UNIVERSITA' DI VENEZIA - Corso di Laurea magistrale in Storia dal Medioevo all’Età Contemporanea - Tesi di Laurea

L’Esercito veneziano e la difesa di Candia 1645-1669 - Il costo di una vittoria mancata

Relatore Ch. Prof. Luciano Pezzolo

Laureando Roberto Vaccher

 

 

3.3) La flotta

 

 

Parlare dell’apparato difensivo di Creta e delle forze militari veneziane che la difendevano, senza considerare la flotta costituirebbe quasi un ossimoro. Se l’isola di Creta riuscì a resistere per venticinque anni, fu solamente grazie ai rifornimenti trasportati via mare e al dominio di cui godeva Venezia su questo elemento. L’Armata da Mar o semplicemente l’Armata, ossia la flotta veneziana, occupava un ruolo di primo piano nell’assetto, anche politico, dello Stato marciano.

 

 

Il comando di ogni singola nave e i ruoli amministrativi nella flotta erano riservati esclusivamente all’aristocrazia veneta. Queste cariche possedevano una forte valenza politica e l’apprendistato sulle navi della flotta, come nobili sopra le galee, segnava comunemente l’inizio del cursus honorum del patrizio veneziano. Il Provveditore Generale d’Armata che comandava la flotta in tempo di pace diveniva automaticamente il secondo in comando del Capitano Generale da Mar, carica straordinaria, che veniva eletto solo in tempo di guerra. Sotto questi due alti ufficiali vi erano altre tre cariche che si occupavano dei tre rami principali della flotta.

 

 

Il Capitano delle navi aveva la responsabilità dell’armata grossa, il Capitano della guardia in golfo comandava le squadre di galee nell’Adriatico e infine il Capitano delle galeazze.

 

 

All’epoca della guerra di Candia l’Armata da Mar comprendeva due tipi di nave costruiti espressamente per la guerra ovvero le galee e le galeazze. Entrambe unità a remi, pur se dotate anche di vele latine, si differenziavano per compiti e armamento. La galea aveva il suo armamento principale posizionato a prua e costituito da un cannone di grosso calibro e da altri tre o quattro pezzi di calibro inferiore. Il motore umano della galea era composto da rematori che all’epoca della guerra di Candia potevano essere: volontari arruolati come galeotti oppure uomini condannati al remo.

 

 

Questi ultimi formavano gli equipaggi delle cosiddette galee sforzate o condannate, potevano essere impiegati come rematori anche prigionieri di guerra turchi. (75) Questi ultimi ponevano per altro il problema della loro sorveglianza poiché a fronte di un numero di rematori che poteva superare i cento Turchi, a bordo solitamente non vi erano più di una trentina di soldati. La galeazza invece era un tipo di imbarcazione, derivato dalla galea, ma con uno scafo allargato e rinforzato, portava artiglierie di grosso calibro che potevano sparare anche dai fianchi della nave.

 

 

I cannoni delle galeazze superavano per calibro anche quelli impiegati dalle navi della flotta grossa, fornendo così una sorta di pretesto per mantenere in servizio questo tipo di imbarcazione. Un pretesto fondato almeno fino alla prima metà del 1600 in un contesto adriatico dove la potenza di fuoco della galeazza surclassava, per peso dei proiettili, quella dei mercantili armati o delle imbarcazioni da corsa, fornendo un ottimo mezzo di protezione del traffico mercantile.

 

 

Un valido esempio dell’efficacia delle galeazze si ebbe nel 1628 quando, nel porto di Alessandretta, due galeazze affrontarono con successo alcune navi inglesi che avevano attaccato i due mercantili da esse scortati. Venezia manteneva in mare, in tempo di pace, una flotta di 23 o 27 galee delle quali 4 si trovavano a Creta e le altre distribuite tra Corfù, Zante, Cefalonia e l’Adriatico settentrionale. La guardia di Candia aveva a disposizione in totale, nei suoi arsenali, 16 galee alla Canea e 18 a Candia. (76)

 

 

Già nel 1644 la guardia di Candia, su ordine del Senato, mobilitò altre 6 galee portando a 10 il numero delle imbarcazioni stagionali dell’isola. (77)  Grazie a queste navi, e a quelle mobilitate l’anno successivo, nel settembre del 1645 la flotta in Levante poteva contare su 40 galee e 4 galeazze veneziane oltre ad altre 23 alleate. Gli arsilii (78) della guardia di Candia potevano essere armati utilizzando rematori arruolati sull’isola, grazie ad un sistema di leve sul modello delle cernide.

