza di coltivazioni come la vite e l’olivo sul frumento, non giocavano a favore dell’autosufficienza alimentare di quel dominio.

 

 

Col principio della guerra e col suo protrarsi nessuno si sorprenderà se la vita delle forze veneziane dipenderà interamente dalle importazioni di derrate alimentari. Una situazione di equilibrio come quella preesistente fu ovviamente sconvolta dalle milizie inviate, oltre le ordinarie, per difendere Creta, pesando sulle già scarse capacità dei suoi fondaci.

 

 

La risorsa alimentare principale rimarrà per tutta la durata del conflitto il grano straniero, importato con grandi sforzi da Venezia o acquistato dai mercanti. In tempo di pace buona parte del traffico di grano verso l’Isola era costituito dal commercio con i Turchi che viene ovviamente ad interrompersi con lo scoppio del conflitto. Non solo, anche il grano prodotto sull’isola veniva, in alcuni casi, inviato in Grecia per essere macinato e poi riportato a Candia.

 

 

L’apporto della flotta fu fondamentale per mantenere viva la città. Si trattò però di una spada a doppio taglio perché, se da una parte la libertà delle rotte di comunicazione fu di vitale importanza «…Dio non voglia che per la debolezza nostra s’avanzassero i turchi ad impedir li soccorsi alla città di Candia, questa in momenti pericolerebbe con tutte le altre piazze del regno» (171); dall’altra, nei periodi in cui era ancorata in porto l’Armata, costituiva un enorme fattore inflattivo sui prezzi nella città assediata.

 

 

L’aumento dei prezzi che, se nel breve periodo beneficiava i mercanti, dall’altro andava a tutto detrimento della guarnigione della città. Inoltre il consumo di biscotto, che si faceva in armata per sfamare gli equipaggi, ricadeva quasi per intero sui depositi di Candia. Si è sostenuto più volte che le sole spedizioni di viveri provenienti da Venezia non erano sufficienti ai bisogni della città di Candia, ma andiamo a vedere qualche esempio: di tutto il grano e le farine giunti a Candia nel maggio del 1652, in totale 9118 stara, solamente 5068 provenivano da Venezia. Delle restanti 4050 una parte provenivano dalle isole dell’Arcipelago, una parte erano preda di guerra e altre ancora provenivano da Kassandra, l’antica Potidea. (172)

 

 

Di tutto il frumento e le farine giunte amCandia tra il 22 marzo 1662 e il 29 giugno 1664 solo poco più della metà provenivano da Venezia. Su un totale di 54.604 stara, miste di farina e frumento, circa 32.263 erano carichi provenienti dalla Laguna mentre le restanti 20.331 stara provenivano da Barletta. Questi ultimi erano tutti carichi di frumento, non di farina. (173)

 

 

La sussistenza della città era, in buona parte, legata al commercio che si faceva nei suoi porti. Per questa ragione si compravano, quando necessario, i carichi di grano che provenivano dall’arcipelago o dalle navi dei mercanti stranieri. Comprare il grano dai mercanti genovesi piuttosto che francesi od olandesi aveva però un costo superiore a quello a cui le navi veneziane avrebbero potuto comprarlo nei porti di origine. Inoltre il monopolio statale degli acquisti danneggiava gli stessi mercanti candioti.

 

 

Il governo veneziano, ben conscio di non poter provvedere da solo a tutti gli invii di farine per sfamare Candia, prevedeva che le somme di denaro inviate comprendessero cifre destinate all’acquisto specifico di viveri. Il 29 aprile 1650 si ricevettero 40.000 ducati destinati specificatamente per questo scopo, di questi 10.000 vennero utilizzati subito e degli altri si voleva inviarli con vascelli nelle «scale de turchi con mira principalmente di ritrarne il maggior vantaggio nei prezi.» (174)

 

 

Per questa ragione in svariate occasioni i provveditori generali alle armi di Candia avanzarono l’ipotesi di utilizzare navi dell’armata per fare rifornimento di viveri. Si richiedevano quindi al Capitano generale da Mar dei vascelli da spedire «nelle scale de Turchi per eseguir le commissioni».

