UNIVERSITA' DI VENEZIA - Corso di Laurea magistrale in Storia dal Medioevo all’Età Contemporanea - Tesi di Laurea

L’Esercito veneziano e la difesa di Candia 1645-1669 - Il costo di una vittoria mancata

Relatore Ch. Prof. Luciano Pezzolo

Laureando Roberto Vaccher

 

 

4) Arruolare e armare un esercito

 

 

Dopo lo scoppio della guerra di Candia fu subito necessario portare l’organico dell’esercito al livello di guerra. I circa 4000 soldati pagati che difendevano Creta erano in grado di offrire una ben misera resistenza. Già prima dello scoppio della guerra si era iniziato a rinforzare le forze venete sull’isola. L’esercito veneziano era già in parte mobilitato, essendosi appena conclusa la guerra di Castro, quindi un certo numero di soldati era immediatamente disponibile.

 

 

Nella primavera del 1645, in tutta fretta, si iniziò a far convergere varie compagnie sull’isola, il 20 marzo giunsero alla Canea 4 compagnie di Oltramontani e, tre giorni dopo, altre due compagnie rispettivamente di 48 e 52 fanti. L’11 maggio si completava la messa in acqua delle 20 galee della guardia che venivano subito inviate a Tine; inoltre giungevano a Creta altre 4 compagnie di fanti: 1 a Candia, 1 a Rettimo e 2 alla Canea. Il 22 maggio approdava a Suda anche il capitano delle navi Cappello con 8 vascelli.

 

 

La flotta turca era però già in mare e contava, secondo i meglio informati, 80 galee, 2 maone e 380 faiche. Diciassette giorni prima dello sbarco turco arrivarono alla Suda 9 compagnie di fanti oltramontani e oltremarini.85 furono gli ultimi e insufficienti rinforzi a giungere sull’isola prima dell’inizio dell’invasione. Solo dopo l’attacco turco iniziò il vero e proprio arruolamento di forze straordinarie per rinforzare la terraferma, per difendere Creta e i possedimenti nei Balcani; da subito vennero mobilitate anche le cernide.

 

 

Queste ultime avrebbero dovuto fornire, in tutta Creta, almeno 8-10.000 uomini, di armamento e addestramento molto eterogenei. Videro un impiego effettivo solamente quelle concentrate a Rettimo, alla Canea e a Candia. Nel 1648 a Candia ne restavano 2.100 circa, che vennero impiegate attivamente nella difesa della città e distribuite sui bastioni. Terminato l’assedio, nel 1650, si sospesero i pagamenti alle cernide, per risparmiare sul soldo e, di conseguenza, il loro numero calò rapidamente.

 

 

Nel 1656 ne erano rimaste solamente 519 che «non percepiscono nulla né stipendio né pane e restano quindi esenti da qualsiasi esercitio»86. Di fatto le si utilizzava solo nei momenti di maggior difficoltà, infatti nel settembre del 1658, col presidio ridotto a soli 2200 fanti da fattione, fu necessario impiegare anche 200 cernide per coprire tutte le posizioni. (87)

 

 

Dal 1660 si iniziò a richiederne l’invio stagionale dalle isole dell’arcipelago, per poterle usare nei lavori alle fortificazioni dove, impiegate al posto dei soldati, si dimostrarono molto utili. Il contributo di queste milizie può essere considerato inutile nelle operazioni in campo aperto, quando addirittura non dannoso, come dimostrarono il tentativo di inviare soccorsi alla Canea nel 1645 e le operazioni successive; furono invece molto preziose durante gli assedi e ripetutamente impiegate nel presidiare le fortificazioni.

 

 

Poiché, come abbiamo visto, l’esercito veneziano era completamente composto da forze mercenarie non era difficile arruolare, in tempi anche abbastanza brevi, svariate migliaia di fanti, a patto di disporre delle necessarie risorse finanziarie. Ma come e dove venivano arruolati i soldati? Per uno Stato di ancien regime vi erano vari modi per reperire le forze di cui necessitava. Nel caso Veneziano non esisteva nessuna forma di leva obbligatoria e l’arruolamento era completamente su base volontaria, sia all’interno dello Stato da terra che in Levante. Era comune arruolare forze militari, non solo nei propri territori, ma anche all’estero. Vi erano vari motivi per cui questo avveniva. I soldati stranieri potevano essere più addestrati e/o affidabili o facilmente reperibili. Non vi era il rischio che avessero legami con la popolazione sul cui territorio avrebbero combattuto e, inoltre, l’esperienza insegnava che la possibilità che un soldato disertasse era inversamente proporzionale alla lontananza dalla sua regione natale.

