UNIVERSITA' DI VENEZIA - Corso di Laurea magistrale in Storia dal Medioevo all’Età Contemporanea - Tesi di Laurea

L’Esercito veneziano e la difesa di Candia 1645-1669 - Il costo di una vittoria mancata

Relatore Ch. Prof. Luciano Pezzolo

Laureando Roberto Vaccher

 

 

6) Mantenimento e approvvigionamento della città assediata - L'aspetto finanziario

 

 

E’ cosa nota che la città di Candia ricevette solamente via mare i rifornimenti che le servivano e che, solo grazie ad essi, riuscì a resistere all’interminabile assedio. Tenendo presente che i viveri inviati da Venezia non erano sufficienti per sfamare la città, né le spedizioni abbastanza frequenti per farlo, come fu possibile assolvere questo compito?

 

 

E ancora, nemmeno il denaro, che pure Venezia spediva in gran quantità, arrivava nei tempi e nelle quantità che sarebbero state necessarie. Dove si prendeva dunque il necessario che pure serviva per soddisfare tutte le esigenze della città?

 

 

Addentrandosi nelle liste dei rifornimenti richiesti dagli assediati e che dovevano essere trasportati da Venezia, ci si inizia a rendere conto, in maniera più puntuale, dell’eccezionalità di quello che fu uno sforzo logistico immane. Si trattò di un compito che coinvolse ogni parte della società veneziana. Poiché, lungi dal confinarsi al solo trasporto delle merci, si estendeva anche alla necessità di produrre le armi, i vestiti e, in genere, tutto ciò di cui vi era bisogno. Si trattava di uno sforzo produttivo che coinvolgeva tutta la società. Ma anche economico e finanziario, poiché la città aveva bisogno di denaro con cui pagare i suoi difensori, con cui comprare il grano per nutrirli e per tutte quelle opere difensive che dovevano difenderla.

 

 

La pressione fiscale, che pure aumentò su quasi tutti i territori del dominio veneziano, non poteva da sola sostenere per intero tutte le necessità della guerra. Per più di vent’anni gli ordini del giorno del Senato scandirono l’invio di «robbe e materiali», «munitioni da vivere e da guerra» per il sostentamento «di questa nostra nobilissima piazza».

 

 

Le necessità erano veramente infinite: dai medicamenti per gli ospedali al tavolame per baracche e fortificazioni, dai cannoni alle carriole e ai badili, dalle uniformi e scarpe per i soldati ai sacchi per la sabbia. Uno degli elenchi delle mille cose necessarie alla città iniziava con le richieste di strumenti da lavoro: badili di ferro 4.000, 1.000 zappe, 500 carriole, solo per menzionare alcune delle voci principali e continuava con chiodi, legname, medicamenti e mille altre cose.

 

 

Si tratta di elenchi, allegati ai dispacci e inviati a Venezia dai provveditori alle armi, che restarono fondamentalmente uguali, nella loro sostanza, per tutto l’arco del conflitto. Di fatto però erano tre le principali necessità di Candia, quelle a cui mai si sarebbe potuto venire meno per non rischiare di perdere la Piazza. Erano il denaro, «vero nervo della guerra», i viveri - grano e vino principalmente- e le munizioni.

 

 

La macchina bellica, costituita dai soldati veneziani arroccati sulle trincee e nei bastioni che cingevano Candia, dovevano essere pagati puntualmente e dovevano essere sfamati, perché potessero compiere ciò che ci si aspettava da loro.

 

 

6.1) L’aspetto finanziario

 

 

Cercare di quantificare esattamente il costo che Venezia pagò per la guerra di Candia risulterebbe una fatica degna di Sisifo, oltre a non costituire lo scopo di questo lavoro. Appurato che la quantità di denaro, inviato dalla Madrepatria, non era sufficiente a coprire le spese della città, nell’intervallo tra un invio e il seguente, è opportuno capire come fossero pagate quelle spese che, in un modo o nell’altro, dovevano comunque essere effettuate.

 

 

Andando con ordine, iniziamo vedendo come Venezia aveva assicurato il flusso dimdenaro verso Candia e come quest’ultimo veniva utilizzato. Innanzitutto era necessario disporre a Venezia del denaro contante, in oro e argento da inviare materialmente a Candia. La Zecca di Venezia incentivò fin dall’inizio della guerra i depositi di denaro provenienti da privati. I tassi di interesse furono alzati per cercare di attrarre capitali e la politica dovette funzionare, se la Repubblica di Genova cercò di proibire l’esportazione di denaro a Venezia.

 

 

I depositi potevano essere principalmente di due tipi. Il primo prevedeva il deposito di un capitale in Zecca per una certa quantità di tempo, dietro pagamento di un interesse prefissato, scaduto il quale, il capitale veniva restituito. Il secondo tipo era rappresentato dai depositi cosiddetti vitalizi, che, prevedevano un interesse più alto, pagato fino alla morte del titolare del deposito stesso. Il capitale iniziale, però, non veniva più restituito.

 

 

L’originale sistema di prestiti volontari, da parte delle famiglie più ricche della città, non era sufficiente, così come non lo fu quello dei prestiti forzosi. Col proseguimento del conflitto si rese necessario ricorrere ad ogni espediente per trovare le sostanze per finanziare la guerra. Dopo aspre discussioni in Senato, nel 1646, ci si risolse a riaprire la possibilità di nuove aggregazioni alla nobiltà veneta, dietro pagamento di una cospicua somma di denaro. Il 29 luglio Giovan Francesco Labia fu aggregato alla nobiltà dietro corresponsione di un “dono” di 60.000 ducati più altri 40.000 ducati investiti in depositi della Zecca.

 

 

Se questa misura fu probabilmente considerata straordinaria, quando venne introdotta, con il proseguimento della guerra e l’aumento vertiginoso delle spese, divenne una prassi ordinaria, «quell’adito che da principio fu creduto un piccolo pertugio, in riguardo della quantità del denaro, che ne usciva per la continuazione della guerra, divenne un’apertissimo passaggio» (121). Entro la fine della guerra di Candia furono 75 le famiglie aggregate alla nobiltà veneta. Le spese necessarie per il conflitto necessitavano comunque di cifre che la sola aggregazione alla nobiltà non poteva coprire. Fu necessario vendere vaste porzioni di terreno demaniale, con conseguente aumento del malcontento delle popolazioni, che si vedevano così private delle terre ad uso comune. Queste terre finirono in buona parte nei patrimoni di quello stesso patriziato veneto impegnato nella conduzione della guerra di Candia.