 

 

La flotta alleata era formata da una squadra mista composta da imbarcazioni appartenenti alle flotte pontificie, maltesi, toscane e napoletane. Sull’isola di Creta gli arsenali principali si trovavano alla Canea e a Candia. Il maggiore dei due era quello di Candia, nonché l’unico rimasto in mano veneziana dopo i primi mesi di guerra. Questo arsenale era composto da 17 scali per galee, 5 di essi erano di lunghezza doppia e potevano perciò ospitare 2 galee invece di 1. Intorno al 1640 i due arsenali avevano una manodopera che comprendeva: a Candia, 53 maestri calafati, 46 carpentieri (marangoni) e 11 remeri, e alla Canea 39 calafati, 19 carpentieri e 11 remeri.

 

 

L’arsenale della città continuerà la sua funzione per tutto il corso del conflitto dando un valido appoggio alla flotta veneziana che, quando opererà da Creta, si ancorerà alla Standia oppure a Suda. L’arsenale di Candia sarà utilizzato per riparare navi e galee danneggiate, per «spalmare» (79) e per armare gli arsilli inviati da Venezia.

 

 

Anche in questo caso però, come per tutto a Candia, i materiali da costruzione andavano importati dalla Capitale. Questo avveniva anche in tempo di pace quando si faceva lavorare l’arsenale con materiale importato per mantenere in attività le maestranze, più che per reale convenienza. Col proseguire del conflitto anche l’arsenale fu colpito dalle ristrettezze economiche e dalla scarsità di provvisioni che afflissero ogni aspetto della difesa veneziana.

 

 

Dopo la grande operosità sviluppatasi per l’armamento della flotta nei primi anni di guerra, col progredire del conflitto l’attività andò progressivamente diminuendo. Questo fatto si indovina facilmente dalla continua riduzione degli assegnamenti per le maestranze dell’arsenale. Anche le condizioni del porto si deteriorarono, privo di manutenzione andò interrandosi ed entro il 1660 la situazione era diventata abbastanza grave, tanto che col mare più agitato «le navi vanno toccando il fondo» (80). Il processo di interramento può essere stato accentuato anche dal taglio della diga, che si rese necessario per permettere l’accesso in rada alle navi senza esporle al fuoco delle batterie turche. Si decise di porre rimedio all’interramento avviando i lavori di scavo nell’estate del 1660 ma l’endemica mancanza di denaro impedì la loro realizzazione finché l’attenzione non si volse altrove.

 

 

Il terzo elemento della flotta, che andava a comporre la cosiddetta armata grossa, era costituita da mercantili armati. Questo comparto è quello che fa la vera differenza nella composizione tra la flotta veneziana che combatté a Lepanto e quella che partecipò alla guerra di Candia. Nel 1645 la Serenissima non disponeva di navi pubbliche, la cui proprietà fosse cioè del Governo marciano, si doveva perciò affidare esclusivamente al sistema, ormai sperimentato, del noleggio di mercantili armati.

 

 

Dei circa 40 mercantili noleggiati nel 1645 per la difesa di Candia solo uno era veneziano. Si trattava della Madonna della Salute, una nave da 50 cannoni, (81) che fu la sola tra i mercantili veneti, per armamento e tonnellaggio, a dimostrarsi adatta al combattimento. Le navi restanti furono noleggiate prevalentemente ad Amsterdam, Livorno, Provenza e a Venezia stessa attraverso contratti simili tra loro.

 

 

Dietro pagamento di una somma prefissata che poteva variare tra i 1.500 e i 3.000 ducati mensili, l’armatore della nave, si impegnava ad accollarsi tutti i rischi del servizio. La Serenissima doveva fornire solamente le munizioni e l’artiglieria necessaria ad integrare quella della nave, qualora questa non fosse stata ritenuta sufficiente per l’impiego bellico. (82)

 

 

Questo sistema aveva ovviamente sia vantaggi che svantaggi. La spesa per lo Stato e la possibilità di noleggiare o licenziare le unità con una certa libertà costituiva un’arma a doppio taglio, vantaggiosa per la flessibilità che offriva, aveva al rovescio l’effetto di sottoporre la condotta militare della Repubblica all’inclinazione dei singoli capitani stranieri.

 

 

La flotta veneziana era quindi formata dall’armata sottile, galee e galeazze e da quella grossa, comprendente la componente velica. La distinzione era enfatizzata dal fatto che comandanti ed equipaggi dell’armata sottile erano quasi interamente Veneziani mentre sull’armata grossa gli unici Veneziani presenti erano, molto spesso, i governatori di nave. Questi ultimi avevano il compito di affiancare e sovrintendere all’operato dei capitani stranieri delle unità noleggiate.

 

 

Poiché le operazioni terrestri si rivelarono subito sfavorevoli per i Veneti e poiché le navi, agli ordini del capitano Antonio Marino Cappello, non riuscirono né a contrastare la flotta ottomana né a soccorrere la Canea, il nuovo neo-eletto capitano delle navi Tommaso Morosini propose una strategia alternativa. Si trattava di utilizzare le navi dell’armata grossa per bloccare i Dardanelli e tagliare così i rifornimenti e le linee di comunicazione all’esercito ottomano presente sull’isola.