 

 

L’uso delle navi della flotta era quasi sempre negato, in considerazione del costo dei noli e del compito che non era ritenuto così importante quanto quello per cui erano state affittate. Le ragioni dei governatori di Candia qui espresse da Zorzi Morosini erano però molto valide.

 

 

«Io crederei per mio senso che questa espeditione non potesse apportare al pubblico e alla piazza se non fruttuosissimi effetti, mentre li grani si haverebbero a miglior prezzo nel luogo stesso dove vengono essi fati massime nel futuro raccolto; più copiosa sarebbe la quantità e più durabile la provisione; perchè alli mercanti sarebbe permesso quello che hora viene proibito cioè di comprare li formenti che capitano, il pubblico si sarebbe sostentato dall’obbligatione di vendere pane per li paesani». (175)

 

 

In pratica per mantenere le riserve del fondaco ad un livello di sicurezza, in mancanza di spedizioni di rifornimenti provenienti da Venezia, si acquistavano con monopolio tutti i carichi di granaglie e farine che capitavano a Candia. In questo modo si eliminava la concorrenza dei mercanti e si era liberi di amministrare tutti i rifornimenti della città ma allo stesso tempo, così facendo, ci si accollava anche l’onere di fornire il pane anche per uso dei privati oltre che delle milizie.

 

 

Inviando navi ad acquistare il necessario in altri porti, oltre a risparmiare sul prezzo, si sarebbe potuto lasciare libertà d’azione ai mercanti di Candia lasciando al governo l’unica preoccupazione del sostentamento dei soldati. Il consiglio non sarà ascoltato e, nonostante una nave fosse già stata assegnata, all’arrivo in città di un carico di grano straniero, giungerà parimenti l’ordine di acquistare quello al «pretio d’un reale per misura» e di rimandare in armata il vascello.

 

 

Non abbiamo altre notizie che ci fanno pensare ad un’applicazione di questa politica di acquisti. Una situazione simile era quella del rifornimento delle fortezze venete di Creta, poiché nessuna di esse era, nemmeno in parte, autosufficiente: dipendevano da Candia per tutto ciò di cui avrebbero potuto avere bisogno. Questo implicava costi aggiuntivi che si sarebbero potuti evitare. Se le fortezze fossero state rifornite direttamente da Venezia o da Corfù «se verrebbe a scansar la spesa de noli, de sbarchi e de scarichi» (176).

 

 

Oltre ai costi aggiuntivi il problema principale era che spesso non vi erano navi disponibili per eseguire le consegne o non vi erano soldi per pagarne il noleggio. Di nuovo nel 1654, tra settembre e luglio, si spesero per comprare «formenti» 9.577 ducati su una spesa complessiva, nello stesso periodo, di 24.758 ducati, per tutte le altre esigenze di Candia, terzi compresi. (177)

 

 

Normalmente nelle guarnigioni veneziane soldati e sottufficiali godevano, quale unica agevolazione, della possibilità di alloggiare in caserma o in case private appositamente designate. A Candia invece il presidio riceveva razioni di pane che venivano giornalmente distribuite ai soldati. Non si trattava di una contribuzione gratuita poiché il costo di queste azioni avrebbe dovuto essere trattenuto dalle paghe, garantendo un certo tornaconto all’amministrazione pubblica.

 

 

In una deliberazione del 28 febbraio 1648, formulata in un momento di grave crisi per la città stretta nell’assedio turco, Alvise Mocenigo, Provveditore straordinario delle armi in Candia, stabiliva tuttavia, a vantaggio delle milizie, che solo metà del costo della razione fosse trattenuto dalle paghe dei soldati, mentre l’altra metà dovesse essere pagata dalla cassa pubblica. In questo modo metà della razione di pane era donata dall’erario.