 

 

Si ricorse anche alla tassazione di alcune cariche come quella di Procuratore di San Marco nel tentativo di reperire nuovi fondi. La sola vendita di questa carica portò nelle casse statali circa 1.081.800 ducati negli anni della guerra di Candia. (122) Le somme accumulate con i metodi appena descritti erano rilevanti, ma le spese per la guerra crebbero rapidamente divorando ogni tentativo di farvi fronte. Nel 1668, l’ambasciatore veneziano a Roma calcolò che la guerra era costata alla Repubblica 4.392.000 ducati all’anno. Quando alcuni anni dopo la fine del conflitto si provò a fare qualche stima del totale speso, la cifra che emerse si aggirava attorno ai 125 milioni di ducati. (123) Tra il 1645 e il 1669 le entrate dello Stato veneziano rimasero attorno ai 3 milioni di ducati e comunque non superarono mai i 4 milioni.

 

 

L’entità di queste spese costrinse il Governo veneziano a ricorrere pesantemente al credito per finanziare la guerra. Come evidenziato da Luciano Pezzolo nel suo lavoro “Il fisco dei veneziani”, il livello del debito “pubblico” della Repubblica crebbe di circa sei volte negli anni tra il 1641 e il 1670.

 

 

Per inviare regolarmente il denaro di cui vi era bisogno, per mantenere la città assediata, si dovevano accumulare il più in fretta possibile le somma necessarie. Poiché il denaro, proveniente dai dazi e dalla tassazione, affluiva poco per volta nelle casse comunali, poteva essere necessario, nel caso di somme particolarmente rilevanti, ricorrere alla sospensione dei pagamenti fino al raggiungimento del totale. «La necessità che si tiene d’unire con tutta celerità ducati 200 mila per il regno et per l’armata a supplemento di sola parte di quelle gravissime occorrenze non permette che per qualche giorno si smembri con altri pagamenti distinti quella porzione di danaro, che tutta raccolta a questo solo servitio può più facilmente far pervenire all’ammassamento dell’intiera suma predetta.» (124)

 

 

Il provvedimento poteva durare anche per tempi relativamente lunghi, nello specifico circa venti giorni e avrebbe coinvolto «tutti li pagamenti in contanti de salari, proviggione, et ogni altra cosa nessuna eccettuata, et a qual si voglia persona», erano esclusi solamente gli emolumenti ai consigli, collegi e magistrati, alle maestranze dell’arsenale e alle spedizioni per l’armata: «Siano perciò chiamati nel collegio tutti li magistrati d’esattione, et eccitati da sua serenità vivamente ad unire le summe maggiori e portarle con la maggior celerità allo stesso conservator del deposito onde per ogni via si faciliti il supplemento a questa importantissima occorrenza.». (125)

 

 

La necessità di denaro liquido era dettata dal fatto che solo il contante poteva essere utilizzato per pagare i soldati e fare fronte alle spese principali a Candia. Le monete di maggior valore, inviate a Candia durante la guerra, saranno lo zecchino e il reale per il Levante: rispettivamente d’oro e d’argento. La moneta di conto utilizzata era il ducato e quasi tutte le cifre, nelle prossime pagine, si troveranno espresse in questa moneta. Un ducato valeva 6 lire e 4 soldi, ovvero 124 soldi dato che 1 lira valeva 20 soldi. Vi furono poi alcune monete coniate appositamente per Candia assediata,comunemente dette monete ossidionali. La necessità di moneta minuta per pagare i soldati e per il commercio spicciolo, indusse i veneziani a coniarne già nei primi anni del conflitto.

 

 

Nel 1647 il gran numero di soldati della guarnigione, e le spese dell’assedio resero estremamente necessario provvedersi di moneta minuta. Si stamparono quindi, nella Zecca a Venezia, monete per Candia da 2 e da 1 gazzetta e da 1 soldo. Saranno poi note come gazzette doppie, semplici, e soldi di Francesco Molin, dal nome del Doge sotto il cui governo furono coniate. Il loro numero non sarà pero sufficiente per sostenere le necessità di Candia. Infatti di lì a poco sarà necessario battere monete ossidionali. Le Gazzette e i soldi del Molin dovevano servire, quasi esclusivamente, a pagare la guarnigione fu quindi prestata attenzione affinché avessero lo stesso peso, titolo e valore, di quelle coniate per la Madrepatria. Questo poiché i fanti arruolati e inviati a Candia si aspettavano di ricevere i loro stipendi in moneta veneziana e non in valuta candiota.

 

 

Vi sono poi le monete che si batterono direttamente a Candia, durante l’assedio. Si tratta esclusivamente di pezzi di rame estremamente rozzi e vari per peso. L’attenzione al peso era del tutto superflua per dei pezzi che non avevano altro valore che quello nominale. La prima di esse fu la moneta Grimani che si iniziò a battere nel corso del primo assedio di Candia, si tratta di una moneta da 2 soldini e mezzo, di rame recuso. Data la frettolosità e l’inesperienza di chi le aveva fabbricate restava visibile il tipo originale sotto quello nuovo. Il suo valore doveva essere di 10 gazzette ossia di 1 lira veneta.

 

 

E’ interessante notare che nell’iscrizione il Grimani viene definito non solo generale veneziano ma anche imperatore. Le monete Grimani continuarono ad essere stampate anche nel 1649126 e continuarono a correre fino al 1652 quando furono totalmente bandite. Anche nel 1650 si coniarono altri due pezzi ossidionali sempre da 10 e da 5 lire. Si iniziò a battere questi nuovi pezzi dal giugno del 1650 ma avendo cura di utilizzare un’impronta «differente dalle prime per evitare il pregiudizio delle falsificazioni» (127)

 

 

Le ultime monete ad essere coniate per Candia furono le gazzette e i soldi del 1658, queste sono nuovamente monete coniate nella Zecca di Venezia, sempre in rame. Il fatto che non si tratti più di monete ossidionali ci segnala come la congiuntura debba essere abbastanza favorevole da poter far giungere denaro direttamente dalla madrepatria. In effetti sono forse gli anni più favorevoli a Venezia di tutto il conflitto, il fatto che tornino a circolare monete della Zecca in luogo di quelle a valore nominale ne è un chiaro segnale. (128)

 

 

L’uso della moneta di conto si rese necessaria nel trasferimento di denaro da Venezia verso i possedimenti in Levante. Qui la valuta era svalutata e, per equiparare i valori, si usava la moneta di conto. Nel momento in cui si andavano a trasferire fondi dalla camera fiscale di Venezia a quella di Candia gli zecchini e i reali guadagnavano di valore passando, nel caso degli zecchini, da 15-16 lire a 25 lire. Il denaro che giungeva a Creta lievitava così, per effetto del cambio, appena scaricato dalle navi che lo trasportavano.

 

 

I 7.720 zecchini trasportati da Pietro Canal nel 1654, corrispondevano a circa 20.000 ducati (129). Passati nelle casse di Candia guadagnarono 11.250 ducati per effetto del cambio favorevole che passava dalle 16 lire per ducato di Venezia, alle 25 lire a Candia. (130) Nel 1662 quando Nicolò Corner ricevette 70.000 ducati da Venezia (131) la Real Camera Fiscale di Candia registrò in entrata 109.121 ducati.