 

 

Il fatto che le navi noleggiate non fossero unità puramente da guerra ma mercantili armati le rendeva più adatte a restare in mare per tempi prolungati. L’idea era brillante, coraggiosa e innovativa e non proveniva da un capitano di mare. L’intuizione era dell’ambasciatore a Münster, Alvise Contarini, che propose di impiegare in questo modo le 12 unità che andava noleggiando per la Repubblica.

 

 

Il blocco veneziano dei Dardanelli costituirà il primo esempio di blocco navale continuato mai messo in atto. Dal 1646 fino al 1660 pur con interruzioni e riprese i Veneziani portarono avanti la loro strategia di blocco. La novità del blocco ai Dardanelli era rappresentata dal fatto che si cercò, riuscendoci con risultati alterni, di mantenerlo attivo anche durante la stagione invernale. I problemi da superare per la riuscita dell’operazione non erano pochi. Primo tra tutti passare così tanto tempo in mare, soprattutto durante la stagione invernale sottoponeva navi ed equipaggi a un logoramento eccezionale. Se durante la bella stagione la flotta grossa poteva mantenersi permanentemente nel canale era perché le galee si occupavano dei rifornimenti e dell’acqua potabile in particolare. Ma queste navi, lunghe, sottili e con poco bordo libero non erano adatte ad affrontare il mare agitato quanto lo erano, invece, i vascelli d’alto bordo. La forza dei marosi rischiava di sommergerle o di spezzarne lo scafo costringendole quindi a restare nei porti durante la brutta stagione.

 

 

La guerra navale nel Mediterraneo era sempre stata una guerra stagionale proprio per questa caratteristica costruttiva delle galee. Logorio, mancanza di rifornimenti e durissime condizioni meteo misero a dura prova navi ed equipaggi tanto che dopo l’inverno del 1649 molte delle navi si licenziarono e solo in maggio si riuscì ad averne in numero sufficiente per riprendere il blocco.

 

 

Uno degli effetti del blocco, fu quello di danneggiare e in alcuni momenti bloccare il rifornimento di grano alla capitale ottomana. Per capire l’importanza di questo fatto basti pensare che per sostenere la popolazione e la corte del Sultano erano necessarie circa 500 tonnellate di pane al giorno. (83) Le spese per la guerra, le difficoltà di rifornimento dovute sia al blocco veneziano che alle carestie in alcune regioni dell’Impero condussero ai disordini politici e alla destabilizzazione del Governo turco che culminarono con il regicidio del sultano Ibrahim nel 1648.

 

 

Il blocco dei Dardanelli ebbe il suo primo successo navale di rilievo il 12 maggio del 649. La battaglia combattuta davanti al porto di Fochies, non lontano da Smirne, fu uno scontro tra vascelli veneziani e unità, prevalentemente a remi, ottomane. Il combattimento tra le due flotte 19 vascelli veneziani e 72 galee, 10 maone e 11 navi ottomane, vide la sconfitta di questi ultimi e ottenne il risultato che l’anno successivo la flotta ottomana si rifiutò di uscire in mare.

 

 

Per inviare aiuti a Creta i Turchi dovettero ricorrere ai corsari barbareschi inviando le truppe a Cesme e di lì farle imbarcare per l’isola veneziana. Molte navi caddero comunque preda delle squadre veneziane che incrociavano al largo di Creta. La strategia di blocco oltre ad essere molto dura per navi ed equipaggi aveva anche ricadute a livello internazionale. L’interdizione di quelle acque a qualsiasi nave irritava particolarmente i mercanti inglesi. La Serenissima, con questo provvedimento, intendeva evitare che navi di grosso tonnellaggio arrivate a Costantinopoli per fini commerciali potessero essere utilizzate dai Turchi come navi da guerra a imitazione di quanto accadeva nella flotta veneziana, annullando così il vantaggio di quest’ultima. Anche le navi francesi e olandesi ricevevano lo stesso trattamento anche se con problemi minori: le navi francesi sembra avessero un tonnellaggio insufficiente per servire come mercantili armati e quelle olandesi erano comunque poco numerose. (84)

 

 

La strategia del blocco persistette fino al 1659, dopo questa campagna venne abbandonata e non fu ripresa dal 1660 in avanti. Per la campagna di quell’anno la flotta venne concentrata, da Tommaso Morosini, a Creta per appoggiare lo sbarco di un grosso corpo di truppe veneziane, poco meno di 8.000 fanti, che avevano l’obbiettivo di riconquistare la Canea. L’attacco alla città fallì malamente come anche il tentato attacco al campo ottomano di Candia Nuova.