 

 

Il provvedimento rimase in vigore per tutto il conflitto. Il proposito era probabilmente quello di garantire una soglia minima di sussistenza ai soldati, che altrimenti, a causa della distribuzione altalenante degli stipendi e del loro potere d’acquisto sempre in diminuzione, non avrebbero avuto modo di nutrirsi. L’impatto sul bilancio si faceva comunque sentire poiché, ad esempio, per le razioni di 49 giorni, tra aprile e maggio del 1650, si spesero il corrispettivo di 41.492 ducati, mentre dalle trattenute sugli stipendi non si ricavarono che 17.387 ducati. (178)

 

 

Parimenti si scoprirono imbrogli realizzati dagli ufficiali che invece di farsi consegnare le razioni si facevano pagare il corrispettivo in moneta di rame. La razione figurava come non consegnata e non veniva quindi ritratta dal loro stipendio. (179) Il consumo mensile, che si faceva a Candia, era ovviamente legato al numero di razioni che dovevano essere distribuite. Il numero di queste ultime variava a sua volta in funzione dello stato delle riserve presenti in città. Nel momento in cui i magazzini erano pieni, ecco che venivano distribuite un numero più alto di razioni, magari comprendendo anche i poveri della città o coloro che non avevano altra fonte di sostentamento. Spesso a costoro venivano distribuite razioni in biscotto. Nel 1650 si distribuivano per il pane ad uso della città, non delle milizie, circa 10 stara di farina al giorno. Nello stesso periodo le razioni dei soldati necessitavano di 120 stara al giorno.

 

 

Questo importava un consumo molto alto, che si spiega considerando la concentrazione eccezionale di soldati di quell’anno. Normalmente il consumo medio si aggirava intorno alle 60 o 70 stara di farina al giorno, per la sola guarnigione. Nel 1652 il consumo era già sceso a livelli “normali” cioè di circa 1800 stara al mese, escluse quelle per i «miserabili» e i civili.  (180)  Se ne consumavano 1825 al mese nell’aprile 1662  (181), cioè circa 60 al giorno, nel luglio 1664 il consumo mensile è sceso a 1592 stara mensili, comprese anche le fortezze di Suda e Spinalonga. (182)

 

 

Nel grafico seguente si può vedere l’andamento della quantità di farina utilizzata, di mese in mese, per fare le razioni dei soldati, dei comandanti e per i malati dell’ospedale, per il periodo compreso tra l’aprile 1662 e il giugno 1664. Ho scelto questo periodo specifico sia per la completezza dei dati, sia perché esplicativo del sistema delle razioni.

 

 

Si possono notare alcuni periodi di stabilità a cui seguono cambi repentini nella quantità distribuita. La diminuzione si può spiegare in due modi: con una diminuzione del presidio o con un cambiamento dei criteri di distribuzione. Entrambi sono plausibili e non si escludono necessariamente a vicenda. Vi fu effettivamente una diminuzione della guarnigione, che però incise relativamente poiché ammontò a poche centinaia di effettivi, non spiegando quindi tutta queste variazione. Ciò che faceva veramente la differenza erano i criteri di distribuzione.

 

 

Dall’aprile al settembre 1662 tutta la guarnigione percepiva la razione di pane intera. Il calo, compreso tra ottobre 1662 e gennaio dell’anno successivo, è dovuto al fatto che la razione di pane veniva consegnata solo ai soldati che montavano effettivamente di guardia. In pratica solo ai cosiddetti fanti di fattione. Da febbraio ad agosto vi è una leggera ripresa poiché, se i fanti di fattione continuarono a ricevere la razione intera, si ricominciò a distribuire mezza razione anche agli altri. Il nuovo calo, da settembre a marzo, è di nuovo dovuto alla sospensione della razione di pane per tutti coloro che non montano di guardia. E il picco negativo di novembre si spiega col fatto che non vi era più farina nel fondaco e di conseguenza fu distribuita la poca rimasta solo agli ammalati negli ospedali.

 

 

Infatti dal luglio 1663 fino al dicembre dello stesso anno la città di Candia non ricevette spedizioni di farine o granaglie. Infine da aprile 1664 fino al 20 di giugno vi è un’ulteriore diminuzione, dandosi sola mezza razione ai soli soldati di fattione. (183)  In questo caso il provvedimento non è dovuto alla scarsità di alimento ma al fatto che non si è in grado di macinare il frumento per ottenere farina. Il problema della macinatura era legato alla scarsa disponibilità di macine, nel 1646 esistevano a Candia 10 macine per la farina. (184)

 

 

La maggior parte dei mulini a vento, acqua e a tiro si trovavano fuori dalla città e vennero ovviamente persi con l’assedio turco. La dipendenza della città dai mulini a vento si intuisce in varie occasioni, sia negli accenni alla necessità di sfruttare i venti favorevoli per macinare quanto più possibile (185) sia in altri casi dall’assenza di farina causata dall’assenza di vento.

 

 

I mulini a mano e a tiro di animale, pur presenti, non erano evidentemente in grano di macinare una quantità di grano sufficiente. I mugnai che avevano in appalto il lavoro erano pagati con 2 libbre ogni 35 libbre di farina che consegnavano in fondaco. (186)

 

 

 

Dalla lettura del grafico precedente sorge una domanda: di cosa si nutriva quella parte della guarnigione veneziana e di civili che non riceveva, in determinati periodi, la razione di pane giornaliera? Non è credibile che non avessero alcun altro modo per sostentarsi poiché, come abbiamo appena visto, le restrizioni potevano protrarsi per mesi rendendo la situazione insostenibile. La risposta è duplice: da un lato si cercava di comprare quel poco di cibo disponibile e dall’altro, quando la razione di pane era sospesa, veniva sostituita con distribuzioni di biscotto.

 

 

Nel settembre del 1652 abbiamo testimonianza di una situazione a rischio poiché «si son già consumate tutte le farine et è ridotta la piazza in tanto bisogno che basta per il viver d’un mese». Poiché in assenza di farine si usava il biscotto per «sostenere tutti in città» il suo consumo aumentava enormemente. Nel 1658, quando la città non disponeva anche di farina, venivano consumate ogni mese circa 300.000 libbre di biscotto.187 In quasi tre mesi, tra febbraio e aprile del 1658, la distribuzione di biscotto alla città di Candia assorbì un totale di 915.406 libbre.

 

 

Nello stesso periodo, le galee della guardia della città, ne consumavano 72.852 libbre.188 Per fare un paragone, nel 1652 ogni mese per uso degli abitanti di Candia che ne erano stati «gratiati» venivano distribuite circa 30.000 libbre di biscotto, altre 11.000 andavano per i feudati. Nel 1662 il numero dei beneficiati era aumentato e per il loro consumo si distribuivano 65.000 libbre di biscotto al mese. (189)

 

 

La sostituzione, nella razione giornaliera, del pane col biscotto, era causa di malcontento nei soldati e di lamentele da parte degli ufficiali della flotta. «Dura nella militia il di scontento di nutrirsi col biscotto in cambio di pane e se ne duol l’armata egualmente per il consumo che se ne va qui in terra stante l’esser un pezzo fa terminate le farine e i formenti.»  (190)   Inoltre poiché la flotta consumava moltissimo biscotto, che costituiva la base dell’alimentazione degli equipaggi, non era consigliabile intaccarne le riserve a cuor leggero. Il fatto che si ripetessero spesso periodi in cui la dieta dei soldati si restringeva al solo pane o biscotto, privandoli completamente di fonti di vitamine aveva gravi ripercussioni sulla loro salute, «inhabili a durare alla perpetuità de patimenti vanno contraendo in connaturali al disaggio attrovandosi hora così li soldati come gli officiali in gran numero dal male di bocca e di gambe che puramente proviene dal mancamento di viveri». (191)