 

 

Questo poiché alla somma ricevuta si aggiunse il plusvalore generato dal cambio nella moneta corrente di Candia. In quell’occasione si ricevettero 70.000 ducati divisi in: 31.799 reali quotati a lire 8 l’uno e 10.564 zecchini quotati a lire 17 ciascuno. Ogni reale valeva però a Candia 12 lire e mezzo e ogni zecchino ne valeva addirittura 25 di lire. Quindi si guadagnavano, dal solo cambio, rispettivamente 23.080 e 13.031 ducati. Inoltre poiché si pagarono dei mercanti dandogli 6.026 zecchini, in acconto per un debito precedente, con lo zecchino che correva a Candia a 27 lire invece delle 25 a cui era prezzato nella camera fiscale si guadagnarono altri 2.510 ducati. In totale quindi, solo per essere scesi dalle navi, i 70.000 ducati provenienti da Venezia erano aumentati di un terzo.

 

 

La prassi era consolidata e si ripeté sostanzialmente con gli stessi tassi di cambio per tutta la durata del conflitto. Nel luglio del 1664 quando Antonio Priuli fece il suo ingresso a Candia portava con sé, da Venezia, 27.125 zecchini cioè 70.000 ducati valutati a 16 lire l’uno. Il plusvalore generato dal cambio di queste monete col cambio a 25 lire di Candia era di 39.375 ducati. La cifra spendibile diventava quindi 109.395 ducati. (132)

 

 

E’ molto interessante tenere presente questo fatto poiché è un fattore non indifferente nel momento in cui si volesse calcolare il costo effettivo del conflitto per Venezia. Poiché tutti gli stipendi, compresi quelli dei rappresentati, erano pagati con la moneta e il cambio del luogo dove prestavano servizio possiamo dire che, per effetto di queste politiche di cambio, la guarnigione di Candia costava a Venezia circa un terzo in meno di quanto stabilito nelle capitolazioni delle singole compagnie. Non è cosa da poco se si tiene conto che la maggior voce di spesa nei bilanci della città di Candia era quello relativo allo stipendio di soldati e ufficiali, come si vedrà più avanti.

 

 

Non sorprende nemmeno che proprio su questo punto si cercasse di risparmiare quanto più possibile mantenendo gli stipendi ad un livello molto basso, praticamente sulla soglia di sussistenza. I soldati semplici venivano pagati in moneta di rame o, raramente, data la scarsa disponibilità, in argento. La paga era distribuita in terzi, cioè ogni dieci giorni era pagato un terzo dello stipendio mensile. Questo pagamento doveva essere sempre molto puntuale poiché da esso dipendeva la giornaliera sussistenza dei fanti.

 

 

I soldati facevano affidamento su «questo riconoscimento privi del quale non avrebbero certamente modo di vivere». (133) Infatti in una guerra di assedio non vi era alcun modo di fare bottino e di conseguenza i soldati «non potendo sostentarsi che co i loro stipendi non possono nemmeno tollerare la dilatione ne pagamenti ne anco per un breve momento» (134) La preoccupazione per la sussistenza dei soldati era motivata proprio dalla preoccupazione che i soldati sopravvivessero, non che gli fosse corrisposto lo stipendio pattuito. Non se ne fa praticamente mai menzione, ma i terzi che i soldati ricevevano costituivano solo una parte dello stipendio mensile che effettivamente gli sarebbe spettato.

 

 

Se nelle capitolazioni, al momento della leva, erano stati promessi tra i 5 e i 6 ducati in realtà se ne pagavano al massimo 3. «…e mi permettano VV.EE. dirlo liberamente che nelle capitolazioni delle leve si prometteva al soldato cinque e sei ducati et che poi non se gli dia altro che un real e mezo, et il pane, che in tutto importa di codesta moneta ducati tre et che il resto vadi a pubblico beneficio contro l’obbligatione e la fede e mentre si crede avanzar in questa maniera dal povero soldato 24 ducati all’anno se ne perdono per questa causa tanti che importano al pubblico summe molto maggiori oltre la perdita del servitio.» (135)

 

 

Se la cifra trattenuta fosse stata comunque assegnata per il mantenimento del soldato, si sarebbe potuto obbligare i capitani a occuparsi di mantenere in miglior condizioni i propri uomini, acquistando vestiti e altri cose necessarie. Mentre in questa maniera si andava appunto a causare più danni, per la pessima condizione in cui si venivano a trovare i soldati, che guadagni, per risparmiare sullo stipendio. Si sono quindi già individuati due elementi portanti messi in atto per ridurre le spese della città assediata: la svalutazione della moneta e, di fatto, il dimezzamento delle paghe.

 

 

E’ possibile che questo comportamento fosse in parte giustificato calcolando gli stipendi come se le compagnie fossero di guarnigione in tempo di pace, senza l’aumento di stipendio concesso in tempo di guerra. Come si è visto, pagare puntualmente i terzi, era molto importante poiché con i soldati già oltre l’orlo della sussistenza ritardare nelle contribuzioni avrebbe avuto gravi ricadute sul morale e sulla disciplina della truppa.

 

 

I terzi venivano pagati non solo in contante ma anche attraverso la consegna di viveri, legna da ardere o altre suppellettili, o, in generale, di qualsiasi cosa con un certo valore che si potesse trovare. Un sistema di questo tipo lasciava ampio spazio al peculato senza considerare che, quando i pagamenti avvenivano in merci, la vendita della parte eccedente le necessità del soldato, costituiva una perdita netta, per quest’ultimo. Infatti il valore reale di queste merci era praticamente sempre inferiore al valore attribuitogli dal governo.

 

 

Per effettuare i pagamenti, attraverso la distribuzione di merci, spesso si appaltava la consegna ai mercanti presenti in città. Era a tutti gli effetti una forma di prestito, poiché i mercanti avrebbero dovuto anticipare la merce che sarebbe stata saldata solamente una volta ripristinata la disponibilità di denaro contante. Infatti dal 25 luglio al 25 agosto 1654 si restituirono ai mercanti 1519 ducati «per pagamento de vini et legne somministrati a capitani et officiali di queste militie a conto delle loro paghe scritte per estremo bisogno loro, stante che per mancanza di danaro non si gli poteva dar alcun sollievo.» (136).

 

 

Si tratta di pagamenti per debiti precedenti poiché in questo periodo i soldati furono saldati in moneta. La mancanza protratta di denaro liquido era però un problema non risolvibile ricorrendo al pagamento dei terzi in natura. Nel giro di poco tempo si sarebbe comunque avuta la necessità di pagare i mercanti che avevano fornito la «robba» per i soldati. In momenti di particolare penuria si doveva ricorrere a misure estreme per mantenere tranquilla la truppa e in alcune occasioni si permise una sorta di saccheggio legalizzato. A fronte di un indebitamento già molto pesante, più di 80.000 ducati, nel 1658 il Provveditore alle armi Barbaro ammetteva di aver «convenuto usar le violenze nel rapir la robba dalle botteghe in mancanza di denaro» (137).