 

 

Ancora una volta le forze terrestri veneziane si rivelarono non all’altezza della situazione. Al contempo i rifornimenti ottomani trovarono strada più libera per recarsi a Creta. Allo stesso modo fallì un altro sbarco tentato dai Veneziani nei pressi della Suda nel 1666. L’obbiettivo era ancora una volta la Canea ma anche in questa occasione le forze veneziane furono sorprese e sconfitte in campo aperto dal presidio Turco.

 

 

Interrotta l’attività di blocco, la strategia veneziana mutò dopo il 1660, con l’armata grossa che agiva nei pressi di Creta cercando di intercettare il traffico turco prima che raggiungesse la Canea mentre l’armata sottile agiva nell’Egeo a caccia della flotta ottomana. Quest’ultima aveva buon gioco nel giocare a nascondino nell’Arcipelago evitando il confronto diretto.

 

 

La guerra di Candia richiese a Venezia uno straordinario impegno sia per terra, nella difesa dell’isola, sia per mare nel blocco dei Dardanelli prima e nella protezione di Creta poi. Quello che emerge è la difficoltà per una potenza prettamente marittima di proiettare la sua potenza navale in un conflitto che venne deciso da combattimenti terrestri. L’incapacità di agire efficacemente con una forza di proiezione dal mare nella strategia degli sbarchi voluta da Tommaso Morosini o negli sbarchi a Creta nel 1650 e nel 1660 ne sono prove evidenti. Lo stesso blocco dei Dardanelli evidenziò i problemi legati all’utilizzo dei vascelli, che non avevano praticamente nessuna possibilità di attaccare dal mare posizioni terrestri. Per fare acqua si usavano sistematicamente le galee che, oltre a essere in grado di avvicinarsi fin quasi alla riva, potevano proteggere i corpi da sbarco con le loro artiglierie di prua.

 

 

Nello scontro tra posizioni di terra e navi erano quest’ultime ad avere la peggio, infatti la flotta veneziana sarà progressivamente allontanata dagli stretti dall’avanzare delle batterie turche poste sulle opposte rive del canale. Una rilettura moderna di quegli eventi, abituata a ragionare sulla potenza marittima con standard formati dall’esperienza del secondo conflitto mondiale, può trarre in inganno sulle reali capacità di una flotta, come quella veneziana dell’epoca, sia per quanto concerne le possibilità di intercettare trasporti di rifornimenti che per quanto riguarda l’appoggio a terra.

 

 

La vastità di rotte da cui gli Ottomani potevano inviare rifornimenti a Creta rendeva praticamente impossibile intercettare tutti i convogli. Le navi a vela dell’epoca erano molto soggette alle bizze del vento e dovevano spesso affidarsi alle unità a remi per essere trainate, in caso di bonaccia. La strategia di blocco che si dimostrò probabilmente il modo migliore per sfruttare la superiorità marittima veneziana, mise in seria difficoltà l’Impero Ottomano e ne danneggiò la già precaria stabilità politica interna ma non fu sufficiente a far pendere la bilancia del conflitto.

 

 

La flotta veneziana posizionata ai Dardanelli “comprò” per le forze a Candia varie stagioni di campagna in cui, con rifornimenti adeguati, sarebbe stato possibile rovesciare le sorti della guerra. Assolvere contemporaneamente e con totale efficacia sia alla strategia di blocco sia al rifornimento estensivo di Creta fu un compito troppo oneroso per la flotta veneziana, in termini di logoramento e soprattutto di spesa e infatti non fu possibile svolgere efficacemente entrambe le mansioni.

 

Note

75 - ASV, Senato dispacci Ptm 550, 25 settembre 1657

76 - ASV, Senato mar, R.95

77 - ASV, Senato dispacci Ptm 795, 29 marzo 1644

78 - Si tratta degli scafi delle galee, disarmati e tenuti in deposito nei magazzini dell’arsenale. Costituivano una riserva di scafi pronta per essere impiegata in caso di necessità e con un preavviso abbastanza breve.

79 - Con spalmare si intende l’operazione, da eseguirsi periodicamente, con cui si traeva in secca l’imbarcazione e si ripuliva lo scafo da molluschi e cirripedi per poi spalmarlo nuovamente di pece. In questa maniera lo scafo guadagnava sia in impermeabilità che in velocità.

80 - ASV, Senato dispacci, Ptm 552, 6 aprile 1660

81 - Guido Candiani, I vascelli della Serenissima, Istituto Veneto di Scienze delle arti, Venezia 2009, Pag.23

82 - Guido Candiani, I vascelli della Serenissima, Istituto Veneto di Scienze delle arti, Venezia 2009, Pag.22

83 - Geoffrey Parker, Global crisis, Yale University Press, TJ International Ltd, Padstow, Cornwall, Great Britain 2013. Pag.197

84 - Guido Candiani, Dalla galea alla nave di linea, Città del silenzio edizioni, pag. 90