UNIVERSITA' DI VENEZIA - Corso di Laurea magistrale in Storia dal Medioevo all’Età Contemporanea - Tesi di Laurea

L’Esercito veneziano e la difesa di Candia 1645-1669 - Il costo di una vittoria mancata

Relatore Ch. Prof. Luciano Pezzolo

Laureando Roberto Vaccher

 

 

5) La logistica veneziana: il problema della distanza

 

 

Marco Cipolla, con estrema lucidità, definì la guerra come una sorta di “economia negativa” nella quale i soldati rappresenterebbero la forza lavoro, mentre il ruolo di capitale sarebbe svolto dagli armamenti. Questa immagine è estremamente funzionale per illustrare il conflitto, combattuto a Creta, tra Venezia e l’Impero Ottomano. Si trattò di uno scontro che coinvolse la totalità dell’apparato militare e logistico dei due contendenti, sottoponendoli ad elevatissimi livelli di stress economico e finanziario.

 

 

In effetti si potrebbe pensare che, come nell’esperienza della guerra di Cipro, anche questo fosse un conflitto che Venezia non aveva possibilità di vincere. La distanza dalla madrepatria dell’isola di Creta era 18 volte maggiore di quella dalle coste greche controllate dall’Impero Ottomano. Anche l’analisi delle forze disponibili per i due contendenti sembravano nuovamente non lasciare adito a dubbi, Venezia poteva schierare un numero di soldati che, difficilmente, poteva superare i 30.000 uomini e questo nella totalità di tutti i suoi possedimenti.

 

 

Al contrario l’Impero Ottomano schierava normalmente tra i 70 e i 90.000 uomini. Nonostante ogni pronostico le fosse avverso, Venezia non aveva che una strada percorribile. Nonostante serpeggiasse già nel 1645 l’idea che l’isola non potesse essere difesa, era comunque ben chiaro che non la si potesse abbandonare senza provare a difenderla. E in effetti la si difese per 24 anni e questo fu reso possibile, in buona parte, grazie ad uno sforzo logistico straordinario.

 

 

Possiamo dire, senza pericolo di sbagliarci che si trattò di un conflitto combattuto con i materiali e il denaro piuttosto che con rapide manovre e battaglie risolutive. Nessuna delle numerose battaglie navali, risoltesi in altrettante vittorie veneziane e disastrose sconfitte turche, ebbe impatti decisivi sull’andamento del blocco e dell’assedio di Candia. I rifornimenti ottomani, anche se rallentati dall’azione veneziana, continuarono ad arrivare a Creta, interrotti solo per alcuni intervalli.

 

 

La tentazione di ascrivere questa resistenza così protratta alla distrazione del Governo turco verso altri fronti di operazione, ha trovato molti sostenitori. Candia e il conflitto con Venezia vengono visti come un fronte secondario verso cui, solo con fasi alterne, si possono indirizzare le forze ottomane. La prova che si porta è che nel momento in cui giunse l’attacco definitivo, nel 1667, Candia fu costretta alla resa; solo nel 1669 dopo due anni di assedio ininterrotto. La stessa impressione viene data dalla lettura delle fonti veneziane dove gli aumenti di intensità degli aiuti inviati a Candia, coincisero con l’aumento di attività turca.

 

 

Questa interpretazione è vera solo in parte. La guarnigione di Candia sopravvissuta al violento assedio del 1648 e a quello del 1649, si stabilizzò negli anni successivi intorno ad uno schema che ne consentì la sopravvivenza, in un regime che potremmo definire “ridotto”. I Turchi non riuscirono più a concentrare sull’isola un numero sufficiente di soldati fino al 1667, in vista dell’assalto finale. I combattimenti tra assedianti e assediati si riaccesero sporadicamente negli anni intercorsi tra le due date, soprattutto in corrispondenza delle sortite veneziane.

 

 

Nel 1650, nel 1652, nel 1654 e nel 1662 i Veneziani condussero sortite con formazioni superiori al migliaio di uomini sia per proteggere la riparazioni delle opere della città che per distruggere gli approcci e le trincee avversarie. Alla fine il costo in vite umane del conflitto fu enorme e quello economico fu altrettanto imponente. Viene da chiedersi se il Senato veneziano avrebbe agito diversamente qualora avesse conosciuto in anticipo i costi che avrebbe comportato il conflitto; probabilmente no poiché i motivi ideologici e strategici a favore della guerra sembravano solidi e inappuntabili. Inoltre si pensava che opponendo una fiera e prolungata resistenza si sarebbe riusciti a imporre una pace che avrebbe permesso di mantenere il possesso di Candia.

 

 

In effetti, al di la della facciata, vincere sul piano militare era probabilmente oltre le aspettative veneziane. Fin da subito una delle priorità fu infatti mantenere aperto il canale diplomatico con Costantinopoli. Ciò che non si può fare a meno di notare nelle fonti, che trattano la guerra di Candia, è la continua sensazione di attesa. Si attendono e si richiedono in continuazione armi, vettovaglie, vestiti, munizioni e denaro. Insomma tutto ciò di cui può avere bisogno la città e che andava trasportato via mare. Nulla sembra mai essere sufficiente alla bisogna, anche i carichi e le spedizioni più ingenti e puntuali sembrano essere già consumati al momento del loro arrivo, tanto che negli stessi dispacci in cui se ne comunica la ricezione si avanzano nuove pressanti richieste.

 

 

Forse che quanto era spedito dalla Madrepatria o quello che veniva acquistato dal sempre vivo, ed essenziale, commercio dell’arcipelago non era sufficiente? Nonostante in alcuni periodi gli aiuti inviati siano stati effettivamente inferiori alle necessità, non è questa la causa principale della continua oscillazione tra abbondanza e carestia. Possiamo pensare a malversazioni o a «disordini notabili pregiudiziali al pubblico servitio» (105) che danneggiavano gli sforzi per il rifornimento della città assediata: sempre presenti corruzione e frodi non sono comunque sufficienti da sole a spiegare la situazione.

 

 

La guerra e la resistenza della città di Candia durarono oltre vent’anni e questo va sempre ricordato per non cadere nella tentazione di lasciarsi irretire da una visione troppo negativa dello stato dello sforzo logistico-militare veneziano. Se la città resistette così a lungo, praticamente priva di risorse proprie, il meccanismo che ne permetteva il rifornimento deve aver svolto, in qualche modo, la sua parte. Le guarnigioni veneziane dell’’isola dovevano a loro volta essere rinforzate di forze fresche per colmare le perdite.

 

 

E’ seguendo lo spostamento dei soldati che capiamo meglio, rispetto a molte altre considerazioni, il problema principale che affliggeva la logistica veneziana. Ma potremmo tranquillamente dire qualunque Stato dell’epoca moderna. Una volta arruolati e pagati i soldati li si doveva trasportare a Creta, assieme a tutto il necessario corredo di armi e provvigioni. Ma non solo, la città assediata aveva bisogno di tutto: dalle tavole di legno ai chiodi, dai sacchi di tela ai cordami per l’arsenale, ai medicinali per gli ospedali. Si potrebbe pensare che una volta reperito tutto il necessario la parte più difficile fosse ormai conclusa.

 

 

Pur con tutte le merci già allineate con ordine, nei magazzini e sulle banchine, i soldati schierati per la rassegna che non aspettano altro che di imbarcarsi sulle navi, resta ancora molto da fare. Mai come in questo caso tra il dire e il fare c’era e c’è ancora, di mezzo il mare, letteralmente. Qualcosa come 1800 km di acqua, vento e marosi separano Venezia da Creta. Una distanza che oggi potremmo percorrere in aereo in poche ore o, con maggior serenità, in nave impiegando circa tre giorni e mezzo, richiedeva, a metà del diciassettesimo secolo, da un mese e mezzo a 2 mesi e mezzo e più, a seconda del periodo dell’anno.

 

 

 

Uno dei più grossi ostacoli tra quelli che attanagliarono ogni governante durante tutta l’epoca moderna fu quello della distanza. Questa era una sorta di chimera che divorava il tempo causando ritardi, dilazioni e incidenti di ogni genere. Questo fattore era così importante poiché entrava in gioco e coinvolgeva ogni azione della normale amministrazione di uno Stato. Divenendo tanto più grave e pressante quando si assommava alle problematiche di un conflitto bellico.

 

 

La distanza influenzava la trasmissione di ordini, l’esecuzione di sentenze, la trasmissione di denaro e di merci. La distanza dilatava gli intervalli temporali che trascorrevano tra l’invio di un ordine e la sua ricezione e tra lo svelarsi di una minaccia e la possibilità di porvi rimedio. Se condizionava singoli corrieri o mercanti il problema si faceva molto più pressante quando, a doversi spostare, non erano poche decine di persone ma centinaia o migliaia di esse alla volta. Un esercito che si spostava, con il suo immancabile corredo di salmerie e personale non combattente, era un animale lento e impacciato. Gli accorgimenti logistici che dovevano essere presi per permettere il trasferimento, più rapido possibile, alle truppe verso i teatri operativi erano molteplici. Era necessario provvedere di viveri le forze in movimento per evitare saccheggi lungo la strada, con conseguente devastazione del territorio e perdita di tempo. Prevedere l’attraversamento di passaggi obbligati come valichi montani e fiumi. Pianificare la presenza di luoghi atti al riposo lungo la strada e molto altro ancora.

 

 

Se poi lo sforzo logistico doveva essere mantenuto per lunghi periodi di tempo, anni o decine di anni, diveniva ancora più complicato e costoso. Lo spostamento degli eserciti era estremamente complesso quando realizzato via terra e il fatto che, nella guerra di Candia, l’unico mezzo utilizzabile fosse la nave, amplificava non poco il problema. Come è noto, Creta è un’isola e dista circa 95 km dalla Grecia continentale. In un’epoca in cui, soprattutto per gli eserciti, la strada più rapida e sicura era quella terrestre, muoversi via mare, per tutta la distanza tra Venezia e Creta, poteva dar luogo a molti imprevisti.

 

 

Da Venezia le navi, cariche di truppe e rifornimenti, procedevano lungo la costa dalmata fino ad arrivare a Corfù, quindi verso Zante e, dopo aver costeggiato il Peloponneso, attraversavano il tratto di mare che separa la Grecia continentale da Creta. Le basi veneziane di Zante e soprattutto di Corfù costituivano i due scali principali sulla rotta per Candia ed erano ampiamente usati per il transito di rifornimenti e di truppe. I provveditori di queste due isole non mancarono, in svariate occasioni, di reindirizzare verso Creta le navi cariche di granaglie che capitavano nei loro porti come anche di qualsiasi altro aiuto fosse loro possibile inviare.

 

 

Tra le imbarcazioni a disposizione della flotta veneziana solo le navi potevano viaggiare per tutto l’anno mentre le galee e le galeazze, per le loro caratteristiche, potevano stare in mare solo nei mesi estivi. Inoltre, data la scarsa autonomia di queste ultime, era necessario poter disporre di una serie di porti di appoggio o ancoraggi, pressoché continui, dove poter ancorare per la notte e provvedersi d’acqua dolce. Le galee avevano tra l’altro poca capacità di carico rispetto alle navi, erano molto costose da mantenere e richiedevano equipaggi numerosi.

 

 

Rimanevano comunque le imbarcazioni da guerra più adatte al teatro mediterraneo dove il vento era incostante e le coste insidiose. Ovviamente, pur risentendo meno delle avverse condizioni meteo, nemmeno le navi potevano ignorarle del tutto. Uscire in mare troppo presto con l’armata sottile si rivelò in diverse occasioni una pessima idea.

 

 

Nella notte tra il 17 e il 18 marzo 1648 la flotta veneziana guidata dal Grimani fu sorpresa in porto, nell’isola di Psara, da una tempesta. Naufragarono in totale 17 galee compresa quella generalizia, dove morì lo stesso Grimani, anche le due galee superstiti riportarono gravi danni. Le unità a vela subirono invece meno danni e solo 9 delle 27 presenti, affondarono. Si trattava delle unità più piccole e deboli, due erano brulotti e tre tartane. Le navi più grosse subirono pochi o nessun danno anche perché si trovavano in mare, al momento della tempesta, mentre le galee erano ancorate in un luogo poco sicuro, mancando Psara di un vero e proprio porto. (106)

 

 

 

Va da sé che la possibilità di naufragio e le condizioni del mare influivano sulle comunicazioni. I dispacci inviati dal provveditore straordinario in Candia, le relazioni al Senato, i dispacci dei capi da guerra, solo per citarne alcuni, impiegavano una media di un mese/un mese e mezzo per coprire la distanza tra la città lagunare e Creta. Questa dilatazione temporale poteva essere molto pericolosa per la città assediata, l’insistenza con cui i provveditori straordinari alle armi richiedevano viveri, munizioni e denaro per continuare a combattere, non erano dovute alla mancanza di altri argomenti bensì alla consapevolezza dei tempi che impiegavano i dispacci a giungere a destinazione e gli aiuti a pervenire fino a Creta.

 

 

La sensazione di attesa e di continua inadeguatezza dei rifornimenti proviene proprio da qui. La distanza era il problema principale con cui doveva misurarsi l’apparato civile e militare veneziano. Un rapido esempio basterà a rendere la misura di quanto appena detto. Un dispaccio poteva impiegare circe un mese e mezzo per giungere a Venezia, ma da qui la risposta o i rifornimenti avrebbero impiegato almeno altrettanto per tornare indietro. Fingendo che quanto richiesto fosse stato già pronto e imbarcato, a Venezia, al momento della ricezione del dispaccio, non sarebbe comunque giunto a Candia prima di 3 o 4 mesi dalla spedizione della richiesta. E questo in un caso ottimistico, salvo incidenti, condizioni atmosferiche avverse, attacchi di navi nemiche etc.

 

 

A volte i dispacci erano inviati più volte per percorsi diversi in maniera da essere sicuri che almeno una copia giungesse a destinazione. Nel 1648 il provveditore Mocenigo dubitando che i suoi precedenti dispacci, inviati via nave direttamente a Venezia, fossero giunti a destinazione, decise di inviarli nuovamente. Questa volta per la via di Zante e poi da lì a Otranto da dove avrebbero potuto proseguire per la Laguna. (107)

 

 

Alla luce di ciò assumono anche maggior peso, e si comprendono meglio, richieste che, ad una prima lettura, possono sembrare esagerate. Annunciare in toni drammatici, tanto da cifrare il messaggio, che alla città assediata resta “micchia”, miccia per innescare moschetti e artiglierie, sufficiente solo per altri tre mesi, può sembrare leggermente allarmistico ad un primo sguardo. (108) Tenendo però conto di quanto tempo era necessario, come abbiamo appena visto, per farne provvisione a Venezia e di quanto poteva aumentare il consumo in caso di attacco nemico, si può comprendere meglio l’urgenza di questa comunicazione.

 

 

Occorre poi considerare che non sempre era possibile spedire immediatamente i dispacci, a causa di attacchi nemici particolarmente violenti, dell’assenza di navi disponibili o di condizioni metereologiche particolarmente avverse. Inoltre la nave che trasportava i messaggi poteva fare naufragio o essere catturata dai nemici.

 

 

Poiché i rifornimenti necessari a Candia non provenivano per intero da Venezia, ma erano spesso acquistati direttamente da mercanti in loco, non deve stupire che il senso di precarietà che avvolgeva, in determinati periodi la situazione dei rifornimenti, ne risultasse aumentato. Zorzi Morosini, quando scriveva che gli «aiuti incerti e casuali co’ quali pure miracolosamente fin hora s’è sostenuta la Piazza, io non posso ne devo fidarmi e molto meno nella provisione de biscotti; che sono obbligati al bisogno dell’Armata , delle fortezze, e di tutte altre parti , et occorrenze.» si riferiva esattamente a questa situazione.

 

 

La distanza che separava Venezia da Creta rendeva precario e approssimativo il sistema dei rifornimenti: «Gran punto è questo Principe Serenissimo, che la preservazione d’una piazza, anche d’un regno difeso così gran tempo col dispendio di tanto sangue, e colla profusione d’infiniti tesori abbi a dipendere per questo capo dalle contingenze e dal caso e ben posso dire con verità che due volte ho veduto fluttuare tra gli estremi dell’indigenza la libertà e la sicurezza del tutto.» (109)

 

 

E’ lo stesso Zorzi Morosini, poco più avanti nello stesso dispaccio, a proporre di istituire un fondo di denaro ad uso esclusivo dell’acquisto di viveri e, contestualmente, una serie di vascelli preposti all’acquisto e al trasporto di granaglie per la piazza assediata. Pur trattandosi di un buon modo per cercare di regolare il sistema di rifornimenti, avrebbe però implicato l’assunzione, da parte del Governo veneziano, di tutti i costi e i rischi derivanti da questo traffico, come vedremo in uno dei capitoli successivi.

 

 

Di nuovo emerge molto chiaramente come fosse impossibile per Venezia supplire ad ogni necessità della città assediata. Come avveniva per l’esercito, con l’arruolamento di mercenari, e con le navi, col sistema dei noli, allo stesso modo i rifornimenti facevano affidamento in buona parte su privati e mercanti. Come negli altri due casi la disponibilità di questi ultimi variava con le condizioni del mercato e la stagione e non era in alcun modo regolare. Potevano capitare diversi carichi in pochi giorni come nessun aiuto per mesi.

 

 

Vi era poi almeno un altro problema che coinvolgeva il grano ma soprattutto il biscotto, inviato via mare. L’uso di navi non sempre in condizioni ottimali poteva far si che il carico si bagnasse e questo, nel caso del biscotto, significava la concreta possibilità che marcisse e diventasse inutilizzabile. Il biscotto era sostanzialmente una sorta di pane cotto due volte che, se mantenuto asciutto, si conservava molto a lungo. Costituiva il principale alimento dei marinai e veniva inviato a Candia per essere da lì spedito alla flotta, ma era anche impiegato dalla città stessa nel caso non vi fossero più granaglie per fare il pane. Il problema poteva assumere una certa rilevanza, nel 1658 alcuni carichi arrivarono in buona parte rovinati, lo spreco ammontò a centomila libbre (110).

 

 

Per capirne l’entità possiamo confrontare tale cifra col consumo mensile che la città di Candia faceva di biscotto, quando non era disponibile il pane come in quel momento, ascendente a 300.000 lire al mese.(111) Allo stesso modo, del carico di una nave arrivata a Candia da Venezia il 25 marzo dello stesso anno, trasportava un totale di 203.000 lire di biscotto ma di queste 14.967 erano marce cioè poco più del 7% del carico.

 

 

In una certa misura i rifornimenti di munizioni “da vivere e da guerra” erano quelli che soffrivano meno della grande distanza che separava Venezia dal teatro del conflitto. Il problema della distanza era particolarmente drammatico per i soldati. Perché la città fosse in grado di difendersi era necessario che la sua guarnigione non scendesse mai sotto il numero limite di 4.000 uomini. Affinché questo fosse possibile bisognava provvedere ad inviare sempre nuove forze alla città assediata.

 

 

Già nel capitolo precedente si è parlato di come le milizie venivano arruolate, ma le fatiche non terminavano col loro arruolamento. Era necessario farle arrivare a destinazione. Il viaggio avveniva, nel caso di quasi tutti i contingenti, via terra fino a Venezia e via mare da qui fino a Candia. Le tappe intermedie potevano essere nei possedimenti veneziani di Corfù e Zante. Il viaggio per mare era pericoloso e non privo di problemi per i soldati che lo affrontavano. Le navi erano spesso stracolme di persone che si trovavano a viaggiare stipate come animali, quando non direttamente in compagnia degli stessi. In questo modo molte delle perdite, che subiva il presidio di Candia, iniziavano già nel viaggio per mare.

 

 

Quando nel 1650 si decise di concentrare a Creta un nutrito corpo di soldati per tentare di riconquistare alcune delle fortezze cadute in mano ai Turchi si inviarono da Venezia circa 5.000 fanti. Vennero inviati in almeno tre frazioni tra marzo e giugno ed entro la fine di questo mese erano tutti a Candia. Tutti, si fa per dire, poiché ne erano rimasti poco meno di 4.000. I primi ad arrivare furono 1005 fanti tra Italiani, compreso parte di un reggimento di Parma, e Oltramontani giunti a Creta tra il 3 e il 20 marzo. Ne erano partiti 1204 e il peso principale delle perdite gravava sugli Oltramontani che su 439 fanti ne persero nel viaggio 109.

 

 

Molto meglio andò a quelli arrivati tra l’11 e il 13 aprile, su 701 fanti ne mancarono solo 13. Si trattò solo di una parentesi felice perché gli ultimi, arrivati a giugno, tornarono sui livelli di perdite precedenti. Partiti da Venezia in 984 arrivarono in 734 di cui ben 251 erano ammalati non in grado di prendere servizio.(112)

 

 

Indizio del fatto che fosse proprio la lunghezza del tempo passato in nave, unito alla nessuna confidenza che queste genti avevano col mare, il problema principale, è che le compagnie venute dalla Dalmazia e arrivate anch’esse a giugno, non presentarono invece nessuna perdita. Dei 240 fanti oltramontani partiti da Venezia e arrivati a Candia nel maggio del 1652, 40 morirono durante il viaggio e altri 70 passarono direttamente in ospedale al loro arrivo a Creta. La nave che li trasportava sembra essere stata troppo piccola e, di conseguenza, il viaggio particolarmente disagevole.(113)

 

 

Allo stesso modo di altri 190 fanti, sempre spediti da Venezia, ne morirono 25 durante il viaggio e la maggior parte arrivò a destinazione ammalata. Le condizioni di viaggio peggioravano d’estate per il caldo, la lunghezza del viaggio, la ristrettezza degli ambienti a bordo e la scarsità d’acqua. La preoccupazione dei provveditori riguardo a queste situazioni è evidente e la colpa viene addossata all’eccessiva lunghezza del viaggio, senza tappe, da Venezia a Candia, «et può sempre assicurarsi di perder il terzo delle sue truppe quando siano spedite in questa forma».

 

 

 

Quando invece di partire da Venezia le milizie si imbarcavano a Corfù, il loro trasferimento era molto più corto e agevole. I 200 fanti italiani che compirono questo tragitto nel maggio del 1652, «sono gionti tutti sani e in benissimo ordine».(114) Questo fatto viene attribuito, a ragione, alla minore distanza che vi è tra Corfù e Candia. La proposta di utilizzare Corfù come centro di smistamento per le milizie destinate a Creta viene avanzata nello stesso dispaccio. Si potrebbe pensare di concentrare tutte le forze a Corfù e inviarle a Candia solo in caso di bisogno oppure inviarle direttamente in questa città ma concedendo una pausa, nel viaggio, di qualche giorno a Corfù in maniera da far riposare i soldati. Facendo fare una tappa intermedia ai fanti diretti a Creta si potrebbe, secondo il provveditore, diminuire drasticamente le perdite e gli ammalati.

 

 

Non ci è dato sapere se questo consiglio venne accolto o meno e in che misura anche se non sembra aver avuto molto successo poiché raramente si fa menzione, negli anni successivi, di tappe a Corfù da parte delle milizie inviate a Creta.

 

 

 

Di dodici compagnie, 1076 uomini, inviate a Candia al seguito del principe palatino Filippo Sulzbach nel 1662, che viaggiarono tra maggio e giugno, giunsero a destinazione 994 soldati.(115) Di questi però 282 erano ammalati e passarono direttamente negli ospedali. Poiché si trattava di sei compagnie oltramontane e di sei italiane possiamo rilevare come il maggior numero di morti e ammalati si ritrovasse nelle compagnie oltramontane, meno avvezze al clima mediterraneo. Queste ultime ebbero 184 ammalati e 40 morti su un totale di 589 fanti mentre quelle italiane ebbero “solo” 26 morti e 98 ammalati su un totale di 492.

 

 

Nemmeno col progredire del conflitto si riuscì a trovare un modo di evitare le perdite dovute al viaggio in mare e subite dalle compagnie inviate a Candia, ancora prima di aver visto un solo Turco.

 

 

Ancora nel 1664 Antonio Priuli appena arrivato a Creta, come provveditore straordinario alle armi, accompagnato da dodici compagnie cioè 724 fanti, deve annotare che di essi molti si sono ammalati o sono morti durante il viaggio passando direttamente in ospedale al loro arrivo.(116)

 

 

Arruolando soldati praticamente da tutta Europa le difficoltà di spostarli iniziavano ben prima del loro arrivo a Venezia. Per molti di essi il viaggio iniziava nel nord Europa e servivano mesi solo per arrivare a Venezia. Le truppe fiamminghe e vallone dovevano imbarcarsi ad Amsterdam e spesso necessitavano di appositi passaporti per facilitare i loro spostamenti. In particolare per attraversare la Mosa e per il successivo viaggio via mare, servivano passaporti sia olandesi che spagnoli 117.

 

 

La massima per cui il tempo è denaro, potrebbe essere stata scritta da un Savio sopra i conti, intento a cercare il modo per risparmiare sullo stipendio delle alte cariche inviate ad amministrare i possedimenti in Levante. Il problema non erano gli alti stipendi in se stessi, ma il fatto che, per la durata del viaggio, il periodo in cui questi emolumenti erano percepiti si dilatavano di svariati mesi. Per ovviare a questa situazione si iniziavano a conteggiare gli stipendi solo dalla data in cui i soggetti titolari delle varie cariche straordinarie giungevano nella sede loro assegnata. Se così il problema poteva dirsi risolto, per quello che concerneva il tempo impiegato nel viaggio d’andata, restava però vivo nel momento in cui, costoro, «nel loro ritorno in patria consumando molto tempo vengono sino all’arrivo loro in questa città bonificati li mensuali assegnati alle cariche sostenute con aggravio indebito della signoria nostra.».(118)

 

 

Il problema divenne particolarmente spinoso in tempo di guerra con l’aumento delle cariche straordinarie e la relativa brevità degli incarichi. Per questo, nel 1650, si stabilì che chi tornava dal Levante si sarebbe visto pagato lo stipendio di un mese e mezzo a titolo di spese di viaggio. Mentre a chi tornava dalla Dalmazia solamente quindici giorni. E questo indipendentemente dalla durata effettiva del viaggio stesso. Per ricevere questo pagamento era necessario esibire un documento, del rappresentate che governava nel luogo da cui si era partiti, con indicato il giorno della partenza. Come nel caso delle cariche straordinarie inviate in Levante anche gli stipendi dei soldati, durante il viaggio, erano soggetti a limitazioni. Per prima cosa le paghe iniziavano ad essere calcolate solamente quando i soldati varcavano effettivamente i confini dello Stato veneziano. Inoltre durante il viaggio in nave i soldati percepivano solamente mezza paga, conteggiata dal momento in cui le navi salpavano.

 

 

Lo stabilire in anticipo quanto e quando i soldati sarebbero stati pagati non era materia indifferente. Soprattutto nei presidi delle fortezze i soldati venivano spesso considerati come denaro che si poteva perdere o guadagnare, «tra amazati e fuggiti V.S. ha perduto 140 fiorini» (119), scriveva, riferendosi ai soldati, un provveditore alla fortezza di Palma.

 

 

Anche a Candia la scarsa disponibilità di denaro e la puntualità con cui dovevano essere pagati i terzi alle milizie, poteva spingere a considerare i soldati come un capitale ad interesse negativo nei periodi in cui non erano imminenti attacchi nemici. In molti casi ad essere spediti via mare, da Venezia, non erano solamente gli uomini ma anche gli animali. In particolare i cavalli, la necessità di mantenere forze di cavalleria nella guarnigione aveva l’ovvia conseguenza di dover spedire a Creta i cavalli necessari a queste unità. Le compagnie montate aumentarono di numero in corrispondenza dei tentativi veneziani di attaccare i Turchi in campo aperto, diminuendo endemicamente nei periodi di inattività per mancanza di foraggio.

 

 

Per cercare di mantenere in salute le cavalcature le si mandava, quando non necessarie nelle isole dell’arcipelago, dove potevano procurarsi più facilmente cibo per il loro sostentamento. Nel caso dei cavalli, ai disagi del viaggio, si aggiungeva l’incuria che spesso i soldati avevano nei confronti degli animali. Questo avveniva in particolar modo nel caso in cui i reparti che viaggiavano con essi non fossero poi quelli che avrebbero dovuto utilizzarli in combattimento.

 

 

Nel 1657 dei 145 cavalli, attesi per resuscitare i ranghi della cavalleria di Candia, ne giunsero a destinazione, in pessime condizioni, 120. In questo caso il problema non fu solo il tragitto in nave ma, come detto sopra, il fatto che «li soldati che sono venuti non havevan l’interesse nel mantenimento dei cavalli medesimi non habbino in conseguenza havuto affetto nel governarli» (120).

 

 

In pratica per un’incomprensione i cavalieri erano stati trattenuti nel porto di partenza e al loro posto, con le cavalcature, era stato imbarcato un altro reparto di fanti con poca o nessuna dimestichezza e interesse verso i quadrupedi. La combinazione dei danni causati dalla lentezza dei trasporti con l’incuria e la negligenza amplificarono spesso i problemi legati a una situazione logistica già molto difficile.

 

 

Note

105 - ASV, Senato, Dispacci, Capi da guerra busta 9 Barone Nicolò Teodorico Spesseiter Candia 7 dicembre 1649

106 - Guido Candiani,Dalla galea alla nave di linea,Città del silenzio edizioni, 2012, pag.88-108

107 - ASV Senato Dispacci Ptm 545 26 maggio 1648

108 - ASV Senato Dispacci Ptm 550, febbraio 1656

109 - ASV Senato, Dispacci, Ptm 546, 31 marzo 1650

110 - Si parla qui della libbra veneta. Questa unità di misura si divideva in libbra grossa, 0,476 kg, e libbra sottile 0,312 kg.

111 - ASV Senato dispacci Ptm 551, 16 aprile 1658

112 - ASV Senato dispacci Ptm 546, 31 marzo,16 aprile,10 giugno 1650

113 - ASV, Senato, dispacci, Ptm 548, 23 maggio 1652

114 - ASV, Senato, dispacci, Ptm 548, 23 maggio 1652

115 - ASV, Senato, dispacci, capi da guerra busta 9, Principe palatino Filippo Sulzbach, 6 giugno 1662

116 - ASV, Senato, dispacci, ptm 554. 18 luglio 1664.

117 - BNM, IT VII 1912 (8328) Capitoli per una leva di truppe fiamminghe col Sergente generale Gritti sec. XVII

118 - ASV, Savi sopra i conti 1, 2 aprile 1650 in Pregadi

119 - Alberto Prelli, Le milizie Venete in Palma 1593-1797,Reana del Rojale, Chiandetti, 1988,pag. 154

120 - ASV, Senato, dispacci, Ptm550, 7 ottobre 1657