 

 

Lo Stato veneziano, come gli altri Stati dell’epoca, aveva sostanzialmente tre vie per munirsi dei soldati che avrebbe impiegato in guerra: attraverso la leva obbligatoria, la commissione dell’arruolamento a militari di carriera o il contratto con privati. Solitamente, in realtà, solo gli ultimi due metodi erano realmente utilizzati.

 

 

L’arruolamento attraverso commissione a militari di lungo corso avveniva nella maniera seguente: si rilasciavano, a coloro che avevano i requisiti, apposite patenti da capitano e si siglava un contratto. Il contratto stabiliva quanti fanti si dovessero assoldare, in che zona geografica, in quanto tempo e quale fosse lo stipendio che costoro avrebbero percepito. In questo sistema di arruolamento l’ufficiale superiore era praticamente sempre un capitano al cui comando si sarebbe posta la singola compagnia da lui arruolata. Il neo capitano riceveva quindi una somma di denaro in anticipo con cui avrebbe dovuto pagare le reclute al momento dell’arruolamento e provvedeva a nominare i suoi ufficiali, solitamente uno o due sergenti, un alfiere e un tamburo.

 

 

Una volta compiute queste operazioni si recava nella zona assegnatagli e percorreva le campagne o i centri abitati fino a raggiungere il numero di uomini necessario. Il reparto così formato doveva poi portarsi in un punto di concentramento predeterminato dove, dei funzionari pubblici, avrebbero passato in rassegna le truppe e consegnato i primi 3-4 mesi di stipendio in anticipo. Da questo momento la compagnia era al servizio dello Stato committente e veniva inviata dove ce ne fosse stato bisogno. Questo sistema funzionava egregiamente sul suolo nazionale ma non era attuabile nei territori appartenenti ad altri Stati.

 

 

Ecco che interveniva il secondo metodo di arruolamento, quello per contratto. Si faceva cioè ricorso ad un intermediario dotato delle conoscenze e delle risorse economiche necessarie ad arruolare un contingente di truppe delle dimensioni richieste e ad inviarlo al punto di raccolta. Si trattava spesso di colonnelli-impresari che erano in grado di mobilizzare veri e propri eserciti privati. Anche in questo caso il processo prevedeva la stesura di un contratto in cui, dietro pagamento di una somma di denaro da parte dello Stato, “l’imprenditore”, si impegnava a far pervenire un certo numero di uomini entro un determinato periodo di tempo, in un luogo convenuto.

 

 

Lo Stato aveva come ulteriore impegno solo il pagamento dei salari mensili dei soldati, una volta che questi fossero entrati al suo servizio. Normalmente questo sistema permetteva l’arruolamento di contingenti di maggiori dimensioni rispetto al precedente. Categorie a parte erano invece i reggimenti ausiliari e quelli noleggiati. I primi erano reggimenti di Stati alleati, inviati a combattere sotto l’autorità del Comandante Generale veneziano, mentre i secondi erano reggimenti appartenenti ad altri sovrani, principi o imprenditori (quando la figura non coincideva) e che venivano noleggiati già completi ed armati.

 

 

In quest’ultima categoria rientravano i due reggimenti sabaudi inviati a Candia nel 1666 con Marchese Villa. Per quasi tutto il corso della guerra non vi è una schematizzazione del concetto di reggimento. Compaiono saltuariamente riferimenti ad insiemi di compagnie, indicate come reggimenti, ma si tratta quasi sempre di unità molto variabili nel numero di effettivi che le componevano. Inoltre per tutta la guerra continueranno a comparire, a fianco delle compagnie facenti parte di reggimenti, le così dette compagnie sciolte. (88)

 

 