 

 

Non si trattava di un provvedimento preso a cuor leggero poiché l’assistenza dei mercanti era fondamentale per la sussistenza della piazza. Il denaro che proveniva da Venezia non giungeva né in quantità sufficiente né in tempi utili a sostenere da solo le spese della città assediata. Nel 1658 vi furono una spedizione di 60.000 ducati a maggio e una di 80.000 ducati a dicembre. Nello stesso periodo servivano circa 9.000 ducati al mese solo per pagare i terzi ai soldati; due singole paghe degli ufficiali e degli stipendiati ammontarono a 24.000 ducati.138 Inoltre bisogna tener conto che con le cifre inviate andavano estinti i debiti accumulati nei mesi intercorsi.

 

 

Sul denaro inviato a maggio pesavano anche 40.000 ducati di debiti che bisognava saldare, altrimenti non si sarebbe potuto chiedere nuovi prestiti. Sul denaro inviato a dicembre pesavano 53.000 ducati di arretrati di cui se ne riuscirono a saldare solo 30.000.139 Occorre tenere presente che questa situazione si verificava in un periodo in cui le spese per la città erano abbastanza basse, poiché nel primo assedio si spendevano ogni mese tra i 70.000 e i 100.000 ducati; le stesse cifre si spenderanno anche negli ultimi 28 mesi di assedio.

 

 

Se molta cautela doveva essere usata nei confronti dei mercanti locali, ancora più attenzione doveva essere riservata ai mercanti stranieri che trasportavano granaglie e le andavano a vendere a Creta. Infatti, ai primi di giugno del 1650, era stato possibile acquistare grano a credito da un vascello francese, 10.000 misure di cui si era potuto pagarne subito solo 3.000, le merci erano state ugualmente consegnate dietro la promessa di saldare il resto entro la fine del mese140. Era essenziale riuscire a saldare e onorare i debiti contratti per «per mantenere quella fede, che è dovuta ad ogn’uno ma particolarmente a forestieri per allettare le loro disposizione e concorsi».

 

 

Con l’aggravarsi della situazione e l’inverno alle porte, a novembre dello stesso anno, la situazione fu meno semplice. Tre vascelli carichi di granaglie giunsero a Creta ma si diressero alla Standia, rifiutando di entrare in porto a Candia senza avere prima la certezza di poter essere pagati in contanti. (141) In caso contrario minacciavano di recarsi altrove per vendere il loro carico. Nella cassa di Candia non vi erano che 3-4.000 realimentre il carico ne avrebbe richiesti 16.000.

 

 

Ancora una volta, di fronte alla grande necessità di riempire i magazzini della città assediata e nella mancanza di denaro per pagare, si ventilò l’ipotesi di prendere possesso con la forza del carico delle tre navi. Si cercò tuttavia ogni via possibile di mediazione proprio per evitare di inimicarsi i mercanti così necessari al rifornimento della città. Lo sfogo del provveditore Francesco Barbaro sembra quasi paradossale ma dà l’idea dello stato di necessità in cui versava Candia «non veder mai nessuna cosa e dover sostentarsi di quello viene portato da mercanti levandoglielo con violenza mentre nessuno da volontariamente il suo è cosa molto dura» (142).

 

 

Come abbiamo visto i ducati inviati da Venezia non erano sufficienti per i bisogni di Candia e i provveditori alle armi che governavano la città dovevano ingegnarsi per sopperire alla mancanza. Avevano essenzialmente due strade per farlo: stampare moneta o cercare di trovare tra i privati le cifre necessarie.

 

 

La terza via, pagare le merci con lettere di cambio, esaurì quasi tutta la sua potenzialità entro il 1649 per le difficoltà che si incontrava a riscuotere il denaro a Venezia. Non si può fare a meno di immaginare dietro a questa situazione la volontà veneziana di non permettere il dilagare del debito sviluppatosi a Creta verso la Zecca di Stato a Venezia.

 

 

Le sostanze degli abitanti della città di Candia vennero rastrellate a più riprese e con varia intensità dalle autorità veneziane per contribuire alla difesa. Nel giugno del 1650 il provveditore alle armi in Candia scriveva «go spremuto colle maggiori fatiche e con l’uso di tutte le severità le poche sostanze de cittadini, mercanti, hebrei da quali ne ho raccolto la summa di cento ottanta sette mille lire (187.000 lire); restano per ciò privati non meno dal pubblico esausti et languenti». (143)

 

 

Di fatto si tratta di un vero e proprio saccheggio ai danni delle sostanze della popolazione civile. Poiché non si trattava di una situazione che poteva essere reiterata senza creare gravi disordini e malcontento dobbiamo considerare questo prelievo come un provvedimento straordinario. E’ pur vero che la situazione di difficoltà che si protrasse a Candia per i primi anni ’50 del ‘600 culminò nel 1655. «Seguito andar succhiando con sudore quel denaro dai particolari, che ogni dieci giorni deve esser pronto et infallibile per i terzi, se ben quanto più m’inoltro nella carica tanto più si fanno scabiosi gli imprestati e cresce la diffidenza et il dubbio della puntualità del rimborso» (144).

 

 

Proprio qui sta il nodo del malcontento che era aggravato dai sempre maggiori ritardi accumulati nella restituzione dei prestiti effettuati più o meno volontariamente. Iniziarono a correre per la piazza alcune voci poco rassicuranti, soprattutto tra le classi più abbienti della città che «stanche di supplir e resistere ad una contribuzione così disumana hormai spandono espression libere di portare altrove le sostanze e le persone proprie.» (145).

 

 

Non si tratta di vuote minacce considerando che l’organismo difensivo si basava in maniera non trascurabile, per le necessità immediate, sul capitale mobilitato da questi privati. Altre voci di entrata nel bilancio della città, molto magre per altro, erano costituite dalla tassazione del traffico portuale a Candia e Standia. Vi erano poi i proventi delle condanne pecuniarie, dall’affitto di alcune botteghe, dalle tasse sulla macinazione e traffico di granaglie e farine. Si trattava però di cifre pressoché irrilevanti ammontando in totale nei momenti migliori a non più di 1.000 ducati.

 

 

La maggior parte degli introiti erano costituiti dai prestiti, dal denaro inviato da Venezia e dai proventi del monopolio sul cambio. Il controllo della monetazione era in effetti l’unico modo per mantenere sotto controllo la situazione nella città assediata e, come abbiamo visto,fin dall’inizio della guerra la necessità di fondi spinse le autorità venete ad iniziare a battere moneta. Si trattava di moneta minuta in rame coniata appositamente per poter pagare i soldati.