 

 

Si trattava di una forma di scorbuto che colpiva la bocca e le gambe dei malati, danneggiandone la dentatura e indebolendone la muscolatura. Questa malattia si era manifestata, nella stessa forma, anche negli equipaggi delle navi che mantenevano il blocco ai Dardanelli durante i mesi invernali, quando erano prive di rifornimenti di viveri freschi.

 

 

La presenza di reparti di cavalleria all’interno della guarnigione costituiva un altro motivo di preoccupazione per chi si occupava del rifornimento della Città. I cavalli necessitavano di orzo e avena per nutrirsi, foraggi che non è semplice trovare all’interno di una città assediata. Nei periodi in cui non giungevano scorte di biade, i primi a risentirne erano ovviamente i cavalli. Come accadeva per il frumento anche la biada andava comprata da privati, che ne avevano scorte o da mercanti stranieri.

 

 

Mentre il grano veniva comprato mediamente al prezzo di un reale al staro, l’orzo veniva pagato, nel 1650, mezzo reale. (192)  Nei periodi in cui non si eseguivano sortite o in cui comunque la città era stretta da vicino, il numero dei cavalli presenti a Candia andava continuamente diminuendo. Poiché non sempre era possibile trovare biade da comprare, nei momenti in cui la cavalleria non era necessaria, si preferiva mandarla a svernare nelle isole dell’arcipelago. Qui vi era meno difficoltà nel reperire foraggio. Si provò anche a seminare la fossa della città o lo spazio tra le opere difensive esteriori come una sorta di riserva di emergenza. Si trattava comunque di soluzioni a breve termine. Poco utile nelle operazioni di assedio vere e proprie, la cavalleria veniva inviata a Creta in gran numero, solo quando si preparavano operazioni all’esterno della città assediata.

 

 

L’altro grande cruccio dei capitani e provveditori straordinari di Candia era quello dei rifornimenti di munizioni, la mancanza delle quali avrebbe inevitabilmente causato la caduta della piazza. Munizioni non significava solo, come si potrebbe pensare polvere da sparo e proiettili, ma anche cannoni, armi, miccia per gli inneschi, legname per gli affusti, parti metalliche e vari strumenti necessari a mantenere in efficienza il parco di artiglierie e gli arsenali della città. La difesa principale di Candia era appunto costituita dalle sue artiglierie e dai bombardieri che le azionavano.

 

 

Le fortificazioni della Città necessitarono di un numero sempre maggiore di cannoni mano a mano che si estesero anche all’esterno della cinta principale. Il genere di pezzi che si utilizzava era molto vario contando: colubrine, cannoni, falconi, Petrieri, sacri, aspidi oltre ai mortai. Inoltre anche i calibri all’interno delle singole categorie potevano variare sensibilmente.

 

 

Ritroviamo colubrine con calibri che vanno da 50 a 14, passando per quelle da 30, da 20 e da 16. Allo stesso modo anche i cannoni che avevano calibri da 60, 50, 30, 20, 16. Vi è comunque una netta predominanza numerica dei cannoni da 20 e da 50 libbre e delle colubrine da 14 e da 20 su tutti gli altri pezzi. Un numero così impressionante di pezzi di artiglieria con una sì grande eterogeneità, richiedeva uno sforzo logistico amplificato, poiché bisognava provvedersi di proiettili adatti ad ogni tipologia.

 

 

 

Servivano proiettili sia di ferro che di pietra, bombe cave con spolette. Il problema della differenza dei calibri e della difficoltà nell’approvvigionamento di proiettili, erano sentiti anche dai Turchi. Nel 1668 gli assedianti fondevano i loro cannoni direttamente a Creta e decisero di realizzare i nuovi pezzi col calibro veneziano in maniera da poter riutilizzare le palle sparate dagli assediati. (193) L’usura dei cannoni costituiva un vero problema per i difensori e comportava un continuo lavoro di manutenzione per riparare, quando possibile, i pezzi danneggiati. Molto alto era il numero dei cannoni in condizioni non ottimali alcuni dei quali «risentiti ma si adoperano» venivano usati lo stesso anche se con rischi maggiori.

 

 

Altri invece erano «sfogonati» e bisognosi di riparazione, con questo termine si indicavano pezzi che, a causa dell’uso intenso, erano stati danneggiati al focone, il foro di accensione posto sulla culatta del pezzo. In pratica il flusso di gas ad alta temperatura che fuoriusciva dal focone, al momento dello sparo, tendeva a vaporizzare il metallo circostante e l’uso intenso poteva causare un allargamento eccessivo del foro, fino a rendere inservibile il pezzo. Per ovviare a questo problema, il cannone doveva essere riparato, il che avveniva tramite l’inserimento di un dado, un bullone filettato a vite, che serviva a ripristinare le dimensioni originali del focone.

 

 

Nel 1652 delle 24 colubrine, presenti sui bastioni di Candia, ben 11 erano sfogonate e 10 non in condizioni ottimali. Sempre nello stesso periodo dei 110 cannoni presenti 21 erano sfogonati e bisognosi di riparazioni. (194) Nel 1667 le artiglierie ammontavano a 405 e nel 1668 a 461 pezzi teorici. Dico teorici, perché, a ben vedere, solamente 184 erano in perfette condizioni, mentre 105 erano a vario titolo sfogonati od offesi e necessitavano di essere riparati. Dei restanti, 60 erano divenuti inutili per l’uso intenso e 113 erano « sfogonati crepati et offesi dal nemico nelli orecchioni et imbrocati » (195) cioè lo “sfogonamento” non era più riparabile poiché aveva crepato la culatta oppure erano stati danneggiati irreparabilmente dal nemico: imbroccati, cioè colpiti dalle artiglierie avversarie, od offesi negli orecchioni vale a dire che, probabilmente durante qualche assalto, i fanti nemici avevano segato o fatto esplodere gli orecchioni del pezzo impedendone il bilanciamento sull’affusto.

 

 

Il consumo, che questo imponente parco di artiglierie faceva, di polvere, munizioni e corda da miccia si andava a sommare al consumo, di palle e polvere, che facevano i soldati con i loro moschetti. Nel primo assedio di Candia, quello del 1648, furono sparate giornalmente fino a 120.000 palle di moschetto, oltre al fuoco continuato di circa 130 cannoni. (196)

 

 

Mentre il consumo di polvere da sparo era limitato, nei periodi in cui non vi erano combattimenti violenti né tantomeno assalti diretti alle fortificazioni, il consumo di miccia era una costante. Questo fattore era determinato dalla natura dei moschetti dell’epoca il cui innesco a miccia presupponeva che la stessa fosse mantenuta sempre accesa. Di conseguenza quando i soldati montavano di guardia dovevano avere le micce accese indipendentemente dal fatto che poi sparassero effettivamente un colpo.

 

 

Ovviamente anche qui in caso di attacco il consumo aumentava poiché si tendeva ad accendere la miccia da entrambi i lati per essere sicuri di poterla utilizzare nel caso si spegnesse ad una delle due estremità. La situazione dei rifornimenti di questa componente, di solito era molto ben monitorata. Vediamo qui di seguito i consumi, su dodici mesi, compresi tra il settembre 1654 e l’agosto 1655.

 

In questo periodo si consumarono, o meglio si distribuirono alla guarnigione, 99.764 libbre di polvere e 160.292 libbre di miccia. La riserva della quale raggiunse un picco di crisi particolare l’anno successivo, nel 1656.

 

 

Ai primi di marzo di quell’anno le scorte della città si assottigliarono pericolosamente, a fronte di un consumo mensile di 10.000 libbre per le sole guardie che stazionavano nelle fortificazioni esteriori, restavano nei magazzini riserve per tre mesi. E questo solo se i Turchi si mantenevano tranquilli, poiché in caso di attacco il consumo sarebbe aumentato. Solo il 23 aprile, in vista della campagna estiva, giunsero a Candia 74 migliara (74.000 libbre) di miccia. Di nuovo ai primi di giugno si comunicò che le riserve di miccia erano scese sotto il livello di guardia, probabilmente tre mesi di scorte. La necessità di aumentare le scorte, soprattutto in previsione di attacchi estivi, spinse quindi a nuove pressanti richieste.

 

 

Viene da chiedersi poi se la pratica di addebitare ai soldati il costo di munizioni e polvere da loro utilizzata fosse del tutto oculata. Indipendentemente dalla risposta questo è quanto avveniva e nel momento di saldare le compagnie degli arretrati anche questa era una delle voci conteggiate nelle detrazioni.

 

 

Tra le munizioni più utilizzate e sembra anche più efficaci vi erano le granate. Il loro utilizzo nei combattimenti di Candia fu molto rilevante e compaiono citate in vari resoconti e diari come le armi più efficaci. Si trattava di involucri di vetro, ceramica o ferro che venivano riempiti di povere da sparo e muniti di una miccia. La loro preparazione era effettuata negli arsenali di Candia mentre gli involucri erano inviati da Venezia.

 

Note

171 - Candia soccorsa nella penuria estrema di biade in Venezia e la difesa del Levante, Venezia : Arsenale, stampa 1986 pag.131

172 - ASV Senato, dispacci, Ptm 548, 22 maggio 1652

173 - ASV Senato, dispacci, Ptm 553, 10 gennaio 1664

174 - ASV Senato, dispacci, Ptm 546, 29 aprile 1650

175 - ASV Senato, dispacci, Ptm 546, 18 maggio 1650

176 - Candia soccorsa nella penuria estrema di biade in Venezia e la difesa del Levante, Venezia: Arsenale, stampa 1986 pag.128

177 - ASV Senato, dispacci, Ptm,549, 16 novembre 1654

178 - ASV Senato, dispacci, Ptm 546, 8 giugno 1650

179 - ASV Senato, dispacci, Ptm 546, 8 giugno 1650

180 - ASV Senato, dispacci, Ptm, 548, 22 maggio 1652

181 - ASV Senato, dispacci, Ptm553, 15 aprile 1662

182 - ASV Senato, dispacci, Ptm 554, 15 luglio 1664

183 - ASV Senato, Dispacci, Ptm, 553, luglio 1664

184 - ASV Rettori Candia, novembre 1646

185 - ASV Senato, dispacci, Ptm 552 ,14 maggio 1661

186 - ASV Senato, dispacci, Ptm 553, Primo agosto 1663

187 - ASV Senato, dispacci, Ptm 551, 22 gennaio 1658

188 - ASV Senato, dispacci, Ptm 551, 22 aprile 1658

189 - ASV Senato, dispacci, Ptm553, 15 aprile 1662

190 - ASV Senato, dispacci, Ptm, 3 dicembre 1654

191 - ASV Senato, dispacci, Ptm 546, 30 agosto 1650

192 - ASV Senato, dispacci, Ptm 546, Luglio 1650 n.29

193 - Ekkehard Eickhoff, Venezia, Vienna e i Turchi, Rusconi,Milano 1991,Pag.256

194 - ASV Senato, dispacci, Ptm 548, 15 aprile 1652

195 - ASV Senato, dispacci, Ptm 563, 19 ottobre 1668

196 - ASV Senato, dispacci, Ptm 495,8 maggio 1649