L’unità base, nell’esercito veneziano sia per la cavalleria che per la fanteria, era la compagnia. Durante le operazioni in campagna un numero variabile compreso tra 5 e 10 compagnie formava un reggimento. La composizione e il numero delle compagnie necessarie a formare un reggimento sono sempre stati altalenanti e potevano variare sensibilmente in base alle contingenze. Nella guarnigione di Candia si individuano raggruppamenti di compagnie in reggimenti con due diverse provenienze. Vi erano i reggimenti arruolati come tali e quelli formati direttamente a Candia, assegnando un certo numero di compagnie a un solo colonnello. E’ questo il caso dei reggimenti che troviamo a Candia nel 1659, provengono quasi tutti da riforme eseguite dal provveditore alle armi e sono divisi per nazionalità. La guarnigione era suddivisa in 3 reggimenti oltramontani, 5 reggimenti italiani, 1 reggimento corso, 3 reggimenti di greci e 1 reggimento di oltremarini. In più vi erano 4 compagnie sciolte, 3 italiane e 1 greca. (89)

 

 

Nemmeno tra le singole compagnie vi era omogeneità di effettivi. Solo nel 1662 il Senato fissò la composizione di una compagnia in 84 fanti, 6 caporali, 4 musici, 1 sergente, 1 insegna, 1 scrivano, 1 furiere, 1 luogotenente e 1 capitano. Si stabiliva inoltre che 8 compagnie formassero un reggimento.

 

 

La fanteria arruolata si divideva in due specialità fondamentali: i moschettieri e i picchieri. Il rapporto tra le due specialità sembra non aver subito grosse variazioni nei 25 anni intercorsi nella guerra a Creta. La predominanza numerica spettava alle armi da fuoco e le picche formavano circa il 30% del totale anche se le variazioni erano sempre possibili e, la teoria, ben lontana dalla pratica. Soprattutto nelle cernide la proporzione delle armi da fuoco tendeva a essere superiore e la porzione di picche quasi assente.

 

 

La proporzione delle varie armi era già stata, all’epoca della guerra di Candia, resa stabile dal Governo veneziano. Con un decreto del 1620, il Senato stabiliva la proporzione ottimale per compagnie di 100 uomini: il 66% avrebbe dovuto essere costituito di moschettieri e il restante 33% di picchieri. Durante tutta la guerra di Candia sembra questa la proporzione mantenuta nelle compagnie al servizio della Serenissima.

 

 

Nel 1659 il colonnello Giò Batta Baccigaluppo, giunto a Candia nel 1650 al comando di una compagnia di 63 fanti oltramontani, era ancora debitore di armi, ricevute dai depositi di Palma per armare la sua compagnia. Aveva ricevuto, per una compagnia di 100 fanti, 67 moschetti e 31 picche. (90)

 

 

La percentuale di armi da fuoco era molto alta nell’esercito veneziano, anche rispetto agli eserciti coevi di altri paesi europei. Il numero dei moschettieri aumentava ancora nel caso delle guarnigioni delle fortezze e delle compagnie imbarcate nelle galee. La picca era comunque considerata, ancora in molti ambienti, come la regina delle armi e dimostrava la sua utilità particolarmente nella difesa delle brecce negli assedi.

 

 

Particolarmente combattendo contro i Turchi, che facevano largo uso di cavalleria, le formazioni di picchieri risultavano molto utili nei combattimenti in campo aperto. Le difficoltà, seguite agli scontri dei primi anni di guerra, vennero da alcuni imputate al fatto che le compagnie di guarnigione, poco abituate a portare la picca, ne erano praticamente sprovviste.

 

 

«Quasi tutta la soldatesca senza piche da che penso che siano derivate in gran parte tante rovine poiché essendo questa la Regina dell’Armi , questa è quella ancora che sostiene, mantiene raccoglie tutti quelli che vengono disfati in simili incontri e se quest’arma è tanto potente che sostiene qual si voglia impeto ben ordinato di cavalleria quanto maggiori haverebbe sostenuto la furia de turchi che disordinatamente perseguitano questo e quello e solo si fidano sul valore della loro sciabola e sopra l’agilità e velocità della loro gamba onde posto una sol volta in rotta i suoi nemici quelli non possono haver altro scampo ne altro rifugio se non vengano ricoverati da buoni squadroni di piche contro i quali è ben certo che non val ne sciabola ne gamba e con le quali sempre le armate possono resistere»

 

 

In conclusione si stimava necessario «unir di nuovo i corpi rimeter le nazioni tutte insieme e queste provvederle di buoni ufficiali maggiori e minori et armar un terzo della soldatesca di buone piche e corsaletti poiche in questa maniera rinvigoriti dalla difesa e vantaggio delle propie arme son sicuro che quando saran ben condotti presenteranno il dovuto servitio al principe.» (91)

 

 

 

Nel corso dell’assedio oltre a queste armi si fece largo uso di spuntoni, di bombe e di granate. La protezione personale era solitamente costituita dal solo morione, quando andava bene, mentre una parte dei picchieri aveva anche corsaletto con scarselloni. Poiché in varie occasioni si fa riferimento alla necessità di armare di corsaletto almeno le prime file di picchieri, possiamo immaginare che vi fossero varie altre file sprovviste di armature: le cosiddette picche secche.

 

 

Per gli ufficiali era più comune avere sia il corsaletto a botta di archibugio che il morione. Soprattutto nelle gallerie di mina e per proteggere le brecce nelle fortificazioni, cioè nelle posizioni più esposte, si cercava di posizionare i soldati più protetti.

 

 

Suscita infine un certo stupore scoprire che gli arsenali di Candia mantenevano ancora nel 1652 circa 1000 archi con le relative munizioni, 50.000 frecce. (92) In effetti le milizie dell’isola, fino a pochi anni prima della guerra di Candia, risultavano ancora parzialmente armate di archi, soprattutto quelle provenienti dalle campagne.

 

 

Vi era poi la cavalleria che si divideva essenzialmente in due categorie: pesante e leggera. La cavalleria pesante era costituita dalle corazze che, armata di pistole e spade, montava cavalli più grossi. La cavalleria leggera era eterogeneamente composta da fanti montati o da compagnie di cappelletti, quando disponibili.

 

 

Una categoria che comprendeva una specialità a parte e non inquadrata in nessuna formazione regolare era quella dei bombardieri. Costoro erano responsabili di tutto il parco di artiglierie. Non solo operavano i pezzi, aiutati dai loro scolari o da soldati preposti, durante i combattimenti, ma si occupavano anche della manutenzione ordinaria e straordinaria. Era loro compito assicurarsi che le batterie loro affidate fossero sempre efficienti. Dovevano assicurarsi anche della composizione della polvere da sparo. Erano persone istruite: dovevano cioè saper leggere e scrivere, far di conto e avere nozioni di geometria e aritmetica che erano materie necessarie per adoperare i pezzi con efficacia.

 

 

Per ricevere la patente di bombardieri e poter aspirare ad un posto come stipendiati, era necessario superare un esame specifico al termine di un percorso svolto nelle scuole che si trovavano in tutte le maggiori città della terraferma veneta. Una volta superato l’esame erano inviati nelle fortezze che ne avevano bisogno, dove avrebbero prestato servizio dietro corresponsione di uno stipendio mensile, che poteva oscillare tra i 4 e i 6 ducati, a seconda del grado. Gli scolari erano coloro che non avevano ancora sostenuto l’esame e servivano sotto la supervisione di un bombardiere capo. Come scolari non ricevevano stipendio direttamente dallo Stato e la loro sussistenza dipendeva dai bombardieri a cui erano affidati.

 

 

I bombardieri erano stimati molto importanti per le loro capacità e la morte di uno di essi era ritenuta più dannosa di quella di un numero molto maggiore di soldati. Le capacità con cui bombardieri e scolari maneggiavano i pezzi poteva variare molto e fu spesso causa di lamentele da parte dei comandanti veneziani in Levante. Il Barone Nicolò Teodorico Spesseiter riportava nel 1649 come lo stato delle artiglierie di Candia fosse pessimo, anche a causa dell’inadempienza di capomastri e bombardieri assegnati a questo servizio. (93)

 

 

Il numero di bombardieri in servizio a Candia andò aumentando col progredire del conflitto, soprattutto in concomitanza delle operazioni maggiori. Nel 1650 ve ne erano in servizio circa 150, compresi gli scolari, ma erano divenuti 215 nel febbraio del 1656 e 259 nel gennaio 1657. (94) Nel 1666 il numero era di 240 compresi 35 scolari ma arrivò, negli ultimi mesi di assedio, a superare abbondantemente le 300 unità. Nell’aprile del 1669 vi erano a Candia 273 bombardieri di cui 236 «boni de fattione» e gli altri tra «putti» e ammalati (95), che entro giugno erano diventati 362, anche qui compresi 64 scolari. (96) Si nota come il contributo, anche numerico, degli scolari non pagati era tutt’altro che indifferente per il funzionamento delle artiglierie che difendevano Candia.

 

 

Gli ufficiali superiori, in maggioranza stranieri, erano arruolati attraverso capitolazioni molto precise che stabilivano, tra le altre cose, la durata del servizio e il compenso. I contratti erano usualmente stilati dal Savio alla scrittura e divenivano validi nel momento in cui l’arruolato si presentava a Venezia per l’investitura ufficiale e l’imbarco. In questa occasione venivano usualmente pagati sei mesi di stipendio anticipati.

 

 

Il contratto per l’arruolamento del principe palatino Philipp von Sulzbach nel 1662 prevedeva che lo stipendio annuale di 14.000 ducati, comprendesse anche le spese per due aiutanti generali, gli alabardieri della sua guardia e i capitani «per quali non possa pretendere altro». Si stabiliva anche il grado che colui che era stato assoldato avrebbe avuto, in realtà più che il grado si andava a specificare da chi avrebbe preso ordini o, viceversa, su chi avrebbe avuto autorità, spesso anche sulla nazionalità delle truppe che avrebbe potuto comandare.

 

 

Nel caso della leva di truppe fiamminghe realizzata dal sergente generale Gritti si specificava che egli avrebbe avuto titolo di «generale dei valloni e dei ligieri» come anche di tutti quelli che avrebbero servito nei suoi due reggimenti, indipendentemente dalla nazionalità.

 

 

Nella guarnigione di Candia troviamo svariati gradi militari che non sembrano, tranne alcuni casi, corrispondere ad una reale preminenza di comando. Le compagnie sono generalmente affidate ad un capitano o ad un sergente maggiore. A volte anche ad un tenente, tenente colonnello o un colonnello. Questi ultimi comandavano usualmente le cosiddette compagnie colonnelle, passando a guidare tutto il reggimento solo se questo si trovava ad operare come singola unità. Non era inusuale infatti che le varie compagnie appartenenti ad uno stesso reggimento fossero inviate in luoghi diversi: in armata o nelle guarnigioni delle fortezze di Creta.

 

 

Non sembra esservi una vera e propria sistematizzazione dei gradi ma si possono riconoscere alcuni punti fermi. I capitani erano gli ufficiali responsabili delle compagnie, avevano sotto di sé sergenti e alfieri e sopra di sé i colonnelli o tenenti colonnelli. Il titolo di generale era solitamente riservato ai capi da guerra, inviati da Venezia e che prendevano ordini dai Capitani Generali da Mar.

 

 

La fanteria, indipendentemente da come veniva arruolata, era distinta in base alla provenienza geografica. Nell’esercito veneziano, durante la guerra di Candia, si riconoscono, quasi senza variazioni, cinque nazioni. Gli Italiani che venivano arruolati in tutta la penisola, quindi non solo tra i sudditi di terraferma ma anche in altri Stati dello stivale.

 

 

A Creta combatterono anche svariati soldati corsi che venivano a volte indicati come una nazione a se stante, altre volte compresi tra le compagnie italiane. Vi erano poi i soldati Oltramontani che comprendevano: Tedeschi, Olandesi, Svizzeri. I Francesi costituirono spesso una categoria a se stante quando riuniti in grosse unità, altrimenti venivano indicati anch’essi come Oltramontani.

 

 

Alcune nazionalità godevano di un prestigio riconosciuto che si rispecchiava nella loro paga, gli Oltramontani su tutti gli altri. Nel corso dei molti anni di guerra le opinioni tendono però ad uniformarsi. I Greci nel 1648 sono descritti come gente «da farne poco affidamento» e addirittura equiparati agli ammalati, « Dal totale tolti gli ammalati e i greci che fanno poco affidamento» (97).

 

 

Nel 1650 il giudizio su di loro è drasticamente mutato «Li Greci si sostengono meglio d’ogni altra natione e prestano anco più fruttuoso servitio non meno nell’occorrenze militari che ne travaglio de lavori ». (98)

 

 

Nel 1652 il giudizio si è addirittura rovesciato a sfavore degli Oltramontani che vengono considerati i meno motivati. « Riguardo alla qualità di queste truppe» si trova che i Greci dimostrassero una buona tempra, gli Italiani e gli Oltremarini fossero mediocri mentre gli Oltramontani «non go veduto quella lena e quel vigore che desidero». (99)

 

 

Come si vede la resa dei vari contingenti variava in maniera altalenante, anche in base alla stagione poiché alcuni reparti soffrivano maggiormente i mesi caldi e altri la stagione fredda. Di conseguenza anche il numero di ammalati e infermi variava di conseguenza.

 

 

 

I capitoli rilasciati per la leva di truppe in Paesi esteri comprendevano normalmente svariate migliaia di uomini alla volta. La levata realizzata dal sergente generale Gritti, di cui abbiamo i capitoli, costituisce un ottimo esempio. Si trattava di truppe fiamminghe, di Valloni e di Liegiesi. Per un totale di 3000 fanti, distribuiti su 15 compagnie da 200 fanti l’una. Dovevano concentrarsi ad Amsterdam entro un giorno preciso, il 15 marzo, per essere imbarcate e spedite a Venezia.

 

 

Si stabiliva ovviamente lo stipendio da dare ai soldati, specificando che le armi sarebbero state fornite dalla Repubblica ma che dovevano essere pagate dai soldati con ritenute sulla paga mensile. L’unica eccezione era quella in cui l’equipaggiamento fosse perduto per un naufragio o danneggiato o perso in combattimento, in questo caso ogni spesa era a carico del Governo marciano.

 

 

Inoltre è interessante notare come il contratto avesse validità per un solo anno, scaduto il quale Venezia poteva, a piacimento, rinnovare la ferma o licenziare gli uomini. In quest’ultimo caso avrebbe dovuto pagare un mese di paga, sia ai soldati che agli ufficiali, per il viaggio di ritorno.

 

 

Il fatto che si arruolassero formazioni così consistenti di uomini non deve trarre in inganno, l’unità base restava sempre la compagnia. Le capitolazioni prevedevano infatti stipendi differenti a seconda che questi uomini servissero in compagnie sciolte, di guarnigione in «città, isole, fortezze», oppure che si trovassero riunite tutte assieme in Campagna o in Armata. Venivano poi i Greci e gli Oltremarini, gli uni provenivano dalle isole greche gli altri dai domini nei Balcani. Saltuariamente le fonti si riferiscono a questi ultimi come nazionali mentre gli Italiani e gli Oltramontani sono detti anche provvisionati.

 

 

Per rendersi conto di quale impatto potesse avere una così variegata componente geografica, possiamo provare a dare uno spaccato del presidio in diversi periodi, evidenziando il contributo dato, in termini numerici, da ogni nazionalità. Poiché le cifre inserite in questo grafico sono prese da rassegne effettuate nelle date corrispondenti, dovrebbero avvicinarsi abbastanza al numero esatto. Due problemi che emergono dalla lettura delle fonti è che quasi sempre Italiani e Corsi sono conteggiati assieme e non sempre viene specificato quanti soldati facciano effettivamente parte di una nazione piuttosto che dell’altra. Allo stesso modo nei Greci vengono spesso inseriti anche feudati e venturieri.

 

 

Al di là delle leggere incertezze, questi dati offrono una panoramica precisa, per quanto possibile, della situazione. (100)

 

 

La composizione internazionale della guarnigione veneziana a Candia non fu sempre una cosa positiva. Se la mentalità dell’epoca riteneva che ispirasse lo spirito di emulazione tra i vari corpi suscitando gesti di valore, nella realtà, più spesso, essa generava attriti non indifferenti. Frequentemente, nei dispacci, si fa riferimento all’attenzione da porre affinché non siano posti al comando delle compagnie ufficiali di nazionalità differente da quelli dei soldati loro sottoposti, regola che, però, non venne sempre rispettata. In particolare era opportuno che le «compagnie oltremontane non siano conferite ad altre nationi come si pratica adesso contro la capitolazione si che li soldati vengono in disperazione vedendosi privato d’ogni speranza di esser mai ricompensati». (101)

 

 

Questo avvenne soprattutto nei primi anni di guerra e nei periodi più turbolenti dell’assedio, specialmente con le compagnie oltramontane. Gli ufficiali di queste ultime percepivano gli stipendi più alti di tutto il presidio, confrontati tra parigrado, pertanto il comando delle compagnie oltramontane era molto appetibile. Gli ufficiali inferiori di queste compagnie, vedendosi scavalcati da ufficiali stranieri, non avevano nessuna possibilità di avanzare di grado, il che non mancava di suscitare il loro malcontento. Anche il fatto che i vari reparti fossero, teoricamente, pagati in maniera diversa, non aiutava. Gli Oltramontani percepivano uno stipendio ben più alto rispetto a tutte le altre componenti e i Greci, al contrario, il più basso.

 

 

Questa disparità era visibile soprattutto nei compensi degli ufficiali. In determinati periodi di difficoltà o quando era molto tempo che i soldati non ricevevano il soldo i provveditori di Candia cercavano di limitare le occasioni di tumulti, che potevano nascere in occasione della distribuzione delle paghe, assegnando ad ogni “nazione” la stessa quantità di denaro, indipendentemente dal loro stipendio.

 

 

Nel maggio del 1650 si ricevettero finalmente contanti sufficienti per dare almeno una parte degli arretrati alla guarnigione che venne così saldata fino al dicembre precedente. Per evitare dissapori Zorzi Morosini distribuì gli arretrati «con questa distinzione però, che gl’Italiani e i Corsi hanno havuto due paghe, quattro li greci et una solo gl’oltramontani e i cappelletti, acciò tutte le nazioni rimanessero equalizzate ne pagamenti a divertimento di qualsivoglia odiosa disparità.». (102)

 

 

Apprendiamo così che normalmente lo stipendio degli Oltramontani era il quadruplo di quello dei Greci e il doppio di quello dei fanti italiani e corsi. Ad equiparare tutti quanti ci pensarono le difficoltà di bilancio poiché questa prassi sembra tacitamente perpetrarsi. Mentre gli ufficiali tendevano a percepire le loro paghe secondo le capitolazioni, anche se solamente poche volte l’anno e con grandi ritardi, i soldati invece sembra fossero pagati tutti allo stesso modo, col sistema dei terzi, ricevendo circa un reale e mezzo a testa, al mese, cioè quasi tre ducati.

 

 

Alle difficoltà di tipo economico, durante l’arruolamento di nuove truppe, potevano aggiungersi problemi di altra natura. L’appetibilità del teatro di combattimento o la sua cattiva fama potevano dissuadere un buon numero di volontari dal presentarsi alla leva, o spingere un numero più alto del normale di soldati a disertare durante i trasferimenti.

 

 

Un dispaccio di Battista Nani del 3 luglio 1645, quindi appena agli inizi della guerra, avvisava come in Francia corressero dicerie di ogni tipo riguardanti l’orribile situazione delle milizie venete in Levante. Peste, malattie, penuria di cibo e in genere pessime condizioni di vita dovevano affliggere i soldati che lì prestavano servizio. Il Nani faceva presente quanto dicerie così insistenti potessero seriamente danneggiare la Serenissima che stava in quel periodo cercando di arruolare, proprio in Francia, nuovi reparti. Le notizie secondo le quali a Candia «si decanta molte migliaia di genti et morti di fame et disaggi, che erano ridotti al biscotto et all’acqua e senza paglia per potersi coricare» arrivarono anche all’orecchio del cardinale Mazzarino che ne fece parola con Nani «il Signor Cardinale me ne disse qualche cosa per via di discorso come che i patimenti e la morte che regna fieramente in Levante sbigottisce qualunque avesse pensiero d’andarvi» (103).

 

 

Voci di questo tipo dovettero in qualche misura essere sempre presenti ed esercitare la loro influenza, non solo sulla disponibilità di reclute, ma anche sui compensi che si doveva elargire per vincere la reticenza da esse generata. Non mancarono anche i casi di contingenti che si ammutinarono quando vennero a conoscenza del fatto che venivano inviati a combattere a Candia.

 

 

Dalla penna di Andrea Valier apprendiamo come nel 1668 il duca di Lorena Carlo IV, deciso a contribuire alla difesa di Candia a sue spese, decise di inviare 1500 fanti. Costoro però avevano intenzioni ben diverse da quelle del Duca e, «ammutinatesi contro i voleri del principe», si rifiutarono, armi alla mano, di partire.

 

 

Inoltre nei momenti di maggiore necessità si badò poco alla qualità dei soldati che si inviavano a Candia. Fin dal principio del conflitto le relazioni e i dispacci dei provveditori di Candia evidenziarono la scarsa qualità di parte delle reclute. Lamentele su questo tenore «Delle milizie che espediranno, è necessario mirar più alla qualità che alla quantità di esse. Quelle arrivate con le navi … sono mal in ordine e poco atte» (104), costituirono un vero e proprio leitmotiv.

 

 

In alcuni casi poi erano gli stessi regnanti ad approfittare della situazione per liberarsi dei soggetti meno desiderati inviandoli a servire a Candia. Negli anni compresi tra il 1662 e il 1666 venne più volte contestata la qualità delle levate del Duca di Savoia evidenziando come comprendessero molti vagabondi e criminali poco o nulla adatti al servizio delle armi.

 

 

Ovviamente accanto a truppe pessime ritroviamo anche reparti ben addestrati e disciplinati che diedero una splendida prova di sé. Non abbiamo descrizioni altrettanto prodighe di elogi quanto lo furono di lamentele ma comunque non mancarono reparti «di splendida gente benissimo all’ordine» come la levata del Duca di Parma giunta a Candia nel 1650 o quelle di Baviera del barone Johann Stephen von Crossen, che si distinsero nelle sortite del 1652-53.

104 ASV, Senato Dispacci, Ptm. 545, 6 novembre 1648

 

Note

85 - ASV Senato, Dispacci, Ptm 543

86 - ASV Senato, Dispacci, Ptm 550, 29 Febbraio 1656

87 - ASV Senato, Dispacci, Ptm 551, 18 settembre

88 - Vedi ASV Senato, Dispacci, Ptm 549 7 giugno 1654

89 - ASV Senato, Dispacci, Ptm 551, Ultimo ottobre 1659

90 - ASV Senato, Dispacci, ptm 546, 31 marzo 1650 vedi anche A.S.U.,documenti storici, bIV, n.442. in Alberto Prelli , Sotto le bandiere di S. Marco, Itinera Progetti, Verona, Italia 2012.

91 - ASV, Senato, Dispacci, capi da guerra, busta 3, Suda 11 maggio 1646

92 - ASV, Senato, Dispacci, Ptm 548, 15 aprile 1652

93 - Senato, Dispacci, capi da guerra busta 9, 7 dicembre 1649

94 - ASV Senato, Dispacci Ptm 564, 26 gennaio 1650 ;7, 29 febbraio 1655;550, 6 gennaio 1656

95 - ASV Senato, Dispacci Ptm563, 25 aprile 1669

96 - ASV Senato, Dispacci Ptm563, 22 giugno 1669

97 - ASV Senato, Dispacci, Ptm 545, 15 febbraio1648 e 2 aprile 1648

98 - ASV Senato, Dispacci, Ptm 546, 18 maggio 1650

99 - ASV Senato, Dispacci, Ptm 548, 30 aprile 1652

100 -Il grafico rappresenta il peso che le diverse nazioni avevano nella composizione del presidio in determinati periodi, non vuole indicare l’evoluzione della consistenza numerica della guarnigione stessa.

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1500

2000

2500

3000

3500

4000

4500

5000

Corsi

Greci

Italiani

Oltramarini

Oltramontani

101 - ASV, Senato, Dispacci, Capi da guerra, Busta 9, Barone Nicolò Teodorico Spesseiter, Candia 7 dicembre 1649

102 - ASV, Senato Dispacci, Ptm 546, 22 maggio 1650

103 - ASV, Dispacci di Francia, 3 luglio 1645, f. 102-103. Anche in Venezia e la difesa del levante pag. 130

104 - ASV, Senato Dispacci, Ptm. 545, 6 novembre 1648