 

 

Come è facilmente immaginabile le problematiche legate a questa situazione furono molteplici. Innanzitutto le difficoltà tecniche nella coniazione di queste monete si dimostrarono non facilmente risolvibili. La mancanza di materia prima e di strumenti adeguati, oltre a tutte le altre necessità della Città, danneggiò pesantemente questi sforzi «onde la quantità che si può formare sarà inferiore di lunga mano all’urgenza delle spese» (146).

 

 

Ma il vero problema era che monete coniate con metodi così rozzi erano anche facilmente falsificabili e a niente servì cambiare ripetutamente l’impronta del conio. Era comunque l’inflazione, di cui soffrivano queste monete, il vero fattore che ne limitava l’efficacia. Trattandosi della moneta con cui venivano pagati i soldati, che costituivano anche la maggior parte del mercato, i prezzi tendevano inesorabilmente a salire nonostante i tentativi delle autorità di calmierarli.

 

 

Le monete che si iniziarono a stampare col nuovo conio nel giugno del 1650, avevano già perso di valore, pochi mesi dopo, fino a valere 90 lire per uno scudo, normalmente 1 scudo valeva 7 lire. (147)  Non vi è da stupirsi quindi se alcuni anni dopo la moneta minuta risultava essere in diminuzione e in procinto di sparire dalla circolazione, con gran danno dei soldati e della popolazione più povera, «poiché non correndo che moneta d’argento nessuno può nel suo bisogno servirsi, poiché col reale intero e col mezzo che basterebbe per più giorni, il povero et il soldato, li convien mangiarlo in un giorno convenendoli se vuol aver moneta minuta per comprar qualche cosa, ancor robba che non fa per lui, per la metà per ricer per l’altra metà tanta moneta minuta per servirsi e per il più» (148).

 

 

 

I soldati in pratica si trovano strozzati in questo meccanismo poiché da un lato erano i principali utilizzatori della moneta spicciola che però non correva poiché eccessivamente svalutata. I mercanti, dal canto loro, accettavano preferibilmente pagamenti in moneta d’argento rifiutando quella di rame. I soldati si trovavano quindi a dover spezzare la moneta di rame per comprare ciò che gli serviva giornalmente in maniera da avere la moneta spicciola per i giorni successivi, moneta che però, solo con fatica veniva accettata dai mercanti, causando «incidenti pericolosi». Ad aggravare il tutto c’era il fatto che le paghe dei soldati continuavano ad essere corrisposte in moneta minuta e si ritrovavano anch’esse fortemente svalutate.

 

 

A causa di questa situazione i soldati faticavano a trovare di che vivere. Ancora peggio dei semplici fanti stavano però gli ufficiali il cui stipendio, teoricamente più alto, non veniva però pagato, perché doveva essere distribuito in monete d’oro o d’argento. La condizione era endemica e al di là di una politica abbastanza diffusa che prevedeva di lasciare in arretrato gli ufficiali di qualche paga per spingerli a combattere meglio, si raggiunsero livelli difficilmente tollerabili.

 

 

La mancanza di contante per pagare gli ufficiali e il conseguente ritardo nelle paghe, ridussero questa classe di ufficiali praticamente in miseria. Dal maggio 1652 fino a tutto settembre non furono fatte paghe e senza dei sussidi e degli acconti sulle paghe, distribuiti anche in biscotto, «un pezzo fa si saria sfrenata la loro tolleranza e succeduti inconvenienti» (149).

 

 

Negli anni seguenti la miseria degli ufficiali raggiunse un livello tale da spingerli ad essere tra i primi a commettere furti o a fuggire ai Turchi disertando le loro posizioni. (150)  Da luglio fino al febbraio 1657 rimasero senza alcuna paga e poiché il denaro che si attendeva da Venezia non bastava a coprire nemmeno tutti i debiti già contratti fino a quel momento, non avevano da sperare nulla più che qualche acconto (151).

 

 

Dall’agosto 1657 fino alla fine di gennaio del 1658 gli ufficiali della guarnigione di Candia «non hanno veduto un soldo» (152). Di fatto anche gli ufficiali erano costretti a vivere con la sola sovvenzione mentre i capitani col terzo che si dava ai soldati semplici e con le razioni di pane distribuite giornalmente.

 

 

 

Quando non era più possibile trovare prestiti o credito, presso i mercanti e la popolazione locale, né dilazionare i pagamenti dei soldati, ci si attaccava ad ogni possibile espediente che si potesse presentare. In alcuni casi è dall’interno della stessa guarnigione che provennero le sostanze per il sostentamento della città: «dopo gaver disposto di ogni sostanza de nogotianti e d’altri sono stato soccorso dalla provvidenza divina per vie non escogitate». Le vie divine, di cui parla Andrea Corner in questo dispaccio, si incarnarono in due cavalieri francesi che servivano nella guarnigione. I due si fecero persuadere a prestare 15.000 reali «con obbligo di restituirlo immediatamente venuti i sovventi pubblici» (153), tutto il denaro fu immediatamente speso per pagare i terzi alla guarnigione.

 

 

 

Come si è ripetuto più volte si tendeva a saldare con la maggior regolarità possibile i prestiti ricevuti e i soldati della guarnigione. In effetti, l’unica spesa stabile nel bilancio di Candia era quella per le milizie. (154) Il grafico seguente, che si riferisce al periodo compreso tra fine luglio del 1653 fino a tutto gennaio 1654, offre uno spaccato abbastanza significativo rappresentando tutte le caratteristiche di una situazione finanziaria che si ripeterà per tutta la guerra. I pagamenti vanno sempre diminuendo con il passare dei mesi e l’arrivo di denaro da Venezia non offre nessun sollievo.

 

 

 

Come si può notare vi è un picco di spesa in corrispondenza del mese di novembre, questo è dovuto a due fattori. Il primo e più importante è che sono stati ricevuti 31.000 zecchini da Venezia cioè 125.000 ducati col cambio (a 25 lire) di Candia. In questo modo è stato possibile restituire parte dei debiti contratti e distribuire due paghe, tra quelle arretrate, agli ufficiali e ai capitani, a piedi e a cavallo per totali 24.133 ducati.

 

 

La maggiore disponibilità di denaro sembra far aumentare le spese ma in realtà le spese sono sempre le stesse solo che, in assenza di contante, si accumulano arretrati. Ancora una volta emerge come le paghe degli ufficiali fossero saldate solo poche volte l’anno e con grandi ritardi, soprattutto rispetto ai soldati. Non si deve pensare che questi ufficiali non ricevessero proprio nulla, anche perché altrimenti non avrebbero avuto di cui vivere. Ricevevano un contributo in denaro simile ai terzi dei soldati, di valore irrisorio e degli anticipi in beni, come vino e legname o biscotto, ad acconto delle loro paghe. I capitani delle compagnie, quando non si facevano paghe, ricevevano i terzi come i normali fanti. La differenza tra i mesi in cui si pagava gli ufficiali e quelli in cui si distribuivano solo le sovvenzioni era considerevole.

 

 

Nel 1668 una paga mensile completa assommava a 47.130 reali così suddivisi: 30.615 agli ufficiali e pubblici rappresentanti, 16.515 per tre terzi ai soldati. La stessa paga mensile scendeva ad un importo di 28.330 reali nel caso in cui alle paghe degli ufficiali si sostituissero le sovvenzioni: 8.574 reali i sovvenzioni, 2.451 reali in terzi ai bombardieri e a vari stipendiati al posto delle paghe, 17.305 reali ai soldati (capitani delle compagnie compresi). (155)

 

 

Poiché gli esborsi maggiori erano dovuti agli stipendi del presidio una maggior concentrazione di truppe a Candia significava maggiori esborsi. Nel 1650, quando ci si preparava a tentare la riconquista di alcune posizioni, a Creta si ammassarono quasi 10.000 combattenti e gli stipendi mensili, arrivarono a 30.000 ducati. Nell’agosto 1652 invece con un presidio sceso a 5.280 fanti, senza gli ufficiali, si pagavano ogni mese 4.110 zecchini, cioè 16.572 ducati. All’estremo opposto arriviamo nell’aprile del 1662, quando il presidio languiva nelle ristrettezze, per 2838 fanti “di fattione” si pagarono solamente 8.582 ducati. (156)

 

 

Oltre al numero effettivo di soldati pagati, vi sono molti fattori che potevano modificare l’importo effettivamente corrisposto. Intanto va ricordato che i terzi potevano essere pagati in denaro o in beni di consumo. Inoltre i soldati percepivano un reale d’argento al mese come sovvenzione, oltre a quello che veniva distribuito, in monete minute, coi terzi. Quando non si poteva pagare la sovvenzione con il reale d’argento mensile si corrispondevano altre 30 lire in moneta di rame, oltre l’ordinario stipendio. Ovviamente questo fatto aumentava il costo per la cassa pubblica, di fatto raddoppiando gli esborsi.

 

 

 

Ad esempio nelle paghe eseguite tra ottobre e novembre del 1650 il risparmio mensile, se si fosse potuto usare moneta d’argento, sarebbe stato di 22.048 ducati cioè esattamente la metà di quanto speso per i fanti in moneta di rame. (157)  Più spesso il donativo non veniva proprio distribuito, restando come arretrato, e le milizie percepivano solamente il pagamento dei terzi. Poiché era costume distribuire la sovvenzione di un reale a soldato in occasione delle rassegne, per lunghi periodi, lungo tutto il corso della guerra i provveditori generali alle armi evitarono di proposito di effettuare rassegne generali non avendo il denaro per pagare i soldati.

 

 

Il problema era che, non eseguendo le rassegne, non era possibile scoprire il numero esatto dei morti e dei disertori per i quali si continuava lo stesso a pagare i terzi: «non potendosi pagar le militie non se le fanno ne meno dar le rassegne ne conoscere il vero e real numero de soldati effettivi a dubitamento delle frodi che si praticano col tenere gran tempo ne rolli vive le piazze de falliti e de morti e l’esperienza stessa ha dimostrato che gran numero hanno mancate in tutte le rassegne che seguirono per il passato.» (158)

 

 

Era infatti comune la pratica, soprattutto da parte dei capitani delle singole compagnie, di non dichiarare il numero dei morti per continuare a incassarne le razioni e gli indennizzi. Questa pratica era diffusa anche nella flotta e un po’ a tutti i livelli dell’apparato militare. Per questo per cercare di limitare il più possibile gli sprechi di denaro e le frodi si fece espressa richiesta, da parte del Senato, di ricevere dai savi sopra i conti e dai provveditori, scritture giurate in cui si riportavano i nomi di quei governatori, capi da mar e sopracomiti, in pratica di tutte le cariche amministrative, che non avevano presentato i libri dei conti delle loro amministrazioni ai termini della loro carica. (159)

 

 

Occorre non dimenticare come il numero di soldati pagati e quello dei militari effettivamente impiegabili, fosse drammaticamente diverso. Nel 1647 per la difesa della Città erano effettivamente schierabili 4.400 soldati «ma se ne pagano più di 6.000.». (160)  Nel 1656 la guarnigione di Candia nella sua eterogeneità aveva tutta una serie di retribuzioni differenti. La cavalleria percepiva uno zecchino al mese di sovvenzione più la sua paga, da cui erano detratti il costo della razione di pane e dell’orzo per il cavallo. I fanti italiani, oltramontani, greci e corsi ricevevano la paga mensile attraverso il sistema dei terzi e la razione di pane giornaliera che veniva detratta dallo stipendio.

 

 

Normalmente su 30 lire di stipendio, detratto il costo delle razioni di pane ne restavano 18-19,5 al mese. Gli Oltremarini invece ricevevano la paga intera e la razione giornaliera in biscotto invece che in pane. I feudati e i venturieri ricevevano le razioni di pane e mezzo reale per ogni paga ma, quando facevano le fattioni, ricevevano anche i terzi come tutti gli altri. Infine i bombardieri e i loro scolari venivano retribuiti con il loro stipendio, la razione di pane e una sovvenzione di due reali al mese. In teoria la sovvenzione sarebbe dovuta servire per gli scolari che non venivano retribuiti direttamente.

 

 

Le cernide non ricevevano invece nessun tipo di retribuzione, né pane né stipendio. In totale, attraverso tutte queste forme, venivano retribuiti circa 4.600 fanti e di questi solo 2.165 erano quelli di fattione. (161)  Su questa situazione vanno fatte due considerazioni, per non generare confusione e capire come mai si paghino così tante persone. Tolti i soldati di fattione, «li rimanenti che non fanno guardie sono putti, vecchi, gratiati, diversi marangoni, murari, fabbri, granatieri, hospitalieri e guardie di quartieri …». In pratica era uso comune che molti soldati, soprattutto nelle guarnigioni, svolgessero anche un mestiere. In questo modo potevano arrotondare il magro stipendio che ricevevano mensilmente. Costoro erano esentati dal servizio e potevano pagare i commilitoni per svolgere le guardie al posto loro. Altri invece erano utilizzati come guardie di quartiere cioè per fare le ronde all’interno della città, soprattutto di notte. Vi erano poi gli ammalati, i bambini e i soldati divenuti troppo vecchi per fare affidamento su di loro.

 

 

Ovviamente questa situazione, se assumeva proporzioni eccessive, scaricava un carico di lavoro eccessivo sui «fattionieri» che facevano fatiche inenarrabili «non potendo resistere a si solleciti patimenti». In pratica si creò un circuito economico, con peculiari caratteristiche, che ruotava attorno alla città di Candia e alla sua economia d’assedio. Si trattava di un vero volano che però, per funzionare correttamente, necessitava di continui e regolari iniezioni di liquidità.

 

 

Il denaro che veniva dalla Laguna, passava nella camera fiscale di Candia che lo utilizzava per tutti i pagamenti di cui vi era necessità e che sono illustrati sopra. Le somme maggiori avrebbero dovuto essere necessarie per: pagare la guarnigione, sfamarla e mantenere in efficienza le difese. I soldati, una volta pagati, avrebbero speso la loro paga all’interno della città creando un mercato che era reso attraente dai loro acquisti e da quelli effettuati dal governo per riempire i magazzini. I mercanti trovavano nella città assediata una piazza quasi sempre assetata di merci e disposta a pagare per averle. Il mercato spicciolo tra le isole dell’arcipelago e Candia, svolto dagli abitanti tramite barche e tartane, si integrava sulla piazza della Città con i carichi importati dai mercanti francesi, olandesi ed inglesi. Questi ultimi erano coloro a cui si rivolgeva il governo veneziano, della città, per ottenere prestiti nel periodo che intercorreva tra un invio di denaro e il successivo, da Venezia.

 

 

Potevano infatti esserci ritardi nei bonifici di moneta contante e per mantenere la liquidità si poteva ricorrere a prestiti. La garanzia data era, solitamente, il saldo del debito col successivo arrivo di moneta d’oro o d’argento. I limiti di questo sistema sono contenuti al suo interno. Questo procedimento poteva sostenere un buon livello di stress e supportare efficacemente la città nei momenti di difficoltà grazie al credito. La controindicazione, nonché condizione necessaria perché il sistema potesse perpetrarsi, era che la cifra inviata di volta in volta da Venezia fosse in grado di coprire tutto il debito già contratto e le spese per l’immediato futuro: altrimenti il ciclo avrebbe incontrato sempre maggiori difficoltà a riavviarsi.

 

 

L’incertezza della solvibilità del debito avrebbe bloccato l’erogazione di nuovi crediti. Nel caso questo non si fosse verificato, l’amministratore della cassa si sarebbe trovato stretto tra la necessità di pagare i terzi ai soldati, spesa non derogabile, e quella di saldare i debiti arretrati. Questo sistema conobbe alcuni periodi di vera prosperità dando l’illusione di poter sostenere la città col minimo sforzo logistico veneziano.

 

 

Quando però i ritardi iniziarono a crescere e le cifre in denaro che giungevano dalla Madrepatria si assottigliarono, emersero grossi punti di tensione. Maggiori ritardi significavano anche maggiori debiti da saldare e quindi minor denaro a disposizione per altre spese. Di fatto le cifre di denaro che avrebbero dovuto sostenere la Città per mesi, venivano consumate in pochi giorni, per effetto degli arretrati. Già nel 1646 a causa dei ritardi il debito sfiorava i 100.000 ducati di cui 30.000 costituivano stipendi arretrati. (162)

 

 

Nel maggio del 1650 la cassa di Candia era già indebitata per 146.000 ducati. (163)  In questo periodo era ancora possibile estinguere di volta in volta i debiti contratti, anche se con mesi di ritardo. Ma col proseguire del conflitto divenne sempre più difficile. A maggio ma del 1658 arrivarono da Venezia 60.000 ducati dei quali 40.000 furono usati per pagare debiti arretrati, «la soddisfazione de quali riesce necessarissima perché si possa di nuovo ripigliar gli imprestati» (164), i restanti se ne andarono per fare i terzi, 14.000 ducati e per sostenere le altre fortezze di Creta.

 

 

In particolare andava calando la fiducia nelle capacità di restituire le somme prestate o estorte, a seconda dei casi. Il fatto poi che ogni nuovo provveditore decidesse in prima persona come distribuire il denaro che portava con sé, non faceva che peggiorare le cose. Infatti gli ultimi mesi dell’incarico di un provveditore erano i più duri poiché nessuno voleva prestargli denaro la cui restituzione non sarebbe dipesa da lui ma dal successore.

 

 

In questa condizione l’arrivo di denaro insufficiente da Venezia aveva l’effetto di una bomba. «Questo denaro passa volando per il Purgatorio di questa fiscal camera e volando al Cielo di chi tanto lo bramava, lascia me in un nuovo tormentoso inferno». (165)

 

 

Tutti correvano a esigere l’estinzione del debito ma non essendovi denaro per saldarli tutti «il denaro deliberato sarà un lampo che rischiarando i torbidi delle presenti calamità lascierà in un’istante maggiormente oscurate le nostre brame e sollevando per brevi momenti». (166)

 

 

Nel giugno del 1659 la situazione era al punto critico, giunsero 51.500 reali e i debiti ammontavano a 47.000 reali. Volendoli saldare tutti sarebbero rimasti solamente 4.500 reali che bastavano appena per metà paga della guarnigione. Si decise ovviamente di dare precedenza al pagamento dei soldati, pagando solamente degli acconti ai creditori. (167)  In questa maniera si continuava ad accumulare debito che al 22 marzo del 1660 aveva raggiunto i 90.000 ducati. (168)

 

 

Inoltre, poiché molti dei mercanti creditori erano stranieri, una volta saldati avrebbero abbandonato Candia drenando ulteriormente liquidità dalla città. «il denaro sborsato per metà a creditori, è già svanito in summa di 34.000 ducati essendo la maggior parte partiti senza speranza del loro ritorno. Se non quando sapranno che sia per capitar altro denaro per venir a ricever il rimanente» il tutto a discapito della città che senza denaro «resta perciò abbandonata dal negotio e ridotta in estrema calamità» (169).

 

 

Poiché tutta la moneta pregiata andava a finire nelle mani dei forestieri, il valore dei grimani e della moneta di rame si svalutava sempre di più. Nonostante fosse stata impiegata «ogni cautela» nel stamparne solo la quantità necessaria, non vi era rimedio per la svalutazione e l’aumento dei prezzi. Inoltre, proprio per la necessità di usare solo moneta di rame, il prezzo dell’oro e dell’argento era aumentato a dismisura. Questo fatto andava a tutto discapito del commercio, minacciando di bloccare la principale fonte di sussistenza della Città.

 

 

Per cercare di evitare questo stillicidio di valuta pregiata si pensò di modificare il sistema di pagamento, in maniera da sedimentare il debito e da spostarne la corresponsione presso altre camere fiscali. Per fare questo si sarebbe potuto assegnare una rendita fiscale al pagamento del debito, ad esempio quella di una delle isole dell’arcipelago. Il denaro proveniente sarebbe stato reso disponibile nella camera fiscale di quel luogo. Tramite questa manovra, oltre ad evitare il drenaggio di moneta da Candia, sarebbe anche stato possibile rimettere in moto il sistema dei prestiti, poiché i mercanti sarebbero stati sicuri di poter rientrare della spesa fatta e quindi più incentivati a concedere altri finanziamenti. (170)

 

 

Rimane poi un punto poco chiaro, nonostante non si faccia mai specificatamente riferimento al tasso di interesse applicato a tutti questi prestiti di denaro, appare poco credibile che non ve ne fosse alcuno. Un tasso di interesse, per quanto basso, implicherebbe un continuo aumento della spesa poiché la parte di debito non saldata continuerebbe ad accumulare interesse e a sommarsi ai nuovi prestiti sottoscritti. In pratica, arrivati ad un dato punto, gli invii di denaro da Venezia non dovettero essere sufficienti che per pagare gli interessi.

 

 

 

Quello che è sicuro è che le cifre in valuta inviate da Venezia non riuscirono mai a coprire il fabbisogno della città di Candia e delle fortezze della Suda, Spinalonga e poi Grabusa e S. Todaro, che dipendevano dalla prima. Nei periodi di stasi, in cui cioè i Turchi non attaccarono direttamente la città, il problema si acuì. Minore il pericolo minori furono anche gli invii di finanziamenti e provvigioni. Altrettanto grave fu l’incapacità di concentrare gli sforzi economici nei periodi in cui si cercò di attuare attacchi alle posizioni turche come nel 1650, 1660 e nel 1666, in occasione degli sbarchi veneti. Allo sforzo economico per arruolare soldati da impiegare in queste operazione, non seguì poi la capacità di mantenerle pagate per sostenere lo slancio dell’azione. Questo fattore è particolarmente evidente nella campagna del 1650, quando la mancanza di denaro per pagare i soldati, si tradusse in un altissimo tasso di diserzione tra i reparti in campagna e in una resa del tutto insoddisfacente, quando si giunse al combattimento.

 

 

In effetti si ha l’impressione che Venezia, con mentalità mercantilistica, non volesse arrischiare quantità eccessive di capitale perseguendo la politica del massimo risultato con la minore spesa. Probabilmente se si fosse applicata una spinta, anche finanziaria, maggiore, nei lunghi periodi, in cui le forze Turche a Creta restarono semi-isolate e senza rifornimenti, si sarebbero ottenuti risultati migliori.

 

Note

121 - Andrea Valier, Historia della guerra di Candia pag. 112

122 - Luciano Pezzolo, Il fisco dei veneziani, Cierre Edizioni, Verona 2003 pag.231

123 - Luciano Pezzolo, Il fisco dei veneziani, Cierre Edizioni, Verona 2003 pag.213

124 - ASV Senato, Savi sopra i conti 1, 6 gennaio 1649

125 - Ibidem

126 - ASV Senato, Dispacci,Ptm 545, 15 gennaio 1649

127 - ASV Senato, Dispacci, Ptm 546, 8 giugno 1650

128 - Le monete dei possedimenti veneziani di oltremare e di terraferma / Vincenzo Lazari ristampa A. Forni, 2000 Ripr. dell'ed.: Venezia, A. Santini, 1851. Pag. 101-121

129 - Per essere precisi 19.922,5 ma ho arrotondato tutte le cifre nel testo per comodità

130 - ASV Senato, Dispacci, Ptm 549, 3 dicembre 1654

131 - ASV Senato, Dispacci, Ptm 553, 31 maggio 1662

132 - ASV Senato, Dispacci, Ptm 15 luglio 1664

133 - ASV Senato, Dispacci, Ptm 550, 29 Febbraio 1656

134 - ASV Senato, Dispacci, Ptm 546, 8 giugno 1650

135 - ASV Senato, Dispacci, Ptm 551, 8 marzo 1659

136 - ASV Senato, Dispacci, Ptm 549 3 dicembre 1654

137 - ASV Senato, Dispacci, Ptm 551, 22 gennaio 1658

138 - ASV Senato, Dispacci, Ptm 551, da maggio a dicembre 1658

139 - ASV Senato, Dispacci, Ptm 551, 17 dicembre 1658

140 - ASV Senato, Dispacci, Ptm 546 8 giugno 1650

141 - ASV Senato, Dispacci, Ptm 546, 5 novembre 1650

142 - ASV Senato, Dispacci, Ptm 551 20 luglio 1658

143 - ASV Senato, Dispacci, Ptm 546, 8 giugno 1650

144 - ASV Senato, Dispacci, Ptm 549, 23 gennaio 1655

145 - ASV Senato, Dispacci, Ptm 549, 15 gennaio 1655

146 - ASV Senato, Dispacci, Ptm 546, 8 giugno 1650

147 - ASV Senato, Dispacci, Ptm 546, 30 agosto 1650

148 - ASV Senato, Dispacci dei Rettori, Candia, pezzo 22, 8 giugno 1653

149 - ASV Senato, Dispacci, Ptm548, 21 settembre 1652

150 - ASV Senato, Dispacci, Ptm 550, 30 novembre 1656, primo febbraio 1657

151 - ASV Senato, Dispacci, Ptm 550, 4 febbraio 1657

152 - ASV Senato, Dispacci, Ptm 551, 22 gennaio 1658

153 - ASV Senato, Dispacci, Ptm 549, 24 marzo 1655

154 - Le cifre indicate sono state tutte convertite in ducati di conto per essere confrontabili. Le quote che si riferiscono agli stipendi delle milizie escludono gli stipendi degli ufficiali, e non comprendono il donativo ma solo il denaro speso per i tre terzi mensili. Inoltre solo due terzi della cifra qui indicata mensilmente per le milizie era pagata in denaro, la parte restante era contribuita in beni di consumo. I dati sono stati ricavati da ASV Senato, Dispacci, Ptm 549.

155 - ASV Senato, Dispacci, Ptm 558, 25 settembre 1667

156 - ASV Senato, Dispacci, Ptm 546, 22 maggio 1650; Ptm 548, 2 agosto 1652; Ptm ,553, 15 aprile 1662

157 - ASV Senato, Dispacci, Ptm 546 4 novembre 1650

158 - ASV Senato, Dispacci, Ptm 546, 31 marzo 1650

159 - ASV Senato Savi sopra i conti 1 12 gennaio 1649

160 - ASV Senato, Dispacci, Ptm 495, Nicolò Dolfin, 6 aprile 1647

161 - ASV Senato, Dispacci, Ptm. 550, 29 Febbraio 1656

162 ASV Senato, Dispacci, Rettori Candia 1646, 13 dicembre 1646

163 - ASV Senato, Dispacci, Ptm.546, 22 maggio 1650

164 - ASV Senato, Dispacci, Ptm. 551, 12 maggio 1658

165 - ASV Senato, Dispacci, Ptm 551, 17 dicembre 1658

166 - ASV Senato, Dispacci, Ptm 551, 12 maggio 1658

167 - ASV Senato, Dispacci, Ptm 551, 25 giugno 1659

168 - ASV Senato, Dispacci, Ptm 552, 22 marzo 1660

169 - ASV Senato, dispacci Ptm 551, 27 giugno 1658

170 - ASV Senato, dispacci, Ptm 552,29 marzo